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17 luglio 2024

ELEMENTI DI ANTISEMITISMO NELLA “DIVINA COMMEDIA”

di DANILO CARUSO
 
Tempo addietro scrissi un saggio di critica dantesca dove accennai alla presenza di una traccia di strutturale antigiudaismo nella “Divina Commedia”1. Là fui abbastanza chiaro seppur nella circoscrizione offerta da una monografia globale. Qua è mio intendimento riprendere il mio punto di vista e sviluppare l’argomento in maniera dettagliata. Da quell’evidente mia idea di base passerò alle facce del problematico poliedro, al fine di far osservare che non si può far a meno di tenere nella dovuta considerazione l’antisemitismo cristiano in epoca medievale, e dunque la sua consequenziale presenza nei prodotti culturali cattolici di tale era. L’atmosfera antiebraica promossa dal Cristianesimo è entrata nella “Commedia” perché il suo autore ha seguito canoniche allora linee guida dottrinali della Chiesa. Nel Cattolicesimo medievale di Dante non si rivela anormale vedere elementi di antisemitismo, anzi nel caso di un integralista come lui dobbiamo aspettarcelo. Così detto, li indicherò. Nell’“Inferno” viene menzionato il «cerchio di Giuda», ossia il nono, quello dei traditori. Questo appare quadripartito: traditori 1) dei parenti, 2) dello schieramento in politica, 3) degli amici e degli ospiti, 4) dei benefattori; con gravità di addebito nella visione dantesca crescente. La quarta zona, la porzione più profonda dell’inferno, antistante a Lucifero è stata denominata «Giudecca» dall’autore della “Divina Commedia”. Come ho sottinteso nel mio saggio sopra rammentato, la semantica della circostanza non va vista in maniera riduttiva: “Giudecca” perché ci sta Giuda. Ma in una guisa confacente al contesto storico di presenza del testo: quindi, “Giudecca “ poiché ci stanno gli Ebrei in genere. Ricordavo là che il termine in questione ha indicato aree urbane di emarginazione delle genti giudaiche. La stessa cosa capita nell’inferno di Dante: la Giudecca infera si mostra quale area di espiazione della condanna eterna degli Ebrei, coloro che, nell’ottica mitologica cristiana, causarono la morte di Cristo rimanendo legati alla propria originaria tradizione religiosa. Il vocabolo in questione proviene, nella sua forma volgare dantesca, dal latino medievale Iudeca, Iudaica in latino classico. Non esistono ragionevoli motivi per cui si possa concludere che nell’“Inferno” il volgare “Giudecca” sia da intendersi con una provenienza semantica ed etimologica diversa e riformata. Una Iudeca/Giudecca nella realtà è uno spazio urbano di emarginazione, e simile valore di significato resta quello inserito nella “Divina Commedia”. Dante non riforma l’etimo convenzionale della parola “Giudecca”, né tanto meno inventa il termine volgare (allo scopo di indicare il ghetto), nelle cui varianti è esistito in Italia a prescindere dallo scrittore fiorentino: Giudeca, Iureca, sempre dal latino medievale Iudeca. La tradizione semantica, dal latino al volgare, da Iudeca a Giudecca, di una voce indicante un’area di concentramento, si mostra esterna a Dante. Lo precede e l’accompagna. È lui a adeguarsi nella volgarizzazione, e a non modificare l’originario peso di significato. Da quel che osservo la critica dantesca campione in carica accoglie la riforma dell’etimo e della dimensione semantica di “Giudecca” nell’“Inferno” grazie a una etimologia d’eccezione (da Giuda, e non invece da Iudeca/Iudaica nel senso di ghetto), nel tentativo, immagino, di allontanare lo spettro dell’antisemitismo (luogo-di-Giuda appare più soft di luogo-di-Giudei) dal testo di un poema, a mio modestissimo avviso, celebrato in forme esagerate, nascondendo la polvere sotto il tappeto. In una sua epistola, indirizzata «Cardinalibus ytalicis», il poeta fiorentino definisce gli «Iudei» con aspro tono patristico «impietatis fautores» assieme a «Saraceni et gentes»: promotori di empietà, di oltraggio. Rifiutare il Messia cristiano si rivela il peccato capitale di tutti le genti giudaiche di ogni epoca rimaste fedeli al proprio modello religioso canonico. Paolo di Tarso e altri furono Ebrei sostenitori del nuovo orizzonte del Cristianesimo, perciò chi seguì lui e i primi cristiani fra il popolo giudeo non è da considerarsi un “traditore”: perfidus, in lingua latina, cioè colui-che-devia-dalla-retta-fides. Sopra quest’altro aspetto semantico ho parlato in un’altra mia monografia, a cui rinvio in vista di approfondimento2. Qua proseguo dicendo che nel cerchio infernale dantesco dei traditori rimane naturale trovarci i “perfidi Judaei”, i traditori per eccellenza nella nuova discutibile teologia cristiana. La parola “Giudecca” si mostra, con evidenza, riferibile in guisa indefinita ai Giudei. Allorché Dante parla del «cerchio di Giuda», per questioni di versificazione, nell’usare il termine «Giuda» sta adottando un simbolo. Giuda non rappresenta qui soltanto la persona del dannato che si trova prossimo alla Giudecca, la quale non da lui prende nome. Egli costituisce il simbolo di tutti i traditori. Dalla perfidia (tradimento) degli “Ebrei traditori” origina spunto ideologico alla volta della denominazione degli spazi di loro segregazione. In una Giudecca urbana non troviamo l’apostolo traditore, bensì comuni genti ebraiche. Allo stesso modo deve intendersi il lemma esaminato nella “Commedia”. Non è per me accettabile una reductio estensiva da tutti a uno nell’etimo. Dante nell’indicare «il cerchio di Giuda» usa un simbolo. Il che è tipico nella costruzione dantesca del noto poema, dove allegorie e simboli abbondano. Non vedo la ragione per cui qua non si debba applicare una analoga abitudinaria chiave di interpretazione: Virgilio sì, e Giuda no? Dante sembra fare una distinzione in materia di addebito dei peccati a proposito di Ebrei, considerando come spartiacque la vicenda del processo di Pilato, la sentenza e l’inerente judaica perfidia. I sacerdoti giudei, «mala sementa», che nei Vangeli chiedono in precedenza l’eliminazione di Cristo sono collocati dal poeta fiorentino nell’ottavo cerchio, quello dei fraudolenti, e in particolare nella bolgia degli ipocriti, la sesta. In seguito al tradimento ufficiale, al cospetto di Pilato, il Giudeo non convertitosi in vita (il germoglio) va a finire nella infernale Giudecca. Notiamo qua una precisa operazione compiuta in linea generale dall’autore della “Divina Commedia”. I capi religiosi ebrei del tempo di Gesù i quali nella concezione del poeta avrebbero dovuto accettare la venuta di un presunto Messia (cristiano) vengono accusati di “ipocrisia”: sono coloro che al contrario avrebbero dovuto spiegare al popolo la bontà dell’accoglimento e della conversione. La massa giudea, che davanti a Pilato provoca la condanna di Gesù viene accusata di tradimento (perfidia). Si rileva una sottigliezza concettuale nel sadismo infernale dantesco. Gli ipocriti religiosi in detta sesta bolgia dell’ottavo cerchio stanno fissati da tre paletti sulla superficie dello spazio infero, e