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giovedì 27 ottobre 2016

ALLEGORIA EROTICA ED ESCATOLOGIA POETICA IN ANNE SEXTON

di DANILO CARUSO

“Two hands” è una bella poesia di Anne Sexton (1928-1974), poetessa confessionale, nella quale l’autrice, che fu amica di Silvia Plath1, sviluppa attraverso un talentuoso uso di tecniche retoriche una profonda immagine dell’eros, come si può leggere nella mia traduzione seguente del testo sextoniano.


Due mani

1   Dal mare uscì una mano,
     ignara come una moneta da un centesimo,
     agitata per via del sale di sua madre,
     muta a causa del silenzio dei pesci,
5   rapida grazie agli altari delle maree,
     e Dio si allungò fuori della Sua bocca
     e la chiamò uomo.
     Emerse l’altra mano
     e Dio la chiamò donna.
10  Le mani applaudirono.
     E questo non era peccato.
     Era come si era programmato.

     Io le vedo erranti per le strade:
     Levi che si lagna del suo materasso,
15  Sara che studia uno scarabeo,
     Mandrake che tiene la sua tazza di caffè,
     Sally che suona il tamburo a una partita di football,
     John che chiude gli occhi della donna morente,
     e alcuni che sono in prigione,
20  anche la prigione dei loro corpi,
     come Cristo era imprigionato nel Suo corpo
     finché giunse il trionfo.

     Srotolate, mani,
     voi i tessuti di angelo,
25  srotolateli a mo’ di spirale di un pupazzetto [legato a un elastico; n.d.r.],
     fate conca [con le mani; n.d.r.] insieme e riempitevi voi stesse
     e applaudite, mondo,
28  applaudite.


La lirica adopera una metonimia, quella della mano («hand») allo scopo di indicare l’essere umano (maschio e femmina). La cosa che mi ha particolarmente colpito è la, non so quanto consapevole, aderenza alla lettera veterotestamentaria della cosmogonia e dell’antropogonia all’esordio in Genesi. Poiché ho analizzato questi brani biblici, che risultano spunti al genio poetico della poetessa americana, nella versione originaria, posso affermare che la prima strofa di “Two hands” ha un felice esito di resa poetica. In relazione all’“uomo” e alla “donna”, le due mani (che danno il titolo), appare una dimensione di antropogonia androginica giacché tali due metonimie rievocano un corpo unitario, quello dell’Adamo androgino in seguito alla cui scissione nacque Eva2. Il «mare (sea)» del primo verso ha, dal canto suo, pari richiamo cosmogonico veterotestamentario. Esso è l’acqua del Tanak da cui Dio trae fuori, attraverso il caos, l’universo intero. Questa prospettiva apre altresì un’ermeneutica psicologica. Il «mare», l’acqua, sono immagini della Grande madre junghiana, così come le due mani rappresentano altri due concetti archetipici, quelli di “animus” e di “anima”. Anne Sexton coglie lo spirito del profondo in rapporto alla simbologia metonimica adottata, collegata agli archetipi junghiani citati. Siffatta operazione della poetessa è forse non del tutto cosciente. Mi pare uno di quei casi dove la divina mania (inconscio collettivo) si offre al talento dell’artista rapito nel gesto creativo. La lirica in esame, pubblicata, dopo il suicidio dell’autrice, nella raccolta del 1975 intitolata “The awful rowing toward God (La terribile seconda navigazione verso Dio)”, potrebbe rimanere intrappolata in una superficiale ermeneutica dello spirito del suo tempo. Il testo in realtà esprime molto di più. Ruota attorno all’archetipo androginico e a quelli anima/animus. La facciata marcusiano-freudiana non deve farci arenare sulla superficie dello spirito del tempo, che è pur sempre “verità”, tuttavia parziale. Un’ermeneutica che va oltre la scorza ci conduce dalla libido freudiana a quella junghiana, e alla possibilità di cogliere profondità di significati meno espliciti nell’interpretazione simbolica. Cosicché nel Dio del v. 6 ritroviamo il principio determinante (maschile) del Tanak, poi assunto dalla filosofia platonica e neoplatonica. L’allegoria del congresso carnale espressa dal v. 10 («The hands applauded») ha molteplici richiami specialmente se connessa ai successivi due versi. La teleologia del ricongiungimento è programmatica (si veda il v. 12) nell’Ebraismo e nel “Simposio” di Platone, perciò «questo non era peccato [this was no sin]». Se la prima strofa di “Two hands” ha una cornice e un orizzonte veterotestamentari, la seconda vuol essere, paragonata alla suddetta, una sorta di Nuovo Testamento rivendicante la liberazione da qualsiasi «prigione [prison]» per risorgere a guisa del Cristo rievocato nei vv. 21-22. La strofa conclusiva ha colore apocalittico: le immagini del rotolo, dello srotolare, caricano tali finali versi di un tono escatologico, dove l’applaudire (allegoria erotica) rovescia il lato della medaglia freudiano alla volta di quello junghiano. La libido è il motore del mondo, però non è una bestiale forza, reprimenda da timorose istituzioni: nevrotici a caccia di animali. Tutti questi non rientrano nell’autentica categoria di essere umano. Questo è il “profondo” del messaggio sextoniano in “Two hands”. Se volessimo catturare questo senso in poche parole e in un’immagine fissa potremmo dire con Frida Kahlo3: VIVA LA VIDA.



Note