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giovedì 10 agosto 2017

“EQUILIBRIUM” E LA RIVINCITA JUNGHIANA DELL’EROS

di DANILO CARUSO

Nel 2002 è uscito il film “Equilibrium”, avente regia e soggetto di Kurt Wimmer. L’interessante trama e l’ambientazione distopica mi hanno indotto a superare lo spirito dello svolgimento scenografico alla volta di un junghiano spirito del profondo che il regista aveva rivestito con varie maschere e simboli. Sulla consapevolezza di Wimmer nel mettere in scena contenuti i quali la mia analisi farà venire a galla, non posso dire niente: posso essere certo di quello che sta dietro/dentro a questa pregevole opera cinematografica, ma non sono in grado di esprimermi sul primordiale viaggio wimmeriano di tale nocciolo. In suddetto film ho intravisto un’allegoria di un fenomeno nevrotico di cui ho già parlato più volte: la nevrosi religiosa la quale colpisce i convinti credenti del Cristianesimo1. La mia trattazione della materia è stata svolta con l’ausilio degli strumenti della psicologia analitica, cui faccio riferimento. Quindi, in breve, ricorderò che la figura di “Gesù Cristo” è il risultato di un’imposizione semiotica a un complesso psichico il quale costituisce causa dello spezzamento dell’asse delle funzioni razionali individuali (ragione e sentimento) a beneficio di un arroccamento. La ragione, il logos, rigetta il suo opposto nel corso di un indebito movimento psichico frantumando la sana struttura. Il sentimento, in realtà, non rappresenta una prerogativa irrazionale: l’asse dell’irrazionalità, su cui si trovano intuizione e percezione, incrocia quello della razionalità, e ne rimane distinto. L’anomalia su descritta spinge a considerare erroneamente tutto ciò che si differenzia dalla singola capacità razionale. Nella sostanza qui il caso, molto grave, si circoscrive al rifiuto radicale della facoltà sentimentale. E giacché, a livello simbolico, il maschile denota la razionalità e il femminile la sentimentalità, ogni cosa in possesso di una connotazione riconducibile alla femminilità diviene espressione di male. Ciò spiega, a mio avviso, parecchio dei difetti della discriminatoria, e mortale, tradizione culturale giudaicocristiana. La misoginia, l’omofobia e l’antisemitismo consolidatisi nel Cristianesimo hanno quest’origine psichica. Al complesso responsabile di queste dinamiche si dà il nome di “Gesù Cristo”: il Logos per eccellenza, non sposato, incontaminato da donna. Il film di Wimmer, in parole povere, ripropone il sistema totalitario della Chiesa, scaturito dalla nevrosi sopra da me illustrata. Nel mio saggio “Il Medioevo futuro di George Orwell”2 ho spiegato come “1984” non esprima altro che il totalitarismo ecclesiastico medievale. Perciò quando in “Equilibrium” si notano tracce distopiche orwelliane o bradburiane, si constata qualcosa celante un circuito di collegamenti concettuali più ampio (nel modo in cui vedremo ancora oltre). Le vicende del film si svolgono nel 2072, un’epoca durante la quale il nuovo governo umano ha bandito l’emotività (espressione del sentimento), ritenuta deleteria manifestazione nei confronti dell’umanità (e ciò senza fare distinzioni tra emozioni, passioni, eccessi distruttivi). L’intero insieme emotivo, ossia il “femminile” non può più aver luogo: chi trasgredisce il nuovo “ordine razionale” è passibile di condanna capitale. I metodi miranti a impedire la sopravvivenza di stati o inclinazioni emotivi sono due: la radicale distruzione dei veicoli provocatori (tutti i beni letterari e artistici; si pensi in relazione alla Chiesa, ad esempio, all’“Indice dei libri proibiti”), e l’uso di un farmaco. Il Prozium, obbligatorio (come i sacramenti), ricorda nel nome il noto antidepressivo Prozac; e dunque essendo il Prozium un oppio per il popolo, ben si rivela la sua valenza religiosa in chiave interpretativa (non è fuor di luogo ricordare l’identico nel fine formale, però differente nei connotati, “soma” huxleyano). Le analogie con la mia premessa teorica proseguono. Il nome del nuovo Stato, “Libria”, rinvia all’idea di bilancia, a quell’“equilibrium” che dà titolo al film, l’equilibrio (malato) della rinnovata nevrosi maschilista e pseudorazionalista. Il gruppo operativo formato a difesa dell’ordine costituito, composto di una sorta di uomini a metà strada fra gesuiti e templari, viene chiamato “Tetragrammaton”, ma “tetragramma” è altresì l’insieme delle lettere ebraiche riproducenti il nome del Dio veterotestamentario (il Padre che nel Nuovo Testamento ha inviato il Figlio-Verbo). Non è un caso che il capo supremo dello Stato sia denominato Padre (un nomoteta “Father”), l’espressione di una volontà indiscutibile, alle cui dipendenze sono i membri del “Tetragrammaton”, i “cleric” (gli ecclesiastici, altro termine che non viene usato a caso). La storia del film wimmeriano ruota attorno al cleric John Preston (interpretato da Christian Bale), cui verrà intimato di vivere la sua condizione di servizio alla stregua di una fede, e che riuscirà a liberarsi dall’azione oppressiva pseudorazionalistica. Tuttavia prima che ciò avvenga egli ha già perso la moglie condannata e bruciata (il che ricorda i metodi della Chiesa nei riguardi di streghe ed eretici) per aver dato spazio alle emozioni. La stessa sorte, riservata a Libria nei confronti dei condannati a morte, toccherà a un’altra donna entrata in contatto con Preston, Mary O’Brien (qui ci sono due reminiscenze; una orwelliana nel cognome e una cristiana tramite il nome della Maddalena: si crea un ossimoro concettuale che chiarirò fra poco). Alla fine John Preston abbatterà il regime nevrotico di Libria assieme all’organizzazione dei ribelli (di mente meglio equilibrata). In tutta l’allegoria wimmeriana non possiamo fare a meno di notare una gamma di tangenze concettuali con quanto Jung dice nel “Liber novus” a proposito di Elia e Salomè, vale a dire di quei simboli presentatisi alla sua coscienza, nel corso delle sue esperienze psichiche trascendentali, a indicare le funzioni dell’asse della razionalità: logos ed eros. Le parole junghiane specialmente nella pertinente sezione di commento sopra l’incontro con simile coppia, sono profonde e chiare. Elia, il biblico profeta (una delle peggiori figure dell’Antico Testamento), recita la parte di “padre” di Salomè. Egli appare maschera di quella ragione arroccantesi da me descritta, infatti sua figlia è cieca. Salomè riacquisterà la vista quando Jung prenderà coscienza dell’eros represso (e di conseguenza Elia si indebolirà nel suo tratto ieratico). La stessa cosa accade al cleric Preston in “Equilibrium”: prenderà consapevolezza del “femminile” emarginato e del fatto che il Father è in realtà un’inconsistente maschera del potere sugli uomini. Jung spiega che il rigetto antierotico viene compensato con una vocazione al dominio temporale di stampo religioso: ecco il Cristianesimo, non solo, medievale. Il parallelismo qui illustrato è notevole: la Chiesa e Libria, l’Io junghiano e John Preston, Elia e il Padre, Salomè e Mary O’Brien. L’ossimoro di cui ho fatto cenno riguardo a quest’ultima costituisce un equivalente della cecità di Salomè. 
Un altro dettaglio della storpiatura nevrotica pseudorazionalistica si rintraccia nella bandiera di Libria: c’è una croce greca in campo rosso (nel film compare inoltre la huxleyana croce commissa, di non minore rilevanza religiosa cristiana3). Detta croce greca, formata dalla giunzione alla base di quattro T antoniane, raffigura in “Equilibrium” il simbolo del potere religioso mondano (potere di cui Jung chiarisce l’origine); il rosso nel testo junghiano è definito il colore dell’eros: cosicché vediamo rappresentata l’idea della ragione deviata su di sé, la quale ingabbia il sentimento autentico e lo rimpiazza con surrogati nevrotici e un amore desessualizzato (la sempre vergine Maria che dà alla luce Gesù, concepito per opera dello Spirito Santo, costituisce il non plus ultra teologico in merito). Se volessimo riassumere la rivincita descritta dell’eros junghiano in un’immagine istantanea, potremmo indicare l’allegoria di un quadro del 1926 di Max Ernst: “La Vergine castiga Gesù Bambino davanti a tre testimoni:  André Breton, Paul Éluard e il pittore”.

NOTE

Questo testo, assieme ad altri di recente pubblicati in HUMANITAS, sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.

1 Per approfondimenti suggerisco la lettura di due miei saggi:
1) “Mitopoiesi junghiana in Clive Staples Lewis (2017)”
2) “L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017)”


3 Si veda in basso a pag. 5 del mio saggio “Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015)”

martedì 1 agosto 2017

UN SAGGIO SUI ROMANZI MARXISTI DI BOGDANOV E LONDON

“Socialismo e finzione letteraria in Aleksandr Bogdanov e Jack London” di Danilo Caruso è un’opera di analisi critica sopra due celebri testi: “La stella rossa” e “Il Tallone di Ferro”. Entrambi usciti nel 1908, si prestano a un’introspezione non soltanto di matrice junghiana, la quale dischiude particolari prospettive di considerazioni. La dialettica nella psiche singola (Io / parte complementare sessuale) e quella, parallela e analoga, conducente alla sizigia (anima/animus) giocano parti determinanti per la comprensione della struttura profonda celata dietro ai rispettivi racconti. Un ampliato approccio di natura storico-filosofica completa il quadro analitico con pari precisi riferimenti nell’offrire una visione d’esame unitaria per ciascun libro. Le loro protagoniste femminili ricoprono un ruolo principale nella rivelazione di contenuti concettuali di primo piano, i quali si estendono ben al di là di una semplice superficie narrativa.



Murale di Diego Rivera risalente agli anni ’20 (“Distribuzione delle armi”), con Frida Kahlo nell’atto di dare fucili ai proletari.

LA MANO FANTASMA DI CHARMIAN, UN SOCIALISMO IMPETUOSO E JACK LONDON

di DANILO CARUSO

Di sicuro dev’esserci un inferno, poiché in nessun
 posto minore potrebbe essere possibile per voi
ricevere la punizione adeguata ai vostri crimini.
Finché voi esistete, c’è un bisogno vitale del
fuoco infernale nel Cosmo.

Credetemi, nel momento in cui arrivo a gettare
bombe, farò danni. Ci sarà di più che fumo
nei miei petardi.

