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mercoledì 29 luglio 2020

UN INQUIETANTE BRANO NEOTESTAMENTARIO: EVANGELISMO ARMATO E AMBIGUO NUDISMO.

di DANILO CARUSO

Vangelo di Marco (ossia il più antico). Podere del Getsemani. Gesù è assieme ai suoi proseliti, sta per essere arrestato per ordine dei vertici religiosi ebraici. Giuda fa da guida al drappello che lo prende in consegna. Da questo momento del famoso tradimento le cose si fanno oscure. A cominciare dal fatto che non è chiaro il modo in cui il discepolo traditore abbia indicato la persona del Messia. Lui disse: «è quello che filéso [voce verbale usata nel testo greco]». Filéo vuol dire: rivolgere affetto/cortesia. Il Vangelo di Matteo afferma che Giuda katefílesen Gesù. Katafiléo significa: carezzare (ma anche “baciare teneramente”). Il Vangelo di Luca torna a usare il verbo filéo e puntualizza col sostantivo esplicito fílema (bacio). Quello che sembra il sinottico più lontano dagli eventi parla esplicitamente di un “bacio di Giuda”. Nel non sinottico di Giovanni non c’è nessun gesto affettuoso, è Gesù direttamente a farsi riconoscere. Cosa sia successo nei dettagli riferibili a un preciso evento (reale o immaginario) di cattura non è affatto chiaro e lineare. Una seconda cosa che lascia ancora disorientati, sul lato dottrinario, proviene dalla presenza nel Getsemani di un uomo armato di spada, il quale in Giovanni viene identificato con Pietro: nei vangeli più vecchi non si dice chi sia costui. Comunque, il quesito rimane: che ci fa una persona armata appresso al Figlio di Dio alla vigilia del compiersi della profezia del martirio? Come poteva qualcuno stare con “spirito evangelico” in prossimità del Messia ed essere preoccupato per la difesa armata senza che nessuno lo avesse richiamato e disarmato prima? I discepoli di Gesù potevano andare in giro armati? Il Vangelo più antico fa intendere qualcosa che non appare poi così oscuro: il fatto che la “mitica” dottrina dell’amore evangelico, dell’amare il prossimo, fosse stata concepita contemplante un sentimento da rivolgere non in maniera universale (come poi lo si è voluto “modernamente” intendere) bensì da indirizzare esclusivamente a chi la pensasse in ambito religioso allo stesso modo. Amare il prossimo non assume nel NT il valore di rispettare chi avesse convincimenti religiosi differenti, vuol indicare la solidarietà affettiva da offrire a chi è vicino-nel-convincimento-di-fede-religiosa: tutti gli altri finiscono di essere “prossimi”, per loro c’è l’inferno. Perciò Gesù sostiene di essere venuto per Israele e di aver portato la spada e non la pace (Mt 10,32-37). Quella spada di cui ha parlato gli stava dietro a disposizione dei suoi seguaci, i quali rimanevano pur sempre di credo ebraico: il Gesù letterario stesso non è cristiano, è giudeo, non fonda una nuova religione, vuol elevare l’Ebraismo a un nuovo stadio, sempre mantenendo l’aggancio coll’AT (al pari di Paolo di Tarso). La differenziazione cristiana dal Giudaismo sorge dalla mancata conversione in massa degli Ebrei. Ciò che era Israele nell’ideologia giudaica sarà la Chiesa nel Cristianesimo: ama/rispetta chi la pensa come te, cioè chi presta adeguamento alla dottrina socioreligiosa adottata quale Parola di Dio. Amare Dio e amare il prossimo, così come pensati nelle religioni ebraica e cristiana, hanno dimensioni dai risvolti integralisti: non accettare tutto quanto sia diverso. La storia ha testimoniato che la dottrina del Messaggio evangelico inerente all’amore avesse un contenuto stricto sensu, non di rado patologico (accompagnato da fenomenologie nevrotiche, sadiche, masochistiche, anoressiche, psicosomatiche), distinto dall’amore inteso in senso lato quale viene pensato e creduto “ingenuamente” dalla comune mentalità popolare scarsamente edotta delle dinamiche della storia e del pensiero. Misoginia, omofobia, misoneismo, antisemitismo (per quanto concerne i Cristiani) ad esempio sono consustanziali alla tradizione (più o meno) monoteistica biblica, e dimostrano ab ovo degli aspetti di un odio caricato su coloro che non sono ideologicamente “prossimi”1. La terza cosa che colpisce, e non poco, nel Vangelo di Marco (ricordiamo: il più vecchio) è un episodio taciuto dagli altri tre futuri: al Getsemani, quando Gesù fu arrestato, nella compagnia di lui c’era un neanìskos, un giovinetto, ricoperto solo con un lenzuolo, il quale in seguito agli eventi e al tentativo di prenderlo, dopo essere stato afferrato, lasciò andare il lenzuolo e scappò per ultimo via gymnòs, cioè nudo. Che cosa faceva là quel ragazzo restio ad andarsene vestito soltanto di una sindòn? Non è facile trovare un orizzonte interpretativo mediante poche parole. Gymnòs oltre a denotare la condizione di un soggetto “svestito” può designare altresì la situazione di una persona “disarmata”. Tale chiave di lettura si potrebbe riallacciare a quanto detto prima nel testo di Marco circa la presenza di individui armati al seguito di Gesù quali sue guardie del corpo. Il possibile Messia storico necessitava in quanto leader politico-religioso integralista ebraico di una scorta a tutela della sua incolumità? Parrebbe in ogni caso di sì. Un diverso versante di comprensione ci deriva dalla questione dell’affettuosità intravista tra Cristo e il traditore Giuda: perché questo avrebbe usato “tenerezza” nell’indicare il Messia a coloro che erano andati a prelevarlo con la forza? Perché poi tradire adottando “un bacio” come contrassegno? Il giovinetto nudo e il bacio di Giuda alludono a qualcosa di omoerotico? C’è un Vangelo apocrifo, quello di Filippo, che offre un appoggio all’ipotesi. Nella setta di Gesù potrebbe essere esistita qualche pratica celebrativa della mascolinità, rappresentante del sesso nobile nella tradizione giudaicocristiana, a sfondo omosessuale? Il Vangelo di Marco presta il fianco all’apocrifo citato nella possibilità di gettare luce.


NOTE

Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.

1 Per approfondimenti generali indico una mia monografia

giovedì 23 luglio 2020

LA NASCITA DELLA FILOSOFIA

di DANILO CARUSO


Μηδὲ γυνή σε νόον πυγοστόλος ἐξαπατάτω
αἱμύλα κωτίλλουσα, τεὴν διφῶσα καλιήν.
Ὃς δὲ γυναικὶ πέποιθε, πέποιθ᾽ ὅ γε φηλήτῃσιν.

Esiodo, “Le opere e i giorni”


In quest’analisi riprendo un filo tematico che si ricollega a un mio precedente scritto: Radici sumere di Ebraismo e capitalismo1 nel mio saggio “Note di critica” (2017). Là parlai, fra l’altro, con brevissimo accenno, dell’origine della filosofia. Qui chiarisco meglio l’argomento (al fine di approfondire rinvio al testo citato sopra e ai suoi ulteriori rinvii indicati in esso). La filosofia antica è sorta da una forma nevrotica misogina in seno alla Grecità. Il padre di tale fenomeno, da cui deriva la sequenza di coloro “ufficialmente” considerati filosofi, è Esiodo. È costui ad accendere l’interruttore filosofico greco. Egli veicolò in modo canonico nella cultura ellenica il maschilismo patriarcale e antifemminista del Vicino Oriente, di cui subì l’influsso spirituale. In quest’area geografica la misoginia, eccezion fatta per l’Egitto e la progressista parentesi babilonese, era molto forte, effetto della reazione al precedente matriarcato socialista di cui ha trattato Bachofen. Le popolazioni vicino-orientali costruirono aggregati sociali semibarbarici riguardo al progresso civile. Le donne nella giurisprudenza di questi erano poste su un piano nettamente secondario rispetto agli uomini. Di tale stampo sarà ad esempio il sistema sociale ebraico veterotestamentario. I vicino-orientali vedono nella presenza muliebre la causa del male nel mondo. Simile idea fu ripresa da Esiodo ne “Le opere e i giorni” laddove parla di Pandora. La cosa però si inserisce in un ambito più generale di fenomenologia misogina. Il matriarcato bachofeniano terrestre originario è stato ovunque sovvertito, su larghissima scala si è imposto un maschilismo socialmente deleterio. Nel Vicino Oriente la cultura è restata semibarbarica, il dominio patriarcale si è perciò sviluppato in modo bruto e violento seguendo una formula attivistica che privilegia l’uso della forza (e il suo auspicato successo) quale segno dell’elezione di un Dio maschio nazionale (lo stesso criterio vale di fronte agli schemi politeistici, dove il femminile viene subordinato al maschile). Nel rigetto delle qualità muliebri si è quasi globalmente consumata un’operazione nevrotica. Jung ha chiarito che le funzioni coscienti (in senso lato razionali) della psiche umana sono la ragione e il sentimento. La misoginia maschilista in questo assetto psichico di facoltà personali contigue, le quali però non si escludono naturalmente a vicenda a ragione della loro diversità, ha creato una frattura. Esse operano in ciascun essere umano normale a prescindere dalla sua identità sessuale, tuttavia la nevrosi maschilista nel rifiutare una connotazione positiva alla donna ha comportato che la funzione razionale (in senso stretto), in virtù di uno schema di opposizione esclusiva, sia stata quasi integralmente concentrata quale patrimonio distintivo dell’uomo. Perciò al polo femminile è rimasta la carenza di ragione e la preponderanza del sentimentale. Questa è l’ottica derivata cristiana, ad esempio. Nella più remota antichità da un anteriore lato si colloca il pacifico matriarcato socialista ricostruito da Bachofen nelle sue analisi, matriarcato che proprio a causa di un dominio, ma non integralista, della facoltà sentimentale, aveva garantito un benessere diffuso. Dall’altro lato successivo si pone il nuovo regime sociale maschilista che ha soppiantato il primo, il quale tuttavia nell’antico Egitto riuscì, tra alti e bassi, a far permanere una “moderna” concezione giuridica della donna. Oltre a ciò è da ricordare che l’abbigliamento casalingo delle Egizie era ridotto al minimo: si andava dal praticamente svestite a una veste trasparente senza reggiseno (siamo agli antipodi dei principi religiosi cristiani e islamici di derivazione giudaica).


Il matriarcato maschilista orientale si sviluppò in forma più o meno barbarica poiché l’uomo qui non riuscì a produrre una nevrosi intellettualmente raffinata come quella di Esiodo. Il dominio maschile nel Vicino Oriente si manifestò quale esercizio della forza sulla donna: la ragione della violenza. La quale si intravede nelle possibili sanzioni a carico femminile: annegamento nei fiumi o impalamento per colpe quali tradimento matrimoniale o aborto. Si tratta di livelli di aberrazione trasmessi alla misoginia cristiana che fece scempio del corpo della donna: una fenomenologia perpetrata da pazzi criminali e meritevole, a mio modesto avviso, dell’imputazione di crimine contro l’umanità.


