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venerdì 24 aprile 2020

LA CAVERNA BRADBURIANA DEI LIBRI PROHIBITI

di DANILO CARUSO


It was a pleasure to burn.
It was a special pleasure to see things eaten,
to see things blackened and changed.

Ray Bradbury, “Fahrenheit 451”


Non tutti sanno che “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury (1920-2012) è un romanzo distopico il quale, edito alla fine del ’53 (ampliamento di un racconto pubblicato un paio di anni prima), fu subito riproposto a puntate sul mensile “Playboy” nella prima metà del ’54. Il testo disegna una particolare società dove i pompieri al posto di spegnere gli incendi si occupano di incenerire i libri, i quali sono stati inquadrati come strumenti socialmente destabilizzanti da parte di un nuovo assetto del potere politico negli Stati Uniti del futuro. In simile mondo si trova a vivere il protagonista dell’opera bradburiana: il vigile del fuoco Guy Montag. Tale opera di Bradbury offre due generali prospettive di lettura: una soggettiva interiore schiettamente psicoanalitica, e un’altra, più vistosa, sociofilosofica esteriore e inerente alla politica. La prima visuale presenta l’evoluzione junghiana della psiche individuale di Montag, che, in seguito all’incontro con Clarisse (simbolo dell’“anima” stricto sensu, nel pensiero di Jung controparte psichica sessuale rispetto all’Io), inizia un particolare percorso di revisione della sua esistenza (passaggio dalla “fase naturale” alla “fase culturale” dove, chi vi giunge, passa i suoi modelli mentali al vaglio di una luce di rinnovamento). Ovviamente questo quadro è quello relativo al “processo di individuazione”, durante il quale ciascuno viene chiamato a porre ordine dentro di sé raggiungendo nell’auspicio un migliore equilibrio all’interno e all’esterno della persona. L’ottica di analisi sotto il profilo sociale del testo bradburiano apre il racconto a una nutrita gamma di spunti. Un primo si rivela di natura filosofica e rammenta il platonico mito della caverna. Il protagonista di “Fahrenheit 451” è colui che affronta quell’esperienza descritta da Platone: fuoriesce da una condizione ingannevole, ma chi gli sta vicino non crede alle sue destabilizzanti ragioni a scapito di un consolidato sistema. Il particolare tema visitato dall’autore americano nel suo romanzo tira in ballo il problema del totalitarismo, già preso in esame in altri pari celebri romanzi distopici precedenti. È il caso di ricordare per le suggestioni “Brave New World” e “1984”1. Il totalitarismo, nel modo sottolineato da Herbert Marcuse (“L’uomo a una dimensione”, testo del 1964), mira a livellare la massa in un acritico stato di benessere proponendolo come l’unico e il migliore, di cui non rischiare di perdere il possesso a causa di velleità intellettuali (l’uomo a una dimensione vs il filosofo). Simile elargizione di felicità surrogata (pseudofelicità) si avvale di strategie di manipolazione della base popolare. E una di queste viene in particolare descritta da Bradbury. Il protagonista del romanzo, all’inizio della storia, fa conoscenza di Clarisse McClellan, una giovane ragazza vicina di casa, e a partire da questi unici incontri iniziali egli maturerà l’entrata in consapevole crisi delle proprie quotidiane credenze di comodo grazie allo spirito critico di lei. Montag è sposato a una donna insipida e abulica, e non hanno figli. Clarisse mette apertamente in dubbio la convinzione di felicità pensata da lui. E da qui inizia un effetto domino che si protrarrà lungo tutto il testo bradburiano. L’evocazione nel romanzo del concetto di “libri prohibiti” non può far a meno di proiettarci indietro nel tempo reale, e in ispecial modo a quell’epoca di auge politica del Cristianesimo e ai suoi metodi inquisitori. La distruzione di biblioteche fu opera di vandali cristiani agli esordi della nuova religione, poi più avanti emerse l’adozione di misure restrittive applicate alla circolazione delle idee e dei libri. La religiosità cristiana dall’Editto di Teodosio all’Illuminismo si è configurata come uno schema totalitario intollerante di un libero dibattito. La filosofa Simone Weil ha intravisto nella Chiesa medievale la madre del totalitarismo europeo moderno. In “Fahrenheit 451” incontriamo un particolare spaccato della vicenda storica del Cristianesimo, riproposto in una versione in apparenza laica. Nel racconto bradburiano siamo negli USA di un futuro distopico, ma non dobbiamo dimenticare che gli States hanno costruito la loro forza sociale sulla base di un attivismo religioso, indicato da Max Weber (in generale per le vicende del capitalismo moderno) in quello cristiano protestante (calvinista). Il protestantesimo ha pervaso la società statunitense, perciò niente di strano che la forma totalitaristica del capitalismo assuma aspetti veteroreligiosi in una veste all’apparenza laicizzata. Le norme ad hoc del regolamento dei distopici pompieri descritte da Bradbury sembrano fatte apposta per un qualsiasi vandalo o inquisitore cristiano del passato: andare a distruggere mediante il fuoco i libri e le case dei loro possessori agendo con zelo.
