Nella giurisprudenza italiana in virtù della legge 248 del 18 agosto 2000 anche i testi pubblicati su internet godono della tutela del diritto d’autore già stabilito dalla precedente legge 633 del 22 aprile 1941. La loro riproduzione integrale o parziale è pertanto libera in presenza di scopi culturali e al di là di contesti di lucro, da questo lecito uso fuori del consenso dello scrittore si devono necessariamente poter evincere i seguenti dati: il link del testo, il titolo, l’autore e la data di pubblicazione; il link della homepage del suo contenitore web. Copiare non rispettando queste elementari norme rappresenta un illecito.

domenica 14 febbraio 2021

LEOPARDI E NIETZSCHE: I PROFETI DEL MALE?

di DANILO CARUSO
 
In un mio precedente scritto dedicato alla figura di Donatien Alphonse François de Sade1 collegai a questo esponente della letteratura francese due altri pensatori, Leopardi e Nietzsche (cosa fatta da altri in passato), sviluppando il discorso in maniera consona al mio modo di vedere quei rapporti. Espressi il mio accordo a chi aveva sottolineato analogie, definii il Leopardi un “sadiano represso” e indicai il sadismo quale possibile manifestazione della “volontà di potenza” nietzschiana. Allora non aprii parentesi digressive allo scopo di evitare dispersività, e mi limitai a ciò che era strutturalmente utile e necessario dire in quell’analisi. In questo nuovo spazio affronterò in maniera concettualmente più ampia e libera le due problematiche di tangenza testé ricordate sviluppandole in modo più chiaro e circostanziato, e ampliandone l’orizzonte laddove l’esame ne offrirà un interessante spunto. Parto da Giacomo Leopardi (1798-1837), rammentando l’analogia principale con de Sade: la Natura matrigna. Agli occhi di entrambi (in Leopardi a partire dall’epoca del pessimismo cosmico-radicale) Madre Natura rappresenta soltanto una Grande Madre negativa, artefice e promotrice di male e di malessere. La Verità sarebbe il Male in tutti i suoi livelli epifanici. De Sade ne trae un aberrante modello pedagogico: se il Male è il Vero, esso risulta dunque l’optimum (il Bene diremo paradossalmente; perciò per ottenere felicità e gratificazione sarebbe opportuno agire in maniera malvagia e malefica). Il filosofo di Recanati non è lineare da subito, né tanto meno così “estroverso” in assoluto. Le sue tre aree evolutive di pensiero spalmano e spacchettano i canoni del sistema sadiano. Durante la fase del pessimismo storico-rousseauiano Leopardi assume l’idea che esista un ottimo stato di Natura. Si rivela sostanzialmente in sintonia con Rousseau, e formalmente con l’altro scrittore francese: il grado originario naturale viene considerato favorevolmente, quello successivo sovrastrutturale del sistema sociale organizzato viene valutato in modo deciso quale fonte di deviazione e di degenerazione in relazione a un optimum (seppur nella sostanza giudicato da ciascuno di questi pensatori sul piano or ora evocato con connotazioni differenti, e mi riferisco in particolar modo a de Sade). Quando Leopardi passa al pessimismo radicale cosmico ribalta de facto la precedente visione. La Natura da Grande Madre positiva e smarrita dall’umanità diventa un’esclusiva Grande Madre negativa che non avrà più il precipuo compito di elargire benessere agli uomini che hanno perso la via. Questi divengono il termine positivo della dicotomia, e sopra la Natura cade in guisa netta e indelebile la qualificazione negativa. Qui il poeta di Recanati appare nella sostanza d’accordo con de Sade, ma ha tolto a Madre Natura la cattedra, per così dire, di ortodossia pedagogica. La Natura matrigna leopardiana non induce all’imitazione, bensì all’ostilità verso di essa. Simile odio si mostra nel Leopardi attraverso una lamentazione concettuale. Tale scrittore nelle sue prime due epoche pessimistiche è introverso; assorbe e accumula il disagio proveniente dalla personale situazione di salute e di vita, e costruisce una sede interiore di elaborazione di tutto quanto riguarda la sua esistenza. Da simile disagio trova origine la scissione del sistema sadiano nel suo pensiero in due prime ere. L’opposizione, cronologica e sostanziale, possiede la sua radice psicologica nella repressione interiore causata dai suoi problemi. Lui sta male, e non riesce a recuperare una forza sadiana a beneficio dell’estroversione. Riesce, debolmente, a cercare una via di contagio depressivo a scapito degli altri (sadismo debole). Il pessimismo cosmico leopardiano non lascia via di scampo a nessuno. E le alchimie dello scrittore recanatese a sostegno di una terapia di sostegno si rivelano delle droghe mentali simili al concreto soma huxleyano. Annacquare la realtà vista e vissuta è il palliativo proposto. Annacquarla nello spazio e nel tempo: “poetica del vago e dell’indefinito” e “piacere della rimembranza”. Però togliere i contorni alle cose costituisce solo una fuga, una fuga dalla realtà esteriore appunto alla volta di quella interiore. Giacomo Leopardi simboleggia il poeta, il pensatore della nietzschiana volontà di potenza negata (più avanti riprenderò simili concetti parlando di Nietzsche). Nell’ultimo Leopardi, quello ritenuto maggiormente “aggressivo” dalla critica letteraria, quello della incipiente “fase eroica” troncata dalla prematura scomparsa (a causa a quanto pare di una complicazione digestiva provocata da gelato, di cui lui era goloso), era iniziato a venire fuori qualcosa di “estroverso”: una concreta lotta contro la Natura matrigna. Il sodalizio umano da lui auspicato in tale slancio oppositivo e alla luce della filosofia leopardiana si dovrebbe muovere in direzione di tale orizzonte. Sostanzialmente rimediare al Male non risulterebbe violenza agli occhi “umani”, tuttavia nei confronti delle disposizioni della Natura da prospettiva avversa sì. La forma sadica di un dominio umano sulla Natura matrigna è abbozzata in Leopardi. Lui non rivolge l’aggressività in modo dispersivo in singulis, la sua condizione personale non lo legittimava. Lui aggredisce direttamente la Grande Madre. L’ultima stagione di costui viene connotata da un’evidente presenza libidica (freudiana): il vano interesse sessuale per una donna identificata in Francesca Ronchivecchi (la sposata, e di dubbie fedeltà e serietà, Fanny Targioni Tozzetti: la leopardiana «circonfusa d’arcana voluttá» Aspasia). L’ennesima frustrazione del filosofo fa detonare l’estroversione aggressiva (da non dimenticare che il cosiddetto primo amore del poeta da ragazzo fu sempre una donna sposata e con figli, e di età un po’ maggiore di lui: colpisce simile vocazione “libertina” più che “romantica”). Egli promuove dunque l’alleanza, la crociata, contro la Natura matrigna (la madre individuale di Giacomo Leopardi, una donna graziosa però austera, non fu migliore di questa, e lui sine dubio ne risentì: la di lui avversione nei confronti di una maternità malvagia e malefica non può escludere il concorso della trasfigurazione di una mamma che l’aveva, davanti al di lui riscontro, generato debole e poi tenuto distante). Il sodalizio umano da anteporre alla Natura matrigna trasfigura un matricidio ideale, ma altresì un immaginario femminicidio sadico (quello di Fanny). Leopardi giudica le donne φύσει inferiori agli uomini non soltanto per intelligenza, e la Fanny ricordata appare leggera come Lenina Crowne. Molto eloquente il Recanatese nei versi di “Aspasia”, dove sostiene che la donna «dell’uomo al tutto / da natura è minor. Che se più molli / e più tenui le membra, essa la mente / men capace e men forte anco riceve». Un ragionamento che lascia sinceramente molto perplessi e