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venerdì 26 luglio 2013

IL GIUSTIZIALISMO PERONISTA

di DANILO CARUSO


indice 
1.1. L’IDEOLOGIA DELLA TERCERA POSICIÓN
1.2. LA FONDAZIONE “EVA PERÓN”
2.1. CANTI DEL GIUSTIZIALISMO: “EVITA CAPITANA” E “LA MARCIA PERONISTA” 
2.2. “A PRANZO CON EVITA”, CANZONE DEL QUARTETTO CETRA

 

1.1. L’IDEOLOGIA DELLA TERCERA POSICIÓN


Donde existe una necesidad nace un derecho

EVA PERÓN
 


Il justicialismo è un sistema di pensiero politico formatosi in Argentina negli anni ’40 a opera del generale Juan Domingo Perón (1895-1974): quand’era ancora colonnello era stato in Italia ed era rimasto colpito dagli esperimenti e dalla dottrina sociale fascisti. Il golpe militare del 1943 sostenuto da ufficiali progressisti, di cui lui faceva parte, destituì un governo argentino che era controllato dall’oligarchia conservatrice borghese che controllava il paese attraverso i grandi latifondi e le grandi imprese, e che lo aveva posto alla mercé del capitale inglese e americano. Perón (che qualcuno pensò fosse diventato comunista), avendo avuto nel nuovo regime la responsabilità delle politiche del lavoro, avviò una serie di significative misure, in collaborazione con l’altro colonnello Mercante (figura considerevole del primo peronismo), a difesa della classe lavoratrice: creazione dei tribunali del lavoro, stipula di contratti collettivi di lavoro, aumenti salariali, indennità di licenziamento, statuti del bracciante agricolo e del giornalista, regolamentazioni delle associazioni professionali, unificazione del sistema di previdenza sociale, pensioni, creazione dell’ospedale per i ferroviari, scuole tecniche per operai, proibizione di agenzie di collocamento private. Le condizioni della classe operaia e bracciantile argentina cambiarono a tal punto che a causa della sua popolarità il governo allarmato lo fece arrestare nell’ottobre del ’45 (allora era vicepresidente della repubblica, ministro della difesa, segretario al lavoro). La colossale mobilitazione di popolo promossa dai sindacati peronisti costrinse la dittatura a rimettere in libertà Perón e a garantire libere elezioni. Una marea di Argentini davanti alla Casa rosada in Plaza de mayo a Buenos Aires gridava a ripetizione: «Queremos a Perón!!!». Il quale il 17 ottobre (celebrato nel peronismo come el día de la lealtad) parlò dal balcone del palazzo presidenziale rassicurando tutti. Le elezioni si tennero nel febbraio del ’46 (il sistema amministrativo argentino ricalca quello statunitense): a suffragio maschile vinse Perón, senza brogli e senza raccogliere una maggioranza bulgara, per circa 1.500.000 voti contro 1.200.000. Aveva avuto contro uno schieramento di partiti che andava dalla sinistra alla destra, sostenuto dagli USA e dagli Inglesi che perderanno il controllo economico e politico dell’Argentina. Durante il governo peronista, accanto al quale fu Evita (1919-1952), moglie del presidente e infaticabile portabandiera degli umili e dei diseredati (abanderada de los humildes), il paese fu modernizzato sotto tutti i punti di vista. Perón attuò un programma che diede tanti risultati: nazionalizzazioni di servizi pubblici (ferrovia, telefonia, servizi del gas, etc.) e gestione statale del commercio estero in modo da liberarsi da condizionamenti stranieri; nazionalizzazione della banca nazionale e divieto di esportare i capitali per difendere lo sviluppo economico interno; case, infrastrutture (reti idriche e fognarie, etc.); politiche sanitarie (assistenza gratuita, aumento dei posti letto, campagne mediche contro malattie); diminuzione della mortalità infantile e innalzamento del periodo medio di vita; comparsa della televisione (Televisión Radio Belgrano, oggi Canal 7); gratuità dell’istruzione, abolizione delle tasse universitarie, creazione dell’Università operaia, aumento del tasso di scolarizzazione; aumenti salariali, partecipazione agli utili d’impresa da parte dei lavoratori, periodi di vacanza per le loro famiglie a carico dello Stato; riforma agraria; politiche contro la disoccupazione; pensioni; etc.
