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19 luglio 2024

UN INQUIETANTE SILENZIO DI MONSIGNOR BENSON

di DANILO CARUSO
 
“The dawn of all”, romanzo utopico nella visione del suo autore, il cattolico inglese Monsignor Robert Hugh Benson (1871-1914), distopico al mio sguardo critico, descrive un mondo immaginario il quale non giudico auspicabile per la Civiltà umana1. Mi sembra allarmante l’ambizione di un totalitarismo religioso e cattolico. Il romanzo, pubblicato nel 1911, non ha fatto cenno alcuno della delicata problematica razzista antigiudaica (avita cristiana e moderna laicizzata): un deprecabile fenomeno sempre da disapprovare e respingere sia nella sua forma pseudospiritualista che in quella pseudobiologica. Gli Ebrei non esistono più nel 1973 narrativo di questo romanzo bensoniano? È stato forse ammesso, mediante un’indicibile liceità (distopica), il cancellarli dalla faccia della Terra? Non lo sappiamo con certezza, tuttavia la loro assenza fornisce un inquietante indizio. Il non menzionarli esprime tacito antisemitismo in relazione al misterioso vuoto esistente nel ’73? Monsignor Benson ha sognato un mondo senza Giudei? Qualcuno potrebbe dire: non ci sono più perché si sono tutti convertiti al Cattolicesimo. Qualcun altro potrebbe invece ipotizzare: non ci sono più poiché sono stati sterminati i refrattari alle conversioni, valutati pericolosissimi destabilizzatori dell’ordine costituito cattolico; e, ormai scomparsi, non vale la pena nemmeno parlare di quegli per l’autore inglese forse innominabili deicidi… A difesa della possibilità di questa seconda ipotesi voglio rammentare l’atteggiamento di Pio XII nel corso della Shoah, un atteggiamento che fu appunto di silenzio. Nella realtà stava per consumarsi la “soluzione finale” con la Chiesa muta al riguardo. Era al corrente dello svolgimento dell’Olocausto o no? Agì così per convenienza o per mancanza d’informazioni? Interessante, sull’argomento, ritengo una puntata di “Atlantide”, programma de La7, condotto da Andrea Purgatori (1953-2023), intitolata “Hitler, il Papa e il segreto inconfessabile”. Quanto possiamo notare, in ogni caso, è una linea di silenzio che va da Monsignor Benson a Papa Pacelli. E, siccome, nel caso storico di Pio XII, sappiamo che c’è stato in concreto uno sterminio ebraico, ipotizzo di riflesso, davanti al silenzio bensoniano, una analoga possibilità letteraria. Nelle mie ricerche ho rintracciato un articolo de “La Civiltà Cattolica”, uscito sul quaderno 1736 del 21 ottobre 1922, il quale mi è sembrato significativo e utile a quanto sto ragionando ora. Si intitola: “La rivoluzione mondiale e gli ebrei” (pagg. 111-121, vol. 4 – 1922). Premetto prima di riportarne un estratto la motivazione di ciò. Questo testo si pone a metà strada cronologica fra Monsignor Benson e Papa Pacelli, e costituisce pertanto due cose: un elemento di raccordo tematico ideologico, e un indice di quale fosse il grado di antisemitismo praticato nella prima metà del ’900. Nei miei scritti ho parlato dell’antigiudaismo più volte, con particolare riferimento al Cristianesimo2. Adesso l’occasione è propizia per condurre un nuovo approfondimento. Il mio obiettivo non è dimostrare che in “The dawn of all” si sia consumata una Shoah, dacché non si mostra possibile per via dell’assenza di prove concrete. Dunque, in ossequio al principio giuridico stabilente la presunzione di non colpevolezza all’inizio di un giudizio, concludo che non essendo visibile con nitidezza nullum crimen, non si dà nulla poena. Tuttavia il quesito iniziale rimane: che fine hanno fatto gli Ebrei nel romanzo bensoniano? La loro scomparsa rappresenta un dato di fatto. Accolgo, pro bono pacis, valida l’ipotesi della conversione spontanea di massa, producente la loro incruenta cancellazione. Ho già notato l’idea di “”rimozione” sin da Tertulliano. La ragione risulta facile a capirsi: il Giudaismo costituisce la prova di falsità teologica del Cristianesimo, nel senso proprio logico della contrarietà, dove vero e falso si escludono a vicenda. Quindi l’uno falsifica l’altro, e quello a trovarsi in maggior disagio e imbarazzo è proprio il nuovo credo cristiano. Non stupisce allora che Benson elimini gli Ebrei. La pietra d’inciampo proviene dalla modalità ignota. L’articolo sopra citato, di cui a breve l’estratto, ci dà un indizio di come la (assurda) problematica antisemita non poteva essere estranea alla testa dello scrittore inglese. Le preoccupazioni antisocialiste e antigiudaiche nella Chiesa esistono all’epoca bensoniana, e “La Civiltà Cattolica” ne fornisce testimonianza. Reputo suddetto articolo interessante, oltre che come elemento di collegamento nella maniera spiegata, anche per i suoi contenuti in relazione a “The dawn of all”: da un lato la preoccupazione marxista, dall’altro le accuse di totalitarismo rivolte all’URSS. Accuse che però, io rilevo, sono parallelamente indirizzabili alla teocrazia di Monsignor Benson. Notiamo, ancora una volta, come gli schemi vengano orientati in funzione di tornaconto. Un articolo, insomma, ricco di spunti, di cui segue l’estratto.
 
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Il mondo è malato. Non siamo noi a dirlo: oggi lo ripetono anche i moralisti da strapazzo […]. […] La Turba […] pare divertirsi in una ridda tragica di tumulti e di scioperi, aspettando di proclamar domani la repubblica comu­nista […]. […] Chi guida questo movimento di rivoluzione universale che capovolge la società umana da un confine all’altro del mondo? Voci sinistre si levano da più parti ad accusare da sinagoga. Il lupo è, sempre lupo: le colpe antiche accreditano i sospetti nuovi e rinciprigniscono una piaga rammarginata ma non mai guarita. Una mano profana ha tratto pure alla luce dei segreti che portano la marca del ghetto. Documenti o falsificazioni? Sarà difficile, come sempre, poter diradare le tenebre in cui si avvolge gelosamente Israele. Il velo del tempio, che Jahve aveva squarciato, i figli di Giuda l’hanno ricucito a fil doppio; ma quello che esso vuol ricoprire non è, più l’arca santa del Signore: è la cassa forte delle sue usure e del suo egoismo. In ogni modo alla sua tenacità nel nascondere noi opponiamo il diritto di frugare e trarre alla luce del sole quello che ci riguarda, quello che tocca il bene pubblico del popolo cristiano, a cui far danno per i talmudisti è precetto di legge e merito di religione. […] La Russia è oggi il campo di battaglia sul quale si disputa l’impero del mondo di domani. […] Si salvino gli infelici, ma si mettano in ferri, si traggano al tribunale, inesorabile, della giustizia i mestatori, i capibanda che per attuare le loro pazze utopie, desertano il paese e assassinano la nazione. […] Il maggior numero, a quello che si dice, dei compo­nenti il corpo dirigente la repubblica comunista in Russia non è di indigeni russi, ma di intrusi «ebrei », i quali però si dànno premura di occultare quasi sempre il nome di origine sotto la maschera di uno pseudonimo di colore slavo. […] La popolazione totale della repubblica russa non conta certa­mente meno di novanta milioni di nazionali di fronte a forse quattro milioni di ebrei che fino a ieri brulicavano nel pattume del ghetto, fatti segno al disprezzo comune. Eppure questa infima minoranza oggi ha invaso tutte le vie del potere e impone la sua dittatura alla nazione. E quale dittatura! […] Secondo la Costituzione della Repubblica «sovietista-socialista-federativa russa» del 19 luglio 1918 […] «la Repubblica, guidata dal solo interesse delle classi operaie, può privare dei loro diritti gli indi­vidui o i gruppi di persone che ne usassero a danno della stessa repubblica socialista[»]. È la legge del sospetto comune a tutti i governi violenti per far man bassa dei loro avversari. […] Insomma dal complesso di questi ragguagli risulta chiaro e manifesto un fatto: questa genìa che fino a ieri giaceva nei vicoli ciechi, nei più bassi fondi della vita russa, di botto si è scossa e si è impossessata del trono: ieri non era nulla; oggi è tutto ed è dappertutto, e secondo l’istinto delle razze decadute si affretta a sfogare la rabbia del suo trionfo nella paura che duri poco. Come spiegare questo strano rovesciamento di cose, questa irruzione calcolata, sapiente che s’impadronisce a colpo sicuro di tutti gli organi della macchina sociale, così da potersi dire che in Russia – esempio unico – alla nazione slava è imposto il giogo di un’altra nazione, l’ebrea? […] La repubblica ebrea comunista è l’attuazione di una dottrina: sono i dogmi del vangelo di Marx e di Engels posti a fondamento di un programma sociale: è la teoria comunista messa in esperimento, e noi intendiamo facilmente come nessuno poteva essere più adatto interprete del pensiero di quei pretesi legislatori d’Israele o più esperti esecutori dei loro insegnamenti che gli uomini della stessa razza e delle stesse tendenze. Solo il pervertimento di una fantasia semita era capace di capovolgere tutte le tradizioni dell’umanità e creare una società il cui statuto fondamentale è «l’abolizione di ogni proprietà: la ricchezza non deve appartenere agli individui o a una classe di cittadini, ma alla comunità». Il buon senso della stirpe ariana non avrebbe mai inventato un codice in cui al principio di un’autorità sociale sottentrasse un ufficio centrale di statistica […]. Dei grandi principii di libertà di stampa, di associazione o di parola, neppur parlarne: sono diritti che si rivendicano sotto il regime borghese per poter preparare la rivoluzione; ma a rivoluzione fatta, in governo comunista, che si può pretender di meglio? I malcontenti sono nemici dello Stato e vanno repressi severamente. Perciò la repubblica si è circondata di armi e di armati, ha imposto la coscrizione, e non parendole troppo salda e sicura la fede delle schiere paesane, non esitò un momento a rinnegare tutto il vecchio antimilitarismo venduto ai gonzi e assoldare un esercito di cinesi, lettoni, ungheresi, vecchi prigionieri, profughi, vagabondi d’ogni colore, ai quali prendere servizio era il più sicuro mezzo di trovar da mangiare dove si moriva di fame. Tale non era davvero il caso dei seguaci della sinagoga, e non li vediamo infatti far mostra di sè nel campo mil­itare. L’ebreo non ama la milizia poichè non ha una patria: e quando dovette essere soldato, la rivoluzione lo fece traditore e assassino. […]
 
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Tengo a sottolineare che quando uscì l’articolo (il quale ho estratto dal “vol. 4” senza togliere gli stampati errori di ortografia) non esisteva ancora il governo Mussolini né quello Hitler, e che le legislazioni razziali tedesche e italiane furono varate negli anni ’30. Quantunque il 1973 bensoniano del romanzo analizzato non dia segni di provvedimenti del genere, quel mondo immaginato esprime un’ideologia de facto suprematista bianca europea, dal momento che chi ha all’occhio la carta geopolitica planetaria di alba del ’900, apportate le variazioni narrative bensoniane, si renderà conto che quasi tutto l’Orbe cade in mano a Inglesi, Francesi e Spagnoli. Monsignor Benson non considera il colonialismo un problema da rimuovere, ha anzi rimesso gli Italiani sotto un dominio altrui. È stato una personalità complessa, talentuosa, benché reazionaria e nevrotica (secondo il mio metro d’esame critico). La sua altezza intellettuale gli merita la mia formale stima, e al contempo un sostanziale disaccordo ideologico. Spero che lui non abbia mai pensato a un genocidio ebraico, circostanza nella quale la mia ammirazione verso il romanziere creatore di Mabel Brand crollerebbe irrimediabilmente.



