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venerdì 2 febbraio 2018

LO SPIRITO COMUNITARIO E LA NATURA IDEALE DEL LINGUAGGIO

di DANILO CARUSO

Il linguaggio rappresenta per Hegel un collante astrattivo, cioè coinvolge, dentro l’Assoluto, alla volta di una superiore unità rispetto all’Io singolo: è l’anticamera dello Stato. Il filosofo tedesco qui è stato molto aristotelico. Esso accomuna tutti gli “esseri umani”; ha uno sfondo concettuale, anche se si esprime in vari modi (dal fonico al vario grafico). È una gelatina (gallerte, suggerirebbe Marx) intellettuale. Non lo ritengo univoco e semplice nella sua facciata; può essere suscettibile di ermeneutiche differenti. Perciò, nei miei studi letterari cerco di applicare un’ermeneutica contestuale e non paranoica. In generale, credo che il linguaggio abbia un sostrato di natura musicale: quando scrivo penso a comporre una musica di concetti, cercando di darle il miglior abito retorico. Chi legge un mio testo non dovrebbe trovare una cacofonia concettuale. Rumori, purtroppo, sono quelli che abitano il mondo dei più: una visione un po’ platonico-pitagorica. Chiediamoci come faccia a parlare la gente, senza conoscere la grammatica della lingua in cui si esprime. Bene o male tutti imparano a parlare, però pochissimi sanno fare analisi logica e grammaticale. Non ritengo che il linguaggio, a posteriori, diventi pensiero, semmai il contrario: il logos endiáthetos diventa prophorikόs. D’accordo con Aristotele opto in favore di un sostrato logico e comunitario, una potenza, la quale tramite il linguaggio unisca ogni essere umano in società (zόon politikόn). Noi pensiamo attraverso esempi, mediante immagini particolari, le quali si traducono in un segno esteriore (scritto o fonico). Gli elementi semantici poi vengono recuperati dai codici linguistici, artificiali e contingenti nella sostanza, ma non nella forma originaria. Questa forma, la possibilità di parlare e ragionare, è innata, secondo me. Le parole si definiscono e si spiegano inter se: deve necessariamente esistere una base metafisica che avvalora il linguaggio (il concetto-esempio, immagine di un’idea platonica). Se non fosse così non avremmo uniformità semantica, né i neonati avrebbero la potenza linguistica. Ogni bambino tutt’al più imparerebbe un suo proprio animalesco linguaggio, ma questo non connota un “essere umano”. Gli animali comunicano, però non hanno “logos”, non scrivono, non leggono, non dialogano, si comunicano degli stati emotivi: c’è un enorme abisso tra gli umani e gli animali. Un animale non può fare una legge che sia norma di una società civile. Il pensiero produce la realtà: cogito, ergo sum. Poiché sono di orientamento filosofico ideal-fenomenista non convengo che il linguaggio sia un’attività biologica. La mia forma mentis si tiene lontanissima da una forma empiristica di nominalismo. Non concepisco il linguaggio come un prodotto evolutivo umano aggiunto, uno strumento mirante ad assoggettare la realtà (anche attraverso la conoscenza scientifica). Non sono empirista, pertanto non accetto il meccanismo lockiano introspettivo a posteriori di produzione e scoperta dei concetti e del successivo linguaggio. Rimango vicino a Cartesio, il vero fondatore (in pectore) dell’idealismo moderno, e all’innatismo delle (non tutte) idee. Non sono neanche freudiano, quindi non penso l’essere umano in esclusivi termini biologici. Penso la libido alla maniera di Jung: il linguaggio può accogliere forme espressive simboliche originarie dell’inconscio collettivo, non necessariamente vincolate a fattori sessuali freudiani. Mi pare riduttivo vedere nel linguaggio il campo di esercizio di fisiologiche pulsioni dell’ES. I concetti stessi li penso come degli universali logici (idee platoniche) contenuti in un collettivo logos, parallelo all’inconscio collettivo di Jung (che elabora e raccoglie universali libidici): immagine primordiale è l’archetipo junghiano inconoscibile, immagine primordiale è l’idea platonica altrettanto inconoscibile. Rispettivamente noi maneggiamo il concetto universale grazie a un exemplum mentale, e l’archetipo per mezzo di simboli (come dice Jung). Quindi il fatto che nel linguaggio si riversino problematiche varie non dimostra, a mio modesto avviso, che queste siano un esercizio retorico o accidentale rispetto alla natura umana. Una lettura di ordine chimico-biologico dell’interlocuzione verbale fra soggetti mi sembra inadeguata; e non dico che simili situazioni non accadano: cioè una dimensione logica che si attua sopra un piano (limitato) di libido freudiana. La psicologia di Freud è buona sino a un certo punto nell’analisi del bellum omnium contra omnes: ma non tutti sono vittime di una pulsione di aggressività nell’espressione e nell’interpretazione. Simile patologia nevrotica e/o paranoide affligge di solito un soggetto medio: non tutti siamo però mediocrità. E perciò la visione freudiana davanti ai prodotti intellettuali superiori