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lunedì 28 novembre 2016

LA TERRIBILE DISTOPIA DI H. G. WELLS

di DANILO CARUSO

“La macchina del tempo” è un romanzo del 1895 di Herbert George Wells (1866-1946), un incrocio tra la fantascienza e l’utopia negativa. Il protagonista del racconto (il viaggiatore del tempo, voce narrante unica per largo tratto), grazie a una sua invenzione (la quale dà il titolo alla storia), riesce a raggiungere il futuro: l’anno 802701, dove vive un’inaspettata traumatica esperienza. I primi esseri post-umani con cui viene a contatto, gli Eloi, sono alti quanto bimbi, vestono in modo uguale e sono vegetariani (la fauna è pressoché assente). Ignorano la scrittura, e la loro lingua, nuova e sconosciuta al time traveller (che egli imparerà a conoscere), è ulteriore motivo di turbamento. Il primo approccio avviene mediante comunicazione elementare e gesticolare. «Una domanda mi venne improvvisa alla mente; queste creature erano dunque deficienti? […] Un suo rappresentante mi rivolgeva una domanda degna del livello intellettuale di un bambino di cinque anni. […] Feci subito un’altra scoperta piuttosto strana sul conto dei miei piccoli ospiti: mancavano di interesse per qualsiasi cosa. Si avvicinavano a me lanciando grida di impaziente meraviglia come avrebbero fatto dei bambini, ma appunto come i bambini smettevano ben presto di esaminarmi e si allontanavano alla ricerca di un nuovo giocattolo. […] Avevo l’impressione di esser capitato in mezzo a un’umanità in declino». Wells, il quale aveva simpatie politiche collocate a sinistra, nei primi capitoli del romanzo fa un paio di isolati accenni al socialismo. Il viaggiatore nel tempo si interroga se tutto quello che ha visto all’inizio non sia l’esito, alquanto sconcertante, della dialettica sociale, ormai morta. «Non avevo mai visto individui più indolenti o che si stancassero con maggiore facilità. […] Quel luminoso tramonto mi faceva pensare al tramonto del genere umano. Per la prima volta ero in grado di comprendere le strane conseguenze di tutti gli sforzi che stiamo compiendo nel campo sociale; conseguenze abbastanza logiche, se ci pensiamo bene: la forza deriva dalla necessità, e la sicurezza rappresenta un cardine della debolezza». Il capitalismo era scomparso, a prima vista, in quel «paradiso sociale» scevro di problemi di crescita demografica incontrollata: «A quanto potei giudicare, non dovevano sottoporsi alla minima fatica». In simile futuro, lontano parente della nostra epoca, l’intelligenza si è ridotta ai minimi termini, assieme a ogni manifestazione distintiva del genere umano (a partire dall’arte). È morta la dialettica hegeliana signore-servo: «Quali sono le cause […] che spronano l’intelligenza e il vigore dell’uomo? Le avversità e la libertà: sotto la loro spinta l’uomo attivo, forte e astuto sopravvive, mentre quello più debole soccombe; per esse l’unione leale di individui capaci riceve il suo premio, meritato a costo di repressioni, di pazienza e di fermezza». In questo «bizzarro mondo nuovo» apparirebbe un’eco, ancora utopica, della marxiana abolizione della famiglia (con radice, positiva, nella “Repubblica” platonica): «L’istituzione della famiglia e i sentimenti che ne derivano: violenta gelosia, tenerezza per i figli, devozione incondizionata verso i genitori, tutto ciò è giustificato dai pericoli a cui va incontro la gioventù». Al time traveller la vita del futuro remoto si mostra antitetica rispetto a una tensione spartana: «Pensavo alla debolezza fisica di quegli esseri, alla loro limitatissima intelligenza, alle numerose, enormi rovine che avevo davanti agli occhi, e sentivo rafforzarsi sempre più in me la fede in una perfetta conquista della natura da parte degli uomini: a ogni lotta succede la quiete. L’umanità era stata forte, piena di energia, intelligente, ed aveva adoperato la sua abbondante vitalità per alterare le condizioni