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mercoledì 29 agosto 2018

IL MACHIAVELLICO DISEGNO DELLA “FOLLIA” ERASMIANA

di DANILO CARUSO

L’opera più nota di Erasmo da Rotterdam è il suo celeberrimo encomio alla pazzia. Di esso ho condotto una analisi seguendo la mia metodologia critica (in parte di ispirazione junghiana) e il mio modello di comprensione della civiltà occidentale. Si tratta di un esame mirante all’obiettività di valutazione, perciò scevro di coinvolgimenti religiosi. Il quadro storico europeo in cui visse l’Olandese era una bomba a orologeria. Quantunque “L’elogio della follia” sia cronologicamente prima di Lutero, il suo contenuto riflette un maturo intento preventivo antiriformatore. I segnali che indussero l’Olandese ad agire si possono ritrovare nei fermenti a lui prossimi (contemporanei e passati). Erasmo ha capito che la sovranità della Chiesa cattolica sul mondo è in imminente pericolo: che il di lui futuro avversario fosse Lutero o un altro, è questione di importanza relativa in relazione alla persona (non dobbiamo però trascurare un dettaglio di forma importante: l’analoga provenienza agostiniana di Lutero). Lo scrittore cattolico ha compreso la struttura irrazionalistica dell’affermatosi sistema capitalistico moderno, e con mezzi congeniali ha provato a creare un fronte per arginare l’urto della deflagrazione protestante ormai nell’aria. La strategia erasmiana ne “L’elogio della pazzia” tende a togliere linfa vitale all’incipiente contestazione avversaria aperta, aspira cioè a sottrarre la base dei fedeli alla Riforma. La tecnica adottata consente a Erasmo di contendere dentro lo stesso agone dell’irrazionale, del nevrotico. L’Olandese usa ironia socratica con l’obiettivo di adescare i folli (gli stupidi, gli ignoranti) per mezzo di un encomio del loro desiderio di essere gaudenti (vicini più al bestiale che all’umano). Dopo averli irretititi, spera di poter elevare la loro dimensione spirituale di rozzezza alla volta di una nevrosi maschilista religiosa filocattolica, nell’auspicio di non arrivare secondo rispetto ai riformatori venturi. La pazzia erasmiana non è univoca: da un lato è in realtà il suo opposto, vale a dire derisione di vizi e difetti non amati da Erasmo. Questo insieme di deficit è ricondotto nella di lui visione antifemminista a una categoria di pazzia “femminile”. Tale aspetto si ricollega alla funzione razionale junghiana del “sentimento”: Erasmo ha spezzato l’asse delle facoltà razionali, comprendente pure la “ragione”, associata nella psicologia analitica a un archetipo al maschile. Mentre agli occhi di Jung ciascuno possiede in maniera positiva dimensioni psichiche maschili e femminili strutturate in modi specifici a seconda dell’essere uomini o donne, e senza paragoni discriminatori, Erasmo pretende con ipocrisia di avvicinare il suo interlocutore attraverso un encomio per buona parte insincero allo scopo di far presa su soggetti poco predisposti al ragionamento. Spera di raggiungere la massa al fine di trascinarla nella sua trappola nevrotico-teologica, dove la funzione della “ragione” si è chiusa in sé, nel rifiuto del “femminile”, in modo erroneo visto quale opposto irrazionale (quando invece la facoltà del “sentimento” si trova lungo l’asse delle funzioni razionali umane). Tutto quello che scoppierà qualche anno dopo la pubblicazione de “L’elogio della follia” ha in esso una lucida previsione difensiva. L’irrazionalismo dominava lo scenario già da tempo a livello economico: la Riforma risulterà solo un’elaborazione di altri schemi nevrotici (paralleli e omogenei) a sostegno del capitalismo moderno. Nell’opera erasmiana in esame, in fin dei conti, l’autore non ha fatto altro che inferire in maniera formalmente logica una sua verità (di fede, di nevrosi) da un gruppo di premesse false e ipocrite: dalla (disprezzata) follia stupidità femminile ha ricavato la validità formale (e retorica) di una pazzia nevrosi maschilista. La generale follia di Erasmo si arena al livello di libido freudiana: alla pulsione verso