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martedì 12 settembre 2023

OSCURANTISMO E IRRAZIONALISMO DEL CRISTIANESIMO IN TERTULLIANO – parte 3 di 4 (L’ANTISEMITISMO DELL’“ADVERSUS IUDAEOS”)

di DANILO CARUSO
 
Il testo che segue è un estratto del mio saggio “Oscurantismo e irrazionalismo del Cristianesimo in Tertulliano” pubblicato nel settembre del 2023 in formato cartaceo e in pdf (ebook), disponibile per intero online qua (possibile il download):
Nel blog è stato ripresentato in quattro sezioni tematiche, il link della parte successiva viene indicato in calce.
Prosegue da qui 

 
Un altro scritto di Tertulliano del suo periodo cattolico ortodosso, prodotto in funzione della polemica antigiudaica, è l’“Adversus Iudaeos”. Esso, quantunque pieno per gran parte di contenuti teologici e biblici cristiani che possono apparire noiosi, e anche insignificanti, giacché messi assieme alla volta dell’utilità propagandistica in un lontano diverso tempo, gioca invece il suo significativo ruolo nel porre le basi di quello che oggigiorno definiamo “antisemitismo”. Questo è sorto nella cultura occidentale nell’ambito religioso cristiano, nelle società cristianizzate è rimasto e si è sviluppato, ma da categoria di spregevole pensiero di religione a lungo andare si è così infiltrato nella mentalità diffusa al punto di poter godere di un’autonomia razzista: dall’Ebreo deicida si è passati a parallelamente assurda generalizzazione formale di etnia. L’animo del Giudeo sarebbe per Natura negativo nelle aberranti concezioni antisemitiche di stampo laico e pseudobiologico. Una simile inaccettabile assurdità ha generato la barbarie nazista, la quale ha tratto la sua linfa dal plurisecolare odio verso il popolo ebreo alimentato per troppo tempo e senza tregua dai cristiani. Costoro in pochissimi secoli sradicarono e cancellarono l’Antichità con le sue religioni pagane, la quale li aveva preceduti e aveva tenuta in piedi una Civiltà occidentale migliore di quella medievale che portarono loro. È facile perciò intuire che mira del Cristianesimo di una volta era quella di far scomparire l’Ebraismo, il quale rappresentava un compagno di via molto sgradito. Tertulliano nell’“Adversus Iudaeos” ci spiega che la religione giudaica è “scaduta”, dal momento della venuta del Messia. Dunque non possiede più una sua ragion d’essere al pari dei satanici culti pagani. Lui non lo dice apertamente in questo testo polemico, però la conclusione appare chiara: come nel mondo non c’è più spazio per il Paganesimo, non c’è più spazio per un ormai deviante Ebraismo. Quest’embrionale, abbozzato nell’ombra, concetto di una religione giudaica da “rimuovere” lo ritroveremo in Hegel, dagli scritti teologici giovanili in poi: l’Ebraismo il quale deve essere rimosso e rimpiazzato alla fine dal “positivo razionale” del Cristianesimo. La “scadenza” che Tertulliano ha appiccicato alla religione giudaica (negativo razionale) è stata l’incipit dell’emarginazione del popolo ebreo, preludio di forme persecutorie accanite quando i rapporti di forza saranno, da Teodosio in avanti, impari. La resistenza del martoriato popolo giudeo sarà per secoli eroica, al punto di suscitare l’ammirazione di Nietzsche20. L’autore di questo “Adversus Iudaeos” sostiene la Legge ebraica essere stato un passaggio storico pro tempore. Prima di essa v’era già una Legge naturale divina, di cui l’altra è stato un calco non destinato a durata indefinita bensì con “scadenza”. Questa è sopraggiunta con l’arrivo del Cristianesimo abolitore della precedente Legge, e migliore attuatore della Legge divina rivolta adesso col Vangelo a tutti senza distinzione etnica. Tertulliano in siffatti ragionamenti si rivela stoicizzante poiché recupera l’idea di un Logos (provvidenziale) accomunante ciascun essere umano21, al quale la nuova religione cristiana si propone di (ri)portare ognuno in funzione della (ri)scoperta salvifica secondo l’ottica teologica della Chiesa. L’autore dell’“Apologeticum” è fautore, come del resto l’intero sistema cattolico neonato, del superamento e della soppressione del vecchio quadro normativo giudaico. Egli s’impegna a