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sabato 29 gennaio 2011

LO ZOPPO DI GANGI A LERCARA FRIDDI

di DANILO CARUSO

Un inventario, datato 5 febbraio 1606, stilato dietro disposizione della curia palermitana dopo la morte del barone Baldassare Gomez de Amezcua (1561-1604), riguardante i beni esistenti nel neonato comune di Lercara, annoverava tra l’altro la presenza nel suo territorio di otto tele dello Zoppo di Gangi. Queste le parole, nel sermo vulgaris dell’epoca, che hanno rappresentato la base per il mio studio di individuazione di alcuni di quei dipinti: «DECI QUATRI IN OGLIO GRANDI QUALI DETTO CONDAM LASCIÒ IN POTIRI DEL ZOPPO DI GANGI LUNO DELLA CIRCONCISIONE A L’ALTRO DI NOSTRO SIGNORE INMEZO DI DOTTORI. IL QUALE PITTORE TIENE DI CAPARRO DATOCI DI DETTO CONDAM VINTI PATACCHI DELLI QUALI QUATRI SI FA MENTIONE NELLO TESTAMENTO DI DETTO CONDAM (brano tratto da “G. Mavaro / Lercara Friddi Città Nuova vol. I / Palermo 1984, pag. 46”)». In parole povere: a Lercara c’erano otto quadri dello Zoppo di Gangi, due altri commissionati dal defunto barone non erano stati ancora consegnati. Se questi poi lo furono non lo so. Una cosa che non ha complicato il mio procedimento, anzi lo ha agevolato, è il fatto che gli Zoppi erano due. Chi ha operato la catalogazione del 1606 non si è preoccupato di distinguere: Gaspare Bazzano (1562-1630) e Giuseppe Salerno (1573-1632), nati tutti e due a Gangi, ebbero bottega rispettivamente a Palermo ed a Gangi. Nel paese natio furono allievi di Pietro Bellia di Castrogiovanni (Enna). Fisicamente il vero zoppo fu forse il primo, di cui il secondo potrebbe considerarsi un discepolo-emulatore, come testimonia l’uso dello stesso nome d’arte. L’omonimia è stata purtroppo causa di difficoltà al momento dell’identificazione dello Zoppo specifico, cosa che nel tempo ebbe a ridimensionare spropositatamente il Bazzano a vantaggio del Salerno. Non hanno agevolato una nitida distinzione pure i loro tratti stilistici in comune. Sulla base delle mie ricerche sulle chiese lercaresi di san Gregorio patriarca d’Armenia e della Madonna del rosario ho potuto procedere ad una collocazione temporale di dipinti che erano al loro interno. Nella seconda chiesa, comparsa tra il 1595 ed il 1604 per opera del barone de Amezcua, vi erano due quadri conosciuti: La Madonna con l’ostensorio e La Santissima Trinità che erano quasi sicuramente il risultato di sue commissioni a Giuseppe Salerno (adesso sono al Duomo). Che la mano sia la sua lo rende evidente una serie di raffronti stilistici da me condotti con opere certe.
a) Ne La Madonna con l’ostensorio:
1) la coppia di angioletti tra i due santi (san Pietro e san Domenico de Guzman) è simile ad analoga coppia ne Il Giudizio Universale (l’opera più matura del Salerno, alla Matrice di Gangi) posta sotto i piedi di Cristo Giudice;
2) l’espressione di questo Cristo ricalca quella del Signore ne La Madonna con l’ostensorio.
b) Ne La Santissima Trinità l’espressione ed i lineamenti della Madonna rievocano quelli della stessa ne Il Giudizio Universale.
Altri dettagli di similarità per quanto riguarda La Madonna con l’ostensorio con altre opere di Giuseppe Salerno sono i seguenti. Compaiono il nome dell’opera certa ed il particolare di somiglianza rapportato, il numero alla fine tra parentesi rimanda alla pagina del catalogo “Vulgo dicto lu Zoppo di Gangi / Palermo 1997” in cui questa compare:
1) Santa Caterina d’Alessandria: volto della santa – volto della Madonna (200);
2) Natività con il Trionfo dell’Eucaristia: ostensorio (comunanza di raggi ondulati) (214);
3) Madonna delle Grazie con le sante Chiara e Agnese: volto di santa Chiara – volto della Madonna (244).

La Madonna con l’ostensorio
 
La Santissima Trinità

A san Matteo, sempre a Lercara Friddi, è posta una tela la quale non avendo un chiaro nome invalso ho denominato Il sacrificio di Cristo. Il santo raffigurato sulla destra a mezz’altezza, a mio avviso, non è san Matteo, benché il quadro sia all’altare principale: ipotizzo che quel posto lo abbia meritato piuttosto per la rappresentazione di anime purganti nella parte bassa. Ho attribuito pure questo a Giuseppe Salerno. La Chiesa del purgatorio (o di san Matteo) è posteriore sia a questo dipinto che alla Chiesa del rosario, essendo della seconda metà del ’600. San Matteo fu sede dell’arcipretura a Lercara prima della costruzione del Duomo, dopo che questa fu trasferita dalla Chiesa del rosario verosimilmente con la tela in oggetto. Dato che ne La Madonna con l’ostensorio c’è un santo spagnolo, san Domenico de Guzman, come Spagnolo era il barone de Amezcua, si può ipotizzare che il santo di cui si cerca un’identificazione abbia a che fare, per motivi campanilistici del de Amezcua, con la Spagna: quando l’opera fu dipinta, tra gli ultimissimi anni del Cinquecento ed i primissimi del Seicento, a Lercara non c’erano gli Scammacca (né tanto meno Matteo Scammacca, per il cui ricordo si dice che la Chiesa del purgatorio sia stata intitolata a san Matteo), quindi escluso l’evangelista penso a san Giacomo il Maggiore le cui reliquie si vogliono siano a Santiago de Compostela. Tra i suoi vari patronati ci sono i raccolti e la cavalleria dell’esercito spagnolo, e non va trascurato che è patrono di Spagna. Il sacrificio di Cristo fa il paio con La Santissima Trinità per quanto riguarda il tema. La simbologia trinitaria è presente anche ne La Madonna con l’ostensorio, ma qui al posto di Gesù c’è l’ostensorio (contenente l’ostia consacrata che è il corpo di Cristo). La Trinità e la Madonna compaiono in tutti questi tre dipinti con rilevanti somiglianze teologiche e stilistiche, quest’ultime più marcate nelle prime due tele: il volto di Maria ne Il Sacrificio di Cristo rievoca fortemente lo stile di quello ne La Santissima Trinità (cambia solamente l’angolazione), e quello di quest’ultimo ricalca l’analogo nel Giudizio universale. Anche lo stato di conservazione è lo stesso. Penso, per un principio di analogia, che Il Sacrificio di Cristo provenga pure dalla scomparsa chiesa della Madonna del rosario.