NOTE
 
Questo testo è un estratto del mio saggio intitolato “Da Robert Hugh Benson a George Orwell”
 
1 Questo scritto, come indicato in calce, costituisce un estratto del mio secondo saggio dedicato a Monsignor Benson. La prima mia monografia è: L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017).
 
2 Allo scopo di un approfondimento suggerisco un mio studio (indicante ulteriori vie) Le radici cristiane dell’antisemitismo nella mia pubblicazione Studi illuministi (2024).

17 luglio 2024

ELEMENTI DI ANTISEMITISMO NELLA “DIVINA COMMEDIA”

di DANILO CARUSO
 
Tempo addietro scrissi un saggio di critica dantesca dove accennai alla presenza di una traccia di strutturale antigiudaismo nella “Divina Commedia”1. Là fui abbastanza chiaro seppur nella circoscrizione offerta da una monografia globale. Qua è mio intendimento riprendere il mio punto di vista e sviluppare l’argomento in maniera dettagliata. Da quell’evidente mia idea di base passerò alle facce del problematico poliedro, al fine di far osservare che non si può far a meno di tenere nella dovuta considerazione l’antisemitismo cristiano in epoca medievale, e dunque la sua consequenziale presenza nei prodotti culturali cattolici di tale era. L’atmosfera antiebraica promossa dal Cristianesimo è entrata nella “Commedia” perché il suo autore ha seguito canoniche allora linee guida dottrinali della Chiesa. Nel Cattolicesimo medievale di Dante non si rivela anormale vedere elementi di antisemitismo, anzi nel caso di un integralista come lui dobbiamo aspettarcelo. Così detto, li indicherò. Nell’“Inferno” viene menzionato il «cerchio di Giuda», ossia il nono, quello dei traditori. Questo appare quadripartito: traditori 1) dei parenti, 2) dello schieramento in politica, 3) degli amici e degli ospiti, 4) dei benefattori; con gravità di addebito nella visione dantesca crescente. La quarta zona, la porzione più profonda dell’inferno, antistante a Lucifero è stata denominata «Giudecca» dall’autore della “Divina Commedia”. Come ho sottinteso nel mio saggio sopra rammentato, la semantica della circostanza non va vista in maniera riduttiva: “Giudecca” perché ci sta Giuda. Ma in una guisa confacente al contesto storico di presenza del testo: quindi, “Giudecca “ poiché ci stanno gli Ebrei in genere. Ricordavo là che il termine in questione ha indicato aree urbane di emarginazione delle genti giudaiche. La stessa cosa capita nell’inferno di Dante: la Giudecca infera si mostra quale area di espiazione della condanna eterna degli Ebrei, coloro che, nell’ottica mitologica cristiana, causarono la morte di Cristo rimanendo legati alla propria originaria tradizione religiosa. Il vocabolo in questione proviene, nella sua forma volgare dantesca, dal latino medievale Iudeca, Iudaica in latino classico. Non esistono ragionevoli motivi per cui si possa concludere che nell’“Inferno” il volgare “Giudecca” sia da intendersi con una provenienza semantica ed etimologica diversa e riformata. Una Iudeca/Giudecca nella realtà è uno spazio urbano di emarginazione, e simile valore di significato resta quello inserito nella “Divina Commedia”. Dante non riforma l’etimo convenzionale della parola “Giudecca”, né tanto meno inventa il termine volgare (allo scopo di indicare il ghetto), nelle cui varianti è esistito in Italia a prescindere dallo scrittore fiorentino: Giudeca, Iureca, sempre dal latino medievale Iudeca. La tradizione semantica, dal latino al volgare, da Iudeca a Giudecca, di una voce indicante un’area di concentramento, si mostra esterna a Dante. Lo precede e l’accompagna. È lui a adeguarsi nella volgarizzazione, e a non modificare l’originario peso di significato. Da quel che osservo la critica dantesca campione in carica accoglie la riforma dell’etimo e della dimensione semantica di “Giudecca” nell’“Inferno” grazie a una etimologia d’eccezione (da Giuda, e non invece da Iudeca/Iudaica nel senso di ghetto), nel tentativo, immagino, di allontanare lo spettro dell’antisemitismo (luogo-di-Giuda appare più soft di luogo-di-Giudei) dal testo di un poema, a mio modestissimo avviso, celebrato in forme esagerate, nascondendo la polvere sotto il tappeto. In una sua epistola, indirizzata «Cardinalibus ytalicis», il poeta fiorentino definisce gli «Iudei» con aspro tono patristico «impietatis fautores» assieme a «Saraceni et gentes»: promotori di empietà, di oltraggio. Rifiutare il Messia cristiano si rivela il peccato capitale di tutti le genti giudaiche di ogni epoca rimaste fedeli al proprio modello religioso canonico. Paolo di Tarso e altri furono Ebrei sostenitori del nuovo orizzonte del Cristianesimo, perciò chi seguì lui e i primi cristiani fra il popolo giudeo non è da considerarsi un “traditore”: perfidus, in lingua latina, cioè colui-che-devia-dalla-retta-fides. Sopra quest’altro aspetto semantico ho parlato in un’altra mia monografia, a cui rinvio in vista di approfondimento2. Qua proseguo dicendo che nel cerchio infernale dantesco dei traditori rimane naturale trovarci i “perfidi Judaei”, i traditori per eccellenza nella nuova discutibile teologia cristiana. La parola “Giudecca” si mostra, con evidenza, riferibile in guisa indefinita ai Giudei. Allorché Dante parla del «cerchio di Giuda», per questioni di versificazione, nell’usare il termine «Giuda» sta adottando un simbolo. Giuda non rappresenta qui soltanto la persona del dannato che si trova prossimo alla Giudecca, la quale non da lui prende nome. Egli costituisce il simbolo di tutti i traditori. Dalla perfidia (tradimento) degli “Ebrei traditori” origina spunto ideologico alla volta della denominazione degli spazi di loro segregazione. In una Giudecca urbana non troviamo l’apostolo traditore, bensì comuni genti ebraiche. Allo stesso modo deve intendersi il lemma esaminato nella “Commedia”. Non è per me accettabile una reductio estensiva da tutti a uno nell’etimo. Dante nell’indicare «il cerchio di Giuda» usa un simbolo. Il che è tipico nella costruzione dantesca del noto poema, dove allegorie e simboli abbondano. Non vedo la ragione per cui qua non si debba applicare una analoga abitudinaria chiave di interpretazione: Virgilio sì, e Giuda no? Dante sembra fare una distinzione in materia di addebito dei peccati a proposito di Ebrei, considerando come spartiacque la vicenda del processo di Pilato, la sentenza e l’inerente judaica perfidia. I sacerdoti giudei, «mala sementa», che nei Vangeli chiedono in precedenza l’eliminazione di Cristo sono collocati dal poeta fiorentino nell’ottavo cerchio, quello dei fraudolenti, e in particolare nella bolgia degli ipocriti, la sesta. In seguito al tradimento ufficiale, al cospetto di Pilato, il Giudeo non convertitosi in vita (il germoglio) va a finire nella infernale Giudecca. Notiamo qua una precisa operazione compiuta in linea generale dall’autore della “Divina Commedia”. I capi religiosi ebrei del tempo di Gesù i quali nella concezione del poeta avrebbero dovuto accettare la venuta di un presunto Messia (cristiano) vengono accusati di “ipocrisia”: sono coloro che al contrario avrebbero dovuto spiegare al popolo la bontà dell’accoglimento e della conversione. La massa giudea, che davanti a Pilato provoca la condanna di Gesù viene accusata di tradimento (perfidia). Si rileva una sottigliezza concettuale nel sadismo infernale dantesco. Gli ipocriti religiosi in detta sesta bolgia dell’ottavo cerchio stanno fissati da tre paletti sulla superficie dello spazio infero, e gli altri comuni ipocriti vaganti là (sotto il peso di cappe metalliche) gli passano sopra. Per lo scrittore fiorentino questi Giudei qui meritano il medesimo destino il quale riservarono alla Verità. Nella Giudecca invece, quarta fascia del ghiacciato lago di Cocito (posto nel nono cerchio), i dannati traditori dei benefattori, di cui Dante non menziona esempi concreti di persone, sono posti per intero sotto il livello della superficie del lago (punizione provocata dalla estrema freddezza della loro condotta in vita): gli Ebrei generici lì collocati non inducono l’autore della “Commedia” a citarne qualcuno, gli basta denominare il posto “Giudecca” e illustrare l’orribile condanna eterna di Giuda finito nelle dirette mani di Lucifero. L’assenza di exempla viene giustificata dal fatto che le genti ebraiche vengono inquadrate nella loro generalità di fede, la quale si riversa nel simbolo “Giuda”: traditore sì di Cristo in quanto personaggio evangelico puntuale, tuttavia altresì immagine del globale tradimento del popolo ebreo, nella mentalità cattolica dantesca. Se i perfidi Judaei finiscono nella Giudecca, rimane comunque possibile la stessa pena, per peccati simili, a danno di altri non Ebrei, come testimonierebbe la parallela a Giuda condanna di Bruto e Cassio, anche loro orribilmente torturati da Lucifero in persona. Lo scrittore fiorentino valuta giusto privare i Giudei della libera facoltà di autodeterminarsi in materia di religione. E data la radicale alternativa che ne scaturisce, l’opposizione del Cristianesimo è stata pesante, giacché, necessariamente, uno tra nuovo credo e antica fede, deve, a causa di rispettive impostazioni teologiche, essere ricadente nel campo della falsità. Ecco gli ipocriti negatori del Messia, i traditori deicidi, colpiti da odio antisemita. Dante recepisce e assimila da cattolico il clima antiebraico e lo inserisce nella “Divina Commedia”, dove appunto l’antigiudaismo non si rivela estraneo. A me l’infernale Giudecca dantesca, nella quale i dannati sono intrappolati in varia postura, evoca l’inquietante prefigurazione di un lager nazista. L’ostilità antisemita di Dante traspare in una terzina dell’“Inferno” dove egli definisce il Papa Bonifacio VIII «lo principe d’i novi Farisei». Il termine “farisei”, denotante gli appartenenti giudei a una setta dell’Ebraismo antico, viene adottato dal poeta fiorentino in un’accezione negativa di confronto (il capo dei nuovi ipocriti, egli intende dire). Al di là di questo paragone, già indicativo della considerazioni del poeta nei riguardi del popolo giudeo, quel che viene appresso, sempre in questa terzina, si mostra ancora più sconcertante. Giacché Bonifacio VIII, a detta di Dante, sarebbe responsabile di una «guerra presso a Laterano, / e non con Saracin né con Giudei». In parole povere l’autore della “Commedia” ha affermato la liceità di un conflitto armato contro gli Ebrei. Che cosa c’entrano questi con le discutibili Crociate di liberazione della Terra santa? Pare niente, dunque il riferimento a loro si mostra generico: vale a dire che per lo scrittore fiorentino è ammissibile la persecuzione giudaica in quanto rivolta a nemici del Cristianesimo. Allorché Dante adopera il lemma “Saracin” collegato a “Giudei” fa percepire che ha in mente delle religioni avversarie dacché l’asse dell’intenzione semantica non appare poi così celato. Il poeta è stato uno che non ha disprezzato l’uso delle armi nella