a favore di un giudizio critico generale che non voglia essere idealistico sul poeta. Nel valutare il gentil sesso egli è agli antipodi del femminismo di un Giuseppe Mazzini suo contemporaneo. Tale Fanny viene dipinta quale una strega che gli ha rapito la mente, una ianua Diaboli davanti a cui lui sta con sguardo da inquisitore sino a quando non se ne libera. Nello “Zibaldone” (l’edizione qui di riferimento è quella carducciana) l’autore riflette una mentalità discriminatoria di genere di ascendenza patristica, romana e greca2 (il padre aveva pensato per lui da giovane un futuro sacerdotale); fa altresì professione di assurdo maschilismo: «Le femmine degli uccelli generalmente son meno belle dei maschi e se ne fanno maraviglia: e ciò perché nell’uomo pare il contrario. Poca riflessione. Noi siamo uomini e la femmina ci par più bella del maschio, alle donne pare il contrario, agli uccelli maschi certo par più bella la femmina, e alle femmine l’opposto. Che se ci fosse un altro animale ragionevole che come noi giudichiamo degli uccelli, così potesse giudicare della specie umana, non è dubbio che per perfezione vistosità ec. rispettiva di forme ec. ec. darebbe la preferenza al maschio, e chiamerebbe più bello l’uomo che la donna, che da noi tuttavia si chiama il bel sesso». Leopardi è reazionario in seguito all’assunzione di un equivocato spirito vichiano, il quale indica nella “fanciullezza” personale e dei popoli la migliore stagione. Nei “Pensieri” sostiene che «il presente progresso della civiltà è ancora risorgimento, consiste ancora, in gran parte, in recuperare il perduto». Tra l’altro si rivela pure omofobo, parlando di «infame pederastia». Inoltre nel seguente brano sembra alquanto weiningeriano ante litteram: «Un uomo famoso per dissipazioni e sfrenatezze e fortune galanti, e infedeltà in amore, fa grand’effetto nelle donne con questa sola fama, ma forse nelle donne modeste e timide, e avvezze ad esser fedeli, più che nelle altre. La franchezza, il brio, la sfrontatezza ec. fa sempre fortuna in amore, ed è quasi indifferentemente necessaria e felice con ogni sorta di donne, perch’è quasi l’unico mezzo di ottenere. Ma considerata semplicemente come mezzo di piacere e di far effetto sulle prime, è certo ch’egli è più potente, sulle donne modeste, ritirate, paurose, poco solite agl’intrighi ec. che nelle loro contrarie. Viceversa l’uomo serio, e sostenuto, oppur modesto, e affabile, senza pretensioni, e senza ardimenti, l’uomo che non si getta punto alla donna, o perché non sappia né ardisca, o perché non voglia, l’uomo ritirato ec. fa molto maggior effetto nelle donne dissipate, franche, avvezze alle galanterie, solite ad esser corteggiate ec. che in quelle di carattere simile al suo. Anzi a queste egli dispiace a prima vista, o viene a noia fra poco, a quelle viceversa. Anche gli uomini legati, timidi ec. insomma difettosi nel trattare e nel conversare per mancanza di disinvoltura, esperienza ec. anche una cert’aria d’inesperienza, di semplicità, d’innocenza, (il contrario della furberia) di naturalezza ec. son capaci come di dispiacere interamente alle donne loro pari, così di fermare il gusto di una donna eccessivamente disinvolta, sperimentata, furba, e libera nel trattare, nell’operare, e in ogni assuefazione e costume; e di parerle graziosi ec.». I toni antifemministi di “Aspasia” conducono alla madre di tutte le battaglie, quella contro la Natura Matrigna, personificazione del “femminile”. Uno scontro che nella considerazione leopardiana chiede il concorso di tutti, però plausibilmente con struttura aristocratica perché Leopardi, figlio di genitori nobili, non era filopopolare, filodemocratico: e qui si mantiene ancora in linea con de Sade, altro nobile. Dai tardi “Pensieri” leopardiani le affermazioni contenute nei brani appresso. 1) «La mia inclinazione non è stata mai d’odiare gli uomini, ma di amarli. In ultimo l’esperienza quasi violentemente me le ha persuase […]. Dico che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi. […] Come nei corpi degli animali la natura tende sempre a purgarsi di quegli umori e di quei principii che non si confanno con quelli onde propriamente si compongono essi corpi, così nelle aggregazioni di molti uomini la stessa natura porta che chiunque differisce grandemente dall’universale di quelli, massime se tale differenza è anche contrarietà, con ogni sforzo sia cercato distruggere o discacciare. Anche sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina». 2) «Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere o essere ciò che non sono. Il povero, l’ignorante, il rustico, il malato, il vecchio, non sono mai ridicoli mentre si contentano di parer tali, e si tengono nei limiti voluti da queste loro qualità, ma sì bene quando il vecchio vuol parer giovane, il malato sano, il povero ricco, l’ignorante vuol fare dell’istruito, il rustico del cittadino. Gli stessi difetti corporali, per gravi che fossero, non desterebbero che un riso passeggero, se l’uomo non si sforzasse di nasconderli, cioè non volesse parere di non averli, che è come dire diverso da quel ch’egli è. Chi osserverà bene, vedrà che i nostri difetti o svantaggi non sono ridicoli essi, ma lo studio che noi ponghiamo per occultarli, e il voler fare come se non gli avessimo. Quelli che per farsi più amabili affettano un carattere morale diverso dal proprio, errano di gran lunga. Lo sforzo che dopo breve tempo non è possibile a sostenere, che non divenga palese, e l’opposizione del carattere finto al vero, il quale da indi innanzi traspare di continuo, rendono la persona molto più disamabile e più spiacevole ch’ella non sarebbe dimostrando francamente e costantemente l’esser suo. Qualunque carattere più infelice, ha qualche parte non brutta, la quale, per esser vera, mettendola fuori opportunamente, piacerà molto più, che ogni più bella qualità falsa. E generalmente, il voler essere ciò che non siamo, guasta ogni cosa al mondo: e non per altra causa riesce insopportabile una quantità di persone, che sarebbero amabilissime solo che si contentassero dell’esser loro. Né persone solamente, ma compagnie, anzi popolazioni intere: ed io conosco diverse città di provincia colte e floride, che sarebbero luoghi assai grati ad abitarvi, se non fosse un’imitazione stomachevole che vi si fa delle capitali, cioè un voler esser per quanto è in loro, piuttosto città capitali che di provincia». Il Recanatese anche nello “Zibaldone” aveva espresso l’idea di un bellum omnium contra omnes. Questo aspetto di pensiero apre le porte alla rilevazione di non insignificanti tangenze sadiane, infatti in tale seconda opera testé citata sostiene quanto segue. 1) «Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che il non essere; non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l’universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L’esistenza, per sua natura ed essenza sua propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla. Questo sistema, benché urti le nostre idee, che credono che il fine non possa essere altro che il bene, sarebbe forse più sostenibile di quello del Leibnitz, del Pope ec. che tutto è bene. Non ardirei però estenderlo a dire che l’universo esistente è il peggiore degli universi possibili, sostituendo così all’ottimismo il pessimismo. Chi può conoscere i limiti della possibilità?». 