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18 dicembre 2010

IL “SEPOLCRO DI MINOSSE” A COLLE MADORE

di DANILO CARUSO

Lercara Friddi è un paese esistente dalla fine del 1500: prima d’allora l’unica comunità di uomini che abitò sul territorio vicino alle abitazioni fu quella di Colle Madore. Questa collina è posta all’incirca 1,5 km ad est da quella zona di periferia che si trova immediatamente dopo il cosiddetto edificio della vasca sul Colle Croce. Coloro che lo abitarono da tempi remoti, associandosi, a partire da un millennio prima della nascita di Cristo sino al 409 a.C., furono Sicani (un’antica popolazione della Sicilia). Gli scavi condotti sul Colle Madore (1995, 1998, 2004) dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Palermo – dopo l’inizio dell’avventura archeologica nel 1992 con la donazione di Antonino Caruso al Comune di Lercara Friddi dei primi reperti accidentalmente ritrovati – hanno portato alla luce, tra i vari ambienti, un’area sacra poco sotto la cima. Secondo la mia tesi, esposta nel saggio Danilo Caruso / SICANIA - Il sito sicano di Colle Madore: dalla leggenda alla realtà (2004), la particolare posizione del colle, l’etimologia del nome, l’analisi dei reperti e del tipo di liturgia che vi si svolgeva lasciano intendere che questo sacello, con gli spazi circostanti, sia il tempio di Afrodite / sepolcro di Minosse di cui parla Diodoro Siculo nella Biblioteca Storica. Questo mito fu costruito dagli Agrigentini al fine di annettere una fascia territoriale al di là dei propri confini e di fondamentale importanza difensiva. In Sicilia tra il 700 ed il 500 a.C. emigrarono numerosi gruppi di Greci, i quali portarono la loro civiltà nell’isola entrando in contatto, ed anche scontrandosi, con i vecchi abitanti (Sicani e Siculi). Il Colle Madore e la sua gente si trovarono schiacciati tra gli Stati di due nuove città greche: Agrigento a sud ed Imera a nord. Questa zona con le sue colline era importantissima da un punto di vista militare per il controllo dei territori circostanti. In un primo tempo i Greci di nessuna delle due parti occuparono con la forza l’area del Madore, anzi la mantennero un territorio neutrale per mezzo della valorizzazione del suo tempio che era dedicato ad Afrodite. Gli Acragantini però in un altro momento pensarono di agire diversamente: invadere in armi una zona che era stata resa neutrale con motivazioni religiose richiedeva una giustificazione per non essere accusati di sacrilegio. Terone, signore di Agrigento, prese come pretesto della sua azione militare il fatto di voler vendicare il re di Creta Minosse. Si raccontava nell’antichità che costui, personaggio appartenente più alle leggende greche che alla storia, fosse stato ucciso in Sicilia da un re sicano, Cocalo, e che poi fosse stato sepolto in un punto su cui successivamente sorse un tempio di Afrodite. La leggenda narra che Dedalo, fuggito da Creta, trovasse ospitalità in Sicilia presso Cocalo, ma Minosse che lo inseguiva per farsi giustizia di un episodio precedentemente narrato lo rintraccia. Questi accetta imprudentemente un invito del re sicano alla sua rocca di Camico, e qui viene ucciso durante un bagno con le figlie di lui. Terone e gli Agrigentini ripresero la leggenda della morte di Minosse e la utilizzarono per uno scopo di conquista. Dire, però falsamente, che il sepolcro di Minosse era su Colle Madore, sotto il tempio di Afrodite, gli dava la possibilità di attaccare perché dicevano di volerlo vendicare: e ciò non li avrebbe resi apparentemente colpevoli di una cosa ingiusta nei giudizi dei loro contemporanei. Così facendo il Madore e l’intero Stato di Imera caddero sotto il controllo di Agrigento intorno al 483 a. C. Il Madore si trovava a ridosso del dominio di Akragas, su un’altura strategica separante i bacini del Torto e del Platani, da cui si controllavano le vie che andavano verso il Tirreno e verso il Mediterraneo. Queste zone di confine erano inoltre connotate nella loro elaborazione tematica dall’immagine dell’acqua. Il nome Madore deriva dall’aggettivo greco madarós (bagnato): il territorio intorno al colle