gli altri comuni ipocriti vaganti là (sotto il peso di cappe metalliche) gli passano sopra. Per lo scrittore fiorentino questi Giudei qui meritano il medesimo destino il quale riservarono alla Verità. Nella Giudecca invece, quarta fascia del ghiacciato lago di Cocito (posto nel nono cerchio), i dannati traditori dei benefattori, di cui Dante non menziona esempi concreti di persone, sono posti per intero sotto il livello della superficie del lago (punizione provocata dalla estrema freddezza della loro condotta in vita): gli Ebrei generici lì collocati non inducono l’autore della “Commedia” a citarne qualcuno, gli basta denominare il posto “Giudecca” e illustrare l’orribile condanna eterna di Giuda finito nelle dirette mani di Lucifero. L’assenza di exempla viene giustificata dal fatto che le genti ebraiche vengono inquadrate nella loro generalità di fede, la quale si riversa nel simbolo “Giuda”: traditore sì di Cristo in quanto personaggio evangelico puntuale, tuttavia altresì immagine del globale tradimento del popolo ebreo, nella mentalità cattolica dantesca. Se i perfidi Judaei finiscono nella Giudecca, rimane comunque possibile la stessa pena, per peccati simili, a danno di altri non Ebrei, come testimonierebbe la parallela a Giuda condanna di Bruto e Cassio, anche loro orribilmente torturati da Lucifero in persona. Lo scrittore fiorentino valuta giusto privare i Giudei della libera facoltà di autodeterminarsi in materia di religione. E data la radicale alternativa che ne scaturisce, l’opposizione del Cristianesimo è stata pesante, giacché, necessariamente, uno tra nuovo credo e antica fede, deve, a causa di rispettive impostazioni teologiche, essere ricadente nel campo della falsità. Ecco gli ipocriti negatori del Messia, i traditori deicidi, colpiti da odio antisemita. Dante recepisce e assimila da cattolico il clima antiebraico e lo inserisce nella “Divina Commedia”, dove appunto l’antigiudaismo non si rivela estraneo. A me l’infernale Giudecca dantesca, nella quale i dannati sono intrappolati in varia postura, evoca l’inquietante prefigurazione di un lager nazista. L’ostilità antisemita di Dante traspare in una terzina dell’“Inferno” dove egli definisce il Papa Bonifacio VIII «lo principe d’i novi Farisei». Il termine “farisei”, denotante gli appartenenti giudei a una setta dell’Ebraismo antico, viene adottato dal poeta fiorentino in un’accezione negativa di confronto (il capo dei nuovi ipocriti, egli intende dire). Al di là di questo paragone, già indicativo della considerazioni del poeta nei riguardi del popolo giudeo, quel che viene appresso, sempre in questa terzina, si mostra ancora più sconcertante. Giacché Bonifacio VIII, a detta di Dante, sarebbe responsabile di una «guerra presso a Laterano, / e non con Saracin né con Giudei». In parole povere l’autore della “Commedia” ha affermato la liceità di un conflitto armato contro gli Ebrei. Che cosa c’entrano questi con le discutibili Crociate di liberazione della Terra santa? Pare niente, dunque il riferimento a loro si mostra generico: vale a dire che per lo scrittore fiorentino è ammissibile la persecuzione giudaica in quanto rivolta a nemici del Cristianesimo. Allorché Dante adopera il lemma “Saracin” collegato a “Giudei” fa percepire che ha in mente delle religioni avversarie dacché l’asse dell’intenzione semantica non appare poi così celato. Il poeta è stato uno che non ha disprezzato l’uso delle armi nella risoluzione dei contrasti. Saracin e Giudei sono accomunati dall’essere rivali religiosi in primis della Chiesa medievale, nella di lui concezione, non dall’essere avversari politici. Nel pensiero dantesco la religione ha assorbito la politica, e tutto si misura col metro della prima, come del resto la “Divina Commedia” docet. Trovarvi elementi di antisemitismo spiritualista cristiano non costituisce per me motivo di sorpresa. I tempi, erano quelli di un antigiudaismo della Cristianità il quale rimarrà in auge per molto tempo. Da respingere tali idee, però non si può isolare Dante e sterilizzarlo: pure lui era un antisemita, e lo ha fatto notare. Con imparzialità e obiettività non ci resta altro che mettere in evidenza simili punti nella “Commedia”, e collocarla in un confacente orizzonte critico, come ho cercato di fare nella mia monografia dantesca. La quale non pretendeva di distruggere un (falso, secondo me) mito, bensì porre il cosiddetto Sommo Poeta nel posto appropriato degli spazi letterari (il quale a ogni modo resta non indifferente). Ai miei occhi Dante si mostra un fanatico e un estremista religioso e politico, e alla luce di ciò ho compiuto le mie analisi critiche a lui dedicate. Il poeta fiorentino non è stato esente dai gravissimi limiti di una cultura e di una formazione cristiane e medievali. La figura del traditore Giuda viene adoperata in funzione di paragone nel “Purgatorio”. Esemplare nella seconda cantica una terzina dimostrante ulteriormente quanto da me sinora sostenuto: «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto / del sommo rege, vendicò le fóra / ond’uscì ’l sangue per Giuda venduto». Da essa ricaviamo utilissime informazioni sul pensiero dantesco. Notiamo che la vittoria romana nella prima guerra giudaica (66-70) viene inserita dallo scrittore fiorentino in un sistema di considerazioni storiografiche in toto distorto e nevrotico. Il successo di Roma, a suo dire, sarebbe stato appoggiato da Dio, desideroso di vendicarsi dell’uccisione del Messia. La prima cosa da ricordare è che le guerre dei Romani pagani costituivano dei conflitti meramente politici, e che prima di Costantino la religio christiana non ebbe un ruolo ispiratore. Non esiste nessun intervento divino nella Prima guerra giudaica, e de facto nessuna vendetta teologica, ma soltanto un fatto politico-militare provocato dalla contingenza storica, dall’attaccamento giudeo alla propria religione in forme esclusive e radicali, e non da una qualche forma di antisemitismo (i Romani badavano ai fatti, non a creare categorie di razzismo: gli Ebrei erano avversari in sede politica). Sovvertendo le linee dinamiche reali, Dante fa dei Romani dei vendicatori cristiani: il che rappresenta un’idea priva di fondamento. Solo una convenienza ideologica posteriore può portare a simile convinzione. Laddove nel Cristianesimo regnava simile visione emerge un modello orwelliano: chi controlla il presente stabilisce le verità storiche del passato. Così accade in detta terzina, la quale converte, al di fuori di una base di obiettività, i Romani vincitori della prima guerra giudaica in antisemiti. Dante esibisce razzismo spiritualista nella veste di chiave di lettura storica, la quale lettura, purtroppo per lui, risulta unicamente figlia di nevrosi. L’autore della “Divina Commedia” non nutre simpatia nei confronti degli Ebrei, e come osservato valuta giusto, rispetto a un metro religioso cristiano, farli oggetto di violenza repressiva. Però questa non era la prospettiva di Roma, la quale reprimeva l’insubordinazione di