il piacere, l’Olandese vuol sostituire alla fine quella verso la distruzione (dei nemici della Chiesa). Tommaso Moro rimase un “pazzo” vittima di una nevrotica pulsione autodistruttiva. La libido junghiana opera meglio in soggetti quantomeno consapevoli di nevrosi. Erasmo non è poi così molto diverso dalla tipologia psichica cui appartiene Lutero: entrambi sono sulla stessa linea teologica, solo che il primo è più moderato, il secondo è un estremista. Tutti e due vogliono una palingenesi del Cristianesimo: l’Olandese è un nevrotico idealista, il Tedesco un nevrotico rivoluzionario. In una lettera inviata al suo caro amico Tommaso Moro (la cui data esatta non è conosciuta: 9/10 giugno 1508/9), Erasmo da Rotterdam spiega la natura ideologica de “L’elogio della follia”. Più volte l’autore qualifica il suo testo come qualcosa di satirico, estraneo nella sua sostanza immediata a un intento didascalico (razionale). Egli in tale opera declina, nei più vari e dotti modi, tipologie di azioni che ha ascritto sotto i termini “morίa” e “stulticia (stultitia)”. In greco e latino questi due termini, non a caso di genere femminile, indicano l’allontanamento dal logos e dalla ratio. Non esiste coscienza di una dimensione semantica medica: “folle” è chi si comporta da “irresponsabile”, chi ha smarrito l’uso corretto della ragione. Perciò in simile satira erasmiana troviamo celata un’apologia del modello del filosofo cattolico quale lui era. Lui e Moro erano rigorosi osservatori dell’ortodossia romana: il primo fino al punto di assurgere ad anti-Lutero; il secondo sino all’esito di farsi uccidere (nonostante avesse avuto facile possibilità di una migliore sorte). Stando alla stima di Erasmo per Moro, nelle loro formae mentis non intravedo margine per dotare “L’elogio della pazzia” di una connotazione positiva. Entro un certo punto nei tipi descritti si mira solo a una raffinata presa in giro di categorie di stupidi (e già Bertrand Russell lo aveva notato). Erasmo, il quale era ordinato al sacerdozio, e antifemminista, era consapevole di quello che faceva: denigrava la scala di lontananza dalla perfetta osservanza della religiosità cristiana (per lui più paolina che altro) e dalle humanae litterae in mancata funzione di questa. Che simili idioti, visti sopra tale scala, fossero felici grazie alla loro stulticia (alla loro superficialità) è indubbio. Però Erasmo non li approva: l’intenzione critica redazionale della sua nota opera in parte rimane in contrasto con la letterarietà (ricordiamoci di quanto detto da Russell); fa un elogio satirico di impostazione retorica, e lo chiarisce a Moro, ma quello che dice veramente nella sua globalità è appunto altro, stampato nell’intenzione e non nella forma letterale integrale. In virtù del carattere, dello status sociale e intellettuale erasmiani si può concludere che egli non si sarebbe mai permesso di rivolgere un pubblico attacco al sistema di appartenenza di impronta cristiano-cattolica (anche se la sua inclinazione irrazionalistica lo spinse una volta addirittura a difendere Lutero, prima di attaccarlo col “De libero arbitrio”). Rivolgere a “L’elogio della follia” un’ermeneutica positiva, astraendo lo scritto dal proprio contesto e dalla precisa figura del suo creatore (con i suoi pregi e i suoi difetti) mi sembra portare fuori strada. Erasmo sta deridendo tutti quelli diversi da lui, ossia da un teologo ordinato al sacerdozio, di profonda cultura e di talento. Nella sua “pazzia” compare il “femminile” dell’esistenza umana: infatti per lui la donna è un soggetto “stolto”, dunque i cui difetti si trasfigurano in questo suo testo. Egli disapprova allora simile distrazione agli occhi della pseudoragione (nevrosi). Alla fine afferma che tale prima “follia” è il fondamento della felicità degli “stupidi”, e, per contrasto consegna il diritto del suo pensiero (e non il rovescio satirico); sostiene che per essere felici, in un’altra accezione (per lui più consona e veritiera), la via è il Messia e la sua Chiesa con l’ortodossia romana. A lui interessa