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giovedì 25 giugno 2020

L’IRRAZIONALE MISOGINIA TOMISTA

di DANILO CARUSO


Quod sexus masculinus est nobilior
quam femineus, ideo humanam naturam
in masculino sexu assumpsit [filius Dei].

Tommaso d’Aquino, “Summa theologiae”


Tommaso d’Aquino (1221-1274) è l’autore di una delle opere teologiche più importanti della religione cattolica: la “Summa theologiae”. In vita fu noto come il Doctor angelicus, nel 1323 fu proclamato santo e nel 1567 dottore della Chiesa. Nato all’interno di una nobile famiglia, era stato avviato alla carriera religiosa da subito. L’intenzione familiare di destinarlo al più alto ruolo nell’abbazia benedettina di Montecassino venne frustrata quando lui scelse di entrare fra i Domenicani. La famiglia lo tenne pertanto un paio d’anni in una sorta di detenzione domiciliare in un proprio castello nel tentativo di fargli riprendere il progetto originario. Lui resistette e la ebbe vinta. Allo scopo di fargli cambiare idea gli avevano mandato pure una prostituta, che lui minacciò con un tizzone cacciandola. Tra parentesi: nel pensiero tomista le prostitute vengono paragonate all’impianto fognario di un palazzo e alla puzzolente sentina di mare. La mano con cui scrisse le sue opere viene custodita come reliquia nella chiesa di san Domenico a Salerno. Prima di morire sembra abbia avuto una visione, in seguito alla quale smise di scrivere, possibile sintomo di una forma psicopatologica derivata da nevrosi originaria. Nella Questione 92 della prima parte della “Summa theologiae” san Tommaso d’Aquino affronta il problema dell’origine naturale della donna e di quale sia lo statuto ontologico di ella nella cornice del pensiero religioso cattolico. A monte dell’analisi reputo indispensabile chiarire la sostanza concettuale dietro la quale il Doctor angelicus si allineò. Il problema della misoginia tomista non può essere banalizzato, perciò preferisco fornire gli strumenti di lettura prima della lettura medesima, poiché l’altra operazione si presta a un annacquamento generale volto ad alleggerire responsabilità storiche nell’assunzione di posizioni antifemministe. Innanzitutto non è corretto dire che l’Aquinate abbia riportato nella Quaestio VIIIC considerazioni aristoteliche condite con salsa teologica. Simile aspetto sotto il profilo speculativo costituisce la facciata della realtà. La verità sta nel fatto che la “Bibbia” si rivela misogina, e che dalla Patristica in poi si cercò in generale di costruire la teologia cristiana con mattoni filosofici greci. Il povero Aristotele, i cui deficit in relazione ad antifemminismo e legittimazione della schiavitù non sono però giustificabili in alcun modo, trovò i suoi difetti di pensiero amplificati per secoli dalla Chiesa. La quale di lui fece una zavorra del progresso scientifico per tantissimo tempo. Se ritroviamo lo Stagirita nella “Summa theologiae” è solo a ragione di mera compatibilità religiosa. Aristotele spiegherebbe in maniera (pseudo)scientifica quanto, e non solo, il biblico libro della “Genesi” illustra ai fedeli: l’inferiorità della donna rispetto all’uomo. Tommaso d’Aquino si colloca sul binario di Tertulliano e di sant’Agostino, un binario che nel tempo ha imbarcato lo Stagirita, e non il di questo maestro che di parità di genere fece professione. Perciò la scelta del Doctor angelicus appare convinta, non gli mancavano altre possibilità di valutazione più serie. Preferì seguire il filone canonico cristiano misogino. Questo, come detto, poggia le sue radici all’interno della Scrittura1, e in particolar modo in “Genesi”. Ho analizzato altrove brani interessati direttamente in ebraico2 e riguardo all’antropogonia veterotestamentaria qui mi limiterò a ricordare ciò che sia utile a questo esame (rinviando là per approfondire). Dalla lettura delle comuni bibbie di qualsiasi tempo si potrebbe notare come i Cristiani non abbiano capito affatto il discorso della scissione androginica dalla quale nasce la donna. La favola della “costola” scaturisce da pessima traduzione fuorviante. In questo discorso è rimasto impelagato anche l’Aquinate, quindi quando parla di “costola”, riferisce di una fantasia interpretativa non contenuta nel testo ebraico. Ciò, di per sé, rappresenta un enorme errore per un’opera monumentale la quale ha la pretesa di essere l’enciclopedia concettuale universale della fede cristiana: se viene già giù un muro a causa di motivazioni non collegate direttamente a motivi teologici, chissà quale potrà essere la tenuta generale del complesso per via di altre eventuali sue parti deboli. Ma accantoniamo tale considerazione e riprendiamo il tema conduttore della Questione 92. Nella “Genesi” la donna trae origine dalla divisione di un androgino originario (Adamo) e viene indicata quale ragione di un degrado ontologico della nuova umanità a causa di quella separazione (il racconto mal tradotto della “costola”). Successivamente col discorso del serpente e della tentazione alla donna le viene attribuita una seconda ragione, di natura antropologica, dell’ulteriore degradazione del genere umano. In parole povere nella “Bibbia” responsabile dell’ingresso del male nel mondo è la donna (quella che sarà poi definita “porta del Diavolo”). Il Doctor angelicus di tutta questa articolazione narrativa non possiede integrale comprensione, gli manca chiarezza nella parte iniziale. Tuttavia ciò non è servito, neanche prima di lui, ad azzoppare la misoginia. I Cristiani, a cominciare da san Paolo (il quale però da Giudeo aveva le idee chiare), ne hanno colto lo spirito genuino relegando il gentil sesso a una posizione ontologica di serie B. La serie A è solo maschile, e ingaggiare Aristotele costituì per loro un bell’acquisto. Tant’è che al principio della Quaestio VIIIC san Tommaso d’Aquino lo ricorda subito a voler sottolineare quanto pretenderebbe di mostrare quale una verità (pseudo)scientifica mediante la formale autorità del «maestro di color che sanno». L’autore della “Summa theologiae” è misogino. Al di là di quell’episodio legato alla sua giovanile biografia, la sua repulsione verso le donne che appare evidente è consapevole, al punto di pretendere di legittimarla scientificamente. Questa non emerge da una mentalità astratta dell’epoca, viene fuori dall’insegnamento cattolico medievale, il quale ha frenato l’emancipazione femminile creando fenomeni degenerati (quale quello della caccia alle streghe, o delle sante anoressiche per fare un altro esempio). San Tommaso d’Aquino celebra il genere maschile, e sostiene che il femminile sia inferiore sotto tutti i profili, non ultimo quello morale, egli ci spiega che la creazione del mondo, altro argomento sul quale non possiede idee chiare riguardo al testo biblico3, non poteva contenere niente di imperfetto. Dunque ad avviso di lui Dio creò la donna in un secondo tempo facente parte dell’orbita del “peccato originale”.

