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mercoledì 10 agosto 2022

L’INDIVIDUALISTICO E AUTODISTRUTTIVO ATTIVISMO DI MARTIN EDEN

di DANILO CARUSO
 
“Martin Eden” è un romanzo di Jack London (1876-1916) pubblicato nel 1909, un anno dopo “The iron heel” (altro romanzo londoniano cui ho dedicato la metà di un mio saggio1). “Martin Eden” rappresenta un’opera contenente diversi spunti autobiografici. La vita di Jack London è stata alquanto sregolata, il che sta alla base della sua prematura scomparsa. In questo testo egli castiga a livello ideologico cose che praticò. Quest’opera sta sullo stesso piano del suo socialismo e de “Il tallone di ferro”. È da notare che come si suicidò Martin Eden così il medesimo London pose più o meno indirettamente fine alla propria vita provocandone a causa di sregolatezza il termine precoce. “Martin Eden” costituisce una sorta di avvertimento che il suo autore non ha saputo cogliere, nonostante si sia sforzato di indicare i chiari pericoli di quel percorso esistenziale. Il messaggio dell’Inconscio collettivo nell’archetipo (negativo) di Martin Eden (l’attivista irrazionale e non molto riflessivo, più impetuoso che altro) non è stato colto appieno dallo scrittore californiano. Il quale ha lasciato tale romanzo sempre a mo’ di monito, ma altresì quale emendamento della sua condotta pratica, nonché nella veste di velata profezia della sua morte. L’ombra di “The iron heel” si risente in “Martin Eden”. Anche se vagamente, dacché la storia narrata è diversa, si notano certe analogie situazionali fra i protagonisti maschili principali di tale due testi. In entrambe le opere sono presentati quali volti a ricercare confronto e affermazione al cospetto della borghesia. In “Martin Eden” però rispetto all’altro precedente romanzo la cosa assume una prospettiva più tragica. L’individualismo portato avanti da questo personaggio possiede una radice protestante, rappresenta il classico attivismo della società americana delineato da Max Weber. Nella creazione di questo protagonista letterario Jack London inserisce degli assi cartesiani chiari e precisi: Herbert Spencer e Friedrich Nietzsche. Il richiamo che a costoro rivolge Martin Eden nell’esporre il suo orizzonte di pensiero è molto eloquente. Lo scrittore americano ha intuito delle verità analitiche filosofiche e le mette in scena attraverso il suo personaggio nella narrazione. Costui rappresenta un simbolo del generale attivismo weberiano, che London vuole in qualche maniera condannare in ossequio al suo socialismo. “Martin Eden” costituisce una sorta di compagno de “Il tallone di ferro, rappresenta in primis un romanzo politico dove si castiga l’attivismo borghese, mentre il precedente – sebbene apertamente distopico – celebrava il socialismo (alla fine trionfante). Si tratta di un’accoppiata di romanzi legati cronologicamente e idealmente. Allorché parlai di “The iron heel” dissi che a mio avviso là c’era il tocco di una mano femminile sparso in aggiunta nel testo londoniano. La stessa impressione ho avuto altresì in “Martin Eden” in qualche passaggio, dove mi è parso di leggere alcuni brani i quali potessero essere il prodotto di un intelletto femminile. In entrambi i casi credo si possa indicare la “mano fantasma” di Charmian, moglie di Jack London. Completata questa introduzione possiamo addentrarci meglio nel telaio narrativo del romanzo e rilevare altri più approfonditi contenuti. Un primo aspetto del mio esame che tengo a riprendere subito è inerente all’attivismo di Martin Eden. Egli compare all’inizio un giovane incolto, di bassa provenienza popolare, un marinaio giramondo, che accidentalmente conosce Ruth Morse di famiglia borghese: «Lui era profondamente sensibile, irrimediabilmente impacciato». I due si innamorano. Da simile stilnovistica scintilla scatta la marcia di innalzamento intellettuale di Martin. Inizia a studiare, sostenuto da Ruth, e matura il desiderio di diventare uno scrittore. La fidanzata vorrebbe invece che lui investisse le sue abilità in qualche professione borghese più convenzionale e più stabile. Martin dal canto suo si ostina, fra alti e bassi, tra momenti di estremo disagio e di piccole gratificazioni (prima di giungere al conclamato successo), a perseguire il suo obiettivo di affermarsi nella società come scrittore. Ho già ricordato sopra che London ha connotato il suo protagonista facendogli professare una fede spenceriana e nietzschiana. Tale connotazione ideologica si ricollega direttamente all’attivismo formale protestante weberiano. Spencer è un apologeta del capitalismo industriale, odia la presenza statale, apprezza la massima libertà individuale. Figura chiaramente quale ideologo nel solco dello spirito attivistico alla radice della società americana. A proposito della connessione di Martin Eden con Nietzsche posso aggiungere qualche parola di migliore approfondimento. In una mia analisi passata2 ho evidenziato i motivi per cui la filosofia nietzschiana scaturisca del tutto da elementi luterani rielaborati in una veste biologicizzante. Il volontarismo di Lutero (fratello gemello dell’attivismo calvinista) ritorna nella “volontà di potenza” di Martin come manifestazione appunto attivistica omogenea all’attivismo weberiano: a monte di tutto esiste un nevrotico schema mirante in modo irrazionale all’affermazione di sé quale segno di una elezione (in senso lato). Nel personaggio londoniano ritroviamo simile nevrosi. Non vediamo in lui riflessione e buonsenso. Egli percorre tutto il “cursus honorum” attivistico. Lo vediamo sfacchinare qua e là ciecamente.

