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24 agosto 2025

SADISMO E DISTOPIA IN “SQUID GAME”

di DANILO CARUSO

“Squid game” è stata una distopica serie TV distribuita in tre stagioni tra il 2021 e il ’25. Il suo contenuto è apparso interessante alle mie riflessioni critiche sulle utopie negative, alle quali ho dedicato diversi miei lavori. In particolar modo il connotato sadico messo in scena ha trovato tangenze con miei pregressi studi pubblicati. La serie, ambientata in Corea del Sud, descrive lo svolgimento di una periodica sorta di olimpiade (o campionato, che dir si voglia) cruenta, i cui partecipanti presi fra la gente comune molto indebitata vengono di gioco in gioco (sono sei in un ciclo) se perdenti eliminati fisicamente. In virtù di queste uccisioni degli eliminati il montepremi in denaro cresce. La cosa ne sprona molti a continuare nelle competizioni, pur potendo chiedere una votazione collegiale dei partecipanti in vita al fine di deliberare una fine anticipata, con divisione del montepremi maturato in maniera equa fra tutti loro (in ciò v’è allusione al meccanismo rousseauiano della “volontà generale”). Simile sadica organizzazione è stata messa in piedi da un miliardario annoiato, desideroso di novità emozionanti, in collaborazione con altri suoi pari (nella serie sono chiamati i VIP). Elementi che nutrono la cornice sadica sono: la scelta di numerose persone in difficoltà economica (propense, grazie alla prospettiva di un ricco premio, a inserirsi nel meccanismo competitivo letale), e i giochi di confronto (i quali sono presi da quelli più noti e diffusi fra i bambini coreani). Tutto questo insieme mi è parso alimentare nei VIP un sadismo puro. Perciò ho voluto costruire una analisi pertinente che mettesse in evidenza migliore gli inquietanti e disturbanti aspetti sadici di “Squid game”. Voglio iniziare dagli spettatori sadici, i VIP, i quali riflettono bene, seppur non agendo direttamente sugli abusati concorrenti, l’ideale negativo sadiano. Sono uomini, ma compare nel secondo campionato pure una donna. La serie offre un esempio di “tirannia privata” attuata dai sadici VIP. In aggiunta, i giochi competitivi sadici rivolti ai concorrenti assumono il ruolo di tecniche di abuso, e gli allestimenti scenici di svolgimento e i sistemi meccanici prendono il luogo di spazi, tecniche e macchine sadiane di tortura e violenza. Tali gare di “Squid game” rivelano un connotato molto sadico. Questi abusati in competizione per un premio in denaro presentano analogie con casi letterari sadiani dove le vittime in mano ai sadici mirano alla sopravvivenza e a sfuggire a una punizione superiore: così accade nella serie televisiva dove al di là del sadico sprone di una vincita pecuniaria, ciascun concorrente ha il basilare obiettivo di evitare l’eliminazione fisica applicata ai perdenti. Simile dinamica orizzontale fra gli abusati innesca un aspro confronto inter se, una sadica generale gara darwiniana, la quale restituisce molto di psicologia sadista, a livello di dinamica verticale, in direzione dei VIP fruitori dello spectaculum (v’è una dimensione di scopofilia). I concorrenti in “Squid game” sono di genere misto, uomini e donne, il che vivacizza lo svolgimento non solo delle prove. All’interno di un siffatto contesto nella serie TV, e nella diversa varia pluralistica casistica sadiana, viene meno il principio di solidarietà. In “Squid game” possiamo notare l’esempio femminile di concorrente che usa la propria sessualità in funzione manipolatrice verso un altro partecipante maschio, in maniera alla lunga infruttuosa. Questo, da parte di una donna, costituisce un dettaglio molto sadiano e si riaggancia ad aspetti emancipativi sadici e femminili. Alla fine sarà proprio costei a causare durante un gioco le morti di lei e di questo suo partner inaffidabile poiché più preso dall’impellenza dell’autoconservazione. Comunque la serie televisiva testimonia una migliore resistenza dello spirito di solidarietà in alcuni concorrenti rispetto alla disgregazione in de Sade, dove la possibilità di azione dell’abusatore non lascia margine alcuno. La scopofilia dei VIP, non invasiva al 100%, lascia un piccolo spazio dove si inserisce, in modo più o meno fruttuoso, il protagonista Seong Gi-hun. “Squid game” ha riproposto lo hobbesiano “bellum omnium contra omnes”, ossia una condizione oggetto di apologia sadiana. De Sade sostiene che quello stadio di partenza sia il più autentico dell’essere umano, e che perciò non vada smarrito a causa di una sovrastruttura sociale di contenimento e di limitazione (lo Stato, il Leviatano): chiunque dev’essere lasciato libero nella propria area di “tirannia privata”. Lo scrittore francese, che nella critica sovrastrutturale ricalca Rousseau (però in guisa più che altro formale), ritrova i suoi auspicati principi sadisti in azione in “Squid game”: i concorrenti sono liberi di uccidersi sia nei giochi che fuori di essi. Ciò rappresenta un trionfo del sadismo: la competizione sadica ha comportato la perdita dell’“umanità” nei partecipanti abusati, essi sono regrediti al “cattivo selvaggio”, allo “homo homini lupus”. In tale dinamica la scopofilia dei VIP può tramutarsi in invasiva se consideriamo la forma in cui l’abusato competitore nella sua lotta possa fungere da surrogato di abusatore. Una simile cosa alimenta tutte le dinamiche di coinvolgimento orizzontale e verticale. I VIP sadici hanno letteralmente isolato le vittime dacché queste cruente competizioni si svolgono su un’isola, la quale appunto assurge a metafora dello stato psicologico verso cui l’abusatore classico di de Sade imprigiona le proprie vittime. La fattispecie competitiva di queste, a causa dell’attore sadico primordiale e principale, fa sì che loro subiscano una reificazione trasformandosi in pezzi di scacchiera davanti a costui: pezzi isolati in conflitto, i quali hanno abbandonato in modo disumanizzante la prospettiva della solidarietà, e che se sconfitti possono essere messi fuori. Vediamo infatti nella serie TV come la reificazione dei concorrenti sia simboleggiata da un pezzo mosso sopra un modello in scala di un dato gioco, pezzo che viene estromesso con significativo sgraziato e brutale gesto se il partecipante risulta eliminato. L’allegoria traspone un fondo sadico centrale permeante l’intera narrazione della serie, modellata sui più puri canoni del pensiero di de Sade. Abbiamo potuto vedere i due casi, del miliardario fondatore del campionato sadico Oh Il-nam e del Front Man, i quali si sono finti amici, sodali delle proprie vittime in maniera ipocrita e dissimulatrice inserendosi fra di questi e partecipando alle sadiche competizioni. Nel corpus letterario sadiano vi sono sadici che si approssimano ad altri soggetti a scopo manipolatorio. Ciò accade con i due poco fa menzionati personaggi di “Squid game “ a scapito della sincera indole di Gi-hun, il quale tiene la parte di una sadiana Justine, e il quale alla fine morirà al pari di costei. Gi-hun nella logica della sadica olimpiade si suicida per salvare una neonata venuta alla luce durante una serie di giochi (la madre era morta e il Front Man aveva a quella assegnato il posto di partecipazione rimasto vuoto). Non si sa se nello spin-off Gi-hun possa resuscitare: alla fine della serie madre viene dato per morto. Comunque, quanto possiamo rilevare è che il premio della virtù in entrambe le circostanze comparate risulti essere un esito distruttivo. Nonostante tutto il protagonista della serie testimonia con un gesto estremo la sua fede kantiana: l’umanità come fine in sé, e non come strumento della violenza. Gi-hun proclama ai VIP che i concorrenti abusati non sono animali: in tali parole Kant sfida de Sade. La mia analisi comparata mette in evidenza la struttura sadista di “Squid game”. Simile sadico campionato si rivela in generale in sé mezzo di tortura psicologica volta a creare disagio e tensione nei singoli concorrenti. La “gara sadica” tra vittime, aperta e organizzata, mirante alla sopravvivenza appare un tema innovativo proposto dalla serie rispetto al corpus letterario sadiano. Fra l’universo di de Sade e quello di “Squid game” c’è l’apparente differenza che qualcuno nel secondo disponga di una concreta possibilità di uscita dal circolo sadico: però a un enorme costo mentale. Il trauma provocato dalla prima olimpiade sadica cui ha partecipato Gi-hun lo ha segnato in modo indelebile, al punto di radicarlo nella volontà di voler annientare quel sistema. Il che lo ha riportato dentro in un’altra olimpiade a conclusione della quale perirà: o il trauma mantiene il suo peso nella persona che non ha dismesso dignità e umanità, o l’esperienza traumatica viene rimossa in maniera disumanizzante. Gi-hun (Justine) ha respinto la seconda, però ha finito col provocare, in guisa involontaria e indiretta la propria distruzione. Il Front Man è stato un vincitore pregresso il quale ha messo da parte quel sadico vissuto, ma nella sua circostanza è passato da vittima ad abusatore. In parole povere non c’è differenza profonda fra il cosmo sadiano e “Squid game”. Nel sadico campionato della serie televisiva lo spirito sportivo olimpico è stato sovvertito: non è più importante il partecipare, bensì il vincere a qualsiasi prezzo. La sostanziale analogia di fondo tra l’olimpiade distopica di “Squid game” e il sadismo vissuto dalle vittime nei romanzi di de Sade è un ridursi dell’abuso a una “gara personale di sopravvivenza” procrastinante la sofferenza nell’ambito di una simbolica dialettica Justine/Juliette. V’è un inciso nella narrazione della serie televisiva il quale potrebbe sembrare in dissonanza con la linea ideale sadista: l’episodio della rivolta contro i carcerieri e i VIP capeggiata da Gi-hun. Essa fallisce repressa nella violenza; già ciò la fa rientrare nei ranghi. Tuttavia questa è allegoria di qualcosa di sadiano evidente: la resistenza espressa dal personaggio di Justine rappresenta una forma di ribellione alla forma sadista. I personaggi di Gi-hun e Justine mostrano diverse tangenze, come già notato. Delle altre cose di “Squid game” manifestanti conformità col cosmo letterario di de Sade voglio dare aggiuntiva segnalazione. Cominciamo col confronto avvenuto fra il malato moribondo miliardario Oh Il-nam, creatore dell’olimpiade sadica, e il disorientato Gi-hun durante l’intermezzo tra i due campionati cui questo ha preso parte: esso ci richiama alla memoria la sadiana opera teatrale “Dialogue entre un prêtre et un moribond”. Proseguiamo. Il sadico prelievo di organi, a scopo di trapianto, dai concorrenti eliminati, morti o quasi morti (l’organo risulta in questa circostanza più fresco), curato da alcuni carcerieri guardie, rammenta con enorme disturbante efficacia la reductio ad rem dell’abusato, ma d’altro canto letterario ci ricorda altresì episodi di asportazione dalle vittime di sadici nei testi di de Sade. In tale parallelismo presenza e assenza di una finalità medica risultano dettagli irrilevanti; qua la cosa da sottolineare rimane la reificazione del corpo umano, il che appare connotato sadista cardine. Una nuova indicazione riguarda la vicenda di Kim Jun-hee, la giocatrice n. 222 della seconda olimpiade sadica cui partecipa Gi-hun. Ella è una donna incinta, di cui ho già dato un cenno più sopra, la quale partorisce nel corso delle competizioni. La macchina sadista in “Squid game” non si è minimamente presa cura di lei lasciandola nell’agone. Lei verrà estromessa, e della neonata (sostitutiva concorrente n. 222) si occuperà Gi-hun (come già detto). Vediamo tangenze sadiste che ci conducono a “Les 120 journées de Sodome”. In questo testo sadiano compare la storia di una donna incinta. I sadici abusatori qui, al fine di acquisire il nascituro al parco delle proprie vittime, non nuocciono al percorso di gravidanza. Nel confronto con “Squid game” si nota un iter invertito. Qua parrebbe che il Front Man alla fine del campionato interessato abbia una iniziativa compassionevole nei confronti della neonata (la vincitrice concorrente n. 222) giacché la prende e la lascia in buone mani con in dote il ricco premio. Simile gesto a me non sembra un ritorno d’umanità del Front Man: è stato lui a decidere la sostituzione della deceduta madre con la figlia, è stato sempre lui a non muovere un dito durante la gestazione a rischio in quell’ambiente. L’inversione dei percorsi sadisti che ho testé sottolineato non ci restituisce in questo caso un valore differente rispetto al parallelo tratto da “Les 120 journées de Sodome”. Il Front Man ha operato d’ufficio con la neonata, così come non compassionevole bensì animata da altro pensiero, era stata la forma tutelare concessa alla gestazione della vittima di “Les 120 journées de Sodome”. Notiamo infatti che entrambi i neonati entrano nella macchina sadista con identica procedura. La bambina di “Squid game” ha perso la madre nell’olimpiade sadica, e ciò rappresenta alla lunga un trauma del cui genere di effetti ho parlato. Il Front Man ha inteso mettere in salvo una Justine o una Juliette, nulla di più. Il circuito sadista si rivela coerente, a dispetto di un parallelismo invertito il quale non muta un ordine di valori, bensì registra soltanto differenti fasi cronologiche. Un’altra cosa che posso dire a proposito di “Squid game” è che le vittime messe in competizione inter se maturano una dimensione di conflitto psicologico. Nella serie TV ciò appare visibilissimo: la partita fra di loro non si gioca unicamente nei confini di confronto prescritto, ma coinvolge una sfera più ampia dove il sadico esercita la sua “tirannia privata” grazie alla diminuzione dell’empatia. Costui ha frantumato il legame umano in singoli oggetti in attrito. Di fronte a simile fenomeno la solidarietà in “Squid game” si mostra quasi sempre occasionale e strumentale, non più un fondante valore umano. Nella serie televisiva c’è un concorrente che custodisce un contenitore a forma di Crocifisso contenente pasticche di droga. L’immagine tradotta sembra dire: la religione è l’oppio del popolo (Marx). Un’affermazione la quale condivido. Salvo solo le religioni che possiedono un carattere speculativo filosofico (come ad esempio l’Induismo), e considero tutte le altre favole per adulti (in effetti, secondo me, il QI di questi se misurato mostrerebbe che molti tanto maturi non sono e che mantengono tratti di ingenuità, parallela alla semplicità dei bambini, ingenuità la quale può tramutarsi in nevrosi). Non solo marxiana può essere l’interpretazione di questo dettaglio della serie televisiva, la quale tira in ballo l’argomento religioso. In quelle pasticche di droga conservate all'interno di quel significativo contenitore possiamo vedere il “soma” huxleyano così come io l’ho interpretato nella mia monografia dedicata a “Brave New World”1. Ovviamente in “Squid game” il tono distopico è di aperta impronta tragica. Vorrei infine presentare un segmento di riflessione junghiana. L’interpretazione dell’olimpiade sadica di questa serie televisiva attraverso il simbolo/allegoria del labirinto (di prove) ci richiama alla memoria il noto mito del Minotauro, di Arianna e Teseo. “Squid game” sovverte il canonico mitologico esito liberatorio. Teseo/Gi-hun non uccide il Minotauro (Leviatano sadista), ne rimane vittima nel distopico salvataggio di Arianna, la neonata di cui inizia a prendersi cura dal gioco della fune nella serie TV (la corda qui simboleggia l’inversione del valore del “filo di Arianna” nei confronti di Teseo: non più un mezzo di salvazione, bensì sadico strumento di abuso). Il mito filtrato dall’Ombra junghiana, la quale domina il sadismo, si converte nella labirintica distopia di “Squid game”: il “filo di Arianna” condurrà Gi-hun alla sua autodistruzione, al martirio celebrante il valore della dignità umana. Oltre a paragonare il campionato sadico di “Squid game” con una struttura labirintica articolantesi in settori che presentano a chi viene costretto ad attraversarla prove molto pericolose, occorre ricordare che il labirinto inteso come occasione più ristretta e singola costituisce l’ostacolo da superare nei confronti dei concorrenti abusati durante una delle fasi di gioco sadico.