chiunque in quanto puro atto di ostilità a prescindere dalle motivazioni. Queste in Dante vengono ingigantite, e il rifiuto del dominio romano viene orwellianamente confuso col rifiuto del Messia cristiano. Si tratta di due discorsi diversi, i cui piani nel Cristianesimo vengono, in seguito a convenienza sovrapposti. Ma questa che ne viene fuori è propaganda antisemita, come quella dantesca, e non frutto di una corretta metodologia storiografica. Vediamo quindi la guisa in cui nel cosiddetto Sommo Poeta gli scheletri vengano fuori dell’armadio. Tornano, sempre nel “Purgatorio”, in mostra topoi antisemiti patristici presenti nell’omiletica di Giovanni Crisostomo, quelli dei Giudei inclini alla golosità e al bere3: «li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, / per che no i volle Gedeon compagni». Siamo nella sesta cornice dei golosi quando si rammenta ciò: il che non sembra casuale, ma seguente una linea di antisemitismo attraversante la “Commedia”. Infatti Dante, trovandosi in tale cornice, ha detto in precedenza: «Ecco / la gente che perdé Ierusalemme, / quando Maria nel figlio diè di becco!». I Giudei peccatori irrecuperabili nella seconda cantica sopravvivono formalmente, dacché destinati a non superare la Giudecca infernale (la possibilità ebraica di salvezza eterna appartiene a credenti in Cristo venturo e venuto). Qui nel “Purgatorio” il poeta fiorentino usa una perifrasi per indicarli, gli sconfitti della Prima guerra giudaica, e per indicare di riflesso la categoria dei golosi. La conclusione di tale terzina evoca una donna ebrea la quale si nutrì con la carne del figlio durante detto conflitto. I golosi della sesta cornice appaiono figure gravemente anoressiche, segnale del patologico apprezzamento del digiuno da parte di quel lungo Cristianesimo di prima originale maniera. Io non credo che l’autore della “Divina Commedia” si serva della perifrasi testé indicata al fine di accostare le immagini dei penitenti e quelle dei Giudei affamati e assediati dai Romani. Reputo all’opposto che l’intenzione di significato sia negativa in direzione antisemita, e che quella perifrasi voglia introdurre un discorso del genere: ecco la categoria dei golosi, peccatori della stessa specie degli Ebrei, avvezzi alla gola e al bere; i quali pur di soddisfare i propri impulsi corporali sono in grado di cibarsi della carne di un essere umano, come nel caso di questa Maria col figlio. Una donna che si mangia il figlio è più exemplum di golosità che figura di donna denutrita. La mia impressione è che Dante voglia dire: gli Ebrei mangiano i bambini. Una cosa di questo tipo sarà poi attribuita tra le maldicenze ai comunisti moderni. “La Civiltà Cattolica” (vedasi il numero 1736 – 21 ottobre 1922) spiegherà che il comunismo sovietico è impastato di e da Giudei. Sospetto che quest’altra calunnia di cannibalismo possa avere un’origine diversa dall’Holodomor, considerato che dove ci sono genti ebraiche i piccoli rischiano di finire quale pietanza. Secondo me la lettura patristica, con Giovanni Crisostomo, della terzina dantesca adesso in esame, è la più pertinente. Io penso che la via di lettura dolcificante porti fuori strada, giacché se c’è nella “Commedia” un passo con ombra di antigiudaismo il quale si può appieno esplicitare in tal senso, l’evidenza raggiunta fuga i dubbi in virtù della contestualizzazione. Nel suo famoso poema lo scrittore fiorentino non fa sfoggio di eccessiva delicatezza. Proprio nell’ultimo cerchio dell’inferno strappa i capelli a Bocca degli Abati con sadica aggressività; ancor prima ci aveva informati che il diavolo Barbariccia «avea del cul fatto trombetta»; e nel “Purgatorio” ci parla, in un perimetro misogino patristico, di una donna balbuziente (la «femmina balba») aggredita da Virgilio e di una vagina maleolente: «L’altra prendea, e dinanzi l’apria / fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; quel mi svegliò col puzzo che n’uscia». Che al cosiddetto Sommo Poeta non si possa attribuire quanto poco fa ho valutato omogeneo alla sua possibile intenzione, non mi sembra accettabile. Dante non si mostra affatto lontano da forme di comunicazione radicale. Due terzine del “Paradiso” mettono in vetrina gli orwelliani ragionamenti del Cristianesimo: «Però d’un atto uscir cose diverse: / ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte; / per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse. / Non ti dee oramai parer più forte, / quando si dice che giusta vendetta / poscia vengiata fu da giusta corte». La Passione del Messia viene vista in una duplice contraddittoria ottica. Da un lato è concepita quale necessario passaggio di redenzione dell’umanità, dall’altro viene inquadrata in modo tale da colpevolizzare i deicidi Ebrei con intenso astio. Al punto di affermare la liceità di una punizione a carico degli attori Giudei. Qual è qui la logica legittimante l’accanimento contro genti ritenute strumento il quale consentì la letteraria Passione cristiana? Tutto si avvolge nella più orwelliana delle contraddizioni, nel doublethink. I Romani non possono essere accusati di deicidio, per necessità teologico-politiche; rimangono sulla scena solo le genti ebraiche, su cui, per esigenza dinamica e narrativa, scaricare il compito di promuovere l’uccisione di Gesù. Ciò è indispensabile al disegno redentivo. Come si fa a prendersela con qualcuno giocoforza rimasto incastrato nelle costruzioni della teologia del Cristianesimo? Soltanto una nevrosi irrazionalistica può partorire simile doublethink, rilevato in queste due terzine della terza cantica. Pensare che chi ha ricevuto quel ruolo evangelico di causa prossima della morte di Gesù, in una guisa cristiana ineluttabile, sia nella realtà poi imputabile di un atto (letterario), come se fosse stato libero di scegliere la sua parte nella vicenda, rappresenta un procedimento mentale degno di “1984”. Eppure Dante si impelaga nel doublethink, elevandolo a spiegazione teologica, nella quale si nota ancora una volta che usare la violenza sul popolo giudaico, spinti da motivazioni di risentimento religioso, appare qualcosa di ammissibile e praticabile. La categoria dei perfidi Iudaei scaturisce da contorte esigenze teologiche e narrative, obbligatorie nei confronti dei cristiani, i cui insani frutti tuttavia vengono addossati agli Ebrei, attraverso la conversione di quelle necessità di edificazione in nevrotiche (per i cristiani) colpe estreme compiute da persone dipinte libere, però intrappolate senza scampo nel recinto concettuale della nuova religio del Cristianesimo. Ai Giudei non si può in alcun modo, con obiettività e razionalità, attribuire nessun deicidio. La finzione letteraria evangelica ha animato uno dei più tragici fenomeni della Civiltà occidentale, quell’antisemitismo il quale già prima della Shoah e della sua versione pseudobiologica assunse i connotati di crimine contro l’umanità a causa di estensione e intensione.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Studi illuministi”
 
