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sabato 13 luglio 2013

CONSIDERAZIONI SUL WERTHER GOETHIANO

di DANILO CARUSO

“I dolori del giovane Werther” è tra le opere più famose di sempre, un capolavoro del protoromanticismo tedesco che in seguito ispirò la creazione del foscoliano Ortis, dilatando in maniera universale la tipologia del personaggio: Werther da solo sarebbe bastato, però concretamente da Foscolo è stata dimostrata questa sua universalità. Si tratta di un romanzo epistolare (modello ricalcato ne “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”) in cui il protagonista attraversa l’esperienza non positiva e non fortunata del suo innamoramento verso Carlotta (una ragazza ormai destinata a un altro). Come già sottolineato dalla critica, il testo contiene motivi autobiografici di Goethe, che non saranno qui da me menzionati. Due sono i fili conduttori: aspetti di archeologia letteraria goethiana, cioè tracce fossili di letture (altri autori passati rievocati per mezzo di loro immagini), e un’analisi psicologica del tipo wertheriano. Tuttavia la prima cosa che sollecitò la mia attenzione quando lessi il libro aveva la caratteristica di un simpatico ante litteram: all’inizio della lettera datata 6 luglio 1771 Werther dice di Carlotta che «in ogni luogo mitiga la sofferenza e porta gioia». Questo passaggio rievocò alla mia mente la figura storica di Eva Peron, non solo per la qualità dell’affermazione, ma anche perché quelle parole riecheggiano alcune di Evita durante il Cabildo abierto del justicialismo di Buenos Aires il 22 agosto 1951 allorché ella attaccò ancora una volta la borghesia argentina non progressista: «A ellos les duele que Eva Perón se haya dedicado al pueblo argentino; a ellos les duele que Eva Perón, en lugar de dedicarse a fiestas oligárquicas, haya dedicado las horas, las noches y los días a mitigar dolores y restañar heridas». Echi saffici compaiono nell’epistola del 13 luglio. Chi ha letto i frammenti della decima musa non può non riscoprire i versi del frammento 31 (edizione Voigt, 1971) – a sua volta ripresi da Catullo per il carme 51 – in questi brani: «Un brivido mi corre nelle vene, quando per caso le mie mani sfiorano le sue, quando sotto tavola i nostri piedi si toccano. Mi ritraggo come dal fuoco, mentre una spinta segreta mi spinge di nuovo avanti; ed una vertigine prende tutti i miei sensi… Ella mi è sacra. Ogni volontà dinnanzi a lei si tace. Non posso riferirti quello che accade in me quando mi è vicina: mi sembra che tutta l’anima si riversi nei miei nervi… Il profondo turbamento dell’anima mia si disperde, e respiro di nuovo più liberamente». Nella lettera successiva del 13 luglio la radice del brano d’apertura è platonica e richiama la figurazione del mito della caverna in senso opposto: «O Guglielmo, la nostra anima che cosa diverrebbe senza l’amore? Simile ad una lanterna magica senza la luce. Appena si mette la piccola lampada, ecco le immagini più varie appaiono sulla parete bianca. E nonostante siano fantasmi fuggenti, essi rendono ugualmente felici, quando sostiamo davanti ad esse, simili ad innocenti fanciulli, estasiati dalle meravigliose apparizioni». La rappresentazione di un motivo catulliano (dal carme 8, risalta il v. 2: «quod vides perisse, perditum ducas») si presenta, con la voglia di ribaltarlo, il 30 luglio: «Mi adiro e irrido alla mia miseria, ma irriderei di più chi mi dicesse che è necessario rassegnarsi perché le cose non possono ormai avere uno svolgimento diverso». E il contrasto al carme 8 continua ancora il 30 agosto: «Infelice! Non sei un pazzo? Non inganni te stesso? Che significa questa furente e sconfinata passione? Non ho più preghiere se non per lei: alla mia immaginazione non