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29 gennaio 2011

LO ZOPPO DI GANGI A LERCARA FRIDDI

di DANILO CARUSO

Un inventario, datato 5 febbraio 1606, stilato dietro disposizione della curia palermitana dopo la morte del barone Baldassare Gomez de Amezcua (1561-1604), riguardante i beni esistenti nel neonato comune di Lercara, annoverava tra l’altro la presenza nel suo territorio di otto tele dello Zoppo di Gangi. Queste le parole, nel sermo vulgaris dell’epoca, che hanno rappresentato la base per il mio studio di individuazione di alcuni di quei dipinti: «DECI QUATRI IN OGLIO GRANDI QUALI DETTO CONDAM LASCIÒ IN POTIRI DEL ZOPPO DI GANGI LUNO DELLA CIRCONCISIONE A L’ALTRO DI NOSTRO SIGNORE INMEZO DI DOTTORI. IL QUALE PITTORE TIENE DI CAPARRO DATOCI DI DETTO CONDAM VINTI PATACCHI DELLI QUALI QUATRI SI FA MENTIONE NELLO TESTAMENTO DI DETTO CONDAM (brano tratto da “G. Mavaro / Lercara Friddi Città Nuova vol. I / Palermo 1984, pag. 46”)». In parole povere: a Lercara c’erano otto quadri dello Zoppo di Gangi, due altri commissionati dal defunto barone non erano stati ancora consegnati. Se questi poi lo furono non lo so. Una cosa che non ha complicato il mio procedimento, anzi lo ha agevolato, è il fatto che gli Zoppi erano due. Chi ha operato la catalogazione del 1606 non si è preoccupato di distinguere: Gaspare Bazzano (1562-1630) e Giuseppe Salerno (1573-1632), nati tutti e due a Gangi, ebbero bottega rispettivamente a Palermo ed a Gangi. Nel paese natio furono allievi di Pietro Bellia di Castrogiovanni (Enna). Fisicamente il vero zoppo fu forse il primo, di cui il secondo potrebbe considerarsi un discepolo-emulatore, come testimonia l’uso dello stesso nome d’arte. L’omonimia è stata purtroppo causa di difficoltà al momento dell’identificazione dello Zoppo specifico, cosa che nel tempo ebbe a ridimensionare spropositatamente il Bazzano a vantaggio del Salerno. Non hanno agevolato una nitida distinzione pure i loro tratti stilistici in comune. Sulla base delle mie ricerche sulle chiese lercaresi di san Gregorio patriarca d’Armenia e della Madonna del rosario ho potuto procedere ad una collocazione temporale di dipinti che erano al loro interno. Nella seconda chiesa, comparsa tra il 1595 ed il 1604 per opera del barone de Amezcua, vi erano due quadri conosciuti: La Madonna con l’ostensorio e La Santissima Trinità che erano quasi sicuramente il risultato di sue commissioni a Giuseppe Salerno (adesso sono al Duomo). Che la mano sia la sua lo rende evidente una serie di raffronti stilistici da me condotti con opere certe.
a) Ne La Madonna con l’ostensorio:
1) la coppia di angioletti tra i due santi (san Pietro e san Domenico de Guzman) è simile ad analoga coppia ne Il Giudizio Universale (l’opera più matura del Salerno, alla Matrice di Gangi) posta sotto i piedi di Cristo Giudice;
2) l’espressione di questo Cristo ricalca quella del Signore ne La Madonna con l’ostensorio.
b) Ne La Santissima Trinità l’espressione ed i lineamenti della Madonna rievocano quelli della stessa ne Il Giudizio Universale.
Altri dettagli di similarità per quanto riguarda La Madonna con l’ostensorio con altre opere di Giuseppe Salerno sono i seguenti. Compaiono il nome dell’opera certa ed il particolare di somiglianza rapportato, il numero alla fine tra parentesi rimanda alla pagina del catalogo “Vulgo dicto lu Zoppo di Gangi / Palermo 1997” in cui questa compare:
1) Santa Caterina d’Alessandria: volto della santa – volto della Madonna (200);
2) Natività con il Trionfo dell’Eucaristia: ostensorio (comunanza di raggi ondulati) (214);
3) Madonna delle Grazie con le sante Chiara e Agnese: volto di santa Chiara – volto della Madonna (244).

