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15 agosto 2023

IL PIANETA MADRE? E LA PRIMA INVASIONE…

di DANILO CARUSO
 
Nel 2016 è salito all’onore delle cronache scientifiche la scoperta di un esopianeta all’interno della Costellazione del Centauro, e più in particolare nel trinitario sistema di soli di Alfa Centauri, avente ESI (Earth similarity index) 0,87. Queste tre stelle sono così disposte: Alfa Centauri A e B possiedono una vita di coppia giacché un punto di massa in comunione le ha rese orbitanti rispetto a sé secondo un analogo arco temporale (non sono orbite coincidenti); Proxima Centauri ha preso quale riferimento della propria orbita il superiore sistema doppio. Tale terzo sole costituisce la stella più vicina al nostro sistema solare. L’esopianeta di cui ho accennato in apertura ruota attorno a detta terza stella: è stato denominato Proxima Centauri b. Le ulteriori scoperte scientifiche su Proxima b mi hanno condotto a delle particolari riflessioni sulla scia della mia idea di una passata emigrazione interplanetaria1. Come ho già puntualizzato in origine dei miei ipotetici discorsi (in attesa di eventuali solidi riscontri di archeologia extraterrestre) non ho preso le mosse dalle teorie di Zecharia Sitchin, perciò ho scartato ab ovo l’dea di una manipolazione genetica di alieni sopra ominidi terrestri. Per me, come dissi, è giunta sulla Terra la razza umana da altrove, in un piano di colonizzazione dei pianeti abitabili allora del nostro sistema solare (in aggiunta alla Terra credo Venere, Marte e Fetonte). L’obiettivo di quest’analisi non è quello di essere ripetitivo al di là della necessaria rievocazione nell’impianto analitico, bensì quello di esporre le novità nella mia costruzione e di concentrarmi dunque sull’evocato Proxima b. Proprio in esordio della mia teoria migratoria semplice sostenni la possibilità che le terrestri manifestazioni documentali di pensiero più antiche possano contenere, a mo’ di fossili, tracce nascoste di quegli eventi extraterrestri legati comunque alla memoria umana. Sul nostro pianeta esiste una cesura fra “preistoria” e “storia”, non sappiamo praticamente gran che di ciò che non ha con sé documenti scritti. Simile assenza non può automaticamente portare a cestinare l’ipotesi di un’antica, per noi preistorica, civiltà sulla Terra in possesso di altissima tecnologia. Non è detto che dovesse essere sparsa sul territorio a 360°. I livelli demografici noti del passato ci parlano di quattro gatti in rapporto alla crescita degli ultimi secoli. Quindi è possibile che stessero concentrati particolarmente in una sola area. Qua e là non è stato trovato nessuno strumento di tecnologia avanzata, vistosi prodotti però sì (nessuno ad esempio ancora ha una certezza sulle modalità costruttive delle grandi piramidi egizie). Condivido l’interesse di chi indica l’Antartide quale zona da sottoporre ad attenzione archeologica. Parecchio tempo fa ho sentito l’idea per cui l’asse terrestre si sia inclinato spostando il continente antartico da una posizione, per così dire, australiana, a quella di Polo Sud attuale: è possibile che sotto quei ghiacci ci sia una preistoria diversa? Solo l’archeologia ce lo potrà dire. Per il momento torno a quella che, al mio uopo, avevo definito “archeologia letteraria”. Esistono narrazioni che possono disvelare l’immagine originaria, grattando il mito superficiale, e restituirci una verità la quale si era persa dentro la sovrastruttura mitologica? Debbo aggiungere che una tale operazione possiede uno spirito junghiano, e pertanto mi trovo a mio agio. Illustrerò alcune caratteristiche note nel pubblico mondiale dominio di Proxima b2, e poi le collegherò alla mia ottica. Va innanzitutto rammentato che ci si chiede se tuttora ci possa essere (stata) vita intelligente su tale pianeta che avrebbe (avuto) un’atmosfera somigliante alla nostra. La situazione attuale comporta per Proxima b un blocco di un suo possibile originario moto rotatorio attorno al proprio asse per via del campo di gravitazione molto ravvicinato della sua stella: in parole povere quanto accade alla Luna con la Terra, un emisfero è fisso sempre da un lato e l’altro dal suo nel tragitto rivoluzionario. Su Proxima b c’è dunque una facciata non illuminata e fredda, e un’altra con connotazioni opposte. In tale regime la vita potrebbe essere (stata) più favorita nella fascia anulare intermedia dove l’acqua né ghiaccerebbe né evaporerebbe. Suddetto stadio troverebbe il pianeta nelle seguenti condizioni. La luce che vi si avvicina dalla sua stella non è molta (il giorno è paragonabile a una nostra sera rossastra là dopo il tramonto), tuttavia Proxima Centauri produce ogni tanto distruttive ondate di bagliore (brillamenti). I brillamenti occasionali e le forti radiazioni solari non rappresentano fattori ideali canonici a pro della sopravvivenza di vita sulla superficie poiché particolarmente i primi bucano l’atmosfera. Si pensa altresì che l’esopianeta possa essere un pianeta in toto sommerso dalle acque: non si sa se alla fine si sia ridotto in condizioni analoghe al nostro Marte. L’idea di sfruttamento agricolo della superficie di Proxima b, sic rebus stantibus, non è fra le più facili a immaginarsi. Se in passato i brillamenti e le emissioni di massa coronale sono stati presumibilmente di entità minore è possibile immaginare un’agricoltura più ortodossa. La scarsezza della luce e i brillamenti della fase in atto esigerebbero adeguamenti tecnologici agricoli avanzati, con colture al chiuso e ambienti consoni creati artificialmente. Non che una cosa del genere non sia (stata) possibile a un’eventuale civiltà molto progredita. A questo punto dell’analisi, dopo aver prodotto la premessa a beneficio di un ragionamento psicanalitico di archeologia letteraria, debbo esporre i dettagli di letteratura i quali secondo me celano possibilmente notizie di fatti reali il cui ricordo si è indebolito, andato perso e distorto, riadattato allo scenario terrestre dai discendenti dei migranti spaziali, e riproposti in forma di mito in seguito a tale ancestrale offuscata indicazione tramandata. Una delle prima cose che dissi nel mio discorso sull’emigrazione interplanetaria è che la vicenda dell’arca di Noè potesse adombrare la migrazione da un esopianeta alla Terra. Sappiamo che per le antiche culture del Vicino Oriente la letterale zona iperuranica era piena d’acqua, pertanto un viaggio spaziale sarebbe stato pensato come una navigazione nell’acqua. Proxima b è l’esopianeta più vicino alla Terra, posso perciò ipotizzare esso, in virtù delle sue caratteristiche presunte (vecchie e nuove), quale stazione di partenza della razza umana alla volta del nostro sistema solare. L’inondazione globale di Proxima b potrebbe essere alla base del mito terrestre del diluvio universale, dal momento che di generazione in generazione per noi reputate preistoriche si sarebbe persa una diffusa corretta memoria degli accadimenti a causa di trasmissioni orali via via deviate verso una logica mitica ambientata sulla terra poiché la possibile verità originaria si rendeva incomprensibile a generazioni meno istruite scientificamente. Nella Bibbia potrebbe stare memoria figurata dell’inondazione di Proxima b e dell’emigrazione spaziale (da là). Abbiamo notato un’altra situazione critica nel nostro