Jack London, “The Iron Heel”


Il Californiano Jack London (1876-1916) è stato uno dei più prolifici autori della letteratura mondiale. Sua madre era una spiritista e insegnava musica; non si sa con esattezza chi fosse il di lui padre: quello presumibile, un astrologo di origine irlandese, la abbandonò durante la gravidanza, e lei si sposò con un altro uomo nell’anno di nascita dello scrittore, il quale da lui prese il cognome. Quando Jack scoprì per caso nel 1897 la verità sulla sua venuta al mondo, e che la madre allora aveva cercato di suicidarsi in seguito alla richiesta d’aborto del partner, rintracciò il presunto genitore il quale se ne lavò le mani adducendo una sua impotentia coeundi e che le affermazioni a di lui carico fossero calunniose. Quest’episodio e le sue inevitabili conseguenze sull’animo del giovane scossero la vita futura dello scrittore per parecchio tempo, divisa tra impegno intellettuale e ricerca di un orizzonte pratico. Abbandonati gli studi regolari, fu un autodidatta. Non disponendo di risorse economiche ampie sino all’affermazione letteraria, si diede da fare con enorme spirito di sacrificio in vari ambiti (anche illeciti). Ebbe una vita abbastanza priva di buon senso e moderazione, il che non giovò alla sua salute. “The Iron Heel” di Jack London, romanzo distopico pubblicato nel 1908, è un testo dove l’autore non ricerca comuni vie di affabulazione salottiera. Si presenta roccioso e tenace, forte e cosciente della verità in esso contenuta. Colpisce chi è abituato a un clima mediatico soft, urta senza dubbio i perbenisti di qualsiasi schieramento, lascia indifferenti gli sprovveduti lettori i quali lo scalano sprovvisti dell’opportuno equipaggiamento mentale. La veemenza londoniana rischia di rimanere mal compresa se non ci caliamo nel contesto storico i cui effetti negativi e le cui cause sono evidenziati e denunziati all’occhio della giustizia sociale. Il capitalismo angloamericano ottocentesco non è stato una bestia gentile. Questo famelico vampiro dalla Rivoluzione industriale di fine ’700 proseguiva lo sfruttamento umano ai tempi del libro di London. Egli può sembrare aspro nel sostenere le sue idee marxiste, ma la sua asperità nel romanzo offre un percorso che non è oggigiorno per tutti. Si può leggere il racconto dalla prima all’ultima pagina, tuttavia capirlo a fondo è altra cosa. Se non ci rendiamo conto della lotta, non solo ideologica, tra il capitalismo americano il socialismo londoniano, non avremo compreso molto. L’autore californiano si mostra, se così vogliamo dire, “feroce” perché il suo avversario è spietato. “The Iron Heel” ha la superficie di un ludo letterario gladiatorio distopico: questa maschera costituisce parte della verità sostanziale di un più denso narrato, il quale la sfrutta a mo’ di cavallo di Troia presso i lettori (ecco una considerevole abilità). Quindi vedremo che il confronto tra socialisti e capitalisti negli USA veste i panni di una dialettica durissima e reale: al di fuori di questa realtà il testo può apparire all’ingenuo osservatore esagerata fantasia rivoluzionaria, quando tale atteggiamento trova invece comprensione (e forse anche giustificazione) nella vampiresca vocazione messa in pratica dal capitalismo. Rimane scontato che davanti alla ragione non si possa teorizzare una gratuita azione violenta, però il marxismo di London assume spunti di legittima difesa da un assalitore che non desiste. Pertanto il suo impeto di giustizia non sorge da folli elucubrazioni interiori, bensì dall’osservazione dei fatti, i quali sono, come affermerà il protagonista del romanzo (Ernest Everhard), il fondo obiettivo da prendere a riferimento nelle valutazioni e nella conoscenza. Personalmente non condivido la condanna londoniana della metafisica (e per giunta apprezzo il pensiero filosofico di George Berkeley, da lui criticato), ma non mi sento di non offrirgli la mia comprensione nei confronti di quelli che a me paiono limiti intellettuali (poiché io sono di indirizzo spiritualista). Il fatto che «Berkeley manteneva l’invariabile condotta di attraversare le porte invece dei muri» non è «prova che la metafisica di Berkeley non andava bene»: si può replicare che in genere gli uomini hanno l’obbligo ontologico di rispettare le leggi di Natura. È corretto dire che i fatti costituiscono la verità delle cose (verum et factum convertuntur), però che questi siano circoscrivibili a un ambito materialistico secondo me è falso: ci sono eventi metafisici, ad esempio le emozioni, le idee nella nostra mente, che non credo prodotti di una distillazione biochimica (la quale sarebbe una facciata fisiologica e non il movente. Un altro punto filosofico in cui divergo da London viene offerto da quel brano dove egli dichiara il marxismo estraneo a Rousseau: non è così. Lo stato di Natura rousseauiano ritorna in Marx nella definitiva “fase comunista” della storia, dopo la “dittatura del proletariato” (“fase socialista”). Restituiamo comunque la parola a Jack London e al suo interessantissimo racconto il quale, allorquando registra, esamina, e giudica i fatti sociali, è inoppugnabile. Messa da parte la sua repulsione metafisica, non possiamo misconoscere la sincerità della sua ansia di giustizia. La crudezza di Ernest al cospetto di un alto religioso ricorda alcuni toni evangelici nel momento in cui attacca lo storico connubio “Cristianesimo / potere politico-economico” (un’alleanza che ha tenuto ai margini e sfruttato gli altri): «L’uomo ordinario è egoista. […] Egli non dovrebbe essere così, ma continuerà a esserlo sino a quando vive in un sistema sociale che è fondato sopra l’etica del maiale [pig-ethics]. […] La pig-ethics […] è l’essenza del sistema capitalistico. E quello è ciò grazie a cui la sua chiesa sta in piedi, ciò che voi avete intenzione di proclamare tutte le volte che andate sul pulpito. La pig-ethics! Non esiste altro nome per essa. […] Il proletariato è cresciuto al di fuori della Chiesa e senza la Chiesa. […] E non scordate che, ogniqualvolta un ecclesiastico protesta, egli subisce l’emarginazione [si veda ad esempio il caso di Don Milani, in aggiunta a quello letterario del vescovo Morehouse, cui queste parole sono rivolte; n.d.r.]». Il machiavellismo vaticano non ha consentito nei secoli input di reale miglioramento della società, come del resto ha fatto il Cristianesimo in generale. Nel ’900 gli ortodossi in Russia sono stati meno fortunati dei protestanti in America, dove per altro verso la schiavitù dei neri negli ambienti religiosi aveva trovato teorici ben disposti a recuperare basi bibliche e teologiche (London ricorda ciò, e in effetti nella Bibbia non c’è un rigetto dell’istituto schiavistico). Primaria voce narrante di “The Iron Heel” è Avis Cunningham, figlia di un borghese progressista, un professore universitario, il quale ha introdotto nella sua casa di Berkeley e negli ambienti alti dell’area di San Francisco l’autodidatta proletario Ernest (un intellettuale marxista che «aveva una padronanza enciclopedica del campo conoscitivo»), alter ego di Jack London. Quest’impostazione narrativa non mi ha lasciato indifferente. Il pretesto, proiettato nel futuro, di un manoscritto femminile (vergato nel 1932), scoperto e pubblicato nel XXVII sec. (con una breve premessa e note di commento di tal Anthony Meredith), manoscritto il quale racconta la storia distopica, ha già di per sé il pregio di una posizione femminista, non misogina (quindi lontana dalla tradizione giudaicocristiana). Questa prospettiva espositiva è ben riuscita perché concede a Avis una profondità del personaggio la quale, in veste di junghiano, ritengo testimonianza del pregio del romanzo. Il testo di Avis inizia il suo racconto nel (futuro) 1912: la protagonista, allora ventiquattrenne, è una giovane donna di cui London elogia le «woman’s intuitons» e la quale constata che «la forza virile era un’irresistibile attrazione nei confronti delle donne». Ci sono gli elementi nel racconto per concepire l’avvicinamento tra Avis ed Ernest (che finiranno per sposarsi) in termini junghiani. Un Io femminile si avvicina al proprio “animus”, perciò ha luogo un’alchemica sizigia anima/animus. Ernest si presenta nei panni di difensore della razionalità contro l’irrazionalità nevrotica capitalistica: «I socialisti erano rivoluzionari […] i quali lottavano al fine di sovvertire l’irrazionale società del presente e fuori di essa costruire la razionale società del futuro». A dire la verità, vedo nella costruzione di suddetta cornice muliebre del quadro narrativo, e nella stessa sostanza del personaggio di Avis, una mano di donna. Ho un fortissimo sospetto che il testo originario del romanzo londoniano sia stato quanto meno ben limato dalla seconda moglie dello scrittore americano. Alcune acutezze femminili inerenti alla figura della voce narrante ufficiale, a mio parere, hanno provenienza dalla psiche di una donna. Il meccanismo junghiano su rilevato (anima/animus, Avis/Ernest) non penso venisse in toto dal sacco di London. Si tratta di una farina mista, molto raffinata. Sono propenso a ritenere che, nella redazione di “The Iron Heel”, l’autore avesse trovato una Diotima nella consorte. Charmian Kittredge (1871-1956; una persona molto emancipata in campo sessuale), sua seconda sposa (dopo una di luiseparazione) dal 1905, possedeva i requisiti di studio utili a compiere ciò che suppongo. Ciò non significa sminuire Jack London: tutti possiamo imparare da tutti, e poi in comunione spirituale di beni – eccettuato il metodo abusivo di Walter Keane – è ammissibile un siffatto reciproco sostegno fra coniugi. Se Charmian ha scelto di restare di sua volontà defilata in tale eventualità di collaborazione, va rispettata la sua posizione. Ma lo sguardo critico non può ignorare qualcosa che a me sembra più che un dubbio nel processo di gestazione della distopia. Rinvengo infatti nel testo tratti di un bipolarismo maschile/femminile, e la cosa, in rapporto all’idea di un redattore unico, mi pare strana sotto il profilo psicologico (si veda in particolare l’elevata concentrazione di “femminilità” nella seconda metà del cap. XI e nel cap. XIX). Questo fenomeno è di certo involontario, dato che il romanzo ha natura sociopolitica. Modelli introspettivi biforcati, molto profondi, non si addicono a uno scrittore materialista il quale si identifica appunto in Ernest. Jack London è costui; Avis, secondo il mio avviso, è Charmian, la quale potrebbe/dovrebbe essere la fonte diretta di regia della prima. Il complesso di annotazioni di approfondimento di Anthony Meredith non esprime una personalità forte, egli