Unitamente, la FUNDACIÓN EVA PERÓN, da Evita stessa diretta, operò meritevolmente su vasta scala per sollevare gli indigenti dal bisogno producendo molto: costruzione di ospedali, asili, scuole, colonie di vacanza, abitazioni, strutture di accoglienza per bambini, donne nubili, impiegate, anziani; promozione della donna, scuole per infermiere; borse di studio, sport per i giovani; aiuti alle famiglie più povere; etc.
Alcuni ne parlano come una macchina clientelare: perché aiutare il prossimo deve diventare clientelismo? E poi quale clientelismo nell’aiutare pure popolazioni estere sudamericane colpite da terremoti o persino il neonato Stato d’Israele? Qui, riguardo a Israele, è opportuno soffermarsi poiché l’Argentina ospitò nell’ultimo dopoguerra criminali nazisti in fuga: il peronismo non era razzista né tanto meno antisemita; l’ospitalità garantita ai criminali di guerra (cosa che costituisce una macchia non ideologica) era un fenomeno precedente l’elezione di Perón alla presidenza. Costoro furono protetti in un contesto che è più ampio, un contesto in cui l’Occidente li riciclava in funzione anticomunista (uno di loro in Usa fu addirittura dirigente della CIA) e in cui gli storici parlano anche di responsabilità del Vaticano come centrale di smistamento. In Argentina (che già godeva di proprie grandi risorse) i Tedeschi portarono capitali imprenditoriali e non: averli protetti dalla giustizia internazionale dato che i militari argentini erano ammiratori di quelli tedeschi (non in quanto nazisti) è stato un errore di Perón e di tutto l’Occidente. I nazisti non condizionarono il peronismo: sennò perché nel 1951 Golda Meir, allora ministro del lavoro israeliano, si sarebbe recata in Sud America per ringraziare personalmente Eva Perón dei summenzionati aiuti della fondazione? Questa storia dei nazisti, di cui si seppe meglio quando il presidente giustizialista Menem fece aprire gli archivi nel ’92 è a metà strada tra opportunismo e ammirazione formale. Non ritorna a onore di Perón, ma non gli è interamente addebitabile poiché il regime del 1943-46 non era guidato da lui (lui era emerso nettamente nel ’44). La situazione che successivamente si trovò (e contro cui non intervenne) era condizionata pure dal sostegno che ricercava presso la Chiesa, coinvolta a detta degli storici nella faccenda. Il giustizialismo persegue la tercera posición tra il socialismo e il capitalismo, si propone di conciliare tutte le classi sociali senza antagonismi e senza presentarsi come ideologia antagonista di altre: sia la dottrina sociale della Chiesa che il fascismo hanno espresso questo concetto di terza via. Nel justicialismo l’economia è strumento del benessere collettivo e perciò deve sottostare al controllo e alla regolamentazione pubblici pur rimanendo in una condizione di libero mercato. Un’assemblea costituente, presieduta da Domingo Mercante, nel 1949 elaborò una nuova costituzione che incorporava i principi del giustizialismo. In particolare l’articolo 37 costituzionalizzava i diritti dei lavoratori (diritto al lavoro, a una giusta retribuzione, alla formazione, a condizioni di lavoro degne, alla preservazione della salute, al benessere, alla sicurezza sociale, alla protezione della propria famiglia, al miglioramento economico, alla difesa degli interessi professionali), i diritti della famiglia e i diritti degli anziani (elenco provenuto dal Decálogo de la ancianidad proclamato precedentemente da Evita: diritto all’assistenza, alla casa, all’alimentazione, al vestito, alla cura della salute fisica e morale, allo svago, al lavoro, alla tranquillità, al rispetto). Questo che segue è il manifesto del Partido justicialista con i suoi venti punti così come furono enunziati nel 1950 da Perón. 