l’apologia del cattolico soldato di Cristo, non l’apologia dei “folli” gaudenti in generale. Erasmo mostra sì caratteri progressisti, tuttavia come si vede non a 360°: di formazione agostiniana, bisogna anche valutare quanto ci fosse di “pragmatico” nel suo spirito pacifista. Se egli da un canto non gradisce la follia dei più perché stupidità, d’altro lato nella sua opera accoglie ai vertici della sua fenomenologia una finale tappa di pazzia particolarmente diversa da tutte le altre viste prima. Alla follia-stupidità (femminile) viene contrapposta la follia-nevrosi (maschilista). Involontariamente Erasmo ha dichiarato la natura nevrotica della religione cristiana: idolatria di impostazioni teologiche maschiliste, arroccate in una difesa dal “femminile”, spingenti Erasmo a teorizzare una scissione nel concetto stesso di stulticia per guadagnare alla nevrosi cristiana uno spazio di proponibilità (appunto scelta e condotta di fede religiose estranee alla ragionevolezza). Se il logos operante isolato si muta in nevrosi, tuttavia l’opposto senza ratio fa scomparire la civiltà umana. Il testo erasmiano, analizzato nella sua obiettività, rivela la sua matrice propagandistica religiosa, giocante una partita sullo stesso campo irrazionalistico di Lutero: il che la dice lunga sul significato dell’auspicata scelta a beneficio della follia-nevrosi cristiano-cattolica (“L’elogio della pazzia” infatti finì poi nell’occhio della Controriforma). Lo scrittore olandese incalzato dai cattolici cercò di combattere la riforma protestante in tutti i modi: utilizzando armi di natura irrazionalistica (apologia di una stulticia filocattolica), e di natura schiettamente più razionale (le quali si concretizzano nel suo pacifismo, che pertanto si colora di un’ombra machiavellica poiché costui gradirebbe sempre un mondo sotto l’ortodossia romana). Ci rendiamo allora conto, riallacciandoci all’epistola erasmiana per Tommaso Moro, che “L’elogio della follia” è un invito a scegliere la stulticia nel suo massimo grado, cioè quello nevrotico-religioso cattolico, mettendo da parte il buon senso, la ragione, come fece appunto il personaggio cui il testo fu dedicato. Tommaso Moro seguì alla perfezione l’invito ad abbracciare la follia-nevrosi: fu condannato a morte a causa della sua ostinazione a non allontanarsi dalle direttive di Santa Romana Chiesa. La pazzia erasmiana rappresenta il faro di un’azione incosciente, che può condurre persino alla morte. Mentre, non più paradossalmente, se proponiamo un paragone con Pirandello, in quest’ultimo possiamo notare che la follia, sebbene sia presente in un contesto distopico, non assume un carattere distruttivo radicale del suo portatore: il pazzo pirandelliano è consapevole della sua condizione, del fatto di essere rinchiuso in una specie di ergastolo esistenziale. La gamma della pazzia erasmiana, rifiutata per osservanza teologica la dimensione del gaudente, ci consegna in ultimo un modello comportamentale che assurge davvero alla patologia medica. E per fede una cosa del genere non sembra ragionevole: c’è differenza tra onorabilità personale e nevrosi annichilente. Il messaggio di Erasmo mi appare estremistico, poiché è come se dicesse: «Considerato che siete tutti pazzi, perché non andate sino in fondo nella follia?». E quello che c’è in simile fondo non lo reputo buono: farsi ammazzare per aria fritta teologica. Plasmare irragionevoli kamikaze controriformatori da offrire alla propaganda di fede sembra il proposito de “L’elogio della pazzia”. E da vivo la Chiesa di Roma protesse sempre Erasmo, altro dettaglio che dovrebbe far riflettere: in quegli anni per finire nelle mani dell’Inquisizione non ci voleva poi molto. E se vogliamo dirla tutta sopra quest’opera di Erasmo, a detta di Giovanni Papini, l’Olandese si è altresì rifatto al “De triumpho stultitiae” di Faustino Perisauli. I contenuti dell’encomio erasmiano sono eloquenti da subito. La Follia parlando dell’insegnamento afferma: «muliebrem rixandi pertinaciam tradit». Si noti il dettaglio antifemminista: Erasmo prende quale termine di paragone negativo “la perseveranza muliebre nel litigare”. Egli (cap. VIII1) mostra di aver capito che la vita degli uomini comuni (i folli), in particolar modo per lui nell’Europa segnata dall’esperienza luterana, è un campo di scontro (irrazionale) di interessi economici (proto o post-capitalistici): la Riforma protestante ebbe successo in Germania soprattutto perché liberava dall’oppressione tributaria ecclesiastica romana. Lo scrittore olandese coglie gli ideali dell’ufficialmente partorito irrazionale sistema capitalistico (plutocrazia): la ricchezza, l’edonismo, l’abbandono della filosofia. Nella (vana) speranza erasmiana che la Chiesa di Roma possa riuscire ad assorbirlo e a presiederlo. Nel cap. XI l’autore de “L’elogio della pazzia” raggiunge una intuizione molto notevole, e la rende evidente nelle sue parole ante litteram: la sua “follia” è la libido freudiana, la voluntas schopenhaueriana; qui, in dettaglio, l’eros, ma anche un “femminile” in senso junghiano (la Morίa come immagine archetipica di Grande Madre). Nel cap. XIII c’è un paio di passaggi dell’Olandese (ordinato sacerdote a 25 anni) che mi ha turbato e lasciato sinceramente perplesso: ci sono allusioni a pederastia e pedofilia? L’apologia dei vizi capitali enunciata nel cap. XVI dalle parole del “sacerdote” Erasmo non può essere presa alla lettera: nella di lui ottica costituisce dissimulazione retorica (ironia socratica). Egli vuol combattere in realtà la follia stupidità (“femminile”) con le di essa stesse armi, per sostituirla in maniera conveniente al suo intento propagandistico cattolico con la follia nevrosi (maschilista religiosa): una sostituzione in regime di omogeneità. Un manifesto antifemminista di Erasmo (di chiara ascendenza religiosa giudeocristiana, benché egli voglia nasconderne la radice) è contenuto nel cap. XVIII: quando parla male delle donne, l’Olandese non dissimula; esprime il punto di vista allora ufficiale della Chiesa, pertanto in simile circostanza sì che va preso alla lettera. «Animal… stultum… atque ineptum, verum ridiculum et suave, quo convictu domestico virilis ingenii tristiciam sua stulticia condiret atque edulcaret [si badi bene, “per mezzo della di lei follia”, “stulticia sua”]». Inoltre alla fine del cap. XXVI: «ad voluptatem et nugas natura propensiores… ut est ingeniosus, praesertim ad praetexenda commissa sua, sexus ille [attenzione alla particolarità indicata: “praesertim sexus ille”, “specialmente il genere femminile”]». La elocutio erasmiana segue una logica particolare, non direi schizoide, ma bisogna interpretare con massima attenzione ermeneutica i tasselli del suo mosaico al fine di comprendere quest’imbuto nel quale egli vuol far cadere il suo lettore. Si nota in maniera nitida l’eco del misogino “De cultu feminarum” di Tertulliano: ecco uno dei modelli del Cristianesimo erasmiano. Inoltre agli occhi dell’antifemminista Erasmo il tradimento di coppia si declina solo al femminile e lo spiega soprattutto nel cap. XX. Nel cap. XIX compare un’idea di amicizia che l’Olandese non potrebbe mai condividere sul serio: non si può pensare che egli si rivolti contro l’ideale del “Laelius” ciceroniano. Una finta apologia erasmiana del narcisismo appare nel cap. XXII: un sacerdote come lui (esentato dall’esercizio della funzione) mette al primo posto Cristo e la di lui Chiesa. Erasmo, nel succo dei capp. XXIV-XXVII, sembra voler dire che fuori della Chiesa di Roma, del suo modello politico teocratico e del dogmatismo cristiano-cattolico non ci sia spazio per nessuno. All’inizio del cap. XXIX è la descrizione ante litteram erasmiana del rischio d’impresa capitalistico. Un Erasmo pirandelliano invece si appalesa al principio della seconda metà del suddetto capitolo. L’Olandese, che nel cap. XXXII pare esternare il mancato gradimento per le parlate volgari, spiega pure come in parole povere la follia (stupidità e ignoranza) sia alla base della semplicità evangelica (è un ragionamento contenuto in alcuni passaggi, non una deduzione supplementare): simile