NOTE

Questo scritto è un estratto del mio saggio intitolato “De Sade et quid ‘Squid game’ docet

1 Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015), pag. 9: il “soma” quale surrogato dell’“ostia consacrata”.

13 marzo 2025

IL XXIX SECOLO DI WALTER BROWNE

di DANILO CARUSO
 
 
People learn in time to love even fossils.
 
Walter Browne, “2894”
 
 
Incuriosito dal titolo di un romanzo di Walter Browne (1856-1911; Inglese, cantante d’opera, autore e critico teatrale, romanziere), ho voluto esaminare il testo: ‘“2894” or The fossil man (A mid-winter night’s dream)’. Mi appassionano le visioni narrative del futuro che altri intellettuali, anche di età passate, e geograficamente in tanti casi lontani da me, hanno formulato sia in forma utopica che distopica. Nel tempo sono divenuto un cultore delle distopie. Nella nostra era, in cui la gente ha molta difficoltà a comprendere gli eventi, la nottola di Minerva non vola forse neanche all’alba. È già immaginario, fantasioso e fantastico il presente di chi non va oltre l’unidimensionalità marcusiana. Mi pare che una parte di esseri umani vivano in una sorta di medioevo tecnologico senza spirito critico, senza approfondire, senza documentarsi sul serio, in balia di imbonitori, a volte non più raffinati dei primi. “2894”, uscito nel 1894 negli USA, immagina un mondo a un millennio di distanza dall’autore. Tale romanzo non è né utopico né distopico. Raffigura un futuro con pregi e difetti. È la scelta dello scrittore di farlo torbido, magmatico, senza puro idealismo, negativo o positivo. Una simile opzione mi ha fatto pensare all’Inconscio collettivo e alla sua attività che mescola insieme tutte le esperienze di coscienza umana. Io sono junghiano, perciò, la mia analisi sarà secondo questo indirizzo. Walter Browne in questo romanzo intravede un sovvertimento del tradizionale avito ruolo dei generi sessuali: nel futuro le donne prenderanno il sopravvento grazie a una superiore intelligenza sopra gli uomini connotati dalla vis. Ma non bisogna andare molto avanti nel tempo per osservare un’ampia fetta di popolazione maschile poco riflessiva e alquanto bestiale. In “2894” il protagonista, Lord Ammonite, mira a sposare una donna di cui è innamorato. Costei nella mia decriptazione analitica testuale rappresenta l’“anima” junghiana ossia la parte psichica interiore di un soggetto maschile contrapposta al proprio complesso dell’Io. Tutta l’esperienza fantascientifica che Lord Ammonite vivrà si scoprirà alla fine del romanzo essere stata un sogno. Questo rappresenta un dettaglio molto importante nella mia ottica, confermante il piano di un’esperienza più legata ai canali della psiche che non alla semplice fantasia creativa. Arthur Schopenhauer già in una sezione di “Parerga und paralipomena” aveva spiegato come la via onirica portasse a qualcosa di misterioso: in parole povere aveva intuito l’esistenza dell’Inconscio assoluto. In “2894” quel mondo a venire descritto proviene da una proiezione dell’Inconscio impersonale rivolta all’Io di chi lo esperisce attraverso l’apertura del canale dell’“anima”. Il protagonista in virtù di ciò raggiunge l’“individuazione” junghiana. In conclusione del testo di Browne si risveglia in possesso di una coscienza spirituale più matura e meglio posata. Quell’unione matrimoniale finale ambita non costituisce nient’altro che la sizigia. Adesso diamo un’occhiata a quella società del 2894, la quale in assoluto, non è né buona né cattiva, giacché l’Inconscio collettivo elabora senza forma morale; per così dire, fa una media, produce un estratto sintetico (in particolar modo l’archetipo). Tocca poi agli esseri umani più saggi rendere quei messaggi giovevoli, quegli avvertimenti efficaci, a beneficio dell’intero consorzio umano (da qui tutte quelle figure istituzionali dell’antichità preposte a interpretare e decodificare i segni del numifico). Sono rimasto un po’ deluso a non vedere nel XXIX secolo diverse tecnologie ormai diffuse ora quali televisori, smartphone, computer. C’è comunque una telefonia la quale assomiglia alla messaggistica istantanea. Nel romanzo Lord Ammonite sogna di essere morto a causa di una globale catastrofe naturale, e che il suo corpo fossilizzato sia scoperto e rianimato da una scienziata discendente della sua amata e identica a lei. Potremmo dire che ciò metta in scena l’uscita dalla “nigredo”. L’umanità del 2894 usufruisce di un’ingegneria genetica che precorre le incubatrici del Brave New World: da componenti animali è possibile produrre esseri umani, viventi però un arco cronologico collegato alla specificità di esistenza media della bestia che ha fornito il materiale biologico. Uno scenario più inquietante dell’universo huxleyano parallelo celebrante l’edonismo prolungato1. Notiamo che Browne associ aspetti distopici a inclinazioni utopiche in un miscuglio che relativizza la bontà di una singola cosa all’uso che se ne fa. Cosicché: il femminismo appare buono laddove elimina la misoginia, ma non dove fa diventare gli uomini il sesso debole; la scienza si rivela positiva nella misura in cui migliora la vita, con ad esempio sistemi di viaggio più efficace, tuttavia si mostra distopica nella suddetta aberrazione biogenetica. Nel 2894 il lavoro manuale è altresì diminuito, a scapito del corpo umano, adeguatosi a una forma di lassismo: non è bene non coltivare le abilità pratiche e manuali; se la società libererà gli uomini dal lavoro manuale, rimarrà comunque utile sapere usare con raffinatezza le mani dedicandosi a un’arte, a un hobby, a un orto, a qualcosa che non renda praticamente inutili. Non si vive di sola teoria: si mostra buono e utile muoversi, e con perizia. Il romanzo di Browne nel suo immaginare il futuro riporta il recupero di un esemplare di indigeno africano allo stadio ottocentesco dell’autore: la regressione procedurale dall’evolutosi del 2894 e la descrizione narrativa di ciò non sono esenti da un’atmosfera di suprematismo bianco, il quale sembra aver indicato la via biologica dominante nel XXIX secolo. Presentare i bianchi quale specie espressione dell’optimum costituisce razzismo, in qualunque epoca e in qualunque posto. Gli Africani deportati nelle Americhe e schiavizzati per secoli rappresentano una pagina di indelebile vergogna per la Società occidentale e per i colonizzatori europei. Le discriminazioni a detrimento dei neri sono perdurate molto a lungo, e pure oggi assistiamo a inauditi gesti di sopraffazione. Tutta questa fenomenologia non ha ricevuto e non riceve il risalto di cui altre godono. Per i crimini contro l’umanità a scapito degli indigeni africani e americani non c’è stata nessuna Norimberga, ma solo presunta esportazione del progresso. Il testo di Walter Browne riesce a risvegliare queste problematiche, di cui fa affiorare la punta dell’iceberg. Le vocazioni quasi transumanistiche del 2894 si manifestano di nuovo nella capacità di estrapolare «the ethereal essence» di un corpo umano, e di imprigionare quest’anima in un supporto materiale. Continuano i discutibili orizzonti distopici della scienza del XXIX secolo, la quale ha conseguito, come visto, il potere di trasferire la coscienza umana dalla sua sede corporea (il che costituisce un sogno transumanistico della nostra epoca del XXI secolo2). La distopia scientista di questo nuovo mondo di Browne si rende evidente allorché tale cosmo, in aggiunta ai peli corporei, ha fatto scomparire l’attività onirica umana non più attiva: qui il segno del transumanesimo si rivela tangibile. Il sogno da funzione di collegamento con l’Inconscio assoluto si è trasferito nella realtà (narrata, narrativa), la quale in ultimo si scoprirà essere un sogno del protagonista letterario del romanzo (esistente a fine dell’Ottocento). Simile esperienza onirica rappresenta un monito dell’Inconscio impersonale a Lord Ammonite stesso, e di riflesso al lettore del libro. Vediamo allora che in “2894” La guerra non è scomparsa, però si combatte alla maniera di una partita a scacchi, dove le unità militari si catturano, ma non si uccidono. Inoltre sulla falsariga del “terzo tempo” del nostro rugby, i contendenti si riuniscono a pranzare in modo conviviale. Anche qui siamo su livelli distopici oscillanti con la dimensione utopica. Nella visione onirica di Lord Ammonite nulla è ben definito in un senso o nell’altro: utopia e distopia si compenetrano. Esiste ancora la pena capitale, tuttavia se una donna sposa il reo riesce a salvarlo dall’esecuzione. Simili assurdità, davanti a un giudizio razionale, interessano da vicino l’umanità. A volte la guerra e gli armamenti vengono dipinti nella veste di strumenti di civiltà, di ordine, di sicurezza. Certamente la Storia insegna che un sufficiente apparato militare può rivelarsi utile nei momenti di crisi, interna o internazionale, però una corsa al riarmo frenetico e irragionevole non è mai stata foriera di prospettive benefiche. Nel nostro tempo, dove le armi di distruzione possiedono un potere infernale, incentivare gare agli armamenti non costituisce saggia decisione. E sebbene “2894” non abbia cancellato la guerra, l’ha resa incruenta. Nel 1894 non esistevano armi nucleari; oggigiorno l’idea di attuare un conflitto con tali moderni mezzi di morte risulta la più infelice di tutte: oltre ai pezzi degli scacchi non resterebbe nemmeno la scacchiera. L’elogio degli armamenti, la corsa all’acquisizione esagerata, non producono la crescita della pacifica convivenza umana. In qualche maniera il XXIX secolo ha disinnescato in toto l’urto violento delle parti, pur mantenendo uno spazio dialettico. Il romanzo di Browne vive nel magmatico equilibrio di un qualcosa che abbisogna di essere raddrizzato meglio. Vi notiamo la possibilità delle transazioni di denaro istantanee su scala globale, il che, forse, più che una intuizione del futuro costituiva un’ambizione della società capitalistica ottocentesca cui appartenne l’autore di “2894”. Il testo in esame rispecchia la forma mentis occidentale della sua epoca di redazione. Ho analizzato questo contraddittorio sistema sociale del XXIX secolo col metro junghiano sino alla fine rintracciando nelle tensioni strutturali un input di sprone da parte dell’Inconscio impersonale alla volta dell’“individuazione” e della crescita interiore. Il popolo degli adoratori del Sole che Lord Ammonite si reca a visitare, nella sua paradossale origine da un gruppo di naufraghi civilizzati del passato, rimasto per generazioni isolato, sembra fare l’encomio dell’armonia con la Natura, un’armonia scevra di sovrastrutture sociali tipiche quali le leggi e la proprietà privata. L’anarchia beata raggiunta da quegli isolani, descritta da quella modernità quale il frutto di un processo degenerativo, al cospetto del protagonista appare invece ottima meta. Gli spunti di riflessione offerti dal testo non mancano: non ultimo il fatto che nel 2894 la Gran Bretagna rischia di essere affondata e sostituita da un’area per la coltivazione di ostriche. Sibilline velate allusioni sembrano aggregarsi a tutto il resto. Qui merita una menzione, in conclusione di analisi, la possibilità che si possano evitare condanne giudiziarie comprando degli alibi ad hoc. Alla fine di tale interessante romanzo, il quale nel suo 2894 trova piacevole ancora (purtroppo) la caccia alla volpe, è il risvegliato Lord Ammonite a riconoscere quella società del XXIX secolo «confounded chimerical Utopia». Quel mondo aveva il medesimo inquietante nome dell’isola descritta da Thomas More nella sua notissima opera cinquecentesca3.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Novità e ripresentazione”
 
1 Su Brave New World ho scritto un saggio: Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015).
 
2 A proposito di transumanesimo segnalo due miei testi di riflessione: Intelligenza artificiale e stupidità naturale e Teologia transumanistica e transgenderista, rispettivamente nelle mie opere Ritorno critico (2024) e Novità e ripresentazione (2025).

https://danilocaruso.blogspot.com/2024/05/intelligenza-artificiale-e-stupidita.html

 
3 A chi volesse proseguire lungo tale filo, indico un mio studio dedicato alla suddetta opera di More pubblicato nella mia monografia Teologia analitica (2020) e intitolato Cristianesimo razionale e nazional-socialismo in Thomas More.

04 marzo 2025

OMBRE DISTOPICHE E LUCI DI REALTÀ NEL “MANIFESTO SCUM”

