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giovedì 14 luglio 2011

ELEONORA DE FONSECA PIMENTEL

UNA MARCHESA ILLUMINISTA TRA MONARCHIA E REPUBBLICA

di DANILO CARUSO

Immanuel Kant, alla vigilia della Rivoluzione francese, scriveva nel 1784: «L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. […] La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo fatti liberi da direzione estranea (naturaliter maiorennes), rimangono ciò nondimeno volentieri per l’intera vita minorenni, per cui riesce facile agli altri erigersi a loro tutori. […] Dopo di averli in un primo tempo istupiditi come fossero animali domestici e di avere con ogni cura impedito che queste pacifiche creature osassero muovere un passo fuori della carrozzina da bambini in cui li hanno imprigionati, in un secondo tempo mostrano a essi il pericolo che li minaccia qualora cercassero di camminare da soli. […] A questo Illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi». La Marchesa Eleonora de Fonseca Pimentel incarnò e testimoniò nel secolo dei lumi questa inarrestabile vocazione di crescita della civiltà che si riallacciava alla più pura e radicale ricerca-della-verità-e-della-felicità da cui nell’antichità greca era sorta la filosofia (occidentale). Nacque il 13 gennaio 1752 a Roma, all’interno di una nobile famiglia portoghese, da Clemente e Caterina Lopez. Assieme ai familiari si trasferì nel 1760 a Napoli quando, interrottisi i rapporti diplomatici tra Stato della Chiesa e Portogallo, per via della cacciata dei Gesuiti dal territorio lusitano, i Portoghesi residenti furono espulsi dai domini papali. Guidata da uno zio abate si avviò agli studi umanistico-scientifici ed ebbe modo di conoscere e frequentare personalità del mondo culturale napoletano del tempo, fra i quali Francesco Vargas Macciucca mediante la frequenza del cui salotto letterario entrò sedicenne nell’Accademia dei filaleti (=amanti-della-verità): nel 1768 entrò pure nell’altra Accademia dell’Arcadia. Ricevette l’apprezzamento da parte di Pietro Metastasio con cui manteneva una corrispondenza, il quale aveva letto i suoi esordi poetici iniziati nel ’68 scrivendo un epitalamio (“Il tempio della gloria”) dedicato a Ferdinando I di Borbone, re delle Due Sicilie, e a Maria Carolina d’Asburgo (sorella della futura regina di Francia Maria Antonietta). Entrerà in contatto epistolare anche con Goethe e Voltaire (che le compose un sonetto). In questa prima fase filomonarchica la sua poesia continuerà a mettere in risalto tra l’altro personaggi e fatti legati alla casa reale: ad esempio la nascita del principe ereditario Carlo. Del ’77 era invece il “Trionfo della verità” dedicato al primo ministro portoghese autore della prima espulsione europea dei Gesuiti. Il 4 febbraio 1778 si unì in matrimonio a un nobile, ufficiale delle truppe borboniche, di una ventina d’anni più vecchio di lei, da cui ebbe un figlio (Francesco) morto prematuramente a otto mesi nel ’79. La madre dedicò alla compianta memoria di questo bambino i cinque “Sonetti di Altidora Esperetusa [nome assunto all’entrata nell’Arcadia] in morte del suo unico figlio”. Questo è il terzo: «Sola fra miei pensier sovente i’ seggio, / e gli occhi gravi a lagrimar m’inchino, / quand’ecco, in mezzo al pianto, a me vicino / improvviso apparir il figlio i’ veggio. / Egli scherza, io lo guato, e in lui vagheggio / gli usati vezzi e ’i volto alabastrino; / ma come certa son del suo destino, / non credo agli occhi, e palpito, ed ondeggio. / Ed or la mano stendo, or la ritiro, / e accendersi e tremar mi sento il petto / finché il sangue agitato al cor rifugge. / La dolce visione allor sen fugge; / e senza ch’abbia dell’error diletto, / la mia perdita vera ognor sospiro». Ottenne la legale separazione coniugale dall’autoritario Pasquale Tria de Solis, a causa della cui violenza aveva subito un aborto (evento cui dedicò un’ode elegiaca), nel 1786. Grazie alla sua poetica celebrativa dei Borboni conquistò un incarico di bibliotecaria a corte, il che le consentì di superare i disagi in cui versava a seguito della divisione dal marito e della morte del padre (nella cui casa era tornata a vivere nel 1785). La soppressione della consuetudine della monarchia borbonica, avvenuta nel 1788, di offrire un tributo feudale annuo al romano pontefice, la spinse a scrivere, due anni più in là, con spirito di adesione al giurisdizionalismo una traduzione dal latino di un’opera dell’abate Nicolò Caravita (risalente al 1707 e messa all’indice dalla Chiesa nel 1710) in cui si sosteneva che lo Stato non fosse obbligato ad atti di vassallaggio nei confronti del Papa: integrandola per mezzo di un’introduzione e note di commento, la traduttrice esplicitò il proprio pensiero affermando che «il Regno non è padronato, non è primogenitura, non è fedecommesso, non è dote: il Regno è amministrazione