risoluzione dei contrasti. Saracin e Giudei sono accomunati dall’essere rivali religiosi in primis della Chiesa medievale, nella di lui concezione, non dall’essere avversari politici. Nel pensiero dantesco la religione ha assorbito la politica, e tutto si misura col metro della prima, come del resto la “Divina Commedia” docet. Trovarvi elementi di antisemitismo spiritualista cristiano non costituisce per me motivo di sorpresa. I tempi, erano quelli di un antigiudaismo della Cristianità il quale rimarrà in auge per molto tempo. Da respingere tali idee, però non si può isolare Dante e sterilizzarlo: pure lui era un antisemita, e lo ha fatto notare. Con imparzialità e obiettività non ci resta altro che mettere in evidenza simili punti nella “Commedia”, e collocarla in un confacente orizzonte critico, come ho cercato di fare nella mia monografia dantesca. La quale non pretendeva di distruggere un (falso, secondo me) mito, bensì porre il cosiddetto Sommo Poeta nel posto appropriato degli spazi letterari (il quale a ogni modo resta non indifferente). Ai miei occhi Dante si mostra un fanatico e un estremista religioso e politico, e alla luce di ciò ho compiuto le mie analisi critiche a lui dedicate. Il poeta fiorentino non è stato esente dai gravissimi limiti di una cultura e di una formazione cristiane e medievali. La figura del traditore Giuda viene adoperata in funzione di paragone nel “Purgatorio”. Esemplare nella seconda cantica una terzina dimostrante ulteriormente quanto da me sinora sostenuto: «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto / del sommo rege, vendicò le fóra / ond’uscì ’l sangue per Giuda venduto». Da essa ricaviamo utilissime informazioni sul pensiero dantesco. Notiamo che la vittoria romana nella prima guerra giudaica (66-70) viene inserita dallo scrittore fiorentino in un sistema di considerazioni storiografiche in toto distorto e nevrotico. Il successo di Roma, a suo dire, sarebbe stato appoggiato da Dio, desideroso di vendicarsi dell’uccisione del Messia. La prima cosa da ricordare è che le guerre dei Romani pagani costituivano dei conflitti meramente politici, e che prima di Costantino la religio christiana non ebbe un ruolo ispiratore. Non esiste nessun intervento divino nella Prima guerra giudaica, e de facto nessuna vendetta teologica, ma soltanto un fatto politico-militare provocato dalla contingenza storica, dall’attaccamento giudeo alla propria religione in forme esclusive e radicali, e non da una qualche forma di antisemitismo (i Romani badavano ai fatti, non a creare categorie di razzismo: gli Ebrei erano avversari in sede politica). Sovvertendo le linee dinamiche reali, Dante fa dei Romani dei vendicatori cristiani: il che rappresenta un’idea priva di fondamento. Solo una convenienza ideologica posteriore può portare a simile convinzione. Laddove nel Cristianesimo regnava simile visione emerge un modello orwelliano: chi controlla il presente stabilisce le verità storiche del passato. Così accade in detta terzina, la quale converte, al di fuori di una base di obiettività, i Romani vincitori della prima guerra giudaica in antisemiti. Dante esibisce razzismo spiritualista nella veste di chiave di lettura storica, la quale lettura, purtroppo per lui, risulta unicamente figlia di nevrosi. L’autore della “Divina Commedia” non nutre simpatia nei confronti degli Ebrei, e come osservato valuta giusto, rispetto a un metro religioso cristiano, farli oggetto di violenza repressiva. Però questa non era la prospettiva di Roma, la quale reprimeva l’insubordinazione di chiunque in quanto puro atto di ostilità a prescindere dalle motivazioni. Queste in Dante vengono ingigantite, e il rifiuto del dominio romano viene orwellianamente confuso col rifiuto del Messia cristiano. Si tratta di due discorsi diversi, i cui piani nel Cristianesimo vengono, in seguito a convenienza sovrapposti. Ma questa che ne viene fuori è propaganda antisemita, come quella dantesca, e non frutto di una corretta metodologia storiografica. Vediamo quindi la guisa in cui nel cosiddetto Sommo Poeta gli scheletri vengano fuori dell’armadio. Tornano, sempre nel “Purgatorio”, in mostra topoi antisemiti patristici presenti nell’omiletica di Giovanni Crisostomo, quelli dei Giudei inclini alla golosità e al bere3: «li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, / per che no i volle Gedeon compagni». Siamo nella sesta cornice dei golosi quando si rammenta ciò: il che non sembra casuale, ma seguente una linea di antisemitismo attraversante la “Commedia”. Infatti Dante, trovandosi in tale cornice, ha detto in precedenza: «Ecco / la gente che perdé Ierusalemme, / quando Maria nel figlio diè di becco!». I Giudei peccatori irrecuperabili nella seconda cantica sopravvivono formalmente, dacché destinati a non superare la Giudecca infernale (la possibilità ebraica di salvezza eterna appartiene a credenti in Cristo venturo e venuto). Qui nel “Purgatorio” il poeta fiorentino usa una perifrasi per indicarli, gli sconfitti della Prima guerra giudaica, e per indicare di riflesso la categoria dei golosi. La conclusione di tale terzina evoca una donna ebrea la quale si nutrì con la carne del figlio durante detto conflitto. I golosi della sesta cornice appaiono figure gravemente anoressiche, segnale del patologico apprezzamento del digiuno da parte di quel lungo Cristianesimo di prima originale maniera. Io non credo che l’autore della “Divina Commedia” si serva della perifrasi testé indicata al fine di accostare le immagini dei penitenti e quelle dei Giudei affamati e assediati dai Romani. Reputo all’opposto che l’intenzione di significato sia negativa in direzione antisemita, e che quella perifrasi voglia introdurre un discorso del genere: ecco la categoria dei golosi, peccatori della stessa specie degli Ebrei, avvezzi alla gola e al bere; i quali pur di soddisfare i propri impulsi corporali sono in grado di cibarsi della carne di un essere umano, come nel caso di questa Maria col figlio. Una donna che si mangia il figlio è più exemplum di golosità che figura di donna denutrita. La mia impressione è che Dante voglia dire: gli Ebrei mangiano i bambini. Una cosa di questo tipo sarà poi attribuita tra le maldicenze ai comunisti moderni. “La Civiltà Cattolica” (vedasi il numero 1736 – 21 ottobre 1922) spiegherà che il comunismo sovietico è impastato di e da Giudei. Sospetto che quest’altra calunnia di cannibalismo possa avere un’origine diversa dall’Holodomor, considerato che dove ci sono genti ebraiche i piccoli rischiano di finire quale pietanza. Secondo me la lettura patristica, con Giovanni Crisostomo, della terzina dantesca adesso in esame, è la più pertinente. Io penso che la via di lettura dolcificante porti fuori strada, giacché se c’è nella “Commedia” un passo con ombra di antigiudaismo il quale si può appieno esplicitare in tal senso, l’evidenza raggiunta fuga i dubbi in virtù della contestualizzazione. Nel suo famoso poema lo scrittore fiorentino non fa sfoggio di eccessiva delicatezza. Proprio nell’ultimo cerchio dell’inferno strappa i capelli a Bocca degli Abati con sadica aggressività; ancor prima ci aveva informati che il diavolo Barbariccia «avea del cul fatto trombetta»; e nel “Purgatorio” ci parla, in un perimetro misogino patristico, di una donna balbuziente (la «femmina balba») aggredita da Virgilio e di una vagina maleolente: «L’altra prendea, e dinanzi l’apria / fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; quel mi svegliò col puzzo che n’uscia». Che al cosiddetto Sommo Poeta non si possa attribuire quanto poco fa ho valutato omogeneo alla sua possibile intenzione, non mi sembra accettabile. Dante non si mostra affatto lontano da forme di comunicazione radicale. Due terzine del “Paradiso” mettono in vetrina gli orwelliani ragionamenti del Cristianesimo: «Però d’un atto uscir cose diverse: / ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte; / per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse. / Non ti dee oramai parer più forte, / quando si dice che giusta vendetta / poscia vengiata fu da giusta corte». La Passione del Messia viene vista in una duplice contraddittoria ottica. Da un lato è concepita quale necessario passaggio di redenzione dell’umanità, dall’altro viene inquadrata in modo tale da colpevolizzare i deicidi Ebrei con intenso astio. Al punto di affermare la liceità di una punizione a carico degli attori Giudei. Qual è qui la logica legittimante l’accanimento contro genti ritenute strumento il quale consentì la letteraria Passione cristiana? Tutto si avvolge nella più orwelliana delle contraddizioni, nel doublethink. I Romani non possono essere accusati di deicidio, per necessità teologico-politiche; rimangono sulla scena solo le genti ebraiche, su cui, per esigenza dinamica e narrativa, scaricare il compito di promuovere l’uccisione di Gesù. Ciò è indispensabile al disegno redentivo. Come si fa a prendersela con qualcuno giocoforza rimasto incastrato nelle costruzioni della teologia del Cristianesimo? Soltanto una nevrosi irrazionalistica può partorire simile doublethink, rilevato in queste due terzine della terza cantica. Pensare che chi ha ricevuto quel ruolo evangelico di causa prossima della morte di Gesù, in una guisa cristiana ineluttabile, sia nella realtà poi imputabile di un atto (letterario), come se fosse stato libero di scegliere la sua parte nella vicenda, rappresenta un procedimento mentale degno di “1984”. Eppure Dante si impelaga nel doublethink, elevandolo a spiegazione teologica, nella quale si nota ancora una volta che usare la violenza sul popolo giudaico, spinti da motivazioni di risentimento religioso, appare qualcosa di ammissibile e praticabile. La categoria dei perfidi Iudaei scaturisce da contorte esigenze teologiche e narrative, obbligatorie nei confronti dei cristiani, i cui insani frutti tuttavia vengono addossati agli Ebrei, attraverso la conversione di quelle necessità di edificazione in nevrotiche (per i cristiani) colpe estreme compiute da persone dipinte libere, però intrappolate senza scampo nel recinto concettuale della nuova religio del Cristianesimo. Ai Giudei non si può in alcun modo, con obiettività e razionalità, attribuire nessun deicidio. La finzione letteraria evangelica ha animato uno dei più tragici fenomeni della Civiltà occidentale, quell’antisemitismo il quale già prima della Shoah e della sua versione pseudobiologica assunse i connotati di crimine contro l’umanità a causa di estensione e intensione.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Studi illuministi”
 
1 Parricidio dantesco (2021), cui rinvio per ogni approfondimento di altri temi qua evocati.
 
2 Oscurantismo e irrazionalismo del Cristianesimo in Tertulliano (2023), da pag. 21.
 
3 Vedasi nel mio studio intitolato Le radici cristiane dell’antisemitismo presente nella mia monografia Studi illuministi (2024).

