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martedì 12 settembre 2023

OSCURANTISMO E IRRAZIONALISMO DEL CRISTIANESIMO IN TERTULLIANO – parte 4 di 4 (IL DISTOPICO ANTIEDONISMO DEL “DE SPECTACULIS”)

di DANILO CARUSO
 
Il testo che segue è un estratto del mio saggio “Oscurantismo e irrazionalismo del Cristianesimo in Tertulliano” pubblicato nel settembre del 2023 in formato cartaceo e in pdf (ebook), disponibile per intero online qua (possibile il download):
Nel blog è stato ripresentato in quattro sezioni tematiche.
Prosegue da qui

 
Dalla contestuale abolizione nel 1966 dell’Index librorum proibitorum (creato nel 1559) torniamo, in tema di censure, a Tertulliano. Costui nel “De spectaculis” prende di mira «inter cetera saecularium errorum etiam spectaculorum voluptates». Ci comunica che «ista non competant verae religioni et vero obsequio erga verum Deum». Per il cristiano rappresenta un «divino praescripto definitum» di fronte a gaudia et fructus saeculi la obstinatio abdicatione voluptatum; il cristiano compie una eieratio (rinuncia) in virtù della sua testimonianza battesimale (testimonium in lavacro). Nel suo argomentare qui Tertulliano si avvale del sostegno di una interpretazione allegorica del Vecchio Testamento, operazione che risulta indebita poiché la sua maniera di individuare simboli ad hoc appare fantasiosa e forzata. Attraverso un simile gioco nevrotico interpretativo ha ricavato una formale (assurda) spectaculorum interdictio: «Omne spectaculum concilium impiorum». Gli spectacula provengono ex idolatria, essi sono asserviti «Diabolo et pompae et angelis eius»; i pagani sono empi, peccatori e nemici di Cristo. In tale sua opera l’autore latino ci delinea tipologie di spectacula e loro difetti. Quando Tertulliano usa nel “De spectaculis” l’espressione urbs «in qua daemoniorum conventus consedit», potrebbe riferirsi all’Urbs, a Roma. I ludi costituiscono una manifestazione del reatus generalis idololatriae. Per Tertulliano tutti gli spazi sono infestati da epifanie idolatriche: «Ceterum et plateae et forum et balneae et stabula et ipsae domus nostrae sine idolis omnino non sunt: totum saeculum satanas et angeli eius repleverunt». Parlando del teatro, Tertulliano mette in mostra l’odiatore nevrotico che è in lui: « Oderis, christiane, quorum auctores non potes non odisse». Lui istiga a una forma di odio verso l’attività teatrale perché essa sarebbe, come tutti gli altri spectacula, una manifestazione demoniaca. Il fatto che Tertulliano esterni esplicitamente un sentimento di odio e un richiamo così significativo a esso da piantare nelle teste di chi gli andava appresso, mi pare molto rilevante alla volta della comprensione del fondo dello spirito cristiano. Non rilevo contraddizione nella dottrina del Cristianesimo fra il Gesù evangelico dichiaratosi portatore di conflitto e di divisione, e il pacifismo cristiano delle origini ancora fuori del potere politico. Ho già chiarito in questa monografia riguardo a tale apparente contraddizione. Però voglio altresì ricordare una conclusione che formulai nel mio saggio “Il Medioevo futuro di George Orwell” (2015) dove illustrai, alla luce dell’affermazione weiliana che la Chiesa è la madre dei diversi totalitarismi a venire, come nel sistema dottrinario cattolico si manifesti, fra le altre sfaccettature orwelliane, l’idea che L’AMORE È ODIO28. Tertulliano, nella maniera in cui ora di seguito spiegherò meglio, nel momento in cui sollecita a odisse, al pari di un lapsus, ci ha involontariamente mostrato il fondo del pozzo dottrinale cristiano. Allorché egli parla dei ludi gladiatorii e delle esecuzioni capitali, non possiamo tuttavia fare a meno di essere d’accordo con lui, nonostante su quasi tutto la sua ragione abbia fatto naufragio nell’oscurità di un folle sistema. La violenza è, sempre e comunque, da rifiutare, da non mettere in pratica al di fuori di una ragionevole motivazione fondata sulla legittima difesa. Lo spettacolo di violenti combattimenti e pari sadiche condanne a morte non devoe trovare spazio nella Civiltà umana. La mia modesta impressione è però, come già ho avuto modo di dire, che tale discorso tertullianeo sugli spargimenti di sangue abbia un fine dissimulato: quello di proteggere i cristiani colpiti dalla giustizia romana, i quali cristiani condannati, sebbene la procedura di condanna fosse davvero disumana, non erano effettivamente esenti da colpe in quanto propugnatori nei fini dell’eversione sociale e politica a scapito dell’ordine costituito dell’Impero romano. Io noto che Tertulliano