dimostrare l’Ebraismo uscito fuori della historia salutis e le profezie sulla venuta del Messia già concretizzatesi nella figura dell’evangelico Gesù Cristo. Secondo me, quello di cui leggiamo nel Nuovo Testamento è ormai un personaggio piegato e adattato alla letteratura mitologica cristiana. Quest’operazione creativa evangelica ha fuso diverse componenti culturali religiose a essa coeve in uno spirito di larga sintesi. Tertulliano riprende le profezie veterotestamentarie sul Messia e il suo gioco di suggestioni non ha partita difficile nel trovare canali di collegamento in ambito neotestamentario. Egli o non capisce o non spiega che simili sintonie sono il risultato di proiezioni veterotestamentarie profetiche sopra gli scritti nuovi testi: chi li scriveva creava quegli agganci poi usati ribaltando weilianamente la frittata. Non c’è di che stupirsi che opere letterarie mitologiche posteriori narrino vicende di convalida di profezie anteriori. Io giudico i Vangeli elaborati pieni di spunti e sfaccettature mitologiche assortite22, elaborati in possesso di povero scheletro storico. Sono paragonabili a favole rivolte a un pubblico perlopiù ignorante. Tertulliano si spende non poco a spiegarci le profezie messianiche veterotestamentarie alla stessa guisa in cui si analizzano le profezie già ritenute avverate di Nostradamus: l’autore latino infatti introduce la “lettura simbolica”. E allora ha vinto la sua partita propagandistica: da un lato perché mediante le decriptazioni religiose simboliche e allegoriche si può affermare dogmaticamente tutto e il contrario di tutto, dall’altro perché mi pare che i testi neotestamentari fossero già stati predisposti alla volta di simili agganci. In generale il corretto modo di esaminare un simbolo è quello passante attraverso un’indagine psicanalitica inerente alla sua nascita, non quello che vi sovrappone una nuova superficiale vernice culturale. Le distorsioni dei cristiani nella lettura del “Tanak” ebraico e nella sua voltura in altre lingue sono state significative. Nei miei studi sui testi ebraici mi sono accorto di varie cose. Di come, ad esempio, nelle traduzioni siano scomparsi il demiurgico Dio venuto fuori dall’archè acqueo assieme alla materia, l’androgino originario poi diviso in due (da cui Adamo ed Eva separati), la mortalità del divino23. E Tertulliano, che già viveva quell’atmosfera mistificatoria, comunica la “scadenza” del Giudaismo! Io non so se in lui la fortissima inclinazione nevrotica impedisse una valutazione migliore su cosa fosse veramente il Cristianesimo delle origini (un deficit agevolato dalla mancanza di fonti informative ponderate), oppure se in lui ci sia uno strato di ipocrisia volto a celare e negare quanto fosse sconveniente al nuovo progetto religioso. Non è da escludere che per la testa gli passassero il desiderio e la volontà di consolidare il novello Cristianesimo a tutti i costi intellettuali giungendo ad avallare distorsioni e falsificazioni possibili. Nell’“Adversus Iudaeos” egli ci offre uno spunto di contestazione tra i più nevralgici. Lui cita Is 7,14 al fine di sostenere un punto di vista cristiano completamente fuori del valore semantico ebraico del caso. La partenogenesi mariana dogmatica avanzata dal Cristianesimo non trova una corrispondenza profetica in Is 7,14. In ebraico quel soggetto, indicato con «ha-almah», che metterà al mondo un bambino non reca con sé nel termine veterotestamentario adoperato (almah) il concetto di partenogenesi. “Almah” vuol dire: fanciulla-in-età-matrimoniale-e-pronta-alla-prima-gestazione. Is 7,14 ci comunica che il neonato di cui si sta parlando sarà figlio di: una ragazza che ha raggiunto la maturità sessuale ed è al primo suo figlio. Non c’entrano assolutamente niente il sovrapposto discorso della prodigiosa maternità e il successivo parto per compenetrazione di Maria (ci sono qua ben due ascientifici dogmi nella gestazione della Madonna estranei a Is 7,14, dove si puntualizza invece, alla luce dell’analisi semantica, che la madre di questo annunziato bambino non sarà né avanti negli anni né a un figlio aggiuntivo). Però Tertulliano e il Cristianesimo