è un fantasma dell’utopia e non assume una rilevanza caratteriale: è descrittivo, critico sì, ma piuttosto distaccato (come esige del resto la costruzione testuale di “The Iron Heel”); dunque possiamo immaginarlo come una colla di pesce narrativa. A ulteriore sostegno della mia ipotesi posso ricordare che l’autore californiano non era estraneo a ricevere una mano d’aiuto da parte delle donne a lui vicine. La prima moglie Elisabeth Maddern (1876-1948), da cui ebbe due figli, era un supporto nella materiale redazione su carta dei testi londoniani. Testimonianza invece di una collaborazione attiva, durante il primo matrimonio, si ha invece nell’esplicita circostanza di un romanzo epistolare scritto assieme a un amante (la socialista Anna Strunsky): “The Kempton-Wace letters”. Al di fuori di Charmian, nella circostanza di “The Iron Heel”, non intravedo altra donna disponibile a essere l’apportatrice di un contributo sostanziale, e non vale la pena andare lontano in operazioni così delicate (peraltro il secondo matrimonio di Jack London fu per lui più felice rispetto al precedente). Nella realtà dei coniugi London e nel romanzo trova sede un circuito di reciprocità il quale abbraccia il concreto e la finzione. Un altro grado di elementi ad appoggio della mia idea che Charmian London avesse messo qualcosa di sé nella creazione della distopia proviene da alcune precise accuse di plagio nei confronti dello scrittore americano, una delle quali riguarda proprio “The Iron Heel”, e per la precisione il cap. VII (ricalcante “The bishop of London and public morality” di Frank Harris). Tutto questo prova che Jack in qualche modo si arrangiasse, percorrendo vie non del tutto limpide nel corso della scrittura dei suoi libri. E di ciò non faccio una colpa, un demerito, un limite, come ho già puntualizzato. In effetti della produzione letteraria londoniana, pari a circa 20 milioni di battute, è molto considerevole in relazione a uno scrittore morto quarantenne; avrebbe una media annua non inferiore al milione, mentre una media più normale si aggirerebbe intorno a 300.000 battute. Il che fa riflettere sui suoi possibili metodi. Ma non ci sarebbe da scandalizzarsi. London era uno scrittore autentico; quanti oggi, maldestri da non saper nemmeno copiare, scrivono senza conoscere bene la grammatica della lingua in cui si esprimono, o pensando che redigere uno scritto equivalga a riempire le pagine di parole (magari di pensierini fluttuanti nell’anarchia). Pertanto la cosa opportuna da fare, secondo il mio punto di vista critico, è comprendere i fenomeni della scrittura londoniana, e proseguire l’analisi della distopia tenendo presente il metro di lettura che ho assunto e chiarito. Nel romanzo Avis, approfondendo la vicenda di un uomo licenziato dopo aver perso un braccio lavorando come prestatore d’opera in una s.p.a. cui partecipa la sua famiglia, scopre a poco a poco, dando prosecuzione a una primordiale sollecitazione di Ernest, lo squallore dei sepolcri imbiancati del capitalismo. Scarsissime, pressoché nulle, sono le tutte le nei riguardi degli operai, giacché le imprese grazie ad abili avvocati e al personale dipendente adeguatosi ai diktat del profitto, superano indenni le cause giudiziarie per incidenti sul lavoro: nessun riconoscimento assicurativo viene dunque concesso a chi subisce un danno inabilitante, in nome della difesa dell’accumulazione del capitale. Media asserviti garantiscono il silenzio sulle scomode fastidiose verità. Un aspirante giornalista dice a Avis, a proposito del gravissimo infortunio oggetto della di lei ricerca, e sul quale ella avrebbe voluto si pubblicasse la verità a vantaggio di quell’uomo: «Noi siamo organici ai gruppi di interesse […]. Se lei pagasse le quote degli annunzi, non potrebbe far giungere qualche argomento simile dentro il giornale». Su tutte le ingiustizie, a scapito di soggetti rimasti disoccupati e invalidi, si erge il delirio della grande ipocrisia ideologica liberista da parte dei capitalisti. Riguardo a costoro ribadirà Ernest a Avis: «Quando loro vogliono fare una cosa […] devono attendere sino a che là nei loro cervelli germogli, in un modo o nell’altro, un concetto […] stante il quale la cosa è corretta […], ignari del fatto che un lato debole della mente umana è che il volere [the wish, la voluntas schopenhaueriana; n.d.r.] è genitore nei confronti del pensiero. […] Loro vedono persino la loro maniera di agire male in un’ottica in virtù della quale possa venire il giusto [qui c’è parecchio del metro comportamentale del Dio veterotestamentario; n.d.r.]. […] Loro si eleggono arbitri dei fatti di milioni di affamati e di tutti gli altri milioni dati in aggiunta». I capitalisti si sentono al pari di Elohiym, e la nevrosi weberiana ne condiziona la psiche1. Jack London coglie detto contorto intreccio di religione cristiana (non solo protestante) ed economia capitalistica, tuttavia il suo deficit materialistico non gli offre l’opportunità di maturare una visione avanzata della dicotomia marxiana struttura/sovrastruttura. Il volontarismo nevrotico, l’ambizione di salvezza dalla morte e di eterna beatitudine, rappresentano una costellazione ossessiva posta sotto la struttura socioeconomica, dentro la persona. È dall’universo psichico che l’apparato strutturale trae origine, ritornando in forme simboliche e allegoriche nella religiosità sovrastrutturale: in contesti capitalistici la religione cristiana non è un optional, rappresenta la punta dell’iceberg. Il capitalista prende molto dall’immagine del Dio veterotestamentario. Il capitalismo estremo configura oggettivamente le basi di uno scontro sociale il quale può degenerare nella violenza a causa della mancanza di equilibrio e moderazione. La dicotomia sfruttati/sfruttatori genera rivoluzionari, e la storia lo dimostra. Questo tema crea il motivo della tensione emersa nel romanzo durante l’iniziale episodio di confronto ideologico svoltosi al club degli amanti-della-scienza (filomati). Il duello verbale intrapreso da Ernest costituisce lo specchio di una situazione reale dominata da vampiri pronti all’uso radicale della forza pur di proteggere e mantenere le loro posizioni di predominio e potere. London dipinge i suoi avversari con i caratteri che li distinguono: «egoismo […], assenza di vita intellettuale […],[…] stupidità della classe dominante[…],[…] volgarmente materiali […],[…] senza una reale moralità […]». Quasi tutta la gamma borghese si identifica in questo DNA. In quel dibattito, come prima, nel romanzo, Ernest mette i capitalisti alle strette. Tra l’altro sottolinea il modo in cui al moderno progresso scientifico e tecnico si è accompagnato, in maniera inversamente proporzionale, il regresso delle classi sociali basse coinvolgendo ancor meglio nella barbarie del lavoro salariato i piccoli, strappati a una corretta crescita. L’autore della distopia in precedenza aveva rammentato altresì che gli speculatori non si fossero fatti scrupoli, dagli albori del regime capitalista nella società occidentale, a utilizzare manodopera muliebre non osservando criterio alcuno di riguardo (in omaggio a quella “mano invisibile” la quale ha impoverito i più e arricchito un’oligarchia): l’intervento della legislazione statale in queste materie è giunto ovunque in ritardo, similmente alla dottrina sociale della Chiesa. Vale a dire quando non si poteva fare a meno di porre un argine alla degenerazione che avrebbe caricato di risentimento e di velleità sovvertitrici gli spiriti rivoluzionari esasperati da ingiustizie ai limiti dei crimini contro l’umanità. Andando avanti nel testo London non trascura di indicare la vocazione irrazionalistica del capitalismo anche nella dinamica fra i detentori della ricchezza, poiché «il gioco degli affari è di fare profitti a scapito di altri, e prevenire gli altri dal fare profitti a vostro svantaggio». Nel momento in cui imprenditori di livello inferiore sono sopraffatti da grandi gruppi affaristici, emerge l’ipocrisia di rivendicazioni difensive di fronte alle sconfitte in campo economico (relativismo pragmatico). La riflessione londoniana conduce in direzione di spunti critici di pertinenza aristotelica, riferiti al concetto di “politeia”. Non sempre ne viene colto il significato in maniera nitida. Si parla di Aristotele come del teorico di una società fondata sulla classe media, il che non rende alla perfezione la sua idea. La “politeia” aristotelica esprime in primis degli indicatori negativi: gli eccessi che debbono essere evitati (la sua interiorità costituisce materia successiva). Una società ben funzionante dev’essere equilibrata, non deve contenere il disagio diffuso (presso il proletariato) e una ricchezza estrema (in possesso di pochi). Jack London nel suo marxismo è involontariamente aristotelico nella sua denunzia messa in bocca a Ernest. La “politeia” londoniana è, a suo modo, lo Stato socialista. Il sistema sociale degli USA giace nelle mani dei gran sacerdoti del Dio denaro: «Professionisti e artisti sono oggi servi feudali in ogni cosa tranne che nel nome, mentre gli uomini politici sono dei paggi. […] Professori, predicatori e direttori di giornale mantengono i loro lavori tramite il servire la Plutocrazia, e il loro servizio consiste nella diffusione solo di idee le quali sono o innocue o apologetiche nei riguardi della Plutocrazia. Tutte le volte che diffondono idee minaccianti la Plutocrazia, costoro perdono il loro lavoro, nel qual caso, se questi non hanno provveduto per il giorno piovoso, discendono nel proletariato e o periscono o divengono agitatori popolari. […] Sono la stampa, il pulpito e l’Università che plasmano [mould; lo stesso termine usato come sostantivo vuol dire “terriccio”: ecco che ritorna il riflesso dell’Elohiym dell’Antico Testamento; n.d.r.] l’opinione pubblica, fissano il passo del pensiero della nazione. Per quanto riguarda gli artisti, loro fanno semplicemente i ruffiani verso i gusti un po’ meno che ignobili della Plutocrazia». Sino alla prima metà di “The Iron Heel” la facciata politica è quella della democrazia borghese, corredata di tutti i suoi difetti, i quali si possono leggere in dettaglio nel racconto. Ernest, nelle sue varie circostanze di esposizione del punto di vista socialista, ha proseguito ciò che de facto si rivela una propaganda marxista (il romanzo londoniano in relazione a simile aspetto rivela un obiettivo di formazione politica inserentesi in quella cornice femminile rappresentata da Avis). Jack London parla del plusvalore marxiano e dell’essenza espansiva del capitale, preconizza il crollo mondiale dell’economia