di DANILO CARUSO

La mia lettura del “Manifesto SCUM” (1967) di Valerie Solanas (1936-1988), discussa intellettuale femminista americana, ha prospettato l’occasione di rilevare aspetti di pensiero prossimi ai miei, e di poter dunque formulare considerazioni critiche in tal direzione, al fine di evidenziare meglio e con precisione tangenze e differenze. L’autrice di questo testo analizzato è una sostenitrice del femminismo, come me. Questo non vuol dire però che io mi allinei in maniera automatica, senza esprimere, allorché reputi giusto, obiezioni, alla posizione di ciascuna pensatrice femminista. Sebbene giudichi di enorme spessore alcune spiegazioni del “Manifesto SCUM”, non posso di certo condividere l’aspirazione al genocidio degli uomini espresso proprio nell’incipit, dove si auspica una gilmaniana herland in salsa transumanistica. Bocciata con fermezza l’innaturale ambizione di soppressione del sesso maschile, posso cominciare a indicare contenuti dello scritto in esame i quali mi sono più che vicini nel momento in cui si scartano come una caramella buttando via quel rivestimento protettivo così astioso ed estremista. Una cosa che ho notato subito proviene dal ribaltamento della cristiana valutazione patristico-scolastica a proposito della donna. Tommaso d’Aquino dice nella “Summa theologiae”: «Quod sexus masculinus est nobilior quam femineus, ideo humanam naturam in masculino sexu assumpsit [filius Dei]»1. Valerie Solanas nega la superiorità del sexus masculinus, e afferma: «Essere maschio equivale a essere difettoso, emotivamente limitato; la mascolinità è affetta da deficit e i maschi sono emotivi zoppi». Io sono junghiano e comprendo che ciò possa essere possibile, diffuso, anche se non accetto la sottolineatura della scrittrice americana in funzione di rilevamento ontologico. Lei ci fa notare dei gravissimi difetti degli uomini, ma non significa che questi siano strutturali. Per me sono indotti dal sistema sociale e familiare di crescita e formazione. Agli occhi di Valerie Solanas indubbiamente simile concorso c’è, però più come ritorno di un riflesso naturale. Io voglio credere che la Natura dia a ciascun essere umano alla nascita capacità di base uguali, poi magari non sviluppate a causa di un motivo o di un altro. Che siano di più i maschi a perdere la retta via, potrei dirlo pure io vedendo l’andamento del mondo. La guerra a me sembra un prodotto quasi del tutto maschile. Comunque riprendiamo il filo del “Manifesto SCUM” perché vorrei fare osservare il modo in cui sin da subito Valerie Solanas si è mostrata vicinissima alle mie idee psicanalitiche2. Io in passato ho diviso, sotto un profilo categoriale, gli esseri umani in due tipi in relazione al grado di maturità libidica. Ho denominato il primo gruppo i “freudiani”, poiché costoro agiscono sulla spinta pulsionale più animale, dove le pulsioni elementari e basilari sono fari spettrali arginati dal “principio di realtà”: per comprendere le problematiche di costoro basta la concezione psicanalitica della libido di Freud. Tuttavia i “freudiani” non sono gli unici tipi umani, ve ne sono di più maturi. Questi io chiamo “junghiani”, e a loro bisogna applicare la psicologia analitica di Jung. Non che questa non valga pure per gli altri su menzionati, però ogni tipologia umana – nella mia visione – possiede quel livello di evoluzione spirituale, libidica, il quale pone ogni individuo (uomo e donna) su uno scalino più in alto o più in basso a seconda del suo essere in atto. A mio avviso l’autrice del “Manifesto SCUM” ha colto la presenza nella maggioranza degli uomini di una libido freudiana, e ha generalizzato in assoluto, in direzione estremistica. Non aver colto la possibilità di tipi “junghiani” maschili, secondo me, è stato un errore nevralgico di Valerie Solanas: esistono, sebbene in minoranza, uomini non del tutto presi dalle pulsioni freudiane, i quali hanno raggiunto un orizzonte libidico logico-creativo. Allo scopo di rendere meglio l’idea di opposizione tra “freudiani” e “junghiani” richiamo la dicotomia frommiana “avere/essere”. La pensatrice americana ha ragione a dire che gli uomini “freudiani” non sono razionali e sono sudditi delle pulsioni libidiche primordiali. Non le si può muovere nessun appunto in merito a ciò. Persino quando li definisce – nel migliore dei casi – «una noia totale». Me ne sono accorto – con grande rammarico – pure io. Se l’amicizia, come dice Cicerone, risulta una sorta di solidarietà di specie, passare tempo coi “freudiani”, connotati dal diffuso attributo della chiusura mentale (non è affatto una questione di acculturazione), si rivela fra le più sgradevoli perdite di tempo3. Tra me e me pensavo, a proposito della mia dicotomia tipologica libidica, parafrasando un po’ Aristotele, un po’ Orwell, che gli esseri umani sono animali razionali, tuttavia alcuni sono più animali degli altri. La mia elegante ironia intellettuale viene superata dalla crudezza di Valerie Solanas. Davanti a lei gli uomini, concettualmente equivalenti alla mia più lucida categoria dei “freudiani”, si mostrano essere qualcosa di intermedio «tra la creatura umana e la scimmia». Se da un lato non posso e non voglio sostenere lo sterminio fisico di simili persone, in seguito a ovvie ragioni umanitarie, dall’altro non mi è possibile replicare che l’autrice del “Manifesto SCUM” abbia asserito qualcosa senza né capo né coda. Io rispetto l’umanità nei miei simili, in qualunque grado libidico. L’impegno di una coscienza filosofica dev’essere quello di spronare gli altri a crescere, non di abbattere i diversi. Il mondo si rivela vario; mi sembra il caso di dargli un ordine più sano, più giusto, più buono. E fra le cose che non vanno v’è un maschilismo più o meno femminicida, un maschilismo il quale a mio modo di valutare si è tramandato sin a oggi all’interno della società occidentale, silenziosamente, grazie alla sedimentazione inconscia della misoginia cristiana4. Quanto ho appena detto pare non essere poi neanche un mistero per Valerie Solanas, la quale, forse in maniera inconsapevole, polemizza con Kierkegaard5. Al cospetto del teologo danese gli uomini hanno il loro baricentro mentale dentro la propria persona, mentre le donne lo proiettano sull’esterno. Per la mentalità kierkegaardiana la prima cosa si rivela un pregio, la seconda un deficit. L’autrice del “Manifesto SCUM” ripropone il quadro del Danese, ma ne ribalta i valori: l’egocentrismo maschile si mostra il difetto, la proiezione (agapica) femminile il merito. Personalmente non sento di dover difendere la convinzione del pensatore religioso protestante. Allorché Valerie Solanas sostiene, da un punto di vista biologico, che «il maschio è una femmina incompleta» sovverte una lunga linea temporale misogina che attraversa punti quali Aristotele (il campione filosofico del Cattolicesimo) e Freud (teorizzatore del femminile “complesso di castrazione”). La pensatrice americana inverte i ruoli tramandati e sostiene che «definire animale un uomo vuol dire adularlo; lui è una macchina, un walking dildo. [...] Le donne, in altre parole, non hanno penis envy; gli uomini hanno pussy envy». A seguire fa rilevare alcuni aspetti meritevoli di un consono approfondimento. Ricorda che gli uomini (i “freudiani”) sono kierkegaardiani seduttori in pectore, e che tale vocazione sia l’espressione di una inconscia voglia transgenderista. La manchevolezza ontologica del femminile posseduta dal maschio lo spingerebbe a erigere un firewall: «Scopare [«screwing», variante di “fucking”] rappresenta, in relazione a un uomo, una difesa contro il suo desiderio di essere una femmina». Valerie Solanas ha altresì chiarito che l’uomo nel suo essere deficitario cerca comunque di imitare le donne nella di queste proiezione interpersonale esteriore dove abitano i più nobili valori contrapposti all’egoismo. Le donne sarebbero peraltro vittime dell’effetto di ritorno di suddetto colpo di mano, il quale rovescerebbe su di queste la negatività di condotte maschili riadattate in un misogino immaginario al femminile. In simili osservazioni dell’autrice c’è un fondo di verità, il quale io miro a ispezionare con una lente di ingrandimento junghiana. Valerie Solanas ha affermato che all’uomo manca la dimensione femminile. Secondo me ella ha avuto una forte intuizione junghiana, solo che si è fermata alla superficie della questione non oltrepassando lo stretto schema biologico naturale. Io vedo questa carenza negli uomini “freudiani” nella veste di mancato collegamento da parte dell’Io con la controparte psichica junghiana dell’“anima”. Ecco l’origine di tutti gli squilibri maschili evidenziati dall’autrice del “Manifesto SCUM”: il blocco del “processo di individuazione”. Nel caso contrario viene fuori un’armonia interiore. Il che, quantunque non la cosa comune, testimonia la guisa in cui la scrittrice americana sbaglia a generalizzare il suo anatema a scapito di ogni uomo. Lei ha ampi tratti di ragione, però esistono imprecisioni estensive e intensive non trascurabili, le quali sono foriere di un estremismo non condivisibile. La mia analisi non si prefigge di ripercorrere punto per punto le enunciazioni del “Manifesto SCUM”, bensì di indicare ombre e luci in rapporto ai miei interessi di studio e al mio pensiero. Così, ad esempio, trovo molto degno di nota il richiamo di Valerie Solanas a una liberazione del tempo umano dal lavoro produttivo e industriale attraverso l’uso di tecnologie sostitutive della massa dei lavoratori6. Una cosa di cui ella però non ignora le conseguenze immediate: gli uomini (i “freudiani” puntualizzo io) piomberebbero prigionieri della loro aridità interiore, improduttiva e sterile, da cui distrazione era il compito professionale, lavorativo, in precedenza svolto. Questo deserto dello spirito ingabbiato dal potere della retribuzione pecuniaria e dalla sottrazione di tempo libero causerebbe una catastrofe mentale in simili vuoti individui (incapaci da sé di una elevazione “junghiana”). Aggiungo io quello che per me farebbe la libido freudiana non sottoposta alla servitù del lavoro. E per renderlo evidente ricordo l’esperimento condotto dall’etologo John Calhoun, denominato UNIVERSO 25, dove gruppi di topi messi nelle migliori condizioni di sopravvivenza culminano dopo fasi degenerative in un destino di estinzione7. In parole povere i “freudiani” possiedono una natura autodistruttiva, e Valerie Solanas lo ha capito. A beneficio delle donne chiede la soppressione del modello sociale fondato sul lavoro retribuito, giacché l’uguaglianza di trattamento all’interno di questo protrarrebbe la condizione del disagio femminile (ossia degli “junghiani” capaci di gestire al meglio il loro tempo libero). Inoltre la scrittrice sottolinea come i soldi siano uno