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04 giugno 2024

LA RADICE BENSONIANA DI “1984” DI ORWELL

di DANILO CARUSO
 
In passato ho dedicato una mia monografia al romanzo di Robert Hugh Benson (1871-1914) intitolato “Lord of the world” (1907), un’opera che valuto molto apprezzabile: ebbi, nel mio lavoro critico1, modo di spiegare il mio approccio considerante utopia ciò che per il comunque distinto scrittore ecclesiastico cattolico inglese rappresentava una prospettiva distopica. Qui analizzerò un altro romanzo bensoniano il quale a quello citato è legato lungo il canale creativo dell’autore inglese. Si tratta di “The dawn of all” (1911), un successivo testo stavolta costruito nella forma utopica, secondo l’intenzione creatrice e l’ottica di pensiero appartenenti a Monsignor Benson. Mi è d’uopo premettere che l’insieme concettuale bensoniano al mio sguardo assume segno opposto: vale a dire che se quel mondo auspicato da lui, al suo cospetto, possiede cornice utopica, al mio rappresenta una distopia. L’autore inglese valuta la religione un aspetto dell’esistenza umana il quale non può essere giudicato uno tra, accanto a, gli altri, bensì l’aspetto di fondo sopra cui ciascun altro si proietta. La religione, per lui, possiede una qualità regolante generale: qualsiasi cosa deve essere misurata con quella, dal momento che essa sarebbe la cosa più importante nella vita. Benson non concepisce nessun altro sistema educativo se non quello cattolico inglobante tutto. Egli fa la sua scelta generale: «O la Chiesa cattolica o nulla». Ciò lo spinge in una rigida (nevrotica) posizione di chiusura. La Rivelazione divina costituisce il fulcro del mondo, la scienza rappresenta una sua ancella, la quale deve adeguarsi e limitarsi di fronte alla prima. Il sogno bensoniano – confessato da lui medesimo – è un ritorno al Medioevo europeo cattolico allargato all’intero pianeta. L’aspirazione a tale reazionaria formula teocratica mi concede l’occasione di rievocare ad hoc un’altra mia monografia dedicata all’orwelliano capolavoro “1984”, pubblicazione la mia dove ho spiegato la totalitaria Oceania sulla base dell’acuta valutazione di Simone Weil per cui la Chiesa cattolica è stata la madre e il modello storico di totalitarismi a essa posteriori2. In “The dawn of all” possiamo contemplare il Medioevo venturo bensoniano, il quale riecheggia i contenuti del Cattolicesimo medievale e rinascimentale totalitario evidenziato nella testé menzionata mia opera di studio. La Chiesa bensoniana del 1973 deve fare i conti con marxisti e laburisti. La storia postilluministica ha obbligato a misurarsi con movimenti e cambiamenti culturali nuovi nati proprio in una maggiore libertà dalla pervasività condizionatrice e inglobante nel suo seno cristiana. Nell’“utopia” dell’autore inglese il socialismo viene sconfitto, al pari di tutti gli altri terribili avversari. Tuttavia gli si riconoscono dei meriti ideali, mal messi in pratica (nel futuro narrativo), quali l’attenzione all’insieme sociale e l’anticapitalismo. Lo Stato socialista immaginato da Benson possiede la pecca di trascurare l’individuo in quanto tale e le minoranze a vantaggio della maggioranza. Valorizza per lo scrittore inglese in modo appropriato il sentimento dell’obbedienza, e nutre un astratto ideale di amore universale uguale a quello del Cristianesimo. Benson rifiuta comunque i metodi di attuazione del socialismo e i suoi divergenti postulati teorici. Nel mio saggio sopra ricordato su “1984” ho accostato in merito a quell’analisi francescani e marxisti. Voglio rammentare simile cosa per via dell’analogia formale con i ragionamenti dell’autore inglese. Monsignor Benson in “The dawn of all” ha, a mio avviso, davvero immaginato l’anticamera prossima di Oceania nella guisa in cui l’ho inquadrata io nella mia monografia orwelliana. Lo scrittore inglese nella sua “utopia” pensa ancora di poter condannare eretici tramite l’Inquisizione, affidando la somministrazione della pena, secondo il vecchio stile, all’esecutore pubblico. Il suo Cattolicesimo dovrebbe persino correggere le inclinazioni giudicate degenerate dell’arte moderna realistica in direzione di un valutato migliore ideale simbolismo cattolico di radice medievale. Un siffatto discorso, mi fa pensare ai ragionamenti nazisti durante il Terzo Reich a proposito dell’arte non gradita. L’esperienza storica di regime statale, negli anni successivi alla pubblicazione di “The dawn of all”, che mi sembra più vicina all’“utopia” bensoniana mi appare quella franchista, la quale definì se stessa una “democrazia organica e cattolica”. Benson si rivela un estimatore delle rappresentanze organiche all’interno dell’istituzione parlamentare. La cattolicissima Spagna del generale Franco ebbe le Cortes, si dice mutuate dal corporativismo fascista (in Italia durante il regime mussoliniano ci fu la Camera dei fasci e delle corporazioni). Ma a me sembra che il franchismo fosse di formazione mentale più bensoniana e cattolico-medievale che altro. Lo scrittore inglese si mostra avversario della rappresentanza popolare indifferenziata, il corporativismo a suo giudizio garantirebbe equità rappresentativa. La scuola e la famiglia formano i cittadini. Ciò è chiaro anche a Benson. Egli vorrebbe infatti tutto il sistema educativo in mano cattolica. Le sue descrizioni di questo “utopico” 1973, in cui l’intellighenzia risulta composta di religiosi cattolici, sanno, obiettivamente, di Brave New World cattolico3. V’è appunto una categoria α dove si trova «il sacerdote di Dio quale Suo rappresentante e agente sulla terra», e quindi a scendere gli altri (monarchi e familiari, nobili, etc.). Se leggiamo con la dovuta attenzione le riflessioni politiche bensoniane ci rendiamo conto di quale sia la natura del Cattolicesimo ancora a inizio del Novecento: un progetto politico-religioso (elaborato nell’Antichità) e non una dottrina religiosa morale. Il fine del Cristianesimo cattolico – e l’autore inglese ce lo indica senza girarci attorno – si rivela quello di invadere e assorbire lo spazio pubblico della politica, allo scopo di creare un sinolo purtroppo illiberale e inaccettabile. L’“utopia” di “The dawn of all” costituisce de facto una terribile e preoccupante distopia, quella che io ho altrove esaminato e descritto nel mio saggio intitolato “Il Medioevo futuro di George Orwell”. La pericolosità del sogno (o dell’incubo) reazionario bensoniano si può cogliere nelle sue definizioni dei termini-concetti 1) Chiesa, 2) Papa, 3) sacerdote.
1) «Il Regno di Cristo […] una Società Sovranazionale cui le nazioni della terra guardavano in funzione di guida».
2) «Il Signore di tutti [i potenti]», «il Padre di Principi e Re».
3) «Il sacerdote di Dio quale Suo rappresentante e agente sulla terra» (inoltre: «è il prete che manda avanti ogni cosa»).
Monsignor Benson celebra siffatto suo inquietante 1973 così: «Un’autorevole Chiesa sovranazionale, con sanzioni soprannaturali, pareva assunta come assioma di pensiero, non soltanto da questi cattolici, ma da tutto il mondo, del pari cristiano e non cristiano». L’Oceania cattolica è confezionata. A detta dello scrittore inglese una cosa del genere sarebbe un «regno delle fate [fairyland]» dove Roma diviene «the City of God». Abbiamo davanti un mondo preoccupato dello «spettro [phantom] del pensiero indipendente»4 e condannato a vivere nell’inquietudine dacché «sino al momento in cui c'è Peccato nel mondo, così lungamente deve esserci Penitenza». Monsignor Benson reputa lecita e ammissibile «una stretta delle misure repressive contro gli infedeli [the infidels] ovunque ». Il suo “utopico” 1973 consente la possibilità di pena capitale a danno degli eretici. Interessante nel testo l’espressione del contrasto dialettico interno fra fides et ratio. L’autore inglese si rende conto che una mentalità ordinaria (e aggiungerei io, più sana) si troverebbe a disagio di fronte a una teocrazia globalista (che fa del Papa un arbitro internazionale) la cui prassi persegue modalità non così schiettamente amorevoli. In un primo tempo ci dice che ciò apparirebbe in conflitto con l’insegnamento cristiano evangelico, e ciò dunque esige una soluzione di conciliazione tra fides et ratio nel momento in cui l’ultima pone tale dilemmi. La sua risposta alla quaestio si mostra sconcertante, giacché lega suddetti due poli alla luce di una nevrosi religiosa (la quale era la sua). Prende atto nella sua argomentazione che «per qualche abominevole artificio, sembrava ciò, questi individui erano forzati non soltanto nelle questioni esteriori a conformarsi alla Società la quale avevano contribuito