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27 gennaio 2025

IL “DE PROVIDENTIA” DI SENECA E IL CRISTIANESIMO

di DANILO CARUSO

Il “De providentia” di Lucio Anneo Seneca1 (4 a.C. – 65 d.C.) è una monografia scritta l’anno precedente la morte dell’autore, rappresenta ormai un’opera del periodo di caduta in disgrazia finale del filosofo stoico presso il suo ex allievo Nerone. Sebbene sia facile immaginare che risenta degli umori personali di quel clima, d’altro canto non possiamo omettere un carattere standard per una simile redazione la quale riflette a prescindere contenuti strutturali di impronta riconducibile allo stoicismo romano. La filosofia della Stoà, più in generale, compare nella trattazione del saggio senechiano in forma inequivocabile, sicché, semmai, l’atmosfera vissuta da Seneca fu di sprone a mettere per iscritto pensieri già nella sostanza avita stoici. E quanto appena detto si rivela veritiero nel momento in cui si notano nel testo in esame le analogie con l’ottica cristiano-patristica. Non è il maestro di Nerone a mostrare simpatie verso la nuova religione. I fatti hanno voluto che due filoni di pensiero semitico (uno filosofico iniziato con Zenone di Cizio e l’altro più schiettamente religioso legato al Giudaismo) s’incontrassero in maniera fertile (ma secondo me negativa, alla luce di quello che sarà il Cristianesimo per parecchi secoli2) proprio attorno all’epoca di Seneca. La comunanza di matrice semitica delle due suddette emanazioni, mediante l’esperienza dell’Ebraismo alessandrino3, fece sì che queste venissero fuse alla volta di una nuova teologia, con l’obiettivo di costruire una religione-per-tutti (cattolica). Non dobbiamo pensare che Seneca avesse delle propensioni in tal senso. Io credo che lui sia rimasto uno stoico integro, e che spunti di questa etica siano confluiti nella Patristica con altri mattoni filosofico-teologici. I Padri della Chiesa erano grecoromani in un sistema educativo ancora classico-pagano e non cristiano-medievale. Non poco dal pensiero antico è transitato nella nuova religio4. E tra ciò possiamo rilevare l’impianto concettuale del “De providentia”, trattato stoico, ma che pare scritto con la testa di un novello teorico del Cristianesimo. Ho constatato come, al di là delle righe personali stoiche e romane, tale opera sia, per così dire, ante litteram, patristica. Ovviamente non dobbiamo vederla al modo weiliano di prefigurazioni, bensì nella guisa poco sopra chiarita. Analizzando il “De providentia” rileveremo elementi di etica stoica riversatisi nella religione di Cristo con un nuovo abito, però al di sotto del quale puntualizzata una provenienza filosofica. Nell’Ebraismo paralleli atteggiamenti in generale esistevano dietro altra forma. La radice semitica consentì di legarli alla luce di nuova teologica spiegazione, impastata di filosofia perlopiù stoica e tradizione religiosa soprattutto giudaica. Il Cristianesimo è rimasto un culto solare neoatonista5 (con radici altresì egizie dunque). Comunque, vediamo meglio i perni concettuali del “De providentia” sulla via analitica prefigurata. Il problema centrale di questo scritto senecano si mostra uno di quelli nevralgici nella teologia cristiana, vale a dire la tematica del male nel mondo, soprattutto a danno di persone incolpevoli, nel momento in cui l’universo viene considerato il prodotto di una divinità rappresentante altresì un principio di giustizia e di equità. Tale è il porsi del filosofo stoico all’inizio della sua riflessione, la quale, al pari della visione cristiana, riconosce una “providentia” divina universale. Seneca rifiuta un’origine casuale del cosmo, sostenuta d’altro canto dall’atomismo democriteo. Pertanto il tema del perché avvenimenti negativi colpiscano chi non se li merita in un’ottica di premiazioni/punizioni da parte della divinità rende l’argomento del “De providentia” di non facile, snella, lineare soluzione. Se stoici e cristiani giudicano esistente una regia provvidenziale all’interno del contesto del reale, v’era d’altro lato un versante di pensiero epicureo e aristotelico propenso a giudicare la divinità (per vari motivi) disinteressata delle sorti umane e della contingenza6. Lo sforzo di Seneca nel cercare di dare una risposta alla sua problematica stoica, ereditata poi dal Cristianesimo, si abbandona ad argomentazioni non molto razionali. Queste ritorneranno tali e quali nella nuova religio. La divinità, a dire del filosofo stoico, metterebbe-alla-prova e corroborerebbe i migliori attraverso esperienze traumatiche, dolorose, tragiche. Mi chiedo, personalmente, se simile agire non sia da considerarsi più sadico che appropriato e giusto. Resta dunque a Seneca un iter impegnativo nel suo impegno a convincere il lettore circa la bontà della “providentia”. La difficoltà di aggrapparsi a una prima risposta paradossale, emozionale e fideistica lo induce a teorizzare nella funzione di miglior approccio al male, laddove possibile, una reazione attivistica. Cioè: quanto non va bene dovrebbe essere corretto dall’agire umano mosso da quello sprone. Un tale primato dell’attivismo non sarà vivo nell’etica cattolica, lo ritroveremo nel Cristianesimo protestante (poi ben esaminato da Weber). Seneca delinea un modello analogo al tipo delle Giobbe veterotestamentario (amor fati). A questo momento passivo dell’esperienza del male rimarrà