1 - La vera democrazia è quella in cui il governo compie la volontà del popolo e difende un solo interesse: quello del popolo.
2 - Il peronismo è essenzialmente popolare. Ogni fazione politica è antipopolare e pertanto non è peronista.
3 - Il peronista lavora per il movimento. Colui che in nome del partito serve una fazione o un caudillo è peronista soltanto di nome.
4 - Per il peronismo c’è soltanto una classe di uomini: quella degli uomini che lavorano.
5 - Nella nuova Argentina il lavoro è un diritto che dà dignità all’uomo, ed è un dovere perché è giusto che produca almeno quanto consuma.
6 - Per un peronista non vi può essere niente di meglio di un altro peronista.
7 - Nessun peronista deve sentirsi di più di quello che è, né meno di quello che può essere. Quando un peronista comincia a sentirsi superiore a quello che è, sta già trasformandosi in un oligarca.
8 - Nell’azione politica, la scala dei valori di ciascun peronista è la seguente: prima la patria, poi il movimento e infine gli uomini.
9 - Per noi la politica non è un fine ma soltanto un mezzo per il bene della patria che è costituito dalla prosperità dei suoi figli e dalla sua grandezza nazionale.
10 - Le due braccia del peronismo sono la giustizia sociale e l’assistenza sociale. Con esse diamo al popolo un abbraccio di giustizia e di amore.
11 - Il peronismo aspira all’unità nazionale e non alla lotta. Desidera eroi ma non martiri.
12 - Nella nuova Argentina gli unici privilegiati sono i bambini.
13 - Un governo senza dottrina è come un corpo senz’anima. Perciò il peronismo ha una sua propria dottrina politica, economica e sociale: il giustizialismo.
14 - Il giustizialismo è una nuova concezione della vita, semplice, pratica, popolare, profondamente cristiana e profondamente umanista.
15 - Il giustizialismo, come dottrina politica, realizza l’equilibrio dell’individuo con quello della comunità.
16 - Il giustizialismo, come dottrina economica realizza l’economia sociale, mettendo il capitale al servizio dell’economia e quest’ultima al servizio del benessere sociale.
17 - Il giustizialismo, come dottrina sociale, realizza la giustizia sociale che dà a ciascuno il suo diritto in funzione sociale.
18 - Vogliamo un’Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana.
19 - Costruiamo un governo centralizzato, uno Stato organizzato e un popolo libero.
20 - In questo paese ciò che abbiamo di meglio è il popolo. 