a costituire, ma anche interiormente; effettivamente erano stati tiranneggiati nelle loro coscienze e nei loro giudizi, e amavano le loro catene. […] Gli uomini non vivevano più le lo proprie vite libere e indipendenti». Perché allora questo mondo illiberale? Perché è conforme alle esigenze di una fides la quale lo scrittore inglese giudica superiore alla ratio, a qualsiasi ragionamento, a qualsiasi diversa sensibilità. La nevrosi bensoniana, che avevo già indicato nel mio pregresso saggio, opera la saldatura di fede e ragione, subordinando questa al condizionamento, alla tirannia patologica della prima. In virtù di un tal motivo, il quale sottomette la ragionevolezza, rende in maniera categorica legittime azioni illecite: «I socialisti dovevano essere “repressi” [were to be “repressed”». E chi aveva nutrito dubbi della ratio doveva senza eccezione tacere poiché «l’eretico doveva essere processato [tried] nell’interesse della sua vita [for his life]». Non si può contestare «questa Chiesa che […] aveva alla fine posato le sue mani sopra lo scettro […]; questa Chiesa che, dopo duemila anni di sofferenza, aveva in ultimo messo i suoi nemici sotto i propri piedi, “represso” l'infedele e ucciso l'eretico [had at last put her enemies under her feet – “repressed” the infidel and killed the heretic». Il calcolo nevrotico bensoniano ci pone nel romanzo davanti ad assurdità che non possono essere accolte a cuor leggero. V’è un religioso condannato a morte, qui, dall’Inquisizione per questioni eminentemente di aria fritta ecclesiastica e teologica, il quale è più deviato dell’apparato che gli ha inflitto la pena. Costui, reputandosi più cattolico osservante in omnibus di chi non ha scrupoli a mandarlo a morte, accoglie la pena con serenità giacché questa sarebbe essenziale al sistema (il ritenuto errore va sempre e comunque rimosso e punito, a suo dire). Come fosse Diotima con Socrate, munito di spirito masochista, spiega a Monsignor Masterman, protagonista del romanzo, che è il suo interlocutore a farsi condizionare dall’emotività e che la pena capitale va accolta (con spirito di follia cristiana, parente in questa circostanza della vocazione al suicidio stoico). Benson mette a tacere la flebile voce del buonsenso che sussurra, e ci dice che il Cristianesimo cattolico non subisce un obbligo morale di intervenire in questa richiesta di morte, perché, tutto sommato, va bene così, in quanto la pena capitale non risulta in conflitto con gli insegnamenti cristiani (è stato infatti Papa Francesco soltanto nel 2018 a rimuovere l’affermazione di liceità della pena di morte dal Catechismo ufficiale della Chiesa). Si rende evidente a tutti che il nodo del problema è, sia nella realtà storica che nella finzione letteraria bensoniana, derivante dalle sentenze ecclesiastiche e non dagli atti pubblici. Per qual motivo Benson non propone di abolire l’Inquisizione? Al posto di dare la colpa al potere pubblico subordinato alla religione… Le lamentele di Monsignor Masterman sono sacrosante, sembra che stia parlando Winston Smith: «Cosa ne è della scienza e della scoperta sotto un sistema come questo? Cosa ne è della libertà – del diritto di pensare con la propria testa». Purtroppo non c’è niente da fare in questo Brave New World cattolico andato al di là della sana Ragione. La nevrosi domina senza scampo questo 1973 privo di moderazione effettiva e adeguata: «Appena un Paese è con convinzione cattolico – appena, vale a dire, la sua civiltà si appoggia sopra il Cattolicesimo e null'altro, quel Paese ha un perfetto diritto di proteggersi usando la pena di morte contro quelli minaccianti la sua stessa esistenza quale comunità civilizzata [As soon as a country is convincedly Catholic – as soon, that is to say, as her civilization rests upon Catholicism and nothing else, that country has a perfect right to protect herself by the death penalty against those who menace her very existence as a civilized community]». Lo Stato teocratico bensoniano appare un sadico Regno della Morte, con Tribunali di Morte, con una religione tanatolatrica; dove, per giunta, compare un esaltato masochista suicida. Un cerchio dell’orrore si chiude. Nel finale del mio saggio su “1984” ho illustrato la guisa in cui nel vecchio Cristianesimo sia valso un principio orwelliano per cui L’AMORE È ODIO. L’autore inglese conferma appieno: odio verso gli altri diversi e verso sé stessi, al punto di uccidere e uccidersi, in un delirio religioso irrazionale, il quale connota le istanze ultime della posizione bensoniana. Il romanzo esaminato tocca una punta di grottesco allorché giunge a compimento la sentenza capitale. Questa è stata emessa da un ente religioso che l’ha trasmessa al Vaticano per la ratifica che avviene, l’esecutore pubblico ne prende atto contestualmente a una successiva richiesta papale di annullamento, questa viene rifiutata e l’imputato va a morte. Un iter tragico degenerato nel grottesco: cattolica la condanna, cattolica la ratifica, cattolica la richiesta posteriore di deroga. Come si può scaricare la responsabilità di un’esecuzione capitale nella maniera in cui pretende Benson sulla sfera pubblica, assolvendo quella religiosa, si mostra sul serio un mistero della fede. Tutto parte dalla Chiesa mandante di omicidio, la quale si attorciglia in un assurdo contrasto di azioni, e poi la colpa appartiene a qualcun altro… Basterebbe sopprimere il tribunale per gli eretici, o, quanto meno, non emettere più condanne a morte… Tuttavia simile elementare e semplice riflessione non può mettere radici con facilità nella teocrazia bensoniana, la quale, da quanto osservato, non può separarsi dall’Inquisizione. In siffatto “utopico” 1973 Cristo rappresenta allo sguardo dell’autore inglese «uno ai cui piedi tutto il mondo strisciava [crept] in silenzio, il quale parlava ordinariamente e normalmente attraverso il Suo Vicario sulla terra […]; al cui modello tutto dev’essere conformato». Compaiono non pochi elementi in “The dawn of all” i quali offrono spunti di tangenza orwelliana in direzione di “1984”: non ultimo un simile Gesù in veste e funzione di Big Brother. Quanto aggiungerò di seguito in questa lista di analogie fra Oceania e la teocrazia bensoniana mi ha convinto alla fine a formulare l’aperta ipotesi che George Orwell nell’ideazione del suo celeberrimo citato romanzo abbia preso le mosse e l’ispirazione proprio dal testo di Monsignor Benson che sto qui analizzando. Nell’“utopico” mondo bensoniano l’Irlanda si è tramutata in un principato monastico, sede di strutture ospedaliere destinate al trattamento di giudicati malati psichici. Secondo il mio punto di vista, la “cella” del sanatorio religioso dove Monsignor Masterman viene ospitato costituisce il modello della orwelliana “camera 101” e il religioso che si prende cura di lui rappresenta il modello di O’Brien, allorché quest’ultimo interroga e tortura Winston, in relazione a cui ho già sottolineato le somiglianze col personaggio bensoniano di Masterman riguardo ai dubbi sul sistema di potere dominante. Tali due protagonisti possiedono la medesima impronta mentale, entrambi sono da correggere e ricollocare sul binario (distopico) stabilito dall’organismo controllore e dirigente. Un amletico dilemma logora Monsignor Masterman, indeciso se scegliere la spinta liberale della sua anima oppure se «accettare questa tremenda rivendicazione di autorità di controllare pure i pensieri del cuore», «sottomettersi a questo Cristo coronato e fornito di scettro» giacché «ciò voleva dire sollievo e sanità di mente». Il protagonista bensoniano «iniziò a essere dubbioso di quale fosse la cosa più alta, pure di quale fosse la direzione tollerabile – affondare la sua individualità, alzare le mani e affogare, o sostenere quell'individualità in forma aperta e provocante, e subirne le conseguenze». Sia Winston che lui vivono un conflitto interiore e uno col sistema al governo della società nei quali i parallelismi non mi sembrano accidentali. Il doublethink orwelliano compare nella mente di Monsignor Masterman, il quale aveva «l’impressione che non c'era più alcuna scappatoia dal Cristianesimo, il quale aveva dominato il mondo e che era odioso e tirannico nella sua intima essenza. Egli ammise che la logica era contro di lui, che una società per intero cristiana doveva proteggere se stessa, che non vedeva nessuna maniera di evitare le conseguenze che aveva visto; e tuttora che tutto il suo intero senso morale si rivoltava contro gli argomenti della sua intelligenza. […] Risultava mancante, diceva, esattamente quanto era più caratteristico del Cristianesimo, precisamente