pazzia rappresenta la solida base concettuale di partenza del suo piano propagandistico per condurre gli stolti alla somma follia (nevrosi religiosa, apice del suo scritto). Si noti infatti che i soggetti descritti possiedono i requisiti utili al fine di divenire kamikaze della fede cattolica. Mentre, pericolosissima rimane la figura dello studioso indipendente (cap. XXXV), una minaccia alla credibilità del dogmatismo presso il volgo: l’attività di studio è pertanto da scoraggiare su larga scala, giacché controproducente nei confronti della Chiesa di Roma. Erasmo nel cap. XLV chiarisce che la folle azione di mangiare le altrui ipocrisia e finzioni varie rappresenta un ottimo antidepressivo, soprattutto per donne (delle quali peraltro ha bassa stima in generale). Al principio del cap. XLVI vi è la pazzia erasmiana nella veste di perenne “soma” huxleyano. Lo scritttore nel cap. LXVII indica i modelli del suo Cristianesimo ideale (san Paolo e sant’Agostino): due modelli, in particolare, sessuofobici (viene usato il vocabolo “castimonia”: astinenza, soprattutto sessuale). Più avanti l’Olandese userà l’espressione «stultis materculis et idiotis patribus (dativi; mammine insensate e padri idioti)», dove si può notare che in fatto di follia (stupidità) l’eccellenza (stultitia) sia prerogativa femminile, mentre al genere maschile pare che attribuisca qualcosa di diverso, denotante un livello semantico più lieve di semplicità/ingenuità: ciò costituisce una palese discriminazione di genere di matrice religiosa. Inoltre nei capitoli L-LIII Erasmo esprimerà, in sintonia col suo Cristianesimo ideale di ascendenza paolino-agostiniana, il suo disprezzo nei confronti dell’attività intellettuale allorché questa vada contro il dogmatismo religioso della Chiesa romana. Soprattutto nel LIII è contenuta un’apologia della semplicità (stupidità) evangelica, stupidità (antifemminista) che è la base da cui il discorso erasmiano prende la direzione verso la follia nevrosi maschilista, cui mira ad approdare alla fine l’autore dell’encomio alla pazzia. In tale sezione è altresì contenuta una perla dell’antifemminismo di Erasmo; egli scrive (parla la Follia): «Num Deus potuerit suppositare mulierem, num diabolum, num asinum, num cucurbitam, num silicem?». È posta chiaramente la domanda se Dio possa incorporarsi in enti spregevoli o poco nobili: ora si può vedere che in questa teologica squalificante categoria egli accluda oltre a un demonio, un asino, una zucca e una pietra, anche “la donna”. E si noti come in simile graduatoria di esempi del peggio (animato intelligente, animale, vegetale, minerale) “la donna” abbia il primo posto precedendo addirittura un diavolo: nel caso erasmiano siamo alle porte della misoginia. Il seguente capitolo LIV pone il limite alla forma della stupidità religiosa. Infatti l’Olandese attacca, non senza acredine (e con una punta di antisemitismo: «novum Iudaeorum genus»), le categorie di base dei religiosi cattolici perché votate all’esteriorità e all’edonismo. Il Cristianesimo erasmiano è sì integrale nella sua formale idealità; ma nella sostanza globale, integralista nella sua nevrotica costruzione piena di pregiudizi vari: pagani, filosofi (non cristiani) ed Ebrei sono additati nel LI quali modelli di errore di fede. Indicazione da cui si deduce sempre che per Erasmo solo la Chiesa cattolica ha diritto di cittadinanza in questo mondo e di essa dev’essere il ruolo di guida universale (a modo di quella datole da Dio). Di nuovo i pregiudizi erasmiani tornano evidenti, ad esempio, alla fine del LIV laddove vengono disprezzati ancora i mercanti (filocapitalisti e dunque ideologicamente pro riforma) e le donne (propense nella mentalità di Erasmo al tradimento del marito: usa uno spregiativo “mulierculae”). Nel cap. XLVIII  si nota l’avversione anticapitalistica dell’autore de “L’elogio della pazzia”, e di conseguenza verso tutto ciò che rappresenterà la riforma protestante in simile chiave, riforma che egli cerca di prevenire. Nel cap. LV Erasmo dice apertamente