1 Parricidio dantesco (2021), cui rinvio per ogni approfondimento di altri temi qua evocati.
 
2 Oscurantismo e irrazionalismo del Cristianesimo in Tertulliano (2023), da pag. 21.
 
3 Vedasi nel mio studio intitolato Le radici cristiane dell’antisemitismo presente nella mia monografia Studi illuministi (2024).

27 aprile 2021

PARRICIDIO DANTESCO – parte 4 di 4

di DANILO CARUSO

Il testo seguente è un estratto della mia monografia “Parricidio dantesco” edita nell’aprile del 2021 in formato cartaceo e in pdf (ebook), disponibile integralmente online qui:
1) pdf (possibile il download del saggio intero)
IN OCCASIONE
DEL VII CENTENARIO
DELLA SCOMPARSA
DI DANTE ALIGHIERI


prosegue da qui 
http://danilocaruso.blogspot.com/2021/04/parricidio-dantesco-parte-3-di-4.html

Proviamo adesso a scoprire le cause generatrici del pensiero, dell’azione, della scrittura danteschi raffrontando le opere e quanto si sa della sua vita. Il motivo centrale di quella giovinezza è rappresentato dalla mitica Beatrice (1266-1290), una ragazza fiorentina figlia di Folco Portinari (legato ai Cerchi guelfi bianchi), grosso banchiere e politico in Firenze provenuto dalla Romagna. Ella però non è single: dall’età di 14/15 anni è coniugata con Simone de’ Bardi, appartenente a un gruppo familiare anch’esso rilevante nell’attività bancaria. Il padre di Dante è stato un piccolo prestatore di denaro schieratosi dalla parte dei Cerchi; la moglie dello scrittore, Gemma, sua coetanea, proviene dallo schieramento opposto dei Donati; il matrimonio era stato programmato nel 1277 essendo il padre forse già scomparso. Non si sa con esattezza quando sia stato celebrato lo sposalizio del sommo poeta con Gemma Donati: la gamma temporale comincia dal 1283-85 e culmina col 1290-95. Andiamo a guardare ora la “Vita Nuova”. I testi poetici ricadono nel decennio 1283-93, la cornice in prosa è del ’94 circa. Riflettiamo riguardo al triangolo Dante/Beatrice/Gemma. Questo sui generis romanzo autobiografico è stato definito prima o dopo che lui si sposasse? Non lo sappiamo, possiamo ricavare solo due ipotetici gradi di eccesso dantesco: 1) a lui non sposato piace una coniugata, 2) a lui maritato piace una impegnata. In entrambi i casi pare un libertino destinato a finire in mezzo ai lussuriosi del suo inferno, nella realtà poteva dare comunque nell’occhio (peggio ancora se da sposato). Si trova in una selva oscura dalla quale solo la precoce morte di Beatrice lo porterà fuori. Non è immaginabile che il marito di lei tollerasse l’inopportuna attenzione del poeta sulla di lui moglie. Nella “Vita Nuova” Dante si prende gioco del lettore. Rielaborando i fatti originari egli non ci dice mai che Beatrice sia coniugata, attraverso un’esposizione quantomeno nevrotica ci parla del suo trasporto sentimentale. Perché Dante si scherma nella narrazione e nella realtà? Nel testo ci sono due tecniche schermanti: 1) l’omissione della notizia che Beatrice sia sposata (lui parrebbe di no: a metà degli anni ’90 un Dante cattolico come avrebbe giustificato la “Vita Nuova” se redatta da maritato?); 2) le note donne schermo. I versi dedicati a queste ultime fanno pensare due cose: o il poeta ci ha provato con più donne, o queste l’hanno schermato dal marito di lei e dalle dicerie (strategia dissimulante nella realtà non allo sguardo di Beatrice). Lo scrittore a disagio, che si sente male, nella “Vita Nuova” rievoca il sommo poeta molto giovane. La storia della presa in giro a scapito di lui di Beatrice e altre a una festa di matrimonio potrebbe celare un episodio reale delle nozze di costei: quindi il ricordo recuperato sarebbe di un Dante più o meno quindicenne. Egli poi più avanti negli anni avrebbe impastato un racconto consuntivo con la farina nevrotica. Non trascuriamo che nello ’89 era tra i combattenti di Campaldino contro i ghibellini, e quindi fosse di sana e robusta costituzione. L’imprinting di Beatrice a mio avviso si è evoluto in nevrosi. Non escludo che esso col passare del tempo abbia prodotto turbe allucinatorie di natura schizofrenica: alcune visioni da lui avute nella “Vita Nuova” mi inducono a ipotizzarlo. Dante dice di aver visto Amore e Beatrice defunta. A chi replicasse che lo scrittore fiorentino inventava immagini letterarie, replico che il sommo poeta nella famosa lettera a Cangrande della Scala sul senso delle sue parole nella “Divina Commedia” afferma che sono da prendersi alla lettera, cioè specchio di esperienze vissute. L’integralismo cattolico di Dante è stato così patologico da renderlo vittima di allucinazioni? La sua mente era popolata da spettrali complessi nevrotici così pericolosi? Il suo originario adolescenziale interesse sessuale verso Beatrice lo ha condotto alla volta di una sublimazione patologica? In termini di psicanalisi freudiana possiamo concludere di sì. Da tutta questa vicenda possiamo altresì scoprire l’origine dell’anticapitalismo dantesco. In attività bancarie erano coinvolte le famiglie di Beatrice e del marito, un matrimonio di interesse cui lui non poteva ambire. Il capitalismo gli ha impedito di conquistare la meta cui lui ambiva. Egli perciò l’ha odiato, ed ha ripiegato sopra un cattolicesimo integralistico. La morte di Beatrice avrà segnato la sua svolta sessuofobica e misogina. In quell’evento avrà visto la mano di Dio che lo tirava fuori dall’impaccio. Ergo ella è stata rielaborata in prospettiva di recupero nella nuova ottica religiosa attraverso la desessualizzazione. La prima versione mentale dantesca di lei è di sostanza stilnovistica. Esiste una canzone del trovatore Raimbaut (Rambaldo) de Vaqueiras (1165-1207) intitolata “Calendimaggio [Kalenda maya, in provenzale]” la cui quinta strofa parla di una «na Beatritz [donna Beatrice, della nobile famiglia degli Aleramici]» e presenta analogie col sonetto dantesco il cui capoverso è «Tanto gentile e tanto onesta pare». Il Dante cattolico poi nella realtà sposatosi con Gemma Donati si buttò in politica dalla seconda metà degli anni ’90 e finì esiliato nel 1302 da Firenze. Hanno fatto male a cacciarlo? Penserei di no, osservando le sue idee: troppo estremistiche e troppo reazionarie (tra l’altro, vide di malocchio e osteggiò lo schema amministrativo comunale democratico antinobiliare di Giano della Bella del 1293-95 agendo a vantaggio di una parziale restaurazione destinata a scoppiare). Il capitalismo fiorentino stava dentro la parte guelfa (scissasi apertamente nel 1300). Egli era schierato con la destra guelfa (i Bianchi), sostenitrice dell’autonomia comunale davanti alla Chiesa e propensa alla collaborazione col tradizionale ceto nobiliare. Si sa che il suocero, durante la vita cittadina di Dante, avesse garantito a suo beneficio in prestiti di denaro, e i Donati erano Neri (sinistra guelfa papalina e filopopolare). Tale gruppo familiare della moglie è stato ben trattato nella “Commedia”. L’ultimo tratto dell’esistenza dello scrittore fiorentino fu dedicato alle opere figlie dell’esilio: la “Divina Commedia”, il “De monarchia”, il “De vulgari eloquentia”. Reputo che senza l’esilio la prima non sarebbe stata affatto scritta (almeno così come lo è stata nella sua monumentale e complessa architettura). L’esperienza di esule ha caricato il sommo poeta di inacidita vis creativa, un’esperienza traumatica con i suoi possibili contorni psicopatologici più sopra ipotizzati. Voglio concludere il mio saggio con parole di Giovanni Villani (1280-1348) riguardo a Dante. Il primo, che fu storico, imprenditore e banchiere fiorentino, vicino ai guelfi Neri, autore della “Nuova Cronica” (una storia di Firenze ab ovo ad eum), in detta opera dopo aver elogiato il sommo poeta, alla fine del capitolo interessato (“Chi fue il poeta Dante Allighieri di Firenze”), non ha potuto far a meno di sottolineare che «Dante per lo suo savere fue alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso, e quasi a guisa di filosafo mal grazioso non bene sapea conversare co’ laici».