ciò che lo faceva diventare divino – una pazienza celeste e la buona disposizione a soffrire. La croce era stata lasciata cadere dalla Chiesa, diceva, e portata sulle spalle dal mondo [The sense that there was no longer any escape from Christianity, that it had dominated the world, and that it was hateful and tyrannical in its very essence. He confessed that logic was against him, that a wholly Christian society must protect itself, that he saw no way of evading the consequences that he had witnessed; and yet that his entire moral sense revolted against the arguments of his head. (…) There was wanting, he said, exactly that which was most characteristic of Christianity, exactly that which made it divine – a heavenly patience and readiness to suffer. The cross had been dropped by the Church, he said, and shouldered by the world]». In questo brano possiamo rilevare il modo in cui una ratio nevrotizzante spinge alla volta dell’accettazione di tesi in conflitto con antitesi valide: ciò che non è bene e ciò che non è vero possono in guisa irrazionale essere validati e divenire pertanto verità e bontà. Basta solo formulare nevrotici ragionamenti, assurdi, poggianti su patologici postulati. Mi pare di ascoltare O’Brien (che Orwell definisce «inquisitore» contornato da un’“aura sacerdotale” mentre infieriva su Winston5) quando il curatore religioso ribadisce a Monsignor Masterman che farsi prendere dalle emozioni non è roba da “uomini”. Il processo di riallineamento ha sortito i suoi effetti su quest’ultimo: «il suo soggiorno a Thurles, acquietando il suo sistema nervoso, rese possibile per lui la scelta di seguire la sua ragione [reason] anziché i suoi sentimenti [feelings]», consentendogli (in modo orwelliano) di compiere «il dovere alla cui direzione la sua ragione indicava». Il sogno teocratico cattolico mi sembra solidamente faccia approdare Benson al doublethink orwelliano. L’ultima parte del romanzo fuga le mie residuali esitazioni di rito in un simile giudizio. A mio avviso “The dawn of all” presta molto del suo mondo totalitario alla creazione di Oceania. A sostegno di questa mia tesi invito a leggere la mia citata monografia “Il Medioevo futuro di George Orwell” al fine di recuperare tutti i ponti tra la sponda bensoniana e quella orwelliana. L’autore inglese più remoto dei due rammenta con forza che «è compito della Chiesa guidare il mondo [it is the function of the Church to guide the world]», tuttavia nel contesto di una pervasività orwelliana Monsignor Benson proclama che la Chiesa lascia liberi: il che costituisce un argomento in perfetto stile oceaniano, dove un tema può convivere assieme all’affermazione del suo contrario a dispetto del principio di non contraddizione. Ecco rilevato il doublethink orwelliano in più tratti del romanzo bensoniano, e non momentanee accidentalità dell’incartarsi logico normale. Benson opera dunque un salto al di là del pensiero razionale filosofico, entra in un universo di elaborazione dogmatico, in modo strutturale illogico e contraddittorio, masochista e kafkiano. Qua 2+2 può fare 3, 4 o 5 a seconda delle esigenze. Quindi, nonostante la Chiesa qui entri pure nel midollo di ciascuno a condizionarne l’esistenza, la Chiesa lascia la libertà all’umanità: la sfera spirituale religiosa assorbe quella mondana laica e la plasma, ma la società rimane autonoma nel suo cammino terreno. Sentenze ecclesiastiche causano morte, però la responsabilità viene attribuita all’esecutore pubblico. Tutti questi ragionamenti, contorti davanti a una mente equilibrata, rappresentano esempi di puro doublethink. Il segmento finale del romanzo ricapitola i punti ideologici bensoniani cattolici disseminati nell’arco dell’intera narrazione. La “favola” si chiude col trionfo del Cattolicesimo, un trionfo però avvolto da un’atmosfera orwelliana, la quale avvolge tutto il testo. Simile cornice distopica, la quale adesso approfondirò ulteriormente, reputo possa essere stata una fonte di ispirazione non solo nei confronti di “1984”. In “The dawn of all” compare il concetto di una terra d’esilio, di qualcosa che è molto simile nella forma alla “riserva” huxleyana di “Brave New World”. Non mi stupirei che da una tale giudecca socialista in Massachusetts Aldous Huxley possa a sua volta aver tratto suggestione creativa: tanto ampio si rivela il mare distopico bensoniano dell’opera in esame. L’alto tenore orwelliano della conclusione di “The dawn of all” torna con accresciuto vigore allorché è il Papa in persona a recarsi dai rivoltosi anticlericali, ottenendo il rientro della situazione all’ordine (cattolico). Il Papa è andato a offrire la possibilità ai socialisti di accettare il primato del globalismo cattolico in forma incruenta. Se costoro non accetteranno la proposta sarà adoperato un sistema armato a loro danno. Le parole di Sua Santità disorientano davanti all’accettazione dell’uso della forza6. Quelle altre sue le quali vengono poco dopo a me ricordano O’Brien torturatore di Winston. Il Papa spiega che potrebbero tranquillamente uccidere lui e qualche monarca di turno, ma che ciò risulterebbe inefficace dacché «la religione cristiana sta ormai governando questo mondo». Non importano le persone, sostituibili, quel che conta è la salda tenuta dell’organismo dominante: e qua c’è O’Brien7. La teocrazia bensoniana inoltre sottintende i ministeri della verità e dell’amore di “1984”: formazione mentale del singolo e mantenimento (altresì violento) dell’ordine costituiscono temi, come abbiamo ben visto, molto cari a Monsignor Benson, uno disvelatosi teorico del doublethink. Di essi, nella chiusa del testo bensoniano analizzato (contemplante questo Papa Deus ex machina conciliante Big Brother) possiamo apprezzare la ciliegina sulla torta. In precedenza abbiamo potuto vedere le considerazioni di Benson a proposito di pena di morte, di giustizia secolare pubblica di casi religiosi sanzionati dall’Inquisizione cattolica, e delle teoriche difficoltà della Chiesa nell’intromettersi nella gestione statale. Alla fine del romanzo si afferma che il Santo Padre rappresenta uno in relazione a cui «nessuna nazione d’Europa poteva varare una legge a riguardo della quale egli non detenesse un diritto di veto; nessun monarca rivendicava di tenere la sua corona all’infuori delle mani di quest’uomo. E l'Oriente – persino l'Oriente pagano – aveva in ultimo imparato che il Vicario di Cristo era l’Amico della Pace e del Progresso». Quindi in quell’oceano cattolico avrebbe potuto abolire la punizione capitale; e non l’ha fatto prima, ma adesso. Sconfitti i socialisti si presenta in conclusione come uno che «aveva abolito la pena di morte per le idee sovversive della società o della fede, sostituendo al suo posto la deportazione verso le nuove colonie americane». Allora si poteva abrogare il sistema della pena di morte, in qualsiasi momento; ma, d’altro canto, e Benson ce lo ha illustrato con sottigliezza concettuale, non si poteva abolire. L’incoerenza mostra la presenza del doublethink, infatti monsignor Masterman al termine recupera la sua “sanità (cattolica)” giacché possessore di una «intelligenza che si era allontanata dalla logica meramente ragionata [brain which shrank from merely argued logic]». Ogni lacerante dubbio del protagonista finisce cestinato, tutti i grilli parlanti della Ragione sono stati schiacciati a vantaggio di un patologico orizzonte pascaliano. V’è nel romanzo un piccolissimo brano il quale raffigura una parafrasi di Pascal: «[Monsignor Masterman] aveva constatato che l’intelligenza e l’immaginazione non costituiscono tutto; che l’uomo ha pure un cuore; e che questo ha le sue esigenze non meno inesorabili di quelle dell’intelletto [he had found that the head and the imagination are not all; that man has a heart as well; and that this has its demands no less inexorable that those of intellect]». Monsignor Benson ha recuperato le pascaliane “ragioni del cuore”, ossia una grave forma psicopatologica8. Curioso notare, agli occhi di chi non pratica il doublethink, come, nel criticare i socialisti, Monsignor Benson reclami «un uomo con sentimenti, emozioni e una sua propria individualità [a man with feelings and emotions and an individuality of his own]», cioè con attributi che altrove erano stati visti di mal occhio (autonomia morale e comportarsi da donna). Ma egli ha caricato ormai questi termini (sentimento, emozione, individualità) di una valenza religiosa pascaliana rielaborante pure il campo semantico delle parole nella logica del doublethink (siamo al cospetto di un embrionale velato incipiente abbozzo di newspeak orwelliano).
 