hanno usato una incipiente violenza cristiana contro il popolo giudaico a cominciare dal “Tanak”. L’autore latino era al corrente della giusta traduzione, tuttavia o per ignoranza o per nevrotica faccia tosta si rivolge così ai Giudei: «Mentiri audetis, quasi non virginem sed iuvenculam concepturam et parituram scriptura contineat». Lui sta spiegando agli Ebrei che costoro erano deficienti, che non si tratta in Is 7,14 di una iuvencula, bensì della «Virgo Mater». Una cosa del genere merita unicamente un aggettivo qualificativo: orwelliano. Che un simile accanimento sia passato dalla violenza intellettuale cristiana alla violenza materiale cristiana a danno dei giudei non mi stupisce. Il Cristianesimo preteodosiano non aveva un braccio armato di arma, ma quello armato di stilo era veramente una simbolica funesta prefigurazione. Tertulliano nella sua distorsione in questa circostanza poteva appoggiarsi sulla “Septuaginta” traducente «ha-almah» con «ἡ παρθένος». Questo sostantivo greco sfuma e rimuove il concetto ebraico insito in “almah” di “maturità sessuale”, il quale assieme alla sua radice ritorna nel corrispettivo maschile ebraico “elem” (giovinetto non più bambino). “Παρθένος” mette l’accento sulla purezza, castità della fanciulla, non sul suo essere in grado di procreare. “Almah” indica una ragazza giudaica sessualmente maturata. “Παρθένος” indica invece in greco antico una ragazza considerata esclusivamente nel suo stato di incontaminatezza sessuale. tale termine contribuisce, indebitamente, a proiettare su “almah” di Is 7,14 un significato teologico che l’ebraico non possiede. La partenogenesi di Maria madre di Gesù e il di lei parto per compenetrazione costituiscono invenzioni teologiche sessuofobiche cristiane. Il termine greco antico che i Settanta avrebbero dovuto correttamente adoperare nel volgere “almah” è “νεᾶνις”. “Νεανίας” rappresenta l’equivalente di “elem”. Tutto ciò dimostra l’exemplum di un rimodellamento del Giudaismo in vista dell’incontro filosofico con lo stoicismo, un rimodellamento già incominciato nella prima metà dell’Ellenismo. Non per niente questa traduzione alessandrina del “Tanak” non piacque all’Ebraismo ortodosso. Tertulliano nell’“Adversus Iudaeos” intende a modo suo e cristiano convalidare l’illogica tesi storica e teologica della “scadenza” del Giudaismo. Accusa apertamente gli Ebrei di essere rimasti ormai nell’errore. Gli imputa duritia cor per il fatto di inridere e respuere le interpretazioni veterotestamentarie dei cristiani, i quali hanno parlato adversus Iudaeos, ci dice Tertulliano, affinché questi non «in dubium deducant vel negent quae scripta proferimus». La (vuota) presunzione di superiorità tertullianea si mostra totalitaria: le cose che dicono i cristiani sarebbero «paria scripturis divinis». Tertulliano rimprovera a Israele di essersi allontanato dalla via della fides. E qua gioca un’altra carta propagandistica antisemitica a cui il “Tanak” prestò il fianco: le critiche dei profeti al popolo giudaico a proposito della sua infedeltà nei riguardi del proprio Dio. Si tratta di un espediente, nella parte conclusiva dell’“Adversus Iudaeos”, molto sinistro. Giacché Tertulliano afferma che la rovina d’Israele è stata profetizzata, e che si è avverata quando gli Ebrei hanno respinto e rinnegato il Messia cristiano, il quale tolsero di mezzo («interfecerunt») come fosse stato (ai suoi occhi) un delitto di lesa maestà: «ob impietatem». Il Tertulliano avvocato conosceva benissimo l’accezione giuridica della parola “impietas”, e v’è ragionevole motivo di ritenere che il suo utilizzo sia specifico nel quadro di una personale visione sociopolitica teocratica non ancora infiltratasi nelle stanze del potere statale romano. La Dei Gratia ha abbandonato, in questo schema tertullianeo e cristiano, la Domus Israelis, la quale è stata sostituita dal Templum spiritale id est Ecclesia dominica. La linea di pensiero antigiudaica tertullianea si è rivelata durevole, seguita e osservata ampiamente nella storia della Chiesa sino a metà Novecento. La liturgia per la celebrazione del Venerdì Santo cattolico contemplò sino all’era