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giovedì 8 settembre 2016

UNA DISTOPIA REICHIANA

di DANILO CARUSO

“The lobster” è un film del genere distopico uscito nel 2015, e non trae le sue vicende da uno specifico racconto letterario preesistente. Si tratta infatti di un’originale creazione del regista e di un suo collaboratore. Nonostante ciò si rivela chiaro, nell’ideazione della trama, l’omaggio a due grandi scrittori: Evgenij Zamjatin e George Orwell. La società distopica rappresentata in “The lobster [lett.: l’aragosta]” ha maturato un radicale orizzonte reichiano. Wilhelm Reich è stato uno studioso di psicoanalisi, il quale ha elaborato e proposto un modello di approccio alla psiche umana a metà strada tra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung. Reich ha ipotizzato un’energia cosmica (paragonabile nell’aspetto formale all’inconscio collettivo junghiano), limitandone però la connotazione a una libido freudiana (cioè di esclusivo carattere sessuale): l’“orgone” reichiano opera nello spazio psichico umano, e l’astinenza dalla soddisfazione sessuale è causa quantomeno di disturbi mentali. Idee improntate a riflessioni simili, ma in salsa freudiana, si trovano nel pensiero di Herbert Marcuse che parlò in due distinti momenti successivi di “repressione addizionale della libido” e di “di desublimazione in funzione repressiva” (sempre della libido) in favore del mantenimento del sistema politico dominante. Questi concetti marcusiani ritornano all’interno di due miei saggi critici1 sopra i romanzi “Noi” e “1984”, rispettivamente di Zamjatin e Orwell. Gli spunti da tali due lavori narrativi animano le due dimensioni sociali del mondo di “The lobster”: la città e la foresta (la dicotomia è di ascendenza zamjatiniana). Gli abitanti della città vivono in un clima reichiano che non tollera la presenza di singles. Tant’è che chi resta da solo ha, portato in un albergo, un mese e mezzo per trovare un/una partner tra gli altri ospiti. Trascorso infruttuosamente il tempo concesso alla ricerca di una sincera costituzione di coppia (fondata sulle affinità) il/la single viene trasformato/a in un animale di sua scelta. Evidente il sovvertimento di un regime più equilibrato, dove l’animalità è un eccesso reichiano, che qui invece è regola e riserva una paradossale punizione, la quale fa apparire persino lo Stato unico zamjatiniano più illuminato (dove la sessualità è liberalizzata, sulla falsariga marxista, e non materia d’obbligo periodico in prospettiva della tutela personale della salute secondo quanto insegnato da Reich). Al protagonista del film, David (che aveva scelto il possibile destino di aragosta), non va in porto il machiavellico progetto di costituire una coppia con una donna insensibile e violenta: da lei scoperto, egli se ne sbarazza con l’aiuto di una cameriera infiltrata dei singles, i quali vivono rifugiati nella foresta. A costoro viene data la caccia dagli omologhi cittadini ospitati nell’albergo, che possono beneficiare di giorni supplementari di soggiorno coatto grazie a eventuali catture. David scappa proprio nella foresta (diviene un perseguitato), e trova un mondo simmetrico. Ai solitari è proibita qualsiasi attività erotica interrelata. In confronto a ciò l’agostiniano matrimonio di “1984” è meno repressivo: la sessuofobia oceaniana nel gruppo dei singles viene elevata a un livello distopico elevatissimo (sono previste cruente punizione a carico dei trasgressori). Di ulteriore reminiscenza orwelliana era stata la stanza 101 dell’albergo dove alloggiava David. Costui instaura una relazione clandestina con una donna miope come lui (il quale porta gli occhiali). Tale legame rievoca quello di Winston e Giulia (Julia) nell’intollerante Oceania. In entrambi i casi il finale è distopico. La leader dei singles li scopre, e fa accecare lei. David per giustizia si adopera affinché ella sia catturata dai reichiani della città, luogo in cui fugge assieme alla sua compagna. Qua si acceca pure lui allo scopo di creare quel meccanismo di affinità previsto nei sistemi di coppia. La conclusione concettuale, sul piano psicologico, è che il principio di realtà si è spinto oltre il lecito, sino a esplodere in due assurdi modelli. Due antinomie della nevrosi, che non consente facilmente il guadagno di un’aristotelica medietà. Perciò i protagonisti rimangono schiacciati da un mondo immaginario che ha smarrito il buon senso a vantaggio di deliranti impostazioni della società e a scapito della sanità mentale. Questa, in contesti ritenuti normali, non può tuttavia essere rilevata in forme di esistenza più animali che umane: l’uomo elettroaddomesticato, asciutto di umanesimo, analfabeta funzionale, è equivalente allo schiavo nella concezione di Aristotele il quale vede l’umanità nell’anima razionale, non in quelle vegetativa e sensitiva. Mangiare, muoversi non fanno un essere “umano”: la visione minimalista restituisce una fattoria dove «tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri».


1 Due estratti da queste mie monografie (“L’antipanlogismo di Evgenij Zamjatin”, “Il Medioevo futuro di George Orwell”):