 
NOTE
 
Questo testo è un estratto del mio saggio intitolato “Da Robert Hugh Benson a George Orwell”
 
1 L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017).
 
2 Il Medioevo futuro di George Orwell (2015).
 
3 Ho scritto un saggio sul noto romanzo huxleyano: Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015).
 
4 «Ein Gespenst geht um in Europa – das Gespenst des Kommunismus», Manifest der Kommunistischen Partei (Karl Marx – Friedrich Engels).
 
5 Vedasi a pag. 17 della mia monografia orwelliana, al terzo capoverso.
 
6 Per approfondire l’argomento indico un mio studio: Un inquietante brano neotestamentario: evangelismo armato e ambiguo nudismo nella mia pubblicazione Radici occidentali (2021).
 
7 Si veda nel mio saggio orwelliano menzionato a pag.19.
 
8 Al fine di un approfondimento di tale mio personale giudizio critico invito a leggere un mio lavoro: Pascal e le ragioni del cuore contenuto nella mia opera Letture critiche (2019).

29 agosto 2018

IL MACHIAVELLICO DISEGNO DELLA “FOLLIA” ERASMIANA

di DANILO CARUSO

L’opera più nota di Erasmo da Rotterdam è il suo celeberrimo encomio alla pazzia. Di esso ho condotto una analisi seguendo la mia metodologia critica (in parte di ispirazione junghiana) e il mio modello di comprensione della civiltà occidentale. Si tratta di un esame mirante all’obiettività di valutazione, perciò scevro di coinvolgimenti religiosi. Il quadro storico europeo in cui visse l’Olandese era una bomba a orologeria. Quantunque “L’elogio della follia” sia cronologicamente prima di Lutero, il suo contenuto riflette un maturo intento preventivo antiriformatore. I segnali che indussero l’Olandese ad agire si possono ritrovare nei fermenti a lui prossimi (contemporanei e passati). Erasmo ha capito che la sovranità della Chiesa cattolica sul mondo è in imminente pericolo: che il di lui futuro avversario fosse Lutero o un altro, è questione di importanza relativa in relazione alla persona (non dobbiamo però trascurare un dettaglio di forma importante: l’analoga provenienza agostiniana di Lutero). Lo scrittore cattolico ha compreso la struttura irrazionalistica dell’affermatosi sistema capitalistico moderno, e con mezzi congeniali ha provato a creare un fronte per arginare l’urto della deflagrazione protestante ormai nell’aria. La strategia erasmiana ne “L’elogio della pazzia” tende a togliere linfa vitale all’incipiente contestazione avversaria aperta, aspira cioè a sottrarre la base dei fedeli alla Riforma. La tecnica adottata consente a Erasmo di contendere dentro lo stesso agone dell’irrazionale, del nevrotico. L’Olandese usa ironia socratica con l’obiettivo di adescare i folli (gli stupidi, gli ignoranti) per mezzo di un encomio del loro desiderio di essere gaudenti (vicini più al bestiale che all’umano). Dopo averli irretititi, spera di poter elevare la loro dimensione spirituale di rozzezza alla volta di una nevrosi maschilista religiosa filocattolica, nell’auspicio di non arrivare secondo rispetto ai riformatori venturi. La pazzia erasmiana non è univoca: da un lato è in realtà il suo opposto, vale a dire derisione di vizi e difetti non amati da Erasmo. Questo insieme di deficit è ricondotto nella di lui visione antifemminista a una categoria di pazzia “femminile”. Tale aspetto si ricollega alla funzione razionale junghiana del “sentimento”: Erasmo ha spezzato l’asse delle facoltà razionali, comprendente pure la “ragione”, associata nella psicologia analitica a un archetipo al maschile. Mentre agli occhi di Jung ciascuno possiede in maniera positiva dimensioni psichiche maschili e femminili strutturate in modi specifici a seconda dell’essere uomini o donne, e senza paragoni discriminatori, Erasmo pretende con ipocrisia di avvicinare il suo interlocutore attraverso un encomio per buona parte insincero allo scopo di far presa su soggetti poco predisposti al ragionamento. Spera di raggiungere la massa al fine di trascinarla nella sua trappola nevrotico-teologica, dove la funzione della “ragione” si è chiusa in sé, nel rifiuto del “femminile”, in modo erroneo visto quale opposto irrazionale (quando invece la facoltà del “sentimento” si trova lungo l’asse delle funzioni razionali umane). Tutto quello che scoppierà qualche anno dopo la pubblicazione de “L’elogio della follia” ha in esso una lucida previsione difensiva. L’irrazionalismo dominava lo scenario già da tempo a livello economico: la Riforma risulterà solo un’elaborazione di altri schemi nevrotici (paralleli e omogenei) a sostegno del capitalismo moderno. Nell’opera erasmiana in esame, in fin dei conti, l’autore non ha fatto altro che inferire in maniera formalmente logica una sua verità (di fede, di nevrosi) da un gruppo di premesse false e ipocrite: dalla (disprezzata) follia stupidità femminile ha ricavato la validità formale (e retorica) di una pazzia nevrosi maschilista. La generale follia di Erasmo si arena al livello di libido freudiana: alla pulsione verso il piacere, l’Olandese vuol sostituire alla fine quella verso la distruzione (dei nemici della Chiesa). Tommaso Moro rimase un “pazzo” vittima di una nevrotica pulsione autodistruttiva. La libido junghiana opera meglio in soggetti quantomeno consapevoli di nevrosi. Erasmo non è poi così molto diverso dalla tipologia psichica cui appartiene Lutero: entrambi sono sulla stessa linea teologica, solo che il primo è più moderato, il secondo è un estremista. Tutti e due vogliono una palingenesi del Cristianesimo: l’Olandese è un nevrotico idealista, il Tedesco un nevrotico rivoluzionario. In una lettera inviata al suo caro amico Tommaso Moro (la cui data esatta non è conosciuta: 9/10 giugno 1508/9), Erasmo da Rotterdam spiega la natura ideologica de “L’elogio della follia”. Più volte l’autore qualifica il suo testo come qualcosa di satirico, estraneo nella sua sostanza immediata a un intento didascalico (razionale). Egli in tale opera declina, nei più vari e dotti modi, tipologie di azioni che ha ascritto sotto i termini “morίa” e “stulticia (stultitia)”. In greco e latino questi due termini, non a caso di genere femminile, indicano l’allontanamento dal logos e dalla ratio. Non esiste coscienza di una dimensione semantica medica: “folle” è chi si comporta da “irresponsabile”, chi ha smarrito l’uso corretto della ragione. Perciò in simile satira erasmiana troviamo celata un’apologia del modello del filosofo cattolico quale lui era. Lui e Moro erano rigorosi osservatori dell’ortodossia romana: il primo fino al punto di assurgere ad anti-Lutero; il secondo sino all’esito di farsi uccidere (nonostante avesse avuto facile possibilità di una migliore sorte). Stando alla stima di Erasmo per Moro, nelle loro formae mentis non intravedo margine per dotare “L’elogio della pazzia” di una connotazione positiva. Entro un certo punto nei tipi descritti si mira solo a una raffinata presa in giro di categorie di stupidi (e già Bertrand Russell lo aveva notato). Erasmo, il quale era ordinato al sacerdozio, e antifemminista, era consapevole di quello che faceva: denigrava la scala di lontananza dalla perfetta osservanza della religiosità cristiana (per lui più paolina che altro) e dalle humanae litterae in mancata funzione di questa. Che simili idioti, visti sopra tale scala, fossero felici grazie alla loro stulticia (alla loro superficialità) è indubbio. Però Erasmo non li approva: l’intenzione critica redazionale della sua nota opera in parte rimane in contrasto con la letterarietà (ricordiamoci di quanto detto da Russell); fa un elogio satirico di impostazione retorica, e lo chiarisce a Moro, ma quello che dice veramente nella sua globalità è appunto altro, stampato nell’intenzione e non nella forma letterale integrale. In virtù del carattere, dello status sociale e intellettuale erasmiani si può concludere che egli non si sarebbe mai permesso di rivolgere un pubblico attacco al sistema di appartenenza di impronta cristiano-cattolica (anche se la sua inclinazione irrazionalistica lo spinse una volta addirittura a difendere Lutero, prima di attaccarlo col “De libero arbitrio”). Rivolgere a “L’elogio della follia” un’ermeneutica positiva, astraendo lo scritto dal proprio contesto e dalla precisa figura del suo creatore (con i suoi pregi e i suoi difetti) mi sembra portare fuori strada. Erasmo sta deridendo tutti quelli diversi da lui, ossia da un teologo ordinato al sacerdozio, di profonda cultura e di talento. Nella sua “pazzia” compare il “femminile” dell’esistenza umana: infatti per lui la donna è un soggetto “stolto”, dunque i cui difetti si trasfigurano in questo suo testo. Egli disapprova allora simile distrazione agli occhi della pseudoragione (nevrosi). Alla fine afferma che tale prima “follia” è il fondamento della felicità degli “stupidi”, e, per contrasto consegna il diritto del suo pensiero (e non il rovescio satirico); sostiene che per essere felici, in un’altra accezione (per lui più consona e veritiera), la via è il Messia e la sua Chiesa con l’ortodossia romana. A lui interessa l’apologia del cattolico soldato di Cristo, non l’apologia dei “folli” gaudenti in generale. Erasmo mostra sì caratteri progressisti, tuttavia come si vede non a 360°: di formazione agostiniana, bisogna anche valutare quanto ci fosse di “pragmatico” nel suo spirito pacifista. Se egli da un canto non gradisce la follia dei più perché stupidità, d’altro lato nella sua opera accoglie ai vertici della sua fenomenologia una finale tappa di pazzia particolarmente diversa da tutte le altre viste prima. Alla follia-stupidità (femminile) viene contrapposta la follia-nevrosi (maschilista). Involontariamente Erasmo ha dichiarato la