in cui viveva; adesso era sopravvenuta la reazione, provocata appunto dalle alterate condizioni di vita. In questo nuovo stato di perfetto benessere e di sicurezza, l’infaticabile energia che è la nostra forza non può non mutarsi in debolezza. […] A un tal genere di vita, quelli che noi chiameremmo i deboli sono adatti come i forti, e di conseguenza non sarebbe più possibile parlar di deboli; anzi, questi ultimi si troverebbero assai più a loro agio, perché i forti sarebbero logorati da un’energia che non troverebbe sfogo. Senza dubbio, la squisita bellezza degli edifici che vedevo era il risultato degli ultimi sprazzi di energia sviluppata dal genere umano prima che esso si indebolisse, in perfetta connessione con le sue attuali condizioni di vita: dopo quel trionfo aveva avuto inizio la grande pace definitiva. Ed è sempre stato questo il destino della forza in un clima di sicurezza completa: essa si abbandona all’estetismo sia nelle arti che nell’amore, poi si illanguidisce e decade». Questo scenario sembra una parodia rousseauiano-fichtiana dell’ottimo stato di Natura. Wells, che era un progressista e un femminista, mette in scena in tale primo ritratto una cruda, realistica, tragico-grottesca caricatura di parte dell’umanità contemporanea e passata. La quale è proiettata nel romanzo in un’era distopica. Gli Eloi sono paragonati dall’autore di “The time machine” ai fanciulli: l’accostamento è ingiusto nei confronti di questi ultimi. I bimbi sono bassi perché non sono cresciuti del tutto, e non sono stupidi. Ci possono diventare a contatto con ambienti e adulti non sviluppati secondo quanto l’altezza del genere umano si aspetterebbe. Quando ciò che Dio ha immesso nella natura dell’uomo si atrofizza, nella maniera su descritta, non sono qualificabili rimbambiti quelli che abbiamo di fronte: i bambini sono filosofi naturali; gli adulti idioti, abbrutiti, sono più vicini ad animali domestici. Il potere del logos in loro diminuisce a livello allarmante. Il viaggiatore del tempo infatti constata un fenomeno, non raro già prima, di impoverimento semantico-concettuale (pensiamo d’altro canto al newspeak di “1984”): «Il linguaggio di quella gente era davvero di un’estrema semplicità, composto soltanto di nomi concreti e di verbi: se esistevano termini astratti, dovevano essere pochissimi; e inoltre i miei ospiti ignoravano affatto il linguaggio figurato». In un secondo momento il time traveller scopre l’esistenza dei Morlock, un altro genere di futuri tipi post-umani. «La razza umana non era rimasta di un’unica specie, ma si era sviluppata sotto due forme ben distinte fra loro: quei graziosi fanciulli del mondo superiore non erano gli unici discendenti della nostra stirpe; anche quella bianca, repellente Cosa notturna fuggita davanti a me era l’erede dell’evoluzione dei tempi. […] La seconda specie umana conduceva una vita sotterranea; tre circostanze in particolare mi spingevano a credere che le sue rare apparizioni alla superficie della terra fossero la conseguenza di una ormai lunga abitudine alla vita sotterranea […]. Sotto i miei piedi la terra doveva essere percorsa da enormi gallerie: l’abitazione, appunto, della nuova razza. La presenza dei pozzi e dei piloni di ventilazione lungo i fianchi delle colline – e ne sorgevano da per tutto […] – dimostrava che le ramificazioni delle gallerie si stendevano in tutti i sensi. Era assai logico, quindi, pensare che tutto quanto occorreva alla facile vita degli esseri che vivevano alla luce del sole fosse preparato in quel mondo inferiore e artificiale. Questa idea mi pareva talmente plausibile, che la accettai senza pensarci due volte, e cercai di spiegarmi in maniera verosimile la scissione della razza umana. […] Basandomi sui problemi propri alla nostra epoca, sulle prime mi parve chiaro come la luce del sole che l’estendersi dell’attuale divergenza di opinioni tra capitalisti e lavoratori, divergenze