L’evitismo fu nel justicialismo una componente integrante determinante che spinse ancor di più verso il raggiungimento dei frutti raccolti. La figura di Mercante cadde nell’oblio dopo il suo fallito tentativo di succedere a Perón nel novembre del ’51. Il generale sarà rieletto a suffragio universale con circa 4.600.000 voti contro 2.300.000. Nel frattempo le donne, grazie all’instancabile impegno di Evita, avevano ottenuto il riconoscimento dei propri diritti: con una legge del ’47 l’elettorato attivo e passivo (ci furono infatti peroniste: 23 deputate, 6 senatrici, 109 parlamentari nelle province), con l’art. 37 della nuova costituzione (nella parte riguardante la famiglia) l’uguaglianza giuridica tra i coniugi, l’assistenza alle madri e ai bambini. L’uguaglianza di diritti politici tra uomini e donne aveva comportato la nascita del Partido peronista femenino, cui spettava un terzo delle candidature giustizialiste. La prematura scomparsa di Eva Perón segnò un durissimo colpo per il popolo argentino che da allora non l’ha mai dimenticata. Il secondo mandato presidenziale di Perón terminò anticipatamente per via del golpe del ’55: egli se ne andò spontaneamente in esilio per allontanare il pericolo di una guerra civile. In quel periodo 1952-55 erano venuti a galla i contrasti tra Chiesa e peronismo: la prima cercava un proprio braccio di manovra politica in un partito democristiano a danno del Partito giustizialista, il secondo non tollerava l’ingerenza ecclesiastica negli affari pubblici. L’episcopato argentino era contrario all’annullamento della discriminazione tra i figli illegittimi e quelli legittimi. Il Parlamento approvò una legge di equiparazione, l’altra sul divorziò, la legalizzazione delle case di tolleranza e puntualizzò la separazione tra Stato e Chiesa (l’insegnamento religioso nelle scuole fu abolito). Le alte gerarchie ecclesiali argentine erano alleate dell’oligarchia: nonostante tutto ciò la Costituzione del 1949 trattava con moltissimo riguardo il Cattolicesimo (lo sosteneva, e prevedeva che il Presidente dovesse essere di religione cattolica: era stato costituzionalizzato il diritto di patronato nella presentazione dei vescovi, beneficio di cui lo Stato godeva da tempo addietro), e le encicliche sociali erano considerate dal giustizialismo spunto ideologico e movente d’azione pratica (attualmente il Partido justicialista è affiliato all’Internazionale democristiana). In politica estera l’Argentina peronista mirò infruttuosamente alla creazione di un terzo schieramento mondiale che s’incuneasse tra quelli di USA e URSS, un blocco dei Paesi latini d’Europa e d’America di cui divenir leader (nel ’46 aveva ristabilito relazione con l’Unione sovietica e durante la guerra di Corea aveva ignorato la richiesta d’invio di truppe rivoltale dagli Stati Uniti). Perón rientrò in Argentina nel 1973, quando i militari si arresero alla volontà popolare. Le dittature post-peroniste avevano dichiarato fuorilegge il Partito giustizialista, revocata la Costituzione del ’49 e riaperto il carcere di Ushuaia (chiuso nel 1947 a causa delle sue pessime condizioni) per detenervi nemici politici, inoltre (cose non fatte nel 1946-55) messo al bando il Partito comunista e reintrodotta la pena capitale. Gli Argentini vecchi e giovani non avevano abbandonato il ricordo di quella società più giusta costruita con la passione di Evita e con la guida di Perón (per un secolo fino al 1912 era esistito il voto cantado ossia l’elettore al seggio rendeva pubblicamente noto per chi votava, il governo peronista aveva mantenuto il voto segreto; il dato nazionale sulla ripartizione dei guadagni d’impresa aveva assegnato nel 1948 il 53% ai lavoratori, laddove questo si era attestato al 44,4% nel ’43). Negli anni seguiti al movimento del ’68 la terza presidenza di Perón (’73-’74, eletto con il 62% dei voti) fu condizionata dal suo pessimo segretario personale José López Rega, divenuto ministro, un anticomunista che alimentò tensioni sociali e persecuzioni politiche. Un anno dopo la morte del generale fu costretto a scappare mentr’era presidentessa María Estela Martínez (Isabelita, terza moglie di Perón, succedutagli nella carica in quanto vicepresidentessa). Del ’75 era un progetto di legge giustizialista mirante a dare ai lavoratori una forma partecipativa nella gestione delle imprese. Nel ’76 un nuovo golpe depose il governo democratico, l’ultima dittatura cadrà in seguito alla guerra delle Malvine. Il justicialismo non disprezza il comunismo. Nelle lezioni di Evita alla Scuola superiore peronista si sottolinea come Marx mettesse a fuoco problemi reali, ma anche come la via della risoluzione traumatica non fosse la più adatta e la più congeniale all’instaurazione di un regime di giustizia sociale. Dopo Isabelita i gruppi estremi della sinistra (peronisti e marxisti) furono perseguitati dalla dittatura duramente fino a essere annientati (il triste fenomeno dei desaparecidos). I Montoneros erano seguaci del peronismo che ambivano al socialismo reale e che per cercare di esercitare pressioni su Perón si spinsero fino ad atti di violenza. L’obiettività richiede che si accenni alla storia dei presunti depositi bancari svizzeri di Evita e Perón per dire che questa si è rivelata una fantastoria dato che nessuno li ha mai trovati: un’ipotesi, a questo punto, più “storica” suggerisce di vedere nella visita in Svizzera di Eva Perón, durante il suo viaggio in Europa nel ’47, lo scopo di effettuare dei controlli medici personali.