 
Tutte le parti del romanzo che in tal senso possono apparire digressive, sono invece strutturalmente – in relazione all’ideale edeniano – agiografiche. Jack London mostra nella sua interezza e nella sua nitidezza quale dovrebbe/potrebbe essere il cammino di ogni Americano ortodosso (ortodosso, ovviamente, in relazione all’ideologia sociale dominante capitalistica). Il fatto che di ciò l’autore californiano non faccia apprezzamento, bensì condanna, si rileva dal fallimento esistenziale finale di Martin (nonostante sia approdato al successo) e dal suo suicidio. L’estremo gesto possiede un quid di romantico, a ulteriore dimostrazione che di culto della ragionevolezza nella mente del protagonista londoniano non ce ne fosse. Si suicida in maniera irrazionale come un qualsiasi Werther3, prigioniero del recinto nevrotico anziché aprirsi a nuove salvifiche soluzioni. Adesso è giunto il momento di esaminare questo rapporto sentimentale fra Ruth e Martin, dopo aver dipinto lo sfondo in cui si cala. Questa relazione, la quale si era costruita con l’ambiziosa meta di innalzarsi a matrimonio, costituisce il secondo asse portante del romanzo accanto al primo su descritto. Quantunque la coppia si fosse formata in modo spontaneo e senza ostacoli da parte della famiglia di lei, Martin e Ruth a lungo andare vengono a trovarsi su piani psichici differenti. Lei appartiene a quella categoria la quale altrove4 ho definito “tipi freudiani”. Vale a dire: la sua consapevolezza della libido è bassa, si mantiene a un grado di coscienza animale (lo Es freudiano). E si contrappone a lui il quale nutre una vocazione da “tipo junghiano”. Cioè di colui che potrebbe rielaborare la libido freudiana in vista di una nuova fase (la “fase culturale” junghiana) in cui questa non sia solo potenza animale: «Lui era ribelle, selvaggio, e in guise segrete la di lei vanità fu toccata dal fatto che egli era venuto così dolcemente alla sua mano. Allo stesso modo lei fu agitata dall’impulso comune di addomesticare la cosa selvatica. Era un impulso inconscio, e più lontano dai suoi pensieri che il suo desiderio era riplasmare l’argilla di lui in una somiglianza dell’immagine di suo padre, la quale l’immagine lei credeva essere la migliore al mondo. Non c’era là altro modo, al di fuori della sua inesperienza, per lei di sapere che il contatto cosmico che lei prendeva con lui era quella la più universale delle cose, amore, il quale con uguale potere trascinava uomini e donne attraverso il mondo, cervi costretti a uccidersi reciprocamente nella stagione degli accoppiamenti, e guidava anche irresistibilmente gli elementi a unirsi». Lucrezio e Schopenhauer traspariscono in tale brano. Martin Eden rimane in bilico sino alla autodistruttiva fine. Gode di talento e intelligenza tali da permettergli di smarcarsi dal giogo nevrotico, ma non sfrutta l’occasione, e getta tutto alle ortiche. In ciò Ruth gli dà una mano determinante. Ella non apprezza l’homo bensì il vir: non per niente è un tipo freudiano. Non dispone delle capacità intellettuale di Martin, e tutto sommato l’ostacola. Alla lunga gli mette i bastoni fra le ruote, sino al punto, delusa da lui, di rompere il fidanzamento. Ciò non vuol dire che Ruth sia disprezzabile. E colei che gramscianamente apprezza la conoscenza del latino: «I giocatori di calcio devono allenarsi prima del grande incontro. E ciò è quanto la lingua latina fa per colui che pensa. Allena». Non ha tutti i torti a chiedere un marito con una posizione salda. I livelli libidico e sociale cui appartiene glielo chiedono. Il mondo è strutturato perlopiù di mediocrità, e chi ci nasce quasi sempre non se ne libera. Ruth rappresenta una di costoro, incontra il talentuoso Martin, e dal canto suo non ne trae uno spunto di reciproca crescita spirituale junghiana. Fallisce il destino di una coppia il quale poteva essere più brillante e che però soccombe sotto la pressione ideologica dominante circostante. La madre di Ruth parlandole di Martin lo disprezza e privilegia il primato canonico dell’attivismo weberiano dove la felicità poggia le sue basi nella proprietà e nel denaro (il diritto alla felicità nella società americana indica queste due vie): «Lui non ha un posto nel mondo. Egli non ha né posizione né salario. Lui non è pragmatico. Amandoti, lui dovrebbe, nel nome del senso comune, apprestarsi a fare qualcosa che gli darebbe il diritto di sposarsi, invece di tergiversare attorno a quelle sue storie e a sogni infantili. Martin Eden, io ho paura, non crescerà mai. Lui non si sobbarca la responsabilità e il lavoro di un uomo nel mondo come tuo padre faceva, o come tutti i nostri amici, Mr. Butler per esempio. Martin Eden, io ho paura, non sarà mai uno ben remunerato [money-earner]. E questo mondo è strutturato in modo tale che il denaro è necessario alla felicità. Oh, no, non queste gonfie fortune, ma abbastanza soldi da permettere comuni conforto e decenza». In “Martin Eden” è venuto a mancare l’apporto di Ruth: «Quanto era grande e forte in lui, lei lo aveva smarrito, o, peggio ancora, mal interpretato. Quest’uomo, la cui argilla era così duttile che lui poteva vivere in qualsiasi numero di nicchie di colombaia dell’esistenza umana, lei giudicava testardo e più ostinato perché ella non poteva plasmarlo per vivere nella di lei nicchia, la quale era solamente l’unica che ella conosceva. Lei non poteva seguire i voli della sua mente, e quando il suo cervello andava oltre lei, lei lo riteneva eccentrico. Nessun altro cervello era mai andato oltre lei. Lei poteva sempre seguire suo padre e madre, i suoi fratelli e Olney; perché, quando ella non poteva seguire Martin, lei credeva il difetto in lui. Era la vecchia tragedia dell’‘insularità che tenta di servire come mentore all’universale». Non c’è stato il salto di entrambi alla volta di una “fase culturale” junghiana.