nei casi delle sentenze, a danno specialmente dei seguaci del Cristianesimo, insiste solo sul difetto di prassi inumane, e obiettivamente inaccettabili, legate alla macchina giudiziaria romana, ma non tiene per niente in conto il deleterio potenziale sovversivo della sua religio. La Verità a volte è poliedrica, usare le facce che convengono non rappresenta una ricostruzione vera, bensì un’operazione di propaganda, anche se a far ciò sono le vittime e di una giustizia non progredita: la punizione sadica e barbarica non cancella le responsabilità penali. Queste rimangono, si rende necessario adeguare la pena a un regime di umanità maturo, rispettoso in ogni caso della dignità della persona umana. E simile cosa, purtroppo, non fecero i cristiani quando presero il potere in Occidente. I primi a fare le spese dell’ipocrisia cristiana tertullianea gli omosessuali, condannabili al rogo. Poi vennero gli eretici e le streghe e tutti gli altri. Tertulliano accusa il pubblico pagano di tenere questi spectacula violenti e mortali a beneficio di una sadica crudelitas. Ma tutti quelli che hanno poi assistito ai roghi e alle varie esecuzioni a morte della Cristianità non costituivano più un pubblico di sadici pagani, rappresentavano un pubblico di sadici cristiani. Dov’è finito l’afflato tertullianeo al rispetto della persona? Nel cestino delle ipocrisie di circostanza? So che sto facendo un ragionamento a posteriori nel mettere in dubbio la sincerità in questo caso di Tertulliano, per me motivato più da esigenze immediate dettate dalla volontà di difendere con tutti di i mezzi argomentativi degli eversori, ma se il frutto è stato quello la pianta non doveva essere di un genere molto dissimile (a meno di cesure e innesti qui non rilevabili). Tertulliano si rivela un abile esperto della comunicazione, sa che cosa deve dire per portare l’acqua al suo mulino, tuttavia, in generale e nel caso più specifico sopra riportato, abbiamo visto il suo viscerale odio a carico della pluralista per le religioni società pagana. Odiare gli altri fa parte del DNA cristiano originario, quantunque il Cristianesimo parli di amore. È un meccanismo orwelliano, sopra rammentato, dove l’amore per Dio e per il prossimo comporta l’odio e la distruzione di tutto quanto non è conforme alla dottrina cristiana. Prima i cristiani sono riusciti a sovvertire lo Stato romano pagano “amorevolmente” con la conversione, poi sempre “amorevolmente” hanno dato la caccia a quei seguaci del Diavolo già segnalati da Tertulliano. E per amore di Dio e del prossimo hanno eliminato dalla Cristianità i pericoli rappresentati da streghe, eretici, omosessuali, et ceteri. Però sempre e comunque perché amavano Dio e proteggevano il prossimo dai rappresentanti del Demonio. Con Tertulliano il Cristianesimo ci ha detto che la violenza su di sé era illecita, in un secondo momento ha chiarito in pratica che il problema dell’uso della violenza non risiedeva in essa, bensì in chi la adoperava. Sulla divina religione cristiana costituiva un affronto a Dio, al servizio della religione cristiana rappresentava la longa manus di Dio. Ed ecco che l’horrendus locus indicato da Tertulliano dei ludi gladiatorii e delle esecuzioni è pacificamente, per così dire, transitato nel Cristianesimo dominante non più horrendus: le pubbliche sadiche condanne a morte dei nemici di Dio erano cosa buona e giusta giacché bonificavano il mondo. Non reputo estraneo simile spirito orwelliano nella mente e nella propaganda tertullianee. In relazione all’autore latino possiamo dire che il principio cristiano dei secoli scorsi L’AMORE È ODIO sia valido nella forma storicamente esternabile da lui, ma più vivo e più intenso visceralmente come si vedrà in maniera ulteriore nel testo del “De spectaculis”. Tertulliano ci spiega che l’idololatria è connaturata a tutte le forme di spectacula, nella loro antica genesi e nel loro sviluppo storico. Degli spectacula non si salva niente, nemmeno i luoghi che li ospitano e le cose usate per allestirli. In particolare colpisce, per via dell’esagerazione così grottesca, l’affermazione tertullianea secondo cui i pagani non si rendano conto di fare consacrationes non a presunti Dei (pagani) bensì a Daemonii (angeli ribelli contemplati dal Cristianesimo). Tertulliano degrada così la religiosità pagana laddove connessa con gli spectacula. E visto che c’è dimostra nuovamente la sua mancanza di apertura, equilibrio, tolleranza nei confronti degli altri non cristiani: «Nec minus templa quam monumenta despuimus». Lui disprezza i pagani (sic!): bell’esempio di amore verso il prossimo! La radice di despuere è la stessa di spuere, sputare: Tertulliano aveva diversi verbi a disposizione, tuttavia ha scelto il peggiore facendo notare in guisa significativa il suo estremismo religioso gravemente sovversivo. E addirittura, a testimonianza che lui intenzionalmente si avvalga della figura dello sputare-su, più avanti usa il verbo respuere: i luoghi dove si tengono spettacoli si imbevono di lordura la quale «in alteros respuunt». In questo gioco degli sputi reciproci messo in piedi da Tertulliano egli cerca di giustificarsi del suo precedente sputare sull’antichità pagana mostrando la causa compensativa del suo precedente disprezzo (sputo). “Spettacolare” questo stratagemma retorico della propaganda tertullianea. E poi ci si stupisce che i Romani mettessero in azione la loro macchina giudiziaria nelle situazioni di forte e aperta eversione sociale provocate dall’ideologia estremistica religiosa cristiana? Il radicalismo del Cristianesimo rendeva questo inconciliabile con l’ordine costituito romano-pagano. Nel “De spectaculis” il suo autore afferma: «Non possumus cenam dei edere et cenam daemoniorum». È evidente lo spirito sovvertitore, non conciliante, della nuova distopica religio. E quando Tertulliano ci dice che «Deus […] cum causa prohibet odisse, […] maledicere», non possiamo fare a meno di rilevare ipocrisia e contraddizione. Egli spera di far proseliti cristiani sfruttando tutte le risorse retoriche, non bada tanto a un’intima coerenza razionale nel suo discorso, ha del sofista che critica gli affectus (passioni, emozioni) e poi sotto sotto mira alla parte emozionale dei suoi interlocutori. Pensiamo a Pascal il quale ho già ricordato29, alle sue “ragioni del cuore”, ma altresì alla sua pesante critica al divertissement; Pascal possiede forti analogie nevrotiche, e nella forma dei frutti, con Tertulliano. Il “credo quia absurdum” di costui rappresenta una plateale “ragione del cuore”. Purtroppo in entrambi al posto del “cuore” c’era una nevrosi di impronta religiosa molto grave. Nel “De spectaculis” l’autore latino svolge, fra l’altro, professione di antiedonismo antiepicureo. Egli prende anche decisamente di mira il civile, equilibrato, moderno sistema filosofico del Giardino30, un exemplum di sanità mentale e di progresso in assoluto, non solo rispetto ai deragliamenti cristiani. Tertulliano comprende benissimo che il nemico scientifico-filosofico del Cristianesimo è l’epicureismo. Ne teme la concorrenza. La filosofia del Giardino ambiva a liberare dal «mortis timor» attraverso una dottrina atomistica la quale negava l’immortalità dell’anima, la resurrezione dei corpi e l’attenzione divina verso il mondo. Tertulliano ci esterna la sua preoccupazione in relazione a queste idee concorrenziali. Non è un caso che gli epicurei avranno una parte di primo piano nell’“Inferno” dantesco. Nonostante l’autore latino tema Epicuro, torna di nuovo a usare la sua maestria propagandistica prendendo delle idee epicuree per farle proprie in salsa distopica cristiana. Come se fossimo idioti, e non capissimo quanto sta mettendo in atto qua, ci illustra la distinzione tra piaceri dinamici e piaceri catastematici epicurea formalmente volta all’interno della dottrina cristiana dove assume una veste distopica in quanto l’ambito del piacere lecito si restringe enormemente (dirà più avanti: «Quae maior voluptas quam fastidium ipsius voluptatis»). Nemico del Cristianesimo è l’affectus, il movimento dell’animo suscitante passioni ed emozioni. Il pensiero cristiano condanna la concupiscentia, in cui rientra la voluptas in genere. Tertulliano puntualizza: «Nemo ad voluptatem venit sine affectu». Al fatto che ci sia una evitanda «voluptatis concupiscentia» unisce l’idea che sono «species […] voluptatis etiam spectacula». Dalla forma di simile ragionamento è derivata altresì la sessuofobia cristiana, dove il congresso carnale ideale appare quello che si celebra con la stessa partecipazione che si presta ad esempio nell’accendere e spegnere un interruttore della luce. Infatti l’autore del “De spectaculis”, a proposito di questi, ma principio valido appunto in generale, precisa: «Furor interdicitur nobis». Laddove Tertulliano riguardo al teatro parla di «privatum consistorium impudicitiae» v’è un ragionevole motivo di intendere che egli stia dicendo “privato raduno di omosessuali” giacché non gradisce abiti di scena femminili sopra uomini: mimus per muliebres [vestes] repraesentans sensum sexus et pudoris exterminat. Sembra un’affermazione