riformatrice di Papa Roncalli un brano molto discutibile, la cui origine risaliva al VI secolo. Il messale tridentino che lo girò alla modernità lo mantenne invariato sino alle modifiche del 1962. Esso recita: «Oremus et pro perfidis Judaeis ut Deus et Dominus noster auferat velamen de cordibus eorum; ut et ipsi agnoscant Jesum Christum, Dominum nostrum. Omnipotens sempiterne Deus, qui etiam judaicam perfidiam a tua misericordia non repellis: exaudi preces nostras, quas pro illius populi obcaecatione deferimus; ut, agnita veritatis tuae luce, quae Christus est, a suis tenebris eruantur». Il celebrente chiede ai fedeli di pregare per i perfidi Judaei il cui cuore è rimasto velato; la preghiera chiede che la misericordia divina, così grande da non tenere in conto la judaica perfidia, possa far sì che l’accecato popolo ebraico, di cui i cristiani si stanno preoccupando, escano dalle tenebre in seguito al riconoscimento della luminosa divina missione di Gesù Cristo. Pietre di scandalo agli sguardi più sensibili appariranno, oltre al riferimento alla volontaria cecità di Israele davanti alla luce del Messia a causa della ebraica mancata apertura di fede verso le profezie veterotestamentarie, le espressioni “perfidi Judaei” e “perfidia judaica”. Queste possiedono la loro diretta radice di significato nel pensiero religioso antisemitico di Tertulliano, il quale tuttavia non si esprime letteralmente ancora così. Che cosa vogliono dire l’aggettivo “perfidus” e il sostantivo “perfidia” in quel testo basso medievale? Denotano dei concetti che l’autore dell’“Adversus Iudaeos” ha esposto in questo suo non apprezzabile scritto: gli Ebrei sono traditori-della-fede (perfidi), sono colpevoli di tradimento (perfidia). “Perfidus” e “perfidia” sono parole latine derivate dall’unione di per e fides. Per (prefisso) indica qui l’idea di deviazione (come nel caso di periurus). Fides (dalla cui radice la parte del tema) è fede (fiducia), e nel nostro contesto cristiano l’accezione è religiosa. Tertulliano ce l’ha detto chiaro e tondo: «A […] fide Israel excidit [è uscito perdendosi]». Egli non adopera i termini che sto esaminando, ma ne formula i concetti, i significati, su cui la Patristica a lui posteriore del IV secolo imporrà quelle parole, “perfidi” e “perfidia”, a denotare quella qualità e quella sostanza di marca teologica testé spiegate. Nei Padri della Chiesa eresia, apostasia, devianza dottrinale appunto, erano denotati col termine “perfidia”, il quale assunse ulteriormente in quest’ambito teologico il valore semantico di ostinazione (nell’errore, nella devianza riguardo alla fede). Sino all’epoca di Pio XII si intendeva pregare per i traditori Giudei, responsabili del giudaico tradimento. Lo schietto significato, teologico, di quelle espressioni è questo. Al di là di questa valenza delle parole “perfidus” (in senso lato, chi-devia-dall’affidamento) e “perfidia” (parimenti in generale, l’azione-di-deviazione-dall’affidamento) nel loro contesto d’uso cristiano denotante gli Ebrei, il loro uso popolare (a forza di sentirseli ripetere negli insegnamenti e nella liturgia) spinse “perfidus” e “perfidia”, accanto al loro binario semantico teologico, a spostarsi in direzione di una laicizzazione, di una naturalizzazione. La massa occidentale bombardata tra l’altro da propaganda religiosa antigiudaica finì col pensare che questi Ebrei (ingiustamente bersagliati), “perfidi”, fossero malvagi per Natura, ossia creature fisiologicamente inaffidabili e nocive. Dalla degradazione teologica è sorto l’antisemitismo nella forma del razzismo biologico tragicamente culminato nel nazismo. L’antisemitismo possiede ormai due facce, però la moneta è una sola, e l’ha coniata il Cristianesimo all’epoca della sua nascita. La parallela folle idea di un antisemitismo biologico fu formulata nella cattolicissima Spagna del Cinquecento allorché il tradizionale ceto sociale dominante cristiano ebbe motivo di temere l’ascesa del nuovo ceto provenuto dalle recenti non libere conversioni di Ebrei e islamici rimasti sul suolo iberico. Venne concessa la possibilità a enti richiedenti di poter attuare delle