Videtur quod mulier non debuit produci in prima rerum productione. Dicit enim philosophus, in libro de Generat. Animal., quod femina est mas occasionatus. Sed nihil occasionatum et deficiens debuit esse in prima rerum institutione. Ergo in illa prima rerum institutione mulier producenda non fuit.
[…] Per respectum ad naturam particularem, femina est aliquid deficiens et occasionatum.

Il teologo, entrato nel contesto più propriamente consono alla sua esposizione, si appoggia ad altri discutibili ragionamenti. Fra cui quello strettamente biblico, e non aristotelico, della donna vista nella veste di sprone di errore nei confronti dell’uomo.

Praeterea, subiectio et minoratio ex peccato est subsecuta, nam, ad mulierem dictum est post peccatum, Gen. III, sub viri potestate eris; et Gregorius dicit quod, ubi non delinquimus, omnes pares sumus. Sed mulier naturaliter est minoris virtutis et dignitatis quam vir, semper enim honorabilius est agens patiente, ut dicit Augustinus XII super Gen. ad Litt. Ergo non debuit mulier produci in prima rerum productione ante peccatum.
Praeterea, occasiones peccatorum sunt amputandae. Sed Deus praescivit quod mulier esset futura viro in occasionem peccati. Ergo non debuit mulierem producere.

Nel momento in cui il Doctor angelicus spiega l’origine della donna con la necessità di dare un sostegno all’uomo entra in contraddizione teologica: l’universo creato senza donne non era poi così perfetto se c’è stato bisogno di aggiungerle, ma al posto di equipararle a un grado di positività con una riflessione platonica lui rimase aristotelico per scelta. Dopo aver contraddetto la “completezza” del mondo di soli uomini (l’Adamo originario del testo ebraico è in realtà un androgino, però l’Aquinate non l’ha capito), mantiene le donne nella serie B. Loro servono solo per la riproduzione del genere umano, per tutto il resto la migliore compagnia di un maschio è un altro maschio. Il teologo ribadisce che caratteristica delle donne è la “deficienza”, non soltanto morale, ma altresì fisiologica.

Dicitur Gen. II, non est bonum hominem esse solum; faciamus ei adiutorium simile sibi.
Respondeo dicendum quod necessarium fuit feminam fieri, sicut Scriptura dicit, in adiutorium viri, non quidem in adiutorium alicuius alterius operis, ut quidam dixerunt, cum ad quodlibet aliud opus convenientius iuvari possit vir per alium virum quam per mulierem; sed in adiutorium generationis. Quod manifestius videri potest, si in viventibus modus generationis consideretur.

Il maschile rappresenta il positivo e l’attivo, il femminile il negativo e il passivo.

Animalibus vero perfectis competit virtus activa generationis secundum sexum masculinum, virtus vero passiva secundum sexum femininum. Et quia est aliquod opus vitae nobilius in animalibus quam generatio, ad quod eorum vita principaliter ordinatur; ideo non omni tempore sexus masculinus feminino coniungitur in animalibus perfectis, sed solum tempore coitus; ut imaginemur per coitum sic fieri unum ex mare et femina, sicut in planta omni tempore coniunguntur vis masculina et feminina, etsi in quibusdam plus abundet una harum, in quibusdam plus altera. Homo autem adhuc ordinatur ad nobilius opus vitae, quod est intelligere. Et ideo adhuc in homine debuit esse maiori ratione distinctio utriusque virtutis, ut seorsum produceretur femina a mare, et tamen carnaliter coniungerentur in unum ad generationis opus. Et ideo statim post formationem mulieris, dicitur Gen. II, erunt duo in carne una.
[…] Virtus activa quae est in semine maris, intendit producere sibi simile perfectum, secundum masculinum sexum, sed quod femina generetur, hoc est propter virtutis activae debilitatem, vel propter aliquam materiae indispositionem, vel etiam propter aliquam transmutationem ab extrinseco, puta a ventis Australibus, qui sunt humidi, ut dicitur in libro de Generat. Animal.

Come riesca l’Aquinate ad attribuire a Dio una componente negativa in un progetto iniziale perfetto rimane oscuro e contraddittorio, a meno che non si debba concludere che la divinità biblica abbia vivissimi disprezzo e odio nei riguardi delle donne al punto di emarginarle volutamente.

Per comparationem ad naturam universalem, femina non est aliquid occasionatum, sed est de intentione naturae ad opus generationis ordinata. Intentio autem naturae universalis dependet ex Deo, qui est universalis auctor naturae. Et ideo instituendo naturam, non solum marem, sed etiam feminam produxit.