1.2. LA FONDAZIONE “EVA PERÓN”


Nell’Argentina del passato la carica di presidentessa onoraria della Sociedad de beneficencia veniva riservata alla moglie del presidente della repubblica in carica. Quando Perón fu eletto tuttavia le dame dell’oligarchia borghese rifiutarono di concedere questo ruolo a Evita con l’ipocrita giustificazione che fosse troppo giovane e inesperta. Nel momento in cui le rifiutarono pure di nominare al suo posto la madre, poiché le motivazioni reali di tutto ciò stavano nel disprezzo, la Società fu chiusa con atto governativo il 6 settembre 1946. Potrebbe sembrare che questa misura di scioglimento sia unicamente un atto di vendetta, sennonché la pessima gestione di questa organizzazione, che controllava molte strutture ospedaliere, era già emersa nel 1939: tutti i dipendenti venivano sfruttati con pesanti turni lavorativi e sottopagati, nelle case-scuola (più simili a delle prigioni) anche i bambini erano costretti a lavorare e persino a mendicare, solamente il 5% dei fondi raccolti andava a sostegno dell’assistenza (tutto il resto concerneva spese di gestione). La sua opportuna soppressione diede spazio al riordino, non fu il caso di Evita nella sostanza a determinarne la fine. La Fundación María Eva Duarte de Perón fu istituita a metà del 1948, sempre con atto governativo (a fine 1950 sarà ridenominata Fundación Eva Perón). Al termine del 1947 operava però già la Cruzada de ayuda social María Eva Duarte de Perón con azioni poi proprie della Fundación. La precedente Società di beneficenza non andava al di là del finanziamento di istituti preesistenti. Evita invece si preoccupò di intervenire con la creazione di opere anche in tutti quei campi che il settore pubblico non riusciva con facilità a tutelare. Dedicava periodicamente molte e intense ore a incontrare personalmente nella sede del Ministero del lavoro i bisognosi che si recavano a porle richieste d’aiuto. In un suo discorso chiarì che la Fundación «fue creada para cubrir lagunas en la organización nacional, porque en todo el país donde se realiza una obra, siempre hay lagunas que cubrir y para ello se debe estar pronto para realizar una acción rápida, directa y eficaz». Il denaro della Fundación, che non passava dalle sue mani, proveniva da spontanee contribuzioni di privati o enti pubblici, o dal gettito di misure ad hoc. Tra il ’50 e il ’53 furono scelte queste fonti:
  • aumento del 3% del biglietto d’ingresso all’ippodromo di Buenos Aires e tributo addizionale del 3% sulle scommesse;
  • trattenute degli stipendi del primo maggio e del 12 ottobre, e del 2% delle tredicesime;
  • l’intero gettito delle multe sui giochi d’azzardo;
  • deduzioni da miglioramenti salariali ai pubblici dipendenti; nelle vertenze di lavoro tra soggetti privati risolte da Evita c’era l’usanza di offrire una percentuale di qualche mensilità;
  • il 50% dell’avanzo utile prodotto dalle assicurazioni per le manifestazioni sportive.
Si rivela dunque falsa l’accusa che vorrebbe le opere sostenute con modi estortivi. Le imprese private contribuivano spontaneamente senza sollecitazioni o per ringraziamento o per l’ottenimento del credito bancario presso l’Istituto argentino di promozione industriale che Evita poteva rendere più facile. Eva Perón non era Eva Kant: una commissione d’inchiesta della prima dittatura post-peronista accertò che i presunti fatti di estorsione e corruzione erano totalmente irreali e che tutto si era svolto nel rispetto della legalità. Il fatto che lo Stato mettesse a