discriminazioni sulla semplice base dell’origine etnica. Fu sostenuto che i Giudei fossero geneticamente malvagi, allora si parlava di sangue e di trasmissione di caratteri spirituali. La natura dell’Ebreo rimaneva, secondo questi altri psicopatici teorici, costantemente tendente al male. E poiché era chiaro che ciò sostenendo, si minava il potere salvifico del sacramento battesimale per chiunque, ne venne fuori un confronto teologico aspro fra protonazisti e tradizionalisti antigiudaici aperti alle conversioni. Infatti los estatutos de limpieza de sangre non divennero uno strumento universale dello Stato spagnolo, ma vennero adoperati con non indifferente diffusione laddove si teneva a escludere il paventato pericolo di un contagio soprattutto giudaico delle istituzioni a rischio di cadere in balia di impuri per Natura nuovi cristiani convertiti. Questa patente di sanità socioreligiosa, che certificava la presenza di sangue incontaminato proveniente da lunghe genealogie di cattolici, tranquillizzava alcuni e gli dava la sicurezza che il virus ebraico non gli avrebbe tolto di mano il timone nella società. Los estatutos de limpieza de sangre furono abrogati in Spagna verso la fine dell’Ottocento, e divennero prima nel periodo dell’auge coloniale un criterio razziale generale ossessivo nell’America latina, dove l’ideologia suprematista bianca incalzava nevroticamente i discendenti dei coloni. In Europa i Giudei colpiti dagli effetti de los estatutos de limpieza erano costretti a indossare il sambenito, lontano antenato dei mortificanti contrassegni sull’abbigliamento pretesi dai nazisti sopra le categorie umane da questi ritenute nocive alla società. L’Inquisizione spagnola trovò congeniale tale nuovo razzismo biologico e si accanì sui “falsi convertiti” (per convenienza). I gesuiti invece rimasero fedeli allo schema antiebraico tertullianeo scevro di aperti razziali richiami pseudobiologici. Per i fautori di simile lasciapassare sociale, che apriva le porte di importanti stanze, il popolo ebreo era stato traditore della fede giacché il tradimento era nel suo sangue, i caratteri morali si ereditavano a prescindere dal battesimo, e i Giudei in quanto tali sarebbero dovuti essere estromessi dai centri dirigenziali ed emarginati; nel frattempo Ebrei convertiti furono condannati a morte (marranos). Se rammentiamo pure i quemadores dell’Inquisizione spagnola, possiamo completare il quadro delle analogie naziste. El estatuto de limpieza de sangre appare il precursore della certificazione di appartenenza alla razza ariana previsto dai tragici regimi razzisti novecenteschi. Si tratta sempre di antisemitismo, la faccia della medaglia costituisce un dettaglio, il bersaglio additato è sempre quello inventato dal Cristianesimo originario: gli Ebrei traditori e malvagi. L’antisemitismo in tutte le sue forme si rivela un prodotto o un derivato della religione cristiana. L’antigiudaismo tertullianeo ha attraversato i secoli. “Adversus Iudaeos” è il titolo di un’opera di Agostino d’Ippona24. Nell’inferno dantesco la sezione più profonda viene riservata ai peggiori traditori: si chiama Giudecca, con esplicito richiamo ai pregiudizi cattolici antisemiti, là stanno i Giudei traditori25. Dall’antisemita Lutero in poi l’antigiudaismo cristiano fu liberato da una cappa istituzionale rigida e poté, malauguratamente, in maggiore libertà evolversi alla volta della sua forma pseudoscientifica non religiosa. L’Ottocento in Germania contribuì a creare, in negativo, il mito (nero) della purezza tedesca e l’ideologia pangermanica. Fichte sostiene un inquietante primato storico e spirituale del popolo tedesco nei confronti del resto dell’umanità. Egli, suggestionato da un lato dalla dottrina veterotestamentaria di un popolo (in senso etnico) divinamente eletto e dall’altro dalle filosofie del linguaggio di Herder e del “Cratilo” platonico, afferma che i Germanici mitteleuropei siano rimasti un gruppo storicamente non contaminato per parecchi secoli da fattori esterni. Il fondatore dell’idealismo moderno identifica nella lingua nazionale l’elemento discriminante, scartando in ciò il peso del