capitalistica allorché questa non troverà ormai mercati a beneficio della sua indefinita produzione. Ma compie un errore di valutazione, il quale ha radice marxiana. Un assetto globale privo di spazi commerciali efficienti indurrà i gruppi capitalistici superiori ad aggirare la globalizzazione auspicata da Marx. Difatti è possibile distruggere porzioni di spazio altrui in maniera tale che queste divengano aree d’investimento. E la cosa è fattibile persino ottenendo una previsione di doppio profitto: nel momento distruttivo (producendo e vendendo materiale bellico), e nel momento costruttivo (fornendo quel che occorre ai progetti di ricostruzione). Ci accorgiamo dunque che la dialettica storica di Marx non corre così lineare, anzi assume moti retrogradi. Far maturare ad arte contesti bellici e di devastazione spalanca le porte a buoni affari. Il capitalismo è irrazionale, però i capitalisti più forti, nelle situazioni estreme, davanti alla loro brama, sono in grado di elaborare soluzioni funzionali. Siffatta malsana intelligenza, del resto, indica comunque un’espressione di irrazionalità. Chi promuove conflitti a scopi di guadagno vaga nell’oscurità dell’“ombra” junghiana. Suddetta organicità di capitalismo e guerre, nella coltivazione del profitto, è nota a London, e invero ne parla anticipando il principio totalitario orwelliano (in “1984”) in base a cui war is peace. Tuttavia lo scrittore californiano compie lo sbaglio su menzionato di non vedere al di là della dogmatica teleologia storica marxiana: la fluidità progressiva di questa non è così scontata fuori dell’ortodossia ideologica. La storia novecentesca ha addirittura mostrato regimi comunisti estintisi in favore del ritorno al capitalismo. Io non confido nello spirito di intraprendenza popolare che reagisce eroicamente davanti alle ingiustizie, la penso come La Boétie2. Quegli insiemi oggi amorfi, nelle società capitalistiche, chiamati popoli, esprimono un valore medio spirituale basso. Non vedo in qual modo si potrebbe dar torto ai teorici delle aristocrazie del pensiero alla guida dello Stato. Tutto passa dall’educazione scolastica: la presenza di molti ignoranti nelle materie sociali e politiche vanifica la democrazia trasformandola in feudalesimo. Ernest Everhard rappresenta un exemplum pedagogico: ha imparato a comprendere il mondo che lo circonda e sa vedere lontano. Jack London era eccessivamente fiducioso sulle capacità delle masse di raggiungere la fratellanza tra i popoli e il benessere diffuso a beneficio di tutti. Ciò non vuol dire che fosse ingenuo, tant’è che la seconda metà del romanzo mette in scena la repressione interna negli USA accompagnata dal dubbio costante su quale sarà il comportamento dei lazzari nell’ora della rivoluzione proletaria. L’intuito londoniano scruta nell’orizzonte futuro romanzesco statunitense una crisi economica nel 1912, e una propensione al conflitto bellico con la Germania dovuta a quella dialettica di produzione e spazi commerciali capitalistici sopra approfondita. La solidarietà proletaria internazionale grazie a scioperi nazionali di Tedeschi e Statunitensi impedisce alla guerra di protrarsi avanti. Questa è indubbiamente una pagina esemplare nel racconto londoniano, purtroppo le due guerre mondiali insegneranno che il disordine della ragione è poco imparentato col buon senso a qualsiasi livello sociale e ovunque (persino l’URSS staliniana adotterà connotazioni patriottiche nella guerra alla Germania nazista, accantonando l’ideale di trasversalità internazionale dei proletari). In questo svolgersi di vicende, siamo ancora nel 1912 (anno d’apertura di “The Iron Heel”), abbiamo assistito all’emarginazione di persone nocive a un iniquo sistema. Nella realtà storica degli USA misure di tutela economica nei confronti dei lavoratori (pensioni, indennità per malattia o disoccupazione), garantite da un ente pubblico (“Social security”, in pratica un equivalente dell’INPS), furono introdotte nel ’35 all’epoca della grande crisi degli anni ’30 durante la presidenza del democratico Roosevelt. Il “Social security act” nasconde dentro di sé una motivazione poco nobile: impedire la contrazione dell’insieme dei consumatori e dei consumi cagionata da inedia e povertà a danno della produzione capitalistica e dei profitti, viceversa poteva essere adottato prima. Appunto, il progetto di epoca rooseveltiana mirante alla creazione di una sanità dove fosse presente anche lo Stato fu affondato dagli interessi lobbistici: qualcosa del genere, ma a tutela di un novero non totale dei cittadini degli USA, arrivò soltanto nel 1965 con i democratici. Il diritto a un vitalizio durante l’anzianità dei prestatori d’opera proletari viene rivendicato nella distopia londoniana da Avis. Questo muliebre dettaglio narrativo mi fa ricordare l’opera sociale e filantropica promossa da Eva Perón in Argentina, e in particolare quel proclama sui diritti degli anziani il cui contenuto è stato assunto in maniera ufficiale dall’ONU nel 19913. Quando Avis ci esterna questo suo pensiero ha incontrato lungo la strada il vescovo Morehouse perseguitato per aver aperto gli occhi, grazie a Ernest, su un’ingiusta ipocrita società. Le di lui parole a ella disorienterebbero chiunque: «Ho venduto […] Tutti i miei possedimenti. […] Non conoscevo che cosa significasse mezzo milione di dollari finché non mi sono reso conto di quante patate e pane e burro e carne potrebbero comprare. E poi ho compreso qualcos’altro. Mi sono reso conto che tutte quelle patate e quel pane e burro e carne erano miei, e che io non avevo lavorato per produrli. Allora mi fu chiaro che qualcun altro aveva lavorato e prodotto essi e ne era stato derubato. E quando io scesi tra i poveri trovai quelli che erano stati vittime del furto e che avevano fame ed erano infelici poiché erano stati derubati [Jack London ha, oltre al Vangelo, rammentato – velata – la dottrina marxiana sulla proprietà borghese; n.d.r.]». Capita di rado sentire (e vedere) qualcosa di simile da parte di qualche benestante e prestigioso dirigente ecclesiastico. Il padre di Avis, dal canto suo, è stato privato, attraverso pretesti inventati, delle sue proprietà e del suo rango sociale, a causa della sua scarsa simpatia plutocratica, ed è finito ad abitare con la figlia e il genero Ernest in un povero quartiere di San Francisco. In mezzo a questo non agevole contesto, un nutrito manipolo di deputati socialisti, fra cui lo sposo di Avis, viene eletto alla Camera dei rappresentanti al termine del ’12. Jack London impone all’organizzazione suprema del capitalismo statunitense un’imago simbolica: «the Iron Heel». Il Tallone di Ferro, nel portare avanti il consolidamento della sua egemonia, causa una stagione di scontri sociali interni molto violenti, di cui a farne le spese sono gli avversari (borghesi della middle class, proletari, socialisti). Dice Avis: «L’oligarchia con mano di ferro e tallone di ferro sopraffaceva milioni che si agitavano come il mare, fuori della confusione portava ordine, fuori del gran caos batteva il ferro delle proprie fondamenta e della struttura». The Iron Heel speculava altresì a proprio vantaggio su una situazione politica estera instabile, segnata da lotte di emancipazione sociale nazionali. Altre puntuali parole di Avis schiariscono le idee sul livello di irrazionalità dilagante a inizio del ’13 londoniano: «Mentre tutto il mondo era lacerato dal conflitto, noi degli Stati Uniti non eravamo calmi e pacifici. […] Un risveglio religioso prendeva campo. Un ramo dei Seventh Day Adventists saltò alla volta di un improvviso risalto, proclamando la fine del mondo. […] La gente, il che era frutto della sua infelicità, e della sua delusione in tutte le cose terrene, era matura e impaziente per un cielo dove i tiranni industriali entrassero non più dei cammelli passati attraverso la cruna di un ago. […] Si era agli ultimi giorni proclamavano, il principio della fine del mondo. I quattro venti erano stati sciolti. Dio aveva sollecitato la nazione alla lotta. Fu un tempo di visioni e miracoli, mentre profeti e profetesse erano numerosi. La gente smise di lavorare a centinaia di migliaia e sparì sulle montagne, là per aspettare l’arrivo imminente di Dio e l’ascesa dei 144.000 in cielo. Ma nel frattempo Dio non venne, e loro soffrirono la fame fino alla morte in gran numero. Nella loro disperazione saccheggiarono le fattorie per il cibo […]. Eserciti di squadroni di cavalleria furono schierati, e i fanatici furono ammassati indietro con l’argomento della baionetta verso le loro mansioni nelle città. Lì loro esplosero sempre tre ricorrenti resse e rivolte. Il loro leader furono giustiziati per sedizione o imprigionati in manicomi. Quelli che furono giustiziati accolsero la morte con la contentezza dei martiri. Fu un’epoca di pazzia. L’inquietudine era diffusa». Il contrario della “politeia” aristotelica ha preso un robusto corpo. Il conflitto socialismo/capitalismo negli USA, nell’ultimo quarto del romanzo, si evolve in una lotta armata di rivoluzionari sovversivi contro uno Stato dittatoriale. Passando dall’arresto dei parlamentari e di molti esponenti socialisti, fra i quali Avis ed Everhard, London avvia l’esposizione di una teoria di resistenza cruenta. I due protagonisti, divenuti latitanti, rimangono al centro di quell’organizzazione antirepressiva guidata dai marxisti. La situazione è ormai degenerata, e l’autore del romanzo però non si rende conto che l’intelligenza reale di un Tallone di Ferro non spingerebbe mai le tensioni sino alle estreme conseguenze di un conflitto campale. Il miglior modo di corroborare un sistema capitalistico oppressivo consiste nel mantenere istituzioni democratiche in funzione di specchietto per le allodole, tanto poi il potere della corruzione conduce la nave sulla rotta gradita all’oligarchia economica. Un clima rivoluzionario è storicamente un effetto collaterale nei Paesi di non elevata industrializzazione. Le società del capitalismo avanzato assimilano gli impetuosi spiriti dei cambiamenti, come in una sorta di mitridatismo, depotenziandoli. Viene lasciata una democratica soglia di libertà con cui impiccarsi. Se London fosse giunto a leggere Marcuse – ma anche prima – si sarebbe reso conto che lo scenario di “The Iron Heel” è molto remoto. Il vero Tallone di Ferro cerca di accomodare l’assetto sociale e politico posto a garanzia dei suoi interessi. Gli eccessi repressivi, di cui exempla l’episodio del generale Beccaris a Milano nel 1898 e quelli descritti nella distopia londoniana, sono degli errori controproducenti. Nell’ombra si disgrega meglio