LE RADICI CRISTIANE DELL’ANTISEMITISMO

di DANILO CARUSO
 
In miei antecedenti lavori di studio ho parlato di antiebraismo diverse volte in occasione di mie analisi rivolte ad altrui opere letterarie coinvolte. Ho esaminato due testi antigiudaici di Tertulliano e di Agostino di Ippona inquadrando in un contesto critico di analisi le loro motivazioni di avversità religiosa verso gli Ebrei1. In particolar modo nella mia monografia tertullianea ho ricostruito la linea generale dell’antisemitismo che incanala il fenomeno dalle origini in poi in un alveo di matrice cristiana. Ho cercato di chiarire la maniera in cui per me il moderno antiebraismo sia sorto come laicizzazione di un modello religioso di fondo, il quale già negli estatutos de limpieza de sangre mostrava i futuri canoni del razzismo pseudobiologico (contrapposto a quello spiritualista elaborato da Tertulliano e Agostino). Dopo aver rilevato caratteri dell’antisemitismo nell’area patristica latina, ho creduto utile ai miei approfondimenti volgermi all’area patristica greca allo scopo di rilevare contenuti significativi di ostilità al Giudaismo là evidenti. Mi sono soffermato dunque su Giovanni Crisostomo (appellativo che vuol dire “bocca-d’oro”, per via della sua abilità oratoria), nato intorno al 345 ad Antiochia e morto nel 407. Canonizzato, Padre e dottore della Chiesa, è stato autore di otto omelie antigiudaiche, i cui testi, in greco antico, sono giunti sino a noi. Ho preso in esame la prima sotto i profili ideologico e semantico, perché tengo a evidenziare tali aspetti. Il dato saliente che ho rilevato sin dal principio di questa mia analisi l’intenso ed elevato grado di ostilità e opposizione rivolte all’Ebraismo. Naturalmente prendo la massima distanza dai contenuti esposti da Boccadoro, i quali non condivido poiché affermazioni di odio ingiustificabili e mal giustificate sulla sua base religiosa poggiante sul credo di una nuova religione costruita con mattoni concettuali e culturali del tutto riconducibili, a mio modesto avviso, alla contingenza storica e umana2. L’esposizione della sostanza di questa omelia segue nella sequenza di posizione delle sue parti principali il punto di vista di Giovanni Crisostomo, è cioè lui che parla e io riassumo e sintetizzo in guisa analitica. Nel riportare il discorso di Giovanni Crisostomo compio un’operazione ad hoc: i termini che egli usa sono sottolineati in italiano e accompagnati dall’equivalente semantico greco antico, al fine di garantire un rilevamento testuale obiettivo. Riporto anche alcuni brani tali e quali dal greco antico. Prima di inoltrarci dentro le parole di Boccadoro voglio anticipare che l’omelia del caso costituisce un campionario di (inaccettabili) stereotipi antiebrei i quali avranno lunga vita nella Storia occidentale, sino a giungere tragicamente al ’900. Vedremo con migliore nitidezza, dopo questa mia prima analisi concentrata sull’Antichità (per me comunque con l’Editto di Costantino inizia il Medioevo), come esista una lunga e considerevole linea di antisemitismo cristiano, attraversante i secoli fino a toccare ere più a noi vicine. Questo Padre e Dottore della Chiesa definisce i giudei pietosi (ἄθλιος) e infelici (ταλαíπωρως). Si preoccupa dell’attrattiva che la religione ebraica possa esercitare con successo sui fedeli cristiani (a suo modo di vedere sviandoli), e accusa i suoi correligionari propensi a un contatto col mondo giudaico di essere malati (νοσέω) di Ebraismo. Biasima questi suoi compagni di fede per via della loro disponibilità a partecipare a celebrazioni e riti dei Giudei. Ricorda perciò a loro che questi ultimi risultano colpevoli di trasgressione dell’ordine (παρανομία) e di empietà (ἀσέβεια). Il popolo ebreo, avendo rifiutato Gesù Figlio di Dio, ha ottenuto una parentela con i cani (τῶν κυνῶν συγγένεια). I cristiani non hanno commesso simile errore giacché, a differenza dei rivali, sono riusciti a non farsi zavorrare da una condotta irragionevole (ἀλογία). La chiusura ebraica è provenuta da durezza (σκληρότης) patrocinata da ghiottoneria (ἀδηφαγία) e troppo bere (μέθη). Davanti a simili pecche la religiosità giudea gli appare disgustosa (βδελυκτός). La sinagoga non gli sembra diversa da un teatro (a proposito di tale affermazione si rammenti il contenuto sulla materia del tertullianeo “De spectaculis”3). La sinagoga si rivela luogo di incontro di codardi (μαλακός) e di prostitute (πορνεύω). Rappresenta una funesta (ὀλέθριος) supposizione (ὑπόληψις) pensare che l’Ebraismo sia da rispettare. Boccadoro definisce la sinagoga un bordello: «Ἔνθα δὲ πόρνη ἕστηκεν, πορνεῖόν ἐστιν ὁ τόπος». E aggiunge altresì che essa risulta una spelonca (σπήλαιον) di briganti (λῃστής) e un alloggio (καταγώγιον) di animali selvatici (θηρίον). E se non bastasse, la chiama inoltre alloggio dei diavoli (δαíμων) e luogo di idolatria (εἰδωλολατρεία). Il faro dei Giudei è la loro pancia (γαστήρ), un faro segnalante la loro sregolatezza (ἀσέλγεια), la quale li degrada al livello di porci selvatici (ὗς) e di capri (τράγος). Non solo le sinagoghe, in quanto luoghi, sono ricovero di demoni, ma pure i singoli Ebrei si mostrano essere posseduti in interiore. Per quanto concerne i cristiani, i malati di Giudaismo meritano la massima attenzione affinché possano essere recuperati. Da parte dei sani Giovanni Crisostomo rende leciti l’uso nei confronti dei giudaizzanti di violenza (ἀνάγκη) e forza (βία), ammettendo le facoltà di maltrattare (ὑβρίζω) e cercare di prevalere (φιλονικέω). I nemici sono il Diavolo e gli uccisori ebrei di Cristo (Χριστοκτόνοι). Chi giudaizza (ἰουδαΐζω) va richiamato al volo: si rischia di compiere una grave mancanza di possibile intervento a non reprimere (κατέχω). Costui non va ucciso, come insegnerà poi O’Brien, dal momento che l’obiettivo centrale consiste nel fare nostro per intero (ἡμέτερον ἐξ ὁλοκλήρου ποιέω) il soggetto senza annientarlo. Non è bene per i cristiani partecipare alle celebrazioni degli Ebrei colpevoli di aver oltraggiato (ὑβρίζω) Dio: ciò costituisce indice di estrema (ἔσχατος) pazzia (μανία). La sinagoga costituisce un luogo di cui avere un basso concetto (καταφρονέω) e per cui avere ripugnanza (βδελύττομαι). Boccadoro afferma di odiare la sinagoga da cui se ne sta alla larga: «Μισῶ τὴν συναγωγὴν καὶ ἀποστρέφομαι». Il popolo giudeo è responsabile di oltraggio (ὑβρίζω) gravissimo a causa del rifiuto del profetizzato orizzonte cristiano. La sinagoga e gli Ebrei sono da odiare: «Διὰ τοῦτο μᾶλλον μισεῖν καὶ αὐτοὺς καὶ τὴν συναγωγὴν χρὴ». I Χριστοκτόνοι si ritrovano nella sinagoga, posto dove si bestemmia (βλασφημέω) Dio. Addirittura in essa loro sacrificano anime di uomini (ψυχὰς ἀνθρώπων καταθύω). I Giudei rappresentano oltraggio comune e morbo di tutto il mondo (romano) (κοινὴ λύμη καὶ νόσος τῆς οἰκουμένης ἁπάσης). Hanno sacrificato i loro figli ai diavoli: «Ἔθυσαν τοὺς υἱοὺς αὐτῶν καὶ τὰς θυγατέρας αὐτῶν τοῖς δαιμονίοις». Gli Ebrei sono campioni di crudeltà (ὠμότης) e di insocievolezza (ἀπανθρωπία). In più sono lussuriosi dacché simili ad animali senza ragione: «Ἀσελγείας ἕνεκεν [...] καὶ τὰ λαγνότατα τῶν ἀλόγων ἀπέκρυψαν». Questo Padre della Chiesa, autore dell’omelia in esame, prosegue accusando la gente giudaica di ruberia, avidità, abbandono dei poveri bisognosi, frode nel commercio; e precisa che un giorno non sarebbe sufficiente per riferire di ciò: «Τὰς ἁρπαγὰς, τὰς πλεονεξίας, τὰς τῶν πενήτων προδοσίας, τὰς κλοπὰς, τὰς καπηλείας; Ἀλλ' οὐδὲ πᾶσα ἡμῖν πρὸς ταύτην ἀρκέσει τὴν διήγησιν ἡ ἡμέρα». Ritorna sulle solennità del popolo ebraico, e sottolinea che sono impure (βδελυκτός), pertanto Dio le odia («Ὁ Θεὸς μισεῖ»). L’andarsi a mettere con questi deicidi reietti da Dio e servitori dei diavoli (δαίμονας θεραπεύω) rappresenta mancanza di senno (ἄνοια) e demenza (παραφροσύνη), un partecipare alla tavola da pranzo dei demoni (τράπεζα δαιμονίων). Sul finire dell’omelia due sezioni di esposizione sono dedicate da Giovanni Crisostomo a due argomenti di approfondimento della materia la quale ha affrontato. La prima tratta delle cure mediche e delle guarigioni. Lui sostiene che bisogna rifiutare il sostegno medico proveniente da non cristiani poiché la prospettiva di successo nella risoluzione del problema sanitario potrebbe godere di un intervento demoniaco. Il che costituirebbe una cosa pericolosissima nei confronti della salvezza eterna dell’anima di un cristiano. Dunque si rivela opzione migliore sopportare il male, seguendo il modello di Giobbe, e anche morire: l’importante rimane non farsi curare da un diavolo. Boccadoro specifica in più che Dio consente le malattie come una sorta di bonus nel contesto della raccolta possibile di meriti secondo la linea testé illustrata: chi non si fa curare da un medico diavolo si mostra meritevole. Sono state idee del genere, patrocinate dal Cristianesimo, a rallentare, all’interno della Civiltà occidentale il progresso scientifico. Guardare di mal occhio i benefici della scienza, giacché ritenuti di origine demoniaca, ha per parecchi secoli ostacolato la ricerca e l’approfondimento in diversi campi, specialmente in quello medico. Allorché l’Occidente si è smarcato meglio dal controllo religioso ha guadagnato quei margini di libertà utili a introdurre i risultati di nuovi studi. Il che ha consentito un calo dei tassi di mortalità e l’aumento del periodo medio di vita, mete irraggiungibili rimanendo dentro il recinto mentale cristiano delle origini. Pratiche mediche inadeguate, come ad esempio i salassi, sono durate a lungo perché il Cristianesimo aveva messo dei paletti, i quali, impedendo il libero progresso conoscitivo, hanno costituito un limite, nel culto di una tradizione conservatrice (basata sui vari Aristotele, Tolomeo, Ippocrate, Celso, Galeno), a carico di sviluppi delle scienze sino alla vigilia dell’Illuminismo. Pensiamo alle strategie (non soltanto a quelle mediche) di intervento contro la peste ne “I promessi sposi”. È difficile immaginare un William Harvey (1578-1657) in un contesto cattolico. Il Protestantesimo inglese, nonostante le proprie zavorre cristiane, ha aperto una porta nuova (con tutte le sue contraddizioni) alla Civiltà occidentale all’insegna del liberalismo. E in questo nuovo spazio il pensiero critico ha potuto recuperare margini di azione non pesantemente condizionata. Il segno di simile guinzaglio è visibile nella seconda sezione, di cui sopra ho fatto cenno, nell’omelia di Giovanni Crisostomo qua analizzata. In tale segmento si nota l’invito e la sollecitazione a compiere atti di segnalazione all’autorità ecclesiastica dei cristiani devianti da un corretto comportamento. L’incoraggiamento alla volta di una simile prassi ritornerà in “1984” di George Orwell. Il Padre e Dottore della Chiesa nel suo testo ci spiega che fare la spia non costituisce qualcosa di cui sentirsi in colpa, anzi rappresenta motivo di merito davanti a Dio (Big Brother) perché, così agendo, si dà la possibilità di riportare il deviato (giudicato un pazzo/stravagante: μανικὸς) sulla strada giusta. Chi, in maniera volontaria, non ottempera al suo compito di segnalare reca danno spirituale a sé e al segnalando, e diventa agli occhi della Chiesa un nemico (πολέμιος). La promozione di un simile oceaniano regime poliziesco troverà il suo connaturale spazio poi nelle epoche di auge dell’Inquisizione, dove la denuncia costituiva il primo momento di una burocrazia antiliberale e artefice di crimini contro l’umanità (perpetrati su streghe, omosessuali, Ebrei, intellettuali dissidenti). Mi ha colpito una cosa in conclusione dell’omelia. Boccadoro incoraggia tutti a rintracciare i divergenti, ciascuno presso la propria categoria sociale. E chiama a intervenire pure i ragazzini: l’orwelliana Oceania farà affidamento pure a ciò (mostrando ulteriore nuova inquietante analogia). Terminata questa prima analisi incentrata sopra un antico testo patristico, il compito che mi ero prefisso nell’ambito del presente mio lavoro ci conduce a fine ’800, a degli articoli de “La Civiltà Cattolica”. Io collego questi tre testi dedicati allo stesso tema antigiudaico dell’omelia di Giovanni Crisostomo a questa, nell’intenzione di individuare un segmento i cui due estremi simboleggiano il punto di vista del Cattolicesimo a proposito di Ebraismo nell’era antica e un secolo dopo la Rivoluzione francese4. Il mio scopo è quello di far rilevare che in questo arco temporale (il quale rimane in ogni caso prolungabile in avanti) l’antisemitismo è rimasto una costante di grido nei Paesi con significativa presenza di cattolici. Da Tertulliano, Agostino d’Ippona, Giovanni Crisostomo, alla svolta di era novecentesca postbellica seguente la Shoah, la Chiesa non ha mostrato molta simpatia nei riguardi dei Giudei. La Storia lo dimostra, al punto tale che le discriminazioni di cui furono oggetto costoro impediscono di negare che l’antiebraismo sia stato un valore fondante del Cristianesimo, la cui evidenza è stata cancellata tra gli anni ’60 e ’80 attraverso gesti di correzione della pubblica cattolica ufficiale valutazione del popolo giudeo. La nascita del moderno Stato d’Israele (1948), secondo me, ha costituito una rivincita dell’Ebraismo nei confronti della Chiesa, la quale, specialmente dopo l’Olocausto, non avrebbe con facilità potuto mantenere la posizione antisemita che si potrà leggere negli estratti dei suddetti tre articoli menzionati de “La Civiltà Cattolica”. È sotto lo sguardo di chi studia con attenzione e serietà che l’intera Cristianità occidentale sia venuta al mondo con un DNA antigiudaico. Dalla fondazione del Cristianesimo in poi l’ostilità verso la gente giudea ha assunto una intensità tale che la sua assimilazione da parte delle masse ha trasformato l’antisemitismo in qualcosa di normale, di quotidiano, di consuetudinario. La visione religiosa cristiana antigiudaica poi nell’Ottocento, in virtù proprio del suo essersi radicata nella veste di qualcosa di naturale come il Sole che sorge all’alba, ha preso la via laica del razzismo pseudobiologico. Ma questo non sarebbe potuto uscire fuori senza il background cristiano. È stato il Cristianesimo a indicare nell’Antichità all’esecrazione universale il popolo ebraico poiché rimasto legato alla propria religiosità neoatonista. La colossale invenzione cristiana di una nuova teologia, di una nuova mitologia, comportò una radicale alternativa col Giudaismo. Il peso di simile rivalità spirituale si è fatto sentire a causa del predominio cristiano per diciotto secoli circa. Possiamo rilevare ciò nell’omelia di Giovanni Crisostomo e successivamente in questi tre articoli, di cui a breve estratti, testimonianza di una linea ideologica continua e omogenea del modo di valutare gli Ebrei da parte del Cattolicesimo entro gli estremi temporali sopra indicati. Nella mia monografia su Tertulliano ho disegnato un percorso ideologico che conduce da costui (inteso quale figura simbolica) all’antigiudaismo nazista per mezzo della mediazione di Lutero. Non dobbiamo comunque dimenticare che dopo la Riforma luterana una fetta di Germania meridionale è rimasta a maggioranza cattolica, al pari dell’Austria (posto natale del filosofo antisemita Otto Weininger), aree quindi rientranti nella sfera di efficace propaganda della Chiesa di Roma. Discorsi e scritti paragonabili a quelli di cui qui tra poco brani, stando al mio metro di misurare le cose, hanno ovunque mantenuta alta la bandiera dell’antisemitismo5. Che esso sia stato spiritualista o pseudobiologico, cattolico o protestante, non ha avuto molta importanza, quello che purtroppo ha contato era che le persone comuni del popolo percepivano il Giudeo quale una minaccia alla società e alla loro sicurezza personale in seguito alla campagna contro gli Ebrei diffusa e considerata normale (da qui la arendtiana “banalità del male”). Non soltanto quella linea Tertulliano-Agostino d’Ippona-Lutero-Fichte-Nietzsche-Hitler nelle mie valutazioni storiografiche ha alimentato la base del razzismo nazista, ma altresì quest’altra, con tutto quello che sta in mezzo6, collegante Giovanni Crisostomo e “La Civiltà Cattolica” (estremi nella fattispecie sempre intesi in maniera simbolica e generalizzante). Il nazionalsocialismo non è sbucato dal nulla, ci sono stati fattori di gestazione pregressi, i quali io rilevo e indico secondo la mia personale ottica nel corso delle mie analisi, le quali nella mia attività di studioso ambiscono a obiettività e scientificità. Si condannano, come è giustissimo che sia, le legislazioni razziali volute da Hitler e Mussolini, norme aberranti e disumane, si condanna la tragedia della Shoah, evento di gravissima portata e crimine contro l’umanità. Tuttavia in questi importantissimi spazi e occasioni di significativa memoria non mi pare di notare una frequente consona contestualizzazione dei fatti storici. Il plurisecolare antisemitismo cristiano, secondo me, preparò l’ambiente e il clima di cui beneficiarono le persecuzioni nazifasciste dei Giudei e l’attuazione dell’Olocausto. Un Occidente che non fosse stato impregnato, in particolare in alcuni Paesi, di antiebraismo non avrebbe vissuto con disinvoltura l’avvicinarsi e il materializzarsi di molti penosi fenomeni discriminatori. Leggiamo, a circa mezzo secolo a venire di distanza, dalle leggi razziali naziste e fasciste, e dalla Shoah, cosa si scriveva su “La Civiltà Cattolica” sul finire dell’Ottocento. I tre articoli pubblicati su tale periodico, di cui riporto dei brani estratti dal “vol. 8 – 1890”, recano lo stesso titolo (“Della questione giudaica in Europa”) e differenti sottotitoli (“Le cause”, “Gli effetti”, “I rimedii”). Gli articoli trovansi in detto tomo rispettivamente collocati alle pagg. 5-20, 385-407, 641-655. Non ho apportato al testo correzioni ortografiche rispetto allo stampato.
 