omofobica, le allusioni ci sono. Comunque, se quell’impudicitia possiede senso lato, ci rientra un teatrale festival delle prostitute: «Etiam prostibula, publicae libidinis hostiae, in scaena proferuntur». Tertulliano aborrisce gli spectacula comuni e quelli per adulti, la scurrilitas (rappresentazione spiritosa, comica) et omne vanum verbum. L’autore latino chiude la faccenda inerente a teatri e spettacoli così: «Habes igitur et theatri interdictionem de interdictione impudicitiae». Lui altresì disprezza (stavolta è stato più morbido, ha usato aspernari) la «doctrinam saecularis litteraturae ut stultitiae apud Deum deputatam». Chiarisce meglio che tale letteratura pagana va disprezzata perché dà alimento alla creazione di tragedie e commedie, le quali sono «scelerum et libidinum auctrices». Simili eccessi non meritano di essere messi in scena. La conclusione tertullianea turba non poco e sotto vari profili. Cominciamo a vedere il primo, il più semplice. Se uno come Tertulliano fosse vissuto ai nostri giorni si sarebbe espresso più o meno in tal guisa: «Vi annunzio un Dio che, oltre a volere le donne chiuse in casa e vestite in abiti castigati e non truccate, che giudica gli Ebrei inguaribili traditori della vera fede, vuole, per la salvezza eterna della vostra preziosa anima, che in casa vostra in televisione non si guardino più film o serie TV comiche o drammatiche, né programmi di divertissement, né eventi sportivi, che non facciate un parallelo uso di internet con il divertissement che offre, che rinunziate a leggere romanzi e racconti da cui magari la cinematografia trae spunto…». Io, modestamente, credo che uno così sarebbe preso per pazzo, specialmente quando aggiungesse che dentro gli smartphone ci sono dei diavoli incorporati. Mettetevi ora nei panni del Romani che vedevano le bestiali affermazioni distopiche di Tertulliano, un ideologo estremista tra i più importanti teorici della nuova religio. E rammento che le sue opere da me qui esaminate sono del suo periodo di ortodossia cattolica, non ho preso a riferimento testi posteriori del periodo eretico montanista. Se questo scrittore latino è l’autore dell’“Apologeticum”, è pure il creatore di “De cultu feminarum”, “Adversus Iudaeos” e di questo “De spectaculis”. Il primo rappresenta l’apologia degli altri tre. E tutto ciò si inserisce nella fase cattolica tertullianea. L’intero quadro del pensiero tertullianeo di questo segmento temporale ci restituisce una ricostruzione obiettiva e completa. Non si possono minimizzare né accantonare le proposte, quasi sempre, assurde cui l’“Apologeticum” fa da sponda. Detto ciò voglio prendere in esame un secondo profilo di turbamento. Tertulliano ha chiesto di non sceneggiare scelera et libidines. Simile proposito si rivela antitetico alla produzione teatrale greca, di cui Aristotele ha sostenuto essere la catarsi dello spettatore il principio animante. Aristotele con la sua metafisica, la sua misoginia, la sua approvazione della schiavitù, è diventato il campione filosofico della Chiesa (il celeberrimo dantesco «maestro di color che sanno»). Perché il Cristianesimo ha preso e conservato, fra l’altro, le cose peggiori di Aristotele e buttato nel cestino la catarsi teatrale? A me sembra, a fronte di sistemi di pensiero più sani, che i teorici cristiani avessero una spiccata vocazione ad approvare e seguire le cose peggiori, a partire dalla misoginia31. L’oscurantismo tertullianeo ha colpito pure lo sport: l’attività sportiva è contro l’ordine divino dato alla realtà poiché costituisce un impegno agonistico inutile, faticoso, e volto soprattutto a superare una forma non agonistica dello statuto umano concepito da Dio (plastica Dei). Dopo la “catarsi greca” Tertulliano si mette sotto i piedi anche il romano “mens sana in corpore sano”. Tradotto oggigiorno il desiderio tertullianeo toglierebbe a tutti, perché contrario alla volontà di Dio, sin dalla prima infanzia la possibilità di una prestazione atletica, agonistica. In parole povere, per rendere l’idea, una partitella di calcio al campetto sarebbe peccato. Il Cristianesimo delle origini ha generato i paolini cosiddetti folli per Cristo. È stato il padre spirituale del Cristianesimo, Paolo di Tarso, a definire la nuova religio, allo sguardo altrui e non partecipante, μωρία, e a scagliarsi contro la σοφία pagana, colpevole di incomprensione che meriterà la punizione divina. A detta del Paolo neotestamentario il tempo dei σοφόι è finito e i piani si sono ribaltati: Dio ha attribuito la qualifica di stoltezza alla conoscenza