Ma l’effettiva cosmogonia di “Genesi” sottoposta a ermeneutica più obiettiva scandisce meglio i momenti. Il Dio biblico veterotestamentario rappresenta in verità un demiurgo platonico che diviene misogino a causa della scissione androginica e della disobbedienza della donna tentata dal serpente. La sua misoginia è giustificata a posteriori. San Tommaso d’Aquino cerca di farlo a priori mirando a incorniciare tutto nell’onniscienza divina: in seguito a ciò nascono le sue contraddizioni. Il Dio dell’Antico Testamento non tiene tutto in pienissimo potere, si mostra soltanto il più potente tra i vari Dei4. Nel suo amore per lo Stagirita il futuro dottore della Chiesa lo rievoca ancora alla fine della Quaestio VIIIC: è lecita una struttura gerarchica nell’umanità, legittimante la subalternità. “Signori/servi” in generale, però il Doctor angelicus torna a spiegarci una “naturale” subalternità delle donne di fronte ai maschi. Questi in assoluto sono portatori di un livello superiore di ragionevolezza, tuttavia pure al loro interno si dà ulteriore gerarchia: se le femmine sono di serie B, ci sono uomini di A1, A2… A quanto pare esistono, in virtù di simili considerazioni, “deficienti” (tutte le donne, una parte degli uomini) bisognosi di una guida maschile qualificata a tutela stessa dei primi. In aggiunta ad Aristotele in queste reazionarie riflessioni è da vedersi misoginia paolina accanto a quella generica canonica.

Duplex est subiectio. Una servilis, secundum quam praesidens utitur subiecto ad sui ipsius utilitatem et talis subiectio introducta est post peccatum. Est autem alia subiectio oeconomica vel civilis, secundum quam praesidens utitur subiectis ad eorum utilitatem et bonum. Et ista subiectio fuisset etiam ante peccatum, defuisset enim bonum ordinis in humana multitudine, si quidam per alios sapientiores gubernati non fuissent. Et sic ex tali subiectione naturaliter femina subiecta est viro, quia naturaliter in homine magis abundat discretio rationis. Nec inaequalitas hominum excluditur per innocentiae statum.

La conclusione della Questione 92 conferma la contraddizione tomista. Il teologo di Aquino attribuisce de facto a Dio l’incapacità di progettare un cosmo senza elementi negativi (le donne), e cerca di salvarlo dall’imbarazzo teologico asserendo che egli trae comunque del bene dal male.

Si omnia ex quibus homo sumpsit occasionem peccandi, Deus subtraxisset a mundo, remansisset universum imperfectum. Nec debuit bonum commune tolli, ut vitaretur particulare malum, praesertim cum Deus sit adeo potens, ut quodlibet malum possit ordinare in bonum.