Il sacrificio di Cristo

In un altro edificio sacro, quello di san Gregorio patriarca d’Armenia, edificato a fine ’500 per iniziativa del barone Leonello Lercaro, era il dipinto di San Gregorio patriarca d’Armenia con la Madonna. È custodito dal 1850 in san Matteo dopo essere transitato per san Gregorio Taumaturgo “lo Novo” (di queste tre chiese cattoliche citate, scartando san Matteo che è sempre stata di rito latino, presumo che le altre due fossero di rito greco). È credibile che lo stesso barone Lercaro – un emigrato genovese, di famiglia originaria dell’Armenia – abbia commissionato l’opera riconducibile al pittore Gaspare Bazzano (1562-1630), il meno giovane ed il meno noto tra i due contemporanei artisti. Un nutrito schema di confronti che ho curato dimostra valida l’attribuzione. È formalmente analogo al precedente su Giuseppe Salerno:
1) Epifania: abbigliamento del magio di destra – abbigliamento dell’angelo (141);
2) Madonna dell’Itria: volto del calogero di sinistra – volto di san Gregorio patriarca d’Armenia (143);
3) San Raimondo di Pennafort: le lettere V, T, Æ, etc. (151);
4) Il matrimonio mistico di santa Caterina: a) volto, braccio, mano destra della Madonna – idem, b) Gesù Bambino – angelo col copricapo (158);
5) Morte di sant’Onofrio: volto d’angelo sul centrosinistra – volto della Madonna (162);
6) Trinità con i santi Francesco di Paola e Biagio: volto di san Francesco – volto san Gregorio patriarca d’Armenia (166);
7) San Francesco consolato dagli angeli: mano destra di san Francesco – mano destra di san Gregorio patriarca d’Armenia (168);
8) L’apparizione della Vergine e san Carlo Borromeo: volto della Madonna – idem (172);
9) Madonna degli angeli e i santi Caterina d’Alessandria, Francesco, Andrea, Maria Maddalena: figura della Madonna (abbigliamento e colori) – idem (176);
10) Madonna degli angeli e i santi Giovanni Battista, Placido, Benedetto, Mauro e Caterina d’Alessandria: come sopra (178);
11) Madonna degli angeli con i santi Chiara, Francesco, Antonio e Pietro d’Alcantara: a) come sopra, b) volto di santa Chiara – volto della Madonna (180);
12) Santa Barbara e santa Lucia: volti delle sante – volto della Madonna.

Nel quadro è presente un testo che è la riproposizione di un pensiero di san Basilio Magno contro l’arianesimo: «VNVS DEVS PATER VERBI VIVENTIS CONSISTENTI SAPIENTIÆ ET VIRTVTIS ET CHARACTERIS ÆTERNI PERFECTVS PERFECTIGENITOR PATER FILII VNIGENITI»; traduzione: «C’è un solo Dio, Padre del Verbo vivente, (Padre) per colui che è dotato di sapienza, virtù ed eternità; Generatore privo di nulla, Padre del Figlio Unigenito». Di quale specifico patriarca d’Armenia si tratti non mi è facile dire: le mie ipotesi sono comunque circoscritte a san Gregorio I (“l’Illuminatore”, meglio conosciuto come “san Gregorio Armeno”) e a san Gregorio II (detto “l’amico dei martiri”).

San Gregorio patriarca d’Armenia con la Madonna

Ancora nella chiesa di san Matteo si trova la tela raffigurante I santi Anna e Gioacchino con la Sacra Famiglia: vi fu portata ad inizio ’800 dalla cadente chiesa di sant’Anna, che ritengo potesse essere di rito cattolico-orientale. L’esame del dipinto mi fa vedere uno stile simile a quello di Leonardo Bazzano (1588-1615; figlio di Gaspare) e a quello del tardo Giuseppe Salerno.

I santi Anna e Gioacchino con la Sacra Famiglia

Tutte e cinque le opere lercaresi esaminate sono rimaste anonime presumibilmente perché il ridimensionamento passato ne ha fatto saltare la parte contenente la firma. Le mie attribuzioni, delle quali ha poi parlato anche il Giornale di Sicilia, sono state operate nel 2002 con l’eccezione di quella de Il sacrificio di Cristo che è del 2004.




dal GIORNALE DI SICILIA (edizione per la provincia di Palermo)