La Patristica e la Scolastica gettarono le basi nevrotiche teoriche della moderna caccia alle streghe. Quando si tenta di contare quante donne furono torturate e uccise, e si cerca di andare al ribasso sui numeri, anche se questi fossero “per così dire” pochi, questi numeri non vengono posti in relazione alla popolazione di quelle epoche: in tutta Europa nel XIV sec. c’erano 70 milioni di persone (maschi e femmine), nel XVI 78, nel XVII 112. Il dato medio stimato delle vittime viene quantificato intorno a 50.000 in tre secoli, mediamente circa 15.000 a secolo, 150 all’anno, un femminicidio un giorno sì e uno no. La popolazione italiana di oggi è intorno a 60.500.000 unità, e le donne uccise annualmente dal 2012 al 2018 sono state 157, 179, 136, 128, 116, 121, 142: si può notare che la proporzione media “da caccia alle streghe” sia rispettata e ripetuta (altresì per eccesso). Ma sarebbe anche il caso di prendere le giuste critiche ai femminicidi odierni e di porle quale metro storiografico sulle vittime della nevrosi cristiana testé illustrata. L’istituto cui fecero capo quelle efferatezze, non le uniche, del passato più remoto (Inquisizione / Sant’Uffizio) è tuttora esistente con altra denominazione (Pontificia congregazione per la dottrina della fede). Non è stato soppresso dalla Chiesa similmente all’“Indice dei libri proibiti”: si dà perciò una continuità storica che in altri casi altrove è stata qualificata “reato”. La legislazione italiana proibisce la ricostituzione del partito fascista in quanto organizzazione ritenuta pericolosa a causa delle sue idee passate: alla Chiesa è stato concesso uno spazio di emendamento (dottrinario) da fatti plurisecolari, al partito fascista no per eventi (pur sempre molto tragici nel caso della sconfitta bellica in particolar modo) legati a un ventennio (l’antisemitismo ecclesiastico, per dire, va dalla Patristica al ’900). La popolazione europea dei nostri tempi è composta da più di 700 milioni di cittadini: si può affermare che se la caccia alle streghe si fosse svolta con questo numero (oppure oggi), con più inquisitori a disposizione, la proiezione delle vittime sarebbe stata nel Vecchio Continente di almeno un migliaio all’anno? Quantomeno 100000 a secolo? Per approfondimento sul pensiero misogino cristiano consiglio di leggere un mio saggio: “Teologia analitica”2. Il barbarico ancestrale e nevrotico razionalismo maschilista terrestre ha generato l’attivismo a cui più sopra accennato. Dall’Ebraismo questo è giunto al Protestantesimo e al moderno capitalismo. Quanto successo nella Grecia esiodea è particolare. Su scala generale e in maniera tendenziale più un popolo si mostra meno barbarico più intellettuale sarà la sua misoginia. Ne “Le opere e i giorni” Esiodo ripropone attraverso il mito di Pandora il cliché concettuale vicino-orientale che imputa alla donna l’origine del male nel mondo: è lo stesso della biblica “Genesi”, e al pari di altrove vuole a posteriori appiccicare una colpa primordiale su uno specifico soggetto. Misoginia biblica e misoginia greco-antica sono imparentate, e non si può giustificare la prima asserendo che la mentalità antica era quel che era a proposito delle donne. Il sacrificio di Ifianassa e quello della figlia di Iefte sono espressioni di una medesima mentalità, però il primo femminicidio non ebbe il potere di legittimare una consequenziale possibilità assassina (pensiamo alla fine della regina Gezabele). L’antifemminismo greco era più moderato di quella biblico, fu questo a sostituirsi forzatamente e ad aggravare il primo (non così nefasto come l’altro). La caccia alle streghe e la radicale emarginazione sociopolitica muliebre furono autonomi parti nevrotici del Cristianesimo. Lo stare segregate in casa e il rimanere nell’ignoranza non fu comunque una condizione positiva vissuta dalle donne greche antiche comuni; fecero eccezione a queste degenerazioni le Lacedemoni, a Sparta non c’era la filosofia, ma il primato di un’emancipatrice e razionalistica disciplina militare. La Grecità antica non perseguitava streghe (né le torturava né le uccideva), possedeva sacerdotesse, considerava giuridicamente la donna al pari di soggetti minorenni, non diceva che erano porte del Diavolo nelle proprie iperboli nevrotiche. La misoginia esiodea si presenta subito con l’abito filosofico: se l’uomo, il vir, è colui che possiede “per Natura” la ratio, e non solo la vis, lo dimostri. Le condizioni storiche hanno agevolato il Genio greco nel maturare la nascita della filosofia, della ricerca razionale misogina. Altrove non ci sono riusciti così radicalmente, sono rimasti chiusi dentro il sistema la cui impronta si deve rispetto al grado di smarcamento dalla barbarica reazione al matriarcato. Esiodo costituisce l’Abramo filosofico, il chiamato; rappresenta il Mosé filosofico, colui che codifica razionalmente l’antifemminismo nei testi sacri: “La teogonia” e “Le opere e i giorni”. La nevrosi esiodea è intellettuale, e così rimarrà nella Grecità antica sino all’arrivo del Cristianesimo: col femminicidio di Ipazia di Alessandria si apre la possibilità di persecuzione fisica delle donne nella società occidentale grecoromana cristianizzata, una persecuzione di ispirazione nevrotica. Che cosà arginò l’elaborazione misogina greca? L’influenza culturale egizia. La misoginia della Grecia antica si pone a metà strada tra due poli opposti: Egitto e Vicino Oriente. In parole povere i Greci furono antifemministi radicali a parole, ma moderati nei fatti a paragone del violento Vicino Oriente. Il dover essere un testimone maschilista del razionalismo comportò per l’uomo greco istruito un darsi da fare che diede origine alla ricerca filosofica, a partire da Esiodo. Il benessere sociale commerciale della Ionia giocò a favore della nascita della filosofia, la cui pratica poi si diffuse nella Grecità laddove offrì possibilità di coltivare gli studi. Sulla falsariga di ogni filone intellettuale anche lo schema originario filosofico misogino ebbe i suoi eretici (filofemministi sui generis), i quali cercarono di correggere un assurdo principio di esclusione alla base. Parmenide si faceva spiegare la natura delle cose da una dea, mentre Eraclito affermava che il polemos è “padre” cosmico. Il maestro di Aristotele li rimetterà assieme in una unità formale per così dire androginica. Fra i discepoli socratici degno di nota aggiuntiva Aristippo: nella scuola filosofica cirenaica fu la figlia e allieva Arete a prendere il posto di guida quando il padre venne meno. Socrate costituisce l’iniziatore di una filosofia più aperta. Il maestro di Platone venne giustiziato giacché scomodo e pericoloso agli occhi della società conformatasi al quadro esiodeo. Socrate, Ipazia, Bruno, Galileo si trovano sullo stesso binario spirituale, però si fermano in diverse città della storia: gli ultimi tre nella cristiana Città di Dio. Ne “Le opere e i giorni” Esiodo scrive:

La donna coll’abito-modellato-sul-lato-B non inganni la mente
[essendo] astuta adulatrice nelle parole in cerca della dispensa.
Chi si fida della donna, si fida dei ladri.


La filosofia greca, in quanto preciso prodotto culturale di allora, è nata (al pari della sessuofobia cattolica) allo scopo di documentare che si può (e si deve) dimostrare la capacità di resistenza maschile all’attrattiva muliebre, alla γυνή πυγοστόλος, mediante un uso integrale della ratio (infatti il paradiso terrestre cristiano era privo di piacere sessuale prima del peccato originale, tanto quanto lo è il paradiso post mortem). La ricerca filosofica di stampo greco aveva nel suo DNA l’antifemminismo vicino orientale. La tradizione cristiana andò a privilegiare il misogino Aristotele, anteponendolo al più equilibrato Platone (il quale aveva appreso la lezione egizia). L’Impero romano e la Grecia antica furono peggiorati dalla misoginia cristiana la quale si sovrappose a culture antifemministe più moderate (quella romana aveva fuso in precedenza vis e stoicismo). Non si può giustificare la misoginia del Cristianesimo guardando al più mite humus grecoromano, anzi ci si deve rammaricare che questo non resistette all’apportato deterioramento religioso. Era semmai il Cristianesimo a non dover dire, a partire dalla Patristica, e ancor prima da Paolo di Tarso, certe funeste bestialità antifemministe, a doversi moderare osservando la migliore ragionevolezza greca. Ma la novella religio stabilì che la Rivelazione (misogina esagerata) fosse superiore alla filosofia (misogina moderata), perciò la seconda ha faticato ad ammettere la dignità di un pensiero filosofico espresso da donne. Una filosofa significativa come Simone Weil non trova facilmente spazio ad esempio nei manuali di storia del pensiero. Platone fu il primo a equiparare donne e uomini nella ricerca razionale, poiché la ragione appartiene al genere umano, non a quello maschile quale contrassegno specifico: nel “Simposio”, addirittura una femmina, Diotima, insegna a Socrate (aberrante allo sguardo di Paolo di Tarso!). Aristotele, molto amato dalla teologia cattolica, rappresenta invece il teorico pseudoscientifico dell’inferiorità muliebre. Durante l’Ellenismo la dicotomia stoicismo/epicureismo testimoniò una singolare scissione nella già pregiudicata unità psicologica della filosofia. Il primo costituì un ulteriore passo formalmente nevrotico in avanti grazie al suo predominio maschilista della Ragione (l’etica del dovere semitica sarà adottata da Roma in funzione di propria ideologia). Il secondo diede spazio a temi inerenti alla libido e a Madre Natura (Lucrezio nel celeberrimo incipit del suo trattato poetico filosofico celebra una divinità “femminile”). Il Cristianesimo si riagganciò nel corso della sua origine allo stoicismo riprendendo il concetto di Logos (poi divenuto Verbo, Parola di Dio) a fondamento del creato. Il maschilismo misogino di diverse parti confluì nella nuova religione cristiana sessuofobica opposta all’atomismo epicureo e allo studio scientifico della Madre Terra. Dal “femminile” della filosofia nascerà la scienza moderna, osteggiata dal maschilismo cristiano stoicizzante (che accettava quieto le sofferenze nella veste di un’anticipazione di paradiso) e aristotelizzante (si veda il caso Galileo), e la psicanalisi, ossia l’analisi di quella “libido” a monte razionalistico nevrotico inquadrata come “male (muliebre)”. Il compito della filosofia, della ricerca razionale è quello di essere obiettiva nella sua procedura abbandonando pregiudiziali e discriminatorie esclusioni. La filosofia costituisce la religione della Ragione, le religioni sono le filosofie popolari (credere a dogmi rassicuranti senza spiegazione rimane più confortevole dell’intraprendere un’investigazione sulla scia dell’Odisseo omerico, infatti quello dantesco viene punito a causa del fatto di aver violato l’imposizione del vincolo conoscitivo, già violato da Eva nella “Genesi”). Alla conclusione del presente piccolo studio posso riassumere questo e quello citato in apertura proiettandomi alla volta di un’ipotesi di ricostruzione dei fatti non solo terrestri più ampia. È possibile che nel nostro sistema solare i pianeti abitati da umani fossero quattro: Venere, Terra, Marte, il pianeta distrutto sostituito dalla fascia degli asteroidi. Penso che il quarto pianeta sia Plutone, la cui orbita si mostra anomala rispetto a quella degli altri (quasi circolare e giacente su uno stesso piano). Plutone possiede un’orbita marcatamente ellittica, sembra che sia stato “catturato” in un tentativo di allontanamento: a mio avviso lo spostamento orbitale dalla sede della fascia degli asteroidi (dove la legge di Titius-Bode stabilisce ci dovrebbe essere un pianeta). Un dettaglio non irrilevante sul declassato pianeta proviene dalla presenza dell’acqua. Ipotizzo una molto violenta e catastrofica eventualità che spinse Plutone al di là della sua originaria orbita verso l’esterno del sistema solare (cui rimase tuttavia “ancorato”; nel posto di partenza sarebbero rimaste le briciole non riuscite a sfuggire all’attrazione gravitazionale solare). Sospetto un evento bellico interplanetario il quale distrusse le civiltà di Venere, Marte, Plutone primordiale. I sopravvissuti si riversarono sulla Terra e su qualche altro sistema planetario. Sul nostro pianeta abbiamo l’idea di Bachofen di un matriarcato socialista iniziale abbattuto a vantaggio dell’attivismo maschilista (patriarcale e antifemminista). Tale dicotomia ci fa immaginare la causa della guerra interplanetaria. L’espansione attivistica maschilista capitalistica a scapito di civiltà planetarie matriarcali. Il duello si sarebbe riproposto sulla Terra, col tratto delineato nel presente scritto: l’adozione della misoginia maschilista quale reazione e risposta al socialismo matriarcale femminile. La storia del colonialismo terrestre conferma quest’impianto. Tutte le vicende post-matriarcali occidentali si svolgono sotto egida attivistica irrazionalistica, e nevrotica, e nella misoginia conservano una propria linea strutturale patologica. Certi uomini odiano le donne poiché col di loro “sentimentale” genio socialista pericolose nei confronti del dominio espansivo maschile attivistico: capitalismo versus socialismo. Le commerciali Ionia e Magna Grecia produssero filosofia come nevrotico segno di superiorità maschilista. Due ultime osservazioni. 1) L’Atlantide di Platone si trovava su un altro pianeta (la possibile civiltà di Plutone)? 2) I nomi dei pianeti Venere e Marte adombrano due civiltà planetarie rispettivamente di impronta originaria matriarcale socialista e patriarcale capitalista?