Durante un’uscita di intervento assieme alla sua squadra di vigili del fuoco, Montag, che era abituato a trovare solo libri da bruciare, si ritrova per la prima volta dentro un’abitazione alla presenza di un’anziana che vi risiedeva: l’episodio lo turba molto sin dal principio. Nel corso dell’ispezione il protagonista, dopo la scoperta di libri nascosti, riesce a trafugarne uno per sé all’insaputa dei compagni d’azione, e a portarselo a casa. La vecchia padrona della casa perquisita, destinata alla detenzione, al posto di abbandonare l’edificio dà lei stessa fuoco a tutto, il quale era stato cosparso di cherosene dai vigili incendiari, così sorprendendo i pompieri stessi e suicidandosi tra le fiamme. L’episodio del suicidio dell’anziana donna turba in maniera significativa Montag, il quale non trova conforto presso la moglie, refrattaria a qualsiasi emozione libera e alla riflessione lucida sulla condizione delle cose. In casa del protagonista e della moglie Mildred si reca il capitano della squadra di lui, dal momento che egli si è abbandonato a sé, non recandosi al lavoro. Il capitano Beatty spiega al suo subalterno la pericolosità dei libri, i quali sono stati veicolo di disgregazione sociale per mezzo dell’alimentare diversità di idee e di vedute. Con l’avvento della società di massa essi sono finiti in secondo ordine a beneficio di una comunicazione più dinamica, rivelandosi strumenti di una élite intellettuale che bisognava sopprimere a vantaggio di un benessere massificato. L’intera comunicazione critica ha dunque lasciato spazio a una semplificazione spontanea a causa del privilegio assegnato alla rapidità informativa. Il linguaggio verbale è stato soppiantato da quello iconografico in un generale livellamento delle capacità riflessive, compresse dalle esigenze del sistema politico dominante. E a difesa di esso esistono i pompieri (incendiari), la cui origine, in realtà è stata distorta assieme a tutto il resto delle informazioni riguardanti il passato. Dopo che Beatty ha lasciato i coniugi Montag, terminata la sua ammonizione sulla modalità in cui le cose devono essere e svolgersi, Guy rivela a Mildred, la quale ne rimane sconvolta, il possesso di diversi libri nascosti in casa. La moglie vorrebbe bruciarli subito, però lui chiede un po’ di tempo allo scopo di esaminarli, al fine di verificare la bontà di quanto sostenuto dal capitano. Costui preoccupa entrambi, seppur aventi differente spirito, per via della paura di essere smascherati. Mildred, con la testa tra i fumi del conformismo elogiato da Beatty, vorrebbe un immediato rientro della situazione nella consueta vita, Guy invece è intenzionato a spingersi oltre, a scoprire cosa si cela de facto dietro alla facciata delle proibizioni. Montag si mette in contatto e incontra un ex professore universitario di lettere (conosciuto per caso tempo addietro) con l’obiettivo di trovare una guida nel suo difficile momento di riflessione. Il professor Faber è il simbolo della razionalità, così come lo era Virgilio in relazione al Dante della “Commedia”, ma altresì rappresenta l’archetipo junghiano del Vecchio saggio. Infatti Faber critica la società della vita senza saggezza e dell’uomo a una dimensione. Un mondo che ha preferito mantenere una generalizzata situazione di ignoranza tra i suoi componenti, nutrendoli di una condizionante comunicazione soprattutto per immagini (il che è accaduto in Europa attraverso l’arte sacra, espressione di una teologia dogmatica e non di un liberale umanesimo quale quello greco antico). Tutti i vari orwelliani newspeak mirano a depotenziare le capacità intellettuali dei singoli. In “Fahrenheit 451” ne è esempio di riprova l’episodio in cui Guy legge una poesia con intento provocatorio rivoluzionario a casa propria a delle amiche di Mildred. Risultato presso il suo uditorio: enormi turbamenti di vario segno da parte di chi è ormai estraneo a una sincera e autentica dimensione umana. Montag e Faber si sono alleati nel frattempo in un singolare e strano sodalizio sovversivo. Fra le parole che Bradbury mette in bocca al professor Faber: un significativo, brevissimo, accenno all’Ombra junghiana (la forza oscura che si nasconde nella psiche di ognuno); e una non meno rilevante rievocazione di un preciso concetto critico approfondito da Alexis de Tocqueville e John Stuart Mill: la tirannia della maggioranza. Mildred finisce per denunciare il marito e andarsene di casa. La loro abitazione viene distrutta da un’azione dei vigili del fuoco alla quale inizialmente partecipa, senza sapere la destinazione dell’intervento, lo stesso Montag. Dichiarato infine in arresto, costretto a bruciare la propria dimora con i libri che conteneva, uccide col lanciafiamme il capitano Beatty e si dà alla fuga. Transitando da Faber riesce a scappare fuori della città, liberandosi dall’inseguimento di polizia. L’iter finale del