29 marzo 2006
26 aprile 2006

22 novembre 2007

12 marzo 2008

17 settembre 2008

venerdì 28 gennaio 2011

IL FASCISMO A LERCARA FRIDDI

di DANILO CARUSO

La locale sezione dei “fasci di combattimento” nacque nel 1920 (un anno dopo la nascita ufficiale del movimento) ad opera dell’ingegner Giuseppe Caruso, che ne divenne il segretario (costui era cognato di Alfredo Cucco allora segretario provinciale). Per alcuni anni gli esponenti del gruppo che faceva riferimento al non fascista Andrea Finocchiaro Aprile con la loro azione politica intralciarono e rallentarono la marcia di affermazione del fascismo a Lercara. Nell’agosto del 1921 fu eletto dal consiglio comunale il primo sindaco fascista nella persona dell’avvocato Francesco Salerno, che si dimise nel febbraio del ’24 dietro disposizione di partito; a maggio si dimise anche il consiglio. Questi comportamenti ottennero il loro scopo: il commissariamento da parte del prefetto per eliminare un’amministrazione non integralmente fascista. Le elezioni comunali si svolsero poi in tempi propizi nel dicembre del ’25: sindaco fu eletto il fascista Simone Teresi (un medico originario di Alia che diverrà il primo podestà).
Nel frattempo dopo la visita del capo del governo Benito Mussolini in Sicilia nel maggio del ’24 Lercara fu tra i comuni della provincia di Palermo uno dei più solleciti ad accogliere l’invito dell’on. Cucco a concedere al duce del fascismo la cittadinanza onoraria, visita che peraltro un anno prima – fra i molti enti siciliani – aveva auspicato con un comunicato ufficiale.
Durante questo soggiorno quando Mussolini si era recato in treno il 7 maggio da Palermo verso i Nebrodi e le Madonie alla partenza, alla stazione, tra i tanti altri, c’erano stati dei rappresentanti dell’Associazione nazionale ferrovieri fascisti provenienti da Lercara.
La mattina del giorno precedente nell’atrio dell’Istituto dei mutilati di san Lorenzo Colli sempre a Palermo aveva rincontrato un Lercarese là ospitato suo ex compagno al fronte nella Grande guerra: questi, di nome Falletta, gli si era accostato durante degli applausi di accoglienza e gli aveva rammentato di essere stati entrambi militanti nell’undicesimo reparto dei bersaglieri sull’Isonzo.
E nel pomeriggio di quel medesimo giorno fra i presenti alla visita del duce all’Istituto dell’infanzia abbandonata era stato un altro lercarese, l’avvocato Gaetano Furitano (1869-1939, figlio di Marcello e fratello di Gioacchino): fu negli anni ’10 / ’20 consigliere comunale a Palermo in più mandati ed assessore (nel 1907-10 anche sindaco di Lercara).
Al di là dell’ordinaria amministrazione diverse furono le opere del fascismo a Lercara.
Il monumento ai caduti (1922), il cosiddetto “bastione” ed i marciapiedi di corso Giulio Sartorio furono tra le prime.
Nel 1928 la lapide con inciso il proclama della vittoria del generale Diaz fu apposta su una parete della sala consiliare di Palazzo Palagonia (sarà spostata altrove nel 1982).
Il complesso da adibire a macello pubblico fu acquistato dal comune nel 1928 per L. 28.000.
Nel 1929 il podestà Errante si adoperò perché fosse individuato un lotto di terra su cui costruire il “Campo sportivo del littorio”. Ne fu trovato disponibile uno sul piano Giglio (quello stesso in cui si trova lo stadio attualmente) e fu stipulato un contratto di enfiteusi col proprietario: il comune si impegnava a pagare anticipatamente un canone di L 1.800 all’anno a partire dal 1930 fin quando le sue disponibilità non gli avessero consentito di acquisirlo liberamente.
L’amministrazione comunale fascista prestò molta attenzione al settore musicale del dopolavoro per il quale fu istituita e sovvenzionata un’apposita scuola locale nel 1933 (nella quale, fra gli altri, si formò il celebre Maestro Pietro Lo Forte emigrato nel 1937 in Argentina).
La prima villa nell’attuale piazza Umberto I fu quella comparsa nel 1936-37 (ideata dall’ingegner Martelli, segretario del Partito nazionale fascista a Lercara); dopo la vittoria nella seconda guerra d’Etiopia (cui parteciparono alcuni lercaresi) nel gennaio del ’37 il podestà Nicolosi volle che questa piazza con la villa fosse dedicata a memoria di ciò: per cui divenne Piazza dell’impero (la denominazione di piazza Umberto I prese il posto di quella di Piazza del duomo, luogo in cui si trovava il busto del “re buono”: la toponomastica ritornerà allo status quo dopo la caduta del fascismo).
Un palco fatto di cemento armato fu impiantato nella seconda metà degli anni ’30 al centro dell’ampio spazio da marciapiede di fronte alla Matrice: destinato ad ospitare le esecuzioni musicali, venne rimosso alla fine della seconda guerra mondiale, essendo sindaco Giuseppe Scarlata, con l’uso di esplosivo. Il suo prospetto era alto un paio di metri, alle spalle aveva una scalinata a doppia corsia che permetteva di salire e scendere, di sopra c’erano strutture per innestare delle bandiere.
La costruzione del villaggio per i minatori iniziò negli anni ’40 (fu completato nel 1945).
Attraverso i fondi del legato di Agostino Rotolo in favore dell’erezione di un ospedale civico – quando la rendita lo avesse consentito – fu aperto un pronto soccorso.
Si tramanda che alla fine degli anni ’30 dei saggi di ricerca svoltisi in contrada Pettineo avessero rinvenuto la presenza di petrolio e metano.
Riguardo al problema che il quartiere Santa Rosalia ed il cimitero si trovassero al di fuori della circoscrizione del paese e che questa fosse di dimensioni ridotte, i podestà avanzarono in due momenti delle richieste di ampliamento; sottolineando pure che la mancanza di introiti, per il fatto che Lercaresi lavoratori e possessori di terreni operassero e pagassero le tasse in altri comuni, impedisse di attuare opere di pubblico bisogno: era pertanto necessario aggregare queste aree interessate alla circoscrizione lercarese al fine di rimuovere gli ostacoli allo sviluppo del benessere di Lercara.
Infatti nel 1939, dopo che Mussolini nel suo secondo viaggio in Sicilia nell’agosto del ’37 aveva inaugurato l’acquedotto di Montescuro, la mancanza di un impianto idrico urbano adeguato (protrattasi a causa della guerra negli anni successivi: l’Ente acquedotti siciliani nacque nel 1942) non consentì (sino al ’47) l’allacciamento alla rete interna della locale cisterna per la raccolta dell’acqua collegata a questo nuovo invaso. Nel 1937 il podestà Nicolosi aveva chiesto la concessione alla Cassa depositi e prestiti di due mutui rispettivamente di L 1.050.000 e di L 350.000 per la realizzazione di una nuova rete urbana idrica e fognaria. In quello stesso anno la sistemazione di un tratto della strada provinciale che allora passava per corso Giulio Sartorio e via regina Elena comportò il rifacimento del manto stradale e della fognatura in queste vie.
La prima richiesta di variazione circoscrizionale è del 1928 (podestà Errante) e coglieva la possibilità che nel periodo marzo ’27 / marzo ’29 il governo potesse derogare al precedente quadro normativo per questa materia con un decreto.
La seconda è del 1936 (podestà Nicolosi) e faceva riferimento ad una legge del ’34 che consentiva modifiche territoriali a vantaggio dei comuni che si trovassero in qualche disagio.
In entrambi i casi il progetto proposto al governo fu lo stesso. Lercara, la cui superficie si estendeva per 37,27 km2 chiedeva di annettere queste aree da alcuni paesi circostanti:
1) da Castronovo (con un territorio di 199,91 km2): da una parte le contrade A) Colobria, Riena e San Luca (per 27,75 km2), e dall’altra le contrade B) Mendolazza, Coste, Fiumetorto (per 12,62 km2);
2) da Prizzi (con un territorio di 95,05 km2) le contrade C) Parricella, Cozzo Parrini, Germusaria, Acqua di argento (per 7,91 km2);
3) da Vicari (con un territorio di 85,74 km2) le contrade D) Pettineo, Serre, Gerbina, Trinità, Pergola, Margana, Rocca Rossa, e parte di Manganaro (per 41,97 km2).
L’accrescimento della circoscrizione sarebbe stato del 242,15 %, equivalente a 90,25 km2. I comuni espropriati più pesantemente non sarebbero risultati danneggiati di fronte a proprie esigenze minori: i dati relativi alla popolazione di questi paesi e alla quantità di spazio per abitante chiariscono ancor di più la situazione in quell’epoca. Nessuna delle due richieste sortì alcun effetto.

1928
paese
unità
abitative
m2 per abitante
Lercara
10.876
3.426,8
Castronovo
5.286
37.818,7
Prizzi
10.017
9.488,8
Vicari
3.776
22.706,5

1936
paese
unità
abitative
m2 per abitante
Lercara
11.137
3.346,5
Castronovo
5.289
37.797,3
Prizzi
9.920
9.581,6
Vicari
4.145
20.685,1

Il Distretto militare di Palermo a causa del bombardamento della città avvenuto nella seconda guerra mondiale fu dall’aprile 1943 trasferito a Lercara Friddi presso i locali dell’allora Plesso scolastico Umberto I (oggi denominato Sartorio): i lanci di bombe colpirono leggermente pure il paese provocando qualche morto.
Dopo lo sbarco in Sicilia degli Alleati giunsero a Lercara di prima mattina il 21 luglio di quell’anno i soldati della VII armata degli Stati Uniti: il convoglio – che da sud si dirigeva verso il capoluogo regionale – era guidato da un mezzo su cui si trovava un militare con un mitra e la bandiera americana.
In questo conflitto caddero sul campo sessanta soldati lercaresi. Due furono decorati con medaglia prima che fosse stipulato l’armistizio: Filippo Vicari (1904-1942) con l’argento e Gioacchino Catalano (1915-1945) col bronzo. Un altro giovane originario di Lercara, il partigiano Ermando Decio Maciocio (1923-1944), ucciso in uno scontro con dei soldati italiani della Repubblica sociale, ricevette postuma nel 1950 la medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza. Rimase vittima invece dei partigiani, nel territorio della RSI, il Lercarese Vitale Vella (1925-1944): era entrato nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale prima della caduta del fascismo e poi nella Guardia nazionale repubblicana.
Si raccontava in passato una storiella (che se avesse avuto i requisiti dimostrativi necessari sarebbe stato un evento storico) secondo cui negli anni del secondo conflitto mondiale il re imperatore si fosse fermato, di passaggio, a Lercara, e per giunta a consumare qualcosa in un bar: Vittorio Emanuele III venne effettivamente  in Sicilia in quel periodo, ma qui in paese una sosta in generale del sovrano senza nessuna concreta prova, specialmente così narrata poco compatibile con la realtà, non può essere giudicata storicamente attendibile. Tucidide nel I libro de “La guerra del Peloponneso”, laddove parla di rigore metodologico, dice che «non ci si può ciecamente affidare alla prima testimonianza che s’incontra, perché gli uomini, persino nelle cose del proprio paese, accolgono senza controllo le tradizioni orali sul passato».



LA TOPONOMASTICA CREATA DAL FASCISMO A LERCARA FRIDDI: QUELLA RIMASTA…

1925 - a) via Ludovico Germanà (1872-1925, politico locale ed esponente fascista)
1928 - b) via Armando Diaz
c) via Francesco Salerno

… E QUELLA SCOMPARSA DOPO LA SUA CADUTA.

In epoca fascista d) piazza Abate Romano fu intestata a Luigi Razza (politico fascista morto in un incidente aereo); dal 1937 e) piazza Duomo fu piazza Umberto I, f) piazza Umberto I fu Piazza dell’impero.



DATI ELETTORALI DELLE ELEZIONI POLITICHE
A LERCARA FRIDDI DAL 1924 AL 1934
1924 (6 aprile)
Lista nazionale 694 voti (fascisti e liberali di Vittorio Emanuele Orlando)
Lista scudo 20 voti (cattolici di Don Sturzo)
Lista fiaccola 43 voti
Lista bilancia 96 voti
Lista cavallo 728 voti (nittiani di Andrea Finocchiaro Aprile)
1929 (24 marzo)1
elettori iscritti 2.008
votanti 1.939
sì 1939 voti
no 0 voti
1934 (25 marzo)1
elettori iscritti 1.965
votanti 1.941
sì 1941 voti
no 0 voti

1 Si votava a scrutinio segreto in cabina pro o contro una lista predisposta di parlamentari per la Camera dei deputati, il Senato era di nomina regia. Nel 1939 entrò in funzione la nuova Camera dei fasci e delle corporazioni i cui componenti erano eletti su base corporativa.



SINDACI, PODESTÀ, COMMISSARI PREFETTIZI
DI LERCARA FRIDDI DAL 1921 AL 1943
28-8-1921/8-2-1924
Francesco Salerno
feb. 1924 /29-4-1924
Pagano Rizzo (comm. pr.)
30-4-1924/9-1-1926
Francesco Matranga (comm. pr.)
10-1-1926/27
Simone Teresi (primo podestà)
1927-28               
Zingales
1928-29               
R. Errante
1930
Luigi Nicolosi
1930 ago.-ott.
Gioacchino Germanà (comm. pr.)
1931-39               
Luigi Nicolosi
1940 gen./1941 giu.
G. Sinatra (comm. pr.)
1941 giu.-nov.
A. Giordano (comm. pr.)
1941 nov./1943 feb.
Luigi Nicolosi
1943 feb.-ago   
(comm. pr.)
1943 ago.-set.  
Paci (ultimo della serie con la gestione podestarile)







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domenica 23 gennaio 2011

SANT’ANNA

LE CHIESE SCOMPARSE DI LERCARA FRIDDI (4)

di DANILO CARUSO

Il posto in cui sorgeva la costruzione.
Esisteva a Lercara Friddi una chiesa intitolata a sant’Anna di cui si era persa memoria della comparsa. È stato impegnativo cercare di ricostruirne la storia avendo inizialmente non molte informazioni: conoscevamo la denominazione e sapevamo che all’inizio dell’Ottocento di questo edificio, che sorgeva in uno spazio a ridosso di Palazzo Caruso sull’attuale via sant’Anna (tratto che ne ha ereditato il nome), rimaneva un muro (lato est) con un quadro appeso (oggi al posto della chiesa c’è una piccola area di parcheggio). Negli anni ho poi scoperto la notizia di una sepoltura al suo interno nel 1703 (registro parrocchiale dei defunti 1703/34), di una suora («Geltruda Marascia») morta all’incirca ottantenne («annorum 80 circiter»), che fissava un terminus ad quem di conferma della bontà della mia analisi precedente. Il culto alla madre della Vergine è di matrice orientale e nel Cristianesimo occidentale venne accolto con un relativo ritardo (l’inserimento nel martirologio è del 1378, e nel calendario la ricorrenza festiva del 26 luglio decorre dal 1584). Una devozione a sant’Anna doveva essere propria di chi avesse avuto nel ’600 un sentire religioso di ispirazione cristiano-orientale. Alcuni patronati di sant’Anna, tutelare delle madri per quanto attiene alla maternità, al parto, alla sterilità, mi fecero pensare che fosse stata una donna ad ideare l’edificazione della chiesa. Dall’esame della tela espostavi (raffigurante i santi Anna e Gioacchino con la Sacra Famiglia) notai uno stile accostabile a quello di uno di questi pittori siciliani: Leonardo Bazzano (1588-1615), l’ultimo Giuseppe Salerno (1573-1632; inteso lo Zoppo di Gangi). Può darsi fosse di uno dei due o di un terzo contemporaneo, ma in ogni caso il dipinto mi parve ascrivibile – tenendo conto anche dello stato di conservazione – alla prima metà del ’600. Quindi tela del ’600, chiesa quanto meno pure.