e difesa dei diritti pubblici della nazione, conservazione e difesa dei diritti privati di ciascun cittadino», e perciò non poteva essere inserito in meccanismi superati dalla storia e dalla giurisprudenza. Allorché scoppiò la Rivoluzione francese diffuse la costituzione del ’91, e dopo la proclamazione della repubblica, il 21 settembre 1792, ebbe contatti con la delegazione transalpina in visita alla fine di quell’anno nella capitale borbonica (la flotta al cui seguito aveva condotto una dimostrazione navale al largo di Napoli) al fine di conseguire un riconoscimento internazionale del nuovo assetto postmonarchico dello Stato. Ghigliottinato Luigi XVI il 21 gennaio 1793, in Europa si formò un’ampia coalizione per muovere guerra alla Francia repubblicana composta da Austria, Inghilterra, Prussia, Russia, Spagna e da Stati italiani tra cui lo Stato pontificio e il Regno delle Due Sicilie (entrato nel conflitto il 12 luglio, il 6 giugno del ’96 stipulò una tregua). Le posizioni progressiste dei reali borbonici – inaugurate dal precedente re Carlo III e particolarmente coltivate, sulla scia del giuseppinismo, dalla regina Maria Carolina d’Asburgo (protettrice degli intellettuali illuministi anche iscritti alla massoneria) – avevano lasciato il posto a una preventiva condotta di conservazione antirepubblicana. Tale indirizzò trovò la de Fonseca sul versante opposto, di chi aveva appreso le notizie d’Oltralpe fiduciosamente con un sentimento di partecipazione. Il 16 ottobre 1793 Maria Antonietta venne giustiziata. E nel maggio del ’94 fallì a Napoli una cospirazione rivoluzionaria. Numerosi sospetti si addensarono su di lei: cosicché, perso il posto di bibliotecaria a corte nel 1797, un anno più tardi, il 5 ottobre, a conclusione di una perquisizione domiciliare l’arrestarono, traducendola al carcere della Vicaria, per averla trovata in possesso dell’Enciclopedia curata da Diderot e D’Alembert, e incolpandola di partecipare e di dar luogo nella propria abitazione a incontri sovversivi. Dalla galera provò a mettersi in contatto con il rappresentante diplomatico portoghese, ma il tentativo non andò in porto perché scoperto dall’inquisizione cattolica. Nell’agosto del 1798 si costituì una seconda coalizione internazionale antifrancese formata da Austria, Turchia, Regno delle Due Sicilie e Russia. Pochi giorni prima di Natale la corte borbonica, allarmata dall’avvicinarsi dei Francesi (impegnati militarmente in Italia già dal settembre del ’92), dopo aver invaso i Napoletani il 26 novembre la Repubblica romana, si trasferì su una nave dell’ammiraglio Nelson a Palermo. La de Fonseca riottenne la libertà (con tutti gli altri carcerati di ogni risma) quando il proletariato napoletano (composto dai cosiddetti lazzari) si sollevò nel gennaio dell’anno successivo, istigato dai monarchici e dagli ecclesiastici reazionari – e poi armato dal viceré Francesco Pignatelli (secondo le istruzioni del re) per resistere all’invasore giacobino – e assalì la prigione in cui era detenuta. Fu dunque ammessa nel comitato costituitosi a guida di un progetto istituzionale repubblicano appoggiato da borghesi e nobili progressisti che sollecitava l’intervento militare francese allo scopo di porre fine alla disordinata insurrezione popolare, la quale aveva obbligato l’arcivescovo della capitale a consentire una processione delle reliquie del santo patrono Gennaro, invocante protezione proprio dai Francesi in arrivo. I quali, superando l’esercito borbonico sotto il comando dell’Austriaco von Mack e la resistenza dei lazzari, giunsero a Napoli il 23, dopo che i repubblicani, fra cui la de Fonseca, tra il 19 e il 20 gennaio 1799 avevano preso la strategica fortezza di Sant’Elmo; di fronte al cui spiazzo il 21, piantato l’albero della libertà, fu solennemente proclamata la «Repubblica Napoletana una ed indivisibile» (circostanza nella quale lei lesse nella pubblica esultanza un suo “Inno alla libertà” – andato perso – composto nel corso della sua recente prigionia). Il 24 il generale Championnet, che guidava i Francesi, rese omaggio al patrono, che – si disse poi – aveva fatto un miracolo d’approvazione della loro presenza sciogliendo il suo sangue non appena questi erano arrivati. La de Fonseca giudicò inadeguato il disinteresse del nuovo governo verso tali risvolti religiosi degli eventi: non sostenne un abuso della credulità popolare di contro alla negativa critica illuministica della religione, bensì l’opportunità di innescare un meccanismo di avvicinamento tra la base proletaria e la nuova classe dirigente repubblicana favorito da una partecipazione personale di quest’ultima ai riti religiosi, che segnasse una discontinuità con la tradizione di assenza del monarca alla processione del patrono. Durante il periodo della repubblica diede vita al Monitore napoletano, un periodico a stampa