presunto pianeta madre: la difficoltà dell’agricoltura di fronte a un sistema possibilmente tramutatosi da ottimale a ostile. La stella Proxima Centauri ha compiuto nella sua evoluzione presumibilmente un sacco di danni al punto di rendere ovunque impossibile le teoriche colture. Cosa troviamo nella Bibbia a tal riguardo? La dicotomia Abele/Caino, la quale costituisce una dicotomia di natura produttiva ed economica: sembra che il Dio biblico veterotestamentario prediliga una produzione non legata alla terra, perché l’ecosistema può essere suscettibile di criticità più o meno gravi. A Noè un comando divino ha imposto di salvare solo il patrimonio faunistico, non v’era preoccupazione a proposito delle colture agricole. È possibile che lo scarso apprezzamento dato all’agricoltura, espresso in modo allegorico in particolar modo, nella vicenda di Caino abbia origine nei disastri ambientali di Proxima b causati da Proxima Centauri? In parole povere quello shock esistenziale subito dagli umani centauriani avrebbe viaggiato con loro, e sarebbe poi stato all’interno di meccanismi di trasmissione del sapere, sempre meno efficaci, rielaborato in allegorie mitologiche da decostruire psicanaliticamente ad hoc. Quanto vado dicendo non rappresenta un ragionamento fantascientifico, costituisce un caso particolare di ermeneutica contestuale, con la circostanza che il contesto principale non si mostra la Terra bensì Proxima b: altri aggiuntivi elementi in futuro, con certezze ancorate, potrebbero rafforzare la mia ipotesi o smentirla. Nel momento in cui ho scritto non viene da me giudicata impossibile, né d’altro lato vera nel pieno senso di un accertamento (come ci suggerisce Vico). La reputo plausibile in attesa di una verifica migliore. Il suddetto shock è stato tale che io credo, nella mia visione analitica, che l’insistente idea generale di culto solare terrestre provenga da Proxima b, ma non quale culto propiziatorio: l’ingenua adorazione del Sole, qua sulla Terra, avrebbe lo scopo di scongiurare l’azione distruttiva della divinità (sperimentata su Proxima b). Ipotizzo un simile schema psichico non più consapevole nei fedeli e nei sacerdoti terrestri devoti di divinità solari. Dalla Bibbia a ritroso possiamo percorrere il cammino in direzione dell’atonismo (il quale è l’anima dell’Antico Testamento)3. Akhenaton ha manifestato una mitica nevrotica concezione radicale di culto al Sole. Il Sole sarebbe la divinità più importante, sino al punto di giungere a forme di esclusività (enoteismo e monoteismo), giacché Proxima b ci insegnerebbe che la interpretata indisposizione di Proxima Centauri può distruggere completamente un mondo. La tradizione atonista-giudaico-cristiana potrebbe contenere un sottilissimo impercettibile ancestrale filo nevrotico extraterrestre legato all’originario Dio sole Proxima Centauri. Non sto sostenendo che i Centauriani adorassero la loro stella, ma che gli effetti di Proxima Centauri siano rimasti nell’avita memoria dei viaggiatori giunti sulla Terra, e che simili effetti siano restati a mo’ di inconoscibile junghiana immagine archetipica primordiale nei confronti di quelle smemorate generazioni di terrestri che hanno elaborato culti solari incentrati sul nostro Sole e con le modalità di generazione che sopra ho illustrato. Esiste un dettaglio a proposito di simile discorso che mi è parso pertinente: è quello del “kabôd” veterotestamentario, comunemente tradotto con “gloria (di Dio)”. Il kabôd è, nel quadro delle mie analisi bibliche, qualcosa che esprime e mostra la potenza solare del Dio veterotestamentario. Quindi su tale base, sviluppando il modello di ascendenza da Proxima b, lo ricollego ai brillamenti di Proxima Centauri e in maniera particolare alle sue emissioni di massa coronale (le quali mi appaiono la sorgente del simbolo, anche a voler ridurre la fenomenologia di suggestione ai nostri paraggi terrestri col Sole). Ecco un altro dettaglio possibilmente riallacciato alla matrice concreta. Il Dio biblico, il quale sarebbe Aton nella sua essenza d’origine, potrebbe essere scaturito dall’immagine reale di Proxima Centauri. Il contesto letterario veterotestamentario mi ha fornito un ulteriore elemento a corredo della mia ipotesi generale di migrazione interplanetaria: si tratta dei famosi personaggi antidiluviani di lunghissima vita. Com’è che costoro fino a Noè vivessero persino alcuni secoli? Il periodo di rivoluzione su Proxima b è di poco più di undici giorni: rispetto a noi si rivela inferiore di circa trentadue volte. Tre anni là sarebbero poco più di un mese da noi. I molto longevi antidiluviani (idest, prima dell’emigrazione interplanetaria) sono persone il cui computo terrestre degli anni di vita cerca un raccordo tra misure dell’anno (rivoluzione rispetto alla propria stella) differenti? Quella terrestre e quella di Proxima b? Il nesso testé indicato se inserito in un sistema analitico più ampio, come ho fatto, non pare isolatamente peregrino. V’è pure nel Nuovo Testamento un cenno dell’apostolo Pietro dove si afferma che un giorno di Dio equivale a mille anni: si sta involontariamente rifacendo, in guisa letteraria retorica, a Proxima centauri e all’anno di Proxima b in relazione al nostro anno terrestre molto più lungo? Ritengo tutti i possibili collegamenti biblici creati in modo inconscio per quanto concernerebbe Proxima Centauri e Proxima b da parte degli autori di quei testi depositari di antiche tradizioni di culto solare, la cui eventuale origine terrestre ho spiegato. Ci sono d’altro canto sul nostro pianeta alcune cose che nella falsariga di questa mia analisi mi hanno colpito. La prima riguarda le tre piramidi di Cheope, Chefren, Micerino. La loro disposizione reale in ordine di mole e le loro misure esterne, in relazione ad approssimativi indicativi canoni di proporzione, possono essere collegate ai diametri di Alfa centauri A e B, e Proxima Centauri. Le tre piramidi simboleggiano queste tre stelle? Platone associa simbolicamente la forma piramidale al fuoco. Non si sa con precisione il chi, il come e il quando della loro edificazione: potrebbero essere una sorta di segnale, di icona, indicante un contenuto di provenienza extraterrestre? Queste piramidi si vedono dallo spazio: è possibile che costituissero l’indicazione di una precisa informazione? Come dire: i Centauriani sono qua sul pianeta Terra. D’altro canto cosa la quale mi ha colpito non soltanto adesso è rappresentata dalle pietre di Nazca. Tutti quei disegni nel merito di questa mia analisi mi sembrano una specie di catalogo del contenuto dell’arca di Noè fuori e all’interno del figurato mitico. A mio modesto avviso è come se all’osservatore dall’alto del cielo si volesse dire che la Terra è il pianeta che ha accolto quell’insieme faunistico disegnato. E quindi in ossequio al mio ragionamento una fauna possibilmente provenuta da Proxima b a sostituire o soppiantare quella preistorica. Il sistema faunistico terrestre della preistoria è di fatto scomparso, e io non credo alla teoria darwiniana evoluzionistica sulla Terra. Per me la cesura inerente alla fauna terrestre è troppo radicale, più che a un’evoluzione do credito a un nuovo innesto dall’esterno, nella maniera in cui ho chiarito nella mia ottica.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Prospettive rinnovate”
 