 
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DELLA QUESTIONE GIUDAICA IN EUROPA
 
LE CAUSE
 
I.
 
Il secolo decimonono si chiuderà nell’Europa, lasciandola fra le strette di una questione tristissima, della quale nel successivo secolo ventesimo risentirà forse conseguenze si calamitose, che la indurranno a porvi un termine, con una risoluzione diffinitiva. Alludiamo alla mal detta questione semitica, che più rettamente va denominata giudaica, ed è, con intimo vincolo connessa alle condizioni economiche, morali, politiche e religiose della cristianità europea.
Quanto questa sia fervida al presente e perturbi le maggiori nazioni, si fa manifesto dal grido comune contro la invasione degl’israeliti, in ogni appartenenza della vita pubblica e sociale; dalle leghe che, per arrestarla, si son formate in Francia, nell’Austria, in Germania, nell’Inghilterra, in Russia, nella Rumenia ed altrove; dai richiami fortissimi che si cominciano ad udir nei Parlamenti; e dal gran numero di giornali, di libri e di opuscoli che vengono del continuo a luce, per mostrare la necessità che il dilatarsi di questa piaga si freni e combatta, mettendone in evidenza i danni perniciosissimi.
Da molto in qua, nei nostri quaderni, abbiamo anche noi trattata sì fatta questione, dal lato più presto critico, storico o scientifico, che sociale, indicando le vere cagioni dei lamentabili effetti che ora sempre più si deplorano.
[…]
La gran famiglia israelitica, disseminata fra le genti del globo, forma una nazione straniera nelle nazioni in cui dimora, e nemica giurata del loro ben essere […]. Che poi il tenebroso codice del talmud prescriva, oltrechè regole di una morale esecranda, l’odio a tutti gli uomini che non hanno sangue giudaico, in ispecie a’ cristiani, e faccia lecito il depredarli e malmenarli quasi bruti nocivi, non è più uno di quei punti dottrinali che si possano mettere in controversia.
[…]
Il giudeo in nessuna regione ha la patria, cioè la terra dei padri; e quindi solenne impostura è il patriottismo che del continuo vanta, e di cui si finge apostolo, per raggiungere il suo scopo di perdere e divorare le nazioni, che gli hanno conferito il diritto di cittadinanza. Dal che proviene che a lui sono connaturali i mestieri più obbrobriosi del traditore e della spia.
[…]
 
IV.
 