che diresse, di cui furono pubblicati 35 numeri tra il 2 febbraio e l’8 giugno del ’99 (usciva di martedì e di sabato), che fu un obiettivo e indipendente veicolo d’informazione sopra le vicende della Repubblica partenopea. Benedetto Croce così si espresse al riguardo: «Il Monitore va rapido e diritto, tutto assorto nelle questioni essenziali ed esistenziali, che si affollarono in quei pochi mesi, i quali, per intensità di vita, valsero parecchi anni». Critica in merito agli eccessi della Rivoluzione francese (il cosiddetto Terrore), una delle sue aspirazioni fu quella di raggiungere a scopo pedagogico la base popolare ignorante e analfabeta (proponendo ad hoc l’uso del dialetto), soggetta all’azione di fattori ambientali e processi sociali dell’ancien régime che producevano reazioni favorevoli ai sostenitori della monarchia, effetti collaterali che a suo avviso erano da sradicare attraverso la diffusione di una corretta conoscenza degli avvenimenti. A servizio di ciò fu pure il suo sostegno a la sua partecipazione al progetto della sala d’istruzione pubblica (luogo e occasione di discussione). Lei, che posteriormente alla liberazione aveva voluto sopprimere la preposizione nobiliare “de” dal proprio cognome, nel Monitore in tal modo esprimeva la sua amareggiata riflessione: «Qual biasimevole contrasto opponete ora Voi a’ vostri avoli de’ tempi del gran Masaniello! Senza tanto lume di dottrine e di esempj, quanti ora ne avete, diè Napoli le mosse, proseguirono i vosti avoli, insorsero da per tutto contra il dispotismo, gridarono la Repubblica, tentarono stabilir la democrazia, e per solo ragionevole istinto reclamarono i diritti dell’Uomo. Ora proclamano l’uguaglianza, e la democrazia i nobili, la sdegnano le popolazioni!». Quasi tutti i soldati francesi presenti sul territorio napoletano nel maggio del ’99 furono costretti dal contesto delle movimentate vicende di quell’epoca a spostarsi in Alta Italia, di fatto abbandonando l’appena nata repubblica alla sua debolezza. Infatti di lì a poco, sostenute dall’azione inglese di bombardamento navale costiero, sopraggiunsero nella capitale il 13 giugno le rozze e selvagge milizie di popolo – denominate esercito della santa fede – raccolte dal «cardinale mostro (come lo definì la de Fonseca)» Fabrizio Ruffo di Bagnara che era stato incaricato di riprendere il controllo dei domini continentali. Alla marchesa repubblicana, che aveva trovato riparo a Castel Sant’Elmo, si era prospettata la possibilità dell’esilio: tuttavia col ritorno del governo dei Borboni (che avevano avuto modo di avere fra le mani il suo periodico) a luglio la parola data, pure nei confronti di altri al momento della resa dei repubblicani, non fu mantenuta, eccettuati i Francesi, a causa dell’ammiraglio Nelson e degli Inglesi che li appoggiavano (primo ministro borbonico era ormai da qualche anno John Acton). E, con questi, venne incarcerata: fu prelevata dalla nave che l’avrebbe portata in salvo. Nel processo intentatole fu emessa a suo carico il 17 agosto una sentenza di condanna all’impiccagione per tradimento, di cui ella chiese – iusto iure (di nobiltà, riconosciuto nel 1778), che le fu indebitamente negato – la commutazione della forma in decapitazione mediante scure. Intorno alle 14:00 del 20 agosto nella piazza del mercato di Napoli, preso un caffè e dette le parole di Enea «Forsan et haec olim meminisse iuvabit (Forse un giorno farà piacere ricordare anche questi avvenimenti; Eneide I, 203)», salì sul patibolo dove fu uccisa ultima insieme ad altri sette condannati (tra cui un principe, un duca, un vescovo e un sacerdote semplice). Il suo cadavere rimase esposto fino a sera al macabro scherno della bestiale ignoranza dei più, i quali avrebbero preteso che prima di morire inneggiasse al re e da cui provengono questi versi di dubbio gusto: «’A signora ’onna Lionora / che cantava ’ncopp’ ’o triato [=sopra il teatro], / mo’ abballa mmiez’ ’o Mercato. / Viva ’o papa santo / ch’ha mannato e cannuncine / pe’ caccià li giacubine. / Viva ’a forca ’e Mastu Dunato! / Sant’Antonio [scelto patrono alternativo al filofrancese san Gennaro] sia priato [=pregato]!»; versi ai quali replicò il cantante Eugenio Bennato, due secoli dopo, con un brano dal titolo “Donna Eleonora”. La salma fu infine tumulata in una vicina chiesa intitolata a Santa Maria di Costantinopoli, che verrà successivamente abbattuta facendo così perdere le tracce dei suoi resti. Vincenzo Cuoco la ricordò con parole di esaltazione nel suo “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799”. È del 1986 un romanzo di Vincenzo Striano, “Il resto di niente”, da cui è stato tratto un film (2004), a lei dedicato. Ferdinando I dispose nel 1803 la distruzione di tutti gli atti dei processi contro i repubblicani del ’99, processi tramite i quali furono attuate 121 esecuzioni capitali.


Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Donne della libertà”
https://www.academia.edu/4355138/Donne_della_libertà

venerdì 1 luglio 2011

“COCÒ” NICOLOSI, BANDIERA DEL CATANIA

di DANILO CARUSO

Nicolò Nicolosi nacque a Lercara Friddi il 9 agosto 1912. Si formò calcisticamente presso le squadre giovanili della Lazio. Dalla Lazio, dove giocò due partite in serie A segnando due goal nei campionati 1930-31 e 1931-32, andò in serie C al Catania a partire dal 1932-33. In questo torneo il Catania si classificò quinto. Nel seguente del 1933-34 la formazione fu promossa in serie B, e nel 1934-35 lottò sino alla fine per la serie A contendendola al Genoa. Nell’incontro diretto, nella terzultima partita del girone di ritorno, gli Etnei conducevano alla ripresa per 2-0 (goal di Nicolosi), al termine il Genoa pareggiò sembra agevolato dagli stessi Catanesi che vollero evitare la A per questioni di bilancio. Nel 1936-37 il Catania della stella Nicolosi (noto col vezzeggiativo di “Cocò”) retrocesse in C. Dopo un mini girone di spareggi con Messina, Venezia e Vercelli, in cui tutte le squadre si erano accordate per fare gli stessi punti allo scopo di indurre la Lega calcio a non far retrocedere nessuno, la società rossoazzurra aveva lasciato liberi i giocatori per le ferie. Ma furono disposti nuovi spareggi e al Catania finì male. “Cocò” Nicolosi, che con gli Etnei aveva conseguito 56 marcature in 105 partite, disputò i due successivi tornei rispettivamente nel Napoli (serie A, 9 presenze e 2 goal) e nell’Atalanta (serie B, 23 presenze e 7 goal). Le sue segnature con i Bergamaschi gli guadagnarono una convocazione nella nazionale universitaria. Ritornò al Catania, che aveva riconquistato la B, nel 1939-40 (totalizzando 23 presenze e 3 goal). A causa della guerra la compagine catanese era posta in campionati di serie C. Successivamente giocò singole stagioni nell’Atalanta (serie A, 5 presenze e 1 goal), nel Vigevano, nel Saronno, nel Rovigo e nella Frattese. Nicolosi fece ritorno definitivamente nella squadra etnea nel 1946-47 concludendovi la carriera di giocatore nel 1948-49, campionato in cui fu ottenuta una promozione in B a tavolino dopo lo spareggio perso sul campo con l’Avellino: con un escamotage, di cui lo stesso Nicolosi con un altro calciatore rossoazzurro fu protagonista, in una birreria catanese si riuscì a far rivelare a un giocatore avellinese notizie di illeciti a carico della sua società sportiva mentre rappresentanti delle forze dell’ordine nascosti ascoltavano. “Cocò” Nicolosi proseguì la sua carriera nel mondo del calcio come allenatore: già nel 1947-48 da calciatore era subentrato a Giovanni Degni nella guida tecnica del Catania classificatosi poi primo in serie C. Allenò varie squadre: il Ragusa, nel 1951-52 tra i dilettanti vincendo il campionato; l’Acireale nel 1955-56, nella promozione siciliana, gli subentrò Jozsef Banas; la Salernitana, nel 1958-59, 18ma nel girone B di serie C; l’Enna, vincendo il torneo di 1a divisione; il Pisa; il Modica; il Gela. Ridivenne allenatore del Catania un’ultima volta nel 1957-58 in B (fu il terzo di quattro in quell’annata). Si occupò in seguito del settore giovanile della società rossoazzurra per più di un decennio. “Cocò” Nicolosi morì a Catania il 3 maggio 1986.


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