natura nevrotica della religione cristiana: idolatria di impostazioni teologiche maschiliste, arroccate in una difesa dal “femminile”, spingenti Erasmo a teorizzare una scissione nel concetto stesso di stulticia per guadagnare alla nevrosi cristiana uno spazio di proponibilità (appunto scelta e condotta di fede religiose estranee alla ragionevolezza). Se il logos operante isolato si muta in nevrosi, tuttavia l’opposto senza ratio fa scomparire la civiltà umana. Il testo erasmiano, analizzato nella sua obiettività, rivela la sua matrice propagandistica religiosa, giocante una partita sullo stesso campo irrazionalistico di Lutero: il che la dice lunga sul significato dell’auspicata scelta a beneficio della follia-nevrosi cristiano-cattolica (“L’elogio della pazzia” infatti finì poi nell’occhio della Controriforma). Lo scrittore olandese incalzato dai cattolici cercò di combattere la riforma protestante in tutti i modi: utilizzando armi di natura irrazionalistica (apologia di una stulticia filocattolica), e di natura schiettamente più razionale (le quali si concretizzano nel suo pacifismo, che pertanto si colora di un’ombra machiavellica poiché costui gradirebbe sempre un mondo sotto l’ortodossia romana). Ci rendiamo allora conto, riallacciandoci all’epistola erasmiana per Tommaso Moro, che “L’elogio della follia” è un invito a scegliere la stulticia nel suo massimo grado, cioè quello nevrotico-religioso cattolico, mettendo da parte il buon senso, la ragione, come fece appunto il personaggio cui il testo fu dedicato. Tommaso Moro seguì alla perfezione l’invito ad abbracciare la follia-nevrosi: fu condannato a morte a causa della sua ostinazione a non allontanarsi dalle direttive di Santa Romana Chiesa. La pazzia erasmiana rappresenta il faro di un’azione incosciente, che può condurre persino alla morte. Mentre, non più paradossalmente, se proponiamo un paragone con Pirandello, in quest’ultimo possiamo notare che la follia, sebbene sia presente in un contesto distopico, non assume un carattere distruttivo radicale del suo portatore: il pazzo pirandelliano è consapevole della sua condizione, del fatto di essere rinchiuso in una specie di ergastolo esistenziale. La gamma della pazzia erasmiana, rifiutata per osservanza teologica la dimensione del gaudente, ci consegna in ultimo un modello comportamentale che assurge davvero alla patologia medica. E per fede una cosa del genere non sembra ragionevole: c’è differenza tra onorabilità personale e nevrosi annichilente. Il messaggio di Erasmo mi appare estremistico, poiché è come se dicesse: «Considerato che siete tutti pazzi, perché non andate sino in fondo nella follia?». E quello che c’è in simile fondo non lo reputo buono: farsi ammazzare per aria fritta teologica. Plasmare irragionevoli kamikaze controriformatori da offrire alla propaganda di fede sembra il proposito de “L’elogio della pazzia”. E da vivo la Chiesa di Roma protesse sempre Erasmo, altro dettaglio che dovrebbe far riflettere: in quegli anni per finire nelle mani dell’Inquisizione non ci voleva poi molto. E se vogliamo dirla tutta sopra quest’opera di Erasmo, a detta di Giovanni Papini, l’Olandese si è altresì rifatto al “De triumpho stultitiae” di Faustino Perisauli. I contenuti dell’encomio erasmiano sono eloquenti da subito. La Follia parlando dell’insegnamento afferma: «muliebrem rixandi pertinaciam tradit». Si noti il dettaglio antifemminista: Erasmo prende quale termine di paragone negativo “la perseveranza muliebre nel litigare”. Egli (cap. VIII1) mostra di aver capito che la vita degli uomini comuni (i folli), in particolar modo per lui nell’Europa segnata dall’esperienza luterana, è un campo di scontro (irrazionale) di interessi economici (proto o post-capitalistici): la Riforma protestante ebbe successo in Germania soprattutto perché liberava dall’oppressione tributaria ecclesiastica romana. Lo scrittore olandese coglie gli ideali dell’ufficialmente partorito irrazionale sistema capitalistico (plutocrazia): la ricchezza, l’edonismo, l’abbandono della filosofia. Nella (vana) speranza erasmiana che la Chiesa di Roma possa riuscire ad assorbirlo e a presiederlo. Nel cap. XI l’autore de “L’elogio della pazzia” raggiunge una intuizione molto notevole, e la rende evidente nelle sue parole ante litteram: la sua “follia” è la libido freudiana, la voluntas schopenhaueriana; qui, in dettaglio, l’eros, ma anche un “femminile” in senso junghiano (la Morίa come immagine archetipica di Grande Madre). Nel cap. XIII c’è un paio di passaggi dell’Olandese (ordinato sacerdote a 25 anni) che mi ha turbato e lasciato sinceramente perplesso: ci sono allusioni a pederastia e pedofilia? L’apologia dei vizi capitali enunciata nel cap. XVI dalle parole del “sacerdote” Erasmo non può essere presa alla lettera: nella di lui ottica costituisce dissimulazione retorica (ironia socratica). Egli vuol combattere in realtà la follia stupidità (“femminile”) con le di essa stesse armi, per sostituirla in maniera conveniente al suo intento propagandistico cattolico con la follia nevrosi (maschilista religiosa): una sostituzione in regime di omogeneità. Un manifesto antifemminista di Erasmo (di chiara ascendenza religiosa giudeocristiana, benché egli voglia nasconderne la radice) è contenuto nel cap. XVIII: quando parla male delle donne, l’Olandese non dissimula; esprime il punto di vista allora ufficiale della Chiesa, pertanto in simile circostanza sì che va preso alla lettera. «Animal… stultum… atque ineptum, verum ridiculum et suave, quo convictu domestico virilis ingenii tristiciam sua stulticia condiret atque edulcaret [si badi bene, “per mezzo della di lei follia”, “stulticia sua”]». Inoltre alla fine del cap. XXVI: «ad voluptatem et nugas natura propensiores… ut est ingeniosus, praesertim ad praetexenda commissa sua, sexus ille [attenzione alla particolarità indicata: “praesertim sexus ille”, “specialmente il genere femminile”]». La elocutio erasmiana segue una logica particolare, non direi schizoide, ma bisogna interpretare con massima attenzione ermeneutica i tasselli del suo mosaico al fine di comprendere quest’imbuto nel quale egli vuol far cadere il suo lettore. Si nota in maniera nitida l’eco del misogino “De cultu feminarum” di Tertulliano: ecco uno dei modelli del Cristianesimo erasmiano. Inoltre agli occhi dell’antifemminista Erasmo il tradimento di coppia si declina solo al femminile e lo spiega soprattutto nel cap. XX. Nel cap. XIX compare un’idea di amicizia che l’Olandese non potrebbe mai condividere sul serio: non si può pensare che egli si rivolti contro l’ideale del “Laelius” ciceroniano. Una finta apologia erasmiana del narcisismo appare nel cap. XXII: un sacerdote come lui (esentato dall’esercizio della funzione) mette al primo posto Cristo e la di lui Chiesa. Erasmo, nel succo dei capp. XXIV-XXVII, sembra voler dire che fuori della Chiesa di Roma, del suo modello politico teocratico e del dogmatismo cristiano-cattolico non ci sia spazio per nessuno. All’inizio del cap. XXIX è la descrizione ante litteram erasmiana del rischio d’impresa capitalistico. Un Erasmo pirandelliano invece si appalesa al principio della seconda metà del suddetto capitolo. L’Olandese, che nel cap. XXXII pare esternare il mancato gradimento per le parlate volgari, spiega pure come in parole povere la follia (stupidità e ignoranza) sia alla base della semplicità evangelica (è un ragionamento contenuto in alcuni passaggi, non una deduzione supplementare): simile pazzia rappresenta la solida base concettuale di partenza del suo piano propagandistico per condurre gli stolti alla somma follia (nevrosi religiosa, apice del suo scritto). Si noti infatti che i soggetti descritti possiedono i requisiti utili al fine di divenire kamikaze della fede cattolica. Mentre, pericolosissima rimane la figura dello studioso indipendente (cap. XXXV), una minaccia alla credibilità del dogmatismo presso il volgo: l’attività di studio è pertanto da scoraggiare su larga scala, giacché controproducente nei confronti della Chiesa di Roma. Erasmo nel cap. XLV chiarisce che la folle azione di mangiare le altrui ipocrisia e finzioni varie rappresenta un ottimo antidepressivo, soprattutto per donne (delle quali peraltro ha bassa stima in generale). Al principio del cap. XLVI vi è la pazzia erasmiana nella veste di perenne “soma” huxleyano. Lo scritttore nel cap. LXVII indica i modelli del suo Cristianesimo ideale (san Paolo e sant’Agostino): due modelli, in particolare, sessuofobici (viene usato il vocabolo “castimonia”: astinenza, soprattutto sessuale). Più avanti l’Olandese userà l’espressione «stultis materculis et idiotis patribus (dativi; mammine insensate e padri idioti)», dove si può notare che in fatto di follia (stupidità) l’eccellenza (stultitia) sia prerogativa femminile, mentre al genere maschile pare che attribuisca qualcosa di diverso, denotante un livello semantico più lieve di semplicità/ingenuità: ciò costituisce una palese discriminazione di genere di matrice religiosa. Inoltre nei capitoli L-LIII Erasmo esprimerà, in sintonia col suo Cristianesimo ideale di ascendenza paolino-agostiniana, il suo disprezzo nei confronti dell’attività intellettuale allorché questa vada contro il dogmatismo religioso della Chiesa romana. Soprattutto nel LIII è contenuta un’apologia della semplicità (stupidità) evangelica, stupidità (antifemminista) che è la base da cui il discorso erasmiano prende la direzione verso la follia nevrosi maschilista, cui mira ad approdare alla fine l’autore dell’encomio alla pazzia. In tale sezione è altresì contenuta una perla dell’antifemminismo di Erasmo; egli