 
Il romanzo londoniano in questione costituisce una distopia psicologica. Ruth è quella che «mentre consapevole che la povertà era tutt’altro che dilettevole, lei aveva un confortevole sentimento borghese che la povertà era salutare, che era un incitamento acuto il quale esortava su al successo tutti gli uomini che non erano stati degradati e sgobboni senza speranza». Anche ella fa professione di maltusianismo e attivismo capitalistico. Rimane prigioniera mentale del suo mondo borghese, con i di lei pregi e difetti della di lei ingenuità. Prima della rottura del fidanzamento Martin fa la conoscenza del benestante Brissenden, un intellettuale sui generis, il quale lo metterà in contatto con altri intellettuali economicamente disagiati, la cui scoperta sorprenderà in positivo Martin dato il loro valore di pensiero. Brissenden lo spronerà a confrontare il peso intellettuale di Ruth con altri parametri più validi e obiettivi. Egli la definirà: «Quella pallida, raggrinzita, cosa femminile [that pale, shrivelled, female thing]». Brissenden inviterà Martin a volgersi verso lidi più maturi. Però «lui l’amava al punto che lui non la capiva completamente, e lei non poteva capirlo perché lui era così grande che lui si era ingigantito oltre il suo orizzonte». Una coppia evidentemente mal saldata dal destino e destinata al fallimento per via di carenza razionalistica. Egli, alla vigilia del suicidio, dirà a lei, essendo stato cercato da ella dopo il successo editoriale allo scopo di rimettersi insieme, le parole della disillusione: «Ho paura di essere un commerciante accorto, che guarda attentamente dentro i piatti della bilancia, che cerca di pesare il tuo amore e scoprire di quale genere di cosa esso è». Non si rimetteranno più insieme. Da un lato perché ella era rimasta sempre la stessa borghese, dall’altro perché l’animo di Martin guardava senza interesse a Lizzie Connolly, una donna del popolo innamorata di lui. Martin Eden al posto di voltare pagina, di iniziare una nuova vita più serena, porta alle estreme conseguenze il proprio individualistico attivismo. Perde interesse al mondo e alla vita, e decide di annegarsi in mare.
 
 
NOTE
 
Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.
 
1 Socialismo e finzione letteraria in Aleksandr Bogdanov e Jack London (2017).
 
2 All’interno del mio saggio Filosofie sadiche (2021) la parte recante il titolo Leopardi e Nietzsche: i profeti del male?.
 
3 Al riguardo indico uno scritto della mia pubblicazione Considerazioni letterarie (2014): Considerazioni sul Werther goethiano.
 
4 Si veda nel saggio indicato nella nota 2 la sezione intitolata L’irrazionalismo nevrotico di Kierkegaard.