disposizione della Fundación risorse economiche, materiali e umane suscitò a suo tempo la reazione dell’opposizione parlamentare antiperonista, i cui esponenti nulla avevano obiettato negli anni antecedenti riguardo ai cospicui finanziamenti pubblici elargiti alla Sociedad de beneficencia. Beneficiarono della straordinaria attività assistenziale diretta da Evita pure decine di paesi stranieri, cui furono forniti vestiti, alimenti e farmaci. In seguito al colpo di Stato del 1955 che depose Perón il positivo complesso di ciò che era stato prodotto dalla Fundación o fu destinato a improprio e pessimo utilizzo o peggio ancora radicalmente cancellato. Questo un elenco non esaustivo di quanto attuato:
  • ogni anno venivano distribuite enormi quantità di macchine per cucire, capi di vestiario, alimenti, libri, biciclette e giocattoli;
  • 181 punti per la vendita di prodotti di prima necessità a prezzi ridotti furono creati per sostenere le famiglie più bisognose;
  • più di 13.000 donne trovarono un’occupazione;
  • quasi 2.400 furono gli alloggiati nelle case per anziani abbandonati (ne furono aperte 6);
  • più di 16.000 bambini furono ospitati nelle case-scuola (20 comprese quelle in costruzione, dislocate in 16 province con una capacità di più di 25.000 posti);
  • un’opera di monitoraggio medico-sanitario era rivolta a tutti i giovani che partecipavano agli annuali concorsi nazionali sportivi (nel 1949 furono 120.000);
  • la Casa dell’impiegata a Buenos Aires, un edificio di 11 piani di cui 9 dormitori, forniva alloggio a tutte le lavoratrici bonaerensi senza dimora, con basso reddito e senza riferimenti familiari in città; aveva una capienza per 500 donne e offriva un servizio di mensa quotidiana per 1.500 coperti accessibile a tutti e a costi ridotti presso cui Evita aveva l’abitudine di cenare con i suoi collaboratori;
  • poco più di 16.000 persone furono ospitate nelle 3 case di alloggio temporaneo in attesa di ricevere un’abitazione; la Fundación fece costruire case assegnate a decine di migliaia di famiglie (a poco più di 20.000 tra queste che emigrate si trovavano a Buenos Aires senza redditi era stato consentito nel 1948-50 di ritornare nella provincia d’origine ottenendo un’abitazione e un’occupazione);
  • 21 ospedali, distribuiti in 11 province, di cui 4 a Buenos Aires (avevano disponibilità di quasi 23.000 posti letto); altre 3 strutture specifiche erano riservate ai bimbi e una agli ustionati; il completamento di due ospedali, tra cui quello dei bambini a Buenos Aires, fu sospeso dopo la caduta di Perón;
  • furono edificati un migliaio di scuole e diverse colonie turistiche nel 1948-50;
  • un milione e mezzo di bottiglie di sidro e di pan dolce venivano donati annualmente per Natale ai meno abbienti.
L’architettura e l’arredo delle opere della Fundación erano di altissimo pregio e riflettevano il più autentico spirito di fratellanza umana. I servizi offerti erano gratuiti e di ottimo livello. Era costante un’efficace assistenza socio-sanitaria rivolta ai soggetti svantaggiati tutelati. I bambini più disagiati avevano la possibilità di raggiungere gli studi universitari passando per gradi attraverso le accoglienti e confortevoli case-scuola, città di studio e città universitarie. La Ciudad infantil Amanda Allen, intitolata a un’infermiera argentina della Fundación scomparsa in una sciagura aerea durante l’intervento di soccorso alle vittime di un terremoto in Ecuador, accoglieva a Buenos Aires soggetti emarginati tra i 2 e i 7 anni. Il progetto