2) «L’uomo odia l’altro uomo per natura e necessariamente, e quindi per natura esso, sì come gli altri animali, è disposto contro il sistema sociale. E siccome la natura non si può mai vincere, perciò veggiamo che niuna repubblica, niuno istituto e forma di governo, niuna legislazione, niun ordine, niun mezzo morale, politico, filosofico, d’opinione, di forza, di circostanza qualunque, di clima ec., è mai bastato né basta né mai basterà a fare che la società cammini come si vorrebbe, e che le relazioni scambievoli degli uomini fra loro, vadano secondo le regole di quelli che si chiamano diritti sociali, e doveri dell’uomo verso l’uomo». 3) «Ho discorso altre volte della ferocia cagionata nell’uomo virtuoso, nel giovane, ec. dalla risoluzione di commettere a occhi aperti un primo delitto. Ho anche ragionato del danno involontariamente recato dal Cristianesimo e dallo stabilimento e perfezionamento della morale, stante che gli uomini (sempre inevitabilmente cattivi) operando oggi più chiaramente e decisamente contro coscienza, sono peggiori degli antichi, e calpestando il timore che hanno de’ gastighi dell’altra vita, ne divengono più feroci e più terribili nel malfare, come persone condannate e disperate, ec. Aggiungo che l’uomo il quale per la prima volta s’è risoluto a commettere un delitto, ha dovuto con gran fatica e pena trionfare della propria coscienza, e delle proprie abitudini: e si trova allora nell’atto di aver riportato questo trionfo. Il che è cagione di una gran ferocia, simile a quella che dicono del leone, o d’altra tal bestia salvatica, che va in furore, ed è più che mai terribile appena ch’ella ha gustato, o veduto il sangue d’altro animale. Perocché l’uomo in quel punto è come sparso e macchiato di sangue, cioè omicida della propria coscienza. E generalmente l’esecuzione di qualunque proposito è tanto più efficace ed energica ed infiammata ed avventata e pronta, quanto la risoluzione è stata più faticosa e difficile, e quanta maggior pena e contrasto è costato formarla. Perocché l’uomo teme di pentirsi, e s’avventa nell’esecuzione, come fuggendo con grand’impeto e fretta e spavento dal proprio pensiero, che dandogli luogo a discorrere ancora, potrebbe distorlo, o precipitarlo di nuovo nell’irresoluzione, che l’uomo teme e odia naturalmente, e ch’è uno de’ principali travagli dell’animo. Massime quando l’effetto della risoluzione (o sia il piacere, o sia l’utile, o sia la vendetta, o sia la soddisfazione di qualsivoglia passione umana) lo tira e lo invita gagliardamente, ed egli teme che il proprio pensiero gl’impedisca di cercarlo e di conseguirlo, e d’altra parte desidera vivamente di non perderlo, e non privarsene per proprio difetto». Sembrano parafrasi di de Sade più che brani del Leopardi. L’umano consorziarsi di costui mi sembra l’auspicio di un dominio della tecnologia e della scienza sopra la Natura (un sadico stuprum Naturae). Al poeta in effetti mancò una medicina evoluta, in grado di aiutarlo con efficacia, ritardata da elementi socioreligiosi con larga base popolare (le masse da sé non hanno mai reclamato un progresso: che ci volessero guide è stato sempre detto, da Platone a Lenin). Vedo culminare tale prospettiva leopardiana su una cima distopica, la quale esemplifico nella verniana “Parigi nel XX secolo” (è il titolo di un romanzo antiutopico): dove il protagonista, letterato imbevuto di vapori romantici in una Francia tecnocratica, finisce col morire di fame cadendo morto nel cimitero di Père-Lachaise. Leopardi è antiromantico dichiarato, la sua poetica possiede una “geometria” materialistica: respinge l’ottimistica metafisica idealistica, l’ideale del progresso e la forma letteraria del romanzo. E in particolare non accetta del Romanticismo le simpatie femministe (l’esaltazione del “femminile” individuale o naturale, oggetto di intensi trasporti) e la valorizzazione dell’amore cortese medievale. Dallo “Zibaldone”: «Si sa quanto poco fossero considerate le donne presso i greci e i romani, e come il servirle e trattarle quasi superiori agli uomini, come si fa oggi, non avesse origine, secondo il Thomas (Essai sur les femmes), se non nei tempi cavallereschi dai costumi dei settentrionali conquistatori di Europa, i quali avevano un’antica loro superstizione che riguardava le donne come tante deità». Il poeta recanatese guarda alla cultura della moderna Europa condizionato da limiti. Di solito lo si accosta per certi caratteri ad Arthur Schopenhauer. A me pare più proficuo metterlo accanto, per analogia e contrasto, a Friedrich Nietzsche (1844-1900). Costui è pure filomaterialista e antimetafisico; Schopenhauer costruisce un sistema metafisico basandolo su una libido junghiana (voluntas). Nietzsche ha ripreso la voluntas schopenhaueriana, ma l’ha degradata al rango di libido freudiana (volontà di potenza). De Sade, Leopardi e Nietzsche stanno nel telaio libidico freudiano, e sono collegati lungo simile piano di canali. Ho affermato che il sadismo si configura quale manifestazione della “volontà di potenza” nietzschiana. Ciò è possibile giacché in Nietzsche la pulsione libidica freudiana (Es) diventa autonormativa al di là del bene e del male razionalmente individuabili. Rimane ovvio che non si può sostenere che il wille zur macht (pulsione di agire: “macht” è potere, dominio, potenza; “zur” introduce un complemento di fine) sia soltanto sadismo: questo ne è una possibilità, la extrema, tuttavia dall’ottica nietzschiana si conserva malauguratamente lecita (e il nazismo giunse agli estremi). Avendo chiarito gli intrecci, concentro adesso la mia analisi su Nietzsche. Di costui mi prefiggo di delineare la genesi del pensiero e di affrontare la questione del suo uso da parte nazista. Innanzitutto debbo ripetere la mia idea che intravede nella storia tedesca un filo di pensiero nevrotico attivistico particolarmente operante da Lutero al nazionalsocialismo3. Il volontarismo luterano esce dall’Antico Testamento (ciò costituisce un dettaglio non da poco esaminando Nietzsche). Che cosa ha operato il filosofo della “volontà di dominio”? Ha “biologizzato” Lutero, ha riscritto quel volontarismo in termini di “fisiologia presocratica”. Perché? La sua mente infantile e adolescenziale era formattata luterana (per via dell’ambiente familiare), visse all’epoca del Positivismo: basta fare la somma e troveremo le risposte ai perché sui contenuti filosofici nietzschiani (elaborati inconsciamente). Il wille zur macht è libido freudiana in atto, animatrice di attivismo. Dove ritroviamo simili contenuti? Nel Vecchio Testamento. Dio è l’idolo della volontà di potere ebraica (Adamo che impone nomi riceve una delega di macht). A Nietzsche l’idea di una “volontà di potenza” (pulsione libidica attivistica freudiana) proviene mediante la propria forma mentis dal volontarismo luterano, il quale gli provoca la riscoperta e l’ammirazione dell’Ebraismo trionfante (e il disprezzo, come vedremo meglio, di quello sconfitto). Nietzsche prende la volontà di dominio da Dio e la concede in toto all’uomo (qualcosa del genere in de Sade). Entra in un’orbita fisiologica presocratica dove Dio non mantiene più ragion d’essere, da cui: “la morte di Dio”. L’uomo nuovo, l’oltreuomo, nato dalla terra, che ritornerà alla terra, che deve rimanere attaccato al senso della terra, rappresenta un novello Adamo (un alter Christus ma superomistico, non vittimistico), libero interprete dell’Es (animatore del wille zur macht; complemento di specificazione soggettiva): formalmente ciò è un principio sadiano. Che cosa non è andato bene in Leopardi sotto tale profilo? Il fatto che la sua libido (freudiana) finisse mortificata, e dunque rivolta al’interno (volontà di potere negata) e fosse obbligato ad affrontare le biologiche spinte vitali in quello spazio da una prospettiva riduttiva materialistica (un carcere dell’anima). Similmente, dice Nietzsche, accade