ciò che vuole: regnanti e corti conformati in maniera rigorosa alla morale cattolica (un concetto che ad esempio si ritrova in “Lord of the World” di Robert Hugh Benson2). Nei capp. LV-LVI i rimproveri in tal senso sono pesantissimi. Addirittura si può leggere una profetica allusione junghiana a Enrico VIII (a cui si deve l’uccisione di san Tommaso Moro). A partire dal cap. LVII la Follia narrante è davvero uscita di senno! Fa l’apologia del cattolicesimo romano. Nei capp. LVII-LIX l’Olandese rivela in modo inequivocabile il rigorismo del suo Cristianesimo ideale: rigore e radicalità lo riconducono direttamente, anche se a posteriori, a Lutero. Erasmo è una sorta di Lutero cattolico ante litteram, funzionale al progetto di palingenesi della Chiesa romana, minacciata dall’imminente moto riformatore protestante. La vocazione kamikaze che dovrebbe assumere il cristiano nella concezione erasmiana traspare eloquente da un passaggio (LVIII) dove la Pazzia (in contrasto con l’edonismo pontificio, ma discorso valido in generale) dice in tono di rimprovero: «mori, inamabile; tolli in crucem, infame». Poi, riguardo al pacifismo dell’Olandese è ancora una volta da puntualizzare che esso appare “interessato”: l’obiettivo non sarebbe bloccare le guerre in assoluto, bensì fermarle perché dannose alla Chiesa cattolica, perdente terreno in campo politico. Un assetto europeo pacificato darebbe ai cattolici l’opportunità di agire sulle masse con un’azione mediatica, quale ad esempio quella rappresentata dalla diffusione de “L’elogio della follia”, più vantaggiosa a loro: Erasmo guarda a un sistema globalizzato in stile “1984” (pace interna e possibilità di guerra esterna anticristiana). Se egli nella serie dei suddetti capitoli evidenziata critica con forza gli uomini al vertice delle gerarchie ecclesiastiche, lo fa per consentire – come direbbe Marcuse – l’assorbimento (appunto pacifico dentro al sistema) di una contraddizione (l’ostilità alla Chiesa romana). Purtroppo per l’Olandese e i cattolici integralisti tale strategia di contenimento non sortirà effetto. Che egli abbia a cuore solo la sua fazione, disinteressandosi dei non cristiani, lo dimostra un ulteriore passaggio dell’encomio, dove lui (per bocca della Pazzia) deplora l’agire «plurimo Christiani sanguinis dispendio»: non si sta dispiacendo dello “spargimento considerevole di sangue” di tutti! I nemici della Chiesa si possono uccidere (non attacca nell’encomio l’Inquisizione), la guerra campale interna pertanto va fermata giacché Roma papalina non è in grado di affrontarla. Machiavellica l’apologia erasmiana del pacifismo. Erasmo, dopo aver criticato la vocazione edonistica negli ecclesiastici cattolici, mostra nel cap. LX di essersi reso consapevole che alla radice della prossima riforma luterana ci sono interessi economici: i Tedeschi ricchi non vogliono più regalare i loro soldi alla Curia romana. A Roma papalina non avranno il tempo di gattopardesche correzioni: la scissione della Cristianità occidentale è alle porte e inarrestabile. Vano l’impegno “marcusiano” dell’Olandese “a una dimensione” volto a tenere dentro al cattolicesimo il movimento di protesta riformatrice. È ormai tardi per depotenziarlo: l’irrazionalismo capitalista prenderà il sopravvento sulla nevrosi più schiettamente religiosa. Anticapitalismo e antifemminismo di Erasmo in una sua fotografia della realtà compaiono nella parte centrale del cap. LXI. Un passaggio erasmiano alla fine del cap. LXIV dimostra tutt’altro da quello che a una lettura superficiale potrebbe apparire, e cioè da una difesa degli eretici. Qua Erasmo ragiona come O’Brien (“1984”), e spiega che non bisogna fare martiri in seguito a ragioni teologiche, da un lato; dall’altro, cerca di cautelare i cattolici con un esempio induttivo sugli avversari. Poiché in difficoltà, la Chiesa romana dovrebbe inaugurare una tregua, a proprio vantaggio, nell’ambito della persecuzione degli eretici. L’Olandese non sta prendendo di mira l’Inquisizione, sta puntualizzando una strategia d’azione. L’istituto