strumento maschilistico di potere. Anch’io ho parlato, in generale, anni addietro della facoltà del denaro di tramutare in una specie di divinità il capitalista in quanto i soldi sono certificati di tempo condensato nel senso che consentono di ottenere ciò che si vuole in maniera più rapida quanti più se ne hanno in luogo di dover lavorare a lungo al fine di ottenerli in previsione di una determinata acquisizione8. La vita espropriata del lavoratore così dura un giorno, mentre chi ha accumulato denaro potrebbe vivere, nel paragone, mille anni di libertà. Valerie Solanas ha chiara questa situazione, perciò non accetta la par condicio lavorativa fra i sessi, dacché aggiunge schiavitù a schiavitù. Nel “Manifesto SCUM” il rilevamento che la “famiglia borghese”, di stampo maschilista, abbia ridotto l’essenza femminile alla sua funzione materna contesta qualcosa di ormai accertato che i nuovi tempi hanno criticato in vario modo: l’uomo eterosessuale borghese donnaiolo e padre di famiglia era un’icona antiLGBT. Oggigiorno quell’appiattimento di matrice veteroreligiosa cristiana è stato cancellato di parecchio. L’ortodossia borghese stessa si è aperta verso qualcosa ancora di non ben definito. Non è priva di sale la seguente affermazione di Valerie Solanas: «Non v’è ragione perché una società composta di esseri razionali in grado di empatizzare inter se, completi e privi di un naturale motivo di competere, dovrebbe avere un governo, leggi o leader». Non sono mai stato simpatizzante di aspirazioni anarchiche, però, d’altro canto, non me la sento di scartare l’ipotesi in virtù di cui una società senza “freudiani”, composta di soli “junghiani” individuati, possa sopravvivere con una rete organizzativa ridottissima, funzionale al soddisfacimento dei bisogni naturali e non alla repressione di crimini. Potrebbe, per me, darsi che la disonestà, la brama, l’invidia, la violenza, siano tendenzialmente e soprattutto “freudiane”. Uno stato razionale di Natura non dovrebbe avere, altresì, nevrosi di alcun tipo, poiché ognuno vivrebbe in armonia, libero e soddisfatto, con tutto il resto. Il “Manifesto SCUM” prospetta qualcosa del genere, che superi le sovrastrutture maschilistiche di potere e di pensiero. Abbiamo visto che la dicotomia radicale del testo analizzato risulta essere “maschile/femminile”. Ho detto che la considero valida se sviluppata in direzione archetipica junghiana, operazione non compiuta da Valerie Solanas, cui riconosco grandi capacità di analisi accanto a questi da me considerati limiti non da poco. Quella coppia oppositiva “maschile/femminile” in tal modo può concettualmente riversarsi nella mia dicotomia “freudiani/junghiani”. Alla luce di quanto ribadito si potrà leggere questi brani del “Manifesto SCUM”, interpretandoli mediante la chiave di lettura del mio pensiero allo scopo di capire la guisa in cui essi dicano delle verità eclatanti, inossidabili, cristalline: «L’amore non è dipendenza o sesso, ma amicizia, e perciò, l’amore non può esistere tra due maschi, tra un maschio e una femmina o tra due femmine, uno o ambo di chi è un irragionevole, insicuro, fa il mezzano al maschio; come la conversazione, l’amore può esistere soltanto tra due soggetti femminili sicuri, autonomi, indipendenti, dacché l’amicizia è basata sopra il rispetto, non sul disprezzo. [...] L’amore non può fiorire dentro una società fondata sui soldi e sul lavoro senza motivo: esso richiede completa libertà economica così come personale, tempo a disposizione e l’opportunità di impegnarsi in attività intensamente coinvolgenti, emotivamente soddisfacenti le quali, nel momento in cui condivise con quelli che ti rispettano, conducono all’amicizia profonda. La nostra “società” non fornisce in pratica nessuna opportunità di impegnarsi in tali attività». L’errore di Valerie Solanas – ripeto – è stato quello di rimanere impantanata sopra una superficie fisiologica dei sessi: non tutti gli uomini sono da buttare, non tutte le donne sono esenti da pecche. Se ci sono nel mondo elementi umani negativi non si deve però affatto procedere alla loro soppressione, come suggerito dalla pensatrice americana. Bisogna correggere e educare meglio, mirando a conseguire la scomparsa di discriminazioni e reati, non la disintegrazione dei loro artefici. Al di là di questi limiti concettuali, molto distorcenti secondo me nell’obiettivo di ottenere la più nitida comprensione, il “Manifesto SCUM”, nella mia emendante lettura filojunghiana, continua a proporre contenuti e osservazioni molto significativi e profondi. I “maschi (Solanas) / freudiani (Caruso)” sono «insipid [insipidi, sciocchi, insulsi]»; chi appartiene a questa categoria «non avendo niente in interiore non ha niente da dire». Si rivela osservabile che, come rimarca la pensatrice americana, certe pseudoculture e pseudoacculturazioni producano amorfi pupazzi e figuri, i quali sono vuoti ripetitori di un’ortodossia ideologica la quale piega una massa di soggetti acritici ad assorbire e rispecchiare la sua vulgata. Sono d’accordo con Valerie Solanas sul fatto che Arte e Cultura debbano configurarsi quali divertimenti e non come strumenti manipolatori. E non trascuriamo che ciò è un’affermazione perfettamente junghiana: la libido non è solo pulsione sessuale o pulsione di soddisfacimento di altri fisiologici bisogni. La stessa violenza, ci dice il “Manifesto SCUM”, si mostra ingiustificata e ingiustificabile da parte dell’essere umano perché rappresenta un risvolto di frustrazione, una manifestazione libidica inaccettabile in un soggetto razionale che non sia regredito all’animalità pervadente. L’esercizio della sessualità, dal canto suo, non costituisce il top offerto dalla libido: è tipico del regno animale non umano, ma nessuna bestia ha mai scritto un libro o creato un’opera d’arte. Nei maschi (freudiani) Valerie Solanas sostiene, in maniera corretta, che ci sia un’opinione bestiale predominante, e infatti parla del «maschio il cui ego consiste nel suo cock» (nulla di più esatto – credo – si potrebbe dire dei freudiani uomini). Non che si debba abbandonare naturalmente il congresso carnale, tuttavia la più elevata manifestazione libidica si rintraccia nella creatività intellettuale. I “freudiani” vivono soltanto la parte bassa della libido; la dimensione animale direbbe l’autrice del “Manifesto SCUM”, in un travaglio interno il quale sul serio opera sacrifici e fatica alla volta di tenere in piedi il “principio di realtà”. Da qui nevrosi, violenza, etc. Gli “junghiani” (le donne in Solanas) patiscono la dittatura dei primi, una tirannia della maggioranza (Alexis de Tocqueville, John Stuart Mill). Il congresso carnale assume un compito essenziale nella riproduzione della specie umana e nella costruzione della famiglia (la quale, assieme allo Stato, costituisce ai miei occhi una società naturale), eppure, al di là di ciò, nella considerazione biologica, in sé non rappresenta qualcosa di molto spirituale; da un punto di vista umano, differente da una valutazione formulata all’interno di un’area che raccoglie tutto il resto del genere animale naturale, esso rimane in generale un’apprezzabile attività ricreativa. Il “Manifesto SCUM” evidenzia una gerarchia libidica di stampo junghiano, però smarrendosi in herland: mi sono preso l’incarico di tirarlo fuori da simile selva correggendone i ritenuti distorsivi sbagli concettuali di fondo (sempre ovviamente operando dalla mia ottica). In ogni caso non posso far a meno di dare ragione ancora una volta a Valerie Solanas quando rammenta il modello maschile dell’infido cagnolino delle donne, testimoniante l’insensatezza logica di chi vive la dimensione libidica maschile in maniera parziale. L’ultimo segmento presentato nel “Manifesto SCUM” espone un progetto distopico già in precedenza proclamato: cancellare il genere maschile dalla faccia della Terra. Esso costituisce un proposito irrazionale, innaturale, non avallabile. Se Valerie Solanas ha esposto altre idee, le quali in qualche modo sono riuscito a salvare, qua debbo esternare la mia netta contrarietà, ma non in quanto uomo eterosessuale cisgender, ma in quanto ζῷον λόγον ἔχων. Non posso per niente simpatizzare a favore di una involuzione in direzione della distopia quantunque femminista. Nel momento in cui qualsiasi buon motivo perde la bussola del Logos e si spinge a reclamare le sue ragioni patrocinando l’uso della violenza, di pratiche discriminatorie, di forme totalitarie, non è ammissibile accodarsi ai sostenitori di catastrofi. Simile aggressivo estremismo è da bocciare e stigmatizzare. Valerie Solanas, purtroppo, lo ha perseguito in concreto in un per fortuna tentato, in quanto fallito, omicidio plurimo: Andy Warhol e Mario Amaya feriti da colpi di pistola nel 1968 riuscirono a salvarsi. Quell’atto lesivo sembra essere stato animato da misandria e paranoia. Allorché si toccano simili punte di deviazione dal lecito uso della volontà ogni rivendicazione legittima si macchia in maniera indelebile. Non possiamo omettere di rilevare diversi tratti distopici nel “Manifesto SCUM”. Se in un Vangelo apocrifo il Messia dichiarò che in Cielo non sarebbero entrate le donne se non trasformate in uomini, Valerie Solanas afferma il contrario in relazione alla fase di transizione verso herland: alla volta di un orizzonte transumanistico i maschi dovrebbero assumere una integrale vocazione transgender. La pensatrice americana inoltre prospetta, nel contesto dell’eliminazione del genere maschile, di far proseguire l’esclusiva specie umana femminile con inseminazioni mirate delle donne: qualcosa in stile Brave New World9. Simili distopici auspici non possono che farmi esprimere una netta disapprovazione di tali desideri. Il “Manifesto SCUM” nella mia visione critica, rappresenta il nodo che unisce due fili provenienti da “Herland” di Charlotte Perkins Gilman e “The power” di Naomi Alderman10. Si tratta di due romanzi, per me entrambi distopici, i quali, in virtù da parte del primo dell’essere stato concepito quale una utopia, stanno fra di loro come una sorta di tesi e antitesi, momento hegeliano che trova una sua sintesi nel “Manifesto SCUM”. La distopia di Naomi Alderman disinnesca questo femminismo deviato, eversivo, violento. Valerie Solanas ha studiato psicologia, e ha avuto fortissime intuizioni le quali, purtroppo, secondo la mia impostazione analitica, ha spinto in una direzione sbagliata. Se ripartiamo dalla sua stazione e non abbandoniamo il binario della Ratio, giudico che quel pensiero possa esprimere un prodotto meritevole di scientifica attenzione e non di esclusiva censura. Le traversie esistenziali di Valerie Solanas hanno avuto un indubbio peso, e a esse addebito il demerito di aver alimentato l’estremismo della pensatrice americana.