si presenta altra visione che la sua, ogni manifestazione del mondo non la considero se non in rapporto con lei. Mi procuro così molte ore felici, finché non devo strapparmi da questa visione. Ah, Guglielmo, dove mi sospingerà il mio cuore? Quando siedo con lei due o tre ore; e mi sono riempito del suo aspetto, dei suoi movimenti, delle sue celesti parole, pian piano i miei sensi si esaltano, gli occhi mi si velano, ascolto con sforzo, mi sembra d’essere stretto alla gola da una mano omicida, e il mio cuore, con i suoi tonfi affrettati, cercando sollievo ai miei sensi oppressi, non fa che aumentare il loro scatenarsi». Gli effetti sono paragonabili a quelli provocati da Lesbia. L’epistola del 12 settembre 1772 combina due ordini di immagini: agli ammiratori di Catullo non sfuggono gli echi del carme 2 congiunti a quelli di “The flea” di Donne: fusi assieme fanno del canarino un passero di Lesbia elevato a canale di collegamento come la pulce di Donne: «Carlotta è mancata qualche giorno per essere andata a prendere Alberto. Oggi sono entrato nella sua stanza; ella mi si è fatta incontro ed io con gran gioia le ho sfiorato la mano con un bacio. Un canarino ha preso il volo dallo specchio alla mia spalla. facendoselo venire sulla mano ha detto. “Ecco un nuovo amico; è per i miei piccoli. Ammiri come è grazioso. Se gli offro del pane, muove l’ala e becca dolcemente; guardi, mi bacia, anche!”. Quando il piccolo animale fu vicino alla sua bocca, e le premette con tanto amore le dolci labbra, come se avesse potuto valutare la beatitudine di cui godeva: “Deve dare un bacio anche a lei”, diss’ella offrendomi l’animaletto; il piccolo becco andò dalle sue labbra alle mie, e le beccate erano simili ad un alito, ad una promessa di voluttà amorosa. Dissi allora: “Il suo bacio è interessato; cerca il cibo, rimanendo insoddisfatto dopo una vana carezza”. “Prende anche il cibo dalle labbra”, aggiunse Carlotta. Gli porse allora qualche mollica di pane con la bocca, sulla quale traspariva la felicità di un puro amore. Io volsi lo sguardo altrove; ella non doveva far così; non avrebbe dovuto eccitare la mia fantasia con queste visioni di purezza e di felicità; non avrebbe dovuto scuotere l’animo mio dal torpore in cui spesso lo adagia la superficialità del vivere! E perché no? Ella sa con quale intensità l’ami, ed ha quindi fiducia in me». Quest’indagine sulla serie dei fossili – naturalmente non esaustiva – termina alle ultime pagine del romanzo, laddove Werther e Carlotta rispecchiano Paolo e Francesca del V canto dell’Inferno dantesco: il loro svago di lettura ricalca la dinamica di Dante culminando con Werther che «baciò appassionatamente la sua [di Carlotta] bocca tremante» (vedasi il v. 136 del V dell’Inferno). Tutti questi rinvenimenti di archeologia letteraria ci fanno vedere abbozzato lo spettro creativo goethiano, che attinge dai suoi predecessori allo scopo di fare produzione originale nella sua nuova sintesi, la quale non è dunque plagio artistico (tutt’altra cosa, pertinente all’incapacità intellettuale di costruire un edificio di concetti, che incastri pure delle idee altrui, comunque avente un autonomo progetto – più o meno originale – nel pensiero del suo autore). Il secondo tratto d’analisi delle considerazioni iniziate si rivolge al profilo interiore di Werther, scandagliato secondo uno stile psicoanalitico, conseguenza di cui non è la bocciatura di Goethe o della sua creazione letteraria, bensì proprio di Werther stesso preso come individuo. Poiché il suo agire, in apparenza contenuto sino al finale della storia, è del tutto animato dal disordine del suo animo per niente riflessivo o razionale. Oserei definirlo stupido se non fosse per il fatto che finisca in tragedia. Werther