NOTE

Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.


mercoledì 15 luglio 2020

CRISTIANESIMO RAZIONALE E NAZIONAL-SOCIALISMO IN THOMAS MORE

di DANILO CARUSO

Thomas More (1478-1535) è un autore che ha dato vita grazie a una sua “fortunata” opera a una ormai indispensabile categoria del pensiero: l’utopia. Il suo libro, intitolato per esteso “Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia”, è rimasto una pietra miliare nella storia della letteratura umanistica. Egli, provenuto dal ceto nobiliare più basso, ebbe l’occasione di studiare in virtù della sua giovanile intelligenza dopo essere stato notato dal cancelliere inglese John Morton, un dotto ecclesiastico cattolico, presso cui il giovanissimo Moro prestava servizio di valletto. Divenuto alla fine avvocato, avrebbe voluto intraprendere la via religiosa, ma rimase a svolgere la carriera forense con successo, ed entrò in politica approdando alla Camera dei comuni nel 1504. Nel 1509 si unì in matrimonio con una ragazza di 17 anni, la quale gli darà quattro figli e morirà sei anni dopo (si risposerà subito dopo con un’altra donna di quattro anni più grande). More, fu nella sua vita legato da amicizia con l’agostiniano Erasmo da Rotterdam la cui celebre opera intitolata “Elogio della pazzia”, stampata nel 1511, fu a lui dedicata: si tratta di un testo che, tra l’altro, deve aver avuto una grande influenza sull’umanista inglese. “Utopia” uscì nel 1516. Durante il regno di Enrico VII il popolarismo cattolico antimonarchico di Tommaso Moro causò al pensatore un primo allontanamento dal mondo della cosa pubblica. Il re, dopo aver portato fuori l’Inghilterra dalla Guerra delle due rose, sostenuto dalla borghesia fondiaria, aveva promosso un piano di intraprendenza navale (attivismo espansivo politico-commerciale). Sotto Enrico VIII il filosofo riprese quella che era stata una pregevolissima carriera politica sino a essere infine nominato cancelliere nel 1529. Tuttavia nel 1534 cadde di nuovo in disgrazia per via del suo integralismo religioso che non gli permise di accettare il divorzio del nuovo sovrano da Caterina d’Aragona senza scioglimento decretato dalla Chiesa cattolica romana. In seguito alla nota vicenda fu posto in stato di arresto condannato a morte nel 1535, dopo aver rifiutato di riconoscere l’atto di separazione unilaterale del re e aver tenuto in nessun conto gli appelli di chi voleva che si salvasse manifestandosi accondiscendente altresì allo scisma anglicano. Dietro la facciata di questo evento si celava uno scontro molto più grande fra lo schieramento filomonarchico, appoggiato dai ceti borghese e nobiliare che ambivano a liberarsi dal peso del controllo ecclesiastico romano (che in Inghilterra beneficiava del possesso di proprietà che facevano gola), e i filocattolici tradizionalisti. La generica pessima condotta del clero inglese aveva promosso sentimenti di odio nelle masse verso la Chiesa di Roma: da ciò il popolarismo di More, un tentativo di recuperare il popolo al suo schieramento e di dividere il fronte avversario progressista. Dopo la Riforma luterana la vicenda del divorzio negato da Clemente VII a Enrico VIII, che sposò comunque Anna Bolena grazie all’approvazione dei vescovi inglesi, segnò la rottura fra l’Inghilterra e il Papato. Il pontefice scomunicò il re provocando quale risposta la nascita di una chiesa riformata nazionale. Thomas More portò alle estreme conseguenze il suo credo ideologico di cui quasi un ventennio prima aveva esposti contenuti in “Utopia”. L’analisi di tale testo condotto mediante spirito di obiettività super partes, a mio avviso, costituisce l’unica strada per cogliere la personalità del filosofo nel voler condurre un esame dell’opera. Si tratta di una personalità che secondo me non fu esente da condizionamenti derivanti da nevrosi. Ho trattato dunque l’articolata materia come avrebbero fatto un Freud o uno Jung, seguendo un principio analitico scientifico, il quale niente ha a che spartire con la tematica teologico-dogmatica in sé e per sé. Nessun credente cattolico si senta perciò urtato dal vedere posto un santo in uno spazio di esame, oltre che storico-filosofico, altresì medico-psicanalitico. Nella mia analisi ho mantenuto il massimo rigore scientifico, chiarendo puntualmente tutti i contenuti critici. A monte di ogni cosa che dirò voglio premettere, completando i brevissimi spunti biografici sul filosofo inglese, che egli fu un soggetto incline a pratiche di ascetismo e di autopunizione corporale, e che questa non è la prima volta che gli studiosi lo mettono in discussione discostandosi dall’uniformità celebrativa. Lo scrittore inglese fu beatificato nel 1886 e proclamato santo nel 1935. Nel 2000 san Giovanni Paolo II lo nominò patrono degli uomini politici, sottolineando tuttavia il limite della di lui effettiva pratica di tolleranza giustificandolo col contesto storico-culturale. Tra i vari patronati di More quello della KjG, l’organizzazione dei giovani cattolici tedeschi sorta nel 1970. Nella mia ispezione critica di “Utopia” ho cercato di far venire alla luce tutti i dettagli e gli aspetti meritevoli di considerazione nell’auspicio che la ricerca di una verità scevra da condizionamenti intellettuali possa giovare alla conoscenza storica. L’intenzione redazionale di Tommaso Moro è di natura promozionale cattolica, e ciò si rende già evidente nella lettera dedicatorie introduttiva a Pieter Gilles dove l’autore esprime il suo compiacimento per la diffusione che sta avendo questa confessione religiosa nell’isola di Utopia (presso cui addirittura, si dice, un ecclesiastico spinto da zelo vorrebbe essere inviato nella qualità di vescovo). Quanto More ha scritto nella sua tensione letteraria è farcito di aristotelismo cattolico in vario modo che sarà via via chiarito. Alla fine dell’introduzione già si trova un richiamo al concetto di “barbari” i quali, secondo Aristotele inferiori per intelletto, avrebbero nella loro moderna riproposizione difficoltà a comprendere il libro del pensatore inglese giacché vincolati a una naturale zavorra di deficit che non gli consentirebbe di elevarsi al di sopra di ragionamenti elementari verso cose più complesse. Il libro primo di “Utopia” mostra subito uno sfondo politico attuale inquadrato in una forma mentis cattolica. Il filosofo inglese va alla ricerca di una salvifica proposta di ordinamento sociale condendola nell’incipit con un richiamo evangelico a non accumulare ricchezze, una cosa che rivela il suo obiettivo di fondo: ostacolare il nascente moderno capitalismo, il quale si porrà sotto l’egida religiosa dell’attivismo e del volontarismo protestanti, allo scopo di salvaguardare difendere de facto l’egemonia spirituale e sociale della Chiesa romana. Perché lo fa? Valutata la formazione giovanile di Thomas More sembra che egli agisca animato da un convinto, e ingenuo, sentimento di gratitudine nei confronti del Cattolicesimo: quello che è stato, prima della sua definitiva caduta in disgrazia, il suo successo politico lo deve all’educazione cattolica e al vescovo che lo trasse da una condizione sociale d’inferiorità. Dunque egli avrebbe interiormente maturato un sentimento di devozione e ossequio nei riguardi della Chiesa che alla fine non gli consentì una via di fuga davanti alla scelta tra confermare la sua fede religiosa e abbandonarla a beneficio di evitare la condanna a morte. Tommaso Moro ha seguito l’ideologia cattolica in maniera pura. Nel primo libro di “Utopia”, non manca già un accenno misogino, il quale poi viene accompagnato nel resto di quell’esposizione da altro evidente aristotelismo, un pensiero filosofico al cuore della teologia tomistica e dell’istruzione in generale durante il periodo di auge cattolico: «Negotiis prope muliebribus emolliuntur, idem, bonis artibus instructi ad vitam et virilibus exercitati laboribus, effeminentur». Il santo si è reso conto che l’accumulazione di ricchezza di matrice capitalistica, cioè con attività imprenditoriale più a rischio della cura del latifondo agricolo, va a scapito della tenuta organizzativa del mondo cristiano europeo comune dove la Chiesa pretende dei tributi: liberarsi di essa, delle sue esazione, attraverso il Protestantesimo rappresenterà un’occasione di maggiore arricchimento. More lo ha capito, teme il vento della Riforma ventura anche in Inghilterra, e attacca perciò il nascente ceto imprenditoriale moderno inglese che specula sulla lana, invocando su di esso una punizione di Dio. Rilevante tra l’altro un passaggio in cui si critica una piaga dell’odierna società capitalistica: la ludopatia. Tommaso Moro a perfettamente colto lo spirito eversivo nei confronti del cristallizzato impianto societario europeo dei suoi tempi rappresentato dalla brama di arricchirsi mediante un’attività di impresa non agricola. Il recondito obiettivo del filosofo inglese è salvare la primazia politica e spirituale dell’istituzione ecclesiastica romana. Che non abbia trasparente pura ispirazione morale lo dimostrano le sue contraddizioni di natura morale. Se avesse veramente voluto condannare delle ingiustizie sociali poteva prendere di mira anche la misogina persecuzione delle streghe, invece non fa nessun cenno, anzi si lascia sfuggire riferimenti alla cristiana mentalità tomistico-aristotelica. E di Aristotele va a riproporre il concetto della limitazione dell’accumulo di ricchezza, allo scopo di ostacolare monopoli e oligopoli di stimolo protoprotestante e anticattolico. L’accumulazione capitalistica tenderà a evadere sempre e ovunque nel suo slancio il pagamento di tasse, e ciò allora andava a scapito della Chiesa di Roma. Dunque il ragionamento di Moro rivela un progetto di conservazione dello status quo minacciato piuttosto che una disinteressata attenzione alla massa. Essa da non impoverire troppo al fine di evitare fermenti rivoluzionari. Il capitalismo porterà una radicalizzazione dei rapporti sociali a tutti i livelli, a danno della vecchia gerarchia feudale medievale incentrata sulla produzione agricola dove gli ecclesiastici cattolici stavano ai primissimi piani. Thomas More difende quel mondo con convinzione e con ingenuità. Il suo attaccamento a quel mondo cattolico, il quale ne determinò in un primo tempo la fortuna, lo spingerà poi, acriticamente, all’estremo devozionale sacrificio. Però, egli, ben analizzato, non mostra, come evidenziato, chissà quali pregi di pensiero. E cattolico integrale e aristotelico. Parlando di norme veterotestamentarie a proposito del furto, oltre a essere impreciso, formula pure un’espressione antisemita (sufficiente a rivelare prontamente la mentalità dell’autore, la quale era poi quella comune cattolica di quei secoli): «Servos et quidem obstinatos». Più ampiamente notiamo ciò in una preoccupante difesa da parte dell’autore inglese dell’istituto schiavistico. Il Vecchio Testamento legittima la schiavitù, Aristotele lo fa in maniera pseudofilosofica, la Chiesa non dice niente in contrario, e Tommaso Moro propone allora con un discutibile meccanismo di sostituire la pena di morte nei confronti dei ladri con la riduzione servile. Il pensatore inglese ammanta il ragionamento inizialmente di un alone di bontà cristiana, o almeno di quello che si crede essa possa essere in astratto senza vizi di pregiudiziale religiosa. Quello che spiega dopo sconcerta sotto diversi aspetti in primo luogo afferma che chi si rifiutasse di essere sottoposto a un regime di schiavitù può essere punito attraverso violenze. E maestra di violenza all’epoca di lui era l’Inquisizione grazie a persecuzioni non solo di streghe ed eretici. More non disapprova la moda violenta del suo tempo, e di quello precedente, anzi ne fa un naturale accoglimento: una prassi di cui egli stesso, poi, a piani ribaltati, rimarrà vittima (volontaria). Se il filosofo inglese da un lato esprime contrarietà alla pena capitale, dall’altro propone una condanna (in relazione al furto) che degrada totalmente l’essere umano privandolo della sua dignità (come facevano i torturatori dell’Inquisizione). Perché san Tommaso Moro non dice niente contro le esecuzioni a morte, le torture per eresia e stregoneria? La sua parzialità non lascia dubbi sul fatto che egli sia figlio organico della comune forma mentis cattolica dell’era in cui visse. Violenza, per lui, può essere rivolta a questi schiavi quando non servono i padroni a perfezione. Una cosa che turba enormemente chi lo legge è scoprire una analogia col trattamento riservato agli Ebrei nella Germania nazista. Questi schiavi di More dovrebbero essere riconoscibili a prima vista dall’abbigliamento di un singolo colore, e inoltre dovrebbero avere una parte dell’orecchio mozzata visibile onde garantire una facile identificazione. Pare evidente che il filosofo inglese abbia derivato la proposta di un segno di riconoscimento collegato al vestiario dalle ecclesiastiche norme antisemite vigenti allora. Tali schiavi vengono altresì privati, sempre al pari dei Giudei, durante il predominio cristiano, dei diritti comuni a tutti quelli considerati normali. Nella fattispecie della proposta di Moro non possono possedere denaro: punizione la condanna a morte, pure per il donatore. Qui cade del tutto lo pseudoevangelismo a monte del ragionamento del filosofo. Sembra, dunque in fin dei conti, che tutto il progetto normativo abbia