l’opposizione ideologica. Se questa diviene pratica, armata e violenta, allora il campo avverso è chiamato a una risposta omogenea, e qui le cose per i capitalisti si complicano. Uno Ernest, il quale è l’incrocio tra Che Guevara e Michael Collins (indipendentista irlandese), nei fatti non sarebbe mai emerso dalla struttura sociale degli USA. Il suo teatro operativo si può più avvicinare a Cuba e all’Irlanda che non a uno sfondo statunitense. “The Iron Heel” potrebbe essere ambientato nell’Argentina dell’ultima dittatura, giacché egli parla di desaparecidos e di resistenza delle sinistre (in tal ultima circostanza, peronisti montoneros e marxisti). Di certo si può obiettare che il romanzo abbia una costruzione di fantasia. Però io non ritengo che Jack London avesse immaginato un pericolo illiberale senza ritenerlo possibile, anzi è dato pensare il contrario in osservanza alla sua ortodossia marxista: se la borghesia si sentirà minacciata dal movimento storico di cambio della classe dominante, a di lui avviso, reagirà, e lo farà nella maniera, sempre a di lui giudizio, più efficace. London ha sbagliato qua. Quel poco avveduto Tallone di Ferro da lui descritto userebbe quei metodi brutali laddove i mezzi mediatici e gli espedienti politici democratici non avessero effetto sulla popolazione, e questo non è il caso degli USA. Infatti i bolscevichi in Russia hanno avuto successo, paradossalmente e a dispetto della filosofia della storia marxiana, grazie alla qualità medievale dei loro avversari. Dal 1917 in poi lo stupore di Jack London sarebbe stato nei confronti degli eventi storici molto forte, sebbene prevedesse il successo del marxismo negli USA lontanissimo (e per la verità rinviato mediante una via opposta al corso reale dei fatti). Il romanzo londoniano, dopo la scomparsa dell’autore, nella sua veste distopica è risultato distante dalla realtà statunitense, e quindi là innocuo; ma più suggestivo e più pericoloso in quei luoghi del mondo dove le oligarchie plutocratiche avessero recitato il ruolo del Tallone di Ferro oppressivo e violento. In linea di principio occorre sostenere con fermezza che l’uso della forza non è il modo ottimale per risolvere i problemi sociali, e che essa debba essere una extrema ratio nella legittima difesa della dignità umana davanti ad abusi intollerabili che non abbiano trovato una pacifica rimozione. In “The Iron Heel” la violenza esposta nella parte finale è eccessiva, non si può liquidarla quale prodotto letterario poiché attiene a precisi riferimenti concreti e non a una isolata dimensione narrativa. Quelle cose descritte sono successe, anche se non negli USA, diverse volte nel ’900, e ciò deve servire da insegnamento: comprendere non significa giustificare, c’è da far tesoro del “negativo” a difesa di una crescita dell’umanità in direzione di una convivenza senza sperequazioni fra tutti gli individui. Nella finzione distopica londoniana un primo tentativo rivoluzionario fallirà alla fine del 1917 (nella realtà andrà meglio in Russia). Ernest Everhard sarà catturato e giustiziato nel ’32 alla vigilia di un altro moto per il cui successo egli aveva speso moltissime energie; il quale tuttavia al pari del primo non avrà esito positivo, e in seguito a cui – dice il commentatore letterario Anthony Meredith – Avis fu probabilmente uccisa. La dimensione temporale di commento di Meredith è collocata nel XXVII sec., il quarto dalla caduta del Tallone di Ferro (durato tre secoli) e dall’affermazione del socialismo: London immaginava una gestazione lunga. A conclusione della mia analisi voglio esprimere alcune ulteriori considerazioni critiche utili a illuminare la profondità della materia londoniana elaborata nella distopia. Avis, il cui manoscritto è posteriore alla morte del marito, definisce Ernest un’aquila in “The Iron Heel” tre volte. La prima volta, subito, nel cap. I (intitolato proprio “My eagle”) si esprime con parole il cui tono ricorda un brano del prologo de “La razón de mi vida (1951)” di Eva Perón (1919-1952). Avis: «Quando non penso al futuro, penso al passato non più esistente – alla mia Aquila, che batte con ali instancabili il vuoto, che spicca il volo verso quel che era sempre il suo sole, l’ardente ideale della libertà umana. Non posso stare nell’ozio e attendere il grande evento che è un suo frutto, benché egli non sia qui a vedere. Lui consacrò tutti gli anni della sua età virile a ciò, e per esso diede la sua vita. Ciò è un suo prodotto. Lo ha fatto lui. E così accade che, in questo ansioso tempo di attesa, scriverò di mio marito. C’è molta luce che io soltanto fra tutte le persone viventi posso proiettare sopra la sua figura, e un così nobile personaggio che non può essere celebrato avanti troppo luminosamente. La sua era una grande anima, e, quando il mio amore cresce nell’altruismo, il mio supremo dispiacere è che egli non sia qua a vedere l’alba del domani». Evita: «Io non ero né sono niente che un umile donna… un passero in un immenso stormo di passeri… Ed egli era ed è il condor gigante che vola alto e sicuro tra le cime e vicino a Dio. Se non fosse per lui che discese fino a me e mi insegnò a volare in un altro modo, io non avrei saputo mai quello che è un condor né avrei potuto contemplare mai le meravigliose magnifiche immensità del mio popolo. Perciò né la mia vita né il mio cuore mi appartengono e niente di tutto quello che sono o possiedo è mio. Tutto quello che sono, tutto quello che ho, tutto quello che penso e tutto quello che sento è di Perón. Ma io non mi dimentico né mi dimenticherò mai che fui passero né che continuo a esserlo. Se volo più in alto è grazie a lui. Se cammino tra le cime, è grazie a lui. Se a volte tocco quasi il cielo con le mie ali, è grazie a lui. Se vedo a elevato costo quello che è il mio popolo e lo amo e sento il suo affetto carezzando il mio nome, è soltanto grazie a lui. Perciò gli dedico, interamente, questo canto che, come quello dei passeri, non ha nessuna bellezza, ma è umile e sincero, e ha tutto l’amore del mio cuore». Avendo ricordato Eva Perón, non reputo superfluo sottolineare varie tangenze di pensiero e di spirito tra il suo “Mi mensaje (1987)” e “The Iron Heel”; ricordando però che il primo libro è peronista, mentre il secondo è marxista, e che tra giustizialismo e comunismo esistono precise differenze ideologiche contemplanti un migliore equilibrio nel primo, a differenza del secondo, durante il momento riservato all’azione politica4. Delle cose dette da Evita nel “Mi mensaje” mi piace ricordare l’attacco «a las jerarquías clericales» colpevoli di «haber abandonado a los pobres, a los humildes, a los descamisados, a los enfermos, y haber preferido en cambio la gloria y los honores de la oligarquía» e di aver fatto un uso oppressivo della religione cattolica, quando all’opposto – non solo a di lei parere – l’emancipazione popolare avrebbe avuto necessità di una “teologia della liberazione” (che la Chiesa ha in passato respinta, preferendo la conservazione di un indirizzo più conciliante con gli antimarxisti in generale ovunque, e gli antiperonisti in particolare in Argentina). La vicinanza tra gli stati d’animo e degli episodi di Avis Everhard ed Eva Perón, rispettivamente in “The Iron Heel” e ne la “La razón de mi vida”, in occasione della comune di Chicago e nel contesto dell’arresto del generale Perón nel ’45, colpiscono il lettore attento che ha avuto la ventura di leggere entrambi questi libri. Avis: «Una strana cosa mi accadde. Una trasformazione venne su di me. Il timore della morte, per me e per gli altri, mi lasciò. Ero in strano modo eccitata, un altro essere in un’altra vita. Non m’importava niente. La Causa per questa volta era persa, ma la Causa rimaneva qui per il domani, la medesima Causa, sempre viva sempre ardente. […] La morte non significava niente, la vita non significava niente. […] A vantaggio della mia mente ero balzata alla volta di una fredda stellare altitudine e avevo afferrata una calma trasvalutazione dei valori [transvalutation of values: un esplicito concetto nietzschiano; n.d.r.]. […] Ero sopraffatta dalla moltitudine. Il limitato spazio veniva riempito con grida, urla e imprecazioni. Colpi d’aria stavano cadendo su di me. Delle mani stavano lacerando e strappando la mia carne e i vestiti. Sentivo che ero in procinto di essere squartata. Ero sul punto di essere schiacciata, soffocata. Qualche forte mano prese le mie spalle nel folto della mischia. Tra il dolore e l’oppressione persi i sensi. […] Così ricevetti il mio battesimo rosso [red baptism: un’allusione al battesimo di sangue nella Chiesa; n.d.r.] in quella carneficina di Chicago. Prima di ciò, la morte per me era stata una cosa teorica, però sempre in seguito essa è stata un semplice fatto che non importa, essa è così facile». Evita: «Da quando Perón andò via fino a che il popolo lo riconquistò per esso – e per me! – i miei giorni furono giornate di dolore e di febbre. Mi misi in giro cercando gli amici che potevano fare ancora qualcosa per lui. Fui così, di porta in porta. In quel penoso incessante camminare sentivo ardere nel mio cuore la fiamma del suo incendio che bruciava la mia assoluta piccolezza. Non mi sentii – lo dico veramente – tanto piccola, tanto poca cosa come in quegli otto giorni memorabili. Camminai per tutti i quartieri della gran città. Da allora conosco tutto il campionario di cuori che battono sotto il cielo della mia Patria. A mano a mano che continuavo a discendere dai quartieri orgogliosi e ricchi ai poveri e umili le porte si andavano aprendo generosamente, con più cordialità. In principio conobbi unicamente cuori freddi, calcolatori, “prudenti” cuori di uomini comuni incapaci di pensare o di fare niente di straordinario, cuori il cui contatto mi diede nausee, schifo e vergogna. Questa fu la cosa peggiore del mio calvario attraverso la gran città! La vigliaccheria degli uomini che poterono fare qualcosa e non lo fecero, lavandosi le mani come Pilato, mi fece male più dei barbari pugni che mi diedero quando un gruppo di codardi mi denunciò gridando: “Quella è Evita!”. Questi colpi, invece, mi fecero bene. A ciascun colpo mi pareva di morire e tuttavia a ognuno mi sentivo rinascere. Qualcosa di rude però al medesimo tempo ineffabile fu quel battesimo di dolore che mi purificò di tutto il dubbio e di tutta la vigliaccheria. Forse non gli avevo detto “… per quanto lontani è necessario andare nel sacrificio non smetterò di stare al suo fianco, fino a svenire”? Da quel giorno penso che non dev’essere molto difficile morire per una causa che si ama. O semplicemente: morire per amore».