legato il Cattolicesimo. Il Protestantesimo si ricollegherà al momento attivo della visione stoico-senecana: non basta e non si deve stare a guardare nell’accettazione del corso provvidenziale, si può verificare la possibilità di una vita migliore. Il saggio stoico deve cercare il segno della sua predilezione divina «laboris appetens iusti», sopportare al pari di Giobbe le avversità estranee, inammissibili in quanto tali rispetto alla sua forma mentis, la quale lo vuole invece coraggioso, temerario di fronte alla situazione di pericolo. Compare qui il principio regolatore che produrrà la figura del martire cristiano, è il principio di una mentalità semitica: sacrificarsi, se richiesto e necessario, per la causa ideale. Da ciò Sansone, la pazienza di Giobbe e dello stoico, i suicidi politici fra i Romani tradizionalisti. Di questi ultimi Seneca elogia lo harakiri di Catone, il quale non ritroveremo per caso in un ruolo di primo piano nel purgatorio dantesco7. La vocazione al martirio accomuna lo stoicismo romano e il Cristianesimo delle origini. Seneca nel “De providentia” affronta il tema panlogistico collegato alla divinità (tutto ciò che è reale è stato predeterminato da questa) e alla di essa “providentia”, postulando che l’interesse e il benessere dell’insieme globale e generale prevalgono su segmenti parziali. Un altro modo per dire che bisogna rassegnarsi alla “volontà-divina”. Argomenti del genere hanno avuto vita lunga, e sempre per mezzo di un solco di pensiero semitico incarnatosi in diversi posti. Agostino d’Ippona col suo rifiuto del pelagianesimo che conduce sino alla predestinazione luterana e protestante, l’Ebraismo idealistico di Spinoza che porta fino a Hegel8. Oggigiorno anche la gente semplice esprime delle volte non molto entusiastiche rassegnazioni alla volontà-di-Dio. In parole povere il “De providentia” di Seneca ha attraversato i secoli e le società cristianizzate in virtù di quei suoi contenuti, i quali lo hanno reso un manifesto ideologicamente indifferenziato sulla Provvidenza divina e sull’argomento del male nel mondo, un manifesto ricalcato nelle sue linee, nelle sue idee, nei suoi spunti dai pensatori cristiani. A onor del vero debbo però sottolineare che la teologia del Cristianesimo ha estremizzato la posizione stoico-senecana. Seneca fa notare gli effetti collaterali di un regime di incontrollato benessere, laddove incosciente nei di esso eccessi. Egli pone dei richiami, condivisibili, di carattere esistenzialistico, i quali possono offrire delle analogie di forma con equivalenti trattazioni della Patristica. Qui, però, gli inviti senechiani inneggianti all’equilibrio, alla reazione attivistica in guisa intelligente, vengono stravolti da un preciso indirizzo religioso (nevrotico) il quale sposta l’azione mirando all’affermazione di un’ideologia fideistica discutibile dove la maggiore lucidità mentale (stoica) cede il passo alla nevrosi. L’antiedonismo etico di Seneca resta in bilico nel “De providentia”, pronto a cadere sul lato sbagliato (cristiano). V’è un inquietante passaggio che sarà ripreso e riproposto dai Cristiani in direzione della patologia anoressica nel contesto del disprezzo della corporeità: «Lenior ieunio mors est». L’ideale del digiuno cristiano, così come proposto da alcuni, è stato fra le cose peggiori della nuova religio (ieunium=salus9), L’obiettivo di ricercate forme di denutrizione (conducenti all’anoressia) finalizzate a mortificare il “corpo”, luogo del peccato, ha causato vittime. Si pensi, ad esempio, alle “sante anoressiche”. Lo spirito di fondo dello stoicismo senecano è diverso, e mantiene un margine di “ragionevolezza” proposto in previsione di affrontare e contrastare le avversità: «Patiamur: non est saevitia; certamen est». Il Cristianesimo cattolico ha invece messo al primo posto una sorta di masochistico compiacimento della “saevitia”, mettendo da parte il “certamen”. L’orizzonte di quest’ultimo, tipicamente semitico-veterotestamentario (pensiamo alla caparbietà di un Giacobbe) verrà riscoperto dal protestantesimo, il quale con le sue vocazioni volontaristiche e attivistiche cercherà di dare un senso meno tragico all’inderogabilità panlogistica della predestinazione alla salvezza eterna. Il “De providentia” ritorna sempre in qualsiasi forma cristiana: in una parte più e meno altrove. La discriminante sta nel grado di rassegnazione alla realtà dei fatti antistanti. Seneca eleva le esperienze negative, nel quadro del proprio stoicismo, a fase pedagogica. E non ha tutti i torti a sostenere ciò. Esistono eventi che possono insegnare qualcosa, e a tutti. Possono insegnare l’attenzione, la serietà, l’equilibrio, l’onestà, la giustizia, l’impegno alla ricerca scientifica nella cura delle malattie. I cristiani delle origini non hanno colto lo sprone verso un umanesimo sociale, bensì in direzione di pensieri religiosi chiusi, nevrotici e dannosi. Il fatto che le malattie, per esempio, venissero considerate un prodotto di una incontestabile volontà-di-Dio ha provocato la conseguenza di scoraggiare la ricerca medica, valutata, in quanto in contrasto con il decreto divino, qualcosa di demoniaco. Donne esperte di cure naturali finirono così per essere considerate streghe al servizio del Diavolo. E simile cosa costituisce nevrosi. A dispetto degli altrui deragliamenti v’è nel “De providentia” di Seneca un brevissimo