protagonista dall’ambiente urbano a quello naturale costituisce il passaggio dalla forma di repressione sociale (irrigiditasi nella massificazione strumentalizzata) a una dimensione di libertà consapevole (dove la sovrastruttura di controllo non è più attiva e presente). Simile dicotomia si ritrova in “Noi”, romanzo di Evgenij Zamjatin2. In “Fahrenheit 451” Guy seguendo le indicazioni dategli in precedenza da Faber raggiunge una comunità di intellettuali appartatisi dalla società. Grazie a costoro vede in televisione la cattura e l’uccisione da parte delle forze dell’ordine di un uomo spacciato ai telespettatori per il pericoloso ricercato e omicida Montag, in realtà ormai al sicuro lontano. Il sistema dominante ha avuto bisogno di una spettacolarizzazione dell’evento da concludere comunque a proprio favore di fronte a un pubblico di pseudoumani acritici a una dimensione. Gli uomini incontrati dal protagonista del romanzo di Bradbury hanno una particolare caratteristica: sono persone-libro.
Al fine di preservare la conoscenza umanistica ognuno porta nella propria memoria il testo di un’opera, così facendo si mantiene uno spazio di sicurezza al cospetto dei distruttori di testi stampati. La loro è una pacifica iniziativa di tutela delle humanae litterae, in previsione di un auspicato recupero di un regime di normalità. La cosa rammenta in parte la polemica platonica contro la scrittura a beneficio della comunicazione orale del sapere. Si tratta ovviamente dall’accostamento di due problematiche differenti, le quali tuttavia nel privilegiare la trasmissione attraverso l’oralità e la memoria indicano la medesima soluzione dei rispettivi problemi, che in fin dei conti possiedono un’identità formale: lo svuotamento delle capacità critiche intellettuali in seguito a depotenziamento mentale. La conclusione del romanzo bradburiano consente a Montag, e ai lettori del testo distopico, di poter riallacciare alcuni nodi lasciati liberi in itinere prima. Da un lato egli è del tutto libero dalla caverna platonica e ha trovato persone in grado di aiutarlo e con cui condividere il disincanto anticonformistico, dall’altro trovano pure approdo le tematiche junghiane evocate nella mia analisi in precedenza. Tale secondo tratto assume uno svolgimento non perfettamente nitido. Al protagonista dell’opera mediante le parole del suo nuovo, e ultimo, illuminato interlocutore, Granger, viene di nuovo prospettato l’archetipo del Vecchio saggio, quale culmine del processo di individuazione. Quest’ultimo altresì coinvolge la problematica dell’“anima” junghiana, simboleggiata in apertura del racconto di Bradbury da Clarisse. Di lei non si sa più nulla, si dice possa essere anche morta. Ma il finale del romanzo recupera questa materia della psicologia analitica di Jung in modo inusuale attraverso la morte di Mildred, moglie di Guy, nel bombardamento della città da dove lui è scappato. Le morti di Clarisse e Mildred vanno intraviste come tappe figurate di un cammino alchemico psicologico, lasciata alle spalle la nigredo, alla volta della rubedo. Clarisse da minorenne non poteva apertamente tornare per sostituire Mildred, perciò quest’ultima perisce allo scopo di rimuovere lo stallo strutturale concettuale nella narrazione. E di Clarisse non si viene a conoscere più niente al pari di Weena del time traveller di Wells3. Alla fine della mia disamina di “Fahrenheit 451” ritengo importante aggiungere delle altre considerazioni sull’argomento generale affrontato. L’opzione di distruggere cose e uccidere persone col fuoco non si rivela una fra le tante. Nella cultura occidentale impastata nei secoli di Cristianesimo si mostra caratteristica, e la peculiarità deriva dal fatto che la Bibbia è una raccolta di libri costruita sopra un culto solare: il fuoco è il potere del Dio biblico in quanto Sole. L’inferno di fuoco e la condanna al rogo non sono concetti casuali. Escono da una neoatonista teologia solare (variamente poi elaborata attraverso l’uso di basi filosofiche greche). Quindi quanto leggiamo in quest’opera bradburiana non viene da me ricollegato a caso a una forma mentis religiosa. Pensiamo, ad esempio all’Indice dei libri proibiti, che la Chiesa cattolica ha soppresso solo nel 1966; o ai quemadores dell’Inquisizione spagnola, dei forni dove i condannati venivano inseriti vivi morendo nell’arco di pochissimi giorni. E poi ricolleghiamo ciò al romanzo distopico bradburiano: i libri sono pericolosissimi e le case dei loro possessori finiscono parimenti in fiamme (ricordiamoci dell’episodio della donna indotta al suicidio: possiede un quid di condanna capitale a Giordano Bruno). Il teorema di Simone Weil sull’origine della forma totalitaristica moderna in Occidente non fallisce4.


NOTE

Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.

1 Per approfondimenti segnalo due miei saggi:

2 Al fine di approfondire indico una mia monografia:

3 Un approfondimento è possibile leggendo questo mio studio:

4 A tal riguardo suggerisco questa mia lettura: