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01 luglio 2023

INCONTRI LETTERARI CON GLI ALIENI

di DANILO CARUSO
 
Quando nel 2019 è scoppiata l’epidemia di coronavirus (poi assorta subito dopo a pandemia) cercai di inquadrare questa fase storica, così significativa, in termini di figurazioni-figure e di dialettica hegeliane. Cosicché quanto mi prefiggevo di conseguire era una terna tesi-antitesi-sintesi dove la pandemia occupasse un posto. La diffusione della covid a livello mondiale aveva indubbiamente un connotato “negativo” in senso molto più generale, il suo “opporsi” al mondo a essa precedente ha “limitato” praticamente tutto: quindi non risulterà difficile il perché abbia concepito la pandemia in termini di negativo razionale hegeliano rispetto al momento tetico della globalizzazione. Sembra che la pandemia fosse il segnale che la globalizzazione “illimitata” fosse entrata in una crisi la quale richiedeva un intervento ad hoc. Tale ragionare alla maniera di Hegel postulava un movimento sintetico il quale approdasse a un positivo razionale di più ampio margine della globalizzazione. Ma se già abbiamo esaurito la scala planetaria, cosa ci resterà per andare più in là? Dirigerci oltre il cielo stellato, nel letterale iperuranio, a incontrare un’altra civiltà planetaria aliena. Ho pensato la problematica in siffatto modo, e alla fine della pandemia mi è capitato di leggere un romanzo di fantascienza di Robert James Sawyer intitolato “Factoring humanity” e risalente al 1998. Quest’opera mi ha particolarmente colpito per il fatto non solo di intrecciare miei motivi di interesse intellettuale (fra cui uno inerente proprio all’argomento di apertura di questa riflessione), ma anche perché la protagonista, Heather Davis, è una psicanalista junghiana. È notorio che la mia critica letteraria si appoggi alla mia adesione alla psicologia analitica di Jung. In tale romanzo tuttavia essendo già palesi i contenuti junghiani non avevo niente da far emergere dal profondo simbolico: era tutto scritto alla superficie. Si parlava chiaramente di Inconscio collettivo e di altro. Il testo perciò mi è piaciuto molto altresì nel suo intersecare segmenti vari di miei interessi. Io sono junghiano, credo ragionevolmente nell’esistenza di altre civiltà in altri sistemi solari, e in particolar modo reputo la razza umana sulla terra un portato emigratorio interplanetario1. “Factoring humanity” non si è espresso sulla linea della mia specifica ultima idea testé esposta, però è rimbalzato su molteplici pareti a me congeniali. Per farla breve sul racconto dico che attraverso dei messaggi decodificati da Heather gli alieni hanno trasmesso ai Terrestri le indicazioni di costruzione di una macchina per entrare nell’Inconscio assoluto. Ciò avviene nel 2017, e poi nel 2019 gli extraterrestri giungono a ridosso del nostro pianeta incontrando l’umanità. A tal proposito ho notato che l’anno era quello del covid, e la vicenda quella del “positivo razionale” della mia terna hegeliana (ideata da me nel 2020). Riguardo al viaggiare dentro all’Inconscio impersonale ho parlato in precedenza allorché ho analizzato fantascientifici spostamenti temporali riconducendoli a non figurati viaggi nell’Inconscio collettivo2. Per me navigare nel tempo equivale letteralmente a un attraversamento dell’Inconscio assoluto (in particolar modo nei confronti del passato). E questo è quanto opera Heather: mediante una macchina di tecnologia non terrestre si immerge a ispezionare le microaree di memoria personali. Pertanto ha sincronicamente davanti tutti gli accadimenti di vita individuale a beneficio del suo sguardo. Simile suo inoltrarsi nella sincronicità metafisica junghiana grazie a una macchina aliena mi ha immediatamente fatto pensare al time traveller wellsiano3: nell’ottica dei miei ragionamenti e della mia impostazione, Heather appare analoga e parallela al time traveller di H. G. Wells, ma si mostra “psycho-traveller”. Circa le macchine psicanalitiche, come quella adoperata da Heather nella sua storia la quale possiede un finale non tragico, sono stato indotto a pensare, nella qualità di critico letterario, alla macchina di Wilhelm Reich volta a catturare l’energia orgonica positiva proveniente da tale sorta di libido freudiana universalizzata e ontologizzata in guisa un po’ junghiana (l’orgone reichiano si trova metà strada fra Freud e Jung). Quest’altro studioso della psiche in aggiunta ad aver progettato e costruito simile cosa mirante a catturare energia orgonica positiva, affermò pure che esistono degli alieni i quali condizionano l’umanità in peggio proiettando sugli esseri umani una energia orgonica negativa. Non escludo che le idee e le vicende di Wilhelm Reich possano aver influenzato la creazione letteraria di “Factoring humanity” da parte di Sawyer: da una prospettiva reichiana pessimistica passiamo a un’ottica più idealistica dove gli alieni sono junghiani e ben disposti verso gli uomini. Un tema nel romanzo di Sawyer il quale ritengo ancora utile sottolineare è l’idea che l’Inconscio impersonale sia a livello universale regionalizzato: la regione occupata dagli uomini ad esempio non ha di conseguenza interagito con quella degli alieni sino al momento in cui non sono venuti in contatto stretto e diretto soggetti dei due gruppi. Dunque si trarrebbe la conclusione che senza una significativa tangenza l’area umana dell’Inconscio collettivo non elaborerebbe i contenuti di un’altra regione appartenente a un mondo nello spazio distante. Una prospettiva di tragico incontro con gli extraterrestri proviene da “The war of the worlds”, celeberrimo romanzo di H. G. Wells uscito nel 1897. Qui gli alieni vengono da Marte sulla terra con obiettivi tutt’altro che pacifici. La loro ambizione è conquistare il pianeta, a loro pro, attraverso l’uso della forza militare. I loro mezzi di conquista muniti di potenti armi appaiono nella narrazione wellsiana immediatamente inquietanti anche al di fuori della finzione letteraria. La sadica distruzione portata da questi strumenti militari, alti e giganti, a tre piedi mobili, con il proprio incendiario raggio devastante, risulta molto impressionate giacché realistica. Anticipa il terrore atomico, lascia sgomenti. Simili macchine di morte rappresentano un simbolo del potere della tecnica, del dominio tecnico incombente sull’umanità. Il riferimento è ovviamente rivolto allo sviluppo capitalistico e alle sue possibilità non preventivamente ponderate a dovere. Lo scenario di annichilimento generato dall’agire dei Marziani costituisce un segnale d’allarme a proposito degli effetti eventuali della tecnica e del progresso se lasciati liberi senza un controllo veramente e profondamente razionale. Al di là degli strumenti di devastazione degli extraterrestri, creanti un’atmosfera molto cupa, apocalittica, angosciante, l’aspetto e la mentalità di costoro suscitano ulteriori sensazioni kafkiane. Non possiedono sembianze antropomorfe, a forma di palla con grandi occhi, sono esseri di esclusiva razionalità pragmatica e utilitaristica. Non vivono una dimensione sentimentale, emozionale, guidati dai loro enormi cervelli contenuti in quei corpi sferici privi di un comune apparato digerente. I Marziani infatti si nutrono direttamente di sangue trasfuso nel proprio organismo mediante un canale apposito, sangue prelevato dalle vittime. Simile dettaglio rammenta il vampirismo (figurato) dei capitalisti nella critica marxiana. A questa prima interpretazione simbolica ne devo aggiungere una seconda che la prosegue sulla scia del mio pensiero esposto nelle mie opere. L’arroccamento nella razionalità da parte dei Marziani mi ha ricordato la mia idea sull’origine nevrotica del Cristianesimo e dei suoi pericolosi difetti4. Quando ho parlato da junghiano di un indebito ripiego ed esclusivo sopra la facoltà della ragione stricto sensu lungo l’asse delle capacità razionali (in senso lato: l’altra è il sentimento), ho detto che è stato prodotto un assetto nevrotico ripudiante il femminile sentimentale a pericoloso vantaggio del maschile-razionale nell’ambito di simile segmento psichico. Gli alieni wellsiani oltre a essere, come visto, soggetti portatori di una razionalità (?) malata, sadica, poiché nevrotica, non si riproducono più attraverso un comune congresso carnale fra persone di sessi opposti: ciascun marziano può generarne uno nuovo sulla base di una differente autonoma biologia. Tali dettagli meglio approfonditi mi hanno ricondotto a un sostrato di più radicale nevrosi, e quindi a Max Weber e alla sua analisi dove Cristianesimo (protestante) ed economia si legano. La critica di H. G. Wells al capitalismo e alla di esso sfruttata tecnica, in “The war of the worlds”, non è estranea al disvelamento di strati nevrotici inerenti alla religione. La morte e la violenza causate dai Marziani non simboleggiano solo una dimensione recente di sviluppo della tecnica, ma altresì l’incubo angoscioso, kafkiano dell’aggressione cristiana alla civiltà umana per mezzo di persecuzioni, torture, uccisioni di streghe, omosessuali, Ebrei, non cristiani, atei e intellettuali non allineati. Il rogo, il fuoco, divengono il raggio mortale degli alieni distruttori, angeli di morte calati dal cielo, paragonabili altresì agli inquisitori accompagnati dalle loro sadiche macchine di tortura. Questo raggio il quale si irradia dai meccanici mostri dotati di una trinità di gambe mi rievoca l’emissione dello Spirito Santo sugli uomini, rappresentato in foggia ignea, qua, kafkianamente e apocalitticamente, volto da “consolatore” a “giustiziere”. Ritornando al livello di lettura prossimo, dobbiamo rilevare che gli alieni fanno uso di armi chimiche a detrimento degli abitanti della Terra: in tal caso non possiamo non vedere terribili prefigurazioni e preoccupazioni inerenti ai due futuri conflitti mondiali novecenteschi, i quali io giudico una singola peloponnesiaca contesa interna capitalistica globale. Gli esseri umani avranno comunque la meglio sui Marziani in virtù di un’imprevista e sottovalutata arma epidemiologica nei riguardi di cui erano abbondantemente immunizzati: la presenza di microrganismi sulla Terra ormai innocui al cospetto degli uomini, però non nei confronti degli alieni, i quali nutrendosi del sangue terrestre hanno mangiato e bevuto la loro rovina contagiandosi. Gli eventi avversi della loro nutrizione li hanno alla fine sterminati tutti. Rappresenta questo finale l’occasione per il famosissimo scrittore inglese di formulare l’auspicio che di fronte a un nemico pericoloso (tra le righe: il capitalismo selvaggio) gli esseri umani (la classe degli sfruttati, dei diseredati, degli emarginati) possano prendere una coscienza di gruppo (marxiana coscienza di classe), e unirsi omogeneamente a tutela comune contro paventati rischi alla sicurezza e al benessere. Questa è la lezione wellsiana di “The war of the worlds”, dove gli extraterrestri rappresentano simboli di realtà storiche precise rintracciabili dietro il velo della finzione narrativa fantascientifica.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Analisi letterarie e filosofiche”
 