si trova in difficoltà. Qui occorre la psicologia analitica junghiana. E a tal proposito puntualizzo che non intendo asessuata la anzidetta musicalità dei concetti. Ciò non vuol dire patrocinare assenza di obiettività (inerente, invece, a una questione metodologica): la forma fisiologica dell’individuo viene coinvolta nel suo linguaggio e nella sostanza ivi contenuta. Non possiedono la stessa prospettiva una poesia di Saffo o una di Catullo: il mondo è bipolare “maschile/femminile” (Jung tiene sempre presente questa cosa). L’obiettività e la trasparenza di un’espressione non si trovano nella dimensione dell’asessuato. Semmai assumendo la tensione di un punto di vista “individuativo” junghiano: l’anima e l’animus possono aprire le porte della verità. Là è l’obiettività. Il linguaggio e le idee di ognuno rappresentano il suo stadio evolutivo. Chi rimane “aggressivo” ha qualcosa che non va: è a metà strada tra l’animale e l’umano autentico (zόon logon ékon, Aristotele). Ordine, è musicalità; e può avere designer femminile o maschile. Disordine, è cacofonia. Il mondo si vede con occhiali rosa o celesti, anche da individuati: ciò non pregiudica l’obiettività poiché appunto la bipolarità fisiologica non viene soppressa. L’armonia interiore ed esteriore, direbbe Platone, sta alla base dell’ingresso del Bene nel mondo; tale armonia si manifesta nell’individuazione, nella soppressione dell’aggressività, nell’uso di un linguaggio veramente umano e riflesso iperuranico. La moderna filosofia del linguaggio si rivela debitrice nei riguardi del grande filosofo ateniese. Il pensiero del primo Wittgenstein, quello del “Tractatus logico-philosophicus”, rispecchia una problematica già avanzata dal principale allievo di Socrate. I dialoghi platonici, nel loro esaminare, non fanno altro che presentare un “linguaggio agito (dialettica)”, il quale costituisce l’oggetto di analisi di questa novecentesca corrente filosofica. Come Platone, Wittgenstein si è avvalso dello strumento dialettico-linguistico (adottandolo quale mezzo analitico) per ricercare la verità scientifica. Il filosofo austriaco, dal canto suo, ha indagato quali fossero le condizioni di applicabilità obiettiva del linguaggio. Allo scopo di attuare il suo progetto si è dunque avvalso di un metalinguaggio analizzante il linguaggio medesimo. Wittgenstein si mostra platonico nel presupporre una struttura ideale a priori, mentre Platone può apparire wittgensteiniano nell’avvalersi sempre di ragionamenti dialogati. Pure quello di Platone è un metalinguaggio, nel senso che questo mira a rintracciare una base ideale originaria (semantica delle Idee platoniche). Nel parlato convenzionale qualsiasi segno sta al posto di qualcos’altro: questo “qualcos’altro” si mostra sì esterno al soggetto, ma non inerente alla realtà materiale (composta di singolarità, la cui astrazione non equivale a un “segno” fonico o grafico generalizzato). In relazione a ciò Wittgenstein è rimasto ambiguo: su che cosa si baserebbe il suo investigativo metalinguaggio? Socrate e Platone hanno mostrato come l’indagine filosofica abbia una natura dialettica, dialogica, linguistica. Il loro metalinguaggio, a differenza di Wittgenstein e dei suoi epigoni, però si fonda in maniera esplicita su un apparato a priori logico-ideale: il che costituisce la cosa mancante alla filosofia del linguaggio di ispirazione antimetafisica. Il filosofo viennese, pur volendo essere rigorosissimo, non ha potuto fare a meno di assumere nel “Tractatus logico-philosophicus” una posizione platonizzante. Se da un lato il linguaggio quotidiano fa riferimento a oggetti esteriori (da intendersi in senso lato) legati alla “materialità”, d’altro lato esiste un metalinguaggio il quale è espressione di un impianto ideal-concettuale. La filosofia adopera questo linguaggio-dei-concetti (metalinguaggio): la gente che non si occupa di riflessione scientifica e filosofica, che non cura interessi umanistici, rimane ancorata al modesto linguaggio-degli-oggetti (rappresentante per loro di un “arido vero”). Il secondo Wittgenstein, quello delle “Ricerche filosofiche”, si concentra su quest’ultimo. Schopenhauer dice una cosa molto interessante allorché parla della musica in funzione di via d’uscita dal negativo fenomenico. Il filosofo di Danzica sostiene che la musica e altre arti possono proiettare il soggetto umano verso un piano di contemplazione dell’idea platonica. Ciò si ricollega alla mia idea di musicalità riguardo alla costruzione concettuale di un discorso, volta poi in una veste linguistica. Tutto ciò che riguarda un’elaborazione mentale di natura umanistica ci avvicina al Mondo iperuranio. Un asciutto ancoramento al fenomenico invece conduce alla volta della bestialità (esiste la possibilità di disimparare a parlare): campo di studio della psicologia comportamentista (più declassante di quella freudiana).




NOTA

Questo scritto è un estratto del mio saggio “Percorsi di analisi umanistiche (2018)”.