I SANTI ANNA E GIOACCHINO CON LA SACRA FAMIGLIA


Se all’inizio dell’Ottocento c’era un muro (con il quadro appeso) questo significava che gli altri tre erano forse crollati, ed il fatto che fossero scomparsi richiedeva una causa. Un crollo o una rimozione diretta, non una frana o un evento sismico: l’incuria copre ciò che non interessa. Ritenni che la tela in quanto arredo sacro non fosse stata abbandonata dai fedeli a lungo (venne portata all’epoca in san Matteo dove si trova tuttora), e se il quadro ed il muro erano là ad inizio ’800, la scomparsa della chiesa non può essere di molto anteriore. E perché sant’Anna era stata lasciata a se stessa? Essendo di sapore bizantino evidentemente interessava a pochi. La dislocazione della struttura in periferia mi  fornì utili informazioni: l’ingresso principale (lato sud) rivolto verso l’attuale corso Giulio Sartorio (allora trazzera) e la planimetria (assumendo che il muro di Palazzo Caruso che dà sull’area della chiesa sia stato incorporato da questa) suggeriscono un progetto urbanistico per Lercara successivo a quello del barone Baldassare Gomez de Amezcua (1562 ca – 1604), un tentativo peraltro andato a male. L’edificio religioso fu edificato in epoca storica, cioè dopo la concessione della prima licentia populandi nel 1595: il fatto che avesse come gradino d’ingresso (nel lato sud) un blocco di pietra che fu poi trasportato nel 1854-58 per l’edificanda sant’Alfonso da dodici uomini dimostrava l’impiego nella sua costruzione di manodopera per un contesto urbano (non per uno neanche rurale). La via d’ingresso al portato di sant’Anna a Lercara sembra essere stata una tradizione familiare dei Ventimiglia di Sicilia (originari della Liguria), i quali dal XIII sec. furono custodi del teschio della santa. Questi furono signori di Geraci Siculo, e qui nel loro castello – nella cappella palatina che diverrà dal 1311 chiesa di sant’Anna – curarono il culto della reliquia. La stessa dal 1454 ebbe sede a Castelbuono, in altra chiesa. Nella prima è posto all’altare un quadro della Natività di Maria opera di Giuseppe Salerno. Leonello Lercaro (m. 1600) aveva sposato nel 1572 Elisabetta Ventimiglia (m. 1594) e la di lei famiglia teneva sin dal  ’400 il feudo Friddi Grandi – su cui sorgerà Lercara – e dal 1508 l’attiguo Faverchi. Niente di strano che ella abbia portato una tradizione avita nel nuovo contesto familiare. Nel 1595 Leonello Lercaro (imprenditore genovese emigrato in Sicilia), dopo il fallimento delle proprie attività imprenditoriali e bancarie, diede l’unica figlia Francesca (1581-1610) in matrimonio allo Spagnolo Baldassare Gomez de Amezcua con lo scopo di ottenere la licentia populandi per Lercara: il suo obiettivo era stato in precedenza quello di dar vita ad un nuovo centro abitato che sarebbe stato il movente per la concessione del titolo di principe ai Lercari di Sicilia. Il fallimento economico gli impedì di giocare in questo piano un ruolo in prima persona, tant’è che la licentia fu concessa al genero – un alto funzionario spagnolo – cui erano andati in dote i feudi Friddi Grandi e Faverchi su cui Leonello si era dato da fare sin dalla propria investitura baronale del 1573. Per Francesca il matrimonio non fu molto felice (ricorda un po’ la madre di David Copperfield), e morto prima il padre e poi il marito questa tentò di realizzare il sogno del padre: legare alla genesi del nuovo villaggio il loro nome (non per niente fu chiamato Lercara, anche se la licentia non era stata concessa ad un Lercaro). Richiese dunque una seconda licentia populandi concessale il 9 luglio 1605. Chi poteva avere un sentire di richiamo bizantino più di Francesca Lercaro (le cui nozze erano state celebrate con rito greco, e la cui famiglia per parte ventimigliana materna era devota di sant’Anna, e per l’altra parte era originaria dell’Armenia)? Chi meglio di lei, titolare della baronia dopo Baldassare Gomez de Amezcua, poteva ideare la costruzione della chiesa? Sant’Anna calzava pure alla sua situazione (sola con due figlie: Raffaella n. 1601 ed Anna Maria n. 1604 – che coincidenza nel nome! – con due già morti in tenerissima età, Mariano ed Elisabetta). Tra l’altro Francesca nel 1606 si risposò con il cugino Ido Lercaro (m. 1628, figlio di Azzelino fratello di Leonello), barone maritali nomine sino alla di lei prematura scomparsa. Questa chiesa, secondo me costruita dopo il 9 luglio 1605, dovette essere la risposta urbanistica a quella della Madonna del Rosario ed un tentativo di urbanizzazione diverso dall’antecedente, un’urbanizzazione di marca Lercaro. Ma il subentrare alla guida della baronia degli Scammacca riportò il baricentro di sviluppo territoriale su posizioni precedenti, e la chiesa di sant’Anna rimase abbandonata (e dimenticata) fino alla sua scomparsa totale: nell’Ottocento scomparve pure l’ultimo muro. Durante gli scavi per la metanizzazione di Lercara Friddi (primavera 2004) sono venute alla luce tracce delle fondamenta del lato est della struttura (associate alla presenza di ossa dell’antica cripta): le sue dimensioni perimetrali di base dovevano essere all’incirca di m 8 nei lati sud/nord e di m 17,30 nei lati est/ovest.


Ricostruzione assonometrica della chiesa (la fascia tratteggiata indica l’area di scavo della metanizzazione). Il prospetto era sul lato sud, a destra il lato est.





Fondazioni della chiesa: dall’alto, l’angolo di sud-est (prime due immagini) e l’angolo di nord-est (terza immagine).

sabato 22 gennaio 2011

MADONNA DEL ROSARIO

LE CHIESE SCOMPARSE DI LERCARA FRIDDI (3)

di DANILO CARUSO

La Chiesa del rosario era sita in via Pucci, vicino al palazzo baronale oggi denominato Miceli; era ad una navata, con cripta. Fu chiusa all’inizio del 1931 perché il tetto era pericolante e buttata giù nella prima metà degli anni ’50. Doveva nascere dalla riedificazione di un nuovo immobile la Casa del lavoratore ideata dall’arcivescovo di Palermo cardinale Ernesto Ruffini, ma ne venne fuori nel 1977 il Centro sociale Madonna del rosario.

All’interno c’erano cinque altari.
1) In origine con questo schema: in quello maggiore LA MADONNA CON L’OSTENSORIO, in altri due LA SANTISSIMA TRINITÀ ed IL SACRIFICIO DI CRISTO (si tratta di tre dipinti), in un altro a sinistra dopo l’entrata un Crocifisso di cartapesta. Tutte queste tele sono state da me attribuite a Giuseppe Salerno (1573-1632; noto come lo Zoppo di Gangi): adesso le prime due sono al Duomo, l’ultima a san Matteo. La corretta contestualizzazione che ne ho attuato è servita anche ad individuare con precisione la fase storica di comparsa della struttura religiosa in esame: si sapeva già per certo che il barone di Lercara Friddi Baldassare Gomez de Amezcua aveva fatto erigere una chiesa (non ben individuata: v. G. Fallico Burgarella / I Lercaro e la fondazione di Lercara Friddi / Messina 1988, pag. 45) e che aveva comprato dei dipinti dallo Zoppo di Gangi (senza conoscerne però né i titoli, né se fossero ancora esistenti, né tanto meno quali eventualmente fossero tra quelli superstiti del passato).
2) Successivamente si sa di uno schema parziale di tre altari: LA MADONNA CON L’OSTENSORIO stava sempre sull’altare principale; ai fianchi della navata in altri due c’erano delle statue: san Calogero e san Michele Arcangelo (le statue si trovano ora a sant’Alfonso).