1 A proposito di tale filone di miei studi segnalo in particolar modo dei miei scritti contenuti in miei saggi:
1) Teoria sull’origine aliena dell’umanità in Critica dell’irrazionalismo occidentale (2016)
2) Lotta tra gli Dei in Studi critici (2019)
3) Radici sumere di Ebraismo e capitalismo in Note di critica (2017)
 
2 Rinvio il lettore all’Enciclopedia Wikipedia per altri approfondimenti.
 
3 Tale gamma concettuale appena citata è stata in generale oggetto di mie diverse analisi i cui risultati ho esposto in miei vari lavori. A beneficio del lettore desideroso di approfondire, menziono gli ultimi miei due scritti fino a ora pubblicati riguardanti l’ampio tema. Nella mia opera Prospettive rinnovate (2023) le sezioni intitolate Dall’inno stoico a Zeus di Cleante alla fondazione del Cristianesimo e Dalle parole di Gesù Cristo a quelle di Pauline Harmange.

01 luglio 2023

INCONTRI LETTERARI CON GLI ALIENI

di DANILO CARUSO
 
Quando nel 2019 è scoppiata l’epidemia di coronavirus (poi assorta subito dopo a pandemia) cercai di inquadrare questa fase storica, così significativa, in termini di figurazioni-figure e di dialettica hegeliane. Cosicché quanto mi prefiggevo di conseguire era una terna tesi-antitesi-sintesi dove la pandemia occupasse un posto. La diffusione della covid a livello mondiale aveva indubbiamente un connotato “negativo” in senso molto più generale, il suo “opporsi” al mondo a essa precedente ha “limitato” praticamente tutto: quindi non risulterà difficile il perché abbia concepito la pandemia in termini di negativo razionale hegeliano rispetto al momento tetico della globalizzazione. Sembra che la pandemia fosse il segnale che la globalizzazione “illimitata” fosse entrata in una crisi la quale richiedeva un intervento ad hoc. Tale ragionare alla maniera di Hegel postulava un movimento sintetico il quale approdasse a un positivo razionale di più ampio margine della globalizzazione. Ma se già abbiamo esaurito la scala planetaria, cosa ci resterà per andare più in là? Dirigerci oltre il cielo stellato, nel letterale iperuranio, a incontrare un’altra civiltà planetaria aliena. Ho pensato la problematica in siffatto modo, e alla fine della pandemia mi è capitato di leggere un romanzo di fantascienza di Robert James Sawyer intitolato “Factoring humanity” e risalente al 1998. Quest’opera mi ha particolarmente colpito per il fatto non solo di intrecciare miei motivi di interesse intellettuale (fra cui uno inerente proprio all’argomento di apertura di questa riflessione), ma anche perché la protagonista, Heather Davis, è una psicanalista junghiana. È notorio che la mia critica letteraria si appoggi alla mia adesione alla psicologia analitica di Jung. In tale romanzo tuttavia essendo già palesi i contenuti junghiani non avevo niente da far emergere dal profondo simbolico: era tutto scritto alla superficie. Si parlava chiaramente di Inconscio collettivo e di altro. Il testo perciò mi è piaciuto molto altresì nel suo intersecare segmenti vari di miei interessi. Io sono junghiano, credo ragionevolmente nell’esistenza di altre civiltà in altri sistemi solari, e in particolar modo reputo la razza umana sulla terra un portato emigratorio interplanetario1. “Factoring humanity” non si è espresso sulla linea della mia specifica ultima idea testé esposta, però è rimbalzato su molteplici pareti a me congeniali. Per farla breve sul racconto dico che attraverso dei messaggi decodificati da Heather gli alieni hanno trasmesso ai Terrestri le indicazioni di costruzione di una macchina per entrare nell’Inconscio assoluto. Ciò avviene nel 2017, e poi nel 2019 gli extraterrestri giungono a ridosso del nostro pianeta incontrando l’umanità. A tal proposito ho notato che l’anno era quello del covid, e la vicenda quella del “positivo razionale” della mia terna hegeliana (ideata da me nel 2020). Riguardo al viaggiare dentro all’Inconscio impersonale ho parlato in precedenza allorché ho analizzato fantascientifici spostamenti temporali riconducendoli a non figurati viaggi nell’Inconscio collettivo2. Per me navigare nel tempo equivale letteralmente a un attraversamento dell’Inconscio assoluto (in particolar modo nei confronti del passato). E questo è quanto opera Heather: mediante una macchina di tecnologia non terrestre si immerge a ispezionare le microaree di memoria personali. Pertanto ha sincronicamente davanti tutti gli accadimenti di vita individuale a beneficio del suo sguardo. Simile suo inoltrarsi nella sincronicità metafisica junghiana grazie a una macchina aliena mi ha immediatamente fatto pensare al time traveller wellsiano3: nell’ottica dei miei ragionamenti e della mia impostazione, Heather appare analoga e parallela al time traveller di H. G. Wells, ma si mostra “psycho-traveller”. Circa le macchine psicanalitiche, come quella adoperata da Heather nella sua storia la quale possiede un finale non tragico, sono stato indotto a pensare, nella qualità di critico letterario, alla macchina di Wilhelm Reich volta a catturare l’energia orgonica positiva proveniente da tale sorta di libido freudiana universalizzata e ontologizzata in guisa un po’ junghiana (l’orgone reichiano si trova metà strada fra Freud e Jung). Quest’altro studioso della psiche in aggiunta ad aver progettato e costruito simile cosa mirante a catturare energia orgonica positiva, affermò pure che esistono degli alieni i quali condizionano l’umanità in peggio proiettando sugli esseri umani una energia orgonica negativa. Non escludo che le idee e le vicende di Wilhelm Reich possano aver influenzato la creazione letteraria di “Factoring humanity” da parte di Sawyer: da una prospettiva reichiana pessimistica passiamo a un’ottica più idealistica dove gli alieni sono junghiani e ben disposti verso gli uomini. Un tema nel romanzo di Sawyer il quale ritengo ancora utile sottolineare è l’idea che l’Inconscio impersonale sia a livello universale regionalizzato: la regione occupata dagli uomini ad esempio