Ma se Dio era onnipotente e onnisciente perché non ha evitato quanto questo venturo dottore della Chiesa reputa male (il genere femminile)? Allora, sulla base della Quaestio VIIIC, o Dio non è onnisciente e onnipotente, oppure le donne non rappresentano ontologicamente alcunché di negativo. E in entrambi i casi l’autore della “Summa theologiae” entra in contraddizione, costretto a rinunziare o all’onnipotenza divina o alla misoginia. Voglio rammentare che il manuale più famoso nella caccia alle streghe proviene dall’opera di due domenicani, Kramer e Sprenger, i quali ebbero come base pseudoconcettuale, oltre a specifiche nevrosi personali, tutta la gamma di pensiero misogino che lega Aristotele a Tommaso d’Aquino. Il “Malleus maleficarum” chiarisce che la stregoneria è caratteristica femminile più che maschile, e che essa costituisca una pratica di servizio demoniaco, nella cui repressione sono lecite torture e uccisioni. Oggigiorno, in una società più progredita di quella dei secoli scorsi, sembra difficile negare la sorgente psicopatologica di simile letteratura sprone a uno dei fenomeni più aberranti della Civiltà occidentale. La caccia alle streghe, per il modo in cui è stata condotta negli ambiti cristiani, rappresenta senza dubbio un crimine contro l’umanità, un gravissimo delitto contro la dignità del genere femminile, emarginato, violentato e ucciso nella storia sulla base di idee non scientifiche e assurde. Aver tenuto lontane le donne dallo studio e dalla politica si rivela altresì un secondo crimine il quale ha privato l’Occidente di un preziosissimo contributo di crescita di cui ancora oggi si pagano le conseguenze in termini di contributi. Quando si chiede perché la filosofia, la letteratura, la politica del passato erano solo al maschile, la risposta è: perché qualcuno ha fatto di tutto allo scopo di estromettere le donne. E di questo “tutto” parla oggi la storia a chi voglia conoscerla seriamente, togliendo la mortadella dagli occhi anche in relazione alla fenomenologia dei femminicidi contemporanei, risultato di una sedimentazione psicoarchetipica negativa nell’inconscio maschile durante i secoli. Se nel XXI secolo le donne a causa di mano maschile vengono ancora uccise, subiscono danni fisici e morali, per motivazioni pseudosentimentali, per non voler stare con un preciso uomo, è perché nel mondo occidentale è stato a lungo insegnato dalla religione dominante cristiana che i maschi comandano e le femmine ubbidiscono. Tale archetipo maschile dell’Ombra esiste ancora operante: le donne che non si adeguerebbero alle inique pretese maschili verrebbero punite nel contesto di un formale meccanismo nevrotico che prevedrebbe l’automatica subordinazione femminile (venuta meno). Le vittime sono tornate a essere “streghe”. Va rivolto un plauso ai Protestanti che hanno riconosciuto il sacerdozio femminile: questo è stato un concreto gesto mirante a voler de facto dimostrare la parità di genere. L’antifemminismo cristiano ha posseduto una fortissima connotazione sessuofobica. La mariologia ha costruito un modello di donna ideale di natura schiettamente misogina. La madre del Salvatore doveva essere scremata di tutte le ritenute negative qualità femminili, così è accaduto che in lei sia rimasto niente di autentica femminilità. Cristo viene al mondo per compenetrazione, lasciando l’imene mariano intatto, come quando ella rimase incinta per virtù dello Spirito Santo. Si tratta di un’inseminazione e di un parto cesareo metafisici, prodotti di una mentalità sessuofobica a cui si omologa il Doctor angelicus nella “Summa theologiae”: «Secundum Augustinum, in libro de nuptiis et concupiscentia, libido est quae peccatum originale transmittit in prolem». Per la teologia dell’Aquinate la Madonna venne purificata a due riprese dal peccato originale: quando fu destinataria della scelta di farle condurre la maternità divina nello stadio prenatale, in modo parziale; e al momento del concepimento di Gesù, in modo definitivo. Quest’ultimo evento segnerebbe lo spartiacque definitivo tra concupiscenza e santità in lei. Ella sarebbe passata indenne, in precedenza, al cospetto di quella. Il teologo non ammetteva il possesso mariano di una perfezione completa già in partenza prima della venuta (concepimento) di Gesù Cristo, possessore e concessore di quella qualità. Il Messia non poteva nascere normalmente, secondo natura, poiché la dinamica normale evoca il congresso carnale, e questo rientra nella materia morale inerente a concupiscenza e continenza. A Maria viene perciò tolta la libertà di nutrire un interesse sessuale e la facoltà di partorire naturalmente: che cosa le resta di femminile? Quasi niente, solo l’aspetto. L’iconografia è sempre stata quella di una giovane donna distaccata, irrigidita in uno schema celeste. L’unica eccezione è stata data dalle Madonne delle latte5, le quali non ebbero vita lunga. Era pericolosa una Mater Dei a seno nudo impegnata in una funzione femminile post partum: troppo carnale per sopravvivere dentro a un clima concettuale di disprezzo della corporeità e dei suoi aspetti fisiologici. Nel 1854 il Papa Pio IX proclamò un dogma contenente sempre un contenuto antifemminista in relazione alla nascita della Madonna, ventura Mater Dei, ma ribaltando l’impostazione di forma tomista. Da allora la teologia cattolica ha spiegato che l’immacolata concezione di Maria ha portato ella al di fuori della potestà del Demonio al 100% (tutte le rimanenti donne vi permangono in potenza comunque). Il dogma di Pio IX priva la Madonna alla radice del difetto della concupiscenza a tutti i livelli, compreso quello sessuale. Deduciamo che abbia sposato Giuseppe in seguito a un puro obbligo esterno alla determinazione della propria volontà giacché non avrebbe dovuto nutrire nessun interesse verso un uomo essendo costitutivamente rivolta a Dio. E ciò si riaggancia alla tomista “Summa theologica”: «Quod beata virgo mater Dei ex familiari instinctu spiritus sancti credenda est desponsari voluisse, confidens de divino auxilio quod nunquam ad carnalem copulam perveniret, hoc tamen divino commisit arbitrio. Unde nullum passa est virginitatis detrimentum». Il dogma dell’immacolata concezione porta a compimento una problematica affrontata dalla Scolastica: sanificare l’“incubatrice” del Verbum Dei da tutte le connotazioni negative riconosciute dal Cristianesimo al gentil sesso. Da un essere di serie B, dalla “porta del Diavolo” non poteva nascere il Redemptor mundi; la teologia non poteva tollerare una simile idea. Quindi già dalla Patristica si iniziò a creare una nicchia speculativa in cui infilare la madre di Gesù al fine di separarla dal novero delle comuni donne, le quali poi sono quelle normali. Il dibattito sulla preservazione di Maria dal peccato originale (i cui effetti: morte e concupiscenza) ha giocato solo a danno di lei. Nel momento in cui si è misurata la prossimità a lei del peccato originale e si è spostata la concessione integrale dell’immunità a dopo il concepimento le si è lasciata la natura femminile e la si è mantenuta sul più basso livello teologico di “incubatrice divina”. Ciò è avvenuto per non esaltare troppo il ruolo di quel soggetto di serie B. Il dogma dell’immacolata concezione sembra figlio della fine della caccia alle streghe, fine ottenuta dal progresso illuministico della società occidentale. La postulazione dogmatica di Pio IX a metà del XIX secolo nello stabilire l’estraneità della Madonna alla concupiscenza ha radicalmente rimosso una grande fetta della libertà al modello femminile dei cattolici. Quell’idea di perfezione morale si alimenta di una ferrea circoscrizione comportamentale, misogina e sessuofobica. A Maria non è mai stato chiesto preliminarmente né assenso né parere in tutto ciò che la riguardò nella sua vita terrena: ricevette l’imposizione divina senza facoltà di potersi rifiutare. Infatti si tratta del modello di donna subordinata sempre, con o senza dogma, al principio maschile. Nello schema mariologico deve essere cancellata la fisiologia specifica femminile, collocata su un piano ontologico inferiore negativo. Il dogma del 1854 colpisce le donne attraverso uno strumento sostitutivo della loro estinta persecuzione precedente: alla misoginia ecclesiastica rimase una forma di accanimento dottrinario, il quale peraltro continuò a promuovere la privazione dei diritti politici alle donne sino a inizio del ’900. San Tommaso d’Aquino nella “Summa theologiae” affermò che il Figlio di Dio si incarnò in un uomo giacché il sesso maschile è il più nobile; e il Cattolicesimo tutt’oggi rifiuta il sacerdozio femminile adducendo che la natura biologica di Cristo fosse quella del “vir” e che perciò la dignità sacerdotale spetti unicamente agli uomini.


