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mercoledì 13 febbraio 2019

IL CONCETTO DI LAVORO TRA DIRITTO/DOVERE DI NATURA E SERVITÙ CAPITALISTA

di DANILO CARUSO
 
Non sta scritto da nessuna parte, come del resto già pensato da Marcuse, che il progresso tecnologico non debba affrancare gli esseri umani da una individualmente continuata attività lavorativa. Se nei processi produttivi le macchine sostituiscono l’uomo, ciò non dovrebbe avere l’effetto collaterale, paradossale, di creare disagio sociale. Quando questo accade, la colpa non è del miglioramento in sede di produzione (che solleva dalla fatica e dal dispendio di tempo). La colpa risiede nel sistema di regole che presiede al sistema produttivo, ossia nel sistema liberalcapitalista. È chiaro che l’imprenditore “non sprecherà” risorse economiche verso manodopera laddove possa “arricchirsi di più” inserendo nella sua attività strumenti tecnologici. Il moderno capitalismo fa così dalla fine del ’700. Marx ha visto e analizzato una situazione in via di sempre più marcata degenerazione: le due novecentesche guerre mondiali non sono altro che una unica grande guerra intestina capitalistica (Angloamericani e Germanici in lotta per un predominio globale). Ma già dalla “Politica” di Aristotele si potevano, e si possono tuttora, trarre moniti al fine di evitare, o di correggere nel nostro caso, un indirizzo di cose che non risulta per niente buono. Se la tecnologia libera gli uomini dal lavoro per la sopravvivenza in termini economici, questo non deve significare che ci debba essere una massa di disoccupati, in aperto pericolo di vita, in crescita. Non sta nell’impresa il fondamento della società umana, l’essere umano non dipende dal capitalista (e da una possibile brama di ricchezza maggiore). È lo Stato, come dice Aristotele, l’organismo comunitario più elevato (e naturale, al contrario dell’iniziativa personale imprenditoriale e del suo prendere corpo giuridico). Il filosofo greco ha messo in guardia da due pericoli: l’accumulazione di ricchezze in poche mani e la diffusione della povertà. Tutto dovrebbe stare all’interno di una sana gamma, la quale non necessariamente escluderebbe l’attività dell’impresa privata come auspicato da Marx. Che ci siano imprenditori, entro precisi limiti, è anche un bene e uno sprone in generale: però che costoro prendano il posto dello Stato nella gestione del destino dell’insieme sociale costituisce un male. Tutti reclamano “lavoro”, trascurando in modo radicale che il loro obiettivo non dovrebbe essere una forma di asservimento, bensì l’accesso a una dimensione di “benessere”. Lo Stato sarebbe in maniera perfetta in grado di garantire il “diritto/dovere social-lavorativo” a ciascuno (in condizione di svolgere una mansione), e di garantire il sostentamento (anche perpetuo) degli impediti involontariamente. Chi reclama “lavoro” in regime capitalista sembra abbia un inconscio desiderio di ritornare alla schiavitù esplicita, dove vitto e alloggio minimi erano garantiti giocoforza. Tale vuoto di riflessione presso la massa (stordita, sviata, incantata dalle distrazioni mediatiche e sistemiche) connota una situazione diffusa. Un formale sistema democratico dove votano atomi divisi (et imperati), i quali non possiedono coscienza alcuna, in linea di massima, del loro essere-in-comunità (Stato), dà alla fine ragione a Malthus: chi si trova in disagio, rappresenta egli stesso la causa del suo problema, non chi lo sfrutta in una democrazia (in apparenza) libera. Un’assemblea legislativa dove le sensate idee di Aristotele trovassero una via normativa darebbe rassicurazione a ciascuno. Se tutti lavorassero solo alcuni mesi all’anno o poche ore al giorno, con un’equa distribuzione delle risorse (a ognuno secondo i suoi bisogni, a ognuno secondo i suoi meriti), sostituiti ove possibile da macchine, dove sarebbe il male? Nel fatto che il capitalista non si arricchisce? Il male è questo: costui monopolizza la moneta, strumento di scambi. Nel momento in cui lo Stato gli ponesse un limite, non limiterebbe la libertà, giacché questo eccesso non è benefico nei riguardi della stragrande maggioranza degli altri atomi sociali; porrebbe invece un freno a un danno reiterato a scapito dei “cittadini”. Lo Stato per Aristotele deve garantire benessere esistenziale, al fine di consentire a questi ultimi di realizzare l’autentica propria natura: e per il filosofo greco “essere umani” indica qualcosa che distingue dai livelli animale e vegetale. Tutti hanno diritto a coltivare una dimensione intellettuale (si pensi al weiliano “diritto alla bellezza”), poiché l’uomo non è una bestia asservita al lavoro (il quale ne assorba molte energie per molto tempo). Allorché una migliorata produzione industriale meccanizzata fornisse sostegno a una più che decorosa esistenza comunitaria, perché non liberare tempo a beneficio della formazione scientifica di più uomini: filosofi, medici, ingegneri, etc. per qual motivo non favorire ad esempio l’incremento del numero dei medici e della ricerca medica? Più persone, migliori prospettive di benessere e di cura, magari più ospedali in funzione. È l’ignoranza che nuoce, rende servi. In luogo della richiesta di panem et circenses, le oneste persone capaci possono contribuire a cambiare la società.


NOTA

Per approfondire in generale la tematica e il mio pensiero suggerisco la lettura di questi miei scritti:

1) Lo specchio sporco del padrone
http://lettere-filosofia.blogspot.com/2016/06/lo-specchio-sporco-del-padrone.html

2) Radici sumere di Ebraismo e capitalismo
http://lettere-filosofia.blogspot.com/2017/11/radici-sumere-di-ebraismo-e-capitalismo.html

3) Critica dell’irrazionalismo occidentale
http://www.academia.edu/29344784/Critica_dell_irrazionalismo_occidentale