Nell’edificio furono seppellite nel 1659 la baronessa Eleonora Scammacca Gravina (moglie di Matteo Scammacca, morta a 27 anni), nel 1739 Raffaella Buglio Scammacca principessa di Lercara, nel 1763 la baronessa Sebastiana Napoli Miceli (morta a 34 anni). L’edificazione è riconducibile all’iniziativa del barone spagnolo de Amezcua (1562 ca – 4/8/1604). L’atto, che può essere circoscritto al periodo 1595-1604, è indice di un nuovo progetto di sviluppo territoriale del villaggio – evidentemente successivo a quello di Leonello Lercaro (m. 12-10-1600) – in seguito alla concessione al primo della licentia populandi nel 1595, che lo rese protagonista. Si racconta che di questa chiesa cittadina, unica spagnoleggiante, esistesse un fonte battesimale recante la data del 1604. La preghiera della recita del rosario fu istituita nel XIII sec. da san Domenico de Guzman. Donna Mariana de Mieses, madre di Baldassare Gomez de Amezcua, che abitava con il figlio coniugato, non dovette essere estranea a detto esercizio tipicamente femminile, ed anzi è possibile ipotizzare che abbia condizionato il figlio nella dedica alla Madonna del rosario (il cui festeggiamento si andò affermando a partire dal XVI sec.), in aggiunta ad una suggestione campanilistica proveniente dal fatto che la pratica fu istituzione di un santo spagnolo. Vi è notizia di un documento del 9 dicembre 1722 di fondazione della chiesa ad opera di un Domenico Miceli (v. N. Sangiorgio / Quattro secoli di devozione mariana a Lercara Friddi / Palermo 1995, pag. 148). Il 15 aprile 1731 questo Miceli assegnò alla Madonna del rosario come contributo per il suo andamento, avendola anche provveduta dell’occorrente per le celebrazioni, nove case ed un appezzamento di terreno edificabile. Quell’atto stabiliva inoltre che il tutore ed il possessore di essa fossero membri della famiglia Miceli (il 18 settembre 1731 ne divenne Pietro Maria Miceli, nipote di Domenico). La Curia arcivescovile di Palermo in tal senso emise una disposizione il 22 marzo 1738. I Miceli della Chiesa del rosario vennero a Lercara da Burgio. Gli altari di san Calogero e san Michele Arcangelo mi fanno propendere per ciò (G. Canale), è possibile che non tutti i Miceli di Lercara Friddi fossero indigenti agricoltori provenienti da Castronovo di Sicilia (G. Mavaro): nell’edificio sacro non c’era nessuna eco di un possibile portato di tradizioni castronovesi. A Castronovo «la fondazione della chiesa della Madonna del rosario  ebbe luogo nel 1666 (L. Tirrito)». Domenico Miceli, di professione notaio, si trapiantò a Lercara dove gli furono concesse delle terre sul piano del rosario: sembra che col tempo la competenza sulla Madonna del rosario sia passata a detti Miceli, anche per il fatto che gli Scammacca, nuovi signori del paese, promossero l’edificazione della definitiva matrice, iniziata nel 1702 e dedicata a Maria Santissima della Neve, che stava accanto alla loro nuova sede baronale (oggi palazzo Scarlata), mostrando così disinteresse verso la vecchia residenza signorile (acquisita pure questa dai Miceli) e verso la chiesa in questione. Lo schema urbanistico degli insediamenti nati da concessioni di licentiae populandi, che presenta il nucleo formato dall’accoppiata palazzo signorile – chiesa rivolta sulla piazza, mi fa anche credere, nell’ambito dell’analisi, che palazzo Miceli sia stato eretto per opera del de Amezcua (e sia quindi passato come la vicina struttura di culto a quella famiglia, visto che gli Scammacca volevano casa e chiesa tutte loro). Nel 1664 fu istituita a Lercara la parrocchia, e la Madonna del rosario ebbe il ruolo di matrice sin quando, passando l’arcipretura per san Matteo, non fu completata l’edificazione della nuova nel 1721. I Miceli dunque si presero cura della Chiesa del rosario (trascurata dai nuovi signori, che probabilmente la sentivano estranea alle proprie tradizioni familiari), tanto da farne un atto di rifondazione (1722) e restaurarla. I resti, dopo l’abbattimento del complesso negli anni ’50, di quella che è stata identificata con una cappella, non dovrebbero essere altro che le tracce della costruzione del de Amezcua, che poteva benissimo essere cappella di famiglia, andata poi in rovina e recuperata dai Miceli sia perché ubicata su loro proprietà, sia per devozione (il primo Miceli lercarese si chiamava Domenico, un suo figlio Rosario).