come scopo quello di reperire manodopera a basso costo, per riproporre il modello sociale schiavistico aristotelico, di mantenere gli schemi gerarchici feudali legati all’economia latifondistica agricola e alla supremazia cattolica. Tali schiavi dovrebbero essere trattati al pari di animali, i tentativi di modificare la loro situazione da reprimere inoltre con la morte di persone libere eventuali complici. A simili ridotti in schiavitù verrebbe anche interdetta la facoltà di comunicare con un proprio pari. Si tratta nel complesso di un’idea giuridica disumana la quale toglie al condannato tutta la sua dignità di essere umano, un’idea che invece il suo sostenitore loda nel suo testo per l’efficacia correttiva dell’umanità di trattamento. Thomas More ha illustrato questa sua proposta, nel quadro narrativo di “Utopia”, dicendo che essa fosse una mirabile legge di quella immaginaria isola, tuttavia non è molto difficile concludere che al di là di tutti i retaggi giurisprudenziali del passato organici all’opera, un simile provvedimento normativo è degno della Germania nazista. E lascia turbati che Tommaso Moro sia stato canonizzato nel 1935 dopo la fine del decennio pregovernativo dei nazisti, con il cui governo di coalizione il Vaticano stipulò un concordato nel ’33. Tra parentesi: nel governo di Hitler esisteva un Ministero per gli affari religiosi affidato a Hanns Kerrl, per il quale il nazismo era un’espressione di Cristianesimo razionale. Chiesa e nazisti non andarono a lungo d’accordo riguardo ai termini di rispetto concordatari, e il Vaticano, leso nei suoi interessi, ruppe apertamente le intenzioni di un buon rapporto con i nazisti nel ’37. Alla luce di questo breve inciso critico, il quale può invece fornire uno spunto analitico significativo, possiamo giudicare lo Stato utopiense come il tentativo politico-filosofico reazionario (in relazione all’imminente moto riformatore socioreligioso protestante) di tradurre la Cristianità in termini di un’organizzazione (pseudo)razionale, sulla falsariga dell’affermazione di Kerrl: un Cattolicesimo razionale. Alla fin fine questo costituisce quanto il Santo inglese cerca di attuare appoggiandosi ad Aristotele e alla teologia classica della Chiesa romana sistemata nel medioevo. La prospettiva “nazionalsocialista” (cattolica e inglese) di More auspica a livello internazionale che la Francia abbandoni le sue mire politiche in Italia, lasciando ovviamente campo libero a Roma: è bene che le monarchie assolute cattoliche europee badino a frenare l’espansione del capitalismo dando aristotelici (più che evangelici) esempi contro l’accumulazione di ricchezze. Questo telaio naturalmente doveva mantenersi sotto l’autorità papale. Quando al termine del primo libro di “Utopia” lo scrittore avanza l’abolizione della proprietà privata sta proponendo l’estrema soluzione mirante a eliminare il capitalismo anticattolico, non una misura di giustizia sociale: l’attivismo protestante, sulla base dell’analisi weberiana, giustificherà teologicamente l’intraprendenza di impresa economica. Moro ha visto con chiarezza il destino della Chiesa romana e che i suoi tributi rappresentano un ostacolo pratico e ideologico al moderno capitalismo. Se abolisce la proprietà privata delle persone fisiche, gli unici proprietari rimanenti saranno gli Stati nazionali e soprattutto la Chiesa, la quale potrà incamerare meglio (e più pacificamente) i proventi delle sue esazioni in ambito internazionale. Che lo scrittore inglese evochi Platone sull’abolizione della proprietà privata, sembra uno specchietto per le allodole. Volendo costruire un machiavellico Cristianesimo razionale non richiama neanche principi evangelici. I suoi obiettivi sono: tenere la massa calma lontana da spiriti sovversivi causati dall’indigenza, lasciare l’impalcatura del potere feudale cattolico intatta, garantire gli introiti tributari a Roma. Il capitalismo che metterà l’abito del Protestantesimo, costituisce un concreto pericolo, perciò se non si potesse attuare un freno aristotelico all’accumulazione di ricchezza sarebbe il caso di ricorrere all’extrema ratio platonica di abolire la proprietà personale. E poi è il caso di puntualizzare che la “Repubblica” di Platone riserva la comunanza dei beni non a tutti e con un’impostazione differente rispetto alle distorte evocazione di Thomas More. L’isola di Utopia, di cui Moro fa descrizione sotto ogni riguardo al secondo libro della sua opera, possiede una forma organizzativa gerarchica feudale imperniata su una gerontocrazia di tipo patriarcale e sul primato dell’attività agricola. Le abitazioni degli Utopiensi hanno porte esterne senza chiusure interne, al termine di ogni decennio mediante sorteggio ciascun nucleo familiare viene assegnato a diverso alloggio. Gli incarichi amministrativi sono elettivi, ma l’autore non chiarisce molto bene la modalità del suffragio (che rimane avvolta nel dubbio: con quale prassi si sceglie chi ha diritto di esprimere le preferenze?): al vertice dello Stato sta un capo a vita, una specie di Fuhrer. È prevista la pena di morte per i complotti politici. L’impianto politico illustrato dal santo inglese è fondato sulla “famiglia” di stampo agostiniano. I precedenti richiami a Platone si mostrano ulteriormente contraddittori poiché il filosofo ateniese sopprimeva quell’istituto nelle prime due categorie sociali allo scopo di combattere il familismo. Thomas More nel fondare la sua visione sociale sul concetto di famiglia mostra di nuovo la sua radice cattolico-aristotelica. Tutti i cittadini, per così dire, liberi sono obbligati a uniformare il proprio abbigliamento secondo quattro differenziazione: uomini, donne, sposati e non. Il che sa di uniformi settoriali di moderni regimi totalitari. I livelli amministrativi di Utopia ricordano molto quelli ecclesiastici: il protofilarca sta per il vescovo, il filarca per il sacerdote di parrocchia, in cima a tutti una sorta di Papa/ Fuhrer. L’espediente “lavorare meno, lavorare tutti (giornata lavorativa di sei ore)” fa parte della strategia anticapitalistica di More, non di una concezione evangelica della vita: infatti lo scrittore non si fa nessuno scrupolo a parlare di pena di morte, da lui respinta per il furto, in relazione ad altre possibili ipotesi di reato. Per Tommaso Moro le donne della sua epoca, che tradizionalmente si occupano della casa e degli affari interni di famiglia, sono nullafacenti perditempo da impiegare oltre nella produzione generale. La sua convinta, ingenua e semplicistica fede gli fa prendere di mira tra i parassiti anche elementi del clero. Ciò dimostra che il suo Cristianesimo è radicale, come peraltro si può notare, e che egli tema l’affermarsi di una nuova organizzazione sociale a vocazione edonistica. Si veda alla lunga lo svilupparsi del Protestantesimo e delle società dove è attecchito. Se il senso di malessere abbandonerà all’uomo, costui metterà da parte la Chiesa cattolica che propone il culto del sacrificio e della sofferenza. Pertanto quel clero che agli occhi del popolo non suscitasse tale ispirazione è malvisto da More. Quello rappresenta un clero già protestante, privilegiato dal benessere (al pari dei capitalisti) grazie a imperscrutabile scelta divina, scelta di cui si vedrebbero gli effetti esteriori. Emerge la dicotomia di fondo che distingue le ideologie da proporre al popolo da parte di cattolici e protestanti: i primi esaltano anche forme masochistiche, i secondi cercano Dio e la sua elezione dell’uomo nella ricchezza. L’antiedonismo del filosofo inglese è espresso chiaramente (e rientra nel canonico cliché propagandistico cattolico a cominciare dalla sessuofobia): «Eius reipublicae institutio hunc unum scopum in primis respicit, ut, quoad per publicas necessitates licet, quam plurimum temporis ab servitio corporis ad animi libertatem cultumque civibus universis asseratur». Accanto al controllo demografico rigido Moro sostiene un’idea molto antifemminista: nella sua mentalità le donne sono fabbriche seriali di neonati, parla infatti di nuclei familiari che debbano avere un minimo di dieci figli in età adulta escludendo a priori il numero dei bambini. Se si tiene conto del periodo di fertilità femminile lui sta ammettendo che le donne dalla loro maturità sessuale alla menopausa potevano e dovevano trascorrere un notevolissimo spazio di quell’arco temporale rimanendo incinte, e ciò in ossequio ai principi sulla sessualità matrimoniale della Chiesa giunti sino al ’900. Nel suo cristianesimo razionale il creatore di “Utopia” ricalca la misoginia neotestamentaria paolina e quella veterotestamentaria accompagnata dai suoi precetti (nel seguente brano peraltro si sente un’eco agostiniana): «Antiquissimus (ut dixi) praeest familiae. Ministri sunt uxores maritis et liberi parentibus atque in summa minores natu maioribus». Sebbene More celebri la – a suo modo di vedere – libertà degli Utopiani, al fine di spostarsi da una città all’altra ci vuole il consenso dell’autorità, e chi infrange il divieto compie reato. Per andare in giro nel territorio cittadino occorre il benestare dell’anziano di famiglia perfezionato dall’approvazione della moglie di questo (gerontocrazia maschilistica). Comunque il tempo di tutti viene indirizzato ad attività ritenute lecite, e nessuno può disporne in realtà in maniera pienamente libera: tutto quanto è divertimento e svago nell’accezione comune e odierna dei termini viene soppresso poiché giudicato nocivo rispetto a una sana condotta. Nella tutela esterna di simile apparato sociopolitico l’autore del libro non si fa ancora una volta scrupoli a prediligere machiavelliche metodologie quali la corruzione o l’uso di milizie mercenarie preferendo il rischio di morte a carico di stranieri. Nel secondo libro dell’opera lo scrittore inglese ribadisce il suo attacco a ciò che ruota attorno a un meccanismo economico capitalistico: altro exemplum ne è la denigrazione dei preziosi. Un piccolo dettaglio, però altamente rivelatore, emerge nella critica di More rivolta all’ambizione di dare un seguito alla logica aristotelica. Accompagnato in ciò da Erasmo da Rotterdam, suo amico, rivela quale fosse la posizione del Cattolicesimo conservatore pietrificatosi in ogni branca del sapere su Aristotele. Il maestro di Alessandro Magno, nella riproposizione medievale, impantanò tutto grazie ai suoi interessati cultori. Tommaso Moro non parla di progresso della medicina perché nella visione giudaicocristiana un malessere, una patologia, un’epidemia sono punizioni o correttivi mandati da Dio, il quale non si deve cercare di contrastare con mezzi umani a causa del fatto che viceversa si andrebbe contro la volontà divina. Medici e medicina nei secoli sono stati malvisti e ostacolati dalla Chiesa rimasta ancorata all’imprecisa biologia antica. Ancora nell’Ottocento il cattolico Manzoni presenterà un’epidemia di peste nel suo celeberrimo romanzo quale strumento di giustizia. In materia di religione gli Utopiensi riecheggia il Cattolicesimo: credono nell’immortalità dell’anima e nei Novissimi, Dio giudica. La Ragione da sola anche per loro non basterebbe a soddisfare le esigenze di conoscenza e di compensazione spirituale per gli uomini: il loro Cristianesimo razionale viene dato come scontato sotto il profilo intellettuale. Quanto esposto da Moro non è nient’altro che tomismo. L’etica utopiana che rifiuta il piacere in quanto tale per prediligere il rigore (cattolico) nella logica di un premio ultraterreno svela chiaramente la sua matrice culturale nevrotica. Il culto del masochismo e dello spirito di sacrificio ha motivazioni patologiche e opportunistiche in chi lo subisce: propizierebbe chissà che di meritorio allo sguardo di Dio, in luogo invece di valutare ragionevolmente e provvedere ad hoc nelle varie situazioni. Davanti a chi li inculca si presenta una platea condizionata da usare come mezzo di controllo e di potere sulla società. Il Dio che risana l’ingiustizia nell’aldilà tiene quieta una base popolare che altrimenti motivata potrebbe sovvertire un ordine curato ad arte. Pensiamo alla Rivoluzione francese e al modo in cui ha troncato l’egemonia culturale cristiana in Europa. Il vivere secondo Natura in ossequio a Dio di cui tratta san Tommaso Moro costituisce una nevrosi: infatti non è normale come fa lui disprezzare il piacere a vantaggio di qualcosa che comunemente sarebbe giudicato indesiderabile. Egli si rivela inconsapevolmente ipocrita. Predica bontà e legittima la pena di morte, non condanna la persecuzione di streghe ed eretici dei suoi tempi. Evidentemente possiede un’idea distorta, patologica, di cosa sia realmente buono. Torturare e uccidere esseri umani a causa di fantasie nevrotiche che animavano varie azioni dell’Inquisizione ispirate dalla Chiesa di Roma (di cui lui fa un’apologia) non rappresentano ai suoi occhi “problemi”, tant’è che ne tace in maniera assoluta. Quella realtà negativa era al suo sguardo “normale”, “naturale” mezzo di correzione. Tommaso Moro teorizza una repubblica razionale (a suo modo) cattolica destinata ad arginare l’allora imminente frattura protestante. Non disapprova la persecuzione giacché la ritiene “giusta”, secondo Natura, conforme alla teologia dogmatica della Chiesa, il tutto inquadrato in una nevrotica concezione di Cristianesimo razionale (il quale subordina la ricerca