pagana, si è rivelato alla impotente σοφία dei pagani mediante la pazzia di ciò che è proclamato a voce alta (μωρία τοῦ κηρύγματος). Agli occhi giudei il Messia cristiano appare σκάνδαλον (una trappola), a quelli di tutti gli altri μωρία. Paolo aggiunge che «quanto con stupidità fatto da Dio è più dotto dell’operato umano [τὸ μωρὸν τοῦ θεοῦ σοφώτερον τῶν ἀνθρώπων ἐστίν]». In questo gioco di inversione dei ruoli, prosegue l’apostolo invitando il presunto σοφός non cristiano a diventare μωρὸς allo scopo di essere veramente σοφός: la σοφία pagana rappresenta μωρία per Dio. Gli sciocchi per via di Cristo (μωροὶ διὰ Χριστόν) sarebbero in realtà nell’ottica paolina assennati in Cristo (φρόνιμοι ἐν Χριστῷ)32. I cristiani non destavano affatto una buona impressione a nessuno, e ne erano consapevoli sin dal tempo di Paolo di Tarso. La loro apologetica continuava a sconcertare non meno dei loro martiri. In linea di squilibrio mentale il martirio cristiano è parente prossimo del suicidio stoico: lo stoicismo andava fagocitato; l’epicureismo, il vero nemico, sostenitore di un edonismo moderato, andava annientato. Quello che restava dello spirito epicureo tornerà a galla con la civiltà umanistico-rinascimentale nelle forme particolari di una nuova società a vocazione capitalistica in contrasto con la reazionaria Chiesa cattolica di allora. Il risultato? Lo scisma protestante. Ma torniamo a Tertulliano e al suo “De spectaculis” dove si riecheggia il ragionamento paolino sopra riportato: «Ethnici, quos penes nulla est veritatis plenitudo, quia nec doctor veritatis Deus, malum et bonum pro arbitrio et libidine interpretantur». A nuova dimostrazione che esisteva ormai all’epoca tertullianea una salda e consolidata volontà cristiana, presente già ab ovo, di scalzare nella sua interezza l’ordine sociale politico pagano. Alla fine di questo distopico programma dipinto nel “De spectaculis” si toccano altre cime dell’assurdità. Se si assiste agli spectacula, a dire di Tertulliano, esiste il serio pericolo che qualche diavolo si impossessi di qualche spettatore, e allora ci vorrebbe l’esorcista. Gli spectacula insomma sono pericolosissimi. I cristiani, continua l’autore latino, non hanno bisogno dell’arte pagana la quale rappresenta «fabulae», hanno le loro produzioni le quali riportano «veritates». Altri studiosi prima di me hanno colto la natura del Cristianesimo originario quale favola nera, cioè rovinosa per molti secoli e responsabile di crimini contro l’umanità a causa delle sue dottrine: la misoginia, l’antisemitismo, l’omofobia, l’intolleranza, l’illiberalismo della nuova religio hanno tragicamente fatto sì, e non quale Cristianesimo mal compreso e mal praticato, che molte persone fossero perseguitate e sadicamente torturate e uccise. Simili luttuosi fenomeni furono il prodotto di una intenzione precisa, nevrotica e irrazionale. La storia ce ne ha liberati col progresso civile, e il Cristianesimo di oggi non è più come quello del periodo nero preilluministico. Perdendo il potere politico ha solo potuto legarsi in scala ridotta con gli amici di turno, pur mantenendo un suo peso non indifferente (abbiamo visto ad esempio la Chiesa cattolica durante i totalitarismi antisemiti del ’900 giocare in negativo in un contesto molto tragico). Mi ha particolarmente colpito il finale del “De spectaculis” a causa del disvelamento di una malcelata ipocrisia. Nella celebrazione tertullianea del vivere Deo, l’autore latino non riesce a nascondere l’acredine e l’astio nei riguardi dei non cristiani. Si parla infatti di questo favoloso «ultimus et perpetuus iudicii dies» al fine di prospettarci uno scenario di rinnovata distopia e di apocalittico orrore. Unus ignis divorerà il cosmo con suoi peccatori abitanti, e Tertulliano mostra sadico compiacimento al pensiero dei lamenti e delle scene che avranno per protagonisti questi avvolti dalle fiamme nel corso del giudizio divino. Molto inquietante, molto sconcertante, molto sinistro, simile desiderio il quale nella sua vis proveniente dall’Ombra junghiana ci offre una prefigurazione dei trattamenti violenti che i cristiani riserveranno ai loro inquadrati nemici33. Torture, roghi, esecuzioni varie, volte a rimuovere presenze giudicate diaboliche hanno rappresentato crimini contro l’umanità sia per estensione (in termini di percentuale sulla popolazione) che per intensione. Il vecchio Cristianesimo di prima maniera è stato una distopia in terra, prima teorica, poi materializzatasi storicamente nella guisa ecclesiastica sottolineata da Simone Weil34.
 