1 A proposito di questo mio filone di argomentazioni indico una mia recente analisi con i suoi ulteriori rinvii a ritroso nelle note: Scoperte stellari, nel mio saggio Partita a scacchi (2022).
 
2 Si veda nelle mie precedenti pubblicazioni: Storia e pensiero e Distopie occidentali del 2023.
 
3 Una mia analisi di “The time machine” è presente nella mia monografia Critica letteraria (2017): La terribile distopia di H. G. Wells.
 
4 Ho destinato parecchi lavori d’analisi a simili argomenti, ne indico uno a titolo di exemplum utile all’approfondimento del mio scientifico punto di vista, un saggio: L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017).

22 aprile 2023

L’INCUBO DEL TEMPO DI STEPHEN BAXTER

di DANILO CARUSO
 
“The time ships” è un romanzo fantascientifico uscito nel 1995, opera dello scrittore Stephen Baxter, e unico testo riconosciuto dalla fondazione dedicata a Herbert George Wells quale seguito di “The time machine” (il noto romanzo wellsiano del 1895 al quale ho dedicato una precedente analisi1). Il lavoro redazionale baxteriano mi è parso molto interessante. Nella mia disamina ne evocherò aspetti chiave alla luce delle mie impostazioni analitiche di carattere junghiano. Dobbiamo precisare, per chiarezza, che in tale secondo romanzo il time traveller è all’inizio tornato nel futuro, un futuro alterato dal suo precedente viaggio, dove questa modificata linea temporale gli rivela un mondo di Eloi e Morlock molto diverso da quello che aveva conosciuto durante il primo cronoviaggio. Qui ora i Morlock rappresentano l’incarnazione di una isolata e pura facoltà razionale, ma non distopica come potrebbe in apparenza sembrare. Il vero perno del romanzo è infatti il Morlock Nebogipfel, il personaggio letterario che accompagnerà il viaggiatore temporale nelle di lui peripezie sino alla fine del racconto quale una sorta di novello Virgilio. Il testo baxteriano possiede qua e là un quid di atmosfera dantesca. Il primo cardine di razionalità emergente in simile nuova realtà morlock è il superamento della dicotomia fides/ratio. Non esiste più l’idea di un contraddittorio Dio a cui aggrapparsi, un Dio il quale nella sua onnipotenza non rimuove il male dal mondo. Il concetto di “sacralità” poggiata su qualsivoglia azione cruenta (con spargimento di sangue) è cancellato. La Ragione ha qui purificato l’animo della specie dai suoi torbidi grovigli e legacci interiori. È la pragmatica evidenza logica a trionfare. come già anticipato, non si tratta di un ideale distopico sopra una falsariga zamjatiniana2. Il superamento dei generi sessuali attuato dai Morlock non è da intendersi accostandolo all’ectogenesi del Brave New World3 o alla creazione dell’androgino biblico4. Noi dobbiamo intravedere in Nebogipfel un simbolo junghiano, e precisamente quello del sommo archetipo androginico. Nebogipfel costituisce la chiave di lettura di tutto. È un Virgilio di razionalità equilibrata (androginica). e non più di pseudorazionalità dantesca maschilista5. A ben guardare il comportamento del Morlock nell’intero romanzo, esso appare animato da tutto l’asse junghiano delle facoltà razionali (ragione e sentimento). Nebogipfel ha anche un cuore razionale. L’ideale di vita di questi Morlock è infatti filosofico: l’obiettivo della specie umana e post-umana risiede nella sua autoconservazione attraverso lo studio di se stessa e della realtà. La conoscenza quale via di benessere. Il time traveller non sta letteralmente compiendo viaggi nel tempo, sta viaggiando attraverso l’Inconscio collettivo; dobbiamo vedere “The time ships” come una sorta di “Liber novus”. E da ciò capiremo che questo nuovo baxteriano time travell costituisce la rappresentazione di un percorso di rinascita alchemica junghiana, un “percorso di individuazione” il quale alla fine, appunto, approderà col salvataggio di Weena (raffigurante l’“anima junghiana”), cioè, in termini di psicologia analitica, l’incontro del complesso dell’Io con la sua inconscia controparte sessuale psichica. Il percorso di rinascita alchemica da parte del time traveller principia con un viaggio nello spazio, accompagnato da Nebogipfel, dentro qualcosa che egli definisce una “bara”. Ciò mi ha fatto pensare a Elwin ransom in “Perelandra” e a quanto avevo scritto a proposito in un mio saggio dedicato alla cosmic trilogy di Clive Staples Lewis6. Uscendo da queste simboliche bare ha luogo un risorgimento spirituale interiore. esso passa però da urti negativi. Uno è rappresentato dall’alternativo mondo storico baxteriano della prima metà del ’900 dipinto nel romanzo, un mondo che rimane comunque in conflitto con connotazioni differenti rispetto alle reali nostre. È inquietante, veramente distopico, sentire l’elogio di un personaggio secondario di una forma sociale totalitaria. Il mondo angloamericano nel 1938 alternativo mirerebbe, nei sui centri direzionali, a manipolare e a indirizzare le masse con metodi illiberali; in parole povere, spiegando con (pseudo)autorevolezza ciò che è bene e ciò che è male alle persone, le quali dovrebbero adeguarsi acriticamente e dogmaticamente. La diversità di idee (sale dell’esistenza comunitaria), il concetto stesso di “opposizione politica”, dovrebbero essere banditi nell’interesse dell’unico (pseudo)bene. Pare l’elogio dell’unidimensionalità marcusiana. E se non bastasse, v’è pure un attacco all’istituto cardine della Società civile, la famiglia. Essa dovrebbe essere sostituita da altre forma associative migliori imprecisate, in un discorso che non possiede nemmeno una platonica ragionevolezza. Simile modello occidentale antitedesco (per via della guerra contro la Germania) dovrà assumere, come poi riassunto con amarezza da un protagonista del romanzo, il controllo globale del pianeta al termine della guerra. Un’élite di (pseudo)illuminati (manipolatori) dirigerà (in maniera autonoma) le sorti dell’umanità. L’organizzazione sociale totaliatria e gli interessi economici saranno i fari di una nuova era di (falso) benessere. Tale distopica aspirazione necessiterebbe di “correzioni” genetiche della specie umana, con il risultato su larga scala di eliminare il (presunto) peggio. Il meglio (?) auspicato e prodotto da simile tecnocrazia tuttavia, nelle parole dello sconcertato coprotagonista, sarebbe tuttavia destinato a trovare la disapprovazione di molti nel mondo, ancora illuminati da una retta ragionevolezza. La scienza e la tecnica che si trasformano in dogmatiche nuove deliranti religioni sono additate quali pericoli verso la libertà e la vita. Nella mia lettura di “The time ships” ho trovato singolare il modo in cui un fatto reale sia stato trasposto nella finzione narrativa: durante una delle due esplosioni atomiche in Giappone nel nostro 1945, una bomba atomica disintegrò un essere umano lasciando proiettata sul muro l’assenza dell’impatto dell’ondata termica radioattiva; un episodio del genere viene attribuito ai Tedeschi, i quali nel Paleocene romanzesco usano un ordigno nucleare contro gli Inglesi. Il prosieguo narrativo dell’opera di Baxter presenta poi nel futuro alternativo la distruzione dell’ecosistema planetario e la scomparsa del genere umano dalla Terra, costretto a emigrare altrove. Andando più avanti nel cronoviaggio, il time traveller e Nebogipfel si inoltrano dunque dentro un’era con dettagli positivi a dispetto della glaciale desolazione terrestre. Il genere umano è stato rimpiazzato dall’intelligenza artificiale: macchine intelligenti, sparse nell’Universo, portano avanti quella missione che i Morlock baxteriani si erano prefissati, idest esaminare, archiviare, custodire ogni esperienza e ogni conoscenza, dal più profondo passato fino a loro. In tale reticolo di unità-nella-molteplicità vedo l’Inconscio assoluto junghiano al di là dell’immediato piano letterale. Alcune parole di Nebogipfel sono illuminanti in tal senso. I “Costruttori universali”, tali macchine, sono gli eredi e i simboli di complessi psichici di Io. In simile sorta di informatico Intelletto passivo universale, sempre Nebogipfel sembra spiegare una dinamica magmatica interna di scontro fra elementi la quale è analoga a quella fornita da Jung circa la formazione degli archetipi: l’obiettivo di queste dialettiche mira a sintetizzare un punto di mediazione, di equilibrio, e a posarsi su di esso, in direzione del progresso e della sanità dell’insieme costitutivo generale elaborante. Il Morlock chiarisce nelle sue parole in seguito che il modello capitalista debba essere destinato a essere superato e che l’umanità debba essere affrancata, in virtù della tecnologia, da servizi di lavoro non più necessari: il tutto a beneficio di una comune crescita conoscitiva, di consapevolezza dell’universo. Fuori del contesto immediato di trattazione di Nebogipfel, potremmo dire saltando al campo psicanalitico che l’Inconscio impersonale potrebbe essere sgravato di parte delle sue tensioni intestine. Verso la fine del romanzo la valenza fenomenica del comune mondo quotidiano viene evidenziata dal time traveller, ormai alla volta di concludere il suo percorso alchemico junghiano. Aveva abbandonato la nigredo uscendo fuori di qualcosa paragonato a una bara, quindi dai costruttori universali era stato riparato e “ricreato” a livello molecolare. Diremo di quest'altro passaggio: un secondo grado di rinascita (albedo). Nella sua citrinitas, come appena detto, l’impalcature fenomenica del mondo viene oltrepassata. E ciò viene fatto con un dettaglio narrativo che mi ha colpito. Il time traveller evoca le categorie di base schopenhaueriane della Welt als Vorstellung, spazio e tempo, affermando di esserne all’esterno. Si trova cioè a contatto con l’Inconscio collettivo: Nebogipfel glielo dice chiaramente. Il time traveller ci informa inoltre di percepire la vita, ossia la libido (voluntas schopenhaueriana) che pervade e ingloba l’Universo: egli in questa fase non possiede più una dimensione corporea. È ridotto al suo semplice complesso dell’Io di cui scopre i limiti, la piccolezza, la relatività. Simile coscienza gli spalanza l’individuazione junghiana. A questo punto la rubedo e la sizigia sono alla sua portata. Infatti, tornato umano, abbandonato Nebogipfel, andrà di nuovo in quel futuro dove, nel primo romanzo wellsiano, aveva perso Weena (“anima junghiana”): la ritroverà, la salverà e rimarrà con lei.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Distopie occidentali”
https://www.academia.edu/101566960/Distopie_occidentali
 
1 La terribile distopia di H. G. Wells dentro la mia pubblicazione intitolata Critica letteraria (2017).
 
2 Per approfondimenti indico un mio saggio del 2015: L’antipanlogismo di Evgenij Zamjatin.
 
3 Al fine di approfondire consiglio un’altra mia monografia dello stesso anno: Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley.
 
4 Si veda al riguardo un mio studio: Antropogonia e androginia nel Simposio e nella Genesi, nella mia opera Considerazioni letterarie (2014).
 
5 Per approfondimenti consiglio il mio saggio Parricidio dantesco (2021).
 
6 Mitopoiesi junghiana in Clive Staples Lewis (2017).

08 gennaio 2023

TEMPO, STORIA E VERITÀ

di DANILO CARUSO
 
Uno degli argomenti che ha attirato la mia attenzione nel campo scientifico è quello dei “fantascientifici” viaggi nel tempo. Sulla base della fisica einsteiniana risulta teoricamente possibile fare un salto nel futuro, partendo da un determinato momento e arrivando attraverso un “viaggio” a una meta temporale posta in avanti. Riflettendo sulla natura del tempo però sono approdato alla conclusione che uno scorrere oggettivo temporale non esiste: il tempo misura spostamenti, cambiamenti, però chi osserva non si sposta mai da se stesso, perciò il misuratore che rileva la variazione cade in contraddizione col contenitore in cui crede di essere. Il tempo è un modo mentale di ordinare esperienze fenomeniche. Mi verrebbe da dire, con Schopenhauer, che spazio e tempo siano categorie soggettive consustanziali al fenomenico, ma non vorrei accantonare l’estetica trascendentale kantiana. In ogni caso spazio e tempo sono categorie soggettive non inerenti alle cose. Infatti sulla base della teoria della relatività di Einstein viaggiando a velocità notevolissima all’interno di tale veicolo si avrebe un rallentamento dell’invecchiamento, il quale veicolo è paragonabile a un freezer temporale trattandosi di un finto viaggio nel tempo, il quale produce una sorta di “congelamento” mirante a mantenere la coerenza, cioè l’ordine delle Idee platoniche (alla base della struttura fisica, fenomenica dell’Universo). Constatata l’impossibilità del viaggio nel tempo futuro nella guisa fantascientifica, poiché il tempo non esiste, mi sono posto il tema speculare del passato. In modo fenomenico potremmo andare molto più in là. Però, cosa vorrebbe dire viaggiare nel passato, sulla base di quanto ho già chiarito? Significa fare un viaggio nell’Inconscio collettivo junghiano, al di fuori dello spazio e del tempo fenomenici. All’interno dell’Inconscio impersonale non vale il principio di causa-effetto, in questo “passato” v’è solo “sincronicità” extrafenomenica la quale garantisce che io non entri in conflitto col me precedente e con lo schema di coerenza fenomenica (per l’appunto abbandonato). Andare-indietro-nel-tempo equivale a tuffarsi nell’Inconscio assoluto, anche a rischio di annegarci. Qui è registrata tutta la storia universale delle coscienze singole, e come in una rivisitazione scenica allestita ad hoc potremmo piombare nella virtualità sui generis riproposta di qualsiasi evento. La Verità è pertanto ontologicamente univoca. Non è l’uomo storicizzato a essere misura di tutte le cose nelle varie epoche, esistono dei diritti naturali universali. Un regime distopico grazie a una modalità da caverna platonica potrebbe tuttavia velarla e impedirne la conoscenza obiettiva. È questo il pericolo in seguito a una possibile distopia. La storia passata ha offerto esempi di sistemi totalitari. Il rischio futuro proviene da una forma di relativismo manipolatorio delle masse generante alla fine, nella maniera più perfetta e raffinata, l’assorbimento della contraddizione intellettuale di cui parlava Marcuse. Un meccanismo totalitario neo-orwelliano potrebbe prendere atto che la verità di qualcosa non si può nascondere e che la conseguenza di ciò sarebbe controproducente nei confronti di un goebbelsiano inganno delle masse. Quando infatti si scopre la verità occultata si resta contrariati a causa dell’essere stati ingannati. Evita nel “Mi mensaje” dice che bisogna essere “fanatici” nella difesa della giustizia sociale. Non è che sta parlando una donna estremista per motivi ideologici a monte: lei era veramente arrabbiata contro un iniquo sistema oligarchico. Al cospetto di potenziali ingannatori la costituzione di un fronte “molto convinto” avverso non sarebbe facile da combattere. Quindi sarebbe machiavellicamente meglio agire in modo diverso rispetto alla repressione aperta della verità. Tu non devi sotterrare la verità con sistemi repressivi, giacché prima o poi tornerà sempre a galla davanti ai più, devi far in modo di declassare il pensare la verità a qualcosa di remoto, assurdo. Cioè devi diluire la verità in un oceano di sciocchezze in maniera che essa stessa assuma in questo quadro generale una connotazione superficiale analoga. Dunque se tu induci a pensare la gente che determinate possibilità del reale siano possibilità irreali e assurde hai fatto di meglio di un regime totalitario del passato. Non si alimenta così un fronte nemico carico di risentimento nel momento del disvelamento veritativo. Come poter indurre la gente ad assecondare il potenziale neototalitarismo? Mediante i canali mediatici. Passando attraverso i luoghi di una “finzione” espositiva. Allorché tu collochi le possibilità della realtà, in particolare quelle sensibili e critiche, in quegli ambiti, e disconnesse da un concreto aggancio col reale pregresso, porti la massa a pensare a quelle cose come roba di “fantasia”, e in automatico da scartare allo scopo di interpretare il reale. Se quella è fantasia, non puoi istintivamente accostarla al reale: sfruttare questo fondo di residua coerenza logica sarebbe machiavellicamente scaltro. Pertanto la gente scarterebbe per istinto quelle chiavi di lettura: chi addurrebbe una declassata descrizione di presunta fantasia al fine di interpretare la realtà verrebbe deriso. Laddove si procedesse con metodi da Santa Inquisizione (censura, repressione, demonizzazione dell’avversario) si produrrebbero nell’era di internet frange di “fanatici” della verità, quelli che in ogni modo legale e lecito manifesterebbero il dissenso. Scenari da “1984” e “Il tallone di ferro” genererebbero un contrasto forte difficile alla lunga da assorbire senza alta tensione sociale. Sarebbero totalitarismi rimasti legati a un modello antiquato e inadeguato. La gente, in generale, rimane urtata, se contrariata da un aperto disprezzo: molti capirebbero nel momento in cui aprissero gli occhi che altri starebbero calpestando i loro diritti naturali, e che addirittura a loro si potrebbero rivolgere parole che nessun intelligente direbbe (maggiormente se volesse portare avanti una repressione sociale: non vai ad urtare la sensibilità e l’intelligenza della massa). I media non dovrebbero censurare i contrari. Quando lo facessero qualche crepa si aprirebbe sbagliando strategia mediatica in maniera grossolana. Allorché qualcuno disprezza una categoria perbene e si appella a un principio di autorità, al di fuori del fornire spiegazioni (quelle sì strumento di convincimento) comprensibili, contribuirebbe a sminuire la credibilità e l’apprezzamento di un apparato mediatico totalitario. Non avrebbero avuto la subdola profondità: si sarebbero accaniti sulla repressione della verità con spirito nazista. Una repressione dal volto soft è preferibile a un modello dal volto hard che rischierebbe di crollare. I furbi non ti impedirebbero di pensare i contenuti del reale, però te li farebbero pensare nella regione intellettuale del fantastico, dell’assurdo, e perciò non li vai a trasporre spontaneamente sul piano concreto come modello di lettura. Gli antiquati punterebbero sul dogmatismo e mirerebbero a mutilare del tutto la possibilità di pensare a qualcosa di “differente” dalla verità ufficiale/rivelata. Vi rendete perfettamente conto che tra il modello soft e quello hard quest’ultimo sia quello più antipatico. Poiché, mentre il primo avrebbe contribuito a creare la piattezza di pensiero nei cittadini difficilmente capaci di sollevarsi dall’unidimensionalità e quindi organici al sistema in guisa non pericolosa, il secondo allorché si trovasse davanti gli oppositori avrebbe di fronte “fanatici” (termine da intendersi nell’accezione positiva, come sopra spiegato). O’Brien chiariva a Winston che chi controlla il passato controlla il futuro, e chi controlla il presente controlla il passato. Il principio non cambierebbe, muterebbe solo la sostanza del controllo: da hard a soft (da Oceania a Brave New World). Dalla “banalità del male” si passerebbe alla “sciocchezza della verità”: il relativismo sofistico combattuto da Platone. La mia filosofia della storia ventura ha prospettato simili scenari1. Ciò che cementa i due livelli di argomentazione in questo scritto affrontati è il romanzo wellsiano “The time machine”. In tale distopia ritroviamo il senso del viaggio nel tempo in funzione tragico-catartica (qui nel futuro). Io nella mia prima parte qua di discorso ho parlato pure di viaggio nel passato. L’analisi storica obiettiva, l’ermeneutica contestuale, l’esame psicanalitico del passato sono fondamentali per la crescita della Civiltà umana. L’ignoranza genera masse controllabili con facilità e le nevrosi generano mostri.




 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Storia e pensiero”
 
1 Suggerisco di seguire a ritroso il filo conduttore, attraverso il rimando delle note, iniziante qui:

28 novembre 2016

LA TERRIBILE DISTOPIA DI H. G. WELLS

di DANILO CARUSO

“La macchina del tempo” è un romanzo del 1895 di Herbert George Wells (1866-1946), un incrocio tra la fantascienza e l’utopia negativa. Il protagonista del racconto (il viaggiatore del tempo, voce narrante unica per largo tratto), grazie a una sua invenzione (la quale dà il titolo alla storia), riesce a raggiungere il futuro: l’anno 802701, dove vive un’inaspettata traumatica esperienza. I primi esseri post-umani con cui viene a contatto, gli Eloi, sono alti quanto bimbi, vestono in modo uguale e sono vegetariani (la fauna è pressoché assente). Ignorano la scrittura, e la loro lingua, nuova e sconosciuta al time traveller (che egli imparerà a conoscere), è ulteriore motivo di turbamento. Il primo approccio avviene mediante comunicazione elementare e gesticolare. «Una domanda mi venne improvvisa alla mente; queste creature erano dunque deficienti? […] Un suo rappresentante mi rivolgeva una domanda degna del livello intellettuale di un bambino di cinque anni. […] Feci subito un’altra scoperta piuttosto strana sul conto dei miei piccoli ospiti: mancavano di interesse per qualsiasi cosa. Si avvicinavano a me lanciando grida di impaziente meraviglia come avrebbero fatto dei bambini, ma appunto come i bambini smettevano ben presto di esaminarmi e si allontanavano alla ricerca di un nuovo giocattolo. […] Avevo l’impressione di esser capitato in mezzo a un’umanità in declino». Wells, il quale aveva simpatie politiche collocate a sinistra, nei primi capitoli del romanzo fa un paio di isolati accenni al socialismo. Il viaggiatore nel tempo si interroga se tutto quello che ha visto all’inizio non sia l’esito, alquanto sconcertante, della dialettica sociale, ormai morta. «Non avevo mai visto individui più indolenti o che si stancassero con maggiore facilità. […] Quel luminoso tramonto mi faceva pensare al tramonto del genere umano. Per la prima volta ero in grado di comprendere le strane conseguenze di tutti gli sforzi che stiamo compiendo nel campo sociale; conseguenze abbastanza logiche, se ci pensiamo bene: la forza deriva dalla necessità, e la sicurezza rappresenta un cardine della debolezza». Il capitalismo era scomparso, a prima vista, in quel «paradiso sociale» scevro di problemi di crescita demografica incontrollata: «A quanto potei giudicare, non dovevano sottoporsi alla minima fatica». In simile futuro, lontano parente della nostra epoca, l’intelligenza si è ridotta ai minimi termini, assieme a ogni manifestazione distintiva del genere umano (a partire dall’arte). È morta la dialettica hegeliana signore-servo: «Quali sono le cause […] che spronano l’intelligenza e il vigore dell’uomo? Le avversità e la libertà: sotto la loro spinta l’uomo attivo, forte e astuto sopravvive, mentre quello più debole soccombe; per esse l’unione leale di individui capaci riceve il suo premio, meritato a costo di repressioni, di pazienza e di fermezza». In questo «bizzarro mondo nuovo» apparirebbe un’eco, ancora utopica, della marxiana abolizione della famiglia (con radice, positiva, nella “Repubblica” platonica): «L’istituzione della famiglia e i sentimenti che ne derivano: violenta gelosia, tenerezza per i figli, devozione incondizionata verso i genitori, tutto ciò è giustificato dai pericoli a cui va incontro la gioventù». Al time traveller la vita del futuro remoto si mostra antitetica rispetto a una tensione spartana: «Pensavo alla debolezza fisica di quegli esseri, alla loro limitatissima intelligenza, alle numerose, enormi rovine che avevo davanti agli occhi, e sentivo rafforzarsi sempre più in me la fede in una perfetta conquista della natura da parte degli uomini: a ogni lotta succede la quiete. L’umanità era stata forte, piena di energia, intelligente, ed aveva adoperato la sua abbondante vitalità per alterare le condizioni in cui viveva; adesso era sopravvenuta la reazione, provocata appunto dalle alterate condizioni di vita. In questo nuovo stato di perfetto benessere e di sicurezza, l’infaticabile energia che è la nostra forza non può non mutarsi in debolezza. […] A un tal genere di vita, quelli che noi chiameremmo i deboli sono adatti come i forti, e di conseguenza non sarebbe più possibile parlar di deboli; anzi, questi ultimi si troverebbero assai più a loro agio, perché i forti sarebbero logorati da un’energia che non troverebbe sfogo. Senza dubbio, la squisita bellezza degli edifici che vedevo era il risultato degli ultimi sprazzi di energia sviluppata dal genere umano prima che esso si indebolisse, in perfetta connessione con le sue attuali condizioni di vita: dopo quel trionfo aveva avuto inizio la grande pace definitiva. Ed è sempre stato questo il destino della forza in un clima di sicurezza completa: essa si abbandona all’estetismo sia nelle arti che nell’amore, poi si illanguidisce e decade». Questo scenario sembra una parodia rousseauiano-fichtiana dell’ottimo stato di Natura. Wells, che era un progressista e un femminista, mette in scena in tale primo ritratto una cruda, realistica, tragico-grottesca caricatura di parte dell’umanità contemporanea e passata. La quale è proiettata nel romanzo in un’era distopica. Gli Eloi sono paragonati dall’autore di “The time machine” ai fanciulli: l’accostamento è ingiusto nei confronti di questi ultimi. I bimbi sono bassi perché non sono cresciuti del tutto, e non sono stupidi. Ci possono diventare a contatto con ambienti e adulti non sviluppati secondo quanto l’altezza del genere umano si aspetterebbe. Quando ciò che Dio ha immesso nella natura dell’uomo si atrofizza, nella maniera su descritta, non sono qualificabili rimbambiti quelli che abbiamo di fronte: i bambini sono filosofi naturali; gli adulti idioti, abbrutiti, sono più vicini ad animali domestici. Il potere del logos in loro diminuisce a livello allarmante. Il viaggiatore del tempo infatti constata un fenomeno, non raro già prima, di impoverimento semantico-concettuale (pensiamo d’altro canto al newspeak di “1984”): «Il linguaggio di quella gente era davvero di un’estrema semplicità, composto soltanto di nomi concreti e di verbi: se esistevano termini astratti, dovevano essere pochissimi; e inoltre i miei ospiti ignoravano affatto il linguaggio figurato». In un secondo momento il time traveller scopre l’esistenza dei Morlock, un altro genere di futuri tipi post-umani. «La razza umana non era rimasta di un’unica specie, ma si era sviluppata sotto due forme ben distinte fra loro: quei graziosi fanciulli del mondo superiore non erano gli unici discendenti della nostra stirpe; anche quella bianca, repellente Cosa notturna fuggita davanti a me era l’erede dell’evoluzione dei tempi. […] La seconda specie umana