non ha di conseguenza interagito con quella degli alieni sino al momento in cui non sono venuti in contatto stretto e diretto soggetti dei due gruppi. Dunque si trarrebbe la conclusione che senza una significativa tangenza l’area umana dell’Inconscio collettivo non elaborerebbe i contenuti di un’altra regione appartenente a un mondo nello spazio distante. Una prospettiva di tragico incontro con gli extraterrestri proviene da “The war of the worlds”, celeberrimo romanzo di H. G. Wells uscito nel 1897. Qui gli alieni vengono da Marte sulla terra con obiettivi tutt’altro che pacifici. La loro ambizione è conquistare il pianeta, a loro pro, attraverso l’uso della forza militare. I loro mezzi di conquista muniti di potenti armi appaiono nella narrazione wellsiana immediatamente inquietanti anche al di fuori della finzione letteraria. La sadica distruzione portata da questi strumenti militari, alti e giganti, a tre piedi mobili, con il proprio incendiario raggio devastante, risulta molto impressionate giacché realistica. Anticipa il terrore atomico, lascia sgomenti. Simili macchine di morte rappresentano un simbolo del potere della tecnica, del dominio tecnico incombente sull’umanità. Il riferimento è ovviamente rivolto allo sviluppo capitalistico e alle sue possibilità non preventivamente ponderate a dovere. Lo scenario di annichilimento generato dall’agire dei Marziani costituisce un segnale d’allarme a proposito degli effetti eventuali della tecnica e del progresso se lasciati liberi senza un controllo veramente e profondamente razionale. Al di là degli strumenti di devastazione degli extraterrestri, creanti un’atmosfera molto cupa, apocalittica, angosciante, l’aspetto e la mentalità di costoro suscitano ulteriori sensazioni kafkiane. Non possiedono sembianze antropomorfe, a forma di palla con grandi occhi, sono esseri di esclusiva razionalità pragmatica e utilitaristica. Non vivono una dimensione sentimentale, emozionale, guidati dai loro enormi cervelli contenuti in quei corpi sferici privi di un comune apparato digerente. I Marziani infatti si nutrono direttamente di sangue trasfuso nel proprio organismo mediante un canale apposito, sangue prelevato dalle vittime. Simile dettaglio rammenta il vampirismo (figurato) dei capitalisti nella critica marxiana. A questa prima interpretazione simbolica ne devo aggiungere una seconda che la prosegue sulla scia del mio pensiero esposto nelle mie opere. L’arroccamento nella razionalità da parte dei Marziani mi ha ricordato la mia idea sull’origine nevrotica del Cristianesimo e dei suoi pericolosi difetti4. Quando ho parlato da junghiano di un indebito ripiego ed esclusivo sopra la facoltà della ragione stricto sensu lungo l’asse delle capacità razionali (in senso lato: l’altra è il sentimento), ho detto che è stato prodotto un assetto nevrotico ripudiante il femminile sentimentale a pericoloso vantaggio del maschile-razionale nell’ambito di simile segmento psichico. Gli alieni wellsiani oltre a essere, come visto, soggetti portatori di una razionalità (?) malata, sadica, poiché nevrotica, non si riproducono più attraverso un comune congresso carnale fra persone di sessi opposti: ciascun marziano può generarne uno nuovo sulla base di una differente autonoma biologia. Tali dettagli meglio approfonditi mi hanno ricondotto a un sostrato di più radicale nevrosi, e quindi a Max Weber e alla sua analisi dove Cristianesimo (protestante) ed economia si legano. La critica di H. G. Wells al capitalismo e alla di esso sfruttata tecnica, in “The war of the worlds”, non è estranea al disvelamento di strati nevrotici inerenti alla religione. La morte e la violenza causate dai Marziani non simboleggiano solo una dimensione recente di sviluppo della tecnica, ma altresì l’incubo angoscioso, kafkiano dell’aggressione cristiana alla civiltà umana per mezzo di persecuzioni, torture, uccisioni di streghe, omosessuali, Ebrei, non cristiani, atei e intellettuali non allineati. Il rogo, il fuoco, divengono il raggio mortale degli alieni distruttori, angeli di morte calati dal cielo, paragonabili altresì agli inquisitori accompagnati dalle loro sadiche macchine di tortura. Questo raggio il quale si irradia dai meccanici mostri dotati di una trinità di gambe mi rievoca l’emissione dello Spirito Santo sugli uomini, rappresentato in foggia ignea, qua, kafkianamente e apocalitticamente, volto da “consolatore” a “giustiziere”. Ritornando al livello di lettura prossimo, dobbiamo rilevare che gli alieni fanno uso di armi chimiche a detrimento degli abitanti della Terra: in tal caso non possiamo non vedere terribili prefigurazioni e preoccupazioni inerenti ai due futuri conflitti mondiali novecenteschi, i quali io giudico una singola peloponnesiaca contesa interna capitalistica globale. Gli esseri umani avranno comunque la meglio sui Marziani in virtù di un’imprevista e sottovalutata arma epidemiologica nei riguardi di cui erano abbondantemente immunizzati: la presenza di microrganismi sulla Terra ormai innocui al cospetto degli uomini, però non nei confronti degli alieni, i quali nutrendosi del sangue terrestre hanno mangiato e bevuto la loro rovina contagiandosi. Gli eventi avversi della loro nutrizione li hanno alla fine sterminati tutti. Rappresenta questo finale l’occasione per il famosissimo scrittore inglese di formulare l’auspicio che di fronte a un nemico pericoloso (tra le righe: il capitalismo selvaggio) gli esseri umani (la classe degli sfruttati, dei diseredati, degli emarginati) possano prendere una coscienza di gruppo (marxiana coscienza di classe), e unirsi omogeneamente a tutela comune contro paventati rischi alla sicurezza e al benessere. Questa è la lezione wellsiana di “The war of the worlds”, dove gli extraterrestri rappresentano simboli di realtà storiche precise rintracciabili dietro il velo della finzione narrativa fantascientifica.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Analisi letterarie e filosofiche”
 