La Madonna con l’ostensorio
 
La Santissima Trinità

A san Matteo, sempre a Lercara Friddi, è posta una tela la quale non avendo un chiaro nome invalso ho denominato Il sacrificio di Cristo. Il santo raffigurato sulla destra a mezz’altezza, a mio avviso, non è san Matteo, benché il quadro sia all’altare principale: ipotizzo che quel posto lo abbia meritato piuttosto per la rappresentazione di anime purganti nella parte bassa. Ho attribuito pure questo a Giuseppe Salerno. La Chiesa del purgatorio (o di san Matteo) è posteriore sia a questo dipinto che alla Chiesa del rosario, essendo della seconda metà del ’600. San Matteo fu sede dell’arcipretura a Lercara prima della costruzione del Duomo, dopo che questa fu trasferita dalla Chiesa del rosario verosimilmente con la tela in oggetto. Dato che ne La Madonna con l’ostensorio c’è un santo spagnolo, san Domenico de Guzman, come Spagnolo era il barone de Amezcua, si può ipotizzare che il santo di cui si cerca un’identificazione abbia a che fare, per motivi campanilistici del de Amezcua, con la Spagna: quando l’opera fu dipinta, tra gli ultimissimi anni del Cinquecento ed i primissimi del Seicento, a Lercara non c’erano gli Scammacca (né tanto meno Matteo Scammacca, per il cui ricordo si dice che la Chiesa del purgatorio sia stata intitolata a san Matteo), quindi escluso l’evangelista penso a san Giacomo il Maggiore le cui reliquie si vogliono siano a Santiago de Compostela. Tra i suoi vari patronati ci sono i raccolti e la cavalleria dell’esercito spagnolo, e non va trascurato che è patrono di Spagna. Il sacrificio di Cristo fa il paio con La Santissima Trinità per quanto riguarda il tema. La simbologia trinitaria è presente anche ne La Madonna con l’ostensorio, ma qui al posto di Gesù c’è l’ostensorio (contenente l’ostia consacrata che è il corpo di Cristo). La Trinità e la Madonna compaiono in tutti questi tre dipinti con rilevanti somiglianze teologiche e stilistiche, quest’ultime più marcate nelle prime due tele: il volto di Maria ne Il Sacrificio di Cristo rievoca fortemente lo stile di quello ne La Santissima Trinità (cambia solamente l’angolazione), e quello di quest’ultimo ricalca l’analogo nel Giudizio universale. Anche lo stato di conservazione è lo stesso. Penso, per un principio di analogia, che Il Sacrificio di Cristo provenga pure dalla scomparsa chiesa della Madonna del rosario.

Il sacrificio di Cristo

In un altro edificio sacro, quello di san Gregorio patriarca d’Armenia, edificato a fine ’500 per iniziativa del barone Leonello Lercaro, era il dipinto di San Gregorio patriarca d’Armenia con la Madonna. È custodito dal 1850 in san Matteo dopo essere transitato per san Gregorio Taumaturgo “lo Novo” (di queste tre chiese cattoliche citate, scartando san Matteo che è sempre stata di rito latino, presumo che le altre due fossero di rito greco). È credibile che lo stesso barone Lercaro – un emigrato genovese, di famiglia originaria dell’Armenia – abbia commissionato l’opera riconducibile al pittore Gaspare Bazzano (1562-1630), il meno giovane ed il meno noto tra i due contemporanei artisti. Un nutrito schema di confronti che ho curato dimostra valida l’attribuzione. È formalmente analogo al precedente su Giuseppe Salerno:
1) Epifania: abbigliamento del magio di destra – abbigliamento dell’angelo (141);
2) Madonna dell’Itria: volto del calogero di sinistra – volto di san Gregorio patriarca d’Armenia (143);
3) San Raimondo di Pennafort: le lettere V, T, Æ, etc. (151);
4) Il matrimonio mistico di santa Caterina: a) volto, braccio, mano destra della Madonna – idem, b) Gesù Bambino – angelo col copricapo (158);
5) Morte di sant’Onofrio: volto d’angelo sul centrosinistra – volto della Madonna (162);
6) Trinità con i santi Francesco di Paola e Biagio: volto di san Francesco – volto san Gregorio patriarca d’Armenia (166);
7) San Francesco consolato dagli angeli: mano destra di san Francesco – mano destra di san Gregorio patriarca d’Armenia (168);
8) L’apparizione della Vergine e san Carlo Borromeo: volto della Madonna – idem (172);
9) Madonna degli angeli e i santi Caterina d’Alessandria, Francesco, Andrea, Maria Maddalena: figura della Madonna (abbigliamento e colori) – idem (176);
10) Madonna degli angeli e i santi Giovanni Battista, Placido, Benedetto, Mauro e Caterina d’Alessandria: come sopra (178);
11) Madonna degli angeli con i santi Chiara, Francesco, Antonio e Pietro d’Alcantara: a) come sopra, b) volto di santa Chiara – volto della Madonna (180);
12) Santa Barbara e santa Lucia: volti delle sante – volto della Madonna.