NOTE

Questo scritto è un estratto del mio saggio “Socialismo e finzione letteraria in Aleksandr Bogdanov e Jack London (2017)”

1 In riferimento a tale complesso di tematiche invito a leggere nella mia opera “Critica dell’irrazionalismo occidentale (2016)” la parte recante il titolo “Il gioco capitalista degli Elohiym falsi e bugiardi”.

2 Invito a leggere il mio studio intitolato “La Boétie: ipocrisia borghese o marxismo-leninismo?” all’interno di “Danilo Caruso, Critica letteraria (2017)”.

3 Il Decálogo de la ancianidad (1948) di Evita, inserito nella Costituzione argentina del ’49, contempla: diritto all’assistenza, alla casa, all’alimentazione, al vestito, alla cura della salute fisica e morale, allo svago, al lavoro, alla tranquillità, al rispetto. Per approfondire si veda il mio saggio “La morte delle ideologie (2011)” nella sezione dal titolo “La Fondazione ‘Eva Perón’”.

4 Per approfondimenti si veda nella mia monografia “La morte delle ideologie (2011)” la sezione intitolata “Il giustizialismo peronista”.

UN LOVE AFFAIR ALIENO, IL SOCIALISMO ARCHETIPICO E ALEKSANDR BOGDANOV

di DANILO CARUSO

“Krasnaya zvezda” è il titolo russo (“La stella rossa”) di un romanzo fantautopico di Aleksandr Bogdanov (1873-1928), la cui pubblicazione risale al 1908. Aleksandr Malinovskij, meglio noto con lo pseudonimo di Bogdanov, fu una figura poliedrica del marxismo in Russia. Medico (studiò pure psicologia), era figlio di un insegnante liceale di fisica. Vicino alla causa dell’istruzione popolare e teorico di un sistema scientifico comprensivo di ogni possibile branca di studio (il suo indirizzo epistemologico era filofenomenista), a lui si deve la prima voltura in russo de “Il capitale” di Marx. In gioventù fu apprezzato da Lenin, e venne arrestato più volte a causa del suo attivismo politico. Quando fu condannato al confino, prestò servizio in un manicomio. Protagonista del moto rivoluzionario in Russia del 1905, all’atto del sostanziale fallimento di esso fuggì in Finlandia da Lenin, con cui entrò in disaccordo per via della sua ortodossia marxiana e della sua epistemologia (Lenin era infatti tra i fautori di un revisionismo del pensiero di Marx). Allorché cadde in disgrazia nel gruppo marxista russo, si trasferì in Italia; tuttavia approfittando di un’amnistia fece ritorno nella Russia imperiale. Fu critico e distaccato nei confronti della rivoluzione del ’17. Ebbe comunque alcuni incarichi nell’URSS. A motivo della sua antipatia nei riguardi degli eccessi di potere da parte del regime comunista, venne tratto in arresto dai Sovietici e poi liberato. Il testo bogdanoviano, di cui qui espongo i risultati di una mia analisi, intreccia fantascienza e utopia socialista. Chi ha letto il primo libro della cosmic trilogy di Clive Staples Lewis, non avrà difficoltà a rendersi conto del potenziale fatto che “La stella rossa” sia un romanzo, quanto meno, noto allo scrittore amico di Tolkien (quindi possibile un lascito di bei germi letterari fantascientifici e narrativi): benché la prima traduzione in inglese risalga al 1984, ne circolava una in francese già dal ’36 (“Out of the silent planet” è del ’38). Quando “Krasnaya zvezda” si apre, durante il sollevamento rivoluzionario russo del 1905, il protagonista Leonid, un marxista massimalista (bolscevico), voce narrante, si trova a San Pietroburgo, dichiara di avere 27 anni e di stare assieme ad Anna  Nikolaevna, dalla quale sarà presto lasciato a causa di incompatibilità ideologiche. Ella infatti milita nei ranghi dei marxisti moderati (menscevichi), e l’arrivo del progressista integrale ingegner Menni acuirà la frattura nella coppia, forse ad arte a opera di quest’ultimo. Costui, un alieno arrivato da Marte con altri compagni grazie a un’astronave, ha interesse a convincere Leonid a seguirlo sul suo pianeta, dove si è instaurato un regime socialista. Pertanto dopo la separazione dei conviventi, Menni gli illustrerà la proposta finendo col rivelargli di essere un extraterrestre sbarcato sulla Terra con un equipaggio volto alla ricerca di un soggetto, affine per forma mentis, da iniziare alla conoscenza del suo mondo affinché questi diventi tramite ideologico e uno sprone nella di lui auspicata finale azione propagandistica. I Marziani sono riusciti a compiere con successo il viaggio mediante la propulsione prodotta da una sostanza antigravitazionale, di cui Leonid, il quale ha familiarità con gli studi fisici, apprende l’esistenza. Gli abitanti di Marte non sono nell’aspetto somatico molto dissimile dai terrestri: hanno occhi più grandi (per catturare meglio la luce, dato che il loro pianeta è più distante dal Sole rispetto al nostro) e una pelle più liscia. Per il resto la struttura corporea è analoga, ma soprattutto la capacità intellettuale (tenendo conto delle debite differenze nel cammino scientifico e in quello sociale più progrediti in quella realtà aliena). A bordo di un eteronef (termine coniato ad hoc dall’autore russo per indicare la nave spaziale) il Terrestre e i Marziani si avviano in direzione del pianeta rosso. Da ricordare che Bogdanov non presenta una dicotomia razziale nei generi degli abitatori dei due mondi messi a contatto: entrambi appartengono alla categoria degli esseri intelligenti, la quale li rende molto vicini e li affratella nel contesto dell’universo. Come i Marziani, al fine di allacciare relazioni in incognito sulla Terra, avevano imparato le lingue del caso, anche il protagonista durante il non breve tragitto apprenderà il loro idioma. A un lettore moderno la descrizione di alcuni particolari del viaggio potranno suscitare un’ingiustificata leggera o nulla impressione. Sapere oggi dei velivoli spaziali e dello svolgimento di loro missioni, anche con esseri umani a bordo, non renderebbe nella perduta straordinarietà, giustizia nella percezione comune alla capacità creativa bogdanoviana. Non dobbiamo dimenticare che a inizio del secolo passato discorsi del genere erano fantascientifici, e quindi descrivere ad esempio gli effetti dell’assenza di gravità in modo realistico non era né facile né scontato. Durante il viaggio Leonid ha l’occasione di conoscere meglio Menni e altri marziani (i quali gli mostreranno il funzionamento e la struttura dell’eteronef), nonché inizierà la conoscenza di quella civiltà aliena di Marte. Si sa così che i Marziani hanno raggiunto l’idea di “cooperazione interplanetaria”, la quale li ha spinti sulla Terra (e altresì a visitare il preistorico pianeta Venere). La loro accresciuta sensibilità li ha condotti a inserire il “particolare” nella “cornice universale” (questa in senso lato: sia essa la loro società o il cosmo intero gerarchicamente superiore a ogni insieme minore). Un’altra scoperta: costoro non attuano distinzioni semantiche di genere (maschile, femminile, neutro) ritenute imperfette e inutili. La caratteristica di quella cultura extraterrestre a quel livello di evoluzione socialista risiede nel badare all’essenziale. La scienza marziana è atea: l’universo ha avuto un’origine da sé, e dal caos iniziale si è evoluto in forme via via superiori, dove l’ordine naturale ha contemplato la comparsa di soggetti intelligenti (ad esempio Terrestri e Marziani). Il sistema educativo marziano mira all’acquisizione di nozioni e competenze ponendo l’accento su una fase di concreta esperienza nei confronti dell’oggetto di studio, cui l’apprendimento teorico fa da seguito e completamento di questa prassi conoscitiva. Giunto su Marte Leonid segue un ricco con iter di apprendimento dell’organizzazione e delle conoscenze di quel mondo, giudicabile dal punto di vista dello scrittore russo utopico. Una curiosità: il colore tipico della vegetazione aliena non è il verde ma il rosso. L’ingegner Menni ha modo di raccontare a Leonid la storia di un suo avo, una figura rappresentante un incrocio tra il generale Perón e Socrate. Detto antenato, un tecnico di altissimo profilo come il discendente, vissuto in un tempo precedente l’affermazione del socialismo, posto a capo di un’importante costruzione di infrastruttura, aveva ucciso un suo subordinato il quale aveva tramato a danno di lui, per malevolenza, riuscendo a intralciare l’opera e a mettergli contro la base operaia al suo servizio. Finito in carcere condannato, ebbe il suo 17 de octubre quando, subentrata una direzione meno qualificata, la faccenda cominciò ad andare male sotto tutti i lati. Il progetto non andava avanti e i lavoratori erano in agitazione. Tant’è che lo Stato decise di richiamare l’avo di Menni. Egli decise di non uscire dalla prigione e di guidare l’opera dal suo luogo di reclusione. L’aspetto peronista della situazione non si limita a un 17 de octubre marziano, ma si allarga al miglioramento della condizione operaia (aumenti salariali, nuovi mezzi di lavoro, altri interventi diretti a migliorare la qualità della vita). Quindi l’infrastruttura fu portata a termine. Concluso il periodo di detenzione, tale socratico ingegnere si suicidò, come se le porte della giustizia di Marte gli avessero potuto chiedere dove stesse andando. La tecnologia del pianeta rosso è molto avanzata a paragone di quella terrestre di inizio ’900, ed è simile a quella odierna. Il sistema sociolavorativo marziano segue la lezione poundiana allorché mette al centro del sistema il potere del lavoro. Da un obbligo lavorativo personale i Marziani sono passati alla libertà di scelta della mansione e del tempo da dedicarvi: il dovere del lavoro costituisce un imperativo categorico sociale, autonomo e libero, ponentesi nell’individuo quale sfumatura della legge morale universale kantiana. Non ci sono parassiti, né conclamati né mimetizzati, poiché la loro presenza è manifestazione di immoralità. La produzione di beni e servizi è tale che ognuno può soddisfare i suoi leciti desideri. Bogdanov dice nel romanzo che sul pianeta rosso non si fa uso di denaro, ma non specifica se si faccia uso dei certificati sostitutivi elargiti dallo Stato, del cui tipo ha parlato Ezra Pound. Viene trattato più in dettaglio il tema della liberazione dalla forma di schiavitù esistenziale assunta dal lavoro (una sorta di prostituzione) a beneficio di un regime di vita dove l’attività lavorativa possa svolgersi spontaneamente nella guisa accennata. L’organizzazione comunitaria sopra Marte rivela diverse tangenze con il peronismo e la sua opera, sebbene nel nostro caso dovremmo parlare con più esattezza di Marziani filomontoneros1. Comunque, gli