ai Giudei, dal canto loro, nel momento in cui sono costretti dalla storia all’esilio. Il loro wille zur macht si interiorizza, viene internato per cause di forza maggiore, e da dionisiaca manifestazione passa ad apollinea elaborazione grazie alla quale maturare e definire surrogati di potenza: nasce allora la vocazione speculativa commerciale capitalistica e quella intellettuale scientifica (forme di dominio a detrimento apollineo). Quando il filosofo tedesco afferma queste cose si rivela antisemita. È vero che apprezza la volontà di potenza ebraica nel successo e che di quella negata nel ripiego ammira sempre la caparbietà (dentro il di lui disprezzo in tale seconda circostanza), tuttavia nel momento in cui elogia il tipo ario della “bestia bionda” non possiamo fare a meno di dedurre che lui sta indirettamente sostenendo nei riguardi degli ariani quanto “doppiamente” pericolosi siano i Giudei in relazione alle velleità di macht dei primi. La dottrina di un popolo, di una razza eletta, superiore, proviene all’Occidente dall’Antico Testamento, è passata alla Cristianità, alla Cristianità germanica in modo significativo, Nietzsche ha biologizzato l’antisemita Lutero, e dalle idee nietzschiane lo pseudoscientifico razzismo biologico ha tratto linfa vitale. Stricto sensu non è stato Nietzsche un profeta del nazismo, sono stati i nazisti nietzschiani: rinnegandolo nella di lui (plausibile) continenza sono divenuti veramente suoi allievi concedendo l’autonormatività al loro sciagurato wille zur macht. Nietzsche sostiene che il mondo non contiene valori e significati in sé, che è la volontà di dominio la regola comportamentale, pertanto cadere nel sadismo dei campi di concentramento e degli stermini costituisce qualcosa, andando al di là di razionalmente indicabili bene e male, nella sua ottica di ammissibile (il che costituisce scelleratezza inaccettabile in assoluto per la Civiltà umana razionale). La cosa sconcertante, la quale ebbi a proposito di de Sade occasione di sottolineare e criticare pesantemente, deriva da simile disgiunzione del Logos da tutto il resto delle facoltà umane. Allorché si prediligono gli istinti animali privandoli di guida ragionevole resta solo una bestia, e per l’appunto la nietzschiana “bestia bionda”. Nel rielaborare inconsciamente il volontarismo luterano, Nietzsche compie un’operazione la quale non mi stupisce affatto: va a riprendere concetti stoici ad hoc: “l’amor fati” e “l’eterno ritorno”. Si reca a pescare nel lago dello stoicismo poiché Zenone di Cizio apparteneva all’area fenicio-semita, possedeva una mentalità attivistica laica (etica del dovere, del fare) poi transitata quale ideologia guida nella cultura romana pagana. Il saggio stoico accetta il fato, però se attivisticamente (e luteranamente) ci impegniamo otteniamo il segno di una buona sorte (o in Lutero della salvazione eterna). Il successo e l’impegno al fine di ottenerlo sono importanti presso simili mentalità, dallo stoicismo romano a Nietzsche. Ma anche se la nostra vita fosse potente di volontà, ne vivremo una sola, e con la morte basta? Nietzsche risponde di no. Ha ucciso Dio, ha tolto il paradiso, però in compenso ci dice: rivivrete il vostro successo all’infinito nell’eterno ritorno (surrogato del paradiso). Qui positivamente, come nel Leopardi ma in guisa pessimistica, nell’indefinito si va a cercare lo spazio di edificazione del wille zur macht. E da non trascurare che nel nominalista Recanatese con analogo sfondo nichilistico il tempo si dà in vuota ripetizione: monotona, noiosa, tragica. Leopardi e Nietzsche sono accomunati altresì da simpatia per il modello aristocratico. Il secondo mantiene la sua adesione allo stoicismo più antico, quello del “vivi secondo Natura”, della quale il primo ha lamentato la perdita nella sua prima fase rousseauiana. Nel “vivere secondo Natura” nietzschiano ritroviamo de Sade. Nietzsche rifiuta lo stoicismo più progredito che ha stabilito egemonico nel Cosmo il Logos, lui respinge il “vivi secondo Ragione” di stampo apollineo. Precorre Freud e dà all’Es e alle sue epifanie il primato, sopra il quale in seguito ogni cosa sarà sovrastrutturale e in sé privo di valore al di fuori dell’intervento del Nuovo Dio, l’übermensch, il datore di significanza al disordinato Cosmo. Tale prospettiva può sfociare nel sadismo, nel modo già chiarito. Il “dionisiaco”, celebrativo della vita, esaltazione dell’estroversione, può, senza il freno del Logos, subire una pericolosissima involuzione. Nietzsche non ha apertamente teorizzato un sistema sadista, purtroppo le premesse danno adito a ciò. Storicamente è dimostrabile che il sadismo dell’Inquisizione (nel torturare e uccidere streghe, omosessuali, et ceteri) ha la sua radice genetica nel Vecchio Testamento dove misoginia e omofobia, ad esempio, si sposano con la volontà di potere ebraica (attivismo similprotestante). Nella tradizione cristiana il peso della sovrastruttura sessuofoba fa deviare la libido alla volta di manifestazioni estreme: il sadismo sarebbe la risposta patologica di forma concreta (wille zur macht) a un limite normativo morale religioso (volontà di potenza negata). La tradizione giudaicocristiana è autonormativa come l’ideologia nazista nel loro essere espressioni di un irrazionalismo comune. L’antisemitismo religioso cristiano (ribaltamento della dottrina veterotestamentaria del popolo eletto) si laicizza in guisa positivistica attraverso Nietzsche e perviene quale ulteriore pseudoscientifico razzismo biologico ai nazisti. La non poco tragica e luttuosa strada evolutiva dell’antisemitismo è una sola. Quando la “dionisiaca bestia bionda” compie un sadico sterminio dei rivali nell’affermazione ideologica e pratica del wille zur macht esiste una precedente trama di storia e di pensiero irrazionalistico nevrotico che rende sul piano conoscitivo nitida simile ingiustificabile dinamica. Nel programma filosofico di Nietzsche il difetto risiede nel rigetto dell’apollineo, della Ragione. “La nascita della tragedia” rappresenta un’opera ideologica mistificatoria: il razionalismo non ha ucciso la Grecità antica autentica, l’ha perfezionata e migliorata. Tant’è che l’apollineo nietzschiano condusse al nazismo. La cultura greco-antica nei suoi lati migliori è alla base della Civiltà occidentale. Dall’irrazionalismo (dionisiaco, o diversamente attivistico; o variamente nevrotico) non sono uscite pagine encomiabili. Nella mia veste di razionalista junghiano non posso condividere e approvare sistemi di pensiero a sostegno di tale irrazionalistico “dionisiaco”, a scapito dell’apollineo e del Logos. Una civiltà veramente umana non può essere eretta sugli aspetti animali (libido freudiana). La dicotomia nietzschiana “apollineo/dionisiaco” offre una profondità radicale, e ci obbliga a scegliere tra la religione della macht, che ha sostituito la fede nevrotica col wille, e l’autentica Filosofia. Quest’ultima non propone l’idolatrare un Logos arroccato; questo è un aspetto, il principale (differenza specifica non attinente ai generi sessuali), dell’“umanità”: la biga del “Fedro” platonico rende benissimo l’idea. Nietzsche si mostra di forma mentis maschilista, all’apollineo ha contrapposto, a mio modesto avviso, una categoria disomogenea e pertanto inadatta e patologica: il dionisiaco. La categoria che da un punto di vista concettuale e semantico mi pare più sana, congeniale, naturale da affiancare è: l’afrodisio4. La coppia “apollineo/afrodisio” rappresenta la struttura bipolare della psiche individuale nella prospettiva junghiana (Io / controparte psichica interna sessuale) e ricalca altresì la natura