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lunedì 9 marzo 2020

L’ACQUA E IL DIO BIBLICO

di DANILO CARUSO

L’acqua costituisce nell’immaginario umano uno dei simboli di maggiore successo. Sin dalla più remota antichità viene evocata al centro della vita dell’Universo. Essa rimane infatti imprescindibile al sostentamento dell’esistenza non solo degli uomini, ma altresì della flora e della fauna. Tale fondamentale importanza ne ha comportata assunzione di una valenza globale. L’immagine dell’acqua è stata spalmata sopra tutto ciò che avesse un particolare legame con l’origine della vita e la sua rigenerazione (in senso lato). Nelle elaborazioni cosmogoniche arcaiche il passaggio da uno stadio di disordine a una condizione di ordine viene pensato come un uscire fuori dalle acque. Dal Caos, il quale è l’apertura di simile transizione, si passa al Cosmo. La gestazione femminile e l’immersione del feto nel liquido amniotico hanno rappresentato uno scenario microcosmogonico. L’elemento acqueo è femminile, e dunque collegato a divinità donne. La pluralità di Dei scaturisce dall’apertura di una Grande Madre posta quale patrona dell’acqua intesa come principio assoluto. Quando Talete proclamò il suo archè, si può concludere che la bontà intellettuale di quell’operazione sia stata non tanto quella di indicare l’acqua quanto quella di laicizzarla in una direzione schiettamente scientifica, poiché la base della sua riflessione partiva da un background culturale già molto significativo al proposito. Le religioni del Vicino Oriente Antico stettero sempre un passo indietro rispetto alla filosofia greca, con l’eccezione degli Egizi dai quali anzi i Greci ripresero spunti centrali. All’esterno dell’Egitto la riflessione mitologica che in Grecia si trasformò in filosofia altrove si imbarbarì. La cosmogonia ebraica biblica, a una corretta lettura del testo, evidenzia una degradata conformità strutturale con comuni parametri antichi. Anche qui gli Dei vengono fuori da acque primordiali assieme all’elemento terreno che un demiurgo poi provvede a ordinare come nel “Timeo”. Nella cosmogonia biblica, variamente rielaborata da teologi, sino a farle dire ciò che in effetti non contiene, compaiono i classici “quattro elementi”: acqua, terra (la materia da plasmare), aria (il principio determinante, il soffio divino: diverrà lo Spirito Santo, Dominus et vivificans), fuoco (il Sole, il Dio veterotestamentario). C’è qualcosa che vagamente assomiglia a una processione di ipostasi plotiniane, con a monte l’acqua e nessuna creazione dal nulla (un’idea estranea all’Ebraismo antico). Nelle Scritture l’immagine dell’elemento originario caotico rappresenta qualcosa da ordinare e dominare. Dio, una divinità nazionale prodotto di una fusione neoatonista e asiatica, separa le acque, quelle terrestri da quelle spaziali: perché agli occhi degli osservatori del passato il cielo era una calotta al di sopra della quale c’era un mare cosmico. Così pure per gli Ebrei: tutto si trova immerso, ma in larga parte ordinato in funzione della sopravvivenza mondana in seguito all’emersione dal disordine primitivo, nell’acqua. Simile “al-di-là-del-cielo” torna in Platone (iperuranio). Il filosofo ateniese parla tra l’altro del «gran mare del Bello» (“Simposio”): sta parlando del grembo della Grande Madre dove si trovano le Idee. La misoginia della tradizione giudeocristiana trae origine nel totale rifiuto del basilare potere cosmico del femminile. Prima della genesi dell’Universo infatti esistevano solo le acque primordiali, soggetto occultato di Genesi 1,1: X produsse gli Dei, i cieli (sopra e sotto la fantasiosa calotta di copertura ermetica su una superficie piana) e la