NOTE

Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.






lunedì 18 maggio 2020

ARISTOTELE E IL PERICOLOSO REGNO DI DIO

di DANILO CARUSO

La sezione della Bibbia cristiana denominata Vecchio Testamento contiene lo schema politico dato dal Dio veterotestamentario al popolo ebraico. Egli ha scelto un gruppo umano in particolare instaurando una teocrazia in Israele. Si dice infatti che il re sostanziale è lui (Isaia 43,15). I primi libri delle Sacre Scritture (il Pentateuco) delineano l’organizzazione giuridica e amministrativa del regno di Dio. Essa ormai colpisce e stupisce molto sotto quell’ottica che vuol definirsi evangelica. Ma anche facendo il paragone con il moderno democratico diritto avanzato emergono forti perplessità sul motivo per cui una divinità che poi si mostrerà più caritatevole e universale nel Nuovo Testamento non abbia da subito inserito elementi di progresso nel diritto. Se pensiamo che nell’antichità gli Ateniesi sono giunti a maturare l’ideologia democratica e che le discipline giuridiche oggi sono figlie del diritto romano viene spontaneo chiedersi perché Dio abbia patrocinato qualcosa di illiberale, totalitario e discriminatorio: lo Stato confessionale. Cardini dell’Ebraismo antico sono: enoteismo, culto esclusivo e obbedienza totale al Dio veterotestamentario. Nel territorio dello Stato ebraico tutti, Giudei e stranieri eventualmente presenti, sono soggetti al diritto biblico veterotestamentario. Il re dev’essere di esclusiva nazionalità ebraica e scelto da Dio (cosa paragonabile all’individuazione del romano pontefice). A chi non si adeguerà alle prescrizioni Dio promette ogni sorta di male (si veda ad esempio Numeri 25,1-16, altresì episodio di intolleranza religiosa). I comandamenti di Deuteronomio 5,1-22 sono validi solo all’interno di Israele: non uccidere, non depredare, etc. sono principi che decadono nelle interrelazioni esterne (Deuteronomio 20,10). L’intolleranza religiosa prevede la lapidazione a scapito di chi adora altre divinità. Un prezzario e un prospetto sono presentati al fine di regolare il pagamento e le offerte in materia di voti (qualcosa di paragonabile alla vendita delle indulgenze). Si parla di una forma di offerta assoluta, irriscattabile da parte del proprietario: si tratti di beni viventi o inanimati. Si dice chiaramente che un sacrificio umano è lecito e a norma (si pensi al caso della figlia di Iefte). Nel libro dell’Esodo (13,1.12-13.15) Dio chiede i primogeniti: il capitolo 28 sembra alludere al sacrificio di bambini. Più avanti in 34,19-20 si parla di una sostituzione obbligatoria in deroga a una norma valida per tutti gli esseri animati (uomini e animali.) Una discriminazione viene contemplata a svantaggio dei disabili allorché il sacerdozio è interdetto a soggetti portatori di deficit e disabilità. Sono esclusi altresì dalle partecipazioni religiose in perpetuo chi ha deficienza al membro virile, i figli illegittimi e loro discendenti, Ammoniti e Moabiti. Discendenti di Idumei ed Egiziani potevano essere ammessi dalla terza generazione. Dio prospetta un piano di pulizia etnica dentro il perimetro della terra promessa (Palestina) e proclama una discriminazione razziale con ordine di sterminio. Comanda di annientare luoghi e segni di culto altrui in Palestina, proibisce qualsiasi coabitazione con le genti ivi residenti in precedenza, vietando in primis i matrimoni. Consente di sposare donne fatte prigioniere in guerra e ammette possibile un’eventuale separazione futura. Proclama la dottrina dell’unico popolo eletto (razza superiore scelta da Dio) che deve eliminare fisicamente gli abitanti precedenti della terra promessa. In cambio della devozione verso di lui, Dio promette di favorire l’integrità e l’espansione territoriale dello Stato ebraico, la crescita produttiva, di mantenere l’ordine e di sostenere gli Ebrei nell’uccidere i nemici, di favorirne l’incremento demografico. È contemplato il dovere di assistenza dei connazionali (solidarietà nazionale con i più bisognosi), e il garantire ospitalità a schiavi fuggiaschi da un paese straniero. Esiste il criterio di un prelievo coattivo annuale a beneficio dello Stato teocratico: il 10% di ogni produzione. La decima ogni tre anni andava destinata all’assistenza dei nullatenenti. Fra gli Ebrei antichi era ammessa la schiavitù: se uomo di nazionalità ebraica al settimo anno dall’acquisizione andava lasciato libero, a meno di una diversa volontà di costui; le donne potevano essere vendute come schiave dai padri. La riduzione in schiavitù è riservata a stranieri o a figli di stranieri residenti: chi infrange la norma viene sottoposto a pena capitale. L’Ebreo finito in schiavitù di uno straniero residente possiede diritto di riscatto, giacché il popolo giudaico è servo esclusivo del Dio veterotestamentario. Ogni sette anni (anno sabbatico) i debiti fra Giudei decadevano (la norma non riguardava i non Ebrei). Dio, una divinità solare (cosa altresì testimoniata dal comando dato a Mosé di presentarsi di mattina cioè all’alba dopo spuntato il Sole) scende sino a Mosé per chiarire che lui punisce le responsabilità individuali oltre, su soggetti che non c’entrano: i discendenti sino alla quarta generazione. La responsabilità giuridica di partenza dell’azione incriminata è personale. L’esame e il sistema di giudizio dovevano secondo formale linea di principio essere improntati a obiettività. L’AT proclama un principio giuridico agli antipodi dell’ideologia evangelica del porgere l’altra