passaggio, ma che si mostra come una perla nell’ostrica: «[...] cursus [...] omnium conditor et rector scripsit [...] fata». Il carico concettuale di queste pochissime parole si manifesta enorme al nostro sguardo, poiché ci indica quell’asse di pensiero semitico unente Giudaismo e stoicismo. Il “cursus” di cui il filosofo parla è il Logos, il progetto tetico del reale concretizzantesi negli avvenimenti. Egli ci dice inoltre che esso è “fondatore” e “reggitore”, ossia “causa efficiente” e “guida, signore”. Tali sono gli attributi della divinità stoica10. Simili aspetti ci lanciano da Roma ad Alessandria d’Egitto presso la più o meno contemporanea filosofia filoniana, la quale riprendendo concetti dell’Antico Testamento teorizzava le due potenze del Dio ebraico: quella produttiva (in quanto causa realizzatrice) e quella reggitrice (mantenitrice dell’esistenza). Nella prospettiva della prima potenza la divinità è Θεός (=Eloiym), nella prospettiva della seconda è Κύριός (=Yahwèh). Filone Alessandrino, ancora Giudeo, teorizza il Logos nella funzione di “cosmo noetico divino”. Tutti questi dettagli oltre a proiettarci verso la teologia trinitaria ci conducono alla volta del Vangelo non sinottico di Giovanni11, e ancor prima in direzione del parallelo senecano a proposito del piccolo segmento testuale sottolineato. Seneca e il filosofo ebreo citato sono idealmente sovrapponibili in relazione alla tangenza evidenziata in virtù della parentela mentale semitica, dato che i loro separati e distinti pensieri originavano da una antica matrice comune. Un exemplum del genere mostra un percorso di incontro non difficoltoso. Il Giudaismo alessandrino avvicinò il vecchio mondo ebraico alla filosofia greca, poi il resto all’interno dello spazio della pax romana venne da sé. Il Cristianesimo delle origini costituiva una teologia giudaica 2.0 con la pretesa di avere la prerogativa di esclusività religiosa erga omnes12. Il progetto fu sfruttato in modo fallimentare nella ricerca di cementare e rinforzare l’Impero romano, il quale proprio a causa delle infiltrazioni ideologiche e pratiche cristiane si indebolì (non ultima la decrescita demografica incentivata da una morale sessuofobica). Seneca non mostra contenuti cristiani, semmai il contrario. Ho chiarito la cosa spiegando altresì la maniera in cui la nuova religio ha rielaborato in peggio visioni precedenti del cosmo grecoromano. Faccio notare, partendo sempre dal “De providentia”, che la morte per lo stoico non è da temere. Alla stessa guisa in cui i mali addestrano il ben disposto ad accogliere il corso della vita, quella rappresenta una liberazione dell’individuo dalla prigione esistenziale. Simile concezione stoica e senechiana, verrà portata all’estremo nella visione cristiana, nella quale la possibilità del martirio costituirà l’evoluzione verso più radicale patologia del suicidio stoico, già di per sé via di orientamento malata. La seguente parte di questa mia analisi proseguirà la parabola dell’argomentazione sulla providentia senecana collegando questa a una tematica ancora di attinenza cristiana e inerente alla letteratura italiana. Si tratta della questione manzoniana relativa alla Provvidenza cattolica ne “I promessi sposi”. Ho già puntualizzato come la providentia (Logos) degli stoici si sia configurata dentro il Cattolicesimo. Voglio adesso far osservare la maniera in cui quella concezione abbia attraversato i secoli e sia giunta vicina e prossima a noi. La concezione cattolica del Manzoni nel contesto del suo notissimo romanzo evocato prevede la “messa alla prova” (tentatio) di Lucia e Renzo, i quali “provvidenzialmente alla fine riescono a coronare il loro progetto matrimoniale (previsto dal “cursus”). La problematica manzoniana recupera controversi aspetti di quella senechiana. In primis: perché bisognerebbe essere messi in difficoltà se prediletti? Chi ti vuol bene ti educa e ti consiglia in forme positive, e anche se impegnative e faticose, pur sempre non traumatiche. Mandare disgrazie non è amorevole. Questa coppia di nubendi manzoniana percorre un iter travagliato, a mio modestissimo avviso incompatibile col sincero favore divino. Esso poi per giunta al fine di consentire lo svolgimento dell’unione matrimoniale fra Renzo e Lucia si avvale di un’epidemia di peste, molto luttuosa, allo scopo di rimuovere l’ostacolo rappresentato da don Rodrigo. Un omicidio provvidenziale a beneficio di prediletti credenti cattolici, nel quadro di un più esteso disegno che miete vittime. La providentia da Seneca a Manzoni non smette di far discutere di sé, dei suoi metodi, della sua presunta obiettiva e calibrata azione. Il testo manzoniano citato mostra ulteriormente la sopravvivenza delle antiche radici stoiche della Provvidenza cristiana, e cattolica, laddove essa si sia esplicitata con le inclinazioni ripetute dal Manzoni alla rassegnazione alla volontà-di-Dio senza reagire alle avversità secondo la guisa attivistica protestante. L’insuccesso di Renzo con Azzeccagarbugli e il fallito matrimonio ex abrupto presso don Abbondio rappresentano una bocciatura nei confronti delle aspirazioni a reagire con efficacia alle traversie: fa e sfa tutto la Divina Provvidenza, secondo il Manzoni e il suo Cattolicesimo; l’essere umano deve stare ad aspettare passivamente. Lo Stoicismo di Seneca resta tuttavia più dalla parte dei protestanti.