di carattere puramente temporaneo e sociale, era la chiave di tutta la faccenda. […] Possiamo notare anche oggi una tendenza a utilizzare lo spazio sotterraneo per gli scopi meno ornamentali della civilizzazione. […] Le tendenze aristocratiche della gente ricca – dovute senza dubbio alla sua educazione sempre più raffinata – e l’incolmabile abisso che la divide dalla rude violenza del povero, stanno già conducendo all’esclusione di quest’ultimo dalla superficie della terra. […] In tal modo, alla fine, avremo al di sopra della terra i ricchi, che condurranno una vita piacevole, comoda e bella, e sotto la superficie terrestre i poveri, i lavoratori, la cui esistenza sarà un continuo adattamento alle condizioni del loro lavoro. Una volta confinata nel sottosuolo, questa parte di umanità sarà obbligata a pagare, e non poco, la ventilazione delle sue caverne; se si rifiuterà, di farlo dovrà morire di fame o di asfissia. Quindi una parte di costoro si adatterà a un’esistenza miserabile, e i ribelli troveranno la morte, fino al giorno in cui i sopravvissuti non si adatteranno perfettamente a una condizione di vita sotterranea e non saranno felici del proprio stato [caverna platonica, laboetiana servitù volontaria1; n.d.r.], così come gli abitanti del mondo superiore saranno felici del loro. Ecco la ragione per cui mi convinsi che la raffinata bellezza degli uni e il triste pallore degli altri fossero una conseguenza naturale di quanto ho detto prima. Allora guardai con altri occhi il grande trionfo dell’umanità, di cui avevo tanto fantasticato: quel trionfo di educazione morale e di generale cooperazione che avevo immaginato non esisteva affatto. Vedevo invece una vera e propria aristocrazia, padrona di una scienza perfezionata al massimo grado, condurre alla sua logica conclusione il sistema industriale odierno: il trionfo di questo sistema non era stato soltanto un trionfo sulla natura, ma anche sull’individuo-uomo». L’impressione iniziale, più o meno positiva, del viaggiatore nel tempo, a mano a mano che approfondisce la conoscenza della realtà trovata, lascia il campo a toni decisamente negativi a causa dei Morlock (post-proletari, «disgustose creature sotterranee, … nuovissimi animali che avevano preso il posto degli antichi»), i quali scoprirà essere dei cannibali che si cibano degli Eloi (post-borghesi). La coscienza di questa barbarica nemesi storica tuttavia non allontana il time traveller dal senso di civiltà. «I pallidi esseri sotterranei mi ispiravano una specie di repulsione […]. È probabile che tale repulsione provenisse dall’influenza esercitata su di me dagli Eloi. […] Esisteva un elemento del tutto nuovo, nella disgustante personalità dei Morlocchi, qualcosa di inumano e di maligno, che suscitava in me una ripugnanza istintiva. […] I miei ospiti del mondo superiore dovevano avere rappresentato, un tempo, l’aristocrazia della razza umana, e i Morlocchi i loro servitori meccanici; ma ormai tutto ciò apparteneva al passato. […] Gli Eloi, come i re Carolingi, erano ormai ridotti a una semplice espressione di vana bellezza; erano ancora padroni della superficie terrestre unicamente perché i Morlocchi, esseri sotterranei da innumerevoli generazioni, non sopportavano la luce del giorno; costoro, concludevo, preparavano gli abiti degli Eloi e provvedevano ai loro quotidiani bisogni, per la vecchia, innata abitudine di servire gli altri1, forse. Anche i cavalli continuano, ai nostri giorni, a raspare il terreno con gli zoccoli, e gli stessi uomini provano piacere a uccidere gli animali per sport: le antiche necessità, ormai superate, hanno fissato questi istinti in modo indelebile, nella personalità umana. Ma senza dubbio il remoto ordine di cose era già, almeno in parte, invertito; la Nemesi stava rapidamente insinuandosi nel destino della razza più delicata: in epoche trascorse, migliaia di generazioni prima, l’uomo aveva privato il suo