1 A proposito di questo mio filone di argomentazioni indico una mia recente analisi con i suoi ulteriori rinvii a ritroso nelle note: Scoperte stellari, nel mio saggio Partita a scacchi (2022).
 
2 Si veda nelle mie precedenti pubblicazioni: Storia e pensiero e Distopie occidentali del 2023.
 
3 Una mia analisi di “The time machine” è presente nella mia monografia Critica letteraria (2017): La terribile distopia di H. G. Wells.
 
4 Ho destinato parecchi lavori d’analisi a simili argomenti, ne indico uno a titolo di exemplum utile all’approfondimento del mio scientifico punto di vista, un saggio: L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017).

07 ottobre 2022

INDUISMO E OCCIDENTE

di DANILO CARUSO

Il sistema religioso induista contiene tutte le grandi possibilità della filosofia occidentale. Spiegherò simile affermazione in dettaglio, superando la radicale forma dicotomica Occidente/Oriente. Per evitare un fraintendimento a monte preciso che non si tratta di equiparare bensì di collegare. Parto da una considerazione cui sono giunto a conclusione rispetto all’impressione e alla riflessione di partenza. Essendo junghiano, dopo aver visto che la filosofia greca antica altro non ha fatto che ripensare l’Induismo in maniera razionalistica ottenendo varie differenti direzioni di pensiero speculativo conseguenti, ho pensato di avvalermi dello schema di Jung relativo alla struttura caratteriale umana che distingue: due facoltà razionali (la ragione in senso stretto e il sentimento) e due irrazionali (la percezione e l’intuizione). Nel consueto cerchio quadripartito derivante ho collocato l’Induismo nella posizione dell’intuizione. Detta religiosità infatti ha sviluppato tale dimensione. Non si è espressa in guisa razionalistica al pari dei Greci, ha usato argomentazioni residenti sul piano del mito (alla stregua di Platone). E là è rimasta pur formulando principi molto profondi e molto pregni di ricchezza concettuale. L’Induismo ha colto intuizioni, e tali le ha lasciate nella fissazione delle sue verità. Non ha argomentato alla maniera filosofica occidentale, ha assunto un’apparenza dogmatica, la quale in virtù però della propria profondità retrostante non offre un dogma vuoto. L’Induismo presenta una forma di idealismo non costruito con canoni razionalistici. Qui ritornano Jung e la facoltà intuitiva quale modalità non razionale. Gli induisti hanno percorso simile direzione con notevolissimi risultati. E la riprova di ciò si recupera nel fatto che la razionalità junghiana è contigua all’intuizione, e nella veste di filosofia greca ha rielaborato contenuti di una pregressa e poi contemporanea fase intuitiva induista. In parole povere abbiamo un pilastro idealistico in comune visto, descritto, e concepito nelle speculazioni da due punti di vista collegati, ma separati nel loro porsi alla mente umana. L’Induismo coglie una verità, la intuisce, cioè la trova al di fuori di una procedura e di un cammino razionalistici, e quindi la offre. La filosofia greca, in quanto momento valorizzante la Ragione, il logos, coltiva la trattazione sul percorso che porta a una verità proposta. Direi che ci sono due modi mediante i quali una stessa cosa è stata detta. E mi riferisco al pilastro verso cui i filosofi sono stati dialettici, vale a dire che vi si sono relazionati in termini analogici vari o di contrasto sempre differenziati in rapporto all’autore. L’Induismo parla di un Brahman universale e totalizzante da cui deriverebbe la molteplicità di atman, gli Io che diventano empirici incarnandosi e paragonabili all’“Io penso” kantiano. Nell’emanazione fenomenica del mondo compaiono i quattro elementi greci e l’etere (il contenitore, la spazialità, la chora platonica). Platone possiede un impianto molto induista. Oltre a una cosmologia fenomenistica la quale squalifica la realtà sensibile, mirando a proiettarci alla volta del metasensibile (Brahman), pensiamo alla proposta politica principale del grande filosofo ateniese che tripartisce la società in tre categorie le quali ritroviamo uguali nella società indiana induista. Il più importante allievo di Socrate rivela altresì la presenza dei tre “guna” nel suo pensiero, cioè i tre caratteri specifici di ognuna di quelle tre classi sociali, i quali poi sono qualità individuali operanti in interiore homine: da un lato sapienza/coraggio/continenza, dall’altro virtù/passione/ignoranza. Ogni sistema ha colto sfumature di cose analoghe. Platone e l’Induismo sono concettualmente imparentati. Rammentiamo anche il tema della metempsicosi. Colgo lo spunto delle analogie platoniche allo scopo di aprire un nuovo versante della mia analisi. Riguarda la teologia emersa dal pensiero cristiano: il Dio unico e creatore di tutto. Questa non è la tesi originale biblica veterotestamentaria1. In “Genesi” gli Dei vengono fuori dal Caos, e poi un demiurgico Dio platonico ordina e monta il cosmo da una materia a lui parallela e non creata. L’idea che Dio sia “uno” proviene dagli antichi Veda, l’idea che non esista una indipendente materia separata dalla sostanza divina è di matrice induista. Mi pare che la teologia cristiana delle origini abbia preso spunti dal pilastro orientale. L’incarnazione divina stessa nel Messia ci riporta pure al concetto di avatàr. Ritornando alla Grecità, l’intellettualismo etico di Socrate, per cui colui che ha raggiunto la conoscenza non può più compiere il male inconsapevolmente (e dunque non dovrebbe metterlo in atto), rappresenta nuova tangenza induista. Nell’Induismo la “virtù” sopra accennata costituisce “conoscenza”: conoscenza che tutto si rivela transeunte e non merita attaccamento. Perciò, come in Socrate, il sapiente saprebbe infallibilmente che cosa è bene e che cosa è male. Del resto in Aristotele il sapere sommo rimane fine a se stesso, e il medesimo Dio aristotelico si mostra “atto puro” e “causa finale”: simili aspetti evocano il Brahman e il relazionarsi a esso. Nella filosofia greca tale tendenza intellettualistica dell’etica è culminata negli stoici. Il vivere-secondo-Ragione costituisce per loro il massimo, e tale posizione è scaturita da conoscenza. Analoga si manifesta la mentalità induista la quale ovviamente presenta la cosa nella forma del vivere-secondo-le-intuizioni-illuminanti partite con i Veda. Le ellenistiche atarassia e aponia possiedono equivalenti postulazioni nell’intuizionismo induista. A proposito dello stoicismo e al suo concetto di “fato” pensiamo altresì al parallelo concetto di Dharma, il quale a sua volta ci rammenta la rincarnazione esposta nel “Fedro” di Platone. Stoici e induisti poi condividono la visione ciclica di generazione/distruzione/rigenerazione dell’universo. Volendo chiudere questa serie di cenni alle tangenze voglio richiamare l’ontologia eleatica, Pirrone di Elide, Plotino. Quest’ultimo nella cosmogonia parte da un Uno il quale emana una realtà discendente in direzione della materialità similmente al Brahman. E pure Plotino sostiene che il compito da perseguire sia il ritorno a una realtà immateriale. Successivamente la filosofia occidentale ha ripreso la parentela ontologica induista con più marcata evidenza attraverso Spinoza, Berkeley, Kant, l’idealismo tedesco, e in modo particolare attraverso Schopenhauer. L’Induismo e la filosofia, così come li ho descritti sopra lo sfondo junghiano, appaiono delle macrofasi concettuali e cronologiche: all’Induismo orientale ha fatto seguito la filosofia greca e occidentale. Se guardiamo lo schema caratteriale di Jung da me ricordato all’inizio, vediamo che dopo la ragione (in senso rotatorio) troviamo la percezione. Che cosa mettere in questa casella? Io metto il capitalismo, il quale è fondato su un’ideologia ponente la sua produzione commerciale nel campo della percezione. Lo spirito capitalistico gioca tutta la sua esistenza sfruttando i lati della sensibilità e della sensualità. Da questa parte siamo sull’asse delle facoltà junghiane irrazionali in antitesi rispetto all’Induismo, il quale predica la rinuncia, il distacco riguardo al sensibile e a una materialità giudicati impermanenti (panta rhei), non sede di felicità. Il capitalismo realizza la felicità umana dentro la chora, l’Induismo fuori del fenomenico. Per tale motivo simili due visioni del mondo, seppur accomunate dal concetto di “predestinazione weberiana”, sono antitetiche, e la seconda mantiene una vicinanza migliore col Cattolicesimo e il suo risanante e beatifico paradiso. L’ultima casella junghiana sarebbe contemporaneamente rappresentante dell’optimum di partenza e della meta ideale da raggiungere e recuperare. Siamo nel “sentimentale” e nel “femminile”. Io ci metto il matriarcato originario. Diotima che spiega a Socrate: ecco l’immagine emblematica e chiave per capire la mia individuazione di simili quattro macrofasi. Come ci fa intendere Platone nel “Simposio”, se la filosofia si declina perlopiù al maschile, la religione dovrebbe declinarsi perlopiù al femminile. Altrove ho spiegato perché ritengo che l’umanità sia giunta sulla Terra da altri pianeti2. A questo punto credo che l’Induismo abbia mantenuto memoria di un sentimento anticapitalistico in quanto l’industrializzazione sregolata (penso a Venere) possa aver distrutto, sostenuta da brama di arricchimento, diverse civiltà planetarie nel nostro sistema solare (aggiungo Marte e Fetonte). Mi spiego così l’incisivo appello induista a non legarsi alle cose. Poi la mentalità capitalistica ha ripreso via via a diventare sulla Terra di nuovo dominante a partire dai Sumeri3. L’Occidente ha comunque mantenuto nel suo DNA tratti induisti. A conclusione di questo scritto si può comprendere meglio quell’affermazione di Simone Weil per cui «chaque religion est seule vraie». Dall’Occidente all’Induismo esiste un unico solco all’interno del quale sono fiorite diverse piantine alimentate da un solo tipo di terra: ambienti differenti e distanze hanno creato specificazioni varie. L’analisi che ho sviluppato ha fatto emergere elementi di filosofia della storia cui debbo sommare la mia teoria degenerativa delineata nella mia monografia “Letteratura e psicostoria” (2022). Anche in un altro mio saggio, “Critica dell’irrazionalismo occidentale” (2016), avevo affrontato temi storiografici e di filosofia della storia inerenti al passato e al futuro. Colloco l’ipotetica linea distopica della prima pubblicazione fra i punti cardinali junghiani della percezione (capitalismo) e del sentimento (matriarcato). Dunque, alla degenerazione dovrebbe seguire una positiva rinascita per mezzo di quei passaggi futuri che ho descritto nella seconda mia opera citata, nelle sezioni intitolate “La lancia di Atena”4 e “La nuova Sparta”5. Appare pertanto possibile nel contesto della mia filosofia della storia raggiungere forme di equilibrio e di benessere universali.




LA CRONOGRAFIA DISTOPICA DELLA MIA TEORIA DEGENERATIVA STORICA RIPORTATA IN “LETTERATURA E PSICOSTORIA






 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Partita a scacchi”
https://www.academia.edu/88052996/Partita_a_scacchi
 
1 Nel mio saggio Radici occidentali (2021) si veda la sezione intitolata Sul biblico “Cantico dei cantici” e su Gn 1,1:
https://danilocaruso.blogspot.com/2021/08/sul-biblico-cantico-dei-cantici-e-su-gn.html
 
2 Per approfondire rinvio qui (altra sezione di “Partita a scacchi”):
https://danilocaruso.blogspot.com/2022/05/scoperte-stellari.html
 
3 Nella mia pubblicazione Note di critica (2017) si trova una parte grazie a cui poter condurre approfondimento: Radici sumere di Ebraismo e capitalismo:
http://danilocaruso.blogspot.com/2017/11/radici-sumere-di-ebraismo-e-capitalismo.html