sangue e del territorio. L’uso della lingua dei Tedeschi, secondo Fichte, non è stato troncato e innestato dal latino (come ad esempio nel caso dei Galli). Tale privilegio di continuità concederebbe al popolo germanico migliore e maggiore vicinanza all’origine linguistica umana, e in un’ottica platonica la prossimità a quanto ci sia di più autentico nella realtà. Fichte proclama i Tedeschi portavoce dell’Assoluto, attraverso di loro passerebbe la palingenesi dell’umanità, rimasta zavorrata in materiali interessi individuali. È il popolo, in quanto entità spirituale, il vero motore mondano della vita. L’individuo vive in esso e non per sé. E al popolo germanico spetterebbe il compito di correggere tutte le altre genti sparse nel mondo. Ebrei compresi, cui Fichte rivolge la sua particolare antipatia in “Contributi per rettificare i giudizi del pubblico sulla Rivoluzione francese”. Qui egli afferma che, ovunque siano nel continente europeo, costoro costituiscono un corpus misantropico dentro ogni società statale. Li etichetta quali mercanti pericolosi per il prossimo nella loro brama di acquisizione, astiosi con gli altri popoli in cui vedono i figli di coloro che li dispersero nel mondo, fanatici adoratori di un Dio in comune con la Cristianità che loro pretendono di tenere in esclusiva. Il filosofo tedesco esterna la sua preoccupazione che la piovra giudaica, uno Stato dentro lo Stato dice lui, possa mandare in rovina l’ordine delle società cristiane europee. Perciò, a suo sconcertante avviso, non va dato assolutamente spazio ai rappresentanti del popolo ebraico sparsi nei vari consorzi sociali, perché i Giudei userebbero il loro potere per sopraffare gli altri. Fichte è sgradevolmente chiaro: a questa gente non va concessa la cittadinanza dello Stato in cui vivono (sic!). Si tratta in tale suo parlare di pregiudizi accolti con irresponsabile tranquillità e promossi da un filosofo in luogo di una analisi da parte di costui obiettiva che ne rintracci le cause storiche e ideologiche. Il filosofo tedesco appare inoltre contraddittorio e ipocrita nel suo dire qua. Non vuol passare per intollerante e condanna tutte le forme di persecuzione religiosa, e al contempo lamenta che ci sia un’eccessiva inaccettabile tolleranza verso i Giudei, a cui vorrebbe mozzare il capo per sostituirlo con una testa non giudaica, se non anche trasferirli in massa in Palestina (come ebbe a suggerire Lutero a suo tempo). Fichte riporta un topos antisemita luterano ricordando che gli Ebrei sarebbero soggetti ingannevoli, cioè malvagi e perfidi, e si vanta, pur disprezzandoli manifestamente, di averne protetto qualcuno a suo rischio (sic!). Il fondatore dell’idealismo moderno sottolinea l’importanza che rivestono per lui la religione e la figura di Gesù Cristo, delle quali indubbiamente risente il condizionamento. A conclusione di questa sua specifica non condivisibile parte di opera in cui ha affrontato simili temi (in guisa così sgraziata e priva di riflessione autentica) il filosofo tedesco sfida il suo lettore, dopo essersi dichiarato non avvelenato nell’animo, a confutarlo coi fatti. Ebbene, caro Fichte, la Storia ha dimostrato infausto tutto il tuo ragionamento, alla luce, non soltanto, dei tragici fatti relativi all’Olocausto. Senza così sinistre sponde l’antigiudaismo sarebbe rimbalzato di meno in avanti nella Storia. Fichte nel suo porre l’accento della primazia tedesca sulla lingua compie una valorizzazione di Lutero e della Riforma protestante poiché il popolo germanico è stato liberato dalla “Bibbia” in latino e ne ha avuta in mano una in tedesco. Nella visione fichtiana tale passaggio rappresenta un motivo di vanto. Più avanti quando Nietzsche opererà una voltura concettuale del Cristianesimo luterano in una filosofia laica e pseudobiologica26 recupererà altresì due categorie che si rivelano significative: l’antisemitismo luterano (e cristiano-tertullianeo in genere) e la componente dionisiaca presente nella figura evangelica del Messia27. Fichte ha reso i tedeschi il nuovo popolo eletto, e ciò si è venuto a contrapporre alle parallele vecchie pretese di Ebraismo e Cristianesimo. Il