scrive (parla la Follia): «Num Deus potuerit suppositare mulierem, num diabolum, num asinum, num cucurbitam, num silicem?». È posta chiaramente la domanda se Dio possa incorporarsi in enti spregevoli o poco nobili: ora si può vedere che in questa teologica squalificante categoria egli accluda oltre a un demonio, un asino, una zucca e una pietra, anche “la donna”. E si noti come in simile graduatoria di esempi del peggio (animato intelligente, animale, vegetale, minerale) “la donna” abbia il primo posto precedendo addirittura un diavolo: nel caso erasmiano siamo alle porte della misoginia. Il seguente capitolo LIV pone il limite alla forma della stupidità religiosa. Infatti l’Olandese attacca, non senza acredine (e con una punta di antisemitismo: «novum Iudaeorum genus»), le categorie di base dei religiosi cattolici perché votate all’esteriorità e all’edonismo. Il Cristianesimo erasmiano è sì integrale nella sua formale idealità; ma nella sostanza globale, integralista nella sua nevrotica costruzione piena di pregiudizi vari: pagani, filosofi (non cristiani) ed Ebrei sono additati nel LI quali modelli di errore di fede. Indicazione da cui si deduce sempre che per Erasmo solo la Chiesa cattolica ha diritto di cittadinanza in questo mondo e di essa dev’essere il ruolo di guida universale (a modo di quella datole da Dio). Di nuovo i pregiudizi erasmiani tornano evidenti, ad esempio, alla fine del LIV laddove vengono disprezzati ancora i mercanti (filocapitalisti e dunque ideologicamente pro riforma) e le donne (propense nella mentalità di Erasmo al tradimento del marito: usa uno spregiativo “mulierculae”). Nel cap. XLVIII  si nota l’avversione anticapitalistica dell’autore de “L’elogio della pazzia”, e di conseguenza verso tutto ciò che rappresenterà la riforma protestante in simile chiave, riforma che egli cerca di prevenire. Nel cap. LV Erasmo dice apertamente ciò che vuole: regnanti e corti conformati in maniera rigorosa alla morale cattolica (un concetto che ad esempio si ritrova in “Lord of the World” di Robert Hugh Benson2). Nei capp. LV-LVI i rimproveri in tal senso sono pesantissimi. Addirittura si può leggere una profetica allusione junghiana a Enrico VIII (a cui si deve l’uccisione di san Tommaso Moro). A partire dal cap. LVII la Follia narrante è davvero uscita di senno! Fa l’apologia del cattolicesimo romano. Nei capp. LVII-LIX l’Olandese rivela in modo inequivocabile il rigorismo del suo Cristianesimo ideale: rigore e radicalità lo riconducono direttamente, anche se a posteriori, a Lutero. Erasmo è una sorta di Lutero cattolico ante litteram, funzionale al progetto di palingenesi della Chiesa romana, minacciata dall’imminente moto riformatore protestante. La vocazione kamikaze che dovrebbe assumere il cristiano nella concezione erasmiana traspare eloquente da un passaggio (LVIII) dove la Pazzia (in contrasto con l’edonismo pontificio, ma discorso valido in generale) dice in tono di rimprovero: «mori, inamabile; tolli in crucem, infame». Poi, riguardo al pacifismo dell’Olandese è ancora una volta da puntualizzare che esso appare “interessato”: l’obiettivo non sarebbe bloccare le guerre in assoluto, bensì fermarle perché dannose alla Chiesa cattolica, perdente terreno in campo politico. Un assetto europeo pacificato darebbe ai cattolici l’opportunità di agire sulle masse con un’azione mediatica, quale ad esempio quella rappresentata dalla diffusione de “L’elogio della follia”, più vantaggiosa a loro: Erasmo guarda a un sistema globalizzato in stile “1984” (pace interna e possibilità di guerra esterna anticristiana). Se egli nella serie dei suddetti capitoli evidenziata critica con forza gli uomini al vertice delle gerarchie ecclesiastiche, lo fa per consentire – come direbbe Marcuse – l’assorbimento (appunto pacifico dentro al sistema) di una contraddizione (l’ostilità alla Chiesa romana). Purtroppo per l’Olandese e i cattolici integralisti tale strategia di contenimento non sortirà effetto. Che egli abbia a cuore solo la sua fazione, disinteressandosi dei non cristiani, lo dimostra un ulteriore passaggio dell’encomio, dove lui (per bocca della Pazzia) deplora l’agire «plurimo Christiani sanguinis dispendio»: non si sta dispiacendo dello “spargimento considerevole di sangue” di tutti! I nemici della Chiesa si possono uccidere (non attacca nell’encomio l’Inquisizione), la guerra campale interna pertanto va fermata giacché Roma papalina non è in grado di affrontarla. Machiavellica l’apologia erasmiana del pacifismo. Erasmo, dopo aver criticato la vocazione edonistica negli ecclesiastici cattolici, mostra nel cap. LX di essersi reso consapevole che alla radice della prossima riforma luterana ci sono interessi economici: i Tedeschi ricchi non vogliono più regalare i loro soldi alla Curia romana. A Roma papalina non avranno il tempo di gattopardesche correzioni: la scissione della Cristianità occidentale è alle porte e inarrestabile. Vano l’impegno “marcusiano” dell’Olandese “a una dimensione” volto a tenere dentro al cattolicesimo il movimento di protesta riformatrice. È ormai tardi per depotenziarlo: l’irrazionalismo capitalista prenderà il sopravvento sulla nevrosi più schiettamente religiosa. Anticapitalismo e antifemminismo di Erasmo in una sua fotografia della realtà compaiono nella parte centrale del cap. LXI. Un passaggio erasmiano alla fine del cap. LXIV dimostra tutt’altro da quello che a una lettura superficiale potrebbe apparire, e cioè da una difesa degli eretici. Qua Erasmo ragiona come O’Brien (“1984”), e spiega che non bisogna fare martiri in seguito a ragioni teologiche, da un lato; dall’altro, cerca di cautelare i cattolici con un esempio induttivo sugli avversari. Poiché in difficoltà, la Chiesa romana dovrebbe inaugurare una tregua, a proprio vantaggio, nell’ambito della persecuzione degli eretici. L’Olandese non sta prendendo di mira l’Inquisizione, sta puntualizzando una strategia d’azione. L’istituto inquisitorio cattolico dava la caccia in misura maggiore alle streghe (non rientranti nella categoria di “eretico”): dalle parole di Erasmo (nonché dalla sua mentalità misogina) evinciamo che simile schieramento femminile dei nemici della Chiesa è materia di lecita persecuzione. A difesa delle streghe, che stanno in compagnia di pagani (oggetto di ingiuste accuse erasmiane di violenza sopra i Cristiani) ed Ebrei, non dice proprio niente: dunque l’Inquisizione è legittimata a uccidere e a esistere nella sua funzione generale. La figura della strega fa parte di quel novero magico-satanico che il brano evocato indica come perseguibile. Poi il problema erasmiano qui sembra altresì semantico: non dare l’etichetta di “eretico” al condannato. L’importante è: non fare martiri fra gli avversari allo scopo di evitare un loro consolidarsi. Erasmo, nella sua moralistica crociata contro la “corporeità”, nel cap. LXVI ha una mirabile accidentale intuizione: coglie l’inconscio collettivo junghiano. Negli ultimi tratti de “L’elogio della follia” si annida quello che considero un piccolo capolavoro della misoginia erasmiana. Un’allusione, senza ombra di dubbio, volgare. Una cosa su cui i traduttori perbenisti fanno i finti tonti. La Pazzia a un certo punto, parlante come noto in latino, al principio del cap. LXV, attribuisce a sé la qualità di «teologa del fico». La cosa strana (non per uno studioso attento) è che lo faccia usando due termini del greco antico (nel testo: «συϰίνῃ θεολόγῳ», aggettivo concordato con un sostantivo al caso dativo singolare). Evidente la non così tanto sottile intenzione semantica di Erasmo: il sostantivo “fico (il frutto)”, naturalmente pure collegato all’aggettivo per quanto attiene al significato, in greco antico ha pure una dimensione metaforica indicante “muliebria genitalia” (simile accezione è rintracciabile in Aristofane). L’Olandese, in parole povere, sta disprezzando il genere femminile (la Follia che narra è femmina), e tramite questa acrobazia linguistica egli ribadisce il suo pregiudizio secondo cui “mulier tota in utero”. Erasmo fa dire alla Pazzia che l’unica materia su cui potrebbe elucubrare con competenza una donna è soltanto la propria sessualità. I traduttori puritani non mettono in evidenza tale aspetto, molto negativo, grazie a una voltura evasiva: se Erasmo non si fosse voluto avventurare in questo gioco di parole non avrebbe usato il greco antico bensì il latino (dove suddetta possibilità semantica manca). I capitoli conclusivi de “L’elogio della Pazzia”, dal LXV all’ultimo, proclamano l’ideologia politico-religiosa di Erasmo in maniera solenne: un Cristianesimo paolino-agostiniano, il quale è una antifilosofica religione aperta alla nevrosi maschilista. Gesù si rivela nelle “folli” parole erasmiane il primo kamikaze cristiano, e tra i seguaci più radicali nel tempo altri masochisti kamikaze. La religiosità dell’Olandese è sessuofobica e misogina: sino alla fine continua a parlare male delle donne. Erasmo rimane proteso in una lotta contro la sensualità. Propone altresì una nevrotica versione del mito della caverna. Tra lui e O’Brien, protagonista di “1984”, non c’è differenza, se non negli accidenti esteriori. Predicano le stesse cose. La concezione ecclesiastica erasmiana coincide coll’Oceania del Big Brother3. A Erasmo servono pazzi da asservire a una nevrosi, preferibilmente poco istruiti; gente sana, e colta, difficilmente si lascerebbe irretire. Perciò questo contorto encomio dell’insania, dell’irresponsabilità. Soltanto un’istituzione lontana dalla Ragione può per quindici secoli perseguitare, torturare e uccidere in modo sadico streghe, omosessuali, eretici, non cristiani.