PARRICIDIO DANTESCO – parte 3 di 4

di DANILO CARUSO

Il testo seguente è un estratto della mia monografia “Parricidio dantesco” edita nell’aprile del 2021 in formato cartaceo e in pdf (ebook), disponibile integralmente online qui:
1) pdf (possibile il download del saggio intero)
IN OCCASIONE
DEL VII CENTENARIO
DELLA SCOMPARSA
DI DANTE ALIGHIERI


prosegue da qui 
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La terza cantica del “Paradiso” esordisce sotto il profilo distopico nel migliore di modi. Qual è la prima anima beata con cui interloquisce Dante dopo Beatrice qui? È quella di una sua conoscenza da giovane, Piccarda Donati, la quale fattasi clarissa era stata riportata a forza nella vita mondana da familiari. Ecco il modello di donna ideale agli occhi del sommo poeta: la suora (da non dimenticare che la figlia di lui si fece monaca). La triade dantesca “Francesca da Rimini / Pia da Siena / Piccarda Donati” mostra una logica weiningeriana. I soggetti di sesso femminile possiedono tre prospettive: desessualizzati possono diventare suore e sante, questa la via migliore in assoluto; non desessualizzati mantengono una liceità di congresso carnale agostiniano al fine di divenire madri (e in precedenza mogli sacramentali); la possibilità biasimata contempla un esercizio della sessualità liberalizzato (da in generale al di fuori del regime matrimoniale cattolico alla prostituta). Dante ha ricalcato alla perfezione le categorie di Otto Weininger, le quali in sostanza nel primo hanno radici patristiche. Nel suo colloquio con l’autore della “Commedia” Piccarda Donati espone un molto significativo manifesto di teologia distopica. Da un lato ribadisce le cose poco sopra spiegate sulla circoscrizione degli spazi di volontà e libertà: le anime beate desiderano soltanto ciò che vuole Dio, e in tale adeguamento risiederebbe la loro beatifica gioia celeste. Dall’altro chiarisce di conseguenza la normalità dell’esistenza di una gamma di collocazione dei beati per gradi: simile dettaglio mi ha ricordato la fortissima analogia con la gerarchia sociale in “Brave New World” e come allo stesso modo ognuno, in virtù di spirito indotto all’adeguamento, rimanga contento e soddisfatto del suo
posizionamento7. Poi, nel canto del “Paradiso” in questione, allo scopo di dare un suggello sessuofobico (antitetico a quel mondo huxleyano), Dante fa allontanare Piccarda mentre questa recita l’“Ave Maria”. Il poeta fiorentino nell’ultima cantica riprende i temi politici. Per lui l’Impero romano e la sua prosecuzione germanica medievale scaturiscono dalla volontà divina. Pertanto l’opposizione guelfa e francese è contro Dio. Vediamo che lo scrittore rimane molto politicizzato nel suo fanatismo religioso. Inoltre il suo atteggiamento contempla pure nel “Paradiso” la condanna di un incipiente moderno capitalismo. Fra i beati si trova Folchetto di Marsiglia, poeta e vescovo, accanito persecutore di catari albigesi (dunque uno responsabile di crimini contro l’umanità), a cui il sommo poeta fa pronunziare asperrime parole all’indirizzo di Firenze: creatura demoniaca per il fatto di aver introdotto una moneta in oro dal 1252, il fiorino, il cui uso di allora è paragonabile al dollaro dell’ultimo dopoguerra. Al di là della polemica dantesca anticapitalistica che bersaglia tutti quelli dimentichi dei tradizionali affari di Chiesa a vantaggio della speculazione terrena, voglio richiamare l’attenzione su un aspetto inerente a Folchetto. Dante pone in paradiso, tra la schiera dei beati i quali in vita furono in modo particolare sensibili all’amore, qualcuno che è paragonabile a Adolf Eichmann. Non appaia iperbolico l’accostamento poiché alla superficiale obiezione d’ufficio difensivo che le vittime delle persecuzioni cattoliche siano state quantitativamente molto inferiori rispetto a quelle causate da moderni totalitarismi rispondo con puntualità. A chi volesse farne una questione di contabilità, non deve sfuggire che all’epoca di Dante l’intera popolazione europea era dell’ordine della sola italiana oggigiorno e che per fare qualcosa in termini di Shoah sarebbe occorso ucciderne il 10% circa (cioè un’assurda esagerazione pratica). La Chiesa medievale a differenza dei nazisti, portò a compimento una soluzione finale antiereticale su vasta scala (ovviamente quella dei numeri di allora su base proporzionale in relazione all’insieme). Lo sterminio di catari, con l’ipotesi di un milione di vittime a detta dello storico tedesco Hans Wollschläger (1935-2007), si rivela un riuscito Olocausto medievale. Un milione di morti su 60 costituisce intorno allo 1,6%. In Europa negli anni della barbarica Shoah nazista c’era circa mezzo miliardo di persone, le vittime ebree circa lo 1,2%. Anche a dimezzare l’ipotesi di Wollschläger rimarremmo sul piano estensivo interessato al livello della qualità di “sterminio religioso in misura molto rilevante”. E Dante, il sommo poeta, mette un criminale in paradiso senza che la critica faccia notare le mie osservazioni precedenti. La cosa che mi preme sottolineare resta la qualità del reato, crimine contro l’umanità, non solo la sua problematica di estensione, cui non avrei fatto cenno se non avessi immaginato repliche storiografiche di natura fuorviante. Tra le cose che non piacquero a Papa Innocenzo III nell’avviare la campagna anticatara l’idea portata avanti da quegli eretici (estremisti rigoristi sessuofobici) che uomini e donne fossero uguali e non che il maschile si rivelasse superiore al femminile, tesi ribadita invece da quel pontefice facendo richiamo alle Sacre Scritture. Il sommo poeta aderisce al versante ortodosso tradizionalista cattolico avverso a uno spunto di modernità e di normalizzazione (il quale era già stato gnostico e rifiutato a suo tempo). A questo punto mi è lecito aprire una parentesi sulla questione linguistica del volgare in Dante. Alcuni al cospetto della mia disamina potrebbero evocare “il sommo poeta padre della lingua italiana”. L’uso che lo scrittore fiorentino ha fatto del volgare a beneficio della “Commedia” disvela un ideale né tanto patriottico né tanto nobile. I catari adottavano nel loro Cristianesimo alternativo testi biblici tradotti nella loro parlata. Mettiamo tale cosa in relazione con Dante e ricaviamone delle conseguenti conclusioni. L’autore di Firenze non propose mai l’idea luterana di tradurre la Bibbia in una lingua nazionale o regionale. E qui casca l’asino linguistico dantesco. Se per lui il volgare è così importante perché tra tutto il veleno che sputa a proposito delle devianze ecclesiastiche non inserisce la possibilità di una forma liturgica postconciliare novecentesca? Ovviamente perché lui è un cattolico ortodosso di allora, e non può e non vuole cestinare la lingua degli angeli. Ma dunque se al suo sguardo il latino ecclesiastico mantiene il primato filosofico e religioso, il volgare italiano che adotta allo scopo di rivolgersi alla gente comune non si rivela un codice linguistico di serie B? Al sommo poeta ergo il volgare non interessava quale fine, bensì esclusivamente come mezzo. Perciò non rientrava nelle intenzioni dantesche la promozione e la costruzione di una parlata la quale portasse alla traduzione delle Sacre Scritture in virtù di una sua nobiltà molto elevata: il latino