Nel quadro è presente un testo che è la riproposizione di un pensiero di san Basilio Magno contro l’arianesimo: «VNVS DEVS PATER VERBI VIVENTIS CONSISTENTI SAPIENTIÆ ET VIRTVTIS ET CHARACTERIS ÆTERNI PERFECTVS PERFECTIGENITOR PATER FILII VNIGENITI»; traduzione: «C’è un solo Dio, Padre del Verbo vivente, (Padre) per colui che è dotato di sapienza, virtù ed eternità; Generatore privo di nulla, Padre del Figlio Unigenito». Di quale specifico patriarca d’Armenia si tratti non mi è facile dire: le mie ipotesi sono comunque circoscritte a san Gregorio I (“l’Illuminatore”, meglio conosciuto come “san Gregorio Armeno”) e a san Gregorio II (detto “l’amico dei martiri”).

San Gregorio patriarca d’Armenia con la Madonna

Ancora nella chiesa di san Matteo si trova la tela raffigurante I santi Anna e Gioacchino con la Sacra Famiglia: vi fu portata ad inizio ’800 dalla cadente chiesa di sant’Anna, che ritengo potesse essere di rito cattolico-orientale. L’esame del dipinto mi fa vedere uno stile simile a quello di Leonardo Bazzano (1588-1615; figlio di Gaspare) e a quello del tardo Giuseppe Salerno.

I santi Anna e Gioacchino con la Sacra Famiglia

Tutte e cinque le opere lercaresi esaminate sono rimaste anonime presumibilmente perché il ridimensionamento passato ne ha fatto saltare la parte contenente la firma. Le mie attribuzioni, delle quali ha poi parlato anche il Giornale di Sicilia, sono state operate nel 2002 con l’eccezione di quella de Il sacrificio di Cristo che è del 2004.




dal GIORNALE DI SICILIA (edizione per la provincia di Palermo)