08 maggio 2022

SCOPERTE STELLARI

di DANILO CARUSO

Di recente per quanto concerne le mie ricerche e riflessioni su civiltà extraterrestri sono venuto a conoscenza delle idee dello scienziato John Brandenburg. Prima di riallacciarmi a lui è d’uopo una premessa1. E dico innanzitutto – come già chiarito in passato – che mai nei miei scritti ho vantato la pretesa dell’originalità. In alcuni casi mi è capitato di notare, in un secondo momento, che elaborazioni per me autonome avessero avuto i loro risultati già indicati da qualcun altro prima: ciò non è stato frustrante, anzi è stata – tutto sommato – una soddisfacente prova che avevo visto bene e che le mie capacità analitiche sono valide. Riguardo all’argomento di adesso ricapitolerò il mio pensiero (allora autonomo e inoltre distinto dalle ipotesi di Zecharia Sitchin il quale da tempo conoscevo). Sono partito coll’ipotizzare l’arrivo degli umani sulla Terra prendendo a modello le migrazioni e gli spostamenti sul pianeta: perché una simile cosa non doveva essere possibile su scala interplanetaria? Pertanto nella cesura “flora, fauna preistoriche” / “presenza umana e nuovo sistema naturale” ho visto una demarcazione così forte da farmi rifiutare il dogma evolutivo, da un lato, e da indurmi a credere che tutto l’apparato preistorico fosse stato rimosso con passaggi non naturali (anche deliberate intenzionali distruzioni/alterazioni ambientali). Dalle notizie su Marte di cui disponevo allora – le quali non erano gran che – credetti che la desolazione del pianeta rosso seguisse a un ecosistema uguale a quello terrestre umano (andato in rovina per cause non naturali). In quest’idea mi sosteneva l’approfondimento su Venere: è più vicino al Sole, però mantiene la sua atmosfera e possiede un ambiente di superficie paragonabile a un pianeta vittima di un inquinamento letale (là piove acido). Marte è più lontano dal Sole, tuttavia rimane in condizioni peggiori. Allora, secondo me, quanto era successo lì non doveva essere un prodotto non artificiale. Misi in campo l’ipotesi bellica interplanetaria e la già evocata distruzione ambientale a causa di eccessiva industrializzazione sregolata. Accanto a tutto ciò – altra autonoma idea, la quale non avevo rilevato da nessuna parte – mi convinsi che la fascia degli asteroidi del nostro complesso planetario solare fosse non un pianeta mancato bensì un pianeta distrutto per motivi bellici. Ipotizzo (ignoro se qualcun altro lo abbia fatto prima di me) che Plutone sia un pezzo di tale pianeta distrutto, un pezzo catapultato verso l’esterno e restato ancorato alla gravità solare. Ho notato che l’orbita di tutti gli altri pianeti (Plutone è stato declassato) sta sullo stesso piano, mentre quella di Plutone è inclinata sensibilmente (come se fosse un acquisto disomogeneo posteriore). Legai la distruzione del pianeta mancante alla catastrofe marziana. Nei periodi in cui io pensavo, e scrivevo poi, suddette cose, più o meno contemporaneamente John Brandenburg ha scoperto sulla superficie di Marte nel 2011-14 due teatri di eventi nucleari non naturali. Due punti precisi e ravvicinati dove i parametri fisici sono soltanto riconducibili a esplosioni nucleari di probabile origine bellica (simile discorso è stato basato da parte del fisico americano sopra una stringente analogia la quale non offre alternativa migliore). Durante l’azione di approfondimento dell’ipotesi brandenburghiana mi sono reso conto, grazie a nuove informazioni, che il mancante pianeta previsto dalla legge di Titius-Bode nell’orbita della fascia degli asteroidi non fosse stato un postulato astronomico solo ai miei occhi ma addirittura avesse ricevuto un nome: Fetonte. La denominazione non si mostra casuale poiché il mito greco dà di costui un racconto che ben si addice. Fetonte era figlio di Apollo. Il padre un giorno acconsentì alla di lui richiesta di condurre il carro solare. Tuttavia il figlio non ne fu pienamente capace e si schiantò sulla Terra devastando il Nord Africa. Zeus dunque lo uccise fulminandolo, e caduto in un fiume fu infine trasformato in un cigno. Il pianeta mancante ha dato adito a riflessioni circa le ragioni della sua scomparsa. È stato colpito e mandato in frantumi accidentalmente centrato da un corpo naturale vagante nello spazio? Negli anni ’60 lo scrittore sovietico e cultore di ufologia Kazantsev chiese a Niels Bohr se la fascia degli asteroidi attuale potesse essere un pianeta annientato dalla tecnologia nucleare, e il fisico danese rispose che era possibile. A me piace la tesi della causa (prossima o remota) intelligente. Dunque proseguirò l’analisi attraverso due romanzi russi di fantascienza. Un primo romanzo uscito nel 1960, “Sul decimo pianeta” di Anatoly Ivanovich Mitrofanov, narra di una missione spaziale diretta verso la fascia degli asteroidi. Nello spazio planetario a ridosso della Terra si trova la stazione satellitare sovietica Komsolia. I cosmonauti terraformano la Luna e scoprono su Marte presenze di una civiltà. Ricevuto un SOS proveniente da Cerere raggiungono il frammento di Fetonte abitato. La spedizione promossa dall’URSS e capeggiata da Komsomol Medvedev trova su Cerere i sopravvissuti della distruzione di Fetonte. Gli antichi e progrediti Fetontiani, cercando di bloccare pericolosi fenomeni di vulcanesimo provocati dalla vicinanza di Giove mediante l’uso di esplosioni atomiche, avevano mandato in pezzi il pianeta. I superstiti su Cerere, in pericolo di completa estinzione, poiché tale pianetino rischiava di essere colpito da asteroidi circolanti della fascia tra Marte e Giove, vengono dunque trasferiti sulla Terra. Non è da trascurare un dettaglio di questo romanzo fantascientifico (romanzo che si ricollega alla mia originaria idea che Atlantide potesse trovarsi sopra un altro pianeta: al di là delle colonne d’Ercole, in alto, al di là del cielo). L’uso di cariche termonucleari, il quale ha distrutto Fetonte, è stato con successo applicato nel corso dell’adeguamento lunare da parte dei Sovietici allorché il periodo di rotazione sul proprio asse del satellite naturale terrestre è stato portato a 24 ore. Il secondo romanzo di cui parlerò è “Fetonte” di Aleksandr Petrovich Kazantsev, uscito all’inizio degli anni ’70. Il testo, tripartito, consente di nuovo l’accostamento col mito platonico atlantideo. Nella prima sezione si tratta delle vicende sul pianeta precedenti la sua distruzione. Due potenze mondiali, due razze (i faccia-lunga e i testa-tonda), si contendono il dominio. La civiltà fetontiana dispone della forza nucleare. Un forte incremento demografico induce i faccia-lunga a emigrare parzialmente su Marte e sulla Terra (pianeti abitabili). Nello schieramento dei testa-tonda alcuni pensano di sbarazzarsi dei rivali grazie alle armi nucleari al fine di recuperare zone di occupazione popolare. A causa di un complotto scoppia il conflitto bellico. Un gruppo misto (lunghi e tondi) ripara sulla Terra. La guerra nucleare devasta Fetonte e dalle loro basi orbitanti marziane Fobos e Deimos i testa-tonda colpiscono i nemici sul suolo di Marte. I Fetontiani sulla terra vedono in cielo il disastro nucleare cancellare il loro pianeta d’origine. Le donne dei testa-tonda di Fobos e Deimos optano alfine a beneficio di una pacifica esistenza sul futuro pianeta rosso. Sulla Terra e su Marte proseguono dunque delle discendenze miste. Detta storia raccontata viene collocata un milione di anni fa. La seconda sezione dell’opera letteraria kazantseviana ricomincia la narrazione da 13.000 anni or sono. Il matriarcato marziano decide di riprendere un contatto colla Terra e invia una spedizione. I Terrestri scambiano per divinità gli arrivati e poi vengono salvati dall’impatto di una Luna ancora vagante, e non ancorata in modo satellitare stabilmente e senza pericolo a seguire, grazie a loro. È ipotesi dello scienziato sovietico Felix Yurievich Ziegel – accolta da Kazantsev – che la Luna, Fetonte e Marte corressero in principio lungo la medesima orbita planetaria (quella della fascia degli asteroidi): mi chiedo però, sulla base della legge di Titius-Bode, cosa ci fosse nell’orbita (libera?) pro Marte (Plutone?). La terza sezione del romanzo salta ai secoli futuri XXI e XXII. In quest’epoca si scopre tutta la verità, e che i Sumeri hanno radici culturali nelle quali vennero a mettere mano i (post-Fetontiani) Marziani. Il matriarcato di Marte però giudicò inopportuno, infruttuoso, difficile, il mantenimento di quel contatto con una civiltà molto primitiva. E la cosa fu sospesa in vista di un avvenire più consono. Nel finale del testo sono ora i Terrestri in virtù della loro tecnologia a restaurare l’ecosistema marziano abitabile. I Marziani, i quali sino allora, dalla distruzione della superficie di Marte, non avevano avuto più un suolo adatto alla vita possono tornarvi uscendo dalle città sotterranee ormai in decadenza avanzata. Nelle mie riflessioni ho giudicato possibile che i pianeti abitati da esseri umani nel nostro sistema solare possano essere stati anche quattro (quelli da Venere a Fetonte) e che eventi bellici promossi da una temibile e nefasta espansione capitalistica e industriale abbiano prodotto i danni ormai visibili. A proposito della matrice capitalistica nel disastro interplanetario voglio rammentare che ho rintracciato i semi di una simile vocazione nell’antica società sumerica, la quale riprodurrebbe la forma mentis di un passato cancellato2. Alcune cose intraviste sulla superficie marziana dei nostri giorni sembrano prodotti non naturali (ad esempio il celebre volto di pietra). Riguardo a Venere e a Fetonte non si può parlare di oggetti archeologici. Comunque, sulla Terra le cose strane non sono poche: le piramidi, le pietre di Nazca, et cetera. Vedere nella letteratura più antica memoria di qualcosa che sia potuto succedere su un diverso pianeta, a mio modestissimo avviso, non costituisce fantascienza. Senza dubbio ci vuole chirurgica precisione a ritrovare tali reperti conoscitivi, giacché non rappresenta una passeggiata in un testo, o presso qualsiasi testimonianza, scorporare la sovrastruttura mitologica dal possibile sostrato reale, e quindi localizzare questo.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Partita a scacchi”
https://www.academia.edu/88052996/Partita_a_scacchi
 