L’altro capo che rende pericolosissimo l’organamento degli ebrei nei paesi cristiani, e centuplica in questi l’abbominio per loro, è la superstiziosa fede ingerita dal talmud, che gl’israeliti, non solamente formano la razza superiore del genere umano, tutto composto di razze a loro inferiori; ma che, di pien diritto divino, a loro unicamente compete il possesso dell’universo, il quale un giorno dovranno godere. Di questa pazza credenza il giudaismo è da per tutto invasato; anzi può dirsi che essa è il domma capitale di quella che chiamano religione loro. In ciò consiste la depravata dottrina del messianismo che professano, dal terzo secolo dell’era cristiana, quando fu compilato il talmud di Babilonia, fino al di d’oggi
[…].
Il giudaismo è forza sempre straniera e sempre nemica, nei paesi ne’ quali ha radice, non solo, ma e forza che tende a sopraffarne gli abitanti ed a predominarli, per virtù dell’intrinseca sua costituzione dommatica e civile, religiosa, giuridica e nazionale. E questo con ogni sorta di male arti e perfidie.
[...]
VI
 
Chi dunque, con animo spassionato, indaga i fatti e i documenti, deve concludere che giammai non si è data ambizione più folle e tenace, e più sfrontatamente confessata, di questa de’ giudei. Si arrogano di conquistare il mondo, di regnare sopra gl’imperi da essi abbattuti, di sottoporre a sè ogni popolo; e si appropriano il diritto di rivendicare a sè i beni dell’universo, quale possesso legittimo, dato loro da Dio. In verità, a leggere o ad udire questa immane sfida d’un pugno di uomini, otto milioni circa, che la gittano in faccia ad altri mille e cinquecento milioni, e sul serio si vantano di averla a vincere, par di sognare!
E poi non finiscono mai di lagnarsi delle persecuzioni, che han patite in addietro e tuttora qua e là soffrono! Ma queste sono state e sono conseguenze della loro prava pazzia. Da per tutto han fatto e fanno sfoggio dell’avida loro ambizione; da per tutto si non millantati e si millantano superiori, per privilegio divino, ai popoli tra cui ora vivono o son vissuti; da per tutto si son mostrati e si mostrano intrattabili, ostili, malefici alle nazioni che li hanno tollerati o li tollerano, beneficandoli persino col diritto di cittadinanza.
[…]
 
VII.
 
La rivoluzione che in quest’ ultimo secolo ha soqquadrato l’intero ordinamento cristiano di quasi tutti gli Stati, a pro di chi è ella stata fatta? Non dei popoli, che ne sono rimasti oppressi: non delle monarchie, che ne sono uscite menomate. Se ben si considera, dee dirsi, che si è fatta a pro unicamente del giudaismo, il quale, in virtù de’ menzogneri principii di libertà, di fraternità o di eguaglianza, ha potuto colorire a man salva il suo cupo disegno di predominio, in un grado che mai non raggiunse, da che la spada dell’ira di Dio ne disperse i seguaci per tutta la terra. […] I principii moderni, ossia i così nominati diritti dell’uomo, furono inventati da’ giudei, per fare che i popoli e i Governi si disarmassero, nella difesa contro il giudaismo, e moltiplicassero a vantaggio di questo le armi nella offesa. Acquistata la più insoluta libertà civile e la parità in tutto coi cristiani e coi nazionali, si aperse agli ebrei la diga che prima li conteneva; ed essi, qual torrente devastatore, in breve penetrarono da per tutto e scaltramente di ogni cosa s’impossessarono: l’oro, il commercio, le borse, le cariche più elevate nell’amministrazione politica, nell’esercito e nella diplomazia; l’insegnamento pubblico, la stampa, tutto cadde in mano loro, o di chi da loro dovea dipendere. Per guisa che ai di nostri la società cristiana incontra nelle stesse leggi e costituzioni degli Stati l’impedimento maggiore, a scuotere il giogo dall’audacia ebraica impostole, sotto colore di libertà.
[…]
 
DELLA QUESTIONE GIUDAICA IN EUROPA
 
GLI EFFETTI
 
I.
 
Quella collana di apotemmi, che nel 1789 si disse costituire la sintesi dei diritti dell’uomo, nel fatto non ha costituito altro, fuorché i diritti degli ebrei, a scapito dei popoli, nel cui seno la pratica di questi diritti fu intronizzata. Essi sono stati come il palladio della potenza, colla quale il giudaismo nel nostro secolo ha cinta d’assedio la società cristiana, l’ha assalita, l’ha sconvolta e se n’è in grandissima parte impadronito. Il che si fa manifesto, per l’universale stupore in cui è l’Europa, a vedere che l’oro, la diffusione delle idee e l’indirizzo politico-irreligioso de’ suoi Stati è quasi totalmente in podestà degli ebrei.
[…]
 
V.
 
Al dominio dell’oro, la razza israelitica unisce quello che più direttamente soggioga gli spiriti: vogliamo dire il magistero della pubblica stampa e delle cattedre. Nel Congresso giudaico, tenutosi l’anno 1848 in Cracovia, al quale concorsero gli ebrei più ricchi del mondo, fu decretato che il disperso Israello si avesse da impadronire de’ più potenti giornali d’Europa. […] Il giornalismo e la scuola superiore sono come le due ale, che portano il dragone israelitico, a rapinare e corrompere da per tutto nell’Europa.
[…]
Gli ebrei si sono, con singolare accortezza, serviti dei diritti d’uguaglianza, per invadere il foro, l’esercito, il Parlamento ed i Consigli dei ministri, come hanno fatto per signoreggiare le scuole.
[...]
 
VII.
 
Ma l’opera insigne, che, coll’aiuto delle sette massoniche, ha centuplicata la moderna potenza giudaica, è l’ Alleanza israelita universale, fondata in Parigi dal Crémieux, e si stende per tutto il globo, conferendo ai varii gruppi di ebrei, sparsi io ogni angolo, la vigoria dell’intero corpo d’Israello. […] Non erra punto chi tiene l’Alleanza israelitica per nerbo principale della massoneria, e vincolo d’unione fra le logge che arreticano il mondo incivilito.
 
VIII.
 
Noi non asseriremo, con varii autori, che la setta dei massoni fosse in su le prime creata da’ giudei. Questa sentenza non può provarsi, ed è contraria a quanto ci rivela la critica più oculata della storia. Bensì è certo che il giudaismo non tardò, nel secolo scorso, ad intromettervisi; e, colla usata sua finezza diabolica, ad informarla del suo spirito, ad indirizzarla a’ suoi intendimenti, ad incorporarsela ed a farsene vivo nerbo, per salire ove parea sogno sperarlo.
Per giungere a quel fastigio di dominazione, che fu sempre ed è il superstizioso termine del talmudismo la genia israelitica ben capiva, che un formidabile ostacolo le si levava contro, le chiudeva I’entrata nella società dei battezzati, e conseguentemente le impossibilitava il conquisto dell’ agognata signoria. Vogliamo dire la religione cristiana, fondamento di tutti gli istituti e di tutte le leggi, ond’era da secoli uscito l’ordinamento del civile consorzio. Ma, per tentare l’abbattimento della religione cristiana, e della cattolica in ispecie, occorreva agli ebrei lavorare sott’acqua, e dissimulatamente mandare altri avanti, e dietro loro nascondersi; non iscoprire l’artiglio giudaico, da tutti esecrato: in somma, bisognava dare l’assalto con soldatesche non proprie, e far cadere la fortezza in nome della libertà. Era quindi necessario scalzare questa granitica base, e sovvertire tutto I’edifizio della cristianità. Ed a questa impresa han posto mano, mettendosi a capo del mondo occulto, per mezzo della massoneria che si sono assoggettata.
I legami che stringono il moderno giudaismo al massonismo sono ora così evidenti, che sarebbe ingenuità recarli in dubbio.
[…]
 
IX.
Il giudaismo si epiloga tutto in un amore ed in un odio: l’insaziabile amore dell’oro, auri sacra fames, e l’ odio inestinguibile a Cristo: l’amore serve all’odio; e l’odio e l’amore debbon condurre all’apogeo di quell’impero, che è il delirio satanico del reprobo Israello. Si ricerchi la storia del massonismo, e si vedrà che, dal secolo trascorso ai dì nostri, altro pur esso non ha avuto in mira, se non accumulare ricchezze e guerreggiare a morte, nella società cristiana, Cristo e la sua Chiesa. Tutto il predominio, aperto o coperto, della massoneria è giovato alla cupidigia ebraica ed all’ebraica rabbia di atterrare la potenza cristiana, per provar di assidersi sulle sue ruine. Dal 1.° maggio 1789, giorno in cui si divinizzarono i diritti dell’uomo a puro pro de’ giudei, sino al 20 settembre 1870, in cui colle bombe si espugnò Roma e vi si fece prigioniero il Papato, le congiure, i tumulti, le ribellioni, gli assassinamenti, le stragi, le guerre, i fatti così detti rivoluzionarii, sortirono sempre e da per tutto il medesimo esito, di accrescere la opulenza agli ebrei e di deprimere ed opprimere la civiltà cristiana. […] Negli Stati Uniti d’America, abusando della libertà concessa loro dalla Repubblica di Washington, gli ebrei già si fanno campioni della scuola di Stato neutra, in odio ai cattolici che, pe’ loro figliuoli, intendono avere pur cattoliche e libere le scuole.
[…]
Siccome nelle Monarchie s’incontrano, colle tradizioni dinastiche, i patrimonii morali e civili delle varie nazioni, e dalle Monarchie la religione comune suol essere tutelata, quale forza precipua degli Stati, conforme si vede in tutti i paesi non sopraffatti dalla massoneria; così ne viene che il tramarne la ruina, per sostituire alla solidità dei troni la fragilità dei Governi a popolo, è di utile sommo agl’intendimenti di una razza, che non ha nè patria, nè culto pubblico, nè forma propria di reggimento, ma vive disseminata fra tutte le regioni, per tutto soggettarsele.
Tuttavia s’ ha da notare che il disordine politico, religioso ed economico, derivato in Europa segnatamente dalla questione giudaica, ha originato quel socialismo, che avrebbe da far tremare le vene e i polsi ai giudei. Perocché sembra dover essere questo il formidabile flagello della superna giustizia, per fiaccare la superbia giudaica de’ tempi nostri e farle, tutto in una volta, pagare il fio della sua luciferina tracotanza.
 