fratello degli agi e della vista del sole; adesso questo fratello compiva la strada inversa, e come mutato! Gli Eloi avevano già cominciato a imparare di nuovo una vecchia lezione, facevano di nuovo conoscenza con la paura. […] Tutte le attività, tutte le tradizioni, le organizzazioni più complesse, le nazioni, i linguaggi, le letterature, le aspirazioni, perfino il ricordo dell’uomo – come io lo conoscevo – erano stati spazzati via, annullati; al loro posto ecco queste fragili creature che avevano dimenticato la propria origine e queste Cose bianche che mi incutevano tanto timore. Considerai inoltre la grande paura che divideva le due specie umane, e per la prima volta ebbi l’esatta percezione – e ne rabbrividii – di quella che poteva essere la carne che avevo visto su quella tavola. Era troppo, troppo orribile! […] Evidentemente, in un dato periodo del lunghissimo tempo occorso al decadere del genere umano, il cibo dei Morlocchi si era fatto scarso, e forse essi erano stati costretti a nutrirsi di topi e di animali simili. Anche ai nostri tempi, l’uomo è meno difficile e meno raffinato, nella scelta del cibo, di quanto lo fosse in epoche precedenti: poco più raffinato di una scimmia; il suo pregiudizio contro l’uso della carne umana non nasce da un istinto ben radicato. E così quegli inumani figli degli uomini... Tentai di studiare la cosa da un punto di vista razionale: dopo tutto, costoro erano meno umani e ancor più remoti da noi di quanto lo fossero i nostri antenati cannibali di tre o quattromila anni fa; l’intelligenza che avrebbe reso questo stato di cose un insopportabile tormento si era spenta. […] Cercai di allontanare da me l’orrore che mi pervadeva in ogni fibra, e di considerare tutta la faccenda come una dura punizione inflitta all’egoismo umano. L’uomo aveva vissuto felice fra gli agi e i piaceri valendosi della fatica del suo simile; la sua parola d’ordine era stata una sola: “Necessità”, e se ne era servito come di una valida scusa: con l’andar del tempo la necessità era divenuta abitudine. Cercai anche di considerare col disprezzo di Carlyle questa miserabile aristocrazia in piena decadenza, ma non mi fu possibile. Per quanto grande fosse il loro invilimento intellettuale, gli Eloi conservavano ancora un’apparenza troppo umana, perché non mi sentissi solidale con loro e perché la loro degradazione e la loro paura non mi toccassero da vicino». Il viaggio del protagonista di “The time machine”, oltre che essere una fantascientifica rappresentazione, è una psicologica esplorazione junghiana analoga al “Liber novus” dello stesso Jung o alla “Divina Commedia”. C’è un passaggio del romanzo wellsiano in cui l’inventore della macchina del tempo, scappato dal rifugio sotterraneo ai Morlock, sviene come Dante all’ultimo verso del V canto dell’“Inferno”: «Then, for a time, I was insensible» / «E caddi come corpo morto cade». Il viaggio nel tempo futuro è altresì una ricerca junghiana dell’anima (Weena, la protagonista di «un flirt in miniatura») da parte dell’animus (l’inventore). Simile prospettiva di analisi del testo di Wells non è fuori luogo. Esiste un altro brano che mi è parso sorprendente in virtù della sua visione anticipatrice di un fenomeno inesistente alla fine del XIX secolo: il buco nell’ozono e l’innalzamento delle temperature medie del pianeta Terra. «La temperatura nell’Età dell’Oro era molto più calda di quella attuale, ma non posso spiegarne la ragione». Questa profetica constatazione, non l’unica in opere wellsiane, ha rafforzato la mia impressione del viaggio nel tempo di “The time machine” quale esplorazione (parziale) all’interno dell’inconscio collettivo, a guisa del “Libro rosso [o novus, che dir si voglia]”. Quanto leggiamo nel romanzo di Wells è in gran parte la rappresentazione di una dinamica costitutiva archetipica. Cioè una tensione bipolare tra estremi (Eloi e Morlock) cerca di emergere in una sintesi