LA SANTISSIMA TRINITÀ

IL SACRIFICIO DI CRISTO

LA MADONNA CON L’OSTENSORIO

martedì 18 gennaio 2011

I LERCARI, FONDATORI DI LERCARA FRIDDI

di DANILO CARUSO



Era già noto dal passato che il paese di Lercara Friddi dovesse la sua origine, alla fine del ’500, all’intraprendenza del nobile imprenditore genovese Leonello Lercaro trapiantatosi in Sicilia. Tra il 2000 ed il 2005 ho scoperto l’esistenza di diversi manoscritti settecenteschi – autori il Della Cella, il Ganducci, il Giscardi ed il Buonarroti – riguardanti la storia dei Lercari presso Biblioteche di Genova, l’Universitaria e la Civica Berio, e di diversi testi a stampa che parlano di costoro (tra cui il “Liber Nobilitatis Genuensis”). Da questi rinvenimenti ho tratto spunto per ricostruire tutta la storia della famiglia Lercari dalle origini armene alla genesi di Lercara Friddi. Questa ricerca è riportata in un saggio custodito anche nelle biblioteche genovesi testé menzionate. Dopo un processo al doge genovese Giovanni Battista Lercaro (cugino di primo grado del padre di Leonello), intentatogli nel 1566, la famiglia cadde temporaneamente in disgrazia. Questo è l’unico motivo plausibile che può aver spinto Leonello Lercaro, che era appartenente a quei rami familiari radicati nella politica genovese, a cercar fortuna altrove, in Sicilia dominio spagnolo, magari con qualche buon ufficio dell’ex doge Giovanni Battista negli ambienti governativi spagnoli in cui era ben accreditato. Leonello Lercaro si era trasferito in Sicilia nel 1570, nel 1572 aveva sposato Elisabetta Ventimiglia (di famiglia originaria della Liguria), il cui padre versava in difficoltà economiche, avendo in cambio una consistente dote nella quale figuravano i feudi Friddi Grandi e Faverchi. La Sicilia era stata scelta, come sembra evidente, con ragionamento mirato come nuova terra in cui sfruttare le inclinazioni familiari filospagnole e filoliguri (durante i regni di Filippo II e di Filippo III di Spagna fu, tra i vari, viceré di Sicilia Giovanni Ventimiglia di Geraci). Il Lercaro, abile imprenditore (era in società con l’altro genovese Andrea Lomellino), cercava di emergere nella società isolana dell’epoca oltre che come ricco affarista anche come nobile: con il suo matrimonio aveva raggiunto la baronia dei citati feudi, ma i suoi propositi erano più ambiziosi: proiettare il nome dei Lercari nel futuro fondando un nuovo centro urbano, di almeno ottanta abitazioni; cosa che gli avrebbe garantito il conseguimento del rango di principe. L’inizio dei lavori era scattato dopo le nozze con l’edificazione di un alloggio per sé, di una locanda (che probabilmente già esisteva come luogo di sosta sulla via Palermo-Agrigento), di magazzini, nonché di una chiesetta (san Gregorio patriarca d’Armenia), nel punto più favorevole del feudo Friddi, dove fece impiantare diverse coltivazioni tra cui la vite. Nel 1580 però un po’ tutte le sue attività entrarono in crisi e la sua scalata si bloccò fermando anche il piano di sviluppo del protovillaggio di Lercara. Lo riprese nel 1595 quando dette la figlia Francesca in moglie all’alto funzionario spagnolo Baldassare Gomez de Amezcua. Francesca, che aveva ereditato i feudi dalla madre, morta nel 1594, li indotò al coniuge col titolo baronale (la dote di Leonello Lercaro era rientrata ai Ventimiglia per non essere presa di mira dai creditori). Il de Amezcua, secondo gli accordi matrimoniali concordati col suocero, ebbe concessa l’ufficiale licentia populandi il 22 settembre 1595. Leonello Lercaro si spense il 12 ottobre 1600 senza concretizzare i suoi intendimenti: ma è intuibile come sino a quel momento fosse stato di sprone verso il genero. E passarono alcuni anni affinché nel 1603 il barone fissasse i Capitoli (uno statuto che regolava i rapporti civico-feudali), stavolta presumibilmente su pressione della moglie che voleva onorare la memoria del padre e del casato attuando il di lui progetto. Baldassare Gomez de Amezcua morì pure il 4 agosto 1604 a Palermo da dove gestiva la signoria attraverso la figura di un procuratore. Francesca Lercaro rimase isolata nella continuazione dell’ambizioso sogno del genitore, e chiese il primo settembre 1604 una seconda licentia populandi che ottenne il 9 luglio 1605. Questa ulteriore licentia populandi, concessa ad un esponente della famiglia Lercari, aveva il solo obiettivo di legare il loro nome alla genesi del progetto ed all’evoluzione del titolo (Lercara divenne principato nel 1708 con Giuseppe Blasco Scammacca). La signoria di Lercara doveva restare nelle intenzioni alla famiglia Lercari: infatti Francesca nel 1606 si risposò con il cugino Ido Lercaro, ma spirò anche lei precocemente nel 1610, e la baronia passò alla figlia di primo letto Raffaella, che si unì poi in matrimonio con Blasco Scammacca. Se dal secondo matrimonio di  Francesca, che aveva due figlie in vita, fosse nato almeno un maschio sarebbe stato un Lercaro che avrebbe ereditato il titolo che fu nelle mire di suo nonno Leonello. Le due licentiae populandi di Lercara Friddi recitano che il nuovo paese dovesse chiamarsi Lercara a sottolineare, in entrambe, come il de Amezcua fosse solo una comparsa ed uno strumento dell’idea, non l’autore reale. La seconda licentia populandi ha questo scopo: ridare ai Lercari la paternità giuridica nel disegno di edificazione del villaggio.



È possibile vedere le immagini a schermo intero cliccando nel riquadro del video in basso a destra (FULL SCREEN), per uscire premere ESC sulla tastiera in alto a sinistra.
per approfondimenti vedasi
Danilo Caruso / “I Lercari / Fondatori di Lercara Friddi” in “ORIGINI E SPIRITUALITÀ DI LERCARA FRIDDI / Associazione socio-culturale Cartastampata, 2006”
scaricabile da SCRIBD in pdf
http://www.scribd.com/doc/66812971/I-Lercari-Fondatori-di-Lercara-Friddi