 
NOTE
 
 
1 Nella mia monografia Teologia analitica (2020) si trova un segmento intitolato L’irrazionale misoginia tomista che consiglio di leggere a chi vuol approfondire.
 
2 Riguardo a esse indico, sulla strada dell’approfondimento, un mio testo: Le implicazioni filosofico-politiche del mio schema psicanalitico, nella mia opera Storia e pensiero (2023).
 
3 Piuttosto senechiana la mia valutazione. Pertanto colgo l’occasione di segnalare un pertinente mio studio a chi volesse andare oltre: Il severo monito di Seneca, nella mia pubblicazione Critica letteraria (2017).
 
4 Indico, in rapporto al tema, una mia analisi, la quale riporta nelle note ulteriori rimandi ad altri miei scritti in merito. Detto studio è una sezione della mia monografia Oscurantismo e irrazionalismo del Cristianesimo in Tertulliano (2023), una parte dedicata al De cultu feminarum (pagg. 8-17).
 
5 Del pensiero kierkegaardiano ho discusso in un esame critico all’interno del quale ho pure trattato della mia dicotomia “freudiani/junghiani”. Si trova nel mio saggio Filosofie sadiche (2021) e reca il titolo L’irrazionalismo nevrotico di Kierkegaard.
 
6 Questo tema è stato toccato da un romanzo utopico americano il quale è stato oggetto di una mia analisi. Non reputo fuori luogo indicarla a chi volesse condurre approfondimenti tematici: La libertaria critica al capitalismo selvaggio di Robert Anson Heinlein, nella mia pubblicazione intitolata Distopie occidentali (2023).
 
7 UNIVERSO 25 è stato un esperimento significativo rivelante un’affinità con la mia filosofia della distopica storia futura, in particolar modo presso gli ultimi tre gradini temporali (“Brave New World”, “sadismo” e “mondo di Eloi e Morlock”) dove alcuni aspetti dell’esperienza registrata dall’americano Calhoun si mostrano confacenti: disgregazione degli schemi relazionali canonici, pansessualità, violenza, cannibalismo. Per chi volesse saperne di più sulla mia psicostoria riporto il prospetto sinottico e l’elenco dei miei pertinenti scritti.
 

 
1) Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (saggio del 2015);
 
2) La terribile distopia di H. G. Wells in Critica letteraria (2017);
 
3) La tanatolatria di de Sade in Filosofie sadiche (2021);
 
4) Una distopica ginoide contro la mantide religiosa, Sex doll prima del Brave New World, Tra Primavera Bobinski e la sadista Justine, Attacco all’inconscio collettivo in Letteratura e psicostoria (2022);
 
5) Induismo e Occidente in Partita a scacchi (2022);
 
6) La distopia della sciocchezza dei fratelli Strugatzky in Distopie occidentali (2023);
 
7) Intelligenza artificiale e stupidità naturale in Ritorno critico (2024).
 