alieni bogdanoviani curano molto l’educazione scolastica. Oltre a quanto già detto, risalta la presenza di appositi centri per la formazione dei bambini, nei quali raccolti assieme maturino una forma mentis poco individualista, il che rappresenta il superamento di un ostacolo alla sana crescita personale e alla pacifica coesione della società: chi non si vede un piccolo ingranaggio del grande meccanismo cosmico, è un disadattato. Di impronta vichiana è la psicologia aliena dell’età evolutiva: fra tutto il corso della storia e le fasi di sviluppo del fanciullo c’è parallelismo. Dalla fantasia alla ragione passando dal coraggio per i Terrestri, dall’egoismo al socialismo per i Marziani. L’abbigliamento degli extraterrestri è semplice, non avendo velleità estetiche. L’arte marziana non segue naturalmente simile linea. Essa viene diffusa nelle residenze e nei musei. Questi ultimi hanno un compito educativo nei confronti della comunità: illustrare l’evoluzione estetica aliena (vediamo il principio pedagogico vichiano che si ripete). In un museo visitato da Leonid, l’osservatore, voce narrante, rileva che la statuaria di era marziana capitalistica riproponeva una distanza tra generi sessuali ritenuta discriminatoria. Non vengono forniti in merito altri dettagli, perciò formulare un giudizio non è facile. Quello che per Bogdanov è un difetto va inquadrato in un più approfondito quadro di analisi. Non è positivo che le donne si mettano a fare gli uomini. Ciò che sostengo non è ovviamente motivato da discriminazione, anzi dal contrario. Le donne vanno apprezzate nel modo in cui sono per natura, non possono essere emarginate da qualsiasi ambito sull’assurda base di pregiudizi. Pertanto non c’è bisogno che imitino la controparte maschile: è come se una pera volesse diventare una mela, non licet. Fra donne e uomini ci sono differenze reciprocamente non subordinanti. L’arte o l’abbigliamento marziani tesi a mimetizzare i generi in un’estetica proletaria di eguaglianza universale in tal caso cadrebbero nell’eccesso opposto. La maternità, ad esempio, la più alta funzione biologica femminile, in quale maniera si può camuffare in un appiattimento androginico? Vedremo avanti che simili preoccupazioni non hanno ragion d’essere in relazione a Marte. Mentre il comunismo terrestre marxista a un quid paternalistico il quale si scontra a livello subliminale col femminismo, e l’urto finisce col disintegrare l’istituto della famiglia, quando invece essa è un’associazione naturale (come già aveva sottolineato Aristotele). Questi Marziani di Bogdanov riflettono un carattere greco-antico: amano il teatro e la tragedia, evidenti strumenti catartici nel loro rapporto con la Natura. Ma non solo; per altro verso culturale, esprimono un tratto catoniano: se nel passato si celebrava il protagonista di un’impresa, adesso il primato di immagine archetipica si è concentrato soprattutto sull’azione (dal simbolo alla allegoria). Un segno del tramonto dell’individualismo: è una cosa discutibile. Nel momento in cui si seguisse in toto il modello di Catone il censore, non si potrebbe rievocare il passato in una riproposizione obiettiva, in quanto, mutilata di dettagli indispensabili, sarebbe una parziale dogmatica verità. La metodologia di indagine storica marziana, pur seguendo il suo spirito socialista, credo non scada nei peggiori limiti catoniani. Per quanto concerne il marxismo se nella storia si cala il metro teleologico storiografico della lotta di classe, si introduce a priori una disputa violenta. Ciò non è accettabile: prima della rivoluzione esiste il terreno della riforma (Mars docet). Il percorso rivoluzionario francese settecentesco ha esperito questo percorso di possibilità. Il benessere è sia collettivo che individuale. Gli estremismi marxista e liberale si allontanano da una medietà pratica aristotelica e da un equilibrio archetipico junghiano. Non esiste welfare pubblico disgiunto dal benessere di ogni singolo cittadino. L’Argentina peronista ha dimostrato di ambire a ciò, al pari della società marziana dal canto suo. Nella seconda non c’è un esercito per muovere guerra, però ciò non significa che non esista uno strumento di forza dell’ordine. Questa serve in maniera esclusiva a mantenere e ripristinare il benessere laddove ci sia un’infrazione. Ancora molto avanzata si rivela la realtà sociale di Marte nel legittimare la possibilità dell’eutanasia. Mentre in parte fantastica è la credenza di Bogdanov sul potere rigeneratore, nei confronti dell’organismo vivente, delle trasfusioni di sangue (questa convinzione ha una radice remota veterotestamentaria, in base alla quale la sede energetica della vita starebbe nel sangue). Tal ultimo interesse medico da lui coltivato in URSS (nel ’26 aveva creato un istituto apposito) ne provocò la morte nel 1928 dopo essersi sottoposto a una trasfusione di sangue proveniente da un soggetto malato (Bogdanov era sposato dal 1899, con prole; la moglie, morta nel ’45, aveva otto anni più di lui). La seconda metà del romanzo disvela dei tratti che aprono il racconto bogdanoviano a una prospettiva di lettura psicoanalitica secondo le teorie di Jung. Leonid attraversa delle esperienze analoghe a quelle del fondatore della psicologia analitica (e descritte nel di lui “Liber novus”). Allo stesso modo si presentano a un conscio protagonista del romanzo vari personaggi, frutto di allucinazioni, i quali a volte gli parlano (sentiva altresì delle voci isolate di notte). Non possiamo fare a meno di riconoscere delle manifestazione dell’inconscio collettivo. A tal punto che ritengo “La stella rossa”, in relazione al suo creatore, un testo accostabile al “Libro rosso” junghiano nel modo che verrò a spiegare. Non escludo che la fenomenologia delle apparizioni e dei contatti junghiani possa essere stata vissuta da Bogdanov, e il suo resoconto ripresentato in forma di romanzo. Vi sono cose che m’inducono a crederlo. Innanzitutto l’utopia marziana fin qui descritta possiede una connotazione parecchio archetipica. Il socialismo di Marte è stato l’approdo di un cammino non violento, il risultato di una sempre migliore evoluzione sociale dentro un singolo Stato planetario. Ci distacchiamo dunque in maniera considerevole da idee cardine del marxismo: lotta di classe pure cruenta, dittatura del proletariato. I Marziani eleggono a guida una retta ragione, a differenza dei Terrestri i qual spesso deragliano verso eccessi. Ecco dunque il perché di un richiamo esemplare nella coscienza di uno scrittore sensibile quale l’autore del racconto in esame. Dal momento in cui Leonid ha le allucinazioni si schiude una fase espositiva della narrazione rischiarante tutta la prima parte (la quale ovviamente non smarrisce il suo connotato di utopia politica, acquisendo accanto quello di utopia archetipica). Gli intenti politici di Bogdanov sono precisi, tuttavia essi – volente o nolente – non esauriscono la ricchezza spirituale della materia da lui offerta. Il colpo di scena centrale avviene quando Leonid scopre che Netti è una donna aliena. Le Marziane vestono abiti i quali non consentono facilmente di distinguerle dagli extraterrestri maschi. Lei era stata sulla Terra nel corso dell’operazione mirata a portarlo su Marte, però del fatto che lei ed Enno, un’astronoma di quell’équipe d’intervento, appartenessero al sesso femminile non aveva capito niente. Un dubbio a proposito della dottoressa Netti, molto vago, gli era stato insinuato da una delle di lui apparizioni, nel periodo di cura condotta da ella, grazie alla quale guarisce senza afferrare la verità. Allorché Leonid si è ripreso, egli chiede a Netti per quale ragione si senta attratto dalla persona che l’ha curato. Lei puntualizza di essere una donna ed inizia un love affair alieno. L’inconscio impersonale aveva cercato di chiarire tutto, e quelle esperienze avevano generato le condizioni di un incontro reciproco: anche Netti, dai grandi occhi azzurri e verdi, si era innamorata di lui. Bogdanov dice che lei avesse un bel corpo. I big eyes fanno pensare ai soggetti pittorici di Margaret Keane e ai personaggi degli anime: se non fanno brutta impressione questi, e anzi sono apprezzabili prodotti artistici, non vedo perché l’immagine di un’aliena così fatta dovrebbe suscitare repulsione. Il tipo dell’extraterrestre dai grandi occhi simbolici era già comparso in “Auf Zwei Planeten (1897)” di Kurd Lasswitz (1848-1910; scrittore fantascientifico tedesco). Nel racconto bogdanoviano giunge intanto la temporanea separazione della nuova coppia, giacché lei è coinvolta in una missione spaziale su Venere assieme all’ingegner Menni. E lui decide di proseguire l’iter conoscitivo sul pianeta rosso andando a lavorare in una fabbrica. La nuova esperienza gli crea disorientamento, e di nuovo malessere. Si sente indotto a saperne di più su quel che sta accadendo. A gradi conoscerà le vicende personali del Marziani a lui prossimi. Enno e Menni erano stati sposati, però si erano separati perché lei voleva dei figli che non erano venuti. Netti si era unita in matrimonio, in virtù di un forte comune interesse verso la Terra, allo scienziato Sterni (pure lui recatosi sul nostro pianeta); tuttavia essendo egli molto logico e poco sentimentale, il connubio si era rotto e lei si era messa con il chimico Letta (perito in un incidente sull’astronave alla volta di Marte nel tentativo riuscito di salvare la vita a Leonid). In una lettera di rassicurazioni di Netti lasciata per Leonid prima della partenza della spedizione, lei lo tranquillizza sull’aver chiuso con il passato, e si pone nel suoi confronti conformandosi al modello archetipico postindividuativo di Madre Natura, il che conferma la nobiltà interiore di tale aliena ribadita da Bogdanov tramite le parole dell’educatrice psicologa Nella (madre di lei). La lontananza di Netti lo induce a indagare sull’origine della missione cui lei ha preso parte. Nell’approssimarsi al retroscena il lettore del romanzo che seguirà le mie indicazioni critiche potrà notare come Netti sia considerabile figura dell’“anima” junghiana in rapporto all’Io bogdanoviano, il quale è, in fin dei conti, velato da una maschera, l’Io del narratore. Siffatta anima è stata il canale da cui sono passate le immagini dell’inconscio assoluto: quelle di Leonid nel dettaglio del romanzo, e quelle di Bogdanov in relazione all’intero racconto. Se volessimo esprimere ciò con uno schema di proporzioni dovremmo concludere quanto segue.