NOTE

Questo scritto è un estratto del mio saggio “Letture critiche (2019)”

1 La partizione cui faccio riferimento è quella in 68 sezioni.

2 A tale romanzo distopico ho dedicato una monografia: “L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017)”.

3 Allo scopo di approfondire suggerisco di vedere il mio saggio intitolato “Il Medioevo futuro di George Orwell (2015)”.

20 giugno 2016

LA SESSUALITÀ REPRESSA IN “1984”

di DANILO CARUSO

Nel mio saggio “Il Medioevo futuro di George Orwell” costruisco un impianto d’analisi congiungendo l’idea weiliana sulla genesi e la prosecuzione dei modelli totalitari in Occidente a “1984”, capolavoro orwelliano su una non auspicabile società futura ricalcante il carcere panottico di Bentham.
La tesi di fondo, la quale non intrappola il romanzo in una rivisitazione, più o meno, del passato Medioevo cattolico, poiché il pensiero di Orwell parla per l’avvenire (e quindi con Simone Weil rafforza quell’avvertimento sulla possibilità dei totalitarismi), si risolve in una paradossale apparente conclusione: e cioè che “1984”, mutatis formis mutandis nella contingenza narrativa, possa equivalere a un “1384”, o a un orwelliano “2084” secondo la programmatica intenzione di monito dell’autore inglese (giusta e riconosciuta ispiratrice peraltro del testo).
Qui di seguito, frutto di un’operazione di estrazione dal mio lavoro critico citato, presento le parti inerenti al tema della sessualità in Oceania (uno dei tre Stati dell’immaginario futuro negativo orwelliano, dove il potere è in mano a una rigida e repressiva organizzazione partitica); a chi volesse conoscere ulteriori aspetti delle mie analisi storico-letterarie e approfondire alcuni concetti prospetto la lettura integrale di suddetto mio studio.
Il protagonista del romanzo, il modesto e semplice Winston Smith, il quale entrerà in intimità con la sconosciuta Giulia (Julia), è un impiegato del “ministero della verità” (dicastero preposto a scuola e mass-media, arti e svaghi).
Ve ne sono altri tre: “dell’amore”, “dell’abbondanza”, “della pace”; che si occupano di rispetto dell’ordine costituito, economia, difesa e guerra.
L’istigazione all’odio fine a intrappolare e irrigidire il pensiero suscita in Winston, nelle prime pagine del racconto, seppur insospettito e dubbioso nei confronti della reale bontà del Big Brother, una tendenza a cercare bersagli, vari in sequenza, terminanti nell’ancora non conosciuta Giulia: «Vivide e magnifiche allucinazioni balenavano attraverso la sua mente. La colpirebbe a morte con un manganello in caucciù. La legherebbe a un palo e la ucciderebbe piena di frecce scagliate come san Sebastiano. La violenterebbe e taglierebbe la sua gola al momento culminante. Meglio di prima, inoltre, comprese che il motivo di ciò era che lui la odiasse. La odiava perché era giovane e bella e come un’asessuata [Giulia è iscritta alla “Lega giovanile antisesso”; n.d.r.], giacché vorrebbe andare a letto con lei e mai lo farebbe, poiché attorno alla sua piacevole e flessuosa vita, la quale sembrava chiederti di abbracciarla, là era solo l’odiosa scarlatta fascia [della “Junior Anti-Sex League; n.d.r.”], aggressivo simbolo di castità». Riguardo a questo è da mettere in evidenza in parallelo l’attitudine sessuofobica della Chiesa medievale, una disposizione misogina che portò ad atti repressivi e all’insensata, irrazionale e nevrotica caccia alla streghe. Per san Tommaso d’Aquino la donna sarebbe stata prodotta da Dio in un insieme naturale completo di cui non era degna, e perciò unicamente in un secondo tempo per bisogno. Quanto pensa Winston è frutto della repressione sessuale e di un paritetico sprone all’odio il quale satura grazie a un contenuto negativo la psiche e spinge a nevrosi compulsive e a comportamenti disturbati.
L’area d’intervento della repressione psichica condotta dalla dirigenza oceaniana allargandosi all’ambito sessuale mostra inequivocabili tangenze con dottrine cattoliche. Per le donne, in specie quelle del Partito, profumarsi e truccarsi sono atti indecorosi e disdicevoli (già Tertulliano rifletteva antifemminismo paolino nel suo “De cultu feminarum”).
La Junior Anti-Sex League «difendeva il completo celibato per ambo i sessi [uno degli ideali di perfezione auspicati dal Cattolicesimo, imposto a quasi tutti i religiosi; n.d.r]. Ogni bambino doveva essere generato dall’inseminazione artificiale [come fosse lo Spirito Santo con la Vergine Maria; n.d.r]… e cresciuto nelle istituzioni pubbliche… un vero love affair era un evento pressoché impensabile. Le donne erano tutte simili. La castità era infusa in loro come prassi di lealtà al Partito [uguale devozione alla Chiesa non è esclusiva di suore; n.d.r]… il naturale sentimento era stato rimosso da loro». A chi sceglieva un percorso diverso da quello monastico si prospettava un agostiniano sacramento coniugale: «L’unico scopo riconosciuto del matrimonio era generare bambini per il Partito. Il congresso carnale era da ritenersi di secondaria importanza un poco nauseante».
La sessuofobia dell’Ingsoc è affine a quella cattolica: «L’obiettivo del Partito non era soltanto prevenire la costituzione di una fedeltà di coppia che non è facile controllare [per la teologia ministri del sacramento matrimoniale sono gli sposi non il sacerdote; n.d.r.]. Il suo reale non dichiarato proposito era rimuovere tutto il piacere dell’actus coeundi. Più dell’amore il nemico era l’erotismo, dentro e fuori della vita coniugale… Il Partito stava tentando di uccidere l’istinto sessuale [demolire l’ES a favore di quel SUPER EGO rappresentato dal Fratello Maggiore, un super brother; n.d.r], o se non potesse farlo, allora distorcerlo e sporcarlo… Il coitus, compiuto con successo, era ribellione. Il desiderio era thoughtcrime».
Ritorna la minaccia del peccato; la concupiscenza sessuale è un tipo di thoughtcrime: la mulier, tota in utero, può simboleggiare un inviato satanico che libera la libido compressa, e di conseguenza svela all’uomo la duplice sfaccettatura di sé (intellettuale e fisiologica). Sebbene il meretricio in Oceania sia un’attività illecita, è furtivamente ammissibile nella misura in cui alleggerisca la carica libidica (non c’è stata una legge Merlin la quale ha chiuso i bordelli dello Stato pontificio). La promiscuità fra uomini e donne del Partito è condannata, al pari del divorzio (con l’eccezione dell’unione matrimoniale senza prole). L’etica in materia per un maschio oceaniano, soprattutto se un dirigente politico, è molto agostiniana: «La sua vita sessuale… era per intero regolata da due parole del newspeak SEXCRIME (immoralità sessuale) e GOODSEX (castità). Il concetto di SEXCRIME copriva ogni misfatto sessuale. Copriva la fornicazione, l’adulterio, l’omosessualità, e le altre perversioni, e in aggiunta la normale copula carnale praticata come fine in sé. Non c’era bisogno di enumerarli separatamente, poiché ognuno era allo stesso modo causa di colpevolezza, e, per principio tutti punibili con la morte… Lui sapeva quanto si voleva enunciare con GOODSEX – il che è dire, normali rapporti sessuali tra uomo e moglie, per l’esclusivo scopo di generare bambini, e senza piacere fisico da parte della donna [la frigidità è una virtù; n.d.r.]: tutto il resto era SEXCRIME». Ma cercare di sopprimere la libido porta solo a una sua deviazione: naturam expellas furca, tamen usque recurret.
