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07 agosto 2011

FRA FRANCESCO CASCIO DA LICODIA EUBEA

di DANILO CARUSO

Francesco Cascio, figlio di Antonino e Antonina, nacque nel 1600 a Licodia Eubea (un paese in provincia di Catania, ma a pochissimi chilometri di distanza da Ragusa).
Quasi ventenne entrò in convento nel paese natio, presso i francescani, restando nella qualità di laico, cioè non sacerdote; quindi passò ad altro convento ad Agira (in provincia di Enna), dove fu novizio per dodici mesi, alla fine dei quali pronunziò i voti.
Più volte accompagnò il generale cappuccino della provincia siracusana fra Innocenzo da Caltagirone, impegnato nelle prediche, le quali giunsero sino a Cammarata (in provincia di Agrigento), dove si racconta che nel 1642 un disabile fu guarito miracolosamente in seguito alla loro presenza; e quando fra Innocenzo divenne ministro generale di tutto l’ordine fra Francesco fu confermato come accompagnatore nei suoi viaggi in Europa.
Alcuni anni dopo, agli inizi del 1648, giunse missionario in Africa, in Congo e poi in Angola: dal 1649 fu a Luanda, dove si trovava una chiesa intitolata a sant’Antonio da Padova, e dove lui si dedicò così intensamente all’assistenza spirituale e materiale di chiunque, peccatori e malati, da essere soprannominato asinello.
Perseguì uno stile di vita improntato a un estremo rigore, anche nella deliberata ricerca della sofferenza e del dolore come strumento di rivisitazione della passione di Cristo.
Viveva in armonia con la natura e gli animali, coi quali peraltro entrava in confidenza; fu un esempio di preghiera costante; riferiscono che nella veste di taumaturgo compì delle guarigioni, ed ebbe altresì il dono di conoscere il futuro e gli eventi ignoti che si svolgevano altrove.
Si dice era solito affidare in prestito il cordone del suo saio alle partorienti in difficoltà, che successivamente non avevano più problemi, o intercedere per altri miracoli sollecitando ad adeguarsi all’insegnamento di san Giacomo il minore: «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati (Lettera di Giacomo, 5,14-15)».
Tra le altre cose si offrì di sostituire un condannato all’impiccagione, ma presone il posto l’esecuzione fu sospesa negli ultimi istanti dopo esser stato appurato fino in fondo lo spirito di carità di fra Francesco.
Un suo saio funse da veste mortuaria di un ex governatore portoghese dell’Angola, il quale glielo aveva richiesto per tale scopo considerata l’enorme fama delle di lui virtù.
Morì il 18 aprile 1682 a Luanda: la sua salma stette esposta per quattro giorni alla venerazione dei fedeli.
Subito dopo la morte fu aperto un processo di beatificazione, i cui incartamenti rimasero allora bloccati in Africa.

17 novembre 2010

LA TRAGICA STORIA DI ALDONZA SANTAPAU

di DANILO CARUSO

La storia di Aldonza Santapau (= santa pace) ricorda molto da vicino quella
simile, raccontata da Dante nel V canto dell’Inferno, di Paolo Malatesta e Francesca da Rimini. Aldonza era venuta al mondo nel settembre del 1448 nel castello, di proprietà della sua famiglia, in Sicilia orientale, di Occhiolà (il centro urbano precedente Grammichele distrutto dal terremoto nel 1693). La sua progenie era spagnola: gli Ademaro intorno al 1150 erano divenuti baroni di Santa Pau (con altri più estesi territori) in Catalogna. Dei Santapau quindi si trasferirono in Sicilia, dove diventeranno feudatari, alla fine del XIV secolo. Il padre di Aldonza, Raimondo, era barone di Licodia, ed aveva avuto dalla moglie Eleonora Valguarnera un altro figlio: Ponzio (barone di Occhiolà), che morirà prima di lui nel 1483. Aldonza Santapau era andata in sposa ad Antonio Pietro Barresi, barone di Militello in Val di Catania. Poiché costui stava lontano dai suoi possedimenti per parecchio tempo visto che era al seguito di Giovanni I re d’Aragona e di Sicilia, suo fratello Nicola montò un’accusa di relazione extraconiugale a carico della cognata con l’amministratore dei beni Pietro Caruso. Il motivo si ritiene sia stato in un tentativo di vendetta perché questa non avrebbe voluto concedergli denari per i suoi piaceri. Il barone di Militello fece mandare i due supposti amanti sotto tortura nel suo castello. La Famiglia Santapau, dopo aver fallito un tentativo di liberazione, chiese pure l’intervento del viceré Lopez Ximenes de Urrea. Ma il rappresentante di quest’ultimo al suo arrivo trovo solo cadaveri: il 26 agosto 1473 infatti Aldonza era morta per strangolamento operato dal marito. Il Barresi responsabile di uxoricidio fu condannato alla pena dell’esilio, da scontarsi a Malta; ma nel 1475 godette dietro pagamento dell’indulto. Nel frattempo i Santapau si erano vendicati: Ponzio in una imboscata aveva ucciso il presunto calunniatore. Processato con suo padre, nel 1475 a questo toccò in sorte l’assoluzione (non apparendo una correità dimostrabile), a lui invece l’esilio e la confisca dei beni. Nel 1478 il viceré però gli concesse la grazia ed i provvedimenti di pena furono revocati. Come sia andata veramente la storia della possibile relazione illecita ancor oggi s’ignora.