scientifica a un distorto e oscuro sentimento di fede). Il fatto che il filosofo inglese si sia spinto sino al personale martirio accettando, e quasi cercando la sua condanna a morte per questioni di principio che obiettivamente non meritavano quell’altissimo rischio dimostra quale fosse il suo reale stato mentale, il quale ha ossequiato con l’autodistruzione la sua folle erasmiana devozione. La fine di Tommaso Moro è figlia dell’“Elogio della pazzia” del suo amico che aveva redatto a sua volta in precedenza un’opera propagandistica cattolica richiamante pure al sacrificio estremo sulla base di ragionamenti apologetici poco condivisibili. Moro parla del piacere del benefattore verso gli altri, nella questione della gratificazione personale ci mette di mezzo pure Dio: ma Thomas More cosa ha fatto o detto contro le ingiustizie della sua epoca, le torture e le uccisioni di chi la Chiesa considerava nemici a servizio del Diavolo, a cominciare dalle streghe? Niente, dunque possiamo concludere che il piacere elogiato dallo scrittore inglese sia non solo un soddisfacimento nevrotico dottrinario cattolico (anche a livello pragmatico), ma altresì sia un piacere sadico nel sapere orrendamente represse coloro che non sono allineati con la linea di intolleranza intellettuale e religiosa, la misoginia e la teocrazia ecclesiastica romana. Il fatto che una persona simile sia stata canonizzata negli anni ’30 indica un  background ideologico religioso preoccupante. Se poi pensiamo che Dio gli abbia concesso di intercedere per due miracoli almeno, necessari all’inserimento nel novero dei santi sulla base delle esigenze procedurali di canonizzazione, restiamo ancor di più perplessi sul dubbio che un tale Dio sia più quello veterotestamentario che non quello più genuinamente evangelico. Il Cattolicesimo ha ostacolato nei secoli il progresso scientifico poiché vi vedeva un fattore di emancipazione umana dalla condizione di bisogno, una condizione su cui ha costruito un generale masochistico castello catechetico: il piacere in sé allontanerebbe da Dio a beneficio del Diavolo e della sua porta nel mondo rappresentata dalla donna. San Tommaso Moro vanifica ulteriormente questi tratti formalmente espressivi di bontà (?) quando definisce il lavoro del macellaio un compito da schiavi (per via dell’attività venatoria, da lui deprecata, che affiderebbe a loro). Emerge qui la visione classista aristotelico-feudale del mondo cattolico medievale. Erasmo da Rotterdam e Thomas More non sembrano umanisti liberi e progressisti, appaiono neomedievali difensori di un assetto sociale che la Riforma protestante colpirà duramente in modo irrimediabile. In “Utopia” si raggiunge un culmine della contraddizione nel momento in cui l’autore piange la sofferenza delle bestie cacciate per passatempo: e la sofferenza di quelli torturati e ammazzati per conto dell’Inquisizione perché non la rammenta? Ovviamente per lui, che critica chi vuol proseguire e ampliare la logica aristotelica dandogli del perditempo, un’opera invece quale il “Malleus malficarum” dei domenicani Kramer e Sprenger è normale e non merita alcuna contestazione. Parlare di tortura come mezzo volto a ottenere confessioni di eretici e streghe agli occhi di More apparirebbe normalissimo. Al pari delle pubbliche esecuzioni, dei roghi. Davanti a simili ingiustizie lui difende gli animali da caccia: giacché riconoscerebbe alla Chiesa il diritto di promuovere quelle aberranti condotte. E nessuno lo può difendere asserendo che è stato muto per paura dato che si è fatto ammazzare proprio allo scopo di non mancare di riguardo e di obbedienza a quell’istituzione romana. Per fare un paragone e rendere l’idea di quella che giudico la non edificante condotta di Moro: è come avere la Shoah davanti agli occhi e far finta di niente. Che uno proclamato santo ritenga la vita di un animale meritevole di pubblica difesa, e sottaccia là dove ci si aspetterebbe disapprovazione fa riflettere sulla Chiesa cattolica ancora nel ’900 e sul suo Dio che gli avrebbe per giunta concesso approvazione di miracolosa intercessione. Ma basta leggere un altro cattolico inglese, stavolta con un piede nel ’900, quale monsignor Benson, se da parte di chi nutre, secondo me, ponderati punti di vista si vuol rimanere parecchio disorientati in relazione a difesa di posizioni dottrinarie cattoliche. San Tommaso Moro riporta peraltro assurdità che non stanno né in cielo né in terra: catrame e pece per le donne incinte sarebbero per loro gustose di più del miele in quanto la gravidanza ne menomerebbe la facoltà. Innanzitutto lui che è stato un “santo” avrebbe potuto agevolare la comprensione ai posteri di una simile idea misogina, appunto perché poi non si comprende al di fuori di pareri antifemministi il motivo per cui donne incinte dovrebbero assaggiare quelle sostanze (il che costituisce esempio e sintomo di indelicatezza verso il gentil sesso) e perché quelle (o altre proprie) dovrebbero diventare così dolci proprio durante la gestazione. Tali idee, legate a una biologia non fatta progredire e ostacolata, mostrano che cosa fosse realmente la società europea cattolica di quei tempi nei secoli bui del Medioevo. Poi accade che retaggi negativi del passato giungano sino a oggi. In “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez ad esempio una delle donne protagoniste mangiava terra: l’America Latina è imbevuta del maschilismo di matrice educativa cattolica, il quale riduce le donne ad aberrazione di natura (si veda quanto sostenuto da san Tommaso d’Aquino nella “Summa theologica”, più vicino a Moro con il suo misogino aristotelismo di quanto lo sia rispetto a noi). Il filosofo inglese boccia l’edonismo, respinge lo spirito di sacrificio che non sia stato rivolto in conformità alla sua ottica teologica. Egli continua a lodare il sistema sociale degli Utopiani, il quale nel loro Cristianesimo razionale naturalmente ritengono possibile che solo qualcosa di rivelato dalla suprema unica divinità possa lecitamente ampliare la loro conoscenza di cosa sia bene per il singolo e per la comunità. Una sola volta in tutta “Utopia” l’autore ricorda il nome di Aristotele, perno concettuale su cui è costruita la teologia cattolica codificata ampiamente da san Tommaso d’Aquino ammiratore dello Stagirita. Altra cosa normalmente significativa, molto sconcertante (come già in precedenza spiegato) è che Moro nel fare nomi di riferimento scientifico medico nel XV secolo vada a menzionare Ippocrate e Galeno: ciò la dice lunga di come, perché, l’Europa medievale sia, non a torto sia stata connessa all’oscurantismo. La conoscenza medica continuò a faticare moltissimo pure nel periodo umanistico-rinascimentale, e vedendo le totali arretratezza e chiusura di san Tommaso Moro siamo in grado di renderci consapevoli di come gli intellettuali cattolici abbiano rallentato il progresso. Fosse stato per loro saremo ancora alla biologia di Aristotele, Ippocrate e Galeno. La terra sarebbe al centro del nostro sistema solare, con il sole che le girerebbe attorno. Il povero Galileo Galilei non fu così insensato di farsi torturare e uccidere dai cattolici a causa di qualcosa che oggi è ovvio, però che ha sofferto per diventarlo. Thomas More invece a causa di questioni religiose, le quali l’analisi storica ha ormai svelato essere aria fritta, si è fatto ammazzare, quando poteva salvarsi al pari di Galilei. L’educazione cattolica di quello lo aveva condizionato sino a tale patologica letale suicida ostinazione. Quel che fece nel farsi condannare a morte manifesta masochismo estremo: essere ucciso credendo di meritare e ottenere un premio nell’aldilà, di raggiungere chissà quale gioiosa condizione, rappresenta un gesto che non compì neanche Galileo Galilei che era uno scienziato vero il quale dovette scontrarsi con i filoaristotelici. Soltanto una mentalità nevrotica poteva proiettarsi in qualcosa di palesemente insano e autodistruttivo: nessuno normalmente si fa ammazzare allo scopo di confermare una decisione politica di un Papa sopra un negato divorzio a meno che non abbia una patologica vocazione da martire nevrotico. Tommaso Moro va esaminato sotto lo sguardo clinico, al pari di altri personaggi della Chiesa e di altri santi. Nessuno può negare che le sante anoressiche che erano donne bisognose di assistenza medica moderna, e che simili altri atteggiamenti masochistici avessero un’origine nella deviazione dal consuetudinario equilibrio psichico mentale. Se la psicanalisi fosse nata prima gli atteggiamenti di varia intolleranza del Cristianesimo avrebbero potuto trovare un argine di studio clinico. Se fede e nevrosi coincidono si torna nel Medioevo, si perseguitano e si torturano streghe ed eretici sino al Rinascimento in modi che non hanno niente di più lieve rispetto alle persecuzioni naziste. Allorché Tommaso Moro esalta la medicina quale strumento di conoscenza concesso da Dio all’uomo lo sta facendo in quella versione cristallizzata cattolico-aristotelica: è quella la sua biologia, quella che spiega con ragionamenti pseudoscientifici l’inferiorità della donna rispetto all’uomo. Non sta parlando con uno spirito indagatore moderno, e tutto il suo impianto concettuale narrativo in “Utopia” lo testimonia. La sua scienza si ferma ad Aristotele, Ippocrate e Galeno. San Tommaso d’Aquino ribadisce che la donna è inferiore nei confronti del maschio, sulla base di quella scienza antica e sulla base della Bibbia. Moro non va oltre il tomismo medievale, ne ripropone anzi un modello sociopolitico animato da un Cristianesimo razionale, il quale in fine dei conti è già contenuto nella filosofia tomistica del suo omonimo predecessore, a cui fu un’eco in logica di contenimento del venturo protestantesimo, un’eco di esaltazione di una specifica ideologia socioreligiosa. Questi Utopiensi di Moro sono così scientificamente progrediti che l’unica cosa degna di nota è la stampa presa dagli Europei: lo scrittore inglese oggigiorno appare privo di una fantasia sul progresso che la sua nevrosi gli ha bloccato, sembra insignificante decantare simile stadio di avanzamento tecnologico. A Utopia non ci sono aerei, non ci sono telefoni, non ci sono computer, non ci sono automobili. Nell’“Orlando furioso” (uscito lo stesso anno di “Utopia”) si va sulla Luna, ma Tommaso Moro, memore della vicenda della torre di Babele, non potrebbe, ad esempio, andarci poiché Dio non vorrebbe. Quanto Dio rende lecito viene spiegato ai suoi occhi nella Bibbia e ripetuto dall’insegnamento della Chiesa: è lecito perseguitare e ammazzare i nemici (soprattutto religiosi e le streghe, infatti egli non batte ciglio al riguardo). In materia di schiavitù More è parimenti scandaloso nel legittimarla e nell’adeguarsi oltre che ad Aristotele pure alla linea di pensiero veterotestamentario, naturalmente rielaborati a beneficio della sua immaginaria costruzione politica: basta leggere i testi per vedere il sostanziale comune fondo concettuale. Egli prevede un particolare accanimento punitivo a carico degli schiavi di origine utopiense mentre si dimostra più clemente con quelli di provenienza esterna. Questo pensiero rivela, accanto ad assenza di umanità nel trattamento di condannati, un’involontaria e indiretta approvazione delle persecuzioni cattoliche nel momento in cui ammette lecito i maltrattamenti su particolari soggetti i quali hanno violato le regole del suo illiberale e totalitario sistema socioreligioso. È come se stesse dicendo apertamente di essere d’accordo a reprimere i dissidenti e i ritenuti tali all’interno del Cattolicesimo facendo altresì ricorso all’uso della forza nei confronti di eretici e streghe, i quali nient’altro erano che immaginari nemici prodotti di nevrosi ossessiva misogina maschilista sadica sia sugli uomini che sulle donne (molto più bersagliate dei primi). Quando il pensatore inglese si pone fautore dell’eutanasia forzata riguardo ai malati incurabili notiamo un nuovo gravissimo aspetto della sua creazione ideologica. Già spiegato che essa è un’elaborazione di Cristianesimo razionale medievale, possiamo adesso osservare una molto sconcertante tangenza col nazismo tedesco novecentesco. Se rispetto a una etichetta astratta politica il suo Stato può essere definito nazional-socialista, a proposito di una materia di tangenza storica (evocata più indietro nell’analisi) davanti a noi si trova un’idea comune della prassi nazista: l’eliminazione calcolata di disabili per vari motivi. Tommaso Moro non afferma la libertà di autodeterminazione del malato incurabile, parla chiaramente di induzione all’eutanasia. Il che è praticamente contiguo al pensiero nazista: liberare la società da peso inutile. Si resta senza parole quando uno, il quale sarà proclamato santo, propone, tra l’altro, l’eutanasia per inedia. Fare digiuni era usanza devozionale nel Cristianesimo, portarla all’estremo era giudicato motivo di merito davanti a Dio: portarla all’estremo al fine di attuare l’eutanasia ideata dal pensatore inglese sarebbe secondo lui lecito, gesto encomiabile. Nella persuasione in generale del soggetto da sopprimere lui ammette l’azione di sacerdoti utopiani, i quali a suo dire rappresenterebbero l’autorità divina, il Dio unico razionale tomista. Purché chi sia da eliminare venga soppresso Moro dà spazio all’eutanasia con anestesia. Volendo salvare le