Ciò la converte in aggressività, la quale è indirizzata verso gli avversari interni e non dell’Oceania e della Chiesa. Entrambe sono d’accordo sui migliori ruoli femminili: la santa e l’asessuata, la madre.
E su quelli da combattere: la strega e la sovversiva, la prostituta. A fronte di schemi così pervasivi esistono tuttavia zone d’ombra. All’inizio del cap. VII della parte I di “1984” Winston (che è un componente esterno del Partito) annota sul diario: «Se c’è speranza [«di distruggere il Partito»; n.d.r.] essa sta nei proles [in newspeak “proletari”, “povera gente”; n.d.r.]».
Detti proles sono un’anomalia alla dottrina dominante e si trovano ai margini: «In ogni problema di principi morali gli si lasciava seguire il codice avito. Il puritanesimo sessuale del Partito non era un obbligo per loro. La promiscuità non andava punita, il divorzio era consentito». Il motivo è che costoro sono equiparati agli animali: «i proles e le bestie sono liberi».
Nella sezione II di “1984” l’eretico Winston si lega alla strega Giulia, alla “porta del diavolo (diaboli ianua; Tertulliano)”; alla quale al primo approccio sessuale chiede ricevendo l’auspicata risposta: «“Ti piace farlo? Non voglio dire se ti piaccio in parole povere io, voglio dire la cosa in se stessa?” “L’adoro.” Questo era soprattutto quanto voleva sentire. Non meramente l’amore verso una persona, ma l’istinto animale, il semplice desiderio non differenziato: quella era la forza la quale avrebbe frantumato il Partito… Ai vecchi tempi, egli pensò, un uomo guardava il corpo di una ragazza e diceva che era desiderabile, e ciò era la fine della storia. Oggigiorno però non potevi avere un amore puro o una concupiscenza [lust; n.d.r.] pura. Nessuna emozione era pura, poiché ogni cosa era mescolata con paura e odio. Il loro amplesso era stato una battaglia, il culmine una vittoria. Era un colpo scagliato all’indirizzo del Partito. Era un atto politico». Un altro brano di Orwell esprime il parere di Giulia sulla sessualità repressa (e le considerazioni di Winston): «Non era soltanto che l’istinto sessuale creava un cosmo suo proprio al di là del controllo del Partito e che se possibile era da distruggersi. Quello che era più importante era che la privazione sessuale induceva isteria, la quale era desiderabile giacché poteva trasformarsi in antipacifismo e in culto del leader. La maniera in cui la metteva era: “Quando fai l’amore stai consumando energia; e dopo ti senti felice e non ti preoccupi di niente. Loro non possono sopportare che tu ti senta così. Loro vogliono che tu sia sempre carico di energia. Tutto questo marciare su e giù, e l’acclamare e le bandiere ondeggianti sono semplicemente sesso andato in rovina. Se tu sei felice dentro di te, perché ti dovresti infervorare per il Big Brother e il Piano Triennale e i Due Minuti d’Odio e l’intero resto del loro schifo?” Ciò era vero, pensò lui. C’era un intimo diretto nesso fra castità e ortodossia politica. In quale modo potrebbero la paura, l’odio e la credulità alienata, di cui necessitava il Partito nei suoi membri, essere tenuti a un grado conveniente all’infuori di imbottigliare un potente istinto e usarlo come una forza di guida? L’impulso sessuale era pericoloso per il Partito, e il Partito ne aveva tratto vantaggio».
Tali argomenti anteponendo una visione liberale a una assolutistica in campo sociopolitico, tradotti nell’ambito religioso richiamano altresì la dialettica Cristianesimo/Paganesimo (nel quale ultimo addirittura si praticava una prostituzione al servizio della religione: una concezione agli antipodi della sessuofobia cattolica, che si impegnò a sradicare). Giulia e Winston non sono paragonabili a una prostituta e a un cliente, tutt’altro; nella loro storia sentimentale si anticipa invece la teoria marcusiana sulla repressione addizionale della libido, volta – oltre il freudiano necessario – al consolidamento in Occidente di un illiberale establishment (definito principio di prestazione), teoria esposta in “Eros e civiltà (1955)”. Pure per Marcuse accade in questo processo una deviazione libidica funzionale a mire (produttive) alienanti (e alienati sono i componenti oceaniani del Partito, espropriati nella loro psiche sotto ogni profilo): all’esterno dell’esercizio – nel livello umano migliore – dell’intelligenza e della consapevolezza non ci può essere felicità che non sia un illusorio surrogato: «L’ideologia del Partito si imponeva con molto successo su gente incapace di comprenderla, la quale sarebbe stata in grado di accettare le più flagranti violazioni dell’obiettività reale giacché mai afferrava appieno la mostruosità di quanto gli era chiesto». Winston e Giulia – «una ribelle soltanto dalla cintola in giù» le dice lui – esperiscono una via di fuga al principio di prestazione (e alla sua collegata repressione addizionale): una libido liberata li trasforma in sovversivi poiché si svincolano dalla causa deviante (la repressione addizionale) e dalla causa alienante (il principio di prestazione); una sublimazione adeguata genera benessere, che globalizzerebbe il piacere nelle sue sfaccettature esteriori connesse alla vita. L’ideologia estasiatica gemella dell’Ingsoc è la «tanatolatria (Death-Worship)» o «estinzione dell’io (Obliteration of the Self)»: nell’ottica marcusiana la pulsione antitetica al piacere viene giudicata una mortificazione, una sconfitta dell’eros che ripiega alla volta della distruzione (condotte sadiche e masochiste non sono mancate tra i personaggi cattolici). Somigliante al bello kantiano, la libido porrebbe armonia fra gli uomini e il mondo. È questo un “messaggio” proveniente dalla Grecità pagana ripreso da Winston e Giulia i quali affrontano la madre di tutti i totalitarismi occidentali reincarnatasi in Oceania, nemica della cultura – prodotto libidico – e dell’armonioso sviluppo individuale proteso alla ricerca della felicità. Nella Grecia antica lo ritroviamo nella produzione artistica, nella mitologia pertinente e nella filosofia (il “Simposio” platonico e il tiaso saffico sono exempla e veicoli); uno dei limiti della civiltà ellenica fu sì la misoginia, tuttavia ebbe basi in pregiudizi a sfondo pedagogico non in nevrosi sostanziate in religione. La Chiesa, dal canto suo, esigette il celibato sacerdotale e il voto di castità dalla quasi totalità dei religiosi inquadrati, requisiti richiesti in pochi casi dal Paganesimo e che non erano dunque norme generali. Per il Cattolicesimo si deve rimanere dentro il perimetro di una rigorosa continenza, illegittima dopo aver superato il confine dell’inammissibile illecito (pedofilia, stupri, etc.) il quale può alimentare come deprecabile effetto collaterale; così pure presso gli Oceaniani «la cosa terribile che il Partito aveva fatto era di persuaderti che i meri impulsi, i meri sentimenti erano senza importanza, mentre allo stesso tempo ti privava di tutto il potere sul mondo materiale».