Bogdanov : Netti : “La stella rossa” = Leonid : “anima” junghiana (di L.) : Netti

L’unione dei due mondi (Terra e Marte) auspicata da Netti ha diversi stadi d’interpretazione psicoanalitica. Adesso è possibile presentare il più semplice in relazione alla coppia Netti/Leonid: anima e animus junghiani verso la sizigia, Ego personali davanti alla controparte psichica sessuale in direzione dell’“individuazione”. Da questo livello la narrazione del romanzo conduce a un grado interpretativo più complesso e articolato richiedente un riaggancio allo sviluppo narrativo. Leonid scopre che le risorse vitali del pianeta Marte sono in via di esaurimento, ed entro pochissimi decenni ciò causerà gravissimi disagi alla popolazione marziana. A questo punto di “Krasnaya zvezda” vengono presentati i discorsi integrali, inerenti alla decisione da prendersi nell’adozione di una soluzione, tenuti da Sterni, Netti e Menni (in assenza di Leonid). I tre protagonisti extraterrestri, mediante le loro affermazioni, svolgono ruoli simbolici nevralgici in riferimento al contesto psicoanalitico junghiano della personalità singola. E mi riferisco in particolare alla teoria delle quattro funzioni (logica, sentimentale, intuitiva, percettiva) distribuite su due assi caratteriali incrociati (razionalità, irrazionalità). Il dibattito fra i tre alieni è una bellissima allegoria psichica. Sterni rappresenta l’asciutta razionalità (maschile, in senso lato) la quale isolatasi dal sentimento (femminile, sempre in senso lato) conduce i ragionamenti presso conclusioni insane. Poiché Sterni è la maschera di tale razionalità, la sua premessa, come ricorderà Netti, si mantiene valida. Al fine di salvare Marte egli propone di colonizzare la Terra, ma grazie alla sottolineatura dell’inaffidabilità e dell’irrazionalità umane, conclude che sia meglio sterminare l’umanità per servirsi delle risorse terrestri. Gli uomini sono divisi, egoisti, in conflitto inter se. Il cercare di elevare la loro civiltà potrebbe ottenere, in un modo o nell’altro, soltanto il negativo effetto di ritorno di una intensa ostilità alla presenza aliena: i Marziani sarebbero sempre visti, da soggetti maldisposti per vocazione, nei panni di invasori e sfruttatori a svantaggio dei quali utilizzare le eventuali nuove conoscenze tecnologiche trasmesse. Simili perplessità di Sterni non sono infondate, sono razionali. Esagera, e non di poco, la sua pars costruens giacché non tiene conto di nessuna componente del sentimento (che invece Netti avrà il compito di rappresentare). Lo scienziato alieno mi fa venire in mente il Dio veterotestamentario il quale distrugge umanità attraverso il diluvio universale in previsione di un obiettivo di bontà (?) superiore. E infatti si tratta dello stesso schema nevrotico della razionalità maschilista arroccata2. Se nella persona la funzione logica cerca di operare separata in antitesi alla funzione sentimentale, se il “maschile” rifiuta il “femminile” (il discorso vale altresì a parti ribaltate), il risultato sarà quello di una psiche squilibrata capace di produrre ipotesi o atti di eccesso. Pertanto Netti si oppone, pur ammettendo la sincerità delle premesse di Sterni, in rapporto alle quali bisogna giudicare in diversa maniera. Lo scienziato extraterrestre ancora una volta ricorda le diversità tra Marte e la Terra, tanto che possiamo individuare nei due pianeti simboli della razionalità e dell’irrazionalità, e laddove “La stella rossa” parla di unione dei due mondi pensare alla saldatura psichica dei due assi di funzioni della teoria junghiana (in direzione di un equilibrio interiore generale). Sterni è ulteriormente scettico nei riguardi di un’operazione di sostegno alieno ai movimenti socialisti umani, i quali operano in un teatro di divisioni che non gioca a loro favore neanche nell’eventualità di successo. Il fatto di provenire da un mondo di separazioni fa degli esseri umani dei soggetti instabili, in grado di trasformare il loro socialismo in un fenomeno crudele. Non si può certo sostenere che le premesse di Sterni siano stupidaggini. Il socialismo marziano è di un’altra pasta, se vogliamo esprimere un giudizio aggiuntivo al suo, e a posteriori, all’inizio del XXI secolo. I marziani vissuti all’era del proprio cambiamento sociale sono partiti da una base peronista, la quale li allontana dai farmaci marxisti, e poi hanno raggiunto un incruento socialismo. In simile meta c’è un’indicazione metodologica archetipica. E siccome è l’equilibrio l’obiettivo di qualsiasi campo d’azione e non l’urto, la soluzione finale proposta dallo scienziato alieno necessita di essere arginata e respinta. Quantunque Sterni avesse ragione nell’affermare che i Marziani realizzassero l’humanitas in una dimensione più elevata della maggior parte dei Terrestri, questo non costituisce motivo ammissibile giustificante la soppressione degli indesiderati. Tocca a Netti perorare la difesa dal pubblico ministero razionale estremo. Ella argomenta che l’incontro fra le due civiltà è fattibile, e che bisogna rispettare le diversità e i tempi richiesti dall’evoluzione sociale umana. Come Marte ha avuto la sua pacifica transizione al socialismo, così i Terrestri meritano la possibilità di una simile conquista nonostante tutti i loro difetti. Gli uomini hanno diritto al tempo sufficiente per maturare una coscienza sociale, e le loro differenze possono risultare uno sprone verso l’obiettivo. Gramsciano il pensiero di Netti in quel punto dove reputa utile la conoscenza inter homines di lingue differenti le quali stimolano l’intelligenza. Altresì, per Netti, la filosofia degli abitanti della Terra costituisce un potente motore del progresso. Non è lecito interferire, secondo lei, su grande scala nella storia del nostro pianeta: pure qui è possibile raggiungere il socialismo, lasciando spazi e modalità autonomi. La fratellanza universale indica ai Marziani un’altra strada per mezzo di cui rimediare alle loro prossime carenze di risorse, una strada che indica lo sfruttamento del preistorico pianeta Venere. Unire Terrestri e Marziani nell’amore, e non solo grazie al vaglio esclusivo della ragione, è il vero scopo. E l’ingegner Menni, arrivato il suo turno di parola, sancisce il ritrovato equilibrio: Venere sarà l’obiettivo degli sforzi di colonizzazione di Marte. I tre discorsi di Sterni, Netti, Menni, sono ben costruiti con abilità gorgiana: tutti e tre sono veri. Ma la verità soprattutto dei primi due necessita di una sintesi archetipica producente la base del ragionamento del terzo. Questo è un luminoso esempio di corretta dialettica la quale approda a una sana medietà aristotelica. Lo schema junghiano delle funzioni sopra ricordato è stato ripercorso allegoricamente per intero, sino al rinvenimento di un quadro armonico. La qual cosa, invece, non succede a Leonid dopo aver appreso i contenuti di quella dialettica programmatica. Il disordine mentale diviene padrone di lui. L’“ombra” junghiana, che tramava dietro a Sterni, nel Terrestre trova il campo dell’irrazionalità dilagante a causa della preoccupazione per la sorte della Terra. Temendo che l’umanità possa essere distrutta dai Marziani, Leonid si spingerà fino all’uccisione di Sterni, colpito alla testa con un oggetto in un irrazionale impeto istintivo. Tale circostanza ci riporta all’Antico Testamento: Caino uccide Abele, un’insana irrazionalità ammazza una pari insana forma di razionalità gradita agli occhi di Dio (la-ragione-senza-sentimento). Leonid dimostra, come egli stesso confessa, che la Terra nel confronto con Marte recita la parte junghiana dell’irrazionalità. L’alienicidio rappresenta l’estremo opposto della soluzione finale propugnata da Sterni, nel mezzo le idee di Netti e Menni. La vicenda letteraria dell’uccisione di Sterni ha un notevole parallelo junghiano nel “Liber novus” (che ne chiarisce con altra luce la dinamica): la morte di Sigfrido. L’eroe epico della tradizione tedesca viene ucciso da Jung in un suo sogno. La spiegazione dello psicanalista svizzero ci consente di capire ancora meglio la sorte toccata allo scienziato extraterrestre bogdanoviano. Le parole junghiane valgono per Leonid: dare la morte a Sigfrido e a Sterni equivale a un cambiamento che annulla il precedente modello di efficienza. Idest: una funzione psichica superiore (quella logica nel nostro caso del romanzo) è sacrificata, come in un rituale, in vista dell’attivazione di quella inferiore (sentimentale: ecco Netti) grazie a una fornitura energetica libidica. Adesso non pare il caso di ripetere considerazioni che ho già formulato in merito a tutti questi vari aspetti psicoanalitici. Aggiungo qui che suddetto processo, tramite la personale comprensione di un’assoluzione dalla colpa per il gesto, aspira a una rinascita, a un rinnovamento in interiore homine, dove una funzione della psiche che aveva assunto un pericoloso predominio è stata destituita. Jung nel sogno e Leonid nel racconto entrano in una crisi che gli prospetta il suicidio: lo studioso svizzero dopo il crimen, il Russo prima. La circostanza del secondo è ovvia: lui non può darsi una delucidazione a posteriori, ne “La stella rossa” questa è, più o meno, implicita a priori. Difatti l’alienicidio appare un corollario del dibattito a tre fra Sterni, Netti, Menni. Sterni muore in pectore già là: l’esecuzione materiale del delitto è solo una constatazione narrativa a posteriori. Ciò ci riallinea all’esperienza junghiana: il disagio per non aver compreso la dinamica, disagio che indurrebbe al suicidio segue l’uccisione rituale, ideale, virtuale. Jung, dal canto suo, non mostra problemi a capire e ad accogliere le sue visioni. E pure Leonid riuscirà a risollevarsi grazie a Netti (in generale “anima” junghiana, mediatrice dell’inconscio collettivo). L’immediata prosecuzione di quell’esperienza onirica dello psicoanalista svizzero offre uno spunto interessante. Egli sognò degli individui umani dopo la morte, vestiti di bianco, contornati di luce, a seconda dei singoli tipi, rossa, azzurra o verde. Il rosso nel racconto di Bogdanov è il colore caratteristico; verdi e azzurri sono gli occhi di Netti. Quando nel “Libro rosso” Jung approfondisce la comprensione dell’uccisione di Sigfrido la paragona a un deicidio. Il cambiamento necessita di una simbolica uccisione del divino-compenetrante-i-principi-umani; quindi, afferma Jung, è Dio stesso divenuto inadeguato quale espressione archetipica, addirittura più connotato dall’“ombra” (junghiana), a esigere di essere ammazzato affinché abbia luogo il rinnovamento (si vedano la nietzschiana “morte di Dio” e l’ateismo marxista interagire in Bogdanov). Ma l’uomo ha immense difficoltà ad annientare il Dio simbolico: o se ne sbarazza, a fini di bene (come nei casi di Jung e Leonid), con l’inganno, o più facilmente opera l’esteriore rinnovamento dei suoi principi senza scendere nel “profondo”. Nella seconda ipotesi il marciume rimane. Nel racconto bogdanoviano Leonid sarà riportato convalescente in un ospedale terrestre, donde ripresosi fuggirà. Nel novero delle impressioni del ritornato e recuperato alienicida, constatazioni junghiane: l’umanità al suo sguardo compassionevole appare infantile; Netti gioca un ruolo essenziale nel suoi momenti psicologici e pratici aventi rilevanza critica. Leonid, riportato ferito nel medesimo ospedale, nel finale di “Krasnaya zvezda” sarà prelevato da Netti, insieme alla quale sparirà. Le vicende del romanzo si chiudono nel 1906. L’alchimia junghiana si è compiuta. Ne “L’ingegner Menni”, altro romanzo di Aleksandr Bogdanov del 1912, lo scrittore russo crea una sorta di prequel de “La stella rossa”, dove tratta l’avvento socialista su Marte. Xarma là si chiama l’economista socialista marziano corrispondente a Marx.


NOTE

Questo scritto è un estratto del mio saggio “Socialismo e finzione letteraria in Aleksandr Bogdanov e Jack London (2017)”

1 Per approfondimenti si veda nella mia monografia “La morte delle ideologie (2011)” la sezione intitolata “Il giustizialismo peronista”.

2 Di questa nevrosi ho trattato nel mio saggio “Mitopoiesi junghiana in Clive Staples Lewis (2017)”.