mediatrice ed equilibrante. Eloi e Morlock costituiscono degli eccessi comportamentali; dalla loro dialettica l’inconscio collettivo deve elaborare un modello di comportamento, un archetipo che riesca a salvare l’umanità da quella degenerata dicotomia. La bellezza de “La macchina del tempo” sta nella capacità di introspezione psicoanalitica, nel suo valore di monito. Questo romanzo non è soltanto una storia di fantascienza, è molto di più. Nei suoi simboli parla l’inconscio collettivo. Il cannibalismo dei Morlock rappresenta il ribaltamento del vampirismo capitalista: se la storia dell’uomo camminerà lungo i binari degli eccessi, la deriva porterà distopicamente il genere umano al degrado completo e la civiltà alla scomparsa. Un aspetto del romanzo wellsiano, a proposito degli Eloi, che ha attirato la mia curiosità, riguarda l’altezza fisica di costoro. Nel testo si specifica la statura di uno di loro dicendo che era forse «four feet high»: intorno a 1,2 m. Si è posto pertanto il problema del rapporto tra il time traveller e Weena, giacché costui dichiara nei di lei riguardi: «I had not […] come into the future to carry on a miniature flirtation». Si parla in modo esplicito di una forma erotica di legame interpersonale. In più di un sequel del romanzo, di successivi autori differenti, il flirt tra il viaggiatore e Weena si evolve in un’esplicita relazione amorosa la quale genererà pure figli. Il parametro suddetto di 1,2 m corrisponde oggigiorno a quello di un soggetto umano nella fascia evolutiva di 8-9 anni. Ho approfondito questa problematica, impercettibile nelle trasposizioni cinematografiche del romanzo. Weena agisce come una bambina poiché riflette i caratteri degli Eloi, ma per il resto lei, da un punto di vista somatico, non è una fanciulla decenne. All’epoca di redazione e pubblicazione di “The time machine” l’altezza media di una donna inglese era 1,53 m, quella di un uomo 1,67. Tra il viaggiatore nel tempo e un Eloi esiste dunque una differenza di 45 cm, il che è in linea con la statura media umana attuale (1,65 m), la quale registra una gamma di normalità 1,35-2 m. In fin dei conti Eloi e Morlock rappresentano gli eredi di un’umanità che nell’accorciamento denota un simbolico abbassamento del grado di civiltà sino a toccare un punto di notevolissima degenerazione. Se poi consideriamo i parametri antropometrici medievali, di cui gli Eloi sembrano caricatura, e l’usanza sempre medievale di dare in moglie le teenager al più presto, vediamo in quell’anno 802701 un ritorno a un grottesco Medioevo, e ci rendiamo conto che il viaggio nel tempo sia – come detto – una simbolica traversata nell’inconscio collettivo. L’altezza media di un uomo inglese oggi è di 1,77 m, quella di una donna di 1,63: se Wells avesse scritto “La macchina del tempo” nella nostra era, un Eloi sarebbe stato un po’ più alto, e Weena è possibile immaginarla 1,35 m col corpo di una dodicenne se rapportata agli standard odierni: una sorta di simbolica futuristica nabokoviana Lolita o shakespeariana Giulietta. La prima ha 12 anni (all’inizio), la seconda 13 e la madre le dice: «Devi pensare al matrimonio. Vi sono a Verona signore di riguardo che, più giovani di te, hanno già figli. Per conto mio, alla tua età ero già madre». Nei contesti sociogiuridici moderni un siffatto interesse sessuale volto sulle minori di età superiore ai 12 anni non viene incluso nella patologia e nel reato di pedofilia. È una tipologia clinica e penale che rientra in altra categoria (ninfofilia). La legge italiana attuale riconosce a una minorenne la capacità di un consenso a un congresso carnale purché abbia superato i 14 anni, e sulla base di questa discriminante prevede le possibili sanzioni. Le quattordicenni italiane hanno una potenziale responsabilità davanti a eventuali figli, sebbene ancora non siano maggiorenni. In Scozia la maggiore età è fissata alla quota di 16 anni, nel resto del