1 Per ulteriori approfondimenti:
 
 
2 Si veda questo mio studio:

01 ottobre 2019

LOTTA TRA GLI DEI

di DANILO CARUSO

Dalla lettura del romanzo dei fratelli Strugatzki intitolato “È difficile essere un dio” ho ricavato utili spunti di riflessione riguardo alla mia teoria sulla migrazione interplanetaria umana che sarebbe alla base della nostra presenza sul pianeta1. Innanzitutto, non dimenticando naturalmente che quello è un’opera di fantascienza, si parla di altri esseri umani su altri pianeti: idea che in fin dei conti è di Giordano Bruno, il quale sembra, secondo me, avesse intuito o scoperto a proposito qualcosa di rilevante. Nel testo degli scrittori russi si racconta della vita di un pianeta alieno in un dato momento della sua storia, dove, un gruppo di terrestri in incognito, provenienti da una Terra pacificata e ordinata, ha il compito di monitorare la linea di sviluppo sociale assecondandola in conformità alla teleologia storica marxiana. In quel pianeta lontano tali osservatori si ritrovano immersi in un tetro clima medievale dominato dagli aspetti deteriori della religione e della politica: gli intellettuali vengono perseguitati e uccisi, giacché ritenuti pericolosissimi agli occhi di chi detiene il potere di controllo sulla massa. La cosa che qui mi ha colpito è che simile Medioevo alieno sia sostanzialmente uguale a quello terrestre: vi si ritrovano un nevrotico primato della religione monoteistica, scarsa cura dell’igiene personale, avversione alla scienza. Allora ho provato a immaginare una situazione inversa rispetto al nostro pianeta: cioè se degli osservatori, provenienti come noi da altrove, potessero essersi infiltrati nella società terrestre intervenendo talvolta per migliorarne lo sviluppo. Ho dunque elaborato una seconda parte della mia teoria migratoria umana spaziale dove si ipotizza che il progresso tecnologico possa essere anche merito di un ingresso di informazioni (e altro) in materia da parte di “osservatori”. Se in un primo momento l’idea potrà sembrare strana, a ben guardare, invece, essa potrebbe rispondere a un quesito non meno disorientante: perché sulla Terra il progresso sociale e scientifico a parità di tempo è stato geograficamente difforme? Ad esempio: tra civiltà precolombiane ed Europei c’era un millennio di differenza almeno. Perché tutta la scienza moderna ha avuto una radice precipuamente europea, a partire dalla filosofia antica? E se tra gli avvistamenti di UFO registrati nel corso della storia ci fossero veicoli degli “osservatori”? Io ipotizzo, come ho già spiegato in passato, che Marte e Venere, e la fascia degli asteroidi (pianeta per me andato distrutto), fossero stati abitati, e che la causa di questa rovina sia da rintracciarsi nei lati negativi di una industrializzazione capitalistica (la quale produce inquinamento ambientale e guerre). Forse siamo rimasti isolati nel nostro pianetino. Io immagino noi come i precolombiani, ignoranti dell’esistenza di altre civiltà umane nell’universo: come a costoro gli Europei appena giunti parvero esseri mitologici (addirittura li immaginarono Dei e videro gli uomini a cavallo come un unico essere), anche a voi le mie idee sembrerebbero fantascienza per mancanza di riflessione. Ma ricordo, quale exemplum, che un aereo, normalissimo oggi, poteva qualificarsi fantascientifico mille anni fa. Gli Strugatzki denominano simili osservatori del loro romanzo, in termini metaforici consapevoli agli osservatori medesimi, Dei. In tale dettaglio ho ritrovato una analogia con un altro mio discorso presentato in passato riguardo al capitalismo2, laddove ho definito gli uomini detentori del potere politico/religioso durante la storia false divinità ingannatrici al cospetto di folle terrestri ingenue e ignoranti. Sembra dunque emergere da tutto questo insieme un conflitto: da un lato l’attivismo capitalistico e il suo impianto di controllo criticato da Marcuse e altri, accompagnato da connotazioni religiose variamente interpretate da Marx e Weber (per me il capitalismo terrestre ha radice nell’attivismo ebraico veterotestamentario3); dall’altro un progressismo umanistico che ha difficoltà a prendere campo. Non pochi intellettuali, di ambo i sessi, nella società occidentale cristiana dei secoli scorsi sono stati perseguitati con motivazioni che oggi sembrano assurde. Appare abbastanza evidente che le religioni monoteistiche caratterizzano in abstracto modelli sociali totalitari, in funzione pure sovrastrutturale rispetto al sistema politico dominante. Demistificare tale mix “nevrotico attivistico / ipocrita ingannatore” si rivelerebbe pertanto il compito dei progressisti, inclusi gli “osservatori”. Tornando, per un cenno, al tema della migrazione interplanetaria credo che in alcune testimonianze culturali se ne possa trovare traccia, cercando tra le pagine più antiche a livello di memoria mitica. Voglio ricordare due celebri vicende: la distruzione di Atlantide e il diluvio universale. Secondo me l’al-di-là-delle-colonne-d’Ercole potrebbe intendersi in senso verticale, nel senso di un l’al-di-là-del-cielo che in Platone viene contemplato e che è l’iperuranio, concepito pieno d’acqua e dove navigano gli astri (sulla base della cosmologia vicino-orientale antica). Quindi niente di strano che l’arca di Noè, con lo sterminio di una popolazione mondiale, possa adombrare una migrazione spazial-acquatica interplanetaria alla ricerca di un nuovo pianeta da abitare in seguito a un catastrofico evento globale. Nel “De l’infinito, universo e mondi”, Giordano Bruno dice «esser un infinito, cioè una eterea regione inmensa, nella quale sono innumerabili ed infiniti corpi, come la terra, la luna ed il sole». Appresso un altro segmento dal dialogo bruniano.

Burchio: Cossì dunque gli altri mondi sono abitati come questo?
Fracastorio: Se non cossì e se non megliori, niente meno e niente peggio: perché è impossibile ch'un razionale ed alquanto svegliato ingegno possa imaginarsi, che sieno privi di simili e megliori abitanti mondi innumerabili, che si mostrano o cossì o più magnifici di questo; i quali o son soli, o a’ quali il sole non meno diffonde gli divinissimi e fecondi raggi che non meno argumentano felice il proprio soggetto e fonte, che rendeno fortunati i circostanti partecipi di tal virtù diffusa. Son quenque infiniti gl'innumerabili e principali membri de l’universo, di medesimo volto, faccia, prorogativa, virtù ed effetto.