apparenze aggiunge che nessuno viene “obbligato” all’eutanasia nel tentativo di “mitigare” l’idea che però prospetta a monte di “azione di persuasione” sul malato incurabile, e quindi costituente un’operazione di condizionamento psicologico la quale non consente molta effettiva libertà a chi si trova una pressione addosso indirizzata all’ottenimento dell’eutanasia. More oltre che essere contorto e contraddittorio non ammette di fatto libertà: se il malato viceversa si suicidasse prima dell’autorizzazione avrebbe commesso un reato e il suo cadavere andrebbe buttato via da qualche parte malsana all’aperto. Una cosa del genere costituisce oggi un crimine gravissimo, e si chiama “vilipendio di cadavere”. Ma dov’è la santità di Tommaso Moro? Sembra un teorico precursore del nazismo in Germania. Durante la Controriforma un brano del primo libro di “Utopia” fu censurato giacché ritenuto controproducente per la Chiesa: si tratta di quello dello scontro in cui viene coinvolto un frate, un brano ai nostri moderni progrediti occhi del tutto irrilevante. La cosa rilevante è notare come nello slancio censorio tutto il resto venga approvato a beneficio della divulgazione. Da ciò deduciamo che tutto l’inquietante impianto ideologico di More viene considerato ortodosso da parte dei controllori cattolici. Non hanno censurato la schiavitù, l’eutanasia, la misoginia, l’intolleranza... Il san Tommaso Moro canonizzato nel 1935 possiede non poche tangenze ideologiche con i nazisti tedeschi. Nel proclamare santo questo cattolico inglese non si possono oggi scorporare le sue idee giudicate “pericolosi”. L’“eroico esercizio delle virtù cristiane” di More risiede nella sua integrità, dagli scritti al fatto che si fece ammazzare. La Controriforma confermò sostanzialmente simile ottica e la canonizzazione del ’35 ribadisce formalmente tutto, a prescindere dai miracoli richieste dalla procedura canonica. Che ai nostri tempi si voglia elogiare il pensatore inglese astraendolo dal suo organico contesto cercando di idealizzarlo, mettendo all’angolo le cose sgradevoli, costituisce operazione storiografica indebita. La chiara conoscenza storica e la corretta ermeneutica di un testo sono azione da condursi senza occhiali fideistici, i quali falsificano la realtà a vantaggio di eventuali posizioni religiose preordinate. La realtà dei fatti dice che nel 1935 è stato canonizzato uno che sosteneva una forma di eutanasia nazista. In ossequio alla tradizione giudaicocristiana, nonché cattolica, Moro disapprova il rapporto sessuale prematrimoniale, oggetto di rigida sanzione: si tratta ai suoi occhi di un crimine in grado di impedire perpetuamente il diritto a contrarre matrimonio in futuro. Solo la grazia concessa dal capo supremo può rimediare a tale impedimento, che nella punizione coinvolge anche i genitori dei correi visti come pessimi educatori. Qui emerge la sessuofobia del filosofo e della sua Chiesa: il tradimento matrimoniale in Utopia viene punito con la riduzione in schiavitù. Comunque, si concede in quella distopica isola uno spiraglio a un lecito divorzio, nonostante il matrimonio sia considerato indissolubile (il tutto al pari della Chiesa col suo particolare tribunale che dispensa scioglimenti nei casi ritenuti accettabili). Possibile la grazia del capo supremo a vantaggio dei fedifraghi in circostanze particolari, ma anche la pena capitale a scapito dei recidivi. La reazionaria idea di giustizia di Moro compare con chiarezza. Egli rifiuta il criterio di un codice penale disciplinante l’intera gamma dei crimini in genere. La sua visione patriarcale lascia il potere sanzionatorio residuo rispetto a quanto regolato dallo Stato nelle mani delle figure di marito e padre, mogli e figli occupano il livello destinato all’imputazione. Tutto ruota attorno al “maschio adulto”. Come ormai visto, ampio spazio viene dato alla misura sanzionatori a della schiavitù, somministrata generalmente a soggetti le cui colpo sono valutate notevoli. Lo scrittore inglese in “Utopia” ha tratteggiato un articolato apologo della servitù coattiva: oggigiorno essa rappresenta un gravissimo reato, e nell’amministrazione della giustizia degli Stati civili e progrediti si mantiene il rispetto della dignità umana del condannato escludendo situazioni che ledano principi di validità universale: nuocere alla salute mentale e fisica con intenzionale proposito repressivo non giova a niente, danneggia la prospettiva di recupero comportamentale del condannato. I metodi persecutori usati nella caccia alle streghe, nella ricerca di eretici, le torture connesse e le loro esecuzione rientrano nei crimini contro l’umanità. In relazione a questa qualità di reati san Tommaso Moro non oppone critica, anzi si dimostra, per giunta poco tacitamente, consenziente. Egli riassume la forma mentis dominante cattolica dell’epoca in cui visse e che costui ha “indossato”. Inoltre si rende precursore ideologico di altri negativi futuri scenari storici. Negli schiavi utopiani il pensatore inglese individua una categoria di persone da mortificare allo sguardo di tutti con scopo di deterrenza (pertanto esclude la pena capitale diretta) e da sfruttare a scopi pratici per utilità. Simili formulazioni ideologiche nell’opera letteraria di un “santo” nel XXI secolo creano non pochi disorientamenti, specialmente se rammentiamo il fatto che è stato canonizzato nel 1935. Nelle parole di lui possiamo scorgere l’emarginazione degli Ebrei tedeschi durante il nazismo, una storia di emarginazione e persecuzione la quale è iniziata a opera dei Cattolici parecchi secoli prima di Moro, e di cui egli non fa condanna. Il Cristianesimo razionale di Utopia ingloba, in modo apparentemente invisibile, però sostanziale e percepibile, l’antisemitismo. Il primo libro dell’opera contiene, cosa già accennata, un’espressione antisemita, non una manifestazione di simpatia. Thomas More paragona agli animali selvaggi chi si rivolta a tale suo metro di schiavizzazione, e naturalmente va per lui messo a morte. Dice apertamente che agli schiavi viene riservata la sofferenza allo scopo di emendarsi dalla loro colpa: solo in tal modo possono ambire alla lunga a un alleggerimento del trattamento o anche alla grazia. Siamo agli antipodi di un diritto sano ed equilibrato: idee simili saranno ribaltate soltanto durante l’Illuminismo. Canonizzare More nel ’900, sottintendendo che i suoi scritti riflettano intenzioni divine (non trascuriamo il “visto” datogli dalla Controriforma), appare alquanto equivoco. Il ’900 è stato il secolo dei totalitarismi: al di là del caso pertinente del nazismo è da ricordarsi altresì il conservatore regime franchista in Spagna. La Guerra civile spagnola scoppiò nel 1936: i Cattolici furono dalla parte dei franchisti che abbatterono militarmente un governo democratico repubblicano a beneficio di una dittatura anticomunista. Il socialismo di Moro rappresenta solo un cinquecentesco espediente anticapitalistico antiprotestante legato al suo tempo. Non si può fare un paragone col marxismo, il termine di paragone più corretto (il perché è stato sufficientemente chiarito) è il nazionalsocialismo tedesco. Simone Weil ha spiegato che la Chiesa medievale costituisce la madre del totalitarismo moderno, quindi niente di scorretto nel mio esame: Tommaso Moro e il nazismo hanno lo stesso capostipite ideologico. Il secondo riprese una serie di idee laicizzate e filtrate dal Luteranesimo (antisemitismo, volontarismo) e provenute da alcuni filosofi i quali fecero apologia delle genti germaniche (Fichte, Hegel, Nietzsche) riprendendo un’idea tipicamente biblico-cristiana di “gruppo sociale eletto” (Giudei nell’Antico Testamento, la Chiesa in base alla teologia cattolica col Nuovo, la Germania mantenutasi pura nei secoli per i sostenitori di tale idea nazionalistica con la sua “razza ariana” contrapposta a “razze inferiori”). Il Cristianesimo razionale di Thomas More in “Utopia” è il Cristianesimo razionale di Hans Kerrl nella Germania nazista sono imparentati. E da quanto si può valutare sembra che nel 1935 la lontananza temporale sia stata soppressa. La Spagna franchista, d’altro canto, è stata una sui generis Utopia (alla maniera cattolica di Moro). Un’altra gravissima lacuna sotto il profilo del diritto in Utopia proviene dall’equiparazione delle intenzioni di delinquere al reato compiuto. Thomas More, poi, andando avanti nella sua esposizione, va a riprendere un classico della misoginia il “De cultu feminarum” di Tertulliano (senza farne esplicita menzione per disapprovare con fermezza l’uso femminile di cosmetici). Il “Malleus maleficarum” informa che dietro la bellezza muliebre si può celare il Diavolo, perciò in generale in quei secoli bui del Medioevo, e oltre, le donne che avessero usato cosmetici erano sospettabili di qualcosa di losco. La misoginia personale di Moro, frutto della sua formazione cattolica, appare evidente: «Ut enim formam naturalem non tueri segnis atque inertis ducunt, sic adiumentum ab fucis quaerere infamis apud illos insolentia est. Usu enim ipso sentiunt, quam non ullum formae decus uxores aeque ac morum probitas et reverentia commendet maritis. Nam ut forma nonnulli sola capiuntur, ita nemo nisi virtute atque obsequio retinetur». Se egli non pensasse che le donne non siano tentatrici porte del Demonio, esseri umani di serie B (come insegnano sant’Agostino d’Ippona e San Tommaso d’Aquino), bisognose di maschili controllo e guida, non direbbe simili cose. Nel momento in cui Moro parla di Europa pare di ascoltare un franchista (monarchia – Chiesa – Cristo): « Etenim in Europa idque his potissimum partibus, quas Christi fides et religio possidet, sancta est et inviolabilis ubique maiestas foederum, partim ipsa iustitia et bonitate principum, partim summorum reverentia metuque pontificum, qui ut nihil in se recipiunt ipsi, quod non religiosissime praestant. Ita ceteros omnes principes iubent, ut pollicitis omnibus modis immorentur, tergiversantes vero pastorali censura et severitate compellunt». Predica una solidarietà umana dove però non ci sia deroga all’unisono cattolico: vorrebbe tutti compatti ben allineati in questa ideologia religiosa. L’amicizia di cui lui ragiona è la ciceroniana solidarietà di specie al di fuori della quale nulla è lecito: «At illi contra censent neminem pro inimico habendum, a quo nihil iniuriae profectum est; naturae consortium, foederis vice esse; et satius valentiusque homines invicem benevolentia quam pactis, animo quam verbis connecti». Chi è organico al sistema e (acriticamente o meno) ossequioso rimane “amico”, chi no diventa nemico: di fronte agli eretici, alle streghe, agli Ebrei i cattolici dei secoli passati hanno smarrito la decantata concretezza evangelica. Un numero imprecisato di uomini e donne è stato barbaramente torturato e orrendamente ammazzato il nome di Gesù Cristo, di Dio, della Chiesa. San Tommaso Moro ha taciuto di questi crimini contro l’umanità, proponendo una patologica distopica versione sociopolitica reazionaria di quell’apparato illiberale e persecutore. L’isola di Utopia rappresenta quanto costui desidererebbe si radicasse nella sua isola di residenza, l’Inghilterra. Il tema dell’insularità non sembra occasionale, possiede anch’esso le proprie recondite (allo sguardo superficiale) sfumature. Il pensatore inglese vagheggia un’Inghilterra distopica cattolica. Quando scrissi il mio saggio su “Lord of the World” di monsignor Benson ebbi a spiegare che consideravo la sua distopia in effetti un’utopia, una prospettiva futura positiva. Nella mia disamina di “Utopia” debbo invece concludere con un pensiero di natura opposta: ciò che è stato concepito quale ideale in tale libro, tenendo peraltro a battesimo semantico il termine, non ha nella sua sostanza concettuale esposta, a mio avviso, alcunché di positivo a causa delle ragioni che ho via via indicato nell’analisi in corso. Un argomento cui More non fa assolutamente cenno è la questione degli omosessuali, perseguitati dalla Chiesa al pari di streghe ed eretici: tanto abominevole gli sarà apparso tale cattolico gravissimo peccato. Non gli sarà sembrato producente dire che ci fossero Utopiensi gay. Tuttavia guardando il fondo del suo barile intellettuale pare indubbio che fra i crimini da condannare con la schiavitù a Utopia (lui parla di generici indefiniti crimini di rilevanza pubblica) ci sia pure l’omosessualità. Quando dice in generale di far soffrire il condannato allo scopo di emendarlo dalla sua mancanza rivela più che una, già di per sé, assurda giustizia una mentalità sadica alla base di azioni di tortura e di morte e di opere esplicative persecutorie quali il “Malleus maleficarum” (libro scritto da due domenicani). Una persona sana di mente non ammetterebbe a parole la possibilità di recare di proposito sofferenza e dolore fisici e mentali a un suo simile, né tanto meno legittimerebbe simili aberranti comportamenti attuandoli. Tali atti costituiscono crimini contro l’umanità, specialmente se perpetrati in maniera programmatica nello spazio e nel tempo; e chi tacitamente o apertamente li approva cade nella banalità del male se non, peggio ancora, nell’apologia di reato. Ricordiamo ad esempio, che l’Inquisizione spagnola ebbe potere di agire in tutta l’America Latina rendendo quell’area del pianeta, dove le civiltà precolombiane sono