era possibilmente chiamato la regione delle acque, come provano la vicinanza ai bacini fluviali e la presenza di falde acquifere. Il ritrovamento di un’edicola, che rappresenta un uomo seduto sul bordo di una vasca (Minosse), e di un bacino per acqua lustrale – entrambi provenienti dal sacello – testimoniano la centralità dell’acqua anche come elemento sacrale, in un contesto liturgico connotato da offerte sacrificali (thysía). Ritrovamenti indicativi sono parti di statuette di Demetra ed un’incisione in lingua punica (rievocante Astarte) che rinviano, per analogia, al culto di Afrodite, la cui presenza sul Madore è indubitabilmente provata da diversi ritrovamenti: una statuetta acefala di divinità femminile che ha in braccio una lepre (animale sacro ad Afrodite), un pezzo di scodella con sul fondo riprodotta una svastica e una lamina decorata da protomi taurine a sbalzo (si tratta di rappresentazioni figurative esplicitamente a lei collegate). Dopo la pseudovendetta di Terone è plausibile la sostituzione di Afrodite con Demetra (entrambe dee della fecondità), dato che venne meno, per la successiva mancanza del tema del sepolcro, la coppia Afrodite / Minosse: la natura era paragonata alla figura femminile, per cui Afrodite equivaleva a Demetra. Altri reperti (come i frammenti delle antefisse del tempietto, il modellino di capanna a pianta circolare, etc.) confermano la mia tesi generale che giustifica anche la presenza di materiale importato da Imera come semplice acquisto commerciale, materiale che si inseriva in una cultura influenzata da Akragas. Tra le lamine bronzee ritrovate una rappresenta una divinità femminile (o Afrodite o Demetra). L’area sacra di questo tempio di Afrodite venne parzialmente distrutta, come racconta Diodoro Siculo, nel 483/482 a.C. da Terone di Agrigento (in realtà in quello che poteva apparire al Madore come un suo spazio ipogeo non c’era la tomba di Minosse come dagli Acragantini inventato, bensì un’officina per la lavorazione dei metalli). Nella primavera del 409 a.C. i Cartaginesi, che non erano di religione greca e che occupavano quella parte di Sicilia corrispondente più o meno all’attuale provincia di Trapani, distrussero durante una guerra con i Greci, tutta l’area abitata di Colle Madore e la sua popolazione dunque si disperse. Per la rinomanza del luogo ho creduto ipotizzabile una visita del poeta Pindaro al tempio di Afrodite / sepolcro di Minosse durante il periodo della sua permanenza in Sicilia (476/475 a.C.) visti i suoi rapporti con gli Emmenidi e la matrice aristocratico-celebrativa della sua poesia. La mia tesi esposta sinteticamente è alternativa ad una serie di altre quattro localizzazioni elaborate nel tempo da altri studiosi: Eraclea Minoa e le tholoi di Sant’Angelo Muxaro, Licata, Alia (Grotte della Gurfa). Si tende canonicamente ad identificare la rocca sicana di Camico con Sant’Angelo Muxaro, ma ciò non dovrebbe comportare automaticamente che la finta tomba di Minosse debba essere ubicata immediatamente nelle sue vicinanze: non va trascurato che nella realtà greca la scelta del luogo del sepolcro ed il riallacciarsi al mito erano funzionali alla politica espansiva agrigentina e non alla leggenda. Colle Madore presenta connotazioni adeguate e non ha importanza il fatto che sia lontano dalla costa, anzi conta che fosse collocato sull’asse Sabucina-Polizzello che nel VI sec. a.C. delimitava il confine nordico del dominio acragantino. Uno studio di inizio ’900 di G. Nicastro poneva Camico a Sutera: la sommità del Monte San Paolino (ai cui piedi si trova il paese odierno) è visibile da sopra il Madore guardando verso oriente. Le tholoi rimangono sempre molto suggestive, ma sono funzionali all’aspetto mitico delle vicende di Minosse, a differenza della storia di Agrigento e Terone maggiormente pertinente all’analisi. Riguardo a Colle Madore il mio sistema diverge da una impostazione proposta dall’archeologo Stefano Vassallo che lega questo sito all’influenza di Imera: in particolare egli interpreta il personaggio dell’edicola come Eracle ed in più sostiene un’etimologia dall’arabo del toponimo Madore.


Danilo Caruso / SICANIA - Il sito sicano di Colle Madore: dalla leggenda alla realtà
(saggio pdf)

15 dicembre 2010

LA DISFIDA DI BARLETTA

di DANILO CARUSO

Francesi e Spagnoli all’inizio del ’500, mentre procedevano (sulla base di un piano concordato) alla spartizione dell’Italia meridionale, entrarono in contrasto a causa di una parte di Puglia settentrionale. In una di questa serie di battaglie, con l’aiuto di soldati italiani, l’esercito spagnolo, dislocato a Barletta, sconfisse i militari francesi. Quelli catturati furono trattati con molto riguardo, tant’è che si trovavano a banchettare assieme ai loro nemici. Capitò così che il 20 gennaio 1503, in una taverna di Barletta, nell’attuale via Cialdini, che apparteneva ad un certo Veleno, lo stratega vincitore di questo scontro menzionato, Diego de Mendoza, riconoscesse pubblicamente il merito degli alleati italiani in questo successo. Dal canto suo il Francese Guy de La Motte si spropositò nell’infangare il decoro dell’Italia qualificandoli come traditori, codardi ed inaffidabili. L’ingiusta offesa provocò una richiesta di riparazione: si convenne così che tredici cavalieri italiani si misurassero in tenzone con altrettanti francesi in campo aperto, in un luogo a metà strada tra le città di Andria e Corato, il pomeriggio del 13 febbraio (c’è chi sostiene che la disfida si sia svolta nello stesso giorno di settembre o novembre). Gli Italiani con a capo Ettore Fieramosca erano Francesco Salamone da Sutera, Romanello da Forlì, Miale da Troia, Ettore Giovenale, Bartolomeo Fanfulla da Lodi, Marco Casellario, Guglielmo Albamonte, Mariano Abignente da Sarni, Ludovico Abenavolo, Giovanni Capoccio Romano, Giovanni Brancaleone detto Bracalone (questi ultimi due in rappresentanza si recarono di persona a sfidare gli avversari). Tutti costoro, dopo un giuramento nella cattedrale di Barletta, giunsero sul luogo dello scontro, l’odierno “Campo di sant’Elia”, allora con Trani possesso della Repubblica veneta. Iniziato il confronto Giovanni Capoccio e Miale da Troia vennero buttati giù da cavallo, il primo riuscirà a disarcionare dei Francesi, il secondo perirà. Il capitano degli Italiani Fieramosca prese di mira La Motte, lo buttò giù da sella, scese anche lui da cavallo spontaneamente e lo batté: il Francese per aver salva la vita fu costretto ad arrendersi. I festeggiamenti per accogliere i vincitori di ritorno a Barletta furono memorabili. Tra i tredici di parte francese si era trovato l’opportunista Graiano d’Asti che morì nella disfida. Il monumento commemorativo sul posto dell’evento risale al 1583.

Il castello di proprietà della famiglia di Francesco Salamone a Sutera (in provincia di Caltanissetta).

La lapide apposta presso i resti del castello.

01 dicembre 2010

IL PREILLUMINISMO DI GIOVAMBATTISTA CARUSO

di DANILO CARUSO

Giovambattista Caruso nacque il 27 dicembre 1673 a Polizzi Generosa: la sua famiglia era originaria di Cammarata, il suo ramo era titolare della baronia di Scireni dai primi anni del XVII sec. (venduta ad un Giuseppe). Quando il padre Placido morì nel 1679, con la madre (la nobile Marianna Alimena Colnago) ed i fratelli (Giuseppe Antonio, Francesco, Caterina e Aloisia) si trasferì a Palermo. Qui presso i gesuiti incominciò nel 1681 i suoi studi terminati colla laurea in teologia e filosofia. Dalla iniziale conoscenza del pensiero filosofico di Francis Bacon (1561-1626), che avversò come pure gli scolastici, e da quella successiva di quello di René Descartes (1596-1650) e di Pierre Gassendi (1592-1655) maturò il cambiamento della sua forma mentis, che proveniva da una inclinazione allo scetticismo, verso un indirizzo razionalistico nell’affrontare i problemi scientifici. Nel 1700-1 intraprese un viaggio per l’Italia e la Francia durante il quale ebbe contatti con esponenti della cultura dell’epoca ed in seguito a cui decise di dedicarsi alla ricerca storica. Nelle sue opere religiose manifestò la sua simpatia per il giansenismo trasmessagli dall’allora futuro cardinale e beato Giuseppe Maria Tomasi, uno dei suoi primi riferimenti assieme al benedettino Jean Mabillon (1632-1702) esperto di diplomatica e paleografia. Vittorio Amedeo di Savoia re di Sicilia nel contesto dello scontro con la Chiesa riguardo alle particolari prerogative della monarchia siciliana in materia ecclesiastica, revocate dopo settecento anni, lo incaricò di redigere un testo difensivo (1714). Giovambattista Caruso considerava la monarchia savoiarda di Sicilia una via al progresso ed alla restaurazione della passata autonomia isolana, perciò la sostenne, ma allorché subentrò la dominazione austriaca, dopo il breve intermezzo spagnolo, si ritirò dall’impegno politico per concentrarsi esclusivamente sulle ricerche storiche. Recuperò così una sua vecchia idea di scrivere una storia universale dell’Isola, la cui prima parte fu pubblicata nel 1716: compariranno postume, con la ristampa della prima, le altre due parti dell’opera. In quegli anni tenne rapporti col sacerdote e scrittore Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) dalla cui influenza il suo pensiero metodologico si evolse: da un sobrio e sostanziale uso della base documentale indirizzò la sua attenzione al problema della verifica filologica (che era una lacuna dei precedenti studiosi di storia). L’asciutto rigore espositivo della prima fase lo spinse ad accantonare quelle altre due parti, poi stampate dietro l’interessamento del collaboratore e fratello sacerdote Francesco (1679-1750; autore, tra l’altro, di storie su Cammarata e Polizzi) e dell’Accademia del Buon Gusto di Palermo di cui Giovambattista Caruso con altri era stato fondatore (oltre che di quest’accademia nel 1718, che si occupava di filosofia, fu tra i fondatori dell’Accademia Giustinianea, che aveva invece come materia la giurisprudenza: fu redattore di entrambi gli statuti costitutivi). Fu anche componente di accademie estere. “Riflessioni sul buon gusto nelle lettere e nelle arti” del 1708 è l’opera del Muratori cui si richiamarono: il “buon gusto”, cioè il senso critico, teorizzatovi pone la poetica in maniera autonoma da uno schietto razionalismo, ma al contempo le infonde un ruolo pedagogico di utilità sociale, l’autore più in generale dice: «Noi per buon gusto intendiamo il conoscere ed il poter giudicare ciò che sia difettoso o imperfetto o mediocre nella scienza o nelle arti, per guardarsene, ciò che sia meglio o il perfetto per seguirlo a tutto potere». Alla fine degli anni ’10 in collaborazione coll’abate cassinese Michele del Giudice curò una raccolta di documenti sulla storia isolana, tra cui ce n’erano inediti ed uno raro recuperato da Thomas Hobbes (1588-1679). Il progetto continuò, nel 1723, con un’altra pubblicazione, a tre anni dalla precedente, che ne ampliava il campo, realizzata con il concorso di tre collaboratori. Queste due opere furono accolte in ambito europeo molto positivamente, ed in particolar modo dal Muratori che, con Scipione Maffei, auspicava il recupero e la lettura dei testi documentali scritti in lingua diversa dalla propria. Il Muratori, per cui la storia è «dilucida rerum narratio cum veritatis amore coniuncta», inoltre inserirà Giovambattista Caruso come fonte nel suo “Rerum italicarum scriptores”. Mortogli il fratello Giuseppe Antonio (1677-1724), che dal 1689 era stato principe di Santa Domenica (titolo anche questo comprato), divenne nel 1724 barone di Scireni: questo ramo titolato si estinguerà nell’altro fratello sacerdote Francesco e nella nipote Marianna (1705-1767). Giovambattista Caruso, la cui biblioteca fu una delle più ricche di Sicilia, morì senza discendenza il 15 dicembre 1724 a Polizzi Generosa. Molti erano stati gli interessi in quegli ultimi anni (il progetto di una quanto più completa raccolta storico-documentale sulla Sicilia, in parte già intrapresa come visto, rimase inatteso per la sua scomparsa). La sua salma fu in un primo momento tumulata nell’oratorio di san Giuseppe, quindi venne traslata con il monumento funebre nella chiesa madre intitolata alla Madonna Assunta. Il Muratori lo definì «vir multiplici eruditione clarissimus». Palermo lo ricorda con una via.

17 novembre 2010

LA TRAGICA STORIA DI ALDONZA SANTAPAU

di DANILO CARUSO

La storia di Aldonza Santapau (= santa pace) ricorda molto da vicino quella
simile, raccontata da Dante nel V canto dell’Inferno, di Paolo Malatesta e Francesca da Rimini. Aldonza era venuta al mondo nel settembre del 1448 nel castello, di proprietà della sua famiglia, in Sicilia orientale, di Occhiolà (il centro urbano precedente Grammichele distrutto dal terremoto nel 1693). La sua progenie era spagnola: gli Ademaro intorno al 1150 erano divenuti baroni di Santa Pau (con altri più estesi territori) in Catalogna. Dei Santapau quindi si trasferirono in Sicilia, dove diventeranno feudatari, alla fine del XIV secolo. Il padre di Aldonza, Raimondo, era barone di Licodia, ed aveva avuto dalla moglie Eleonora Valguarnera un altro figlio: Ponzio (barone di Occhiolà), che morirà prima di lui nel 1483. Aldonza Santapau era andata in sposa ad Antonio Pietro Barresi, barone di Militello in Val di Catania. Poiché costui stava lontano dai suoi possedimenti per parecchio tempo visto che era al seguito di Giovanni I re d’Aragona e di Sicilia, suo fratello Nicola montò un’accusa di relazione extraconiugale a carico della cognata con l’amministratore dei beni Pietro Caruso. Il motivo si ritiene sia stato in un tentativo di vendetta perché questa non avrebbe voluto concedergli denari per i suoi piaceri. Il barone di Militello fece mandare i due supposti amanti sotto tortura nel suo castello. La Famiglia Santapau, dopo aver fallito un tentativo di liberazione, chiese pure l’intervento del viceré Lopez Ximenes de Urrea. Ma il rappresentante di quest’ultimo al suo arrivo trovo solo cadaveri: il 26 agosto 1473 infatti Aldonza era morta per strangolamento operato dal marito. Il Barresi responsabile di uxoricidio fu condannato alla pena dell’esilio, da scontarsi a Malta; ma nel 1475 godette dietro pagamento dell’indulto. Nel frattempo i Santapau si erano vendicati: Ponzio in una imboscata aveva ucciso il presunto calunniatore. Processato con suo padre, nel 1475 a questo toccò in sorte l’assoluzione (non apparendo una correità dimostrabile), a lui invece l’esilio e la confisca dei beni. Nel 1478 il viceré però gli concesse la grazia ed i provvedimenti di pena furono revocati. Come sia andata veramente la storia della possibile relazione illecita ancor oggi s’ignora.