razzismo nietzschiano, di marca pseudobiologica, celebrante gli ariani, nel suo rigetto delle religioni, ha individuato nell’Ebraismo il suo contrapposto principale in senso etnico. Quest’aspetto del pensiero di Nietzsche, a mio avviso, nei generali recupero e rielaborazione di mattoni luterani, dimostra che pure l’antisemitismo nel quadro nietzschiano non sia nient’altro che un congeniale ritorno (in quella non condivisibile ottica ovviamente), dell’antigiudaismo canonico cristiano però liberato della faccia religiosa della medaglia di cui ho detto. Il razzismo di Gobineau, dal mio punto di vista, rappresentò un supporto esterno, accidentale, non necessario alla sfera tedesca ottocentesca e novecentesca, la quale possedeva già da sé una qualificata, purtroppo, cremeria filosofica di discriminatori (Kant, Fichte, Schelling, Hegel, Schopenhauer, Marx, Nietzsche, Weininger, Heidegger). Da Nietzsche in poi il feroce antisemitismo di Lutero (il quale fu a danno dei perfidi Giudei un istigatore all’emarginazione sociale, agli espropri, ai lavori forzati, alla violenza) rivive soltanto nelle forme degenerate del rovescio della medaglia antisemita cristiana, il lato de los estatutos de limpieza de sangre, i quali ritroveremo separati da una cornice teologica e inseriti in uno schema razzistico pseudobiologico nella deprecabile esperienza nazista. Fu Fichte stesso a creare le condizioni del passaggio dell’antisemitismo luterano, durante l’incrocio di questo con idee romantiche tedesche accostabili alle di costui di sopra, alla volta di una di esso incisiva ripresa in ambito sociopolitico. “Lingua+Lutero+antigiudaismo”, un trinomio di spunti ideologici torbidi; al punto tale che il primato linguistico ha lasciato il passo in era positivistica a un fattore principe, quello del sangue, de la limpieza de sangre. Un altro dettaglio da non trascurare a proposito di Nietzsche e Tertulliano è che l’esaltazione del “dionisiaco” del primo a scapito dell’“apollineo” non fa altro che riproporre il modello tertullianeo irrazionalista il quale rifiuta la filosofia e il pensiero razionalizzanti per privilegiare pulsioni di “dionisiaco (cristiano)” vitalismo cieco e scriteriato. Non si rivela peregrino che nei “Discorsi alla nazione tedesca” Fichte dica che chi appartiene al popolo eletto tedesco, diretto luminoso raggio della vita universale la quale marcia sempre in atto, debba mostrare disponibilità all’estremo sacrificio per il bene del popolo. Sembra un discorso alquanto pazzesco che sa di martirio cristiano, allora permeato di irrazionale slancio suicida dionisiaco, che ritroveremo nell’ideologia filofichtiana e nietzschiana nazista (dulce et decorum est pro patria mori). Dentro il nazismo sono finite molte ombre del passato, e tutte risalenti alle origini del cristianesimo. È possibile ricostruire, come si vede, i percorsi e trovare cause prossime e cause remote in un ponderato obiettivo esame. La linea di pensiero dell’antisemitismo tedesco è questa: Tertulliano-Agostino d’Ippona-Lutero-Fichte-Nietzsche-Hitler. L’antisemitismo luterano laicizzandosi fu filtrato e assorbito dalla suddetta apologia delle genti tedesche, la quale trovò il suo perfetto interprete (potremmo definirlo in negativo senso lato un “profeta”) in Nietzsche. L’idea che è venuta fuori da questo processo è quella di una Germania salvatrice dell’Umanità dalla piovra ebraica: idea molto malsana che infiniti addusse lutti. Nietzsche non è un precursore del nazismo, furono i nazisti a essere prosecutori nietzschiani. Di questa sciagurata ideologia di esaltazione germanica antisemitica Nietzsche rappresentò una specie di profeta veterotestamentario, mentre, proseguendo il paragone, il messia neotestamentario fu Adolf Hitler e il “Mein kampf” risultò essere una sorta di vangelo. Pio XI, pur potendo far cancellare i due discussi termini “perfidi” e “perfidia” dalla liturgia cattolica, preferì accontentare l’ala antigiudaica della Chiesa e lasciare il di essa razzismo spiritualista a danno degli Ebrei intatto. Cercò soltanto, senza successo perché morì, di attaccare il razzismo biologico nazista. Papa Ratti