guancia e dell’amore per il prossimo, infatti dichiara la compensazione del danno fisico ricevuto alla pari: occhio per occhio, dente per dente. Si prospetta tuttavia il risarcimento per l’aggressione con danno fisico a un uomo, e d’altro canto il diritto di fuga dalla giustizia per omicidio colposo al fine di evitare la faida mirante alla vendetta. Nel caso del reato di falsa testimonianza al responsabile si comminava come sanzione il danno auspicato dalla sua azione. Pena capitale per simili azioni proibite: fare prestiti con applicazione di interessi (azione lecita solo con stranieri) fra Ebrei e con poveri, vilipendio istituzionale e bestemmia (questa comportava la lapidazione), uccisione volontaria di un uomo, aggressione dei genitori e proferimento di una maledizione a loro carico, maltrattamento di costoro e condotta familiare sregolata, rapimento di un uomo allo scopo di venderlo, violenza letale sugli schiavi che muoiano in giornata (viceversa non si dà nessuna sanzione all’uccisore; un danno fisico permanente comportava l’emancipazione), mangiare carne sacrificale dopo il secondo giorno, la pratica di sacrifici umani ad altre divinità (si sanziona il proposito ostile nella contrapposizione religiosa auspicante l’intervento di un’altra divinità, non l’uccisione in sé), rivolgersi a maghi, l’esercizio di atti di culto da parte del sacerdote posto in una condizione personale giudicata di impurità, lavorare di sabato, promuovere l’apostasia, l’esercizio del ruolo di profeta ebreo non in linea con l’istituzione religiosa e lo svolgimento in generale di questa attività da parte di soggetti appartenenti ad altre religioni, essere considerati streghe o indovini (in questo secondo caso la pena era la lapidazione), fare offerte ad altre divinità in aggiunta al Dio veterotestamentario, non essere ospitale con gli stranieri, mancare di riguardo agli orfani e alle vedove, omosessualità maschile, zoofilia, incesto, scopofilia, procurato aborto colposo con decesso della gestante (se sopravvive viene previsto un risarcimento), relazioni extraconiugali (la poligamia è lecita), rapporti sessuali prematrimoniali tra fidanzati (se il fatto si è consumato nello spazio urbano; viceversa se in zona extraurbana, si dà per probabile l’ipotesi di stupro e va a morte solo lui). Quando una donna nubile non impegnata consuma un congresso carnale con un uomo, costui sarà costretto a un matrimonio riparatore: ammesso che il padre acconsenta; l’equivalente della dote gli sarà corrisposto dall’uomo coinvolto comunque. Se la femmina è schiava (anche sposata) i due saranno sottoposti ad ammenda: non si dà luogo a condanna a morte a causa della condizione di schiavitù di lei. Se sposata libera: condanna capitale per entrambi. Se ragazza nubile: si dà luogo a irrevocabile matrimonio riparatore con indennizzo al padre di lei. Chi avesse sposato contemporaneamente una donna e la di lei figlia avrebbe causato la morte di tutti per rogo. La donna non arrivata vergine al matrimonio, se ripudiata, andava condannata alla lapidazione. Qualsiasi femmina durante il periodo mestruale era considerata “immonda” (proibito l’approccio sessuale), come nel periodo post partum: una settimana se ha partorito un bambino, due settimane se una bambina. In questi due casi seguiva un ulteriore tratto di purificazione (rispettivamente di 33 o 66 giorni) culminante con un sacrificio religioso. I congressi carnali tenuti nella fase della mestruazione erano puniti con la morte di entrambi i partecipanti. “Immondo”, per chiarire il concetto, è nell’AT il lebbroso, il quale va isolato, o chi soffre di gonorrea. Per le donne ebree era previsto il divieto di prostituzione. Proibita la prostituzione sacra (femminile e maschile): Deuteronomio 23,19 equipara le prostitute ai cani. È vietato alle donne indossare abiti maschili (e viceversa). Al fine di garantire la discendenza le vedove senza figli andavano obbligatoriamente in spose a un cognato, a meno di un rifiuto di costui che però gli meritava disonore (norma del levirato). I maschi neosposati godono dell’esenzione dal servizio nell’esercito per un anno. Le figlie a cui transitasse un’eredità paterna erano obbligate a scegliere un marito nell’esclusivo ambito della propria tribù ebraica di appartenenza. In fatto di materia ereditaria per gli uomini era previsto il diritto di primogenitura. La violazione della proprietà agricola di qualcuno o il danneggiamento di essa erano sanzionati con la pena di un indennizzo. Al custode di beni materiali altrui se derubato di essi, nel caso di mancato recupero di questi, bastava un giuramento religioso sulla sua buona fede per non essere coinvolto nel reato. Similmente, nell’eventualità di accidentale danneggiamento, per i fraudolenti si prevedeva un giudizio diretto del Dio ebraico al fine di stabilire il soggetto reo da condannare a un’ammenda. Dell’abigeato presso un custode rispondeva al limite costui. Se gli animali domestici di altri temporaneamente al proprio servizio rimanevano menomati o uccisi per incuranza il responsabile era costretto a indennizzare il proprietario. L’autore di un furto domestico scoperto in flagranza poteva essere impunemente ucciso se di notte, se dopo l’alba veniva condannato a corrispondere un’ammenda (e in caso di insolvenza rischiava di essere venduto come schiavo). L’abigeato era sanzionato per mezzo di una nutrita contropartita in bestiame. Se l’animale di proprietà di qualcuno avesse causato il decesso di un essere