dell’archetipo sommo androginico. In questo momento, in cui sto parlando di apollineo, afrodisio, dionisiaco non sto discutendo di uomini e donne nella loro versione fisiologica, errore in cui è caduto Otto Weininger il quale ha attribuito specificità fisse ai generi e creato una dicotomia psicanalitica “maschile positivo / femminile negativo”. Tra parentesi Weininger era Ebreo antisemita, Hitler lo apprezzò per le sue idee. Il dionisiaco nietzschiano costituisce un’usurpazione maschilista di prerogative declinate nella loro normale natura al femminile (in senso lato). Tale maschilistico isolamento conduce all’autonormativa volontà di dominio, giacché si è staccata dalla facoltà razionale (stricto sensu; Jung poneva il “sentimento” sull’asse delle capacità della Ragione in senso lato). Dionisiaco è il comportamento irrazionale che soccombe alle passioni, appartenente a un percettivo-sentimentale degenerato. Afrodisio è il comportamento “sentimentale” equilibrato che non ammette squilibri, difetti (si va dall’immaturità al sadismo). Riguardo a quest’ultimo tratto della mia analisi voglio ricordare una dichiarazione fatta da Valentina Nappi il 14 luglio 2012 in un dibattito, nel contesto della manifestazione culturale intitolata “Popsophia” (quel particolare evento fu denominato “Pornosophia”), nella quale puntualizzò che nella sua attività di pornostar si ispirava al dionisiaco nietzschiano: ecco cosa intendo ad esempio per “afrodisio”. Un libidico accettabile, che non consenta violenza. La gamma del dionisiaco nietzschiano si rivela ampia per il modo in cui il suo teorizzatore l’ha concepita. Nel suo primo immediato tratto compare l’afrodisio (non solo in questa forma di Valentina Nappi), ma al di là stanno aristotelico eccesso e patologia mentale. La pornografia (con protagonisti ovviamente maggiorenni), allorché non ha a che fare con lati violenti (e quindi non si caratterizza quale reato), rappresenta la risposta “positiva” alla sessuofobia cristiana (e varia). Può a volte essere arte. Ci può essere dentro quello che indicava Nietzsche in maniera simbolica e allegorica: danza, musicalità, vitalismo. La verniana Parigi nel XX secolo che ho collegato a Leopardi, nella proiezione immaginaria della sua poetica filosofica, è un mancato huxleyano Brave New World. Nello “Zibaldone” si dice: «La vita non è fatta che per il piacere, poiché non è fatta se non per la felicità, la quale consiste nel piacere, e senza di esso è imperfetta la vita, perché manca del suo fine, ed è una continua pena, perch’ella è naturalmente e necessariamente un continuo e non mai interrotto desiderio e bisogno di felicità cioè di piacere». E nei tardivi “Pensieri” leopardiani si tocca pure un tono nietzschiano. 1) «L’educazione che ricevono, specialmente in Italia, quelli che sono educati (che a dir vero, non sono molti), è un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai giovani: fuggite i piaceri propri della vostra età, perché tutti sono pericolosi e contrari ai buoni costumi, e perché noi che ne abbiamo presi quanti più abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo altrettanti, non ci siamo più atti, a causa degli anni. Non vi curate di vivere oggi; ma siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto più sapete, per vivere quando non sarete più a tempo. Saviezza e onestà vogliono che il giovane si astenga quanto è possibile dal far uso della gioventù, eccetto per superare gli altri nelle fatiche. Della vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che indirizzeremo il tutto all’utile nostro. Tutto il contrario di queste cose ha fatto ognuno di noi alla vostra età, e ritornerebbe a fare se ringiovanisse: ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri fatti passati, né alle nostre intenzioni. Così facendo, credete a noi conoscenti ed esperti delle cose umane, che voi sarete felici. Io non so che cosa sia inganno e fraude, se non è il promettere felicità agl’inesperti sotto tali condizioni. L’interesse della tranquillità comune, domestica e pubblica, è contrario ai piaceri ed alle imprese dei giovani; e perciò anche l’educazione buona, o così chiamata, consiste in gran parte nell’ingannare gli allievi, acciocché pospongano il comodo proprio all’altrui. Ma senza questo, i vecchi tendono naturalmente a distruggere, per quanto è in loro, e a cancellare dalla vita umana la gioventù, lo spettacolo della quale abborrono. In tutti i tempi la vecchiaia fu congiurata contro la giovinezza, perché in tutti i tempi fu propria degli uomini la viltà di condannare e perseguitare in altri quei beni che essi più desidererebbero a se medesimi. Ma però non lascia d’esser notabile che, tra gli educatori, i quali, se mai persona al mondo, fanno professione di cercare il bene dei prossimi, si trovino tanti che cerchino di privare i loro allievi del maggior bene della vita, che è la giovinezza. Più notabile è, che mai padre né madre, non che altro istitutore, non sentì rimordere la coscienza del dare ai figliuoli un’educazione che muove da un principio così maligno. La qual cosa farebbe più maraviglia, se già lungamente, per altre cause, il procurare l’abolizione della gioventù, non fosse stata creduta opera meritoria. Frutto di tale cultura malefica, o intenta al profitto del cultore con rovina della pianta, si è, o che gli alunni, vissuti da vecchi nell’età florida, si rendono ridicoli e infelici in vecchiezza, volendo vivere da giovani; ovvero, come accade più spesso, che la natura vince, e che i giovani vivendo da giovani in dispetto dell’educazione, si fanno ribelli agli educatori, i quali se avessero favorito l’uso e il godimento delle loro facoltà giovanili, avrebbero potuto regolarlo, mediante la confidenza degli allievi, che non avrebbero mai perduta». 2) «Nessuno diventa uomo innanzi di aver fatto una grande esperienza di sé, la quale rivelando lui a lui medesimo, e determinando l’opinione sua intorno a se stesso, determina in qualche modo la fortuna e lo stato suo nella vita. A questa grande esperienza, insino alla quale nessuno nel mondo riesce da molto più che un fanciullo, il vivere antico porgeva materia infinita e pronta: ma oggi il vivere de’ privati è sì povero di casi, e in universale di tal natura, che, per mancamento di occasioni, molta parte degli uomini muore avanti all’esperienza ch’io dico, e però bambina poco altrimenti che non nacque. Agli altri il conoscimento e il possesso di se medesimi suol venire o da bisogni e infortuni, o da qualche passione grande, cioè forte; e per lo più dall’amore; quando l’amore è gran passione; cosa che non accade in tutti come l’amare. Ma accaduta che sia, o nel principio della vita, come in alcuni, ovvero più tardi, e dopo altri amori di minore importanza, come pare che occorra più spesse volte, certo all’uscire di un amor grande e passionato, l’uomo conosce già mediocremente i suoi simili, fra i quali gli è convenuto aggirarsi con desiderii intensi, e con bisogni gravi e forse non provati innanzi; conosce ab esperto la natura delle passioni, poiché una di loro che arda, infiamma tutte l’altre; conosce la natura e il temperamento proprio; se la misura delle proprie facoltà e delle proprie forze; e oramai può far giudizio se e quanto gli convenga sperare o disperare di sé, e, per quello che si può intendere del futuro, qual luogo gli sia destinato nel mondo. In fine la vita a’ suoi occhi ha un aspetto nuovo, già mutata per lui di cosa udita in veduta, e d’immaginata in reale; ed egli si sente in mezzo ad essa, forse non più felice, ma per dir così, più potente di prima, cioè più atto a far uso di sé e degli altri».
 
