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domenica 23 gennaio 2011

SANT’ANNA

LE CHIESE SCOMPARSE DI LERCARA FRIDDI (4)

di DANILO CARUSO

Il posto in cui sorgeva la costruzione.
Esisteva a Lercara Friddi una chiesa intitolata a sant’Anna di cui si era persa memoria della comparsa. È stato impegnativo cercare di ricostruirne la storia avendo inizialmente non molte informazioni: conoscevamo la denominazione e sapevamo che all’inizio dell’Ottocento di questo edificio, che sorgeva in uno spazio a ridosso di Palazzo Caruso sull’attuale via sant’Anna (tratto che ne ha ereditato il nome), rimaneva un muro (lato est) con un quadro appeso (oggi al posto della chiesa c’è una piccola area di parcheggio). Negli anni ho poi scoperto la notizia di una sepoltura al suo interno nel 1703 (registro parrocchiale dei defunti 1703/34), di una suora («Geltruda Marascia») morta all’incirca ottantenne («annorum 80 circiter»), che fissava un terminus ad quem di conferma della bontà della mia analisi precedente. Il culto alla madre della Vergine è di matrice orientale e nel Cristianesimo occidentale venne accolto con un relativo ritardo (l’inserimento nel martirologio è del 1378, e nel calendario la ricorrenza festiva del 26 luglio decorre dal 1584). Una devozione a sant’Anna doveva essere propria di chi avesse avuto nel ’600 un sentire religioso di ispirazione cristiano-orientale. Alcuni patronati di sant’Anna, tutelare delle madri per quanto attiene alla maternità, al parto, alla sterilità, mi fecero pensare che fosse stata una donna ad ideare l’edificazione della chiesa. Dall’esame della tela espostavi (raffigurante i santi Anna e Gioacchino con la Sacra Famiglia) notai uno stile accostabile a quello di uno di questi pittori siciliani: Leonardo Bazzano (1588-1615), l’ultimo Giuseppe Salerno (1573-1632; inteso lo Zoppo di Gangi). Può darsi fosse di uno dei due o di un terzo contemporaneo, ma in ogni caso il dipinto mi parve ascrivibile – tenendo conto anche dello stato di conservazione – alla prima metà del ’600. Quindi tela del ’600, chiesa quanto meno pure.