NOTE

Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Novità e ripresentazione”


1 Al filosofo maestro di Nerone ho in passato rivolto la mia attenzione riguardo al De brevitate vitae, vedasi lo studio intitolato Il severo monito di Seneca nel mio saggio Critica letteraria (2017).

https://danilocaruso.blogspot.com/2016/12/il-severo-monito-di-seneca.html

A proposito dell’argomento qui analizzato trovo utile suggerire quale lettura preliminare un’altra mia analisi: Dall’inno stoico a Zeus di Cleante alla fondazione del Cristianesimo collocata all’interno della mia pubblicazione Prospettive rinnovate (2023).

https://danilocaruso.blogspot.com/2023/08/dallinno-stoico-zeus-di-cleante-alla.html

 

2 Chi volesse approfondire un tale punto di vista ha a disposizione opere di altri autori che la pensano similmente. Oltre ai miei scritti, colgo l’occasione di segnalare il significativo frutto del lavoro di Karlheinz Deschner, pubblicato in più volumi nel tempo, dal titolo Storia criminale del Cristianesimo (Ariele, tomi I-X: 2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006, 2007, 2010, 2013).


3 In merito a questo tema suggerisco di leggere dentro la mia monografia Ermeneutica religiosa weiliana (2013) il segmento intitolato La “Lettre a un religeux”.

https://www.academia.edu/6280171/Ermeneutica_religiosa_weiliana

 

4 Vedasi nel mio saggio Percorsi critici (2020) la parte recante il titolo I protopatristici Aristofane e Giovenale.

https://danilocaruso.blogspot.com/2020/08/i-protopatristici-aristofane-e-giovenale.html

 

5 Nella pubblicazione di nota 3 si vedano (riguardo al Giudaismo): Il Dio del Tanak non è solo, Radici egizie.

https://danilocaruso.blogspot.com/2014/09/il-dio-del-tanak-non-e-solo.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2014/09/radici-egizie-nella-cosmogonia-ebraica.html

 

6 In vista di approfondimenti paralleli consiglio la lettura di un mio lavoro: Riflessioni sopra il “De rerum natura lucreziano”, nella mia opera Analisi letterarie e filosofiche (2023).

https://danilocaruso.blogspot.com/2023/07/riflessioni-sopra-il-de-rerum-natura.html

 

7 Dell’Uticense ho parlato nella mia monografia Parricidio dantesco (2021) a pag. 9.

https://www.academia.edu/47754422/Parricidio_dantesco

 

8 Al teologo d’Ippona e al filosofo giudeo ho dedicato due lavori analitici: Nevrosi e irrazionalismo in Agostino d’Ippona e Il nevrotico e distopico idealismo di Spinoza, nelle mie monografie Teologia analitica (2020) e Distopie occidentali (2023).

https://danilocaruso.blogspot.com/2020/07/nevrosi-e-irrazionalismo-in-agostino.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2023/05/il-nevrotico-e-distopico-idealismo-di.html

 

9 A tal riguardo indico una via di approfondimento mediante un mio scritto: Misantropia del Cristianesimo nella mia opera Studi illuministi (2024).

https://danilocaruso.blogspot.com/2024/07/misantropia-del-cristianesimo.html

 

10 V. nota 3.

 

11 Circa i legami sul Cristo-Logos e la filosofia della Stoà si veda nella mia pubblicazione Partita a scacchi (2022) la sezione intitolata Gesù stoico e dionisiaco.

https://danilocaruso.blogspot.com/2022/06/gesu-stoico-e-dionisiaco.html

 

12 Inerente a tale tema un libro dell’ottimo studioso ebreo Shlomo Sand: L’invenzione del popolo ebraico (Rizzoli, 2010). Ne condivido il contenuto, e, nella fattispecie della mia presente analisi, utile ricordare la conversione di gran parte delle genti giudaiche al Cristianesimo all’origine della nuova religione, la quale iniziò a diffondersi proprio dalle aree di maggiore radice semitica: il Nord Africa (punico-egizio) e l’Asia Minore mediterranea (attorno all’asse palestinocipriota). La religio di Gesù Cristo nacque, a mio vedere, come passo avanti filosofico del vecchio Giudaismo; e niente di strano che precedenti Giudei, convertiti all’Ebraismo e loro discendenti passassero al grado cristiano (Giudaismo 2.0). La nuova religiosità sviluppò un particolare feroce sentimento di avversione e di rigetto verso la forma ebraica originaria e canonica. L’antisemitismo (o antigiudaismo, per meglio dire) che ne venne fuori è stato e rimane un gravissimo atteggiamento di discriminazione e pure di violenza, il quale non possiamo trascurare nella sua genesi e nelle sue dinamiche. Ne ho parlato nei miei scritti di indagine e riflessione, puntualizzando ogni volta una indelebile, profonda, sentita condanna di simile forma di ingiustificato odio (si veda ad esempio il mio scritto Le radici cristiane dell’antisemitismo dentro la mia opera Studi illuministi del 2024