 
Friedrich Nietzsche ritratto da Edvard Munch
 
 
Da “Così parlò Zarathustra”
 
Si ripaga un[o che è] Maestro male, quando si rimane sempre solo allievo [Man vergilt einem Lehrer schlecht, wenn man immer nur der Schüler bleibt].
 
 

Si deve ancora avere un caos all’interno di sé, allo scopo di dare alla luce una stella danzante [Man muss noch Chaos in sich haben, um einen tanzenden Stern gebären zu können].
 
 

 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Filosofie sadiche”
https://www.academia.edu/45301442/Filosofie_sadiche
 
 
2 Mi pare utile offrire tale spunto:
 
3 Al fine di approfondire indico un mio saggio:
 
4 Per un interessante approfondimento:

martedì 19 gennaio 2021

LA TANATOLATRIA DI DE SADE

di DANILO CARUSO
 
Chi studia la Civiltà occidentale e la storia umana su questo pianeta in maniera seria e approfondita non può fare a meno di fare i conti con la figura e la produzione letteraria di
Donatien Alphonse François de Sade (1740-1814). Notissimo l’aggettivo “sadico” che da lui prende origine. Egli si considerò un “filosofo”, e simile qualifica, a mio meditato avviso, nonostante tutto quello che ha descritto nelle sue opere, non gli si può negare. De Sade ha sviluppato nella sua creazione letteraria dei determinati principi, sfocianti nell’irrazionalismo, partendo da una base razionalistica e illuministica. Che le conclusioni a cui è approdato siano totalmente inaccettabili da una persona sana di mente non impedisce di comprendere l’“iter filosofico” su cui lui le ha poggiate. È del tutto fuor di luogo immaginare l’ipotesi di liceità della violenza da lui proposta. Tale punto è inappellabile nell’approccio scientifico alla redazione sadiana e al suo autore. L’associazione di sesso, maltrattamenti, torture e uccisioni in un unicum rilevabile nei suoi romanzi non rappresenta ovviamente un fenomeno patologico mentale e comportamentale inventato da simile inquietante scrittore francese. Esisteva prima di lui, non tematizzato con pari insistenza, e non noto con il nome di “sadismo”. L’autore de Sade ci pone di fronte a uno sconcertante orizzonte, il quale chi vuol conoscere bene la realtà non può ignorare. Non è facile guardarlo e scrutarlo a fondo con facilità, non rimane ingiustificato il lettore che rimanesse traumatizzato dal contatto con la produzione sadiana. Quelle forme di inaudita violenza, i modi esagerati e la loro coniugazione a un’attività sessuale non sono storie all’ordine quotidiano. Tuttavia de Sade ci ha obbligati a tenerne conto quantomeno in ambito di studio. Ed essendo quel che egli ci ha presentato un caso limite, non si può ignorare il pensiero sadiano senza pregiudicare la visione dell’intero cui ambisce la filosofia. Con tale spirito ne ho affrontato un esame, il quale si è riallacciato al mio modello analitico di conoscenza della Civiltà occidentale. Parlando da junghiano, sono d’accordo con chi ha visto in de Sade un precursore sui generis di Freud. Qua debbo spiegare per chiarezza che per me la libido freudiana rappresenta un grado inferiore della libido junghiana, vale a dire che l’animalità non esaurisce in toto la qualità dell’energia vitale, ma essa può essere vissuta in gradi diversi (di cui uno superiore più intellettuale, più spirituale per Natura e non sublimato). Chi vive secondo una libido freudiana, nella mia ottica, resta sottoposto a un sacrificio libidico (“principio di realtà”, e “sublimazione” nei casi di produzione intellettuale ed estetica). Chi si è elevato alla libido junghiana, abbandonando la “fase naturale” e passando alla “fase culturale”, non vive in guisa negativa i contenuti altrimenti imposti dal “principio di realtà”: questi ora diventano “naturali” in conformità alla Ragione (tra essi ad esempio lo Stato nella concezione aristotelica). Riprendendo il filo sadiano, sarà adesso semplice capire il piano sopra il quale colloco la mia analisi. De Sade ha scoperto l’Es e e le sue pulsioni, e ha trattato della dicotomia freudiana “Es / Super Ego”, delegittimando la facoltà di crescita spirituale alla volta di una maturità junghiana, nel modo in cui io l’ho testé intesa. Comprendere il perché il filosofo francese faccia così apre le porte a una visione lineare in quel torbido magma. Ch’egli fosse sadico nella sua condotta giovanile lo testimonia la sua biografia, che non lo fosse stato nella guisa radicale dipinta nelle sue opere lo affermò poi in futuro quando fu più volte incarcerato a causa di simile sua patologica inclinazione. Non possiamo però scartare l’idea che se non fosse stato detenuto e posto sotto vigilanza, sarebbe potuto peggiorare sulla falsariga della sua elaborazione scritturale. Ciò non è comunque possibile sostenerlo. Che durante il periodo rivoluzionario francese si mostrasse moderato nella sua attività politica di sostegno al nuovo corso, non dice poi molto se dalla sua testa scaturivano le scene e le idee inserite nelle sue pagine. Che si voglia dare la colpa della genesi della sua creazione letteraria alla carcerazione prolungata, ugualmente non dice gran che. Nessuno ci può garantire che quella produzione sia stata figlia dell’isolamento, e non invece un surrogato forzato. Mi sento di sostenere che “catarsi” ci sia soltanto nel suo lettore il quale non sia disturbato. Le cose descritte da de Sade farebbero passare la voglia di uccidere anche una mosca. Costui ha ben compreso le pulsioni poi teorizzate da Freud in ambito psicanalitico: quelle positive, miranti a un benessere personale e di specie, collegate a cibo e sesso; e altresì quella distruttiva che si manifesta nelle forme aggressive e violente. Inoltre lo scrittore francese le ha messe assieme esplicitamente delineando la “patologia sadica”. Questa di per sé scaturisce in soggetti ancorati o regrediti a uno stadio di sviluppo psichico personale vincolato da un lato a un grado di libido animale, i quali commettono il gravissimo errore, mentale e comportamentale, di associare alle pulsioni relazionate al cibo e al sesso quella inducente a distruggere. Cosicché si crea un torbido connubio in cui mangiare e svolgere attività sessuale si snaturano dalla loro positiva forma naturale. Premetto qui un dettaglio conclusivo: il sadismo costituisce una forma di tanatolatria. Essa rappresenta il significato ultimo del sistema filosofico sadiano. De Sade è di forma mentis illuministica, subisce l’influsso di Rousseau, è materialista. Come quest’ultimo, il primo ritiene che ci sia un’“ottima condizione di Natura”, però l’analogia di impostazione rimane solo formale. Mentre l’uomo naturale rousseauiano è buono e pacifico, quello sadiano è ispirato alla visione hobbesiana. Questo è l’individuo sottoposto al freudiano “principio di realtà”. De Sade teorizza il primato dell’Es a scapito del Super Ego, lo fa in modo lucido e consapevole, ed è questo a far di lui un “filosofo”. Il suo “razionale irrazionalismo” ci spinge a un confronto intellettuale molto duro con lui e abbiamo obiettivamente difficoltà a demolirlo se non attraversiamo la prova equipaggiati a dovere di strumenti concettuali adeguati e opportuni. Lui ci rinfaccia con Hobbes e ante litteram con Freud: l’Es è la Natura originaria, la stratificazione psichica autentica. E con Rousseau ci ribadisce: quello è l’essere umano vero, non quello intrappolato nella sovrastruttura sociale. Il problema è molto serio, tant’è che lo ritroviamo già elaborato nitidamente in Platone, cioè nel più importante filosofo di ogni tempo senza il quale la filosofia non sarebbe stata poi quella che si è rivelata. Nel mito della biga alata del “Fedro” (con i due cavalli rappresentanti da un canto le passioni e dall’altro emozioni e sentimenti equilibrati, e a parte l’auriga simboleggiante la Ragione) è già presente il dilemma sadiano appena evocato: le pulsioni freudiane pure definiscono l’essere umano? Il primo a rispondere no è proprio Platone. Seguito da Aristotele, con la sua etica della medietà e con la sua definizione di essere umano: animale munito di Logos. Nella concezione sadiana il Logos dell’uomo viene ridotto ai minimi termini, quanto basta all’organizzazione e al godimento della nefandezza. Agli occhi di de Sade l’uomo è un animale, in senso pieno, mancato: feroce, libidinoso, senza limiti. Lo scrittore francese sovverte appunto l’ideale della Grecità antica, quello della “moderazione”, variamente messo in scena in quel teatro (si pensi alla catarsi aristotelica). Lo slancio dell’Es nei deprecabili protagonisti sadiani non trova un freno, non ottiene un appagamento in guisa serena. Noi possiamo comprendere il meccanismo sadista non indagando il come della sostanza, bensì il perché della forma. La sostanza costituisce il continuo ripetersi di “una” forma di base. La ripetizione che Freud definisce “coazione a