 
NOTE
 
28 A pag. 20. Consiglio la lettura di tale mio lavoro.
 
29 Vedasi nota 3.
 
30 Si veda nota 16.
 
31 Vedasi nota 8.
 
32 Erasmo da Rotterdam attuerà una ripresa del tema della μωρία, una ripresa molto sottile, le cui facce ho esaminato nella mia analisi indicata nella nota 6.
 
33 In merito a cattivi presagi, in argomento un mio studio: Dalle parole di Gesù Cristo a quelle di Pauline Harmange contenuto nella mia pubblicazione Prospettive rinnovate (2023). Dacché ho ritenuto il sistema di de Sade una forma di tanatolatria e il sadismo presente all’interno di una parte del Cristianesimo (fatti salvi tutti quelli che d’altro canto qualcosa di veramente buono hanno compiuto), è possibile concludere che in generale e sotto il profilo ideologico il Cristianesimo intero sia sorto quale religio tanatolatrica. Dal sacrificio di Gesù Cristo alla sua imitazione dei martiri successivi si nota una strutturale vocazione al suicidio in sintonia, ma più estremistica, con l’autodistruzione stoica. I cristiani originari potrebbero essere definiti, e non a torto, “stoici impazziti”. Allo scopo di approfondire l’argomento sul sadismo segnalo due miei lavori: quello indicato nella nota 10 e nel medesimo mio saggio che lo contiene l’altro intitolato La tanatolatria di de Sade.
 
34 Giudico interessante segnalare nell’ambito letterario la nostalgia di simile passato distopico all’inizio del ’900 in un autore di elevate capacità di scrittura, che accosto a Tertulliano e a Dante, quale fu Monsignor Robert Hugh Benson. E ciò nella dimostrazione di come sia stato alquanto lento il processo di ammodernamento della Chiesa cattolica, divenuto più rapido solo dalla seconda metà del XX secolo. Ho il piacere di invitare a leggere il romanzo bensoniano “Lord of the World”. E per i motivi di cui ho trattato nella mia monografia che gli ho dedicato, e della quale consiglio parimenti la lettura: L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017). Riguardo a un summum exemplum, la personalità e l’opera del cattolico Tommaso Moro, il quale μωρὸς διὰ Χριστόν si fece uccidere dai protestanti e fu teorico del Cattolicesimo totalitario nella sua “Utopia”, suggerisco la lettura di un altro mio lavoro: Cristianesimo razionale e nazional-socialismo in Thomas More nella mia opera menzionata nella nota 9.