è la lingua degli angeli, il volgare è la lingua degli uomini. Nel momento in cui lui vuol radunare attorno a sé quanta più gente possibile viene costretto dalle circostanze a scrivere il sommo poema non in latino virgiliano. Il poeta di Firenze quando si serve del volgare nutre simpatie pragmatiche: si mostra buono a usarsi poiché raggiunge un’estensione superiore rispetto al latino. Dante ha scritto il “De monarchia” e il “De vulgari eloquentia” in questa lingua, non in protoitaliano. Simile dettaglio denota il suo malcelato disprezzo di fondo nei confronti della massa incolta. Non gliel’ha offerti in volgare giacché non la riteneva all’altezza intellettuale. Si ribatterà qui: sì, ma il latino era il codice linguistico ufficiale della cultura. Vabbè, però come la mettiamo quindi con il volgare della “Commedia”: sta fuori del campo culturale? Risposta coerente: di quello nobilissimo sì. Allora, a cosa ambisce il sommo poeta (non trascuriamo pure mediante il “Convivio”) grazie alla sua innovativa forma linguistica vincolata alla sua sostanza poetico-ideologica? A uno strumento mediatico volto al condizionamento popolare. Da tale progettazione non credo sia legittimabile una felice paternità della lingua italiana. Il sommo poeta non mirava alla costituzione di una nazione italica indipendente, a lui premeva l’Impero germanico: auspica quel dominio politico nel quadro delle sue idee. Un concetto di “italianità” separato e autonomo dalla sfera politica germanica è assente in lui. Concepisce l’Italia nel ruolo di “provincia” imperiale (canto VI del “Purgatorio”). L’idioma unitario proposto da Dante guarda al contesto politico meridionale italiano coevo con un occhio di riguardo. Là Aragonesi e Angioini hanno da poco tempo privato l’Impero germanico del controllo sui territori dell’Italia del sud. Scontato che i nuovi dominatori portassero le loro parlate. L’italiano serve a Dante in funzione antiaragonese e antiangioina a vantaggio dello schema imperiale: lo scopo è creare una provincia omogenea per cultura cattolica ortodossa e per volgare comune laddove lui rilevò la presenza di decine di forme dialettali varie. Al Sommo poeta il gioco linguistico viene agevolato dal fatto che la scuola poetica siciliana era stata ripresa dal Settentrione stilnovistico: la cultura di epoca medievale sveva imperiale si proietta nel tempo verso di lui, e nello spazio verso il Nord comunale. La cagliata linguistica volgare che lui ha presentato nella “Divina Commedia” non sarebbe stata possibile se quel procedimento non fosse già stato iniziato dalle scuole poetiche siciliana e dello Stil Novo (come lui stesso ha ammesso). L’idioma comune italico teorizzato dall’autore di Firenze possiede radici imperiali. L’operazione linguistica dantesca allora gli appare lecita, gode dell’osservanza dell’ortodossia politico-ideologica da lui richiesta. Il successo dell’idioma di Dante proviene da un effetto secondario: l’imposizione del sommo poema nel panorama culturale italiano a partire dal Boccaccio che lo definì divino. Un principio d’inerzia ha perpetuato il mito e il modello linguistico della “Commedia”, un principio radicato nell’humus cattolico d’Italia in quanto sede pontificia e dunque centro di grande promozione e propagazione fideistica. Se il sommo poeta avesse scritto il “Decameron” e Boccaccio in seguito una “Divina Commedia” molto probabilmente sarebbe stato il secondo il padre della lingua italiana. Il primo sarebbe stato declassato al livello dei poeti siciliani e stilnovistici per quanto concerne il riconoscimento legato al valore della forma linguistica adottata. La materia dantesca ha congiurato a favore dell’autore di Firenze. Nel celebrare l’ideologo cattolico, si è portato avanti un discorso sulla formazione della lingua italiana, il quale secondo me a lui non importava così tanto al di sopra delle considerazione pragmatiche e politiche evidenziate. Egli vuole che la gente ascolti la liturgia in latino, quella è la lingua della patria celeste e in disuso in una patria terrestre degenerata. Non mi sembra che volesse nobilitare un aspetto della degenerazione al pari delle volture bibliche catare. Dante nel non proporre traduzioni delle Sacre Scritture ancora una volta manifesta il suo volto illiberale. Appare scontato che lui teorizzasse una sovralingua volgare italica raffinata giacché lo esigevano le materie letterarie (filosofia e teologia) da inculcare. L’italiano che ha inventato si trova a metà strada fra la scarsa acculturazione generale e la teologia cattolica ortodossa, rappresenta simile anello mirante a far calare i contenuti della seconda nei larghissimi spazi della prima. La nostra lingua in Italia si è consolidata in seguito ad accidenti non programmatici. L’obiettivo dantesco era apologetico ideologico, la lingua ne è stato il medium, rimasto valido per il motivo sopra chiarito. Il sommo poeta raffigura il padre accidentale dell’italiano: il suo poema appare come una mela di Newton caduta dall’albero cattolico in Italia. Nella storia letteraria italiana, Dante, il quale aveva avuto la notevole machiavellica intuizione sull’importanza politica della koinè linguistica in funzione di un disegno politico preciso, verrà contestato nella sua esemplarità nel ’500 da Pietro Bembo che indicherà come modelli da seguire il Petrarca e il Boccaccio. L’autore della “Divina Commedia” ritornerà in alta quota dopo l’Illuminismo grazie a critici encomiastici soprattutto imbevuti di essenze tradizionalistiche e/o nazionalistiche. È stato, così, grandiosamente e universalmente ripompato sino a noi. Ritorniamo comunque al cammino dantesco nell’ultima cantica. Fra i beati eccelsi per sapienza lo scrittore fiorentino parla con san Tommaso d’Aquino, teologo e filosofo nella realtà misogino e legittimante il sistema di servitù in vigore durante il feudalesimo. Giunto tra i premiati per aver combattuto in difesa del Cristianesimo, il sommo poeta esterna il proprio sadico compiacimento sulla pena infernale: «Bene è che sanza termine si doglia / chi, per amor di cosa che non duri / etternalmente, quello amor si spoglia». In questo pertinente cielo incontra il nonno di suo nonno (trisavolo), un crociato. Il personaggio di Cacciaguida, martirizzato nella lotta antislamica (secondo il generale ideale proposto da Dante attraverso il simbolico Catone Uticense), è rilevante per due ragioni. La prima: sino al tempo del sommo poeta sono state bandite sette crociate e costui non le disapprova, tutt’altro. Dante apprezza i conflitti armati quali strumenti di risoluzione delle contese politiche e religiose (auspica il ritorno del controllo cristiano sulla Terrasanta in vista del quale non esalta un’alternativa procedurale pacifica: nel “De vulgari eloquentia” sostiene che il valore militare sia un altissimo tema poetico). La seconda ragione inerisce alla critica di Cacciaguida sopra Firenze: ancora una volta vengono prese di mira le donne (per via di abbigliamento e trucco ricercati), le libertà sessuali, l’evoluzione sociale capitalistica. Il trisavolo (alter ego dantesco) nel suo manifesto reazionario e liberticida indica il posto ideal-distopico del gentil sesso: «donne al fuso e al pennacchio». Poi prosegue – non dimentichiamo che sta parlando uno in paradiso