ripetere” rappresenta una vocazione di morte, di immaterialità inorganica, in particolare una proiezione verso lo stadio prenatale di inesistenza. Ecco la tanatolatria cui più sopra facevo accenno. Il sadismo costituisce un culto della Morte. La Natura in de Sade si configura in modo esclusivo quale Grande Madre negativa: il male raffigura la cifra dell’Essere. Pertanto al fine di rendere felice, il soggetto umano deve essere liberato dalle catene sovrastrutturali morali e giuridiche. I più forti, i più abili godranno; gli altri saranno per Natura o sottoposti a costoro o comparse inutili da eliminare. La cosa che più turba deriva dalla coerenza interna del sistema sadiano, perciò bisogna entrarci allo scopo di demolirlo. La caratteristica distintiva universale dell’essere “umano” proviene dalla Ragione, l’auriga della biga platonica; ed essa non subisce sperequazioni di genere. Quantunque il filosofo francese non faccia formale discriminazione di genere nel votarsi alla mala condotta, sono nei suoi scritti di più gli uomini protagonisti negativi e le donne le vittime. Dunque de facto di Sade avalla l’antifemminismo, vede nelle donne soltanto oggetti di piacere illecito. Una simile generale impostazione sadista non può essere tollerata giacché se esiste il Logos ed esso è discriminante dell’umanità, a questo va il primato, non all’Es. Platone mediante il suo mito ricordato ci indica come ottenere la vittoria concettuale sul filosofo francese (il quale possiede alcune coloriture sofistiche), tuttavia ci chiarisce che far vincere la Ragione non è appunto impresa da poco in un mondo dove vengono privilegiati gli aspetti passionali. La tanatolatria sadiana mostra un significativo sintomo nella coprofagia, rappresenta questa un segno del culto del non organico: chi la pratica partecipa di un rito evocante la Grande Madre negativa. Essa produce male e morte quali mete ideali. Le pratiche coprofagiche costituiscono una sorta di partecipazione simbolica all’inorganico prenatale (della coazione a ripetere di cui detto sopra). Non poche cose nella redazione sadiana possiedono un connotato aberrante, vomitevole, iperbolico. Solo attraverso l’uso arbitrario e irrazionale della Vis, come sostiene de Sade, potrebbero essere imposte: la Civiltà umana le rifiuta quali estranee alla propria specificità, e le giudica illecite altresì in assoluto poiché la Natura non è esclusivamente Grande Madre negativa. Essa possiede un duplice volto, di cui il più importante è quello creativo e conservativo nel benessere. Un approfondimento ulteriore in termini freudiani consente di capire ancora meglio la natura del pensiero e della letteratura sadiani. Freud, come ha ricordato Lou Andreas-Salomé, ha associato il sadismo all’erotismo anale sottolineando come già presso gli animali possano comparire forme parascatolatriche. La von Salomé prosegue dicendo che una disposizione erotico-scatolatrica compare nei gruppi umani arretrati, al di fuori della civilizzazione, dove la sessualità possiede una libertà epifanica animale. Patologica si rivela la regressione nel seno della civiltà. La morbosa attenzione alla sfera anale sotto il profilo scatologico costituisce sintomo caratteristico di un disturbo psichico nell’uomo che non ha raggiunto la maturità mentale sessuale. Il “carattere anale” in Freud appartiene a determinati soggetti i quali non hanno raggiunto la fase del primato genitale. Loro sono connotati, nella tipologia integrale, da avarizia e ostinazione. Di fronte a costoro il mondo rappresenta un campo estraneo da sfruttare a vantaggio di un edonismo personale solitario, dove il proprio esclusivo benessere rappresenta ciò che conta. La studiosa freudiana rammenta che il richiamo della fase di sviluppo sessuale anale costituisce in maniera simbolica un’evocazione di tutto quanto sia riconducibile alla Morte. Alla tanatolatria sadiana è riconducibile l’“insistenza” sadista all’anal sex. E preciso: l’“insistenza”, non la pratica la quale rimane possibile e libera in un armonioso rapporto di coppia etero o omosex (anzi in quest’ultimo caso si mostra il principale tipo di congresso carnale fra maschi). Il protagonista sadico è un edonista sotto l’insegna della Morte, il suo circuito è questo: sesso-violenza-uccisione. Egli rappresenta il campione dell’Ombra junghiana. La quale scaturisce dalla tensione in ambito libidico freudiano fra Es e Super Ego. Sebbene la “possibilità” sia “libertà”, tutto ciò che è immaginabile non è lecito. Smarrire la guida della Ragione per adeguarsi alle “necessità” dell’Es vuol dire perdere la libertà e comportarsi da animali in preda a istinti. Socrate non aveva molto torto a sostenere che gli uomini si comportano male a causa di ignoranza (intellettualismo etico). Se ad esempio i ragazzi studiassero le nefandezze sadiche sotto opportuno insegnamento, da adulti potrebbero essere stati vaccinati contro l’Ombra, e inibiti a perseguire irrazionale smodatezza grazie a una catarsi pedagogica. La fusione sadiana delle primordiali pulsioni freudiane (verso sesso, cibo, distruzione) può configurarsi come “volontà di potenza” nietzschiana: sono d’accordo con chi ha maturato questa riflessione. Aggiungo, per quanto attiene al mio pensiero, che questa sia più ancestrale del volontarismo luterano (nell’ambito occidentale della forme di attivismo nevrotico). E chi ha visto nel nazionalsocialismo l’esercizio esplicito di modi sadici, a mio avviso, non sbaglierebbe. Secondo me esiste un particolare filo attivistico che attraversa la cultura tedesca nei secoli e i cui estremi sono rappresentati da Lutero e dal fenomeno nazista. Ritengo in generale che il sadismo quale patologia comportamentale non abbia direttamente bisogno di una violenza sessuale in termini di stupro, giacché torturare e seviziare nella mente di simili soggetti molto gravemente deviati appare attività provocante soddisfazione libidica sessuale. In parole povere le pulsioni freudiane si identificano e possono dismettere alcune caratteristiche specifiche nell’esercizio sadico. Io giudico il fenomeno delle persecuzioni condotte dall’Inquisizione nel loro aspetto pratico un caso di sadismo più evidente sul piano psicanalitico rispetto alle violenze naziste, ma colloco naturalmente entrambe sullo stesso livello nella qualità di crimini contro l’umanità. Il sadico può surrogare l’attività sessuale nella violenza (in seguito a pregressa repressione formativa o altro). Nelle persecuzioni cristiane esiste una fortissima connotazione sessuale (sessuofobica nevrotica) come testimoniato dai target (donne e omosessuali, accanto ad altri). Il Cristianesimo esordisce con un clamoroso femminicidio sadico, quello di Ipazia di Alessandria, per poi proseguire con tutto il resto in merito obiettivamente rintracciabile nella storia. L’operato dell’Inquisizione non manca di essere ricordato nelle pagine di de Sade, e per giunta con apprezzamento (il che sconcerta e disorienta se teniamo in conto che l’autore francese è un accanito materialista anticlericale). La tipologia del “carattere anale” freudiano associabile al tipo sadico, in virtù delle sue connotazioni integrali (avarizia, ostinazione), mi consente di compiere un salto nell’ambito sociologico e di intravedere le qualità del sadico nella figura del capitalista sregolato. Simile operazione non appaia arbitraria. Il capitalista mira all’appagamento di un desiderio illimitato di accumulazione pecuniaria, con avarizia e ostinazione (ci si ricordi di Freud). Violenta la Natura (stupro della Grande Madre), e soprattutto esercita un potere di dominio sui propri subalterni salariati, quest’ultima una cosa che secondo me si rivela una forma di sfruttamento particolare. I salariati affittano il proprio corpo allo scopo di prestare la manodopera (manuale o intellettuale) al datore di lavoro (il privato o lo Stato borghese), e in tale rapporto nella società borghese intravedo una specie di “prostituzione forzata”. Pasolini nel trasporre sul piano filmico “Le 120 giornate di Sodoma”, mostruoso romanzo sadiano (sia per i contenuti che per la mole narrativa progettata), ha colto nella sua operazione tale valenza. E in particolare ha unificato nella pellicola più livelli richiamati nella mia analisi. Il nazismo ha difeso gli interessi del capitalismo tedesco, si è manifestato quale epifenomeno politico della germanica “volontà di potenza”, è stato feroce sterminatore degli avversari: la sadica “volontà di potenza” celebrata nel mito della superiorità della razza ariana ha avuto le sue vittime in modo speciale negli Ebrei. Il film di Pasolini ingloba la libidica freudiana voluntas capitalistica, quale suo connotato. In questo momento di esso mi interessa questo aspetto perché il mondo auspicato dalla visione filosofica sadiana mi appare la