non è una persona nel pieno possesso dell’equilibrio mentale, si fa intrappolare da un disturbo ossessivo che ha per oggetto Carlotta, e non potendo ottenere l’appagamento non trova via migliore che l’autodistruzione. Il mondo è pieno di donne e lui ne eleva una impegnata a materia di nevrosi, lanciando la nefasta moda romantica del suicidio amoroso. Non che egli celi le sue velleità e i suoi ideali, il 20 luglio 1771 dice: «Tutto il mondo si dissolve nel nulla, ed un uomo, che per volontà altrui, ma senza un intimo interesse o un sogno ricerchi affannosamente denaro, onori od altro, sarà sempre un pazzo». E il 26 successivo – sembrando perfino un po’ ridicolo – aggiunge: «Mia cara Carlotta, ben volentieri mi occuperò di ogni vostra cosa e dei vostri desideri. Datemi un sempre maggior numero di commissioni. Vi chiedo una sola cosa: non mettete più sabbia nelle lettere che mi scrivete. Quella di oggi, dopo averla avvicinata alle labbra rapidamente, ha fatto in modo che i miei denti scricchiolassero». L’8 gennaio 1772 ha un lampo di pragmatismo machiavellico nella comprensione del mondo: «Quanti re si lasciano governare dai loro ministri, e quanti ministri dai segretari! E allora chi è il primo? Mi pare chi sa comprendere gli altri, chi ha abbastanza forza o astuzia da aggiogare le loro passioni alle realizzazioni dei suoi propri scopi». Ciò nonostante resta lontano da una qualsiasi matura riflessione sulle cose e sul senso della vita, cosa che sarà causa della sua definitiva involuzione, come da lui stesso affermato (16 giugno 1772): «Io sono solo un pellegrino sulla terra; voi siete di meglio?». Quando l’uomo pone il suo attuale baricentro fuori della sua realtà prossima ha fallito la sua ragion d’essere: egli è quello che è, in base al suo statuto ontologico, nel suo qui e nel suo ora (hic et nunc). La fuga dal mondo è indice di una scorretta posizione delle questioni: i problemi dell’esistenza e di questa dimensione quotidiana non sono di natura metafisica. La loro soluzione va ricercata qua, non dopo, non oltre. E con un solo linguaggio, quello che Dio ha dato all’uomo della ragione: unico, universale, al cui tavolo tutti possono sedere. Werther si perde sciogliendosi nell’infinito, con un atteggiamento egoistico, come se identificasse sé e i suoi desideri con la dialettica dell’Assoluto da soddisfare necessariamente. Trascura l’altruismo e l’interesse verso una società più giusta, nel momento in cui la Rivoluzione francese si avvicinava e il Romanticismo – che lui incarnava in embrione – avrebbe risvegliato le ambizioni di indipendenza nazionale e di libertà (che Jacopo Ortis dal canto suo non mise da parte). Alter ego wertheriano al femminile è Madame Bovary. Nella diversità di contesto in cui si svolgono le loro vicende, il DNA concettuale è lo stesso: lo scollegamento dalla realtà. Lei, come Wether, vive immersa in un personale universo fantastico costellato di illusorie proiezioni narcisistiche che crollano a causa dell’urto con la dialettica mondana. Wether è il primo titano romantico che inaugura una serie, Emma rappresenta l’ultima donna del Romanticismo che ha preso coscienza dell’enorme difficoltà di tradurre in atto i vagheggiamenti già prima della fine: il suicidio del personaggio goethiano è una decisione impulsiva e inevitabile nella chiusura della sua parabola; Emma, invece, si trascina con evidente disagio verso l’ineluttabile sorte che l’accomuna a Jacopo e a Wether. Da Goethe e Flaubert si sviluppa un tipo psicologico che negli estremi (Wether-Emma) circoscrive la storia di aspetti del pensiero romantico dalla sua nascita al tramonto.

I brani de “I dolori del giovane Werther” sono stati tratti da un’edizione tascabile economica Newton del 1993.