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mercoledì 29 luglio 2020

UN INQUIETANTE BRANO NEOTESTAMENTARIO: EVANGELISMO ARMATO E AMBIGUO NUDISMO.

di DANILO CARUSO

Vangelo di Marco (ossia il più antico). Podere del Getsemani. Gesù è assieme ai suoi proseliti, sta per essere arrestato per ordine dei vertici religiosi ebraici. Giuda fa da guida al drappello che lo prende in consegna. Da questo momento del famoso tradimento le cose si fanno oscure. A cominciare dal fatto che non è chiaro il modo in cui il discepolo traditore abbia indicato la persona del Messia. Lui disse: «è quello che filéso [voce verbale usata nel testo greco]». Filéo vuol dire: rivolgere affetto/cortesia. Il Vangelo di Matteo afferma che Giuda katefílesen Gesù. Katafiléo significa: carezzare (ma anche “baciare teneramente”). Il Vangelo di Luca torna a usare il verbo filéo e puntualizza col sostantivo esplicito fílema (bacio). Quello che sembra il sinottico più lontano dagli eventi parla esplicitamente di un “bacio di Giuda”. Nel non sinottico di Giovanni non c’è nessun gesto affettuoso, è Gesù direttamente a farsi riconoscere. Cosa sia successo nei dettagli riferibili a un preciso evento (reale o immaginario) di cattura non è affatto chiaro e lineare. Una seconda cosa che lascia ancora disorientati, sul lato dottrinario, proviene dalla presenza nel Getsemani di un uomo armato di spada, il quale in Giovanni viene identificato con Pietro: nei vangeli più vecchi non si dice chi sia costui. Comunque, il quesito rimane: che ci fa una persona armata appresso al Figlio di Dio alla vigilia del compiersi della profezia del martirio? Come poteva qualcuno stare con “spirito evangelico” in prossimità del Messia ed essere preoccupato per la difesa armata senza che nessuno lo avesse richiamato e disarmato prima? I discepoli di Gesù potevano andare in giro armati? Il Vangelo più antico fa intendere qualcosa che non appare poi così oscuro: il fatto che la “mitica” dottrina dell’amore evangelico, dell’amare il prossimo, fosse stata concepita contemplante un sentimento da rivolgere non in maniera universale (come poi lo si è voluto “modernamente” intendere) bensì da indirizzare esclusivamente a chi la pensasse in ambito religioso allo stesso modo. Amare il prossimo non assume nel NT il valore di rispettare chi avesse convincimenti religiosi differenti, vuol indicare la solidarietà affettiva da offrire a chi è vicino-nel-convincimento-di-fede-religiosa: tutti gli altri finiscono di essere “prossimi”, per loro c’è l’inferno. Perciò Gesù sostiene di essere venuto per Israele e di aver portato la spada e non la pace (Mt 10,32-37). Quella spada di cui ha parlato gli stava dietro a disposizione dei suoi seguaci, i quali rimanevano pur sempre di credo ebraico: il Gesù letterario stesso non è cristiano, è giudeo, non fonda una nuova religione, vuol elevare l’Ebraismo a un nuovo stadio, sempre mantenendo l’aggancio coll’AT (al pari di Paolo di Tarso). La differenziazione cristiana dal Giudaismo sorge dalla mancata conversione in massa degli Ebrei. Ciò che era Israele nell’ideologia giudaica sarà la Chiesa nel Cristianesimo: ama/rispetta chi la pensa come te, cioè chi presta adeguamento alla dottrina socioreligiosa adottata quale Parola di Dio. Amare Dio e amare il prossimo, così come pensati nelle religioni ebraica e cristiana, hanno dimensioni dai risvolti integralisti: non accettare tutto quanto sia diverso. La storia ha testimoniato che la dottrina del Messaggio evangelico inerente all’amore avesse un contenuto stricto sensu, non di rado patologico (accompagnato da fenomenologie nevrotiche, sadiche, masochistiche, anoressiche, psicosomatiche), distinto dall’amore inteso in senso lato quale viene pensato e creduto “ingenuamente” dalla comune mentalità popolare scarsamente edotta delle dinamiche della storia e del pensiero. Misoginia, omofobia, misoneismo, antisemitismo (per quanto concerne i Cristiani) ad esempio sono consustanziali alla tradizione (più o meno) monoteistica biblica, e dimostrano ab ovo degli aspetti di un odio caricato su coloro che non sono ideologicamente “prossimi”1. La terza cosa che colpisce, e non poco, nel Vangelo di Marco (ricordiamo: il più vecchio) è un episodio taciuto dagli altri tre futuri: al Getsemani, quando Gesù fu arrestato, nella compagnia di lui c’era un neanìskos, un giovinetto, ricoperto solo con un lenzuolo, il quale in seguito agli eventi e al tentativo di prenderlo, dopo essere stato afferrato, lasciò andare il lenzuolo e scappò per ultimo via gymnòs, cioè nudo. Che cosa faceva là quel ragazzo restio ad andarsene vestito soltanto di una sindòn? Non è facile trovare un orizzonte interpretativo mediante poche parole. Gymnòs oltre a denotare la condizione di un soggetto “svestito” può designare altresì la situazione di una persona “disarmata”. Tale chiave di lettura si potrebbe riallacciare a quanto detto prima nel testo di Marco circa la presenza di individui armati al seguito di Gesù quali sue guardie del corpo. Il possibile Messia storico necessitava in quanto leader politico-religioso integralista ebraico di una scorta a tutela della sua incolumità? Parrebbe in ogni caso di sì. Un diverso versante di comprensione ci deriva dalla questione dell’affettuosità intravista tra Cristo e il traditore Giuda: perché questo avrebbe usato “tenerezza” nell’indicare il Messia a coloro che erano andati a prelevarlo con la forza? Perché poi tradire adottando “un bacio” come contrassegno? Il giovinetto nudo e il bacio di Giuda alludono a qualcosa di omoerotico? C’è un Vangelo apocrifo, quello di Filippo, che offre un appoggio all’ipotesi. Nella setta di Gesù potrebbe essere esistita qualche pratica celebrativa della mascolinità, rappresentante del sesso nobile nella tradizione giudaicocristiana, a sfondo omosessuale? Il Vangelo di Marco presta il fianco all’apocrifo citato nella possibilità di gettare luce.


NOTE

Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.

1 Per approfondimenti generali indico una mia monografia