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mercoledì 2 ottobre 2013

LA PEDAGOGIA PREVENTIVA DI SAN GIOVANNI BOSCO

di DANILO CARUSO

Durante l’adolescenza Don Bosco (1815-1888), rimasto orfano del padre a due anni – prima di iniziare gli studi seminarili – lavorò da bracciante per sostenere la propria famiglia, che era di origini contadine. Fu ordinato sacerdote nel 1841.
Seguì l’insegnamento di san Giuseppe Cafasso (1811-1860), un sacerdote che ne incoraggiò la vocazione all’apostolato presso i giovani, vocazione a cui Don Bosco aveva mostrato inclinazione sin da bambino.
L’esperienza di visita delle carceri torinesi lo fece molto riflettere. Fu così che nel 1841 aprì un “oratorio”: un centro in cui impartire ai ragazzi lasciati nella trascuratezza dalla società un’iniziale formazione scolastica.
L’oratorio “san Francesco di Sales”, trasferitosi dal 1846 nel quartiere di Valdocco sempre a Torino, cominciò a crescere con l’aggiunta di un ricovero stabile e articolando la sua proposta formativa (che spaziava dal professionale all’umanistico-religioso). L’idea di “Valdocco” fu presa ad esempio in tutto il mondo civilizzato a partire dalla seconda metà del XIX sec.
Il credo pedagogico di Don Bosco trasparisce dai suoi numerosi scritti: vi si trovano pure delle opere biografiche, tra le quali emerge per l’eccezionale virtuosità del modello additato all’imitazione quella di san Domenico Savio (1842-1857), che era stato suo allievo.
La morale e le norme comportamentali in società erano molto curate.
L’opera pubblicata nel 1877 col titolo “Il sistema preventivo nella educazione della gioventù” può considerarsi un manifesto programmatico.
Don Bosco combatté contro il relativismo dei valori, per lui «la fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità (Giovanni Paolo II / FIDES ET RATIO)».
A questo atteggiamento coniugava l’amore per il prossimo come strutturale aspetto metodologico.
Tutti gli uomini hanno il diritto al benessere nella sfera mondana attraverso la possibilità di svolgere un’attività lavorativa, per la quale Don Bosco preparava e avviava i giovani. L’obiettivo finale rimane però comunque la salvezza dell’anima da conseguire con un adeguamento personale quanto più perfetto alle virtù cristiane.
Per questo motivo la religione cattolica e le sue pratiche sacramentali svolgono una parte integrante nella formazione degli adolescenti.
La via della “prevenzione” era il solco in cui coltivare le nuove generazioni ed in cui l’educatore salesiano da costante assistente avrebbe dovuto ricondurre le deviazioni, perché la “repressione” non produce frutti.
Don Bosco raccomandava di seguire attentamente e ovunque gli allievi, sottolineava che «il sistema preventivo rende amico l’allievo, che nell’assistente ravvisa un benefattore, che lo avvisa, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore».
La società con i suoi assetti e le sue problematiche è molto cambiata dai tempi in cui visse san Giovanni Bosco nell’Ottocento. In quell’epoca molta era la gioventù che rimaneva senza un’istruzione elementare e che veniva anche sfruttata dal mercato del lavoro industriale e agricolo.
Tantissimi sono stati i giovani impiegati come manodopera nelle imprese perché la propria famiglia non poteva mantenersi economicamente.
In questo clima diseducativo bambini e ragazzi, spesso e volentieri maltrattati come bestie, maturavano una coscienza sociale e di sé così insufficiente al punto di dare molto presto, in un secondo momento, alimento ai risvolti negativi che imperversavano in quegli ambienti di scarsa acculturazione e di miseria materiale e spirituale.
La “pedagogia preventiva” di don Bosco volle intervenire in quella direzione proponendo il miglioramento delle condizioni di partenza dello sviluppo individuale del fanciullo attraverso varie forme di assistenza e di recupero.
Oggigiorno anche se la qualità della vita è mutata il principio di quel “metodo preventivo” non ha perso valore, sia che esso venga inteso nella maniera di Don Bosco in cui la religione cattolica ne è parte integrante sia che in assoluto (o laicamente) lo si intenda nel senso di semplice programma pedagogico di prevenzione. Sostanzialmente queste due sfumature possono essere anche separate dall’abisso metodologico e radicale che intercorre tra una visione spiritualista e una materialista della realtà, per questo motivo l’insegnamento della Chiesa ne può diventare discriminante fondamentale ma non integralista, in modo da dare pure ai non cattolici la possibilità di identificarvisi nella difesa dei grandi valori.
Non si deve dimenticare che la ragione che alberga in ognuno è quella infusa dallo stesso Dio e che unisce gli uomini nello stesso linguaggio.
I problemi dei giovani del nostro tempo nei paesi ricchi sono diversi da quelli di un comune ragazzo del XIX secolo, purtroppo nei paesi poveri sono rimasti perlopiù gli stessi.
Occorre intervenire, questo è l’insegnamento cui richiama Don Bosco.
I disagi che i giovani contemporanei della civiltà dell’opulenza affrontano sono un effetto collaterale del benessere causato da lacune pedagogiche. Essere abituati a ottenere, a volte scriteriatamente, più o meno tutto li spinge ad andare oltre, e su questo fenomeno si innestano le problematiche delle devianze che hanno come causa anche la base opposta del malessere.
Don Bosco ripropone il modello di una ponderata educazione in un ambiente quantomeno di equilibrato benessere.
È compito della società politica provvedere direttamente in favore di quelle categorie giovanili che versano in disagi per garantire un futuro onesto e dignitoso.