29 marzo 2006
26 aprile 2006

22 novembre 2007

12 marzo 2008

17 settembre 2008

11 gennaio 2011

STATO E RELIGIONI

di DANILO CARUSO

La sfera pubblica e quella religiosa interagiscono nel singolo individuo e socialmente. L’uomo è un essere che per sua natura si associa in forme stabili: lo Stato e la famiglia. Se questi due enti riguardano aspetti generali del manifestarsi della sua essenza, anch’essi hanno un’universalità che si estende all’intera umanità. Stato e famiglia legano tra di loro soggetti perché la ragione li riconosce necessari e naturali (senza di questi non ci sarebbe ordine sociale). Hanno dunque una validità oggettiva per tutti gli uomini nonostante le loro molteplici sfaccettature storiche. Ogni sistema statale poggia su un complesso di norme che a suo modo dovrebbe interpretare il diritto di natura (o di ragione) nel diritto positivo (le leggi ed i codici emanati). Questo diritto positivo dovrebbe garantire un adeguamento quanto migliore ai valori dell’essere umano preso in sé e per sé (cioè naturalmente e spoglio di convinzioni particolari che non vedono una condivisione totale). La ratio accomuna la globalità dei soggetti umani e li distingue dalle bestie, ed essa è il fondamento del diritto positivo (benché questi impianti normativi si diversifichino). L’essere-in-uno-Stato e l’essere-in-una-famiglia sono inerenti alla dimensione esteriore oggettiva del cittadino. Le religioni positive non esistono in natura, e apparentemente di ognuna non se ne può parlare in maniera universale come per i concetti di Stato e famiglia. È naturale l’esigenza religiosa, ma molte religioni partono da una rivelazione cui la ragione non può giungere. La religiosità riguarda la sfera interiore e soggettiva del cittadino: l’esteriorità delle forme di culto è ovviamente ammissibile fin quando queste rispettino la ratio, che Dio stesso ha dato agli uomini, e gli altri aderenti ad un differente credo. Le guerre prodotte da motivazioni religiose e le simili persecuzioni animate da visioni integraliste sono state tra le cose più insane ed infauste della storia. Nessun principio naturale autorizza alcuno ad imporre agli altri l’assunzione delle proprie credenze ed il rispetto delle sue norme di culto poiché l’interiorità di costoro, che non è spazio pubblico, con la pertinente libertà, sarebbe violata. Sappiamo che non esiste una sola forma religiosa accettata universalmente da tutti: ognuno ritiene che i diversi siano dalla parte sbagliata. Viene da pensare a Simone Weil che affermò che ogni religione è la vera religione. Nella profondità di questo ragionamento si comprende come l’adesione religiosa è un fatto di coscienza individuale. È naturalmente desiderabile – e questo non è relativismo – che ciascuno inserito in un sistema di culto viva la sua fede liberamente senza turbare e senza essere turbato e che tutti abbiano facoltà di cercare e trovare Dio come vogliano. Per il fatto che le religioni possano essere in contrasto e che storicamente ciò ha prodotto pagine negative è opportuno che non si approprino dello spazio pubblico: il che non significa emarginare il dialogo. Non è bene che una parte di un tutto sopraffaccia l’intero. Gli Stati confessionali e quelli che proclamano ufficialmente l’ateismo perseguono due eccessi. Una legge è buona perché è riconosciuta tale dalla ragione, perché è utile e positiva, perché incontra il favore degli onesti, e non perché piace ad una categoria. La corretta ratio, con cui Dio ha creato l’uomo sin dall’origine e che precede temporalmente la Rivelazione, viene prima delle fides. La morale non può far riferimento a precetti storicamente contingenti e particolari. Le impalcature dogmatiche di ogni religione valgono parzialmente solo per chi vi aderisce, e se queste non arrecano danno al consorzio sociale non si può laicamente sindacare a priori di nessuna teologia. Se ci sono precetti contrari alla sana ratio sono evidentemente da abolirsi ovunque. Il relativismo prescrittivo e dogmatico pone in conflitto i culti, ma la ragione può consentire il dialogo affinché fra i loro componenti non ci siano tentativi vicendevoli di sopraffazione. Lo Stato giusto dovrebbe garantire questo senza farsi condizionare in quanto il potere della sua azione è universale. Anche gli atei hanno il diritto di stare in uno Stato equilibrato e funzionante (come tutti del resto), il fatto che non credano nell’esistenza di Dio non è materia di diritto pubblico. Tutte le religioni singolarmente prese stanno allo Stato come il diritto privato sta a quello pubblico. Ci possono essere partiti di esplicita ispirazione religiosa, i quali però riflettono il concetto di pars. Hanno diritto ineccepibile di esistere nell’insieme più ampio delle libertà: possono mostrare la bontà delle loro idee con la ragione, che è il linguaggio universale tra gli uomini, ma indubitabilmente non ottenere il potere politico per trasformarsi in regimi totalitari (così come d’altro canto non sarebbe neanche condivisibile il regime totalitario della sola ratio). Fides et ratio vanno assieme in quanto sono due aspetti inscindibili della vita: laddove vi è equilibrio, vi è ordine e pace; dove questo viene a mancare vi è disordine e contrasto. La mediazione è quel punto che può positivamente soddisfare tutti all’interno della casa comune. Pare conveniente che lo Stato rimanga un arbitro super partes. L’insegnamento del Vangelo è quello di agire caritatevolmente verso Dio e verso il prossimo. L’universalità di questo messaggio d’amore coglie l’intera umanità: tra i non cristiani ci sono evangelici in pectore come l’opposto tra i sedicenti. Seguire il Vangelo comporta azione, non spunto di disputa dottrinale. La semplicità e la ragionevolezza dell’insegnamento di Gesù Cristo mostrano che un vero modello di Stato avrebbe l’eticità evangelica senza essere confessionale poiché le due forme coinciderebbero. Varrebbe a dire: due facce della stessa medaglia che ridarebbe unità alla persona umana come creatura di Dio prima da un lato e come essere sociale e naturale poi dall’altro. Chi seguisse principi pratici della sua religione universalmente validi non vedrebbe in questo Stato un limite alla sua fede.