I SANTI ANNA E GIOACCHINO CON LA SACRA FAMIGLIA


Se all’inizio dell’Ottocento c’era un muro (con il quadro appeso) questo significava che gli altri tre erano forse crollati, ed il fatto che fossero scomparsi richiedeva una causa. Un crollo o una rimozione diretta, non una frana o un evento sismico: l’incuria copre ciò che non interessa. Ritenni che la tela in quanto arredo sacro non fosse stata abbandonata dai fedeli a lungo (venne portata all’epoca in san Matteo dove si trova tuttora), e se il quadro ed il muro erano là ad inizio ’800, la scomparsa della chiesa non può essere di molto anteriore. E perché sant’Anna era stata lasciata a se stessa? Essendo di sapore bizantino evidentemente interessava a pochi. La dislocazione della struttura in periferia mi  fornì utili informazioni: l’ingresso principale (lato sud) rivolto verso l’attuale corso Giulio Sartorio (allora trazzera) e la planimetria (assumendo che il muro di Palazzo Caruso che dà sull’area della chiesa sia stato incorporato da questa) suggeriscono un progetto urbanistico per Lercara successivo a quello del barone Baldassare Gomez de Amezcua (1562 ca – 1604), un tentativo peraltro andato a male. L’edificio religioso fu edificato in epoca storica, cioè dopo la concessione della prima licentia populandi nel 1595: il fatto che avesse come gradino d’ingresso (nel lato sud) un blocco di pietra che fu poi trasportato nel 1854-58 per l’edificanda sant’Alfonso da dodici uomini dimostrava l’impiego nella sua costruzione di manodopera per un contesto urbano (non per uno neanche rurale). La via d’ingresso al portato di sant’Anna a Lercara sembra essere stata una tradizione familiare dei Ventimiglia di Sicilia (originari della Liguria), i quali dal XIII sec. furono custodi del teschio della santa. Questi furono signori di Geraci Siculo, e qui nel loro castello – nella cappella palatina che diverrà dal 1311 chiesa di sant’Anna – curarono il culto della reliquia. La stessa dal 1454 ebbe sede a Castelbuono, in altra chiesa. Nella prima è posto all’altare un quadro della Natività di Maria opera di Giuseppe Salerno. Leonello Lercaro (m. 1600) aveva sposato nel 1572 Elisabetta Ventimiglia (m. 1594) e la di lei famiglia teneva sin dal  ’400 il feudo Friddi Grandi – su cui sorgerà Lercara – e dal 1508 l’attiguo Faverchi. Niente di strano che ella abbia portato una tradizione avita nel nuovo contesto familiare. Nel 1595 Leonello Lercaro (imprenditore genovese emigrato in Sicilia), dopo il fallimento delle proprie attività imprenditoriali e bancarie, diede l’unica figlia Francesca (1581-1610) in matrimonio allo Spagnolo Baldassare Gomez de Amezcua con lo scopo di ottenere la licentia populandi per Lercara: il suo obiettivo era stato in precedenza quello di dar vita ad un nuovo centro abitato che sarebbe stato il movente per la concessione del titolo di principe ai Lercari di Sicilia. Il fallimento economico gli impedì di giocare in questo piano un ruolo in prima persona, tant’è che la licentia fu concessa al genero – un alto funzionario spagnolo – cui erano andati in dote i feudi Friddi Grandi e Faverchi su cui Leonello si era dato da fare sin dalla propria investitura baronale del 1573. Per Francesca il matrimonio non fu molto felice (ricorda un po’ la madre di David Copperfield), e morto prima il padre e poi il marito questa tentò di realizzare il sogno del padre: legare alla genesi del nuovo villaggio il loro nome (non per niente fu chiamato Lercara, anche se la licentia non era stata concessa ad un Lercaro). Richiese dunque una seconda licentia populandi concessale il 9 luglio 1605. Chi poteva avere un sentire di richiamo bizantino più di Francesca Lercaro (le cui nozze erano state celebrate con rito greco, e la cui famiglia per parte ventimigliana materna era devota di sant’Anna, e per l’altra parte era originaria dell’Armenia)? Chi meglio di lei, titolare della baronia dopo Baldassare Gomez de Amezcua, poteva ideare la costruzione della chiesa? Sant’Anna calzava pure alla sua situazione (sola con due figlie: Raffaella n. 1601 ed Anna Maria n. 1604 – che coincidenza nel nome! – con due già morti in tenerissima età, Mariano ed Elisabetta). Tra l’altro Francesca nel 1606 si risposò con il cugino Ido Lercaro (m. 1628, figlio di Azzelino fratello di Leonello), barone maritali nomine sino alla di lei prematura scomparsa. Questa chiesa, secondo me costruita dopo il 9 luglio 1605, dovette essere la risposta urbanistica a quella della Madonna del Rosario ed un tentativo di urbanizzazione diverso dall’antecedente, un’urbanizzazione di marca Lercaro. Ma il subentrare alla guida della baronia degli Scammacca riportò il baricentro di sviluppo territoriale su posizioni precedenti, e la chiesa di sant’Anna rimase abbandonata (e dimenticata) fino alla sua scomparsa totale: nell’Ottocento scomparve pure l’ultimo muro. Durante gli scavi per la metanizzazione di Lercara Friddi (primavera 2004) sono venute alla luce tracce delle fondamenta del lato est della struttura (associate alla presenza di ossa dell’antica cripta): le sue dimensioni perimetrali di base dovevano essere all’incirca di m 8 nei lati sud/nord e di m 17,30 nei lati est/ovest.


Ricostruzione assonometrica della chiesa (la fascia tratteggiata indica l’area di scavo della metanizzazione). Il prospetto era sul lato sud, a destra il lato est.





Fondazioni della chiesa: dall’alto, l’angolo di sud-est (prime due immagini) e l’angolo di nord-est (terza immagine).