DELLA QUESTIONE GIUDAICA IN EUROPA
 
I RIMEDII
 
[...]
Chi percorra la storia si avvede che la questione del predominio de giudei fra’ cristiani è tanto antica, quanto la cristianità medesima. Non vi è uno Stato, che ne suoi annali non trovi registrato un frequente avvicendarsi di permissioni ai giudei di soggiornare nel suo territorio, con solenni loro cacciate, per cagione degli abusi e disordini che vi commettevano. Se non che, fino al secolo nostro, la stirpe ebraica era nei Regni cristiani puramente tollerata, e come nemica, straniera e malefica, avuta in continuo sospetto e regolata da leggi particolari di eccezione, costituenti la comune difesa contro la loro dimora.
Al presente non è più cosi. Per grazia dei principii della rivoluzione prevalsi quasi da per tutto, il giudeo è stato ammesso al godimento del diritto comune: le leggi lo considerano eguale in ogni cosa agli altri, e lo proteggono al modo stesso che gli altri cittadini. Quindi la politica di difesa delle società cristiane è stata abolita, e s’ è concessa al giudeo piena libertà di offesa alle società medesime, che nel seno loro lo albergano.
[…]
Ammesso pure che il rimedio dello scacciamento universale degli ebrei fosse ora praticabile, sarebbe difformee dal modo di sentire e di operare della Chiesa romana.
[...]
Se non si rimettono gli ebrei al posto loro, con leggi umane e cristiane sì, ma di eccezione, che tolgan loro l’uguaglianza civile, a cui non hanno diritto, che anzi è perniciosa non meno ad essi che ai cristiani, non si farà nulla o si farà ben poco. […] Il solo modo di accordare il soggiorno degli ebrei col diritto dei cristiani, è quello di regolarlo con leggi tali, che al tempo stesso impediscano agli ebrei di offendere il bene dei cristiani, ed ai cristiani di offendere quello degli ebrei.
E questo è ciò che, in guise più o meno perfette, si fece pel passato: questo è ciò che gli ebrei da cent’anni in qua si sono studiati di disfare: ma questo è ciò che, tosto o tardi, per amore o per forza, si avrà da rifare; e forse gli ebrei medesimi saran costretti di supplicare che si rifaccia. Perocchè la strapotenza alla quale il diritto rivoluzionario li ha oggi sollevati, viene scavando loro sotto i piedi un abisso, pari nella profondità all’altezza in coi sono assorti; ed al primo scoppiare del turbine che essi, con questa loro strapotenza, vengono provocando, traboccheranno in un tale precipizio, che sarà per avventura senza esempio nelle istorie loro, com’è senza esempio la moderna audacia, colla quale proculcano le nazioni che follemente li hanno esaltati.
[...]
Lo strumento d’ira, scelto dal cielo per punire la cristianità degenere del tempo nostro, sono gli ebrei. Il loro predominio sovr’ essa viene crescendo, col prevalere in essa del malvagio spirito, che ai diritti di Dio ha fatti succedere nel suo seno i diritti dell’uomo. La giustizia dell’Eterno si serve del più apostatico e maledetto dei popoli, per flagellare l’apostasia delle nazioni dalla sua clemenza più favorite. […] Si formino pure leghe di cristiani, che oppongano qualche argine alla irrompente fiumana del giudaismo, il quale, sciolto da tutti i ritegni, devasta colle sostanze i più preziosi tesori della fede e della civiltà nostra: si propaghi pure l’idea della necessità per la pubblica salvezza, di rinchiudere, con eque leggi, questa fiumana malefica nel suo letto antico: si scriva, si stampi, si parli, si operi a tale intento, entro i confini sempre di quello che il Vangelo fa lecito. Ma niuno, che abbia amore schietto di religione e di patria, si stanchi dal battere e ribattere di continuo e da per tutto il chiodo di questa grande verità: che, rispetto alle nazioni socialmente apostatiche dalla Chiesa per seguire le impostore massoniche, gli ebrei moderni sono il flagello della giustizia di Dio; e che tutto il dolce del liberalismo finisce con attirarle fra le strette della vorace piovra del giudaismo[...].
 
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Da questi brani rileviamo qual era la posizione della Chiesa a fine del XIX secolo non soltanto in fatto di Ebrei, ma anche in ambito politico generale. Notiamo un radicale rifiuto degli ideali rivoluzionari francesi, accompagnato da una vocazione reazionaria. Una consona prosecuzione del mio presente lavoro è la mia seconda monografia su Monsignor Robert Hugh Benson, la quale consiglio di leggere, terminato qui, dacché gli argomenti là affrontati costituiscono un proseguimento tematico pertinente inoltrantesi nel ’9007. In quest’altra separata sede ho riportato l’estrazione di un altro articolo de “La Civiltà Cattolica” inerente ai Giudei, analizzato l’ideologia politico-religiosa bensoniana quale simbolo concreto della visione sociale della Chiesa a inizio del XX secolo, trovato spunti per parlare di antisemitismo cattolico. Qua, dopo aver creato, e indicato, tale ponte fra miei testi in funzione di approfondimento incentrato sul ’900, ho la possibilità di aggiungere altre argomentazioni. La prima cosa che voglio rammentare è che i nazisti tedeschi andarono a riprendere nella loro propaganda antigiudaica le “Omelie contro gli Ebrei” di Giovanni Crisostomo. Il che costituisce exemplum di riprova della mia convinzione che ci sia omogeneità ideale, genetica ed eziologica tra antisemitismo spiritualista cristiano e antisemitismo pseudobiologico (de facto questo una clonazione fondata sugli estatutos de limpieza de sangre). La posizione de “La Civiltà Cattolica” è spiritualista in merito, non si faccia confusione. Per la Chiesa i Giudei convertiti si potevano recuperare, per il nazismo l’impronta razziale biologica era indelebile. Riguardo al resto però, come letto, la piovra giudaica rimaneva la medesima per cattolici e nazisti. Quindi se differivano su dettagli, tutto sommato, secondari, nei confronti del nocciolo della questione non divergevano su grandi aspetti (nella mia monografia su Tertulliano ho preso in esame di questi dettagli). Nell’atmosfera precedente la Shoah la plurisecolare linea dell’antisemitismo poliedrico non disturbava, diversamente da oggi, i più. È possibile rilevare ad esempio che nel XX secolo, prima dell’Olocausto, l’antiebraismo in genere fosse percepito come un fenomeno non anomalo e non allarmante in “Swastika Night” di Katharine Burdekin (1896-1963)8. Poter leggere quei tre articoli, di cui sopra, de “La Civiltà Cattolica” era “normale” ai loro tempi, dentro una quotidianità assuefatta da parecchi secoli all’ostilità verso le genti ebraiche. L’olocausto e la genesi del moderno Stato di Israele hanno segnato uno spartiacque, una frattura, nell’intero panorama occidentale, ma altresì nella sostanza del magistero ecclesiale romano. Per un motivo o per un altro non sarebbe stato più possibile alla Chiesa tenere ancora i toni e le idee antisemite patristiche. Fu sincero cambiamento? Ai posteri l’ardua sentenza. Chi leggerà la suddetta mia seconda monografia bensoniana, nel finale di essa, potrà capire quali e quanti possano essere i dubbi e le perplessità riguardanti diciotto secoli di antigiudaismo della Chiesa interrotti solo nella seconda metà del ’900: al momento non stiamo nemmeno 18 a 1. Chi ci garantisce che andando avanti il giudicato “errore” dell’antisemitismo cristiano non possa avere una rinascita alla luce della sua monumentale vita? Per ora la memoria della Shoah rappresenta un giusto e valido memento. Però credo altresì che non approfondire meglio la materia, e da parte dei più rimanere circoscritti a una conoscenza parziale e non interessarsi di quello che è stato il primordiale antisemitismo spiritualista, possano alla lunga essere fonti di imprevisti problemi. Perché se da un lato il razzismo pseudobiologico viene opportunamente messo all’indice, quello spiritualista, oggigiorno molto meno diffuso del primo, dall’altro gode, bene o male, del beneficio dell’ignoranza. E io reputo che quei diciotto secoli non meritino di essere accantonati, bensì vadano ricordati e studiati nella loro potenza gestatoria, secondo la mia maniera di valutare le dinamiche, di quell’atto tragico e inumano che è stato la Shoah. Io penso che senza antigiudaismo cristiano non ci sarebbe mai stato un antiebraismo pseudobiologico, e che dunque senza radici del genere forse la Storia, non solo novecentesca, potrebbe essere stata più serena e più libera. La mia idea potrebbe sembrare ucronica, ma resta comunque un giudizio storiografico che ho chiarito. La migliore conoscenza dei fatti storici potrà garantire alle generazioni future e presenti la migliore sicurezza di non cadere di nuovo nella barbarie: conoscere in modo critico può rendere il mondo un posto più giusto e lecitamente libero; parzialità, distorsione, oblio, giocano a sfavore di una sana società e del benessere globale.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Studi illuministi”
https://drive.google.com/file/d/1tU55jsaX_5ANeqWh91gkbbR3KSzR-81i/view
https://www.academia.edu/122120564/Studi_illuministi
 
1 Si vedano dentro ai miei lavori indicati le parti pertinenti: nella mia pubblicazione Oscurantismo e irrazionalismo del Cristianesimo in Tertulliano (2023) da pag. 17; la sezione intitolata Nevrosi e irrazionalismo in Agostino d’Ippona nel mio saggio Teologia analitica (2020).
https://danilocaruso.blogspot.com/2023/09/oscurantismo-e-irrazionalismo-del_12.html
http://danilocaruso.blogspot.com/2020/07/nevrosi-e-irrazionalismo-in-agostino.html
 
 
2 Indico, al fine dell’approfondimento, dei miei studi: Ermeneutica religiosa weiliana (2013); il mio testo intitolato Antropogonia e androginia nel Simposio e nella Genesi all’interno della mia opera Considerazioni letterarie (2014); gli studi recanti i titoli L’acqua e il dio biblico e Sul biblico “Cantico dei cantici” e su Gn 1,1 presenti rispettivamente dentro le mie opere Teologia analitica (2020) e Radici occidentali (2021); gli altri due testi intitolati Dall’inno stoico a Zeus di Cleante alla fondazione del Cristianesimo e Dalle parole di Gesù Cristo a quelle di Pauline Harmange contenuti nel mio saggio Prospettive rinnovate (2023).
https://www.academia.edu/6280171/Ermeneutica_religiosa_weiliana
https://danilocaruso.blogspot.com/2014/06/antropogonia-e-androginia-nel-simposio.html
https://danilocaruso.blogspot.com/2020/03/lacqua-e-il-dio-biblico.html
https://danilocaruso.blogspot.com/2021/08/sul-biblico-cantico-dei-cantici-e-su-gn.html
https://danilocaruso.blogspot.com/2023/08/dallinno-stoico-zeus-di-cleante-alla.html
https://danilocaruso.blogspot.com/2023/08/dalle-parole-di-gesu-cristo-quelle-di.html
 
3 Nella mia monografia citata nella nota 1, da pag. 28.
https://www.academia.edu/106504462/Oscurantismo_e_irrazionalismo_del_Cristianesimo_in_Tertulliano
 
4 Circa una passata inclinazione antigiudaica de La Civiltà Cattolica centrali le ricerche di Gadi Luzzatto Voghera, direttore del CDEC e autore di varie pubblicazioni storiche sull’antisemitismo. Sul tema indico un suo saggio: Aspetti di antisemitismo nella “Civiltà Cattolica” dal 1881 al 1903, presente sulla rivista “Bailamme”, nel num. 2 – dicembre 1987, alle pagg. 125-138. Utile reputo qua segnalazione, dacché rilevante e pertinente in ugual misura, di un altro saggio, di Annalisa Di Fant: Stampa cattolica italiana e antisemitismo alla fine dell’Ottocento in Les racines chrétiennes de l’antisémitisme politique (fin XIXe-XXe siècle) [Collection de l'École Française de Rome – 306 (2003)], alle pagg. 121-136.
 