e quindi moralmente docente – con altre sconcertanti idee. Nella sua versione filoimperiale cesaropapistica, ostile ai deragliamenti inopportuni sul versante ecclesiastico (ingerenza politica diretta di stampo teocratico esplicito), il trisavolo ci spiega che le commistioni etniche – sta ragionando di Firenze e del circondario – sono pericolose nei confronti di una comunità in quanto potrebbero far perdere a uno status ideale originario la sua qualità alla volta di una degenerazione sociale e politica. Il che sarebbe accaduto, a di lui giudizio, alla città di Dante. Naturale che rimaniamo disorientati di fronte a simili aristoteliche considerazione evocanti l’ideologia nazista, e aventi ascendenze peraltro veterotestamentarie. Il paradiso dantesco rappresenta il ricovero di alcuni preoccupanti personaggi che l’autore indica quali esemplari e degni di imitazione. Il sommo poeta attraverso Cacciaguida propone de facto la laconizzazione di Firenze mirante al ripristino di una purezza etnica e spirituale avita. È chiaro il perché egli non possa mai essere contrario all’eliminazione anche fisica dell’avversario sino ad arrivare allo sterminio: le mele marce si devono togliere o con le buone o con le cattive maniere. E dove stia il marciume e dove l’integrità ce lo chiarisce mediante la “Commedia”. In quale angolo sia nel sommo poema quel presunto modernamente inteso amore evangelico rimane cosa da scoprire. L’anima beata di Cacciaguida si rammarica che Dio non abbia fatto morire anzitempo Buondelmonte Buondelmonti (uno di questi nuovi arrivati a turbare l’ordine sociale fiorentino) al centro di una vicenda di inizio del ’200 la quale portò alla divisione cittadina tra guelfi e ghibellini. Che cosa c’è di nobile, specialmente in paradiso, a rivangare rancore? Dante non è un pacifista, discrimina le donne, respinge la modernizzazione, odia. Cacciaguida addita simili aspetti della personalità del poeta. A testimonianza del valore positivo accordato dal sommo poeta alla pratica del conflitto armato, il trisavolo gli va a menzionare alcuni significativi beati combattente in vita (tra cui Giosuè e il crociato Goffredo di Buglione). Simile lista si segnala per il non positivo fatto di esprimere e spronare aggressività contro gli islamici, il che certamente non suona alla stessa maniera di un appello al pacifismo. Il passaggio dello scrittore fiorentino dal cielo di Marte dei filobellici a quello di Giove dei giusti offre una chicca dantesca misogina. Nel paragonare il cambio dei colori planetari visti dal rosso al bianco rispettivi egli si serve dell’immagine di un volto arrossitosi a causa della vergogna il quale quindi si schiarisce. E che cosa fa? Cala un paragone femminile di sgradevole gusto: a carico di un uomo generico sarebbe stato mortificante di genere. Poi notiamo che tale generico soggetto femminile nel recuperare un colorito naturale è diventato «bianca donna». Qual è il dietro le righe? La donna con vergogna – si tenga presente la mia spiegazione della dicotomia già illustrata nel saggio – appartiene alla dimensione del peccato, diventa rossa, è dunque “femmina”; allorché la catartica vergogna svanisce e torna il colorito bianco ella diventa “donna”, ossia soggetto conforme alle richieste teologiche cattoliche. Ecco perché Dante dice «bianca donna» e non “bianca femmina”: era sottintesa una “rossa femmina”. Le parole della “Divina Commedia” nel cielo dei giusti espongono altresì la dottrina sulla superiorità della Rivelazione davanti a tutte le forme di ricerca scientifica e puntualizza che al di fuori della fede nel Messia biblico non si dà via al paradiso: si tratta di principi cattolici allora canonici. L’abolizione del limbo da parte di Benedetto XVI – dettaglio già ricordato nella mia analisi – mette in crisi qui la teologia dogmatica sopra cui Dante si appoggia giacché non si richiederebbe la tomistica “fede implicita” premiante Traiano e Rifeo e discriminante le anime rimaste nel limbo dantesco: ora queste contrariamente alla separazione operata dal sommo poeta sulla base del tomismo, finiscono per ottenere l’accesso al paradiso così annullando l’insegnamento della mistica aquila dei beati giusti secondo il quale: extra Ecclesiam nulla salus est. A scanso di equivoci è da dirsi che un’implicita vocazione di fede in un non cristiano necessita un’interiore rivelazione divina (mancata alle anime del limbo). Di questa avrebbe beneficato Rifeo, a dire dell’Aquila, mentre era ancora in vita. Invece Traiano sarebbe stato resuscitato (ne parla anche Tommaso d’Aquino nella “Summa theologiae”) dalla sua condizione infera post mortem grazie alle preghiere di Papa Gregorio Magno, e in un rinnovato segmento si sarebbe fatto credente al pari di Rifeo (questo in Cristo venturo, quello in Cristo venuto). L’abolizione del limbo supera la dottrina tomistica sui tipi di fede indispensabili (esplicita e implicita). A chi volesse osservare che la naufragata ipotesi teologica sarebbe stata semplicemente assorbita in una più limpida idea di paradiso, faccio notare che l’obiezione creerebbe un’aporia dantesca di natura non soltanto letteraria, e un’aporia in toto teologica tomistica. Se ci sono anime che potrebbero andare in paradiso perché tenerle fuori con l’unica discriminante che morirono da non credenti nel Messia? Perché aspettare posteriori e isolati interventi della Grazia divina e non intervenire in qualche maniera in massa e subito? Tutto ciò non costituirebbe un’assenza di bontà e misericordia divina (perciò l’intervento di Papa Ratzinger a rimedio nella dottrina)? L’idea di fede cattolica nella concezione dantesca e medievale era nevralgica, e produceva conseguenze teologiche e pratiche non da poco. L’ancoraggio biblico veterotestamentario da parte di Dante fa sì che nel cielo degli spiriti contemplativi Beatrice ricordi a lui che Dio è uno che attua «vendetta» sopra gli uomini e che la compia con tempistica calma: «La spada di qua sù non taglia in fretta / né tardo, ma’ ch’al parer di colui / che disïando o temendo l’aspetta». I termini che adotta evocano una divinità bellica, poco evangelica. Le crepe ideologiche e concettuali dantesche non sono minimali. Dire che l’adesione dello scrittore fiorentino all’astronomia tolemaica accolta dalla Chiesa passata suscita ormai un effetto grottesco appare superfluo. Con tutto il resto di cose che lui reputava obiettivamente vere sui tre regni oltremondani, immaginarlo mentre viaggia nello spazio interplanetario in compagnia di Beatrice al pari di un supereroe dei fumetti fa ridere. Inoltre la sua simpatia nei confronti della tradizione aristotelica ne limita di parecchio l’orizzonte mentale a tutti i livelli. In una delle sue ultimissime comparse nel “Paradiso” Beatrice suggella il suo ruolo di theological Barbie doll. Dante le fa pronunziare un discorso molto violento contro il libero pensiero a difesa del principio dell’autorità biblica. Viene colpito al cuore il diritto a esistere della ricerca filosofica e scientifica. L’autore della “Commedia” condanna la diffusione di idee religiose non ortodosse presso la massa (il che costituisce il lato oscuro della lingua volgare, poco apprezzabile allora per lui in simili circostanze). Vorrebbe così uccidere alla base una possibilità socratica