scomparse, un campo di diffusione integrale del cattolicesimo. Uno dei problemi teologici emersi in quelle terre fu se i precolombiani avessero o meno un’anima, e se fosse dunque lecito sterminarli in quanto non umani. Non si può leggere san Tommaso Moro portandolo fuori dell’Europa cattolica quattrocentesca e cinquecentesca, e interpretare le sue parole con categorie pregiudiziali obiettivamente fuorvianti. Se non si parte dal principio di capire cosa è stato detto e perché, ma con quello di spiegare, abbellire, e giustificare non avremo compiuto un procedimento scientifico bensì un atto di promozione mirato a far gradire un sepolcro imbiancato. Gli Utopiani di Moro rifiutano in linea di principio i conflitti bellici poiché non umani, però subito dopo l’autore inglese li autorizza a praticare la guerra nelle circostanze giudicate “giuste” e li dipinge altresì particolarmente vendicativi. La guerra costituisce un male assoluto e non esistono spazi a beneficio dell’idea di vendicativa rivalsa o di operazioni belliche di sostegno. Qui Moro cestina ancora una volta i principi evangelici come modernamente intesi. Egli non fa porgere tanto l’altra guancia, valuta l’uso della forza legittimato dal fine di mantenere quanto giudica, dal suo punto di vista, essere ordine e rispetto necessari. La Cristianità cattolica europea, secondo lui, e secondo l’amico Erasmo, dovrebbe essere compatta, pacificata, e allineata a Roma cattolica nel suo interno, pronta a sopprimere i nemici esterni pure mediante gli eserciti. Ugualmente legittima, come notato, la repressione dei “nemici interni”. Moro paventa la guerra civile armata della Cristianità tra futuri schieramenti politici: filocattolici e filoprotestanti. La sua contraddittoria riprovazione della violenza bellica sembra uno specchietto per le allodole, un paravento retorico indirizzato a scongiurare la prossima rottura interna del Cristianesimo. Altresì chiaro, ad esempio, che per lui una crociata, in quanto guerra santa, sia un’azione bellica formalmente indiscutibile poiché promossa dalla Chiesa. Egli disapprova le guerre e i loro effetti negativi nel momento in cui sono controproducenti davanti al suo castello ideologico, però quando sono richieste quale mezzo di tutela le ammette possibili. Il filosofo inglese ragiona della guerra quale possibile via a favore di una punizione esemplare deterrente a scapito degli avversari. Disapprova in generale le classiche guerre esterne sanguinose, e quasi quasi sembra intuire il futuro avvento delle sostitutive “guerre economiche”. A lui, in ogni caso, interessa salvare il Cattolicesimo da tutti i suoi nemici, interni ed esterni, e non si fa poi così tanti scrupoli riguardo al rischio di apparire retorico, propagandistico e contraddittorio nei confronti della posterità. In effetti non sente questi limiti poiché è organico figlio della sua epoca e del suo ambiente socioculturale dominante. Con i suoi ragionamenti si potrebbe addirittura formalmente legittimare lo sgancio delle bombe atomiche americane sul Giappone nel 1945. San Tommaso Moro, d’altro lato elogia il valore della corruzione come machiavellico espediente allo scopo di vincere la guerra. Questo particolare, oltre a essere non tanto onorevole poiché fa prediche moralistiche, è rivelatore di un aspetto evidenziato nella prima parte dell’analisi: More ha intuito il peso della brama capitalistica della ricchezza che si annida nei ceti imprenditoriali prossimi a sostenere la Riforma allo scopo di liberarsi dei prelievi periodici tributari a beneficio della Chiesa di Roma. Sta proponendo di sfruttare il vampirismo dei peggiori imprenditori a vantaggio di un particolare tornaconto stimolandoli a tradire e a vendersi. In caso di insuccesso trova utile promuovere la ricerca di terroristi, dietro promessa di ricompensa, presso le masse avversarie; terroristi che uccidano o catturino i capi nemici (da consegnare agli Utopiensi). Restano sempre delle perplessità. Come si può canonizzare nel 1935 uno che scrive cose del genere? Come può Dio accogliere richieste di intercessione a beneficio di miracoli da costui? L’intuizione di More sulla natura capitalistico-protestante dell’avversario lo induce a smascherarsi e a contraddirsi. Da un canto egli abolirebbe la proprietà privata con l’obiettivo di togliere la base vitale al nemico, però dall’altro, se questo cambiasse campo e tradisse, gli offrirebbe un ricco premio altresì in beni immobili. Il diritto a una illimitata proprietà privata di beni mobili e immobili emergerà con chiarezza nelle società protestanti. L’obiettivo del filosofo inglese nella realtà è quello di salvare la Chiesa di Roma a qualunque costo. Perciò manterrebbe la proprietà privata all’esterno di Utopia nella veste di strumento politico di controllo: divide et impera (non universalità omogenea). More elogia la sua machiavellica “guerra intelligente”, ritenuta efficace e in grado di causare poche vittime. Lui ha visto il mondo delle moderne guerre economiche e dello spionaggio insito nel capitalismo, e prende le adeguate misure le quali saranno del futuro. L’autore di “Utopia” non pone limiti al suo machiavellismo proponendo tradimento, corruzione e istigazione a nuocere quale metodi naturali scontati all’interno del suo sistema ideologico cattolico. Il ripudio della guerra da parte di Moro si rivela di nuovo nitidamente per quel che è nel momento in cui afferma possibile il ricorso a milizie mercenarie: a chi importa limitare danni alla sua parte, poi, tutti i modi sono leciti per annientare gli avversari. Non risulta difficile immaginare che lo scrittore inglese tema che i tributi per Roma cattolica possano finire a soldati mercenari al fine di usarli come mezzo di emancipazione: dunque More prima dice che gli Utopiani se ne servono, quindi li disprezza perché pilotati solo dal denaro. Conclusione: le milizie mercenarie vanno tenute sotto controllo economico come fanno i ricchissimi nazional-socialisti utopiani. Il pensatore auspica persino che i soldati mercenari possano ammazzarsi nella guerra inter se allo scopo di togliersi dai piedi risolvendo il problema proveniente dalla loro presenza. Quelli che alla fin fine possono definirsi deliranti visioni sociopolitiche distopiche di Thomas More raggiungono un altro significativo vertice di assurdità allorché egli dice che i militi utopiensi possono essere accompagnati in battaglia da mogli e figli: sostenere una cosa simile rappresenta pura pazzia. Ciò costituisce disprezzo della vita umana e promozione del fanatismo nell’ambito dei conflitti. Se la “guerra intelligente” non funzionasse, Utopia (lo Stato del Cristianesimo razionale) andrebbe difesa con tutte le risorse possibili. Qui muore del tutto il pacifismo se si pensa di mettere in campo bellico donne e bambini a difesa di un’organizzazione sociopolitica totalitaria e illiberale. Per Moro la morte rimane preferibile a indietreggiare rispetto a detto obiettivo. E in pratica costituisce quanto ha fatto lui nella realtà, per difendere l’ideologia politico-religiosa cattolico-romana e il suo apparato. Si è spinto sino all’estremo sacrificio rifiutando di aver salva la vita in cambio di un compromesso. La coerenza nel caso di Thomas More rappresenta qualcosa che che contiene aspetti patologici, qualcosa motivato da nevrosi, di cui un intellettuale di quel livello si sarebbe potuto liberare. Nonostante la formazione cattolica visse nel periodo umanistico-rinascimentale e c’era gente che rivendicava il rispetto di valori più liberi, meno totalitari, più vicini all’equilibrata modernità. Lui ha bocciato questi preferendo seguire un involutivo cammino esistenziale personale. Non sembra si possa sostenere che sia stato e costituisca tuttora un bell’esempio, né per la pratica in sostanza suicida (la quale più che testimoniare una fede ha palesato un quadro nevrotico) né per le parole (le quali ben lette e inquadrate lasciano disorientamento e sconcerto). Riguardo all’esplicita trattazione del tema religioso nell’isola di Utopia il filosofo inglese mostra molto chiaramente il Cristianesimo razionale di fondo: religione principale degli Utopiensi è un monoteismo maschilista (chiamano infatti il Dio creatore esclusivo, principio e destino dell’universo, Pater). Gli Utopiani però conosciuto il Cattolicesimo hanno avuto una naturale inclinazione ad accoglierlo. A quanto detto indotti nella simpatia dalla fenomenologia del martirio cristiano e dalla figura di Cristo il quale proclamò il comunismo dei beni. Simili tangenze ideologiche avrebbero spinto molti abitanti dell’Isola a farsi battezzare se non fosse stato per la mancanza di un sacerdote. Nell’ultima parte di “utopia” l’autore si ammanta di sostanziale malcelata ipocrisia. Dopo aver fatto in un lungo e in largo l’apologia del Cattolicesimo (storicamente persecutore) parla di tolleranza di eventuali differenti posizioni religiose. Innanzitutto sta dicendo di tollerare altrui “religioni”, non sta affermando di tollerare le eresie interne del Cattolicesimo o di respingere la misoginia (che egli convalida) alla base della caccia alle streghe. Si deve far bene attenzione semantica alle sue parole. Nel suo tomismo egli sta dicendo che è meglio persuadere i Gentiles con strumenti intellettuali mediatici piuttosto che far ricorso alla forza. E ciò peraltro nel momento in cui il suo uso avrebbe più nuociuto ai Cattolici che non ai Protestanti (bene in grado di difendersi, come hanno fatto: non c’era nessuna armata cattolica così potente da fronteggiare lo schieramento scismatico protestante e riportarlo nel grembo della Chiesa romana). La tolleranza retorica di More nasconde una mira propagandistica antieversiva. Messi all’angolo col fiato sul collo nel Nord europeo, area di sviluppo della moderna intraprendenza imprenditoriale, i cattolici come lui e l’amico Erasmo da Rotterdam imboccano una tolleranza da usare in previsione futura a tutela di fronte a gravi situazioni divisorie, però nel mentre rimangono su posizioni reazionarie all’interno del Cattolicesimo integrale. Tolleranza tra Cattolici e Gentiles, ma all’interno del Cattolicesimo non si deroga. L’oggetto della tolleranza di Moro sono i non cristiani ab ovo, non gli eretici interni che si allontanano dall’ortodossia. In parole povere quando la situazione sta per sfuggire dalle loro mani invocano trattamenti rispettosi davanti a un grande rivale capace di tenere testa politicamente e militarmente al predominio cattolico romano radicato nelle monarchie e nei ceti di controllo fedeli al modello medievale europeo. L’idea di tolleranza di Moro si presta subito ad ambiguità e a un doppio gioco. Se da un canto manifesta una facciata di bontà davanti ai Gentiles, a cui rivolgere un’azione di persuasione cattolica in stile filosofico-tomista e predicatorio-paolino congiunta all’iniziale rifiuto della violenza, dall’altro lascia la porta aperta all’uso della repressione di chi, a suo modo di vedere, si dimostra “non tollerante” nel confronto religioso e “sovversivo” in ambito sociale. Notando che egli ha vestito ipocriti panni di tolleranza, si conclude che gli “intolleranti” risulteranno solo essere suoi avversari, interni ed esterni. Lo scrittore inglese fa un preciso esempio di carattere interno cristiano in Europa: un infervorato esagerato predicatore, una specie di Savonarola o di Lutero per rendere l’idea, colpito, come dice Moro, più sulla base di motivazioni sociopolitiche che strettamente religiose. Thomas More teme il futuro Cristianesimo radicale protestante a causa del suo potere socialmente eversivo: infatti il feudalesimo agricolo medievale cederà il passo alla società capitalistica borghese. Circa la gestione interna nel Cattolicesimo di devianze è allora ancor più chiaro il fatto che il filosofo inglese ritenga “legale” l’uso della repressione nei casi di allontanamento dall’ortodossia, e come l’orwelliano O’Brien sottintende che non è utile fare martiri politici. Le intuizioni di Moro lo portano a ragionare con una mentalità strategica più avanzata dove l’aspetto persuasivo mediatico prende il sopravvento sull’ottenimento di un obiettivo mediante l’imposizione coattiva diretta. Questo è un discorso generale per una gamma di persone analoghe ai destinatari della tomistica “Summa contra Gentiles”. Ma altresì valido nelle faccende interne di natura sociopolitica. Il filosofo inglese ha infatti specificato che esilio o schiavitù non costituiscono la pena per la colpa di lesione teologica ma per quella di istigazione alla rivolta: il crimine interno di cui tratta non è religioso, dunque non rientra nel campo dell’indagine inquisitoria teologica cattolica. Moro distingue due categorie: i non cristiani ab ovo e i non ortodossi interni. Fra questi ultimi fa un ulteriore distinzione: i rei politici e, per esclusione, quelli strettamente religiosi (streghe, eretici, omosessuali, Giudei). Se ai primi riserva la sofferenza sadica della schiavitù nella sua concezione, niente di strano che accetti torture e uccisioni per stregoneria, eresia, omosessualità, professione di Ebraismo. Non dimentichiamo che egli parlando della schiavitù ha detto che essa debba essere una misura punitiva atta a recare proprio sofferenza. La sua contorsione espositiva lascia trapelare il suo fondo fideistico cattolico. Davanti ai crimini religiosi da parte