terra (la base d’appoggio). La suddetta incognita da cui parte la cosmogonia è femminile, è simboleggiata dall’acqua, elemento in sé sempre in movimento, lontano dalla rigidità formale. Ogni rito religioso avente a che fare con abluzioni e immersioni, come il battesimo, simboleggia una rinascita spirituale, un ricominciare-da-capo, un’uscita e un abbandono del disordine precedente. L’episodio di Gesù che cammina sulle acque esprime il concetto della sua superiorità sul disordine, la superiorità (nell’elaborazione nevrotica misogina) del maschile-Logos sul libidico-femminile: non per niente la donna è la “porta del Diavolo”. Altri passi evangelici non risultano dunque poi così oscuri a ben guardarli: rinascere-da-acqua-e-spirito vuol dire cambiare, essere rideterminati (spirito) fuoruscendo dal disordine (acqua); oppure, l’acqua sgorgata insieme al sangue dal costato di Cristo morto in croce indica il suo stato di decesso, di perdita dell’ordine organico e della vita (sangue). Nella cosmologia biblica, d’altro canto, compaiono dicotomie ontologiche: alto/basso, ordine/disordine. In cima a tutto starebbe l’Altissimo, il Dio principale (fra una pluralità: enoteismo), colui che ha ordinato la materia; e in basso l’abisso delle acque, la profondità che resiste all’imposizione dell’ordine. Per inciso: la teoria dei “luoghi naturali” di Aristotele recupera tale idea della cultura antica, seppur riproponendola dentro un tentativo di indagine scientifica. Nel caso della Scrittura si tratta di un canonico schema della religiosità radicale riproposto nella contrapposizione luce/tenebre: Sole/acqua (nella profondità dell’abisso c’è buio). Il Dio veterotestamentario distrugge il mondo che ha prodotto mediante un diluvio universale: è la terrificante, e deterrente, storia (inventata riguardo alla Terra) di una palingenesi umana. Per mezzo dell’acqua, del disordine, egli stermina tutti quelli che non sono suoi fedeli: il mondo rinasce così dalle acque come da un battesimo. Il “diluvio universale” è allegoria di un “battesimo universale” (per immersione). Non sembra neanche casuale che un nato-dalle-acque, Mosè, sia stato il liberatore, l’ordinatore e il legislatore di un popolo per  conto di un Dio solare (inquadrato quale il più importante: il primo, il numero uno, si veda Dt 6,4 ben tradotto). La mitologia biblica contiene significati afferrabili unicamente studiando il pensare antico. A posteriori la sovrapposizione di una teologia estranea alla lettera, costruita con categorie filosofiche greche, ne distorce la conoscenza a beneficio di altro. La parabola narrativa di Mosè parte dal basso delle acque (la nascita) e culmina in cima al Monte Sinai (in alto) con la proclamazione del modello enoteistico nazionalista. Il Dio ebraico si accanisce sugli Egizi in modo molto violento e per niente evangelico (al pari del diluvio universale), avendo tutela soltanto dei propri fedeli. E ancora una volta mediante l’acqua annienta, alla fine l’esercito egizio all’inseguimento dei profughi Ebrei (esuli atonisti). Egli usa l’elemento acqueo nell’AT quale strumento di morte di massa. Nel NT, il nuovo Dio grecizzato dai Giudei alessandrini, introdurrà l’acqua come veicolo di salvezza: il sacramento del battesimo.


NOTE

Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.

Per approfondimenti:

1 - IL  DIO DEL TANAK NON È SOLO

2 - RADICI EGIZIE NELLA COSMOGONIA EBRAICA

3 - ANTROPOGONIA E ANDROGINIA NEL SIMPOSIO E NELLA GENESI

4 - RADICI SUMERE DI EBRAISMO E CAPITALISMO

5 - ABRAMO O DELLA CONTRADDIZIONE TEOLOGICA

6 - SIMONE WEIL / FILANTROPIA E FEDE DI UNA FILOSOFA

7 - CRISTIANESIMO E VERITÀ IN SIMONE WEIL

8 - L’ORIGINE IDEOLOGICA DEL CRISTIANESIMO