https://danilocaruso.blogspot.com/2024/07/le-radici-cristiane-dellantisemitismo.html). Io considero già Olocausto quanto patito dai Giudei perseguitati nelle società cristianizzate nei lunghi secoli precedenti il ’900. La mia posizione di serietà scientifica e di obiettività mi porta altresì a rammentare che non possiamo gettare nel cestino quanto eminenti ed eccellenti ricercatori e scrittori ebrei hanno fatto notare in relazione alle ombre nella storia del popolo giudaico (le quali ovviamente non si riversano indistintamente sopra tutti gli Ebrei). Come a proposito del Cristianesimo pure qui viene richiesta allo studioso imparzialità storiografica, la quale non può minimamente definirsi “antigiudaismo”, ma responsabilità metodologica e analitica. Voglio ricordare al riguardo alcune opere, sempre di autori ebrei, in aggiunta a quella di Sand, mediante le quali la visione storica può apparire meno ideologizzata e idealizzata. Il libro di quest’ultimo si riaggancia a quello di Raphael Patai e Jennifer Patai Wing intitolato “The myth of the jewish race” (Scribner, 1975): non ci sarebbe stata continuità cronologica nel popolo (di culto) giudaico secondo una linea biologica salda e predominante bensì sarebbero avvenuti diversi episodi, nelle epoche, grazie alle conversioni di estranei, di inglobamento di soggetti esterni. Il popolo ebraico sin dall’Antichità costituisce allora nella sua estensione un insieme eterogeneo, un’entità cementata dalla religiosità, e non da caratteri etnici di natura biologica al suo interno radicalmente peculiari. Il delicato argomento va a toccare il sensibile tema del Sionismo, in rapporto a cui voglio rammentare i lavori di due storici e di una giornalista: Vivere con la spada – Il terrorismo sacro di Israele (Zambon, 2014) di Livia Rokach; La pulizia etnica della Palestina (Fazi, 2008) di Ilan Pappé; The iron wall – Zionist revisionism from Jabotinsky to Shamir (Zed Books, 1984), Zionism in the age of the dictators (Croom Helm Ltd, 1983), 51 documents – Zionist collaboration with the nazis (Barricade Books, 2002) di Lenni Brenner. Io giudico la “Bibbia” un testo mitologico avente alcuni tratti storici, e imperniato sopra un Dio solare neoatonista. Reputo, sulla base della pertinente archeologia antica egizia, in aggiunta ai contenuti di nota 5, che la città di Akhetaton (nei paraggi di Amarna), la cui edificazione è stata voluta da Akhenaton per dare una sede di culto alla sua enoteistica religiosità nei confronti del Sole, sia stata messa in piedi, usando mattoni di fango, proprio da quel gruppo di genti che diverrà il biblico embrione del popolo ebraico, emigrato poi verso l’Oriente. L’analogia biblica riguardo a simile modalità costruttiva cui questo fu sottoposto nella terra dei faraoni ci fa intuire una credibile rielaborazione nell’architettura statica dei fatti; ma l’architettura dinamica sembra trasparire, a mio modestissimo valutare. Il restauratore religioso Tutankhamon, come precedentemente ipotizzato da altri, dovrebbe essere il faraone persecutore dei Giudei in Egitto, i quali però, al di là delle righe veterotestamentarie, secondo me, non sarebbero nient’altro che semiti egizi fedeli di Aton (raggruppati ad Akhetaton) scappati, resi fuggitivi, e guidati dal biblico Mosè alla volta della Palestina in cerca di miglior sorte (in relazione suggerisco l’interessante lettura di un mio esame sul teocratico modello sociopolitico mosaico, una analisi presente nella mia monografia del 2020 Teologia analitica e intitolata Aristotele e il pericoloso regno di Dio
https://danilocaruso.blogspot.com/2020/05/aristotele-e-il-pericoloso-regno-di-dio_18.html). L’esigenza poggiata sulla “Bibbia”, a seguito di un diritto divino, di uno Stato della Chiesa cattolica o di uno Stato d’Israele, a mio semplice e razionalista modo di valutare, non pare raccogliere solide fondamenta. Non si può facilmente basare una simile pretesa ancorandosi a un piano mitologico. Abbiamo preso atto che alcuni ricercatori ebrei dimostrano essere la loro Nazione “popolo in senso lato” e che una parte di questo si è attivata in favore del Sionismo con modalità anche discutibili. Le ombre della storia di una frazione delle genti giudaiche riguardano pure il più lontano passato e i tempi più recenti. Pensiamo a Pasque di sangue (Il Mulino, 1a ed. 2007, 2a ed. 2008) di Ariel Toaff e a L’industria dell’Olocausto (Rizzoli, 2002) di Norman Gary Finkelstein. Apprezzo per la loro onestà intellettuale tutti questi eccellenti intellettuali ebrei che ho menzionato, una onestà intellettuale la quale ci chiede di essere precisi e completi nel nostro dire. Condanno l’antigiudaismo in maniera chiara e consapevole, come ho più volte spiegato nei miei scritti, ma non possiamo rifiutare la Storia, che è quella che è nei dati di fatto. Dobbiamo conoscere e analizzare pure le ombre, di chiunque. Con serietà scientifica e obiettività è lecito parlarne, nella guisa indicata dagli autori evocati. Quantunque non reputi razionale la base mitologica nella richiesta di esistenza di uno Stato d’Israele, tuttavia non penso di rifiutare in assoluto la possibilità di un piccolo Stato giudaico, per via del plurisecolare antisemitismo, cui mi pare giusto rispondere con un risanamento proporzionato ai fatti reali (però ovunque mai a scapito di residenti pregressi): ritengo che non necessariamente Israele dovrebbe essere sorto in Palestina, e che se comparso qui non dovrebbe configurarsi, come sottolineato non solo da ponderate personalità ebree, nella veste di Stato degli invasori. I Palestinesi hanno naturale diritto a un loro separato autonomo Stato. Questi peraltro sembrano essere i discendenti degli antichi abitanti giudei convertitisi all’Islamismo (nessuna massiva giudaica dispersione in era cristiana dalla Palestina, nella spiegazione di Sand): immaginiamo a che sorta di paradossi la Storia ci metta di fronte. Io credo che una ragionevole ed equilibrata circoscrizione dei due Stati sia oggigiorno la più saggia conclusione dell’annosa questione israelopalestinese, una questione causa di tragedie e di lutti.