8 Per approfondire il discorso suggerisco la lettura dentro la mia opera Critica dell’irrazionalismo occidentale (2016) della parte recante il titolo Il gioco capitalista degli Elohiym falsi e bugiardi.
 
9 Al celeberrimo romanzo huxleyano ho dedicato una monografia: Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015).
 
10 Tali testi sono stati materie di miei studi. Ne sono scaturiti due scritti: Il femminismo distopico di “Herland” e La complessa distopia di Naomi Alderman, rispettivamente nelle mie opere Letteratura e psicostoria (2022) e Prospettive rinnovate (2023).

https://danilocaruso.blogspot.com/2022/01/il-femminismo-distopico-di-herland.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2023/08/la-complessa-distopia-di-naomi-alderman.html

01 luglio 2023

INCONTRI LETTERARI CON GLI ALIENI

di DANILO CARUSO
 
Quando nel 2019 è scoppiata l’epidemia di coronavirus (poi assorta subito dopo a pandemia) cercai di inquadrare questa fase storica, così significativa, in termini di figurazioni-figure e di dialettica hegeliane. Cosicché quanto mi prefiggevo di conseguire era una terna tesi-antitesi-sintesi dove la pandemia occupasse un posto. La diffusione della covid a livello mondiale aveva indubbiamente un connotato “negativo” in senso molto più generale, il suo “opporsi” al mondo a essa precedente ha “limitato” praticamente tutto: quindi non risulterà difficile il perché abbia concepito la pandemia in termini di negativo razionale hegeliano rispetto al momento tetico della globalizzazione. Sembra che la pandemia fosse il segnale che la globalizzazione “illimitata” fosse entrata in una crisi la quale richiedeva un intervento ad hoc. Tale ragionare alla maniera di Hegel postulava un movimento sintetico il quale approdasse a un positivo razionale di più ampio margine della globalizzazione. Ma se già abbiamo esaurito la scala planetaria, cosa ci resterà per andare più in là? Dirigerci oltre il cielo stellato, nel letterale iperuranio, a incontrare un’altra civiltà planetaria aliena. Ho pensato la problematica in siffatto modo, e alla fine della pandemia mi è capitato di leggere un romanzo di fantascienza di Robert James Sawyer intitolato “Factoring humanity” e risalente al 1998. Quest’opera mi ha particolarmente colpito per il fatto non solo di intrecciare miei motivi di interesse intellettuale (fra cui uno inerente proprio all’argomento di apertura di questa riflessione), ma anche perché la protagonista, Heather Davis, è una psicanalista junghiana. È notorio che la mia critica letteraria si appoggi alla mia adesione alla psicologia analitica di Jung. In tale romanzo tuttavia essendo già palesi i contenuti junghiani non avevo niente da far emergere dal profondo simbolico: era tutto scritto alla superficie. Si parlava chiaramente di Inconscio collettivo e di altro. Il testo perciò mi è piaciuto molto altresì nel suo intersecare segmenti vari di miei interessi. Io sono junghiano, credo ragionevolmente nell’esistenza di altre civiltà in altri sistemi solari, e in particolar modo reputo la razza umana sulla terra un portato emigratorio interplanetario1. “Factoring humanity” non si è espresso sulla linea della mia specifica ultima idea testé esposta, però è rimbalzato su molteplici pareti a me congeniali. Per farla breve sul racconto dico che attraverso dei messaggi decodificati da Heather gli alieni hanno trasmesso ai Terrestri le indicazioni di costruzione di una macchina per entrare nell’Inconscio assoluto. Ciò avviene nel 2017, e poi nel 2019 gli extraterrestri giungono a ridosso del nostro pianeta incontrando l’umanità. A tal proposito ho notato che l’anno era quello del covid, e la vicenda quella del “positivo razionale” della mia terna hegeliana (ideata da me nel 2020). Riguardo al viaggiare dentro all’Inconscio impersonale ho parlato in precedenza allorché ho analizzato fantascientifici spostamenti temporali riconducendoli a non figurati viaggi nell’Inconscio collettivo2. Per me navigare nel tempo equivale letteralmente a un attraversamento dell’Inconscio assoluto (in particolar modo nei confronti del passato). E questo è quanto opera Heather: mediante una macchina di tecnologia non terrestre si immerge a ispezionare le microaree di memoria personali. Pertanto ha sincronicamente davanti tutti gli accadimenti di vita individuale a beneficio del suo sguardo. Simile suo inoltrarsi nella sincronicità metafisica junghiana grazie a una macchina aliena mi ha immediatamente fatto pensare al time traveller wellsiano3: nell’ottica dei miei ragionamenti e della mia impostazione, Heather appare analoga e parallela al time traveller di H. G. Wells, ma si mostra “psycho-traveller”. Circa le macchine psicanalitiche, come quella adoperata da Heather nella sua storia la quale possiede un finale non tragico, sono stato indotto a pensare, nella qualità di critico letterario, alla macchina di Wilhelm Reich volta a catturare l’energia orgonica positiva proveniente da tale sorta di libido freudiana universalizzata e ontologizzata in guisa un po’ junghiana (l’orgone reichiano si trova metà strada fra Freud e Jung). Quest’altro studioso della psiche in aggiunta ad aver progettato e costruito simile cosa mirante a catturare energia orgonica positiva, affermò pure che esistono degli alieni i quali condizionano l’umanità in peggio proiettando sugli esseri umani una energia orgonica negativa. Non escludo che le idee e le vicende di Wilhelm Reich possano aver influenzato la creazione letteraria di “Factoring humanity” da parte di Sawyer: da una prospettiva reichiana pessimistica passiamo a un’ottica più idealistica dove gli alieni sono junghiani e ben disposti verso gli uomini. Un tema nel romanzo di Sawyer il quale ritengo ancora utile sottolineare è l’idea che l’Inconscio impersonale sia a livello universale regionalizzato: la regione occupata dagli uomini ad esempio non ha di conseguenza interagito con quella degli alieni sino al momento in cui non sono venuti in contatto stretto e diretto soggetti dei due gruppi. Dunque si trarrebbe la conclusione che senza una significativa tangenza l’area umana dell’Inconscio collettivo non elaborerebbe i contenuti di un’altra regione appartenente a un mondo nello spazio distante. Una prospettiva di tragico incontro con gli extraterrestri proviene da “The war of the worlds”, celeberrimo romanzo di H. G. Wells uscito nel 1897. Qui gli alieni vengono da Marte sulla terra con obiettivi tutt’altro che pacifici. La loro ambizione è conquistare il pianeta, a loro pro, attraverso l’uso della forza militare. I loro mezzi di conquista muniti di potenti armi appaiono nella narrazione wellsiana immediatamente inquietanti anche al di fuori della finzione letteraria. La sadica distruzione portata da questi strumenti militari, alti e giganti, a tre piedi mobili, con il proprio incendiario raggio devastante, risulta molto impressionate giacché realistica. Anticipa il terrore atomico, lascia sgomenti. Simili macchine di morte rappresentano un simbolo del potere della tecnica, del dominio tecnico incombente sull’umanità. Il riferimento è ovviamente rivolto allo sviluppo capitalistico e alle sue possibilità non preventivamente ponderate a dovere. Lo scenario di annichilimento generato dall’agire dei Marziani costituisce un segnale d’allarme a proposito degli effetti eventuali della tecnica e del progresso se lasciati liberi senza un controllo veramente e profondamente razionale. Al di là degli strumenti di devastazione degli extraterrestri, creanti un’atmosfera molto cupa, apocalittica, angosciante, l’aspetto e la mentalità di costoro suscitano ulteriori sensazioni kafkiane. Non possiedono sembianze antropomorfe, a forma di palla con grandi occhi, sono esseri di esclusiva razionalità pragmatica e utilitaristica. Non vivono una dimensione sentimentale, emozionale, guidati dai loro enormi cervelli contenuti in quei corpi sferici privi di un comune apparato digerente. I Marziani infatti si nutrono direttamente di sangue trasfuso nel proprio organismo mediante un canale apposito, sangue prelevato dalle vittime. Simile dettaglio rammenta il vampirismo (figurato) dei capitalisti nella critica marxiana. A questa prima interpretazione simbolica ne devo aggiungere una seconda che la prosegue sulla scia del mio pensiero esposto nelle mie opere. L’arroccamento nella razionalità da parte dei Marziani mi ha ricordato la mia idea sull’origine nevrotica del Cristianesimo e dei suoi pericolosi difetti4. Quando ho parlato da junghiano di un indebito ripiego ed esclusivo sopra la facoltà della ragione stricto sensu lungo l’asse delle capacità razionali (in senso lato: l’altra è il sentimento), ho detto che è stato prodotto un assetto nevrotico ripudiante il femminile sentimentale a pericoloso vantaggio del maschile-razionale nell’ambito di simile segmento psichico. Gli alieni wellsiani oltre a essere, come visto, soggetti portatori di una razionalità (?) malata, sadica, poiché nevrotica, non si riproducono più attraverso un comune congresso carnale fra persone di sessi opposti: ciascun marziano può generarne uno nuovo sulla base di una differente autonoma biologia. Tali dettagli meglio approfonditi mi hanno ricondotto a un sostrato di più radicale nevrosi, e quindi a Max Weber e alla sua analisi dove Cristianesimo (protestante) ed economia si legano. La critica di H. G. Wells al capitalismo e alla di esso sfruttata tecnica, in “The war of the worlds”, non è estranea al disvelamento di strati nevrotici inerenti alla religione. La morte e la violenza causate dai Marziani non simboleggiano solo una dimensione recente di sviluppo della tecnica, ma altresì l’incubo angoscioso, kafkiano dell’aggressione cristiana alla civiltà umana per mezzo di persecuzioni, torture, uccisioni di streghe, omosessuali, Ebrei, non cristiani, atei e intellettuali non allineati. Il rogo, il fuoco, divengono il raggio mortale degli alieni distruttori, angeli di morte calati dal cielo, paragonabili altresì agli inquisitori accompagnati dalle loro sadiche macchine di tortura. Questo raggio il quale si irradia dai meccanici mostri dotati di una trinità di gambe mi rievoca l’emissione dello Spirito Santo sugli uomini, rappresentato in foggia ignea, qua, kafkianamente e apocalitticamente, volto da “consolatore” a “giustiziere”. Ritornando al livello di lettura prossimo, dobbiamo rilevare che gli alieni fanno uso di armi chimiche a detrimento degli abitanti della Terra: in tal caso non possiamo non vedere terribili prefigurazioni e preoccupazioni inerenti ai due futuri conflitti mondiali novecenteschi, i quali io giudico una singola peloponnesiaca contesa interna capitalistica globale. Gli esseri umani avranno comunque la meglio sui Marziani in virtù di un’imprevista e sottovalutata arma epidemiologica nei riguardi di cui erano abbondantemente immunizzati: la presenza di microrganismi sulla Terra ormai innocui al cospetto degli uomini, però non nei confronti degli alieni, i quali nutrendosi del sangue terrestre hanno mangiato e bevuto la loro rovina contagiandosi. Gli eventi avversi della loro nutrizione li hanno alla fine sterminati tutti. Rappresenta questo finale l’occasione per il famosissimo scrittore inglese di formulare l’auspicio che di fronte a un nemico pericoloso (tra le righe: il capitalismo selvaggio) gli esseri umani (la classe degli sfruttati, dei diseredati, degli emarginati) possano prendere una coscienza di gruppo (marxiana coscienza di classe), e unirsi omogeneamente a tutela comune contro paventati rischi alla sicurezza e al benessere. Questa è la lezione wellsiana di “The war of the worlds”, dove gli extraterrestri rappresentano simboli di realtà storiche precise rintracciabili dietro il velo della finzione narrativa fantascientifica.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Analisi letterarie e filosofiche”
 
1 A proposito di questo mio filone di argomentazioni indico una mia recente analisi con i suoi ulteriori rinvii a ritroso nelle note: Scoperte stellari, nel mio saggio Partita a scacchi (2022).
 