umano sarebbe stato ucciso a sua volta, assieme al suo proprietario se la pericolosità della bestia mal sorvegliata era stata rilevata in precedenza: in tal caso era però possibile una commutazione della pena capitale mediante un indennizzo. L’ammenda si prevedeva nel caso di danno di schiavi a beneficio del possessore. La morte di animali altrui procurata sempre a bestie domestiche per culpa in vigilando (senza volontà di dolo) comportava altresì un indennizzo. Si noti l’equiparazione di status davanti al diritto ebraico biblico veterotestamentario tra schiavi e bestie. Se due uomini litigassero e intervenisse la moglie di uno dei due per separarli e afferrasse l’aggressore del marito nel mebrum virile, a costei sarà tagliata la mano. Nell’Ebraismo l’importanza data al membro virile deriva dal mito di Osiride. Il Dio biblico è una divinità solare neoatonista e la circoncisione costituiva un segno di identificazione politico-religiosa. Al di là di quanto sinora evidenziato appare utile fare un passo avanti nell’analisi e richiamare altri aspetti storico-ideologici nella crescita del Cristianesimo. Dal momento in cui questo fu codificato nel canone neotestamentario i suoi ideologi cercarono sponde concettuali nella filosofia greca. Nella costruzione dell’Europa cristiana medievale Aristotele fornì un triste contributo imprescindibile. In lui si ritrovano tre elementi nevralgici presenti nell’AT: 1) la dottrina di un popolo eletto, 2) la legittimazione della schiavitù, 3) la misoginia. Tali aspetti transitarono nel Cristianesimo secolare sotto il profilo ideologico dallo schema veterotestamentario. La Chiesa sostituendosi all’Ebraismo ortodosso, nel periodo medievale, attuò l’intera Bibbia quale globale parola di Dio. Il diritto veterotestamentario mise all’angolo quello romano. 1) Pensare la Chiesa come unica realtà sociopolitica al di fuori della quale non ci fosse salvezza alcuna, 2) non promuovere l’abolizione della schiavitù, 3) accanirsi contro le donne costituiscono elementi del DNA concettuale della Chiesa cristiana. Si tratta di aspetti abbandonati dopo lunghissimo tempo: quello che è ed è stato in particolare il Cattolicesimo lo si deve misurare e cogliere nella parte più ampia della sua vicenda. In ambienti di cultura protestante lo smarcamento da alcuni limiti è stato più efficace: pensiamo in ispecial al modo al sacerdozio femminile (che i pagani avevano avuto). Nel Medioevo Aristotele offrì un supporto concettuale alla teologia cattolica: l’edificio tomista, fondamentale, poggia sul celebre allievo di Platone. Il «maestro di color che sanno» aveva teorizzato: 1) la superiorità dei Greci, le genti elette dalla Ragione, sui barbari (tutti gli altri); 2) la legittimazione della schiavitù; 3) l’ontologica inferiorità della donna nei confronti dell’uomo. Quando la storia cedette il passo ai Cristiani nell’epoca medievale Aristotele divenne un campione dell’ortodossia conoscitiva (teologica e scientifica). In Tommaso d’Aquino vengono assunti in maniera deliberata, automatica e spontanea i difetti aristotelici: la presunzione esclusiva di essere dalla parte della Ragione, la discriminazione sociale classista, la misoginia. L’Europa cristiana del Medioevo, col feudalesimo avallato dalla Chiesa, ha rappresentato il secondo storicamente concreto regno del Dio biblico sulla Terra, un sistema sociopolitico che ha imitato il primo. Il primato di monarchie assolute vassalle del Papa (il diritto divino) e la caccia alle streghe, la persecuzione di omosessuali ed eretici, l’ostilità verso i non cristiani costituiscono fenomeni organici rispetto a una precisa base ideologica. Con la riforma luterana l’unità ideale di tale Regno ideologico, già pregiudicata dallo scisma degli Ortodossi, si spezzò e iniziò un lento declino che ebbe un culmine con l’Illuminismo e la Rivoluzione francese. Del secondo terreno Regno di Dio rimase solo lo Stato pontificio scomparso durante il processo di unificazione politica dell’Italia nell’Ottocento. Il problema storiografico del Cristianesimo istituzionalizzato risiede nell’ideologia originaria e originale. È sconcertante leggere quale fosse il pensiero cattolico ancora a inizio ’900 (si legga quale esempio Monsignor Benson1). Se i responsabili personali delle persecuzioni, delle torture e delle uccisioni precedenti sono scomparsi da tempo, sono sopravvissute le loro idee e i loro pessimi esempi. Il “Malleus maleficarum” e la misoginia agostiniana e tomista, altri esempi, sono sopravvissuti ai loro autori divenendo in passato lungamente canonici. La stessa Inquisizione non è mai stata soppressa, ha solo cambiato nome nei secoli. Ricordo, per fare un paragone, che il fascismo è stato dichiarato fuorilegge a tempo indeterminato e che molti rammentano le leggi razziali quali atti prescrittivi spregevoli. D’altro canto la liturgia della Chiesa cattolica il venerdì santo, sino agli anni ’60, proclamava: «Oremus pro perfidis Iudaeis». Nessuno, che io sappia, ha mai proceduto penalmente per apologia di antisemitismo in quest’ultimo caso. Evidente la contraddizione di valutazioni storiografiche e giuridiche: due pesi e due misure. Il fatto che l’ideologia cattolica da Leone XIII abbia stentatamente iniziato a modificarsi, persino poi ammantandosi di femminismo, non assolve i quindici secoli precedenti dell’istituzione. È stata una raffinata e profonda pensatrice quale Simone Weil a spiegare che la Chiesa medievale è stata madre “ideologica” dei moderni totalitarismi2.