08 dicembre 2016

IL SEVERO MONITO DI SENECA

di DANILO CARUSO

Non si sa con esattezza quando Seneca (4 a.C. – 65 d.C.) abbia scritto il “De brevitate vitae”: forse alla fine degli anni 40 (finito il suo esilio), forse al principio degli anni 60 (dopo aver abbandonato la corte neroniana). Quest’opera senechiana, dove l’autore si rivolge a Paulinus, un prefetto dell’annona di Roma, riporta la riflessione del celebre maestro di Nerone sopra un particolare tema dell’esistenza: l’uso fatto dagli uomini del tempo a loro disposizione. L’autore di tale dialogo ricorda in apertura di trattazione una lamentela comune a più epoche: la ritenuta brevità della vita. Però subito ribadisce: «Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto. Ci è stata concessa una vita sufficientemente lunga […]. Dopo che l’abbiamo lasciata trascorrere nel lusso e nell’ignavia, dopo che non l’abbia­mo impegnata in nessuna impresa degna, quando, alla fine, si presenta la neces­sità ineluttabile, ci accorgiamo che è passata senza che ne avvertissimo il trascor­rere. […] Uno è prigioniero di un’avarizia insaziabile, [...] chi è intorpidito dall’inerzia; questo è spossato da un’ambizione [...], quello si fa condurre [...] dalla frettolosa passione per il commercio e dalla speranza di guadagno [di tangenze marxiane dirò meglio più avanti]; c’è anche chi si logora di volontaria schiavitù nell’ingrato ossequio a chi sta in alto [una laboetiana considerazione1]; [...] i più non hanno propositi ben definiti e si lasciano sballottare tra l’una e l’altra decisione della loro irriflessività vagabonda, inconstante e sempre insoddisfatta; ci sono anche quelli che non scelgono mai una direzione di marcia, e la morte li sorprende tra gli sbadigli, disfatti dalla noia: insomma, sono sicuro che è vero quel che disse, a mo’ d’oracolo, il più grande dei poeti: “È ben piccola la parte di vita che viviamo”. Certo, l’intero arco della vita non è vita, è tempo [omne spatium non vita sed tempus est]». Il filosofo stoico romano ha appena colto una verità di fondo di sempre: tanti presunti umani de facto non vivono, fanno trascorrere i giorni a guisa di ignari animali da macello allevati in una fattoria. Un tratto di vita più o meno lungo di per sé non dice niente. Nella nostra era sembra perdersi pure uno dei valori della società passata il quale attribuiva ad anziani e adulti un compito di guida e di esempio al cospetto delle nuove generazioni. Un detto di un non remotissimo passato sottolineava la forza nei giovani e la saggezza nei vecchi. Nel mondo contemporaneo si avvera la preoccupazione senecana che la somma degli anni si tramuti in un inutile computo aritmetico. Seneca prosegue la sua argomentazione dicendo: «Ora ho voglia di pigliare uno dalla folla dei più vecchi: “Vediamo che sei giunto all’età massima per un uomo: hai cent’anni o qualcosa di più. [...] Cerca di ricordare [...] che cosa ti risulta realizzato in tanti anni, [...] quanto ti ha portato via [...] una letizia stolta, una cupidigia avida, una conversazione leggera, quanto poco t’è rimasto del tuo: ti renderai conto di morire prematuramente”. Ed il vero motivo, qual è? Voi vivete come se doveste vivere sempre, non vi si prospetta mai la vostra fragilità, non considerate quanto tempo è già passa­to, lo perdete, come se attingeste ad una scorta completa, abbondante [...]. Voi temete tutto da mortali, ma desiderate tutto come se foste immortali». Molti seguono lo stile del “Brave New World”: inconsapevoli vuoti gaudenti sul modello della distopia huxleyana, i quali alla fine della propria esistenza andranno a schiantarsi contro il muro finale presentato dall’edonismo. I distopici personaggi del romanzo di Huxley vivono l’intera esistenza da trentenni grazie ai progressi scientifici di quel futuro. Possiamo osservare il modo in cui nel “Mondo Nuovo” scompare la visibilità della saggezza, la quale nella realtà quotidiana aveva simbolo nella vecchiaia2. Affinché non venga meno siffatto modello comportamentale (archetipo junghiano) Seneca attua un richiamo: «Il saggio [...] se è l’uomo della libertà integra ed indistruttibile, se non ha vincoli, è padrone di sé, è al di sopra di tutti». E boccia il cattivo esempio degli edonisti: «La corruzione di chi s’è avvilito nella gola o nella libidine è degradante. […] L’arte di vivere si deve continuare ad impararla durante tutta la vita, anzi, e questo forse ti stupirà di più, per tutta la vita si deve imparare a morire». L’autore del “De brevitate vitae” sottolinea delle sfumature, nella sua valorizzazione del tempo a disposizione di ognuno (il quale dovrebbe essere strumento di crescita e non di esclusivo pascaliano divertissement) che lo avvicinano, come anticipato, a Marx. Chiarito che l’anzianità possa svuotarsi del suo peso pedagogico tradizionale, a causa di pratiche appartenenti alle pagine di decadenza, all’inizio del cap. VIII abbozza una, non tanto nebulosa, connessione fra la rilevanza del tempo individuale e il lavoro umano svolto: «Mi stupisce sempre il vedere gente che chiede ad altri il loro tempo ed i richiesti accogliere prontamente la domanda; tutti e due guardano al motivo della richiesta di tempo [illud uterque spectat propter quod tempus petitum est: valore d’uso], nessuno bada al tempo in quanto tale [ipsum quidem neuter: valore di scambio]: lo si chiede e lo si dà, come fosse una cosa di nessun conto [quasi nihil petitur, quasi nihil datur]. Giocano con il bene più prezioso di tutti, un bene che li inganna, perché non ha corpo [re omnium pretiosissima luditur; fallit autem illos, quia res incorporalis est], non cade sotto gli occhi e perciò è valutato pochissimo, anzi, non gli si dà quasi nessun prezzo [vilissima aestimatur, immo paene nullum eius pretium est]. Gli uomini accettano volentieri pensioni e largizioni e, per averle, appal­tano la loro fatica, il loro lavoro, la loro attenzione, ma il tempo nessuno lo conta, lo impiegano molto alla buona, come se non costasse nulla [annua, congiaria homines carissime accipiunt et illis aut laborem aut operam aut diligentiam suam locant: nemo aestimat tempus; utuntur illo laxius quasi gratuito]». In questo brano il precettore di Nerone è marxiano. Il sostantivo neutro latino pretium (la cui gamma semantico-concettuale indica: valore, costo, denaro, paga, ricompensa, premio) ha una radice mercantile in senso lato: “pret-” = idea di scambio, dello scambiare. L’autore de “Il capitale” non potrebbe affermare di Seneca l’identica cosa sostenuta a proposito di Aristotele, giacché Seneca sta tematizzando un tempo-lavoro legato all’immateriale (senza dubbio non di esplicita natura economica, dato