nel circolo delle idee. Egli si mostra a favore – nelle parole di Beatrice – di un pensiero unico e unidimensionale: le Sacre Scritture non vanno contestate, ciò rappresenta un peccato molto grave direttamente ispirato dal Demonio. Il sommo poeta si rivela così legato a un’interpretazione letterale e rigoristica della Bibbia da rifiutare ipotesi miranti a spiegazioni scientifiche (sempre contestuali alla fede) nei casi miracolosi raccontati. Cosicché lui appare più radicale ad esempio di Tommaso d’Aquino nel pretendere che alla morte di Cristo il Sole si sia spento nell’oscuramento narrato e non che ci fosse stata un’eclisse solare. L’antifilosofico manifesto che Dante fa proclamare alla guida paradisiaca sui generis Diotima è molto grave agli occhi non solo della modernità meglio laicizzata. Lui disprezza il fatto che si faccia filosofia sopra i testi biblici, lui non vuole libertà di pensiero. Si può dire che sia tra i mandanti ideali della futura uccisione di Giordano Bruno. Quanto pretendeva Dante era rendere impossibile il rendersi consapevoli che la Sacre Scritture contengono racconti mitologici anche mal volti dalle lingue originarie8. Egli parla delle distorsioni teologiche interpretative, però non si è reso per niente conto di essere stato intrappolato in una fantasiosa costruzione nevrotica a sua volta distorsione e deviazione della tradizione religiosa ebraica antica. Il principio dell’autorità ecclesiastica cattolica sostenuto, de facto, costituisce un’aporetica petizione di principio: si sconfina nel puro dogmatismo, alimentato di irrazionalismo e complessi nevrotici, e impediente un sano e corretto sviluppo scientifico in grado di metterlo alla prova e di verificarlo. La critica encomiastica celebra un Dante liberticida e fondamentalista. I temi politici continuano a sostanziare la “Divina Commedia” sino alla fine. Nella candida rosa dei beati l’autore del sommo poema riservo un posto, a venire rispetto al tempo narrativo, ad Arrigo VII del Lussemburgo, l’imperatore su cui Dante concentrò le sue speranze politiche durante l’esilio: purtroppo quello nella realtà storica morì precocemente senza dar corpo a quegli auspici. Si vede come nella “Commedia” la distribuzione delle anime nei tre spazi ultraterreni avvenga secondo criteri di simpatia/antipatia politica e religiosa. A conferma di ciò, in tal brano, le ultime parole in assoluto nel testo di Beatrice saranno usate allo scopo di comunicare che Papa Clemente V, avversario di Arrigo VII, finirà all’inferno a fare compagnia al suo predecessore Bonifacio VIII. E questo sarebbe l’esemplare poema? A me pare un romanzo in versi mirante a trasmettere odio partigiano. Non solo, alla fine lo scrittore fiorentino ribadisce il proprio antifemminismo della maturità. Nonostante abbia tramutato Beatrice in una bambola teologica, la forma femminile di lei non la rende degna di accompagnare il poeta sino alla visione divina. Qualcuno potrebbe dire: ma Beatrice non è una canonizzata, ci vuole a vantaggio dell’ultimo tratto una figura santificata. Vabbè: ma perché Dante mette proprio l’antiereticale e mariologo san Bernardo di Chiaravalle (sostenitore della crociata alla quale prese parte il trisavolo del sommo poeta) e non santa Lucia? Un uomo e non una donna? A me sembrano evidenti le ragioni politico-religiose, e quelle maschilistiche teologiche volte a celebrare il supremo modello femminile mariano desessualizzato (il quale appunto farà da mediatore): tra Dante e Dio ci volevano “un santo” e appresso non una “donna qualunque”. Le esigenze misogine della teologia medievale sono molto pressanti, e lui non può accantonarle. Beatrice deve uscire di scena: tale cosa costituisce allegoria di un femminicidio. Tutto sommato l’iniziativa a beneficio della salvazione dell’anima dello scrittore fiorentino era partita dalla Madonna, non da quella. Il sommo poeta si abbandona in toto all’irrazionalismo filoestatico di Bernardo (teorizzatore dell’intuizione di Dio, e non della possibilità di quella conoscenza dentro un quadro razionalistico). La teologia prevale sulla filosofia, e la nevrosi primeggia su tutto: tale l’ordine di importanza nella psiche dantesca. Bernardo di Chiaravalle, estrema guida di Dante, fra le anime beate della candida rosa non manca di rammentare l’antifemminista, omofobo, antisemita Agostino d’Ippona9. L’arco ideologico delineatosi lascia più di qualche semplice perplessità: offre invece molta preoccupazione notarlo in prossimità della divina presenza nel testo della “Commedia”. Bernardo espone inoltre a proposito della destinazione ultramondana dei bambini una dottrina sulla Grazia concessa da Dio ai nascituri la quale ricalca il principio gerarchico sociale di “Brave New World”: a chi più, a chi meno. Se morti in tenera età e soddisfacenti i requisiti allo scopo di andare in paradiso, in relazione a quei gradi avranno il corrispettivo posto nella scala della beatitudine celeste. Simile idea assunta da Dante in contrasto col pensiero tomistico, il quale in materia di Grazia intravede uniformità universale laddove operante, oltre a ribadire un impianto distopico contiene (pericolosi) spunti luterani. Se infatti pensiamo che per il sommo poeta i beni terreni sono amministrati da un’intelligenza celeste che lui chiama “Fortuna” (la quale a me evoca la smithiana “mano invisibile”) e che accoglie altresì il concetto di predestinazione, siamo portati a osservare il modo in cui il suo radicalismo contenga elementi poi dal Protestantesimo (e dalla sua cultura) sviluppati in altra direzione. Detti elementi posseggono la propria radice genetica nell’antipelagianesimo di Agostino d’Ippona. Max Weber poi studierà con attenzione il nevrotico attivismo protestante. Per quanto concerne Dante possiamo vedere che pure costui manifesti forme attivistiche e auspicio a esse (tuttavia non forme di natura economica): attivismi bellico e politico, nonché quello di scrittura propagandistica (le opere dantesche della fase matura), messi al servizio della fede cattolica. L’autore della “Divina Commedia” nel complesso riesce a rimanere saldamente nell’alveo della Chiesa medievale e si appaga in ultima istanza di una mistica contemplazione della Santissima Trinità (supremo dogma cristiano).

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NOTE

7 https://www.academia.edu/14615660/Il_capitalismo_impazzito_di_Aldous_Huxley

8 A vantaggio di un approfondimento suggerisco di leggere i miei lavori di seguito ricordati:

https://www.academia.edu/6280171/Ermeneutica_religiosa_weiliana

http://danilocaruso.blogspot.com/2020/03/lacqua-e-il-dio-biblico.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2014/06/antropogonia-e-androginia-nel-simposio.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2017/11/radici-sumere-di-ebraismo-e-capitalismo.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2013/07/simone-weil.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2019/12/cristianesimo-e-verita-in-simone-weil.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2014/10/lorigine-ideologica-del-cristianesimo.html

http://danilocaruso.blogspot.com/2020/01/abramo-o-della-contraddizione-teologica_4.html

9  https://danilocaruso.blogspot.com/2020/07/nevrosi-e-irrazionalismo-in-agostino.html