di recupero seguiva il pensiero della pedagogista italiana Maria Montessori. La Ciudad, che accudiva alcune centinaia di bimbi, fu chiusa dai militari golpisti nel 1955, e la sua connessa città per piccoli, divenuta quindi parco per benestanti, fu demolita nel ’64 per lasciare spazio a un parcheggio. Nelle case-scuola un gruppo di assistenti sociali curava i rapporti con le famiglie di provenienza dei bambini (che avevano un’età compresa tra 4 e 10 anni). Era desiderio di Evita che costoro non perdessero i loro rapporti con l’esterno a seconda della propria forma di soggiorno nell’istituto (in alcuni casi venivano affidati a dei tutori). L’abbigliamento, che era di qualità, veniva rinnovato ogni sei mesi e poi distrutto. L’istruzione era curata attentamente anche con aggiuntivo insegnamento di sostegno, e per le bambine c’erano inoltre corsi integrativi che potevano riguardare l’arte, la musica, il ballo, la cucina e la cucitura. Anche alle ragazze era prospettata la prosecuzione degli studi all’università nella Ciudad universitaria di Cordova da inaugurarsi secondo le previsioni nel 1956, ma il completamento suo e di quella di Mendoza dopo Perón fu bloccato dalla dittatura: la prima avrebbe potuto ospitare 400 studenti argentini e 150 stranieri. Sulla stessa falsariga non si giunse neanche a ultimare la ciudad estudiantil femminile, infatti le ragazze seguivano provvisoriamente l’istruzione secondaria permanendo nella casa-scuola. Furono costruite 3 ciudades estudiantiles a Buenos Aires, Cordova e Mendoza per gli studenti provenienti da fuori. Alla Fundación si doveva altresì la mensa universitaria di La Plata in provincia di Buenos Aires. Il nuovo governo golpista del ’55 sciolse la Fundación e chiuse le sue istituzioni. Il suo capitale fu in parte rubato e le sue sostanze materiali illecitamente sottratte. I servizi e l’assistenza precedenti furono giudicati fuori luogo, eccessivi e persino lussuosi. I mobili di tutte le strutture, e i regali ricevuti da Evita nel suo viaggio in Europa, che in queste si trovavano, posti come abbellimento, furono rimossi. Si distrussero flaconi per la raccolta del sangue, lenzuola e coperte perché recavano l’etichetta Fundación Eva Perón, i polmoni d’acciaio finirono sotto sequestro per lo stesso motivo. Qualche altro esempio del destino che i militari e gli antiperonisti riservarono ai frutti dell’amorevole impegno di Evita per la difesa delle categorie sociali disagiate: un ospedale per i bambini fu trasformato in un hotel-casinò e la ciudad estudiantil di Buenos Aires fu addirittura adibita a luogo di reclusione di componenti del governo peronista. Dopo parecchi studenti ebbero l’opportunità di proseguire a studiare fuori dell’Argentina con borse di studio estere grazie alla qualità del percorso formativo svolto che era stato all’avanguardia e supportato di tutto ciò che occorresse (vestiario, libri, attrezzature scolastiche, e così via). Quanto accaduto in una casa-scuola convertita in centro di collocamento lavorativo è emblematico. Le bambine, cui era stata tolta la possibilità di apprendere per andare a lavorare nelle abitazioni dei borghesi, protestarono dal cortile gridando: «Queremos que vuelva Perón!!!». Evita era scomparsa nel 1952, ma sino alla fine la sua fondazione aveva lavorato, pur avendo perso lo slancio dato dalla propria animatrice, per rimuovere il disagio sociale.



2.1. CANTI DEL GIUSTIZIALISMO
“EVITA CAPITANA” E “LA MARCIA PERONISTA”




2.2. “A PRANZO CON EVITA”
CANZONE DEL QUARTETTO CETRA