che siamo in epoca precapitalistica): nelle parole senechiane il nesso tra un’attività volta a produrre ricchezza-benessere e il suo aspetto di fine da un lato, e il lavoro operato in un dato periodo nella sua dimensione astratta (gelatinosa) dall’altro, è evidente. Notiamo che Seneca intuisce cose di un altro ambito, socioeconomico, di cui non si rende conto. Tuttavia, al contrario del filosofo greco, non ha i di lui limiti d’analisi, poiché il primo parla da un punto di vista esistenziale: ciò gli consente di superare il difetto aristotelico sorto dal legame con una società schiavista (il quale di per sé non consentirebbe una prospettiva di astrazione analitica in simile materia di esame). Pertanto la concezione di un lavoro pressoché gratuito, in quanto frutto di costrizione, non impedisce al filosofo stoico di associare, in una notevolissima intuizione, il tempo e l’attività umana al di là di soggetti e oggetti specifici, e di intravedere che è in astratto il lavoro (l’opera generica dell’uomo) ad avvalorare i prodotti in virtù di una spesa di tempo e di energie manuali e intellettuali. Sia per il maestro di Nerone che per il filosofo di Treviri tanti individui non sono concentrati sulla verità, ma rimangono distratti (a seguito di un movente o di un altro). La possibile multiforme alienazione trasforma gli uomini in vittime di un’esistenza più animale che umana: «Quando la vecchiaia li coglie, hanno mente ancora infantile: vi sono giunti impreparati, disarmati; nulla è stato previsto. [...] Come una conversazione, una lettura, un pensiero profondo ingannano il viaggiatore, al punto che s’accorge d’essere arrivato prima d’aver notato l’approssimarsi della meta, così questo viaggio della vita [...] non è avvertito dagli occupati, se non quando finisce». Qual è la causa di questo svuotamento di autentica umanità? Seneca spiega la ragione dello scadere di costoro in dettaglio: «Per poter loro rinfacciare il loro errore, bisogna anche istruirli, non basta deplorarli. [...] Non hanno tempo di pen­sare al passato e, se il tempo c’è, non trovano nessuna soddisfazione nel ricorda­re cose incresciose. [...] Nessuno, se non colui che ha sempre agito sotto censura propria, la sola infallibile, si volge volentieri al proprio passato; chi ha bramato molte cose con ambizione, chi ha disprezzato con alterigia, vinto con prepotenza o insidiato con inganno, rapito con avarizia o profuso con prodigalità, deve inevitabilmente temere i propri ricordi». Il trascorso che però tali individui non prendono in considerazione non è solo quello personale, è altresì un passato più ampio scaturente dallo studio e che guarda a tutto il versante cronologico alle spalle: la storia e quanto di eccellente in essa è stato generato. Seneca ha un’altra considerevole intuizione quando sembra avvicinarsi a un, più o meno confuso, concetto di inconscio collettivo junghiano. Non si rendeva conto in precedenza di parlare dell’archetipo del vecchio saggio, né tanto meno qui di seguito sa di parlare di inconscio collettivo e di archetipi: «Questa parte della nostra vita è ormai intangibile come le cose consacrate, è sfuggita a tutte le umane contingenze, sottratta al dominio della sorte, [...] non può essere sconvolta né rubata; il suo possesso è perpetuo, sicuro». Esseri umani, solo presunti, non patiscono soltanto la mancanza di un decoroso trascorso personale: sono vacui, avendo spento e rigettato il logos, della conoscenza dell’umanità tramite la sua storia. Del loro insignificante insieme, estraneo a una positiva possibilità di cogliere gli archetipi, resta al massimo un anonimo rammarico: «È prerogativa di una mente serena e tranquilla il ripercorrere tutte le parti della propria vita; gli animi degli occupati, come gli animali a giogo, non possono girare il collo per voltarsi indietro. I loro anni, perciò, finiscono sotto terra: come non giova a nulla versare nel vaso grandi quantità di liquido, se non c’è un fondo che lo riceva e conservi, così non importa la quantità di tempo che viene loro concessa, se non trova dove depositarsi: filtra attraverso animi scon­nessi e sforacchiati». Dedicare una fetta della propria esistenza al sapere, accanto all’azione, rientra nello statuto ontologico del genere umano. Chi trascura i compiti essenziali contribuisce all’imbarbarimento della società. Costui va, vuoto, verso il nulla heideggeriano, il quale, nell’angoscia descritta da Seneca, lo annichilirà, giacché, non essendosi elevato, grazie al logos, alla nobiltà umana, passerà inosservato e dimenticato nel cammino dei secoli. La fuga dei vigliacchi e degli edonisti dal mondo vero, dalle preoccupazioni, dall’idea della morte, porta rispettivamente in direzione dell’alienazione e del divertissement (si tratta di quelli che diventeranno Morlock ed Eloi wellsiani3): «C’è gente la cui vita privata è un essere occupati [...]. Non è il caso di parlare di vita ritirata, ma di occupazione inattiva. [...] Non elencherei, per Ercole, tra i momenti di tempo libero, i conviti di costoro [...]: [...] da tutto questo si ricava nomea di eleganza e sontuosità, ed i loro mali li accompagnano a tal punto, in ogni angoluzzo della vita, che non riescono più a mangiare e bere senza ostentazione. [...] So che un tale di costoro che vivono in delizie (se delizia si può chiamare il disimparar vita ed abitudini umane), una volta che fu tolto dal bagno e portato a braccia sulla sedia, chiese: “Sono seduto, adesso?”. Pensi che costui, che non sa se è seduto, sappia se è vivo, se vede, se è disimpegnato? Non mi sarebbe faci­le dire se mi fa più compassione la sua ignoranza o la sua simulazione di ignora­re. In realtà, finiscono per non accorgersi di molte cose, ma di molte altre fingono di non accorgersi. Certi vizi li dilettano come fossero segni di felicità [...]