conduceva una vita sotterranea; tre circostanze in particolare mi spingevano a credere che le sue rare apparizioni alla superficie della terra fossero la conseguenza di una ormai lunga abitudine alla vita sotterranea […]. Sotto i miei piedi la terra doveva essere percorsa da enormi gallerie: l’abitazione, appunto, della nuova razza. La presenza dei pozzi e dei piloni di ventilazione lungo i fianchi delle colline – e ne sorgevano da per tutto […] – dimostrava che le ramificazioni delle gallerie si stendevano in tutti i sensi. Era assai logico, quindi, pensare che tutto quanto occorreva alla facile vita degli esseri che vivevano alla luce del sole fosse preparato in quel mondo inferiore e artificiale. Questa idea mi pareva talmente plausibile, che la accettai senza pensarci due volte, e cercai di spiegarmi in maniera verosimile la scissione della razza umana. […] Basandomi sui problemi propri alla nostra epoca, sulle prime mi parve chiaro come la luce del sole che l’estendersi dell’attuale divergenza di opinioni tra capitalisti e lavoratori, divergenze di carattere puramente temporaneo e sociale, era la chiave di tutta la faccenda. […] Possiamo notare anche oggi una tendenza a utilizzare lo spazio sotterraneo per gli scopi meno ornamentali della civilizzazione. […] Le tendenze aristocratiche della gente ricca – dovute senza dubbio alla sua educazione sempre più raffinata – e l’incolmabile abisso che la divide dalla rude violenza del povero, stanno già conducendo all’esclusione di quest’ultimo dalla superficie della terra. […] In tal modo, alla fine, avremo al di sopra della terra i ricchi, che condurranno una vita piacevole, comoda e bella, e sotto la superficie terrestre i poveri, i lavoratori, la cui esistenza sarà un continuo adattamento alle condizioni del loro lavoro. Una volta confinata nel sottosuolo, questa parte di umanità sarà obbligata a pagare, e non poco, la ventilazione delle sue caverne; se si rifiuterà, di farlo dovrà morire di fame o di asfissia. Quindi una parte di costoro si adatterà a un’esistenza miserabile, e i ribelli troveranno la morte, fino al giorno in cui i sopravvissuti non si adatteranno perfettamente a una condizione di vita sotterranea e non saranno felici del proprio stato [caverna platonica, laboetiana servitù volontaria1; n.d.r.], così come gli abitanti del mondo superiore saranno felici del loro. Ecco la ragione per cui mi convinsi che la raffinata bellezza degli uni e il triste pallore degli altri fossero una conseguenza naturale di quanto ho detto prima. Allora guardai con altri occhi il grande trionfo dell’umanità, di cui avevo tanto fantasticato: quel trionfo di educazione morale e di generale cooperazione che avevo immaginato non esisteva affatto. Vedevo invece una vera e propria aristocrazia, padrona di una scienza perfezionata al massimo grado, condurre alla sua logica conclusione il sistema industriale odierno: il trionfo di questo sistema non era stato soltanto un trionfo sulla natura, ma anche sull’individuo-uomo». L’impressione iniziale, più o meno positiva, del viaggiatore nel tempo, a mano a mano che approfondisce la conoscenza della realtà trovata, lascia il campo a toni decisamente negativi a causa dei Morlock (post-proletari, «disgustose creature sotterranee, … nuovissimi animali che avevano preso il posto degli antichi»), i quali scoprirà essere dei cannibali che si cibano degli Eloi (post-borghesi). La coscienza di questa barbarica nemesi storica tuttavia non allontana il time traveller dal senso di civiltà. «I pallidi esseri sotterranei mi ispiravano una specie di repulsione […]. È probabile che tale repulsione provenisse dall’influenza esercitata su di me dagli Eloi. […] Esisteva un elemento del tutto nuovo, nella disgustante personalità dei Morlocchi, qualcosa di inumano e di maligno, che suscitava in me una ripugnanza istintiva. […] I miei ospiti del mondo superiore dovevano avere rappresentato, un tempo, l’aristocrazia della razza umana, e i Morlocchi i loro servitori meccanici; ma ormai tutto ciò apparteneva al passato. […] Gli Eloi, come i re Carolingi, erano ormai ridotti a una semplice espressione di vana bellezza; erano ancora padroni della superficie terrestre unicamente perché i Morlocchi, esseri sotterranei da innumerevoli generazioni, non sopportavano la luce del giorno; costoro, concludevo, preparavano gli abiti degli Eloi e provvedevano ai loro quotidiani bisogni, per la vecchia, innata abitudine di servire gli altri1, forse. Anche i cavalli continuano, ai nostri giorni, a raspare il terreno con gli zoccoli, e gli stessi uomini provano piacere a uccidere gli animali per sport: le antiche necessità, ormai superate, hanno fissato questi istinti in modo indelebile, nella personalità umana. Ma senza dubbio il remoto ordine di cose era già, almeno in parte, invertito; la Nemesi stava rapidamente insinuandosi nel destino della razza più delicata: in epoche trascorse, migliaia di generazioni prima, l’uomo aveva privato il suo fratello degli agi e della vista del sole; adesso questo fratello compiva la strada inversa, e come mutato! Gli Eloi avevano già cominciato a imparare di nuovo una vecchia lezione, facevano di nuovo conoscenza con la paura. […] Tutte le attività, tutte le tradizioni, le organizzazioni più complesse, le nazioni, i linguaggi, le letterature, le aspirazioni, perfino il ricordo dell’uomo – come io lo conoscevo – erano stati spazzati via, annullati; al loro posto ecco queste fragili creature che avevano dimenticato la propria origine e queste Cose bianche che mi incutevano tanto timore. Considerai inoltre la grande paura che divideva le due specie umane, e per la prima volta ebbi l’esatta percezione – e ne rabbrividii – di quella che poteva essere la carne che avevo visto su quella tavola. Era troppo, troppo orribile! […] Evidentemente, in un dato periodo del lunghissimo tempo occorso al decadere del genere umano, il cibo dei Morlocchi si era fatto scarso, e forse essi erano stati costretti a nutrirsi di topi e di animali simili. Anche ai nostri tempi, l’uomo è meno difficile e meno raffinato, nella scelta del cibo, di quanto lo fosse in epoche precedenti: poco più raffinato di una scimmia; il suo pregiudizio contro l’uso della carne umana non nasce da un istinto ben radicato. E così quegli inumani figli degli uomini... Tentai di studiare la cosa da un punto di vista razionale: dopo tutto, costoro erano meno umani e ancor più remoti da noi di quanto lo fossero i nostri antenati cannibali di tre o quattromila anni fa; l’intelligenza che avrebbe reso questo stato di cose un insopportabile tormento si era spenta. […] Cercai di allontanare da me l’orrore che mi pervadeva in ogni fibra, e di considerare tutta la faccenda come una dura punizione inflitta all’egoismo umano. L’uomo aveva vissuto felice fra gli agi e i piaceri valendosi della fatica del suo simile; la sua parola d’ordine