GLI ORRORI DELLA SANTA INQUISIZIONE
(da YouTube)



NOTE

Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.

1 Sopra un suo romanzo ho scritto un saggio: “L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017)”.

2 A questo tema è altresì dedicata una mia monografia: “Il Medioevo futuro di George Orwell (2015)”.

domenica 3 maggio 2020

MODERNA CATARSI ARISTOTELICA IN DISTOPIA E FANTASY

di DANILO CARUSO

Il romanzo utopico negativo più famoso riguardante la religione cristiana è “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood (da cui ha tratto ispirazione una serie televisiva giunta alla terza stagione). Nel 2018 è uscita una distopia letteraria del genere, opera della scrittrice Christina Dalcher, dal titolo “VOX”. Ho letto il romanzo, su cui esprimo un giudizio positivo: prima o poi, credo, ne trarranno un film (o una serie). Descriverò l’ambiente sociale instauratosi nello scenario del testo, collocato negli USA contemporanei, dove un movimento integralista cristiano è riuscito a raggiungere i vertici del potere politico. Vittime designate del nuovo assetto le donne, a causa dell’applicazione del discriminatorio spirito paolino. La subordinazione femminile prospettata da parte di Paolo di Tarso nel Nuovo Testamento, in tal caso in linea col Vecchio, produce una serie di particolari provvedimenti. Innanzitutto le donne vengono estromesse da tutte le attività lavorative non casalinghe; a loro si prospetta una condizione di minorità giuridica in virtù della quale debbono avere un “capo”, un responsabile; possono scegliere tra due futuri: essere destinate a svolgere mansioni di meretricio in appositi locali, oppure sposarsi e occuparsi della famiglia. Sessualità rigorosamente agostiniana: tutto ciò che non è ordinato alla procreazione viene rigorosamente condannato, da varie pratiche eterosessuali sino all’omosessualità. I gay vengono internati in campi di concentramento e inseriti in celle a coppie etero, a scopo rieducativo. Ma la misura più tecnologicamente avanzata, che ispira il titolo del libro, è un braccialetto fisso al polso delle donne il quale consente a loro di poter dire solo 100 parole al giorno: in caso di infrazione si mette in moto un meccanismo eventualmente progressivo di scariche elettriche (alla fine mortale). A chi sembra simile scenario un futuro possibile negativo parto di una fantasia diabolica o malata, suggerisco di documentarsi sulle tecniche di tortura e di morte adottate dalle varie inquisizioni cristiane nei secoli scorsi. L’ignoranza o la distanza temporale non cancellano quei crimini contro l’umanità a danno di donne e uomini: streghe, eretici, omosessuali, non cristiani (il loro numero, imprecisato, va comunque valutato in termini di percentuale rispetto ai bassi valori demografici delle loro epoche, non in assoluto: allora non c’era molta gente in giro). Buttando la storia nel dimenticatoio, si può dire per assurdo ad esempio che tra cinque secoli non si parlerà più di Shoah: tanto sarà acqua passata, errori umani di chissà quando. Mentre a me pare che ci sia il rischio che dalla fogna della storia riemergano proprio quelle cose sommerse e dimenticate, in un vichiano possibile ricorso di ciò che non è stato materia di catarsi lucida attraverso la conoscenza. Nell’opera dalcheriana non mancano prassi di mortificazione e maltrattamento: alle donne ree vengono rasati i capelli al fine di produrre segmenti televisivi informativi in cui vengono mostrate, e quelle condannate definitivamente finiscono ai lavori forzati con braccialetti al polso sinistro che impediscono di parlare completamente (pena una pesante scarica elettrica). Oggigiorno le distopie hanno preso il luogo della catartica tragedia greca antica, nell’auspicio che nella mente del fruitore generico maturi un’idea particolare di monito nell’agire, sia singolo che sociale. Qualcosa di simile traspare anche dal genere fantasy, basti pensare al significato profondo di opere come “Il Signore degli Anelli” di Tolkien. Nel 2019 si è conclusa la serie televisiva de “Il trono di spade”, la quale ha tratto spunto da un ciclo di romanzi di George Martin, un ciclo tuttora in itinere, di cui ignoriamo il finale (che la serie in TV dal canto suo ha avuto dopo 73 puntate e otto stagioni). Mi limiterò a parlare della sola versione sceneggiata sul ciclo martiniano intitolato “Le Cronache del ghiaccio e del fuoco”. Vorrei indicare alcuni concetti junghiani non di rado presenti nei fantasy, sia scritti che messi in scena per la televisione o il cinema. Un primo aspetto generale che si nota nel nostro caso è il contrasto fra le inclinazioni deteriori umane (“ombra”) e gli archetipi guida sani (“il saggio”, “la madre”). Alcuni protagonisti sono combattuti interiormente e oscillano fra i due poli. A Tyrion Lannister, più volte primo cavaliere della corona (primo ministro, per dirla in termini non fantasy), viene concesso di raggiungere una saggezza archetipica. Diversamente dal fratello Jaime, il quale alla fine, nonostante progressi di responsabilità comportamentale, morirà con la sorella Cersei (con la quale teneva un’incestuosa relazione, da cui erano nati due re, presunti figli di un altro sovrano precedente: ecco un particolare tema di attinenza psicanalitica). Argomento molto junghiano è quello inerente alla “personalità mana”, cioè alla figura di chi esercita un potere “sovrannaturale”, di fronte agli altri esseri umani, in virtù di un legame privilegiato con l’inconscio collettivo. Qui finiranno per urtarsi due protagonisti: Daenerys Targaryen e Brandon Stark (“lo spezzato”, rimasto paralizzato alle gambe per opera di Jaime Lannister). Questi due rappresentano i due archetipi all’inizio ricordati: Madre Natura e vecchio saggio. Non per niente Daenerys è “madre” dei draghi, e ha facoltà da “personalità mana”, similmente a Brandon (Bran), ma in modo diverso. Infatti quest’ultimo, il “corvo con tre occhi”, possiede un mana di altra sostanza con poteri di veggenza, mentre la prima è una condottiera carismatica. Nel finale della serie televisiva Daenerys, dopo la presa di Approdo del re, viene uccisa a causa dei suoi eccessi distruttivi, vale a dire di una sua propensione in direzione dell’“ombra”, e Bran “lo spezzato” salirà al trono. L’ambito sedile materiale costruito con spade fuse assieme è stato distrutto da un drago subito dopo la morte di Daenerys: la meta dell’“ombra”, il potere politico, subisce una catarsi nella forma della sua assunzione non solo in maniera allegorica poiché il titolo di re finirà appunto a Bran, personificazione dell’archetipo del saggio. Il deragliamento della madre dei draghi alla volta di un comportamento non assennato, sarà il motivo del suo fallimento conclusivo; benché il di lei mana si sia schierato contro l’esercito degli “estranei” (zombi invasori), significativa rappresentazione generale e impersonale dell’“ombra” junghiana.