possibilità di una degenerazione della società capitalistica. Il liberalcapitalista smodato, al pari del libertino sadico, promuove la riduzione ai minimi termini del controllo statale, auspica la “massima libertà”, giacché una “mano invisibile” super homines aggiusterebbe tutto alla volta del meglio. Ne viene sostanzialmente fuori invece il primato della sopraffazione pratica da parte del più abile e più forte. Tale stadio così standardizzato nella sua idealità negativa non lo ritengo però immediato. In passato studiando i classici della letteratura distopica chiarii che il Brave New World huxleyano era intermedio rispetto alla nostra società e al mondo wellsiano dei Morlock e degli Eloi. Adesso sono nella condizione di poter aggiungere un altro stadio intermedio a quelle due eventuali degenerazioni future: il sistema sociale sadista. Se la nostra società occidentale impazzisse radicalmente vedo tra le distopie prossima quella huxleyana del libertinaggio soft. Un dettaglio del Mondo Nuovo che a suo tempo collegai con la posteriore, in relazione alla pubblicazione del libro, esperienza nazista proviene dalla cremazione dei cadaveri e dal loro uso a scopi produttivi. La realtà sadista del libertinaggio sregolato costituirebbe un livello successivo alla distopia huxleyana. E anche qui, in aggiunta a tutti i dettagli sinora sottolineati, voglio rammentarne uno nuovo preciso: il cannibalismo. In un romanzo sadiano, “Aline e Valcour”, viene descritto il regno di Butua i cui abitanti sono cannibali. Cannibali sono i Morlock wellsiani. Quel mondo in cui il time traveller arriva potrebbe dunque costituire ennesima degenerazione: in effetti noi non sappiamo se i Morlock possano aver mantenuto altre inclinazioni sadiche, Wells non ci dice che siano stupratori e torturatori, ma neanche afferma il contrario. Probabilmente sono rimasti solo cannibali, e quel cannibalismo wellsiano riproduce il modello, degno del darwinismo sociale, della lotta fra classi (in senso lato, anche in una prospettiva sadiana: i più forti contro i più deboli). Non trascuriamo il fatto che de Sade è stato un pensatore liberale illuministico, e che il liberalismo e il liberismo forniscono l’ideologia di riferimento al capitalismo. Il filosofo francese compie una precisa costruzione intellettuale mettendo al primo posto l’Es, diversamente da Platone il quale riconosce primo il Logos indistinto nei sessi, e prospettando de facto un maschilistico primato. Le donne nel disegno di de Sade rimangono subalterne, e non rimane a loro che essere vittime o complici. A tal proposito mi sembra rilevante la dicotomia di personaggi letterari Justine/Juliette; le due sorelle indicano due archetipi sadiani, due tipi chiave all’interno del sistema sadista, i quali nella mia analisi si riallacciano ad altre figure esterne. Lenina Crowne, l’edonista idiota del Brave New World, costituisce l’antenata di Juliette, l’edonista spregevole. Justine rappresenta l’antenata di Weena, probabile vittima dei Morlock. L’autore francese nella sua scrittura offre alla letteratura universale quanto di peggio si possa trovare, è iperbolico e surreale. Tali qualità mi paiono assumere la veste di un’“aberrazione di protesta”. La sua formazione scolastica superiore fu presso gesuiti, e non è da escludere che quel clima religioso integralista abbia traumatizzato una mente sensibile e predisposta alle humanae litterarae. In ogni caso questo scrittore rappresenta un problema critico e filosofico da cui non si può prescindere nella conoscenza dell’intero. Il marchese de Sade è stato accostato a Giacomo Leopardi (1798-1837) per quanto concerne il tema della Natura matrigna (Grande Madre negativa). Altresì in tal caso sono d’accordo con chi ha intravisto l’analogia a monte. Entrambi partono dal medesimo principio: la Natura è Male. Però ciascuno di loro due poi segue una via diversa nello sviluppare il personale sistema filosofico. Importante e da non trascurare è che il Francese viene cronologicamente prima dell’Italiano, e che non si può dire che de Sade sia un leopardiano impazzito, bensì si potrebbe sostenere che Leopardi sia un sadiano represso (anche se in assoluto, a livello critico, possiamo porre le due definizioni sullo stesso piano di studio). Un dettaglio che mi ha colpito osservando questi due scrittori, alla ricerca di elementi in comune lungo il canale condiviso sopra evocato, proviene dall’immagine del vulcano quale simbolo della Grande Madre negativa. Di Leopardi notissimo lo «sterminator Vesevo» che incombe sulla ginestra. Del filosofo francese a questo proposito molto interessante mi si è rivelato un brano de “La nouvelle Justine ou les malheurs de la vertu” (romanzo molto lungo, edito nel 1791). Jérôme, uno dei repellenti protagonisti sadici, trovandosi in Sicilia rivolge una singolare preghiera all’Etna: «Un jour, examinant l’Etna, dont le sein vomissait des flammes, je désirais être ce célèbre volcan. Bouche des enfers, m’écriai-je en le considérant, si comme toi je pouvais engloutir toutes les villes qui m’environnent, que de larmes je ferais couler! [Un giorno, esaminando l’Etna di cui il seno vomitava delle fiamme, desideravo essere questo celebre vulcano. Bocca degli inferi, esclamai osservandolo, se come te potessi inghiottire tutte le città che mi circondano che lacrime farei colare!]». All’accoppiata Etna/Vesuvio si aggiunge un altro spunto analitico proprio subito dopo nel testo sadiano. Jérôme incontra nell’Isola celebrata da Goethe lo scienziato sadico e zoofilo Almani, il quale gli rivolge un ragionamento sulla Natura matrigna di sostanza schiettamente leopardiana (pare di leggere in quella sezione teorica qualcosa scritto da Leopardi!). Almani possiede conoscenze fantascientifiche tali da poter causare un devastante terremoto in tutta la Sicilia. Così i due sadici trovano patologica soddisfazione nel compiere un criminale disegno di morte e di terrore. De Sade cita la sola città di Messina in simile episodio. Il 28 dicembre 1908 un violentissimo terremoto colpì nella realtà quella città siciliana. Jérôme esprime parole di odio per l’Isola (che ospitò Platone, il quale cercò di costruirvi infruttuosamente la sua repubblica ideale). L’espressione di siffatta ostile tensione non appare al mio sguardo casuale. Nella sua vita de Sade fu in Italia e non andò più a sud della Campania: avrebbe potuto situare Jérôme davanti al Vesuvio e ambientare il terremoto in quelle zone, ma ha scelto l’Etna contrariamente a Leopardi. Perché? La differenza tra il Francese e l’Italiano sta nel fatto che questo attende e teme il Male; quello lo asseconda, lo promuove, lo produce. Il Vesuvio è quiescente, mentre l’Etna è più attivo. De Sade vede l’Etna quale simbolo della Grande Madre (positiva e negativa), Leopardi vede il Vesuvio soltanto quale potenziale Grande Madre negativa. Perciò il primo, avendo colto, seppur a distanza, la bellezza metafisica dell’Isola (si pensi a “Teoria della Sicilia” di Manlio Sgalambro), ha bisogno di un malefico intervento umano che conferisca il segno negativo. Lo scrittore francese ha voluto in ossequio al suo sistema di pensiero sfregiare “sadicamente” l’estetica positiva espressa dalla Sicilia, la quale ha individuato come un simbolico campo di scontro intellettuale e di civiltà. De Sade denota in generale l’orgasmo mediante il verbo “décharger”, il quale risulta molto preciso sotto il profilo psicanalitico. Lui ha presente la “carica libidica” proveniente dall’Es. La sua acutezza nel riconoscere simile aspetto gli deriva dalla mentalità illuministica e lo collega al positivismo freudiano (il Positivismo fu la resurrezione post-romantica dell’Illuminismo). “Scaricare” nel senso di “liberare”, tale il significato del sadismo: liberare l’Es grazie a una prassi in sommo grado distruttiva. Una simile idea non può essere ammessa senza perdere l’“umanità” e senza cadere in direzione di un’intollerabile tangenza con le bestie prive di Logos.

 

Un’illustrazione di fine ’700 per “Aline e Valcour” dove inquisitori spagnoli torturano una donna

 

NOTE

Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Filosofie sadiche”
https://www.academia.edu/45301442/Filosofie_sadiche

1 Ho preso in esame tangenzialmente il problema del sadismo all’interno del Cristianesimo in una mia analisi dedicata alla figura di Kierkegaard:

http://lettere-filosofia.blogspot.com/2020/12/lirrazionalismo-nevrotico-di-kierkegaard.html

2 Allo scopo di approfondire, riguardo ai temi affrontati nell’ultimo tratto, rinvio a miei altri studi:

https://www.academia.edu/29344784/Critica_dell_irrazionalismo_occidentale

https://www.academia.edu/14615660/Il_capitalismo_impazzito_di_Aldous_Huxley

https://lettere-filosofia.blogspot.com/2016/11/la-terribile-distopia-di-h-g-wells.html