di un credente nella religione utopiense del Pater niente impedisce il ricorso alla pena di morte. A chi nega l’immortalità dell’anima gli abitanti di Utopia riservano l’emarginazione e l’interdizione dai pubblici uffici (il che costituisce una palese discriminazione). I Novissimi della religione cattolica presso di quelli sono la norma. A Moro basterebbe che dissidenti non abbiano la possibilità di comunicare con il popolo: molto moderno nella sua ottica strategica, ha compreso che la stampa e la diffusione delle idee daranno il colpo di grazia al Medioevo e che la partita si giocherà sul moderno campo economico capitalistico dove la diffusione dell’informazione prenderà il posto dell’ignoranza diffusa e dell’indottrinamento totalitario cattolico. Thomas More ragiona quasi in termini di dibattito televisivo costretto da nuove condizioni. Ciò nella forma, però nella sostanza non ha rigettato un disumano uso della forza e della violenza; si è, per così dire, fatto più scaltro di altri suoi correligionari reazionari. Ma non ha abbandonato affatto il suo integralismo cattolico (testimonianza ne è la sua morte). Gioca sul piano della propaganda con retorica, come chiederebbe un Goebbels, tuttavia nella sostanza rimane nitida la sua meta apologetica di un sistema di potere socioreligioso illiberale. Nella conclusione dell’opera Moro torna a elogiare un masochistico spirito di sacrificio personale, tipico di figure del Cristianesimo. Chi si degrada al livello di uno schiavo, chi si mortifica oltremodo, per lui è meritevole di un premio divino ultra terreno. La scienza medica moderna vedrebbe simili soggetti mentalmente disturbati (vedansi le Sante anoressiche e tutti i masochisti punitori di sé stessi in nome della fede in Cristo e nel Dio biblico). La storia della psicanalisi ci indica nel Cristianesimo la presenza di sadici e masochisti, nonché di nevrotici vari. Questa gamma di psicopatologia ha prodotto persecuzioni, torture, uccisioni, guerre solo per ragionamenti pericolosi i quali erano solo aria fritta. E l’ordinamento politico si è variamente conformato a queste degenerazioni sino all’Illuminismo. Ci sono voluti secoli per liberarsi delle persecuzioni da parte dei Cristiani in generale a danno di streghe, eretici, omosessuali, Ebrei. Nonostante tutto forme di misoginia, omofobia e antisemitismo permangono tristemente tutt’oggi. San Tommaso Moro fa, tra l’altro, un’apologia dell’istituto della schiavitù quale strumento giuridico non riconoscendo un universale rispetto della dignità umana. Nella sua concezione esistono persone di serie A e gente di serie B, vale a dire lo stesso ragionamento di nazisti antisemiti e suprematisti bianchi: secondo tutti questi è lecito privare determinate categorie umane di diritti naturali sulla base di nevrotici pseudoscientifici pregiudizi. Da simile scia pregiudiziale del filosofo inglese l’apologo dei tipi cattolici esemplari in Utopia: l’asceta sessuofobo e il cattolico osservante da matrimonio agostiniano. Qua torna la misoginia sessuofobica rivelatrice di una condivisione di fondo del disprezzo della donna, intravista dalla teologia cattolica sotto una luce negativa sino a non molto tempo addietro (da Tertulliano a sant’Agostino, da san Tommaso d’Aquino al “Malleus maleficarum” proseguendo sino al ’900 dove autori come Monsignor Benson non ne parlano affatto bene). Moro, come visto ha legittimato la guerra, e ci dice inoltre alla fine dell’opera che gli eserciti utopiani sono seguiti da religiosi: questo dà connotazione di “guerra santa”, “guerra benedetta” alle loro azioni militari, il che è contraddittorio in relazione al pacifismo (di facciata) dello scrittore. I sacerdoti di Utopia sono eletti a suffragio popolare (ovviamente maschile, cosa talmente scontata che More non sentirebbe esigenza di puntualizzarlo a parole). Loro sono anche censori sociali, sono magistrati requirenti elettivi all’americana. Lo scrittore inglese in simile strana, per un cattolico di allora, trovata intuisce qualcosa della futura mentalità organizzativa protestante. L’idea del “procuratore americano”, nella società cristiana del ’500 tenderebbe a togliere consenso al Protestantesimo borghese capitalista. Egli accetta sacerdotesse solo nel caso possibile di vedove o donne anziane (evidenti limiti misogini legati alla sessualità). Thomas More in “Utopia” propone di incipriare tutto il vecchio mondo feudale cattolico con i metodi di O’Brien in “1984”: indottrinare la massa attraverso i nuovi strumenti mediatici (a partire dalla stampa) e non dare nell’occhio con la repressione. Tant’è che il primo a non parlare di persecuzione di streghe, eretici, omosessuali e Giudei è lui. In base al machiavellismo del filosofo inglese tali immaginari avversari andrebbero ricercati ed emarginati nell’ombra. Questa è la modernità di Moro: apparire gradevole anche facendo ricorso a capriole intellettuali degne dell’orwelliano oceaniano Stato e colpire, torturare ed eliminare i martiri in uno spazio segreto. Questo è il san Tommaso Moro che viene fuori dai suoi taciti consensi storici, dalle sue allusioni, dalle sue costruzioni intellettuali: un personaggio inquietante circondato da indicative ombre. Ai sacerdoti Utopiani, i quali non godono di immunità, a dimostrazione che sono più funzionari dello Stato che altro (anche nell’esercizio del culto), possono toccare detenzione e punizione in caso di devianza dall’ortodossia politico-religiosa. I sacerdoti in aggiunta a essere magistrati requirenti, sono altresì educatori (maestri e professori). Il concetto utopiense del sacerdozio non è accostabile a quello cattolico, ben altra cosa con l’amministrazione dei sacramenti. Se una donna può adire quello pseudosacerdozio, in pratica una magistratura statale della cristiano-razionale Utopia, dev’essere desessualizzata e inserita nella cornice gerontocratica. In parole povere Moro si sta servendo delle donne contro la donna: perché una donna giovane sposata sarebbe disdicevole? Ma perché è la porta del Demonio, un essere difettoso che soltanto la separazione dal sesso e dalla gioventù può rendere tollerabile al fine di fungere da esempio per tutte. La, in apparenza, rivoluzionaria idea del pensatore inglese, si rivela in verità un espediente antifemminista a beneficio della maschilistica gerontocrazia. Usare qualche donna che rispetti i nevrotici canoni misogini può essere utile: lui non sta concedendo ad alcune donne di somministrare sacramenti cattolici, ma soltanto di fungere da precisi exempla. In niente di concretamente teologico egli ha giocato d’ambiguità con la parola sacerdozio, del tutto avulsa in Utopia dell’accezione cattolica. Da questo gioco semantico ingannevole scaturisce il matrimonio concesso ai sacerdoti, tuttavia solo ai maschi. Poi di sacerdotesse, dice peraltro, che ne vengono elette quasi mai: il maschilismo si serve di acquisiti specchietti per le allodole da additare come modelli esemplari d’occasione. San Tommaso Moro spaccia la pedagogia utopiana per teologia e chiama impropriamente sacerdoti dei sostanziali funzionari pubblici. Ciò vorrebbe, forse, testimoniare il suo desiderio di un consolidamento del Cattolicesimo nella macchina statale dei popoli europei nel momento in cui alcuni Stati sono vicini a liberarsi dal controllo papale grazie alla Riforma protestante. Ennesima intuizione di Tommaso Moro circa il futuro della a lui prossima società protestante, su cui pare voler esercitare un richiamo in funzione di coesione cattolica, si nota nel culto e nei templi utopiensi: evocano in qualche modo la Massoneria (diffusasi meglio nei Paesi protestanti). L’idea del formalismo teologico monoteista della religione utopiana (con un Grande Architetto dell’Universo) offre di queste suggestioni interpretative. Moro getta esche concettuali nel campo degli avversari allo scopo di evitare la vicina rottura politico-religiosa europea nel seno della Cristianità cattolica. Nessun espediente avanzato dal filosofo inglese (dalla soppressione della proprietà privata alle captationes benevolentiae) ebbe seguito concreto; la storia europea andò avanti per conto proprio aumentando gli scontri di religione al cui fondo giacevano interessi economici e di potere. Presso gli Utopiani esiste una sorta di pseudosacramento della confessione: le donne si inginocchiano davanti a mariti, i figli invece al cospetto di entrambi i genitori, tutti fanno ammenda. Ma i mariti con chi si confessano? Moro non ce lo dice evidentemente il maschio adulto genitore è il riflesso del loro Dio Padre e non necessita di emendarsi con altri ritenuti inferiori. Nel tempio i soggetti di sesso maschile siedono a destra (la parte nobile), quelli di sesso femminile a sinistra. A conferma della discriminazione misogina rilevata in “Utopia”. Moro torna inoltre a manifestare alla fine ancora una volta il suo animalismo: non tollera vittime sacrificali di culto. Non ha mai fatto cenno nell’opera a una condanna dei roghi di streghe ed eretici, si è solo ingarbugliato in una stranissima idea di tolleranza religiosa, ambigua relativa. Tra l’altro non difende neanche Ebrei (che offende) e omosessuali. Centrale nel suo castello nevrotico è il perno psicologico del Cattolicesimo: il timore di Dio («Deberent maxime religiosum erga superos metum maximum ac prope unicum virtutibus incitamentum concipere»). Gli Utopiani non devono far a meno di simile meccanismo di interiore deterrenza: atterrire con favole nere serve a creare sudditanza mentale. Al di là di persecuzioni concrete il Cristianesimo si è reso responsabile di aver ingenerato nella psiche individuale un radicale senso di colpevolezza in relazione a quanto veniva stabilito come “peccaminoso”. La paura della punizione divina a causa di non aver rispettato norme comportamentali ritenute inviolabili e il rischio di andare all’inferno dopo la morte costituiscono uno stratagemma di condizionamento, una forma di riduzione alla servitù la quale si può associare a una via di mezzo tra plagio e stalkeraggio. Si tratta infatti di una persuasiva violenza psicologica. Moro stesso è rimasto vittima nella sua autodistruttiva nevrotica vocazione: «Inoffensa eius maiestate, flat, multo magis ipsi futurum cordi sit, difficillima morte obita, ad Deum pervadere, quam ab eo diutius, prosperrimi vitae cursu distineri». Nella chiusa del libro l’autore riconferma il suo spirito totalitario anticapitalistico, cioè cattolico antiscismatico. Perseguire il personale interesse, raggiungere personalmente una forma di benessere economico (ideali dell’ideologia liberalcapitalista post-protestante) sono esempi offerti a una pericolosa imitazione attivistica al cospetto di chi predilige cupi metodi di indottrinamento deterrente e violenti sistemi di persuasione: il primato del benessere da raggiungere col progresso tecnologico e medico, nonché sociale, mette in crisi l’apparato politico-religioso cattolico costruito con lo spirito di abnegazione (a volte patologico e masochistico), un apparato poggiato sulla conservazione di un reazionario status quo. Il pensatore inglese si preoccupa del potere eversivo del proletariato, se lo difende lo fa in funzione di contrapposizione ai borghesi (i quali di mala voglia hanno tollerato le esazioni ecclesiastiche). L’obiettivo del filosofo è l’indisposizione della massa alla svolta sociale capitalistica moderna. Lui gradirebbe un controllo cattolico della base popolare. Afferma chiaramente che l’istituzione del regime degli Utopiani ovunque rappresenta qualcosa che sarebbe approvato da Cristo, e che solamente la superbia umana ha ostacolato. Aggiunge che quel sistema di governo appare proiettarsi verso l’eternità in virtù della sua perfezione: la verità è che quanto egli sta dicendo sembra propaganda degna del Terzo Reich. L’inno in italiano dell’austriaco Regno lombardo-veneto, inno imperiale asburgico, Stato tradizionalmente cattolico, recita: «… duri eterno questo impero…». Si noti il cliché comune a regimi assolutistici totalitari. Anche la Germania nazista, a dire dei suoi sostenitori, era destinata a durare secoli e ad avere l’appoggio di Dio (Gott mit uns). La contorta nebulosa nevrotica parabola di san Tommaso Moro in “Utopia” si conclude in maniera retorica con lui in prima persona che prende con le pinze le proprie idee messe in bocca a Raffaele Itlodeo, suo alter ego narrativo. Come dire che ha gettato il sasso nello stagno e poi nascosta la mano: accettiamo comunque questa sua tecnica retorica, nella quale dovrebbe esprimersi più astuzia comunicativa piuttosto che cautela per sé. Infatti egli dimostrò di non tenere alla propria vita, ma solo all’osservanza verso Santa Romana Chiesa, la quale poi avanti lo censurò per una piccolissima fesseria di nessuna rilevanza teologica e in ultimo lo canonizzò. More gioca sino alla conclusione del suo libro una strategica partita mediatica, cerca i migliori espedienti a sua portata di mano (narrativi e concettuali) nel tentativo, rivelatosi suicida, di salvare il mondo cattolico feudale chiusosi nella sua conservazione di cui lui era organico e accondiscendente figlio. Non era facile realizzare tale progetto ormai a quell’epoca per un uomo che si è rivelato un Socrate negativo, un martire del pensiero non libero.


NOTE

Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Teologia analitica”