inquisitorio cattolico dava la caccia in misura maggiore alle streghe (non rientranti nella categoria di “eretico”): dalle parole di Erasmo (nonché dalla sua mentalità misogina) evinciamo che simile schieramento femminile dei nemici della Chiesa è materia di lecita persecuzione. A difesa delle streghe, che stanno in compagnia di pagani (oggetto di ingiuste accuse erasmiane di violenza sopra i Cristiani) ed Ebrei, non dice proprio niente: dunque l’Inquisizione è legittimata a uccidere e a esistere nella sua funzione generale. La figura della strega fa parte di quel novero magico-satanico che il brano evocato indica come perseguibile. Poi il problema erasmiano qui sembra altresì semantico: non dare l’etichetta di “eretico” al condannato. L’importante è: non fare martiri fra gli avversari allo scopo di evitare un loro consolidarsi. Erasmo, nella sua moralistica crociata contro la “corporeità”, nel cap. LXVI ha una mirabile accidentale intuizione: coglie l’inconscio collettivo junghiano. Negli ultimi tratti de “L’elogio della follia” si annida quello che considero un piccolo capolavoro della misoginia erasmiana. Un’allusione, senza ombra di dubbio, volgare. Una cosa su cui i traduttori perbenisti fanno i finti tonti. La Pazzia a un certo punto, parlante come noto in latino, al principio del cap. LXV, attribuisce a sé la qualità di «teologa del fico». La cosa strana (non per uno studioso attento) è che lo faccia usando due termini del greco antico (nel testo: «συϰίνῃ θεολόγῳ», aggettivo concordato con un sostantivo al caso dativo singolare). Evidente la non così tanto sottile intenzione semantica di Erasmo: il sostantivo “fico (il frutto)”, naturalmente pure collegato all’aggettivo per quanto attiene al significato, in greco antico ha pure una dimensione metaforica indicante “muliebria genitalia” (simile accezione è rintracciabile in Aristofane). L’Olandese, in parole povere, sta disprezzando il genere femminile (la Follia che narra è femmina), e tramite questa acrobazia linguistica egli ribadisce il suo pregiudizio secondo cui “mulier tota in utero”. Erasmo fa dire alla Pazzia che l’unica materia su cui potrebbe elucubrare con competenza una donna è soltanto la propria sessualità. I traduttori puritani non mettono in evidenza tale aspetto, molto negativo, grazie a una voltura evasiva: se Erasmo non si fosse voluto avventurare in questo gioco di parole non avrebbe usato il greco antico bensì il latino (dove suddetta possibilità semantica manca). I capitoli conclusivi de “L’elogio della Pazzia”, dal LXV all’ultimo, proclamano l’ideologia politico-religiosa di Erasmo in maniera solenne: un Cristianesimo paolino-agostiniano, il quale è una antifilosofica religione aperta alla nevrosi maschilista. Gesù si rivela nelle “folli” parole erasmiane il primo kamikaze cristiano, e tra i seguaci più radicali nel tempo altri masochisti kamikaze. La religiosità dell’Olandese è sessuofobica e misogina: sino alla fine continua a parlare male delle donne. Erasmo rimane proteso in una lotta contro la sensualità. Propone altresì una nevrotica versione del mito della caverna. Tra lui e O’Brien, protagonista di “1984”, non c’è differenza, se non negli accidenti esteriori. Predicano le stesse cose. La concezione ecclesiastica erasmiana coincide coll’Oceania del Big Brother3. A Erasmo servono pazzi da asservire a una nevrosi, preferibilmente poco istruiti; gente sana, e colta, difficilmente si lascerebbe irretire. Perciò questo contorto encomio dell’insania, dell’irresponsabilità. Soltanto un’istituzione lontana dalla Ragione può per quindici secoli perseguitare, torturare e uccidere in modo sadico streghe, omosessuali, eretici, non cristiani.


NOTE

Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.

1 La partizione cui faccio riferimento è quella in 68 sezioni.

2 A tale romanzo distopico ho dedicato una monografia: “L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017)”.

3 Allo scopo di approfondire suggerisco di vedere il mio saggio intitolato “Il Medioevo futuro di George Orwell (2015)”.