era stata una sola: “Necessità”, e se ne era servito come di una valida scusa: con l’andar del tempo la necessità era divenuta abitudine. Cercai anche di considerare col disprezzo di Carlyle questa miserabile aristocrazia in piena decadenza, ma non mi fu possibile. Per quanto grande fosse il loro invilimento intellettuale, gli Eloi conservavano ancora un’apparenza troppo umana, perché non mi sentissi solidale con loro e perché la loro degradazione e la loro paura non mi toccassero da vicino». Il viaggio del protagonista di “The time machine”, oltre che essere una fantascientifica rappresentazione, è una psicologica esplorazione junghiana analoga al “Liber novus” dello stesso Jung o alla “Divina Commedia”. C’è un passaggio del romanzo wellsiano in cui l’inventore della macchina del tempo, scappato dal rifugio sotterraneo ai Morlock, sviene come Dante all’ultimo verso del V canto dell’“Inferno”: «Then, for a time, I was insensible» / «E caddi come corpo morto cade». Il viaggio nel tempo futuro è altresì una ricerca junghiana dell’anima (Weena, la protagonista di «un flirt in miniatura») da parte dell’animus (l’inventore). Simile prospettiva di analisi del testo di Wells non è fuori luogo. Esiste un altro brano che mi è parso sorprendente in virtù della sua visione anticipatrice di un fenomeno inesistente alla fine del XIX secolo: il buco nell’ozono e l’innalzamento delle temperature medie del pianeta Terra. «La temperatura nell’Età dell’Oro era molto più calda di quella attuale, ma non posso spiegarne la ragione». Questa profetica constatazione, non l’unica in opere wellsiane, ha rafforzato la mia impressione del viaggio nel tempo di “The time machine” quale esplorazione (parziale) all’interno dell’inconscio collettivo, a guisa del “Libro rosso [o novus, che dir si voglia]”. Quanto leggiamo nel romanzo di Wells è in gran parte la rappresentazione di una dinamica costitutiva archetipica. Cioè una tensione bipolare tra estremi (Eloi e Morlock) cerca di emergere in una sintesi mediatrice ed equilibrante. Eloi e Morlock costituiscono degli eccessi comportamentali; dalla loro dialettica l’inconscio collettivo deve elaborare un modello di comportamento, un archetipo che riesca a salvare l’umanità da quella degenerata dicotomia. La bellezza de “La macchina del tempo” sta nella capacità di introspezione psicoanalitica, nel suo valore di monito. Questo romanzo non è soltanto una storia di fantascienza, è molto di più. Nei suoi simboli parla l’inconscio collettivo. Il cannibalismo dei Morlock rappresenta il ribaltamento del vampirismo capitalista: se la storia dell’uomo camminerà lungo i binari degli eccessi, la deriva porterà distopicamente il genere umano al degrado completo e la civiltà alla scomparsa. Un aspetto del romanzo wellsiano, a proposito degli Eloi, che ha attirato la mia curiosità, riguarda l’altezza fisica di costoro. Nel testo si specifica la statura di uno di loro dicendo che era forse «four feet high»: intorno a 1,2 m. Si è posto pertanto il problema del rapporto tra il time traveller e Weena, giacché costui dichiara nei di lei riguardi: «I had not […] come into the future to carry on a miniature flirtation». Si parla in modo esplicito di una forma erotica di legame interpersonale. In più di un sequel del romanzo, di successivi autori differenti, il flirt tra il viaggiatore e Weena si evolve in un’esplicita relazione amorosa la quale genererà pure figli. Il parametro suddetto di 1,2 m corrisponde oggigiorno a quello di un soggetto umano nella fascia evolutiva di 8-9 anni. Ho approfondito questa problematica, impercettibile nelle trasposizioni cinematografiche del romanzo. Weena agisce come una bambina poiché riflette i caratteri degli Eloi, ma per il resto lei, da un punto di vista somatico, non è una fanciulla decenne. All’epoca di redazione e pubblicazione di “The time machine” l’altezza media di una donna inglese era 1,53 m, quella di un uomo 1,67. Tra il viaggiatore nel tempo e un Eloi esiste dunque una differenza di 45 cm, il che è in linea con la statura media umana attuale (1,65 m), la quale registra una gamma di normalità 1,35-2 m. In fin dei conti Eloi e Morlock rappresentano gli eredi di un’umanità che nell’accorciamento denota un simbolico abbassamento del grado di civiltà sino a toccare un punto di notevolissima degenerazione. Se poi consideriamo i parametri antropometrici medievali, di cui gli Eloi sembrano caricatura, e l’usanza sempre medievale di dare in moglie le teenager al più presto, vediamo in quell’anno 802701 un ritorno a un grottesco Medioevo, e ci rendiamo conto che il viaggio nel tempo sia – come detto – una simbolica traversata nell’inconscio collettivo. L’altezza media di un uomo inglese oggi è di 1,77 m, quella di una donna di 1,63: se Wells avesse scritto “La macchina del tempo” nella nostra era, un Eloi sarebbe stato un po’ più alto, e Weena è possibile immaginarla 1,35 m col corpo di una dodicenne se rapportata agli standard odierni: una sorta di simbolica futuristica nabokoviana Lolita o shakespeariana Giulietta. La prima ha 12 anni (all’inizio), la seconda 13 e la madre le dice: «Devi pensare al matrimonio. Vi sono a Verona signore di riguardo che, più giovani di te, hanno già figli. Per conto mio, alla tua età ero già madre». Nei contesti sociogiuridici moderni un siffatto interesse sessuale volto sulle minori di età superiore ai 12 anni non viene incluso nella patologia e nel reato di pedofilia. È una tipologia clinica e penale che rientra in altra categoria (ninfofilia). La legge italiana attuale riconosce a una minorenne la capacità di un consenso a un congresso carnale purché abbia superato i 14 anni, e sulla base di questa discriminante prevede le possibili sanzioni. Le quattordicenni italiane hanno una potenziale responsabilità davanti a eventuali figli, sebbene ancora non siano maggiorenni. In Scozia la maggiore età è fissata alla quota di 16 anni, nel resto del Regno Unito e in Italia di 18. L’età del consenso femminile in Europa ha avuto una lunghissima tradizione stabilita sulla soglia dei 12 anni, non senza  delle eccezioni. La legislazione inglese la innalzò a 13 nel 1875. Nel XX secolo la disciplina giuridica assunse un ordine più consono a una migliore qualità della vita. Yvette Mimieux, l’attrice che interpretò Weena nel film del ’60 (“L’uomo che visse nel futuro”), allora aveva 18 anni ed era alta 1,63 m. Il time traveller wellsiano va in là di 800.000 anni a causa delle restrizioni dell’ordine razionale conscio (freudiano principio di realtà) a lui coevo? Il rilievo della statura personale ritornerà nel “Brave New World” di Aldous Huxley quale connotato distintivo nella funzione sociale2. Comunque, il fatto che Weena sia bassa è un’eredità morfica distopica. In relazione a questo tema trattato è opportuno ricordare che Wells si era risposato nel 1895: si era separato nel dicembre del ’93 dalla moglie