. Costui non è un uomo disimpegnato; dagli un altro nome: è un malato, un morto. È disimpegnato chi è anche cosciente del proprio disimpegno. Ma codesto mezzo vivo, che ha bisogno di un altro per conoscere la posizione del proprio corpo, come può essere padrone di un solo attimo di tempo?». Non poche immagini senecane, di cadaveri ambulanti, regala la realtà, aventi ruolo di comparse, più che di protagonisti, in esibizioni e processioni nichilistiche. Seneca rivolge un insegnamento similare a un pensiero di Umberto Eco nel momento in cui rammenta che, «tra tutti, i soli che davvero dispongono del loro tempo sono coloro che attendono alla saggezza; sono i soli che vivono e non si limitano ad amministrare bene i loro anni, ma aggiungono tutte le età alla loro. Tutti gli anni trascorsi prima che essi esistessero fanno parte del loro patrimonio. [...] Nessuna epoca ci è vie­tata, in tutte ci sentiamo accolti e, se vogliamo uscire mediante la magnanimità dalle strettoie della caducità umana, abbiamo molto tempo in cui spaziare. Ci è possibile disputare con Socrate, dubitare con Carneade, riposare con Epicuro, dominare la natura umana con gli stoici, oltrepassarla con i cinici». Lo studio conduce all’umanità, l’azione conseguente contribuisce alla costruzione di una società migliore. Chi devia dalla strada maestra esce fuori dei margini di circoscrizione della natura umana. Alienazione e divertissement non sono accidenti inseparabili dell’agire, non rappresentano una vita ideale specialmente se il loro livello di esercizio diventa esclusivo e integrale: soggetti alienati, divertiti, non costituiscono esempi di successo. Agli occhi di tutti, fatti salvi il diritto/dovere nei confronti del lavoro che procuri in maniera onesta un lecito “avere esistenziale (Fromm)”, e il diritto a un sano svago, in aggiunta al rispetto di sé e del prossimo (famiglia, società, et cetera), Seneca dice al destinatario del suo discorso: «Sono occupati nel giusto ossequio coloro che vorranno tenersi ogni giorno in strettissima familiarità con Zenone, Pitagora, Democrito e con tutti i sacerdoti della scienza, con Aristotele, con Teofrasto. Nessuno di costoro risponderà che non riceve, nessuno mancherà di rendere più felice, più amico, il visitatore che congeda, nessuno lo commiaterà a mani vuote. A costoro, tutti possono far visita, di notte e di giorno. [...] I geni più insigni hanno formato delle famiglie: scegli quella cui vuoi associarti. Con l’adozione, non condividerai soltanto il nome, ma anche i beni, e non dovrai custodirli con avarizia o gelosia, perché aumenteranno quan­to più li distribuirai. Quegli uomini ti avvieranno all’eternità e ti eleveranno ad una dignità dalla quale non si può essere deposti. Questo è il solo modo di allungare la tua vita mortale, anzi, di mutarla in immortalità. [...] La vita del saggio è dunque molto spaziosa; egli non è prigioniero del limite che racchiude gli altri, è il solo esente dalle servitù dell’umana schiatta; le età gli sono tutte soggette come sono soggette a Dio. Un tempo è passato? Lo abbraccia con il ricordo; è presente? Lo utilizza; è futuro? Lo pregusta. La sua capacità di unificare tutti i tempi gli fa risultare lunga la vita. La vita più breve e più tormentata è quella di coloro che dimenticano il passato, trascurano il presente e temono il futuro: quando giungono alla fine, quei miseri s’accorgono troppo tardi d’essersi impegnati per tanto tempo a non far nulla. [...] Neppure si può dedurre una loro longevità dal fatto che spesso le giornate sembrano loro interminabili o che, mentre attendono l’ora fissata per la cena, si lamentano che il tempo scorre lento. In realtà, nei pochi casi in cui vengono loro meno le occupazioni, si arenano nel tempo libero e restano perplessi: non sanno come ordinarlo per venirne a capo. Perciò puntano su un impegno e risulta loro pesante tutto il tempo dell’attesa [...]. Qualunque attesa di una cosa desiderata risulta loro troppo lunga, eppu­re il tempo che amano è breve, è un istante, esageratamente accorciato dal danno che essi stessi s’infliggono; in realtà, passano da una cosa ad un’altra e non riescono a sostare su un solo piacere». A conclusione del “De brevitate vitae” il suo autore torna a fare cenno di una forma di alienazione, la quale a posteriori e con uno sguardo particolare potremo di nuovo ricollegare a un ambito analitico marxiano, sulla cui soglia Seneca si colloca in maniera inconscia tramite le sue intuizioni di matrice esistenziale. Egli non vive, come già detto, in una società capitalistica, tuttavia trattando del tempo e dell’uomo va al nocciolo di cose che matureranno in futuro e che Marx potrà esplicitare meglio. Afferma il filosofo stoico: «La condizione di tutti gli occupati è miserevole, ma la più misera è quella di coloro che non sono impegnati in fatti propri, ma regolano il loro sonno su quello degli altri, camminano secondo il passo degli altri e provano a comando amore e odio, i due sentimenti più spontanei di tutti. Costoro, se vogliono rendersi conto di quanto sia breve la loro vita, pensino quale parte ne posseggano». Il precettore di Nerone e l’autore de “Il capitale” hanno in comune una forma mentis semitica (al riguardo di Marx ne ho parlato in un mio saggio4): Zenone di Cizio, il fondatore dello stoicismo era originario del Vicino Oriente fenicio; Seneca inoltre stette da giovane molti anni in Egitto; per quanto riguarda Marx, tra l’altro, la sua famiglia era di origine ebraica. L’attivismo umano operante nel tempo è il minimo comune denominatore senechiano-marxiano, tenendo naturalmente conto dell’enorme divario di contesti sociali e culturali che separa i due filosofi. Ciononostante, per dirla con parole dello scrittore latino: Seneca non ha soppresso la possibilità, nelle riflessioni di Marx, di una, non so quanto consapevole, tangenza filosofica attraverso i brani del “De brevitate vitae” accostati da me all’analisi marxiana ne “Il capitale”. Il brano alla fine del discorso senecano esaminato mostra un concetto di alienazione distinto dal divertissement, ed evidenzia la condizione di un uomo subordinato, la quale il filantropo Seneca non può riferire in modo chiaro e diretto al lavoratore. La schiavitù era allora giudicata lecita, e ciò gli impediva una scientificità marxiana, sebbene egli ne parli con spirito critico (ma di stampo morale): nella concezione stoica senechiana un individuo libero può essere schiavo (a causa delle passioni, ad esempio), mentre un servo può essere libero (mediante la sua interiorità, in virtù della nobiltà della sua anima). L’idea di un vampirismo, di una cronofagia, accomuna lo scrittore latino e Marx: vampiri antichi o vampiri moderni, comunque vampiri che sottraggono tempo agli individui sono posti in risalto da loro nelle rispettive trattazioni. Entrambi osservano l’essere umano, di cui studiano l’azione, sotto il profilo della temporalità.


Note

1 Riguardo al “Discours sur la servitude volontaire” invito a leggere un mio scritto

2 Su “Brave New World” esiste una mia monografia

3 Circa la dicotomia Eloi/Morlock, nel contesto di “The time machine”, suggerisco la lettura di un mio lavoro

4 “Critica dell’irrazionalismo occidentale”


I brani del “De brevitate vitae” nella versione tradotta sono stati tratti da “SENECA / TUTTE LE OPERE”, testo pubblicato dalla Bompiani nel 2000.


Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Critica letteraria”
https://www.academia.edu/31561182/Critica_letteraria