2 Si veda nelle mie precedenti pubblicazioni: Storia e pensiero e Distopie occidentali del 2023.
 
3 Una mia analisi di “The time machine” è presente nella mia monografia Critica letteraria (2017): La terribile distopia di H. G. Wells.
 
4 Ho destinato parecchi lavori d’analisi a simili argomenti, ne indico uno a titolo di exemplum utile all’approfondimento del mio scientifico punto di vista, un saggio: L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017).

10 maggio 2023

DISTOPIA E PSICHE IN JEFF SUTTON

di DANILO CARUSO
 
La lettura che ho svolto di “Whisper front the stars”, un romanzo fantascientifico uscito nel 1970, e creato da Jeff Sutton (1913-1979), mi ha rivelato la presenza di idee che avevo sostenuto in passato. È stato un po’ sorprendente aver rintracciato un simile coagulo di ricchezza concettuale in comune. La prima tangenza riguarda l’origine dell’umanità sul nostro pianeta, la quale io ritengo pure il risultato di un’emigrazione interplanetaria dall’esterno del sistema solare di cui fa parte la Terra1. Io ho parlato in particolar modo della possibilità di insediamenti altresì su Marte e Venere. Si tratta di ipotesi che nel tempo ho visto già pensate concretamente prima di me, e, come sto spiegando, ogni tanto rinvenute appunto qua e là in più autori a me precedenti. “Whisper front the stars” attribuisce l’ipotesi emigratoria a un immaginario Krado Fromm, e inoltre menziona probatori rinvenimenti archeologici su Marte: il che è tutto precisamente in linea col mio modo formale di vedere la cosa nella realtà scientifica. Anch’io credo che possano trovarsi reperti sopra Marte (o altrove) a testimonianza dell’emigrazione e della colonizzazione umana in seguito a partenza da altro sistema solare. Il romanzo suttoniano è ambientato all’inizio del XXIII secolo, sulla Terra esistono ancora gli USA (da dove partono le vicende raccontate) e l’umanità ha raggiunto e sfruttato altri luoghi del sistema solare. Non ci sono state più guerre dal XXI secolo, in Europa e in Asia governano delle unità amministrative continentali centralizzate. Il governo americano descritto, sotto il profilo sociale, è alquanto sui generis: è infatti parecchio assistenziale. D’altro canto tale misericordia è stata bilanciata da un’atmosfera orwelliana dopo che lo Stato ha assunto uno spirito tirannico antiliberale e antidemocratico, giacché ogni cittadino viene inserito in un rigorosissimo meccanismo di controllo e di capillare monitoraggio. Tutti finiscono schedati in vista dell’ottenimento di tutti i benefici possibili, e a chi avesse atteggiamento contestatorio nei confronti del governo viene negato il diritto di accedere a quasi tutte le opportunità di sopravvivenza e di assistenza. In parole povere ciò equivale al rilascio di una abilitante tessera di partito in una società totalitaria, dove chi rimane senza resta in grosse difficoltà. Esiste un dipartimento governativo denominato Ufficio di salute pubblica, parente orwelliano del Ministero dell’amore, il quale toglie dai piedi i soggetti manifestanti opposizione e dissenso all’indirizzo del regime oppressivo. La seconda delle tangenze concettuali fra me e il testo di Sutton, tangenze di cui accennato in apertura, riguarda il mondo psicanalitico. L’autore di “Whisper front the stars” non è stato estraneo a questo campo, e io ho colto lo spunto mostrato da alcune impostazioni narrative del romanzo e le ho interpretate alla luce della mia critica di carattere junghiano. Voglio anticipare alcune cose poiché prima di leggere tale opera suttoniana avevo pubblicato un mio scritto nel quale parlavo di viaggi nel tempo2. E a proposito del passato ho inquadrato la cosa come un viaggio nell’Inconscio collettivo junghiano. Questa sarà la mia chiave di lettura del testo di Sutton. Testo nel quale ho trovato altresì qualche cammeo filosofico e letterario (Kant e pascal, cielo stellato e canna pensante; Sylvia Plath, la campana di vetro). Circa le presenze junghiane posso cominciare a dire che nelle parole di Ann Willett (lei simbolo dell’“anima junghiana” nei confronti di Joel Blake) c’è un elogio della “solitudine” e dei benefici che concede. Più in là lo scienziato Mark Randall (simbolo dell’archetipo del “vecchio saggio”) si immergerà in una serie di considerazioni fisiche e metafisiche nelle quali mi sono trovato a perfetto agio perché sono formulazioni di idee che ho espresso in passato esponendo più volte il mio modo di concepire l’Universo. Randall critica il comune e semplicistico realismo ingenuo dei più, e attraverso un passaggio schopenhaueriano (dove demolisce le concezioni di esistenza di spazio e tempo autonomi) approda a un orizzonte cronologico e metafisico eleatico in cui i diversi tempi non scorrono come lungo una retta distinti progressivamente in senso unidirezionale, bensì si collocano distinti, ma contemporaneamente – per così dire –, sullo stesso piano. Questa rivisitata dimensione temporale mantiene la diversità logico-concettuale di un “prima” e di un “dopo”, nonché di un “presente”, però relativizza tutto e lo pone metafisicamente sotto un regime di sincronicità. Il “presente” viene dunque declassato a frutto dell’autocoscienza attuale, una dimensione di consapevolezza pertanto interiore la quale non penetra la cosa-in-sé al di là di noi, al di fuori dello spazio e del tempo categoriali. Nel mio scritto citato poco sopra ho parlato proprio di tale sincronicità junghiana. Jeff Sutton, dal canto suo, fa introdurre al protagonista narrante Joel Blake (simbolo del complesso psichico dell’Io) di conseguenza l’idea di un fato stoico, di una sorta di preordinazione del corso della vita e delle rappresentazioni fenomeniche. Ci sono “cause di forza maggiore” (gli input archetipici e i meccanismi fenomenici di causa-effetto in secondo piano), ma Randall chiarisce che esse non sono inderogabili (da cui l’estrema difficoltà affrontata dall’astrologia junghiana3). Prosegue lo scienziato, sempre con tono junghiano, discutendo di una possibilità di correzione del passato e di viaggio temporale per mezzo della mente. In particolare di quest’ultimo argomento avevo esplicitamente posto il tema, come detto. Non è una letterale time machine a consentirci di viaggiare nel tempo, e poi noi non viaggeremmo nel tempo fenomenico bensì nell’Inconscio impersonale dentro a cui siamo immersi. Randall, il quale parla da seguace di Schopenhauer in pectore, allude con lucidità alla voluntas-libido. Ontologia e psicologia analitica qui si fondono, e l’unità emersa pone il quesito: che cosa s’intende per “correzione del passato”? Puntualizzato che non esiste tempo e suo scorrere a prescindere da una categoria schopenhaueriana, possiamo ulteriormente approfondire il discorso in senso junghiano, e mettere in campo il “processo di individuazione” teorizzato da Jung. È Ann a farlo nel romanzo davanti a Joel allorché costei propone un fine esistenziale di compimento del proprio destino, idest raggiungere il Sé junghiano nel processo appena menzionato e diventare sé stessi nell’ottica positiva della propria natura personale. Quindi sul finire del romanzo tocca poi a Randall ammaestrare Blake al riguardo parlando di processo mentale e di correzione degli errori del passato. Nelle pagine conclusive di “Whisper front the stars” comprendiamo la maniera in cui quel governo americano orwellianamente tratteggiato assurga a simbolo dell’Ombra junghiana, nemica del benessere individuale, ostacolo della felicità personale attraverso la sua tentacolare nevrotizzante azione. Il processo di individuazione junghiano deve in primis far prendere coscienza dell’Ombra, la quale sebbene induca suggestioni negative rientra nell’ambito delle possibilità di libertà. Ora, non va mutilata la possibilità, il che è impossibile senza menomare la facoltà di libertà in sé, va destrutturata e perciò depotenziata l’Ombra in sé. Cioè bisogna condurre un cammino antitetico a quello di Joe Goldberg in “You” di Caroline Kepnes, dove il protagonista realizza nevroticamente l’Ombra, mostrandosi alla fin fine meno libero di quanto si possa credere, poiché libertà è libertà di rifiutare da sé l’Ombra dopo averla vista e riconosciuta. Sopprimere a priori illiberalmente la figura potenziale dell’Ombra risulta pericolosissimo, in quanto comporta l’incapacità di gestire una presenza scomoda e sconosciuta. Per concludere la mia analisi debbo spiegare cosa sia la “correzione del passato” di cui tratta il romanzo suttoniano. A mio modo di valutare essa possiede un significato psicanalitico, e, a prosecuzione della mia linea critica junghiana, la ricollego alla dicotomia “fase naturale / fase culturale”. Nella riconsiderazione del proprio passato che ciascuno ha facoltà di azionare a pro dell’individuazione junghiana, quel “nuovo sguardo culturale junghiano” proiettandosi sul passato illumina e “corregge” i difetti e le inclinazioni perniciose e nevrotiche, possibilmente ereditate, a beneficio di un presente ottimizzato.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Distopie occidentali”
 
1 Per approfondimenti indico un mio primo lavoro (con i suoi ulteriori rimandi) intitolato Scoperte stellari e contenuto nel mio saggio Partita a scacchi (2022).
 
 
3 Allo scopo di approfondire suggerisco un mio piccolo studio: Astrologia e tarocchi nella visione di Jung nel mio saggio Percorsi di analisi umanistiche (2018).