vide il bicchiere mezzo vuoto a differenza del suo successore. La Germania nazista sedicente grande salvatrice dell’Umanità dalla piovra giudaica grazie alla sua dottrina razzistica biologica costituiva una seria avversaria della Chiesa, sedicente grande salvatrice dell’Umanità dalla piovra giudaica grazie alla sua dottrina razzistica spiritualistica. Se la Chiesa non apprezzava il razzismo biologico antisemita nazista in quanto non spiritualista, ebbe un giudizio più morbido su quello italiano emerso disgraziatamente alla ribalta alla fine degli anni ’30, a proposito del quale anzi a tratti in alcuni suoi quotati rappresentanti espresse particolare simpatia. Pio XI aveva disposto un’enciclica dove si attaccava il nazismo e la sua ideologia razzistica antigiudaica. La sua morte nel ’39 fermò l’imminente pubblicazione, e Papa Pacelli subentratogli la sospese del tutto ritenendola inopportuna. Dal punto di vista tertullianeo di quest’ultimo il bicchiere era mezzo pieno: alla Chiesa, tutto sommato, gli effetti di privazione delle libertà a scapito dei Giudei negli anni Trenta e Quaranta risultavano graditi in ossequio al proprio tradizionale antiebraismo cristiano, poiché i traditori della fede avevano guadagnato le loro punizione divina e rovina storica (a prescindere dalla strumentalità contingente). Pio XII è stato sconcertante nella sua assente esternazione pubblica di una protesta contro le legislazioni razziali e le persecuzioni antisemitiche della prima metà del ’900. Lo storico statunitense di origine ebraica Daniel Goldhagen ci rammenta due significativi episodi circa l’acquiescenza ecclesiastica alle leggi antisemite laddove emanate. Nell’estate del ’41 l’ambasciatore della Repubblica di Vichy presso il Vaticano chiese alla sede pontificia un parere di conformità sulla legislazione antigiudaica varata dal suo Stato fantoccio nazista francese. La risposta fu così positiva ed entusiasmante (i Giudei, a detta del suo interlocutore ecclesiastico, meritavano l’emarginazione affinché non nuocessero agli altri) che la collaborazionista Repubblica di Vichy rese ufficialmente nota l’approvazione: da Roma non pervenne nessuna smentita. Dalla sede pontificia, addirittura, motivata da visibile quasi integrale approvazione nei confronti di quelle aberranti norme, pervenne nel ’43 al governo presieduto dal generale Badoglio la sollecitazione a mantenere attive tutte le limitazioni a carico degli Ebrei, apprezzate dalla Chiesa, previste dalle giustamente abrogande leggi razziali fasciste dopo l’armistizio, con l’esclusione dei Giudei aderenti al Cattolicesimo. A fungere da portavoce il gesuita Padre Pietro Tacchi Venturi (un amico di Mussolini) presso l’allora ministro per gli affari interni. La deprecabile legislazione discriminatoria e razzista emanata dal fascismo nel periodo 1937-38 fu abrogata dallo Stato italiano a partire dal ’44 attraverso numerosi provvedimenti, però durante la guerra era proseguita infaustamente nei territori della RSI. Con il Concilio Vaticano II (1962-65) la Chiesa ha cambiato di 180° la sua pregressa posizione tertullianea riguardo al Giudaismo.
 
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NOTE
 
20 Sul pensiero nietzschiano esiste un mio lavoro analitico dentro al mio saggio di nota 10, intitolato Leopardi e Nietzsche: i profeti del male?.
 
21 In vista di un approfondimento si veda nella mia opera Prospettive rinnovate (2023) il mio studio Dall’inno stoico a Zeus di Cleante alla fondazione del Cristianesimo.
 
22 Vedansi: la mia analisi indicata nella nota 1, e l’altra recante il titolo Iside e Osiride, Cristo e la Madonna all’interno della mia pubblicazione Note di studio (2016).
[2.3 di questo testo]
 
23 Approfondimenti possibili mediante miei lavori in miei saggi: Radici egizie in Ermeneutica religiosa weiliana (2013); L’acqua e il dio biblico in Teologia analitica (2020); lo studio menzionato nella nota 7.
 
24 Riguardo a un approfondimento su questo testo agostiniano si veda l’indicazione di nota 9.
 
25 Vedasi nota 12.
 
26 Si veda la nota 20.
 
27 Al fine di approfondire si veda il mio studio segnalato nella nota 1.