Regno Unito e in Italia di 18. L’età del consenso femminile in Europa ha avuto una lunghissima tradizione stabilita sulla soglia dei 12 anni, non senza  delle eccezioni. La legislazione inglese la innalzò a 13 nel 1875. Nel XX secolo la disciplina giuridica assunse un ordine più consono a una migliore qualità della vita. Yvette Mimieux, l’attrice che interpretò Weena nel film del ’60 (“L’uomo che visse nel futuro”), allora aveva 18 anni ed era alta 1,63 m. Il time traveller wellsiano va in là di 800.000 anni a causa delle restrizioni dell’ordine razionale conscio (freudiano principio di realtà) a lui coevo? Il rilievo della statura personale ritornerà nel “Brave New World” di Aldous Huxley quale connotato distintivo nella funzione sociale2. Comunque, il fatto che Weena sia bassa è un’eredità morfica distopica. In relazione a questo tema trattato è opportuno ricordare che Wells si era risposato nel 1895: si era separato nel dicembre del ’93 dalla moglie coetanea, una sua cugina, per una sua studentessa (il divorzio è proprio del ’95). Avevano convissuto con grande scandalo allora di tutti, e poi si erano uniti in matrimonio. La prima moglie era ancorata a schemi di giudizio e di condotta di stampo conservatore-puritano. Essendo egli un sostenitore del libero amore, avrà diverse amanti e figli pure da loro oltre che dalla seconda moglie, Amy Catherine Robbins (1872-1927), una donna progressista come Wells, la quale non disapprovava la cosa sino all’estremo. In materia di matrimonio Wells era vicino a Marx. Il suo sentimentalismo vissuto al plurale lo pose al centro di vari scandali. A 50 anni, ad esempio, ebbe come amante una ragazza di 19, da cui ebbe un figlio. Le sue idee e il suo successo nella veste intellettuale gli procurarono una sincera e viva venerazione femminile: una sua ammiratrice, una volta, si recò da lui indossando soltanto un impermeabile e le scarpe; e quando egli la respinse, costei reagì male tagliandosi le vene. È ipotizzabile che ci sia qualcosa di rimosso nel personaggio letterario di Weena. Nella perdita della protagonista femminile di “The time machine” può darsi si adombri, in maniera più o meno inconscia, la separazione coniugale; mentre nella figura fisica di Weena invece si incarni Amy Catherine detta Jane (alta circa 1,5 m). La dialettica junghiana animus-anima ha ne “La macchina del tempo” dunque un senso, al di là delle apparenze schermanti, nei suoi simboli, a volte un po’ misteriosi, tuttavia leggibili se accettiamo la terribile navigazione all’interno del sistema inconscio universale. Basta salire su una macchina del tempo armati di altezza intellettuale e di coraggio, mancanti a servi pavidi e mediocri i quali hanno l’unico inconsapevole rimosso desiderio di cibarsi delle carni dei loro tiranni (il caso culminante nei Morlock). La dicotomia Eloi/Morlock assume un profondo significato. I nomi hanno un’ascendenza paronomastica orientale: Eloi da Elohiym (appellativo del Dio veterotestamentario, ma termine indicante nell’Ebraismo anche gli dei); Morlock(s) da Moloch (altra divinità). La parola Eloi compare nel testo inglese di “The time machine” solo al plurale; Morlock(s) 50, in questo caso si fa un uso al singolare 4 volte. Il fatto che Eloi non abbia un uso al singolare non mi pare casuale se collegato al teonimo del Tanak. Gli Eloi sono prodotto evolutivo di una vampiresca borghesia (nel romanzo wellsiano) la quale in un mio saggio, dove parlo dello sviluppo di correnti irrazionalistiche nel pensiero occidentale, ho qualificato, di fronte al resto della società, come gruppo di Elohiym falsi e bugiardi. Wells ha espresso nel suo romanzo in esame, in modo figurato, una sua trattazione di temi da me là nella mia sede affrontati in altra forma di studio3. Nella maniera in cui i proletari (futuri Morlock) sono stati sacrificati all’ipocrita altare borghese, così nell’anno 802701 simili esseri abbrutiti, rovesciando