22 aprile 2023

L’INCUBO DEL TEMPO DI STEPHEN BAXTER

di DANILO CARUSO
 
“The time ships” è un romanzo fantascientifico uscito nel 1995, opera dello scrittore Stephen Baxter, e unico testo riconosciuto dalla fondazione dedicata a Herbert George Wells quale seguito di “The time machine” (il noto romanzo wellsiano del 1895 al quale ho dedicato una precedente analisi1). Il lavoro redazionale baxteriano mi è parso molto interessante. Nella mia disamina ne evocherò aspetti chiave alla luce delle mie impostazioni analitiche di carattere junghiano. Dobbiamo precisare, per chiarezza, che in tale secondo romanzo il time traveller è all’inizio tornato nel futuro, un futuro alterato dal suo precedente viaggio, dove questa modificata linea temporale gli rivela un mondo di Eloi e Morlock molto diverso da quello che aveva conosciuto durante il primo cronoviaggio. Qui ora i Morlock rappresentano l’incarnazione di una isolata e pura facoltà razionale, ma non distopica come potrebbe in apparenza sembrare. Il vero perno del romanzo è infatti il Morlock Nebogipfel, il personaggio letterario che accompagnerà il viaggiatore temporale nelle di lui peripezie sino alla fine del racconto quale una sorta di novello Virgilio. Il testo baxteriano possiede qua e là un quid di atmosfera dantesca. Il primo cardine di razionalità emergente in simile nuova realtà morlock è il superamento della dicotomia fides/ratio. Non esiste più l’idea di un contraddittorio Dio a cui aggrapparsi, un Dio il quale nella sua onnipotenza non rimuove il male dal mondo. Il concetto di “sacralità” poggiata su qualsivoglia azione cruenta (con spargimento di sangue) è cancellato. La Ragione ha qui purificato l’animo della specie dai suoi torbidi grovigli e legacci interiori. È la pragmatica evidenza logica a trionfare. come già anticipato, non si tratta di un ideale distopico sopra una falsariga zamjatiniana2. Il superamento dei generi sessuali attuato dai Morlock non è da intendersi accostandolo all’ectogenesi del Brave New World3 o alla creazione dell’androgino biblico4. Noi dobbiamo intravedere in Nebogipfel un simbolo junghiano, e precisamente quello del sommo archetipo androginico. Nebogipfel costituisce la chiave di lettura di tutto. È un Virgilio di razionalità equilibrata (androginica). e non più di pseudorazionalità dantesca maschilista5. A ben guardare il comportamento del Morlock nell’intero romanzo, esso appare animato da tutto l’asse junghiano delle facoltà razionali (ragione e sentimento). Nebogipfel ha anche un cuore razionale. L’ideale di vita di questi Morlock è infatti filosofico: l’obiettivo della specie umana e post-umana risiede nella sua autoconservazione attraverso lo studio di se stessa e della realtà. La conoscenza quale via di benessere. Il time traveller non sta letteralmente compiendo viaggi nel tempo, sta viaggiando attraverso l’Inconscio collettivo; dobbiamo vedere “The time ships” come una sorta di “Liber novus”. E da ciò capiremo che questo nuovo baxteriano time travell costituisce la rappresentazione di un percorso di rinascita alchemica junghiana, un “percorso di individuazione” il quale alla fine, appunto, approderà col salvataggio di Weena (raffigurante l’“anima junghiana”), cioè, in termini di psicologia analitica, l’incontro del complesso dell’Io con la sua inconscia controparte sessuale psichica. Il percorso di rinascita alchemica da parte del time traveller principia con un viaggio nello spazio, accompagnato da Nebogipfel, dentro qualcosa che egli definisce una “bara”. Ciò mi ha fatto pensare a Elwin ransom in “Perelandra” e a quanto avevo scritto a proposito in un mio saggio dedicato alla cosmic trilogy di Clive Staples Lewis6. Uscendo da queste simboliche bare ha luogo un risorgimento spirituale interiore. esso passa però da urti negativi. Uno è rappresentato dall’alternativo mondo storico baxteriano della prima metà del ’900 dipinto nel romanzo, un mondo che rimane comunque in conflitto con connotazioni differenti rispetto alle reali nostre. È inquietante, veramente distopico, sentire l’elogio di un personaggio secondario di una forma sociale totalitaria. Il mondo angloamericano nel 1938 alternativo mirerebbe, nei sui centri direzionali, a manipolare e a indirizzare le masse con metodi illiberali; in parole povere, spiegando con (pseudo)autorevolezza ciò che è bene e ciò che è male alle persone, le quali dovrebbero adeguarsi acriticamente e dogmaticamente. La diversità di idee (sale dell’esistenza comunitaria), il concetto stesso di “opposizione politica”, dovrebbero essere banditi nell’interesse dell’unico (pseudo)bene. Pare l’elogio dell’unidimensionalità marcusiana. E se non bastasse, v’è pure un attacco all’istituto cardine della Società civile, la famiglia. Essa dovrebbe essere sostituita da altre forma associative migliori imprecisate, in un discorso che non possiede nemmeno una platonica ragionevolezza. Simile modello occidentale antitedesco (per via della guerra contro la Germania) dovrà assumere, come poi riassunto con amarezza da un protagonista del romanzo, il controllo globale del pianeta al termine della guerra. Un’élite di (pseudo)illuminati (manipolatori) dirigerà (in maniera autonoma) le sorti dell’umanità. L’organizzazione sociale totaliatria e gli interessi economici saranno i fari di una nuova era di (falso) benessere. Tale distopica aspirazione necessiterebbe di “correzioni” genetiche della specie umana, con il risultato su larga scala di eliminare il (presunto) peggio. Il meglio (?) auspicato e prodotto da simile tecnocrazia tuttavia, nelle parole dello sconcertato coprotagonista, sarebbe tuttavia destinato a trovare la disapprovazione di molti nel mondo, ancora illuminati da una retta ragionevolezza. La scienza e la tecnica che si trasformano in dogmatiche nuove deliranti religioni sono additate quali pericoli verso la libertà e la vita. Nella mia lettura di “The time ships” ho trovato singolare il modo in cui un fatto reale sia stato trasposto nella finzione narrativa: durante una delle due esplosioni atomiche in Giappone nel nostro 1945, una bomba atomica disintegrò un essere umano lasciando proiettata sul muro l’assenza dell’impatto dell’ondata termica radioattiva; un episodio del genere viene attribuito ai Tedeschi, i quali nel Paleocene romanzesco usano un ordigno nucleare contro gli Inglesi. Il prosieguo narrativo dell’opera di Baxter presenta poi nel futuro alternativo la distruzione dell’ecosistema planetario e la scomparsa del genere umano dalla Terra, costretto a emigrare altrove. Andando più avanti nel cronoviaggio, il time traveller e Nebogipfel si inoltrano dunque dentro un’era con dettagli positivi a dispetto della glaciale desolazione terrestre. Il genere umano è stato rimpiazzato dall’intelligenza artificiale: macchine intelligenti, sparse nell’Universo, portano avanti quella missione che i Morlock baxteriani si erano prefissati, idest esaminare, archiviare, custodire ogni esperienza e ogni conoscenza, dal più profondo passato fino a loro. In tale reticolo di unità-nella-molteplicità vedo l’Inconscio assoluto junghiano al di là dell’immediato piano letterale. Alcune parole di Nebogipfel sono illuminanti in tal senso. I “Costruttori universali”, tali macchine, sono gli eredi e i simboli di complessi psichici di Io. In simile sorta di informatico Intelletto passivo universale, sempre Nebogipfel sembra spiegare una dinamica magmatica interna di scontro fra elementi la quale è analoga a quella fornita da Jung circa la formazione degli archetipi: l’obiettivo di queste dialettiche mira a sintetizzare un punto di mediazione, di equilibrio, e a posarsi su di esso, in direzione del progresso e della sanità dell’insieme costitutivo generale elaborante. Il Morlock chiarisce nelle sue parole in seguito che il modello capitalista debba essere destinato a essere superato e che l’umanità debba essere affrancata, in virtù della tecnologia, da servizi di lavoro non più necessari: il tutto a beneficio di una comune crescita conoscitiva, di consapevolezza dell’universo. Fuori del contesto immediato di trattazione di Nebogipfel, potremmo dire saltando al campo psicanalitico che l’Inconscio impersonale potrebbe essere sgravato di parte delle sue tensioni intestine. Verso la fine del romanzo la valenza fenomenica del comune mondo quotidiano viene evidenziata dal time traveller, ormai alla volta di concludere il suo percorso alchemico junghiano. Aveva abbandonato la nigredo uscendo fuori di qualcosa paragonato a una bara, quindi dai costruttori universali era stato riparato e “ricreato” a livello molecolare. Diremo di quest'altro passaggio: un secondo grado di rinascita (albedo). Nella sua citrinitas, come appena detto, l’impalcature fenomenica del mondo viene oltrepassata. E ciò viene fatto con un dettaglio narrativo che mi ha colpito. Il time traveller evoca le categorie di base schopenhaueriane della Welt als Vorstellung, spazio e tempo, affermando di esserne all’esterno. Si trova cioè a contatto con l’Inconscio collettivo: Nebogipfel glielo dice chiaramente. Il time traveller ci informa inoltre di percepire la vita, ossia la libido (voluntas schopenhaueriana) che pervade e ingloba l’Universo: egli in questa fase non possiede più una dimensione corporea. È ridotto al suo semplice complesso dell’Io di cui scopre i limiti, la piccolezza, la relatività. Simile coscienza gli spalanza l’individuazione junghiana. A questo punto la rubedo e la sizigia sono alla sua portata. Infatti, tornato umano, abbandonato Nebogipfel, andrà di nuovo in quel futuro dove, nel primo romanzo wellsiano, aveva perso Weena (“anima junghiana”): la ritroverà, la salverà e rimarrà con lei.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Distopie occidentali”
https://www.academia.edu/101566960/Distopie_occidentali
 
1 La terribile distopia di H. G. Wells dentro la mia pubblicazione intitolata Critica letteraria (2017).
 
2 Per approfondimenti indico un mio saggio del 2015: L’antipanlogismo di Evgenij Zamjatin.
 
3 Al fine di approfondire consiglio un’altra mia monografia dello stesso anno: Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley.
 
4 Si veda al riguardo un mio studio: Antropogonia e androginia nel Simposio e nella Genesi, nella mia opera Considerazioni letterarie (2014).
 
5 Per approfondimenti consiglio il mio saggio Parricidio dantesco (2021).
 
6 Mitopoiesi junghiana in Clive Staples Lewis (2017).