NOTE


Questo scritto è un estratto del mio saggio “Studi critici (2019)”
https://www.academia.edu/41345317/Studi_critici 



1 Teoria sull’origine aliena dell’umanità
https://danilocaruso.blogspot.com/2016/08/teoria-sullorigine-aliena-dellumanita.html 

2 Il gioco capitalista degli elohiym falsi e bugiardi

06 agosto 2016

TEORIA SULL’ORIGINE ALIENA DELL’UMANITÀ

di DANILO CARUSO

Ritengo che come il genere umano si sia distribuito sul globo terrestre partendo da un epicentro nell’area del Vicino Oriente asiatico e dintorni africano ed europeo, così esso sia potuto provenire sulla Terra dallo spazio in maniera simile alle iniziative di espansione di conoscenza territoriale degli Europei. A mio avviso, in parole povere, gli alieni siamo noi. Non do credito all’idea secondo cui intelligenze extraterrestri abbiano condotto un’opera di perfezionamento genetico sugli ominidi trovati qui; anzi non credo proprio che ci fosse qualcuno di paragonabile all’essere umano su questo pianeta prima dell’arrivo di uomini da altri mondi. A primo impatto, il tema che mi prefiggo di spiegare potrà apparire a una mentalità ordinaria e comune “fantascientifico”. Ma da studioso mi ripropongo l’obiettivo di illustrare un’“ipotesi” in maniera scientifica, senza poter tuttavia dire di avere prove valide al 100%, però avente la sua cittadinanza nell’ambito di un ragionamento serio e non fantasioso. Debbo perciò puntualizzare a monte di non dar fiducia alla teoria evolutiva darwiniana. Esiste una cesura troppo forte tra il sistema preistorico e quello attuale: si parla di un evento catastrofico che fece scomparire i dinosauri e l’ambiente che li circondava. Non so se gli esseri umani fossero già arrivati sul nostro pianeta in epoca preistorica, se ci fosse un avamposto coloniale, se la catastrofe producente l’era glaciale abbia avuto una causa accidentale (l’impatto di un asteroide?) o una causa umana (militare?). Sono del parere che nelle testimonianze umane più antiche si possa trovare memoria della traccia di questo fenomeno di colonizzazione aliena della Terra: nello stesso modo in cui Platone dice nel “Cratilo” che il linguaggio più vecchio mantiene un segno dell’essere, giudico possibile individuare prove di quei presunti fatti nell’opera intellettuale umana arcaica. Cosicché, ad esempio, nella mitologia, nei poemi, nella letteratura in generale (e non solo), è data facoltà di vedere a un’analisi attenta la memoria di qualcosa meno circoscrivibile all’ambito della fantasia. Ho riflettuto sul famoso mito di Atlantide, ricordato da Platone: se supponiamo si tratti di storia di un altro mondo, forse siamo in grado di cogliere l’aspetto extraterrestre di questa civiltà. La florida Atlantide la quale va prima in rovina e poi alla ricerca di nuovi spazi vitali. Qui posso aggiungere che un mito come quello dell’arca di Noè sembra celare, in una cultura su larga scala ripartita da zero sulla Terra, l’arrivo degli esseri umani, i quali portarono esemplari per ricreare il loro habitat. La mia impressione è che queste astronavi spaziali abbiano lasciato un gruppo composito di colonizzatori: fra di loro reputo la maggioranza fosse gente semplice, quella che ha poi causato il rallentamento del progresso di questo nucleo di abitanti, il quale ha smarrito la conoscenza della sua storia d’origine, catapultato in seguito a cause di forza maggiore in un contesto nuovo e diverso che non garantiva lo standard e il comfort precedenti. La risalita dell’umanità verso la civiltà e il benessere superiori è stata difficile per uomini pressoché abbandonati al proprio destino (non per cattiveria, ma perché a quanto pare la Terra non è bastata ad accogliere tutti i profughi alieni). I pochi uomini di studio e di scienza sono stati sopraffatti dai più, questi ultimi impauriti dalla perdita del benessere: la depressione produsse nuove religioni, non tutte nevrotiche vie di salvezza. La parte intellettualmente migliore di quel gruppo si concentrò nell’antichità tra Egizi e Greci: la scienza umana sul nostro pianeta ha una radice greco-egizia. Allorché si notano particolari anacronistici nella storia antica, come la rappresentazione di oggetti moderni, si avrebbe la riprova che la tecnologia avanzata era già a portata dei colonizzatori, e che una maggioranza non tanto istruita e intelligente contribuì a far uscire dalla circolazione a causa di una vocazione all’imbarbarimento civile e intellettuale. Possiamo pensare questo passaggio in maniera rousseauiana, ripercorrendo il transito da un ottimo stato di natura a una nuova società immaginato dal celebre filosofo ginevrino. Per inciso, voglio ricordare un romanzo dello scrittore sovietico Aleksandr Bogdanov, “La stella rossa”, in cui i Marziani, dopo aver costruito un mondo socialista, alimentano un confronto fra di loro, quasi fossero Ateniesi antichi, sull’opportunità e sul modo di portare la loro conquista sociale qua. Volgendo lo sguardo alla Terra si può ipotizzare più nitidamente lo scopo della monumentalità di certe opere antiche. Pensiamo ai disegni di Nazca: per quale motivo far vedere a un osservatore aereo figure animali? Allo scopo di fornire il segnale della presenza umana (una richiesta d’aiuto?) mediante la raffigurazione di alcune specie animali provenute dalla civiltà di provenienza. La tipologia architettonica dell’enorme piramide accomuna tutta l’umanità terrestre, e poi si tratta di costruzioni visibili pure dallo spazio. Pare abbastanza evidente il messaggio: «siamo qui». Non credo alla vulgata cinematografica di extraterrestri brutti e ostili: da persona di studio valuto soggetti disponenti di altissime tecnologia e scienza non peggiori degli uomini sulla terra, bensì dotati di un più alto senso dell’ordine e della giustizia. Forse, prima del nostro pianeta (o in parziale contemporaneità) è stato abitato altresì Marte. La domanda sul “pianeta rosso”, a mio avviso, non è se ci sia in atto forma di vita, ma se ci sono resti visibili, recuperabili, di un eventuale insediamento umano naturalmente in un contesto simile a quello terrestre. Se così fosse stato, qualcosa su Marte non è andato per il verso giusto, dato che adesso non c’è nemmeno atmosfera. È scontato anche che la Terra non durerà in eterno: se non sarà la fine del Sole, il danneggiamento dell’ecosistema distruggerà le possibilità di vita del genere umano, il quale sarà costretto a emigrare di nuovo. Penso, in senso lato, a quel monito del Vangelo di non accumulare tesori sulla Terra, potrebbero fare la fine di Atlantide. Il futuro dell’umanità è quello di lasciare questo sistema solare: cosa ci impedisce di pensare che una cosa del genere sia già accaduta? Alla maggioranza delle persone il turbamento radicale che rovescerebbe le plausibili fiabesche personali credenze sulla presenza umana in questo pianeta. Non sarebbe facile dire a un senso comune, abituato da secoli a vivere a guisa di un neonato in una culla (secondo un’azzeccata immagine kantiana), ipotesi (o verità?) più scientifiche: crollerebbe davvero il vecchio mondo conosciuto. Se in pieno giorno un’astronave spaziale aliena sostasse o viaggiasse nei cieli, la gente sarebbe presa sicuramente da paura. Pochissimi sarebbero quelli inclini a prestarsi in direzione di una riflessione obiettiva. La quale potrebbe ulteriormente prolungarsi, e ipotizzare la ragione dei diversi tipi somatici umani nella provenienza da differenti pianeti: i biondi di pelle chiara da qualcuno meno caldo, i neri da qualche altro meno freddo. Poi sul globo terrestre si sarebbero distribuiti per attrazione ambientale. Il fatto di parlare, tra l’altro, di sistemi solari abitati da persone ha comportato la condanna capitale di Giordano Bruno (Roma, Campo dei fiori, 17 febbraio 1600) da parte dell’Inquisizione cattolica. Ricordo di aver sentito in televisione, anni fa, un sacerdote di Santa Romana Chiesa dichiarare la validità della Rivelazione pure nei riguardi di eventuali alieni: non penso si sarebbe espresso in questi toni a proposito dei Puffi; può darsi la materia discussa sia più seria di quanto si lasci a intendere di solito. Dmitrij Medvedev (stretto collaboratore del Presidente russo Vladimir Putin, Primo ministro ed ex Presidente della Federazione russa), sempre tempo addietro, confermò l’esistenza di extraterrestri. Voglio concludere quest’enunciazione del tema, non di uno svolgimento (il quale potrà avere luogo presso altri spazi o altri autori), con quelle belle, e famose, parole di Immanuel Kant tratte dalla “Critica della ragion pratica”: «Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me».



Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Critica dell’irrazionalismo occidentale”