i ruoli hanno attuato una disumana cannibalesca nemesi. Moloch era una divinità semitica cui venivano sacrificati dei bambini: il che spiegherebbe pure le caratteristiche somatiche e psichiche degli Eloi nella finzione wellsiana. Per inciso: anche il Tanak prevedeva sacrifici umani. La presunta morte di Weena, sul finire del romanzo, per colpa dei Morlock, tinge il racconto di un cupo distopico: il processo di individuazione junghiano crolla poiché prevale il male di uno di quei due lati di sintesi archetipica (rappresentati dagli Eloi e dai Morlock) la quale non consegue un punto di mediazione. Wells non dice se Weena, scomparsa, sia veramente perita; è il time traveller a dare la cosa certa. Il protagonista riesce a sfuggire ai Morlock e a recuperare la sua invenzione, sottrattagli da loro, grazie a cui poi compie un ulteriore tragitto in avanti nel tempo alla volta di una nuova junghiana profezia (cap. XI): la razza umana scomparirà, prima o poi, dalla faccia del pianeta. La prima pubblicazione di “The time machine”, a puntate sul periodico “New Review”, all’undicesimo capitolo conteneva una variante, un’inserzione forzata di una sezione eliminata da Wells in seguito. Il suo editore aveva infatti preteso la descrizione di una successiva fase degenerativa dell’umanità dopo gli Eloi e i Morlock. È comprensibile, nell’Inghilterra alla fine dell’Ottocento, la suggestione proveniente dal darwinismo, la cui novità di veduta poteva attirare l’attenzione dei lettori. Lo stesso Wells non è immune dall’applicare un criterio evolutivo-comportamentista al genere umano degradantesi in senso distopico (il biologo darwinista Thomas Henry Huxley fu suo professore universitario a Londra). Tuttavia egli non voleva rappresentare l’umanità in una sua ulteriore fase di caduta biologica. Una visione narrativa completamente tragica approdante nell’estinzione troverebbe un margine di speranza in un’emigrazione altrove a tempo debito. In ogni caso la nuova specie post-umana descritta, composta di esseri erbivori somiglianti a dei canguri, non scaturisce dal progetto letterario wellsiano. A conclusione della mia analisi voglio sottolineare il fatto che il posteriore “Brave New World (1932)” huxleyano appaia una tappa, una distopica hegeliana figura fenomenologica intermedia, di avvicinamento evolutivo in direzione dell’era terrestre segnata dalla dicotomia wellsiana Eloi/Morlock. Il viaggiatore del tempo indica la causa di tale frutto nell’impantanarsi «sul benessere, in una società perfettamente equilibrata la cui parola d’ordine era “sicurezza” [towards comfort and ease, a balanced society with security and permanency as its watchword]». E il motto del “Mondo Nuovo” di Huxley è: «COMMUNITY, IDENTITY, STABILITY». Il destino (distopico) del genere umano pare segnato. Riguardo a questa interazione tra Wells e gli Huxley: non trascuriamo che avessero collaborato, durante la prima metà degli anni ’30, nella redazione di saggi, Herbert George e Julian (biologo, fratello di Aldous; l’altro biologo ricordato, Thomas Henry, era loro nonno). L’autore di “The time machine” era fautore di uno Stato mondiale allo scopo di conquistare una kantiana pace perpetua. Aldous Huxley nel “Brave New World” rielabora una simile idea non tanto in chiave parodica quanto distopica. Altresì il film “Metropolis” del ’27, di Fritz Lang, contiene eco wellsiana da “La macchina del tempo”.


Note

1 Una mia disamina sopra il “Discours sur la servitude volontaire”

2 Al “Mondo nuovo” ho dedicato un saggio

3 “Critica dell’irrazionalismo occidentale”

Il brano della tragedia “Romeo e Giulietta” è stato preso da una pubblicazione nei tascabili economici Newton del 1993, quelli de “La macchina del tempo” in italiano da un’edizione della Rizzoli del 1975.


Weena (Yvette Mimieux) e un Morlock































Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Critica letteraria”