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mercoledì 17 novembre 2010

LA TRAGICA STORIA DI ALDONZA SANTAPAU

di DANILO CARUSO

La storia di Aldonza Santapau (= santa pace) ricorda molto da vicino quella
simile, raccontata da Dante nel V canto dell’Inferno, di Paolo Malatesta e Francesca da Rimini. Aldonza era venuta al mondo nel settembre del 1448 nel castello, di proprietà della sua famiglia, in Sicilia orientale, di Occhiolà (il centro urbano precedente Grammichele distrutto dal terremoto nel 1693). La sua progenie era spagnola: gli Ademaro intorno al 1150 erano divenuti baroni di Santa Pau (con altri più estesi territori) in Catalogna. Dei Santapau quindi si trasferirono in Sicilia, dove diventeranno feudatari, alla fine del XIV secolo. Il padre di Aldonza, Raimondo, era barone di Licodia, ed aveva avuto dalla moglie Eleonora Valguarnera un altro figlio: Ponzio (barone di Occhiolà), che morirà prima di lui nel 1483. Aldonza Santapau era andata in sposa ad Antonio Pietro Barresi, barone di Militello in Val di Catania. Poiché costui stava lontano dai suoi possedimenti per parecchio tempo visto che era al seguito di Giovanni I re d’Aragona e di Sicilia, suo fratello Nicola montò un’accusa di relazione extraconiugale a carico della cognata con l’amministratore dei beni Pietro Caruso. Il motivo si ritiene sia stato in un tentativo di vendetta perché questa non avrebbe voluto concedergli denari per i suoi piaceri. Il barone di Militello fece mandare i due supposti amanti sotto tortura nel suo castello. La Famiglia Santapau, dopo aver fallito un tentativo di liberazione, chiese pure l’intervento del viceré Lopez Ximenes de Urrea. Ma il rappresentante di quest’ultimo al suo arrivo trovo solo cadaveri: il 26 agosto 1473 infatti Aldonza era morta per strangolamento operato dal marito. Il Barresi responsabile di uxoricidio fu condannato alla pena dell’esilio, da scontarsi a Malta; ma nel 1475 godette dietro pagamento dell’indulto. Nel frattempo i Santapau si erano vendicati: Ponzio in una imboscata aveva ucciso il presunto calunniatore. Processato con suo padre, nel 1475 a questo toccò in sorte l’assoluzione (non apparendo una correità dimostrabile), a lui invece l’esilio e la confisca dei beni. Nel 1478 il viceré però gli concesse la grazia ed i provvedimenti di pena furono revocati. Come sia andata veramente la storia della possibile relazione illecita ancor oggi s’ignora.