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mercoledì 1 dicembre 2010

IL PREILLUMINISMO DI GIOVAMBATTISTA CARUSO

di DANILO CARUSO


Giovambattista Caruso nacque il 27 dicembre 1673 a Polizzi Generosa: la sua famiglia era originaria di Cammarata, il suo ramo era titolare della baronia di Scireni dai primi anni del XVII sec. (venduta ad un Giuseppe). Quando il padre Placido morì nel 1679, con la madre (la nobile Marianna Alimena Colnago) ed i fratelli (Giuseppe Antonio, Francesco, Caterina e Aloisia) si trasferì a Palermo. Qui presso i gesuiti incominciò nel 1681 i suoi studi terminati colla laurea in teologia e filosofia. Dalla iniziale conoscenza del pensiero filosofico di Francis Bacon (1561-1626), che avversò come pure gli scolastici, e da quella successiva di quello di René Descartes (1596-1650) e di Pierre Gassendi (1592-1655) maturò il cambiamento della sua forma mentis, che proveniva da una inclinazione allo scetticismo, verso un indirizzo razionalistico nell’affrontare i problemi scientifici. Nel 1700-1 intraprese un viaggio per l’Italia e la Francia durante il quale ebbe contatti con esponenti della cultura dell’epoca ed in seguito a cui decise di dedicarsi alla ricerca storica. Nelle sue opere religiose manifestò la sua simpatia per il giansenismo trasmessagli dall’allora futuro cardinale e beato Giuseppe Maria Tomasi, uno dei suoi primi riferimenti assieme al benedettino Jean Mabillon (1632-1702) esperto di diplomatica e paleografia. Vittorio Amedeo di Savoia re di Sicilia nel contesto dello scontro con la Chiesa riguardo alle particolari prerogative della monarchia siciliana in materia ecclesiastica, revocate dopo settecento anni, lo incaricò di redigere un testo difensivo (1714). Giovambattista Caruso considerava la monarchia savoiarda di Sicilia una via al progresso ed alla restaurazione della passata autonomia isolana, perciò la sostenne, ma allorché subentrò la dominazione austriaca, dopo il breve intermezzo spagnolo, si ritirò dall’impegno politico per concentrarsi esclusivamente sulle ricerche storiche. Recuperò così una sua vecchia idea di scrivere una storia universale dell’Isola, la cui prima parte fu pubblicata nel 1716: compariranno postume, con la ristampa della prima, le altre due parti dell’opera. In quegli anni tenne rapporti col sacerdote e scrittore Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) dalla cui influenza il suo pensiero metodologico si evolse: da un sobrio e sostanziale uso della base documentale indirizzò la sua attenzione al problema della verifica filologica (che era una lacuna dei precedenti studiosi di storia). L’asciutto rigore espositivo della prima fase lo spinse ad accantonare quelle altre due parti, poi stampate dietro l’interessamento del collaboratore e fratello sacerdote Francesco (1679-1750; autore, tra l’altro, di storie su Cammarata e Polizzi) e dell’Accademia del Buon Gusto di Palermo di cui Giovambattista Caruso con altri era stato fondatore (oltre che di quest’accademia nel 1718, che si occupava di filosofia, fu tra i fondatori dell’Accademia Giustinianea, che aveva invece come materia la giurisprudenza: fu redattore di entrambi gli statuti costitutivi). Fu anche componente di accademie estere. “Riflessioni sul buon gusto nelle lettere e nelle arti” del 1708 è l’opera del Muratori cui si richiamarono: il “buon gusto”, cioè il senso critico, teorizzatovi pone la poetica in maniera autonoma da uno schietto razionalismo, ma al contempo le infonde un ruolo pedagogico di utilità sociale, l’autore più in generale dice: «Noi per buon gusto intendiamo il conoscere ed il poter giudicare ciò che sia difettoso o imperfetto o mediocre nella scienza o nelle arti, per guardarsene, ciò che sia meglio o il perfetto per seguirlo a tutto potere». Alla fine degli anni ’10 in collaborazione coll’abate cassinese Michele del Giudice curò una raccolta di documenti sulla storia isolana, tra cui ce n’erano inediti ed uno raro recuperato da Thomas Hobbes (1588-1679). Il progetto continuò, nel 1723, con un’altra pubblicazione, a tre anni dalla precedente, che ne ampliava il campo, realizzata con il concorso di tre collaboratori. Queste due opere furono accolte in ambito europeo molto positivamente, ed in particolar modo dal Muratori che, con Scipione Maffei, auspicava il recupero e la lettura dei testi documentali scritti in lingua diversa dalla propria. Il Muratori, per cui la storia è «dilucida rerum narratio cum veritatis amore coniuncta», inoltre inserirà Giovambattista Caruso come fonte nel suo “Rerum italicarum scriptores”. Mortogli il fratello Giuseppe Antonio (1677-1724), che dal 1689 era stato principe di Santa Domenica (titolo anche questo comprato), divenne nel 1724 barone di Scireni: questo ramo titolato si estinguerà nell’altro fratello sacerdote Francesco e nella nipote Marianna (1705-1767). Giovambattista Caruso, la cui biblioteca fu una delle più ricche di Sicilia, morì senza discendenza il 15 dicembre 1724 a Polizzi Generosa. Molti erano stati gli interessi in quegli ultimi anni (il progetto di una quanto più completa raccolta storico-documentale sulla Sicilia, in parte già intrapresa come visto, rimase inatteso per la sua scomparsa). La sua salma fu in un primo momento tumulata nell’oratorio di san Giuseppe, quindi venne traslata con il monumento funebre nella chiesa madre intitolata alla Madonna Assunta. Il Muratori lo definì «vir multiplici eruditione clarissimus». Palermo lo ricorda con una via.