coetanea, una sua cugina, per una sua studentessa (il divorzio è proprio del ’95). Avevano convissuto con grande scandalo allora di tutti, e poi si erano uniti in matrimonio. La prima moglie era ancorata a schemi di giudizio e di condotta di stampo conservatore-puritano. Essendo egli un sostenitore del libero amore, avrà diverse amanti e figli pure da loro oltre che dalla seconda moglie, Amy Catherine Robbins (1872-1927), una donna progressista come Wells, la quale non disapprovava la cosa sino all’estremo. In materia di matrimonio Wells era vicino a Marx. Il suo sentimentalismo vissuto al plurale lo pose al centro di vari scandali. A 50 anni, ad esempio, ebbe come amante una ragazza di 19, da cui ebbe un figlio. Le sue idee e il suo successo nella veste intellettuale gli procurarono una sincera e viva venerazione femminile: una sua ammiratrice, una volta, si recò da lui indossando soltanto un impermeabile e le scarpe; e quando egli la respinse, costei reagì male tagliandosi le vene. È ipotizzabile che ci sia qualcosa di rimosso nel personaggio letterario di Weena. Nella perdita della protagonista femminile di “The time machine” può darsi si adombri, in maniera più o meno inconscia, la separazione coniugale; mentre nella figura fisica di Weena invece si incarni Amy Catherine detta Jane (alta circa 1,5 m). La dialettica junghiana animus-anima ha ne “La macchina del tempo” dunque un senso, al di là delle apparenze schermanti, nei suoi simboli, a volte un po’ misteriosi, tuttavia leggibili se accettiamo la terribile navigazione all’interno del sistema inconscio universale. Basta salire su una macchina del tempo armati di altezza intellettuale e di coraggio, mancanti a servi pavidi e mediocri i quali hanno l’unico inconsapevole rimosso desiderio di cibarsi delle carni dei loro tiranni (il caso culminante nei Morlock). La dicotomia Eloi/Morlock assume un profondo significato. I nomi hanno un’ascendenza paronomastica orientale: Eloi da Elohiym (appellativo del Dio veterotestamentario, ma termine indicante nell’Ebraismo anche gli dei); Morlock(s) da Moloch (altra divinità). La parola Eloi compare nel testo inglese di “The time machine” solo al plurale; Morlock(s) 50, in questo caso si fa un uso al singolare 4 volte. Il fatto che Eloi non abbia un uso al singolare non mi pare casuale se collegato al teonimo del Tanak. Gli Eloi sono prodotto evolutivo di una vampiresca borghesia (nel romanzo wellsiano) la quale in un mio saggio, dove parlo dello sviluppo di correnti irrazionalistiche nel pensiero occidentale, ho qualificato, di fronte al resto della società, come gruppo di Elohiym falsi e bugiardi. Wells ha espresso nel suo romanzo in esame, in modo figurato, una sua trattazione di temi da me là nella mia sede affrontati in altra forma di studio3. Nella maniera in cui i proletari (futuri Morlock) sono stati sacrificati all’ipocrita altare borghese, così nell’anno 802701 simili esseri abbrutiti, rovesciando i ruoli hanno attuato una disumana cannibalesca nemesi. Moloch era una divinità semitica cui venivano sacrificati dei bambini: il che spiegherebbe pure le caratteristiche somatiche e psichiche degli Eloi nella finzione wellsiana. Per inciso: anche il Tanak prevedeva sacrifici umani. La presunta morte di Weena, sul finire del romanzo, per colpa dei Morlock, tinge il racconto di un cupo distopico: il processo di individuazione junghiano crolla poiché prevale il male di uno di quei due lati di sintesi archetipica (rappresentati dagli Eloi e dai Morlock) la quale non consegue un punto di mediazione. Wells non dice se Weena, scomparsa, sia veramente perita; è il time traveller a dare la cosa certa. Il protagonista riesce a sfuggire ai Morlock e a recuperare la sua invenzione, sottrattagli da loro, grazie a cui poi compie un ulteriore tragitto in avanti nel tempo alla volta di una nuova junghiana profezia (cap. XI): la razza umana scomparirà, prima o poi, dalla faccia del pianeta. La prima pubblicazione di “The time machine”, a puntate sul periodico “New Review”, all’undicesimo capitolo conteneva una variante, un’inserzione forzata di una sezione eliminata da Wells in seguito. Il suo editore aveva infatti preteso la descrizione di una successiva fase degenerativa dell’umanità dopo gli Eloi e i Morlock. È comprensibile, nell’Inghilterra alla fine dell’Ottocento, la suggestione proveniente dal darwinismo, la cui novità di veduta poteva attirare l’attenzione dei lettori. Lo stesso Wells non è immune dall’applicare un criterio evolutivo-comportamentista al genere umano degradantesi in senso distopico (il biologo darwinista Thomas Henry Huxley fu suo professore universitario a Londra). Tuttavia egli non voleva rappresentare l’umanità in una sua ulteriore fase di caduta biologica. Una visione narrativa completamente tragica approdante nell’estinzione troverebbe un margine di speranza in un’emigrazione altrove a tempo debito. In ogni caso la nuova specie post-umana descritta, composta di esseri erbivori somiglianti a dei canguri, non scaturisce dal progetto letterario wellsiano. A conclusione della mia analisi voglio sottolineare il fatto che il posteriore “Brave New World (1932)” huxleyano appaia una tappa, una distopica hegeliana figura fenomenologica intermedia, di avvicinamento evolutivo in direzione dell’era terrestre segnata dalla dicotomia wellsiana Eloi/Morlock. Il viaggiatore del tempo indica la causa di tale frutto nell’impantanarsi «sul benessere, in una società perfettamente equilibrata la cui parola d’ordine era “sicurezza” [towards comfort and ease, a balanced society with security and permanency as its watchword]». E il motto del “Mondo Nuovo” di Huxley è: «COMMUNITY, IDENTITY, STABILITY». Il destino (distopico) del genere umano pare segnato. Riguardo a questa interazione tra Wells e gli Huxley: non trascuriamo che avessero collaborato, durante la prima metà degli anni ’30, nella redazione di saggi, Herbert George e Julian (biologo, fratello di Aldous; l’altro biologo ricordato, Thomas Henry, era loro nonno). L’autore di “The time machine” era fautore di uno Stato mondiale allo scopo di conquistare una kantiana pace perpetua. Aldous Huxley nel “Brave New World” rielabora una simile idea non tanto in chiave parodica quanto distopica. Altresì il film “Metropolis” del ’27, di Fritz Lang, contiene eco wellsiana da “La macchina del tempo”.


Note

1 Una mia disamina sopra il “Discours sur la servitude volontaire”

2 Al “Mondo nuovo” ho dedicato un saggio

3 “Critica dell’irrazionalismo occidentale”

Il brano della tragedia “Romeo e Giulietta” è stato preso da una pubblicazione nei tascabili economici Newton del 1993, quelli de “La macchina del tempo” in italiano da un’edizione della Rizzoli del 1975.



Weena (Yvette Mimieux) e un Morlock



Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Critica letteraria”
https://www.academia.edu/31561182/Critica_letteraria