5 Per esempio, Der Talmudjude (1871), opera del sacerdote e intellettuale antisemita cattolico tedesco August Rohling (1839-1931), fu considerato un testo iconico dai sostenitori dell’antigiudaismo. Apprezzato dai nazisti, attacca in particolar modo il Talmud, con argomentazioni simili a quelle qui rilevabili negli articoli menzionati de La Civiltà Cattolica.
 
6 A proposito del periodo intermedio antiebraico e oltre, in funzione di exempla di ampliamento dell’orizzonte, voglio segnalare tre lavori. Uno di Boleslao Lewin: La Inquisición en Hispanoamérica / Judíos, Protestantes y Patriotas (1962).  Un altro è: Le radici storiche dell’antisemitismo [a cura di Marina Caffiero (2009)], contenente contributi di autori vari. L’ultimo, mio, nella mia pubblicazione Studi illuministi (2024): Elementi di antisemitismo nella “Divina Commedia”.
https://danilocaruso.blogspot.com/2024/07/elementi-di-antisemitismo-nella-divina.html
 
7 Da Robert Hugh Benson a George Orwell (2024).
https://www.academia.edu/120529286/Da_Robert_Hugh_Benson_a_George_Orwell
 
8 Il caso di questo romanzo può essere approfondito grazie a una mia analisi: La distopica e criptica nazimisoginia di Katharine Burdekin presente nella mia pubblicazione Ritorno critico (2024).
https://danilocaruso.blogspot.com/2024/05/la-distopica-e-criptica-nazimisoginia.html

12 settembre 2023

OSCURANTISMO E IRRAZIONALISMO DEL CRISTIANESIMO IN TERTULLIANO – parte 3 di 4 (L’ANTISEMITISMO DELL’“ADVERSUS IUDAEOS”)

di DANILO CARUSO
 
Il testo che segue è un estratto del mio saggio “Oscurantismo e irrazionalismo del Cristianesimo in Tertulliano” pubblicato nel settembre del 2023 in formato cartaceo e in pdf (ebook), disponibile per intero online qua (possibile il download):
Nel blog è stato ripresentato in quattro sezioni tematiche, il link della parte successiva viene indicato in calce.
Prosegue da qui 

 
Un altro scritto di Tertulliano del suo periodo cattolico ortodosso, prodotto in funzione della polemica antigiudaica, è l’“Adversus Iudaeos”. Esso, quantunque pieno per gran parte di contenuti teologici e biblici cristiani che possono apparire noiosi, e anche insignificanti, giacché messi assieme alla volta dell’utilità propagandistica in un lontano diverso tempo, gioca invece il suo significativo ruolo nel porre le basi di quello che oggigiorno definiamo “antisemitismo”. Questo è sorto nella cultura occidentale nell’ambito religioso cristiano, nelle società cristianizzate è rimasto e si è sviluppato, ma da categoria di spregevole pensiero di religione a lungo andare si è così infiltrato nella mentalità diffusa al punto di poter godere di un’autonomia razzista: dall’Ebreo deicida si è passati a parallelamente assurda generalizzazione formale di etnia. L’animo del Giudeo sarebbe per Natura negativo nelle aberranti concezioni antisemitiche di stampo laico e pseudobiologico. Una simile inaccettabile assurdità ha generato la barbarie nazista, la quale ha tratto la sua linfa dal plurisecolare odio verso il popolo ebreo alimentato per troppo tempo e senza tregua dai cristiani. Costoro in pochissimi secoli sradicarono e cancellarono l’Antichità con le sue religioni pagane, la quale li aveva preceduti e aveva tenuta in piedi una Civiltà occidentale migliore di quella medievale che portarono loro. È facile perciò intuire che mira del Cristianesimo di una volta era quella di far scomparire l’Ebraismo, il quale rappresentava un compagno di via molto sgradito. Tertulliano nell’“Adversus Iudaeos” ci spiega che la religione giudaica è “scaduta”, dal momento della venuta del Messia. Dunque non possiede più una sua ragion d’essere al pari dei satanici culti pagani. Lui non lo dice apertamente in questo testo polemico, però la conclusione appare chiara: come nel mondo non c’è più spazio per il Paganesimo, non c’è più spazio per un ormai deviante Ebraismo. Quest’embrionale, abbozzato nell’ombra, concetto di una religione giudaica da “rimuovere” lo ritroveremo in Hegel, dagli scritti teologici giovanili in poi: l’Ebraismo il quale deve essere rimosso e rimpiazzato alla fine dal “positivo razionale” del Cristianesimo. La “scadenza” che Tertulliano ha appiccicato alla religione giudaica (negativo razionale) è stata l’incipit dell’emarginazione del popolo ebreo, preludio di forme persecutorie accanite quando i rapporti di forza saranno, da Teodosio in avanti, impari. La resistenza del martoriato popolo giudeo sarà per secoli eroica, al punto di suscitare l’ammirazione di Nietzsche20. L’autore di questo “Adversus Iudaeos” sostiene la Legge ebraica essere stato un passaggio storico pro tempore. Prima di essa v’era già una Legge naturale divina, di cui l’altra è stato un calco non destinato a durata indefinita bensì con “scadenza”. Questa è sopraggiunta con l’arrivo del Cristianesimo abolitore della precedente Legge, e migliore attuatore della Legge divina rivolta adesso col Vangelo a tutti senza distinzione etnica. Tertulliano in siffatti ragionamenti si rivela stoicizzante poiché recupera l’idea di un Logos (provvidenziale) accomunante ciascun essere umano21, al quale la nuova religione cristiana si propone di (ri)portare ognuno in funzione della (ri)scoperta salvifica secondo l’ottica teologica della Chiesa. L’autore dell’“Apologeticum” è fautore, come del resto l’intero sistema cattolico neonato, del superamento e della soppressione del vecchio quadro normativo giudaico. Egli s’impegna a dimostrare l’Ebraismo uscito fuori della historia salutis e le profezie sulla venuta del Messia già concretizzatesi nella figura dell’evangelico Gesù Cristo. Secondo me, quello di cui leggiamo nel Nuovo Testamento è ormai un personaggio piegato e adattato alla letteratura mitologica cristiana. Quest’operazione creativa evangelica ha fuso diverse componenti culturali religiose a essa coeve in uno spirito di larga sintesi. Tertulliano riprende le profezie veterotestamentarie sul Messia e il suo gioco di suggestioni non ha partita difficile nel trovare canali di collegamento in ambito neotestamentario. Egli o non capisce o non spiega che simili sintonie sono il risultato di proiezioni veterotestamentarie profetiche sopra gli scritti nuovi testi: chi li scriveva creava quegli agganci poi usati ribaltando weilianamente la frittata. Non c’è di che stupirsi che opere letterarie mitologiche posteriori narrino vicende di convalida di profezie anteriori. Io giudico i Vangeli elaborati pieni di spunti e sfaccettature mitologiche assortite22, elaborati in possesso di povero scheletro storico. Sono paragonabili a favole rivolte a un pubblico perlopiù ignorante. Tertulliano si spende non poco a spiegarci le profezie messianiche veterotestamentarie alla stessa guisa in cui si analizzano le profezie già ritenute avverate di Nostradamus: l’autore latino infatti introduce la “lettura simbolica”. E allora ha vinto la sua partita propagandistica: da un lato perché mediante le decriptazioni religiose simboliche e allegoriche si può affermare dogmaticamente tutto e il contrario di tutto, dall’altro perché mi pare che i testi neotestamentari fossero già stati predisposti alla volta di simili agganci. In generale il corretto modo di esaminare un simbolo è quello passante attraverso un’indagine psicanalitica inerente alla sua nascita, non quello che vi sovrappone una nuova superficiale vernice culturale. Le distorsioni dei cristiani nella lettura del “Tanak” ebraico e nella sua voltura in altre lingue sono state significative. Nei miei studi sui testi ebraici mi sono accorto di varie cose. Di come, ad esempio, nelle traduzioni siano scomparsi il demiurgico Dio venuto fuori dall’archè acqueo assieme alla materia, l’androgino originario poi diviso in due (da cui Adamo ed Eva separati), la mortalità del divino23. E Tertulliano, che già viveva quell’atmosfera mistificatoria, comunica la “scadenza” del Giudaismo! Io non so se in lui la fortissima inclinazione nevrotica impedisse una valutazione migliore su cosa fosse veramente il Cristianesimo delle origini (un deficit agevolato dalla mancanza di fonti informative ponderate), oppure se in lui ci sia uno strato di ipocrisia volto a celare e negare quanto fosse sconveniente al nuovo progetto religioso. Non è da escludere che per la testa gli passassero il desiderio e la volontà di consolidare il novello Cristianesimo a tutti i costi intellettuali giungendo ad avallare distorsioni e falsificazioni possibili. Nell’“Adversus Iudaeos” egli ci offre uno spunto di contestazione tra i più nevralgici. Lui cita Is 7,14 al fine di sostenere un punto di vista cristiano completamente fuori del valore semantico ebraico del caso. La partenogenesi mariana dogmatica avanzata dal Cristianesimo non trova una corrispondenza profetica in Is 7,14. In ebraico quel soggetto, indicato con «ha-almah», che metterà al mondo un bambino non reca con sé nel termine veterotestamentario adoperato (almah) il concetto di partenogenesi. “Almah” vuol dire: fanciulla-in-età-matrimoniale-e-pronta-alla-prima-gestazione. Is 7,14 ci comunica che il neonato di cui si sta parlando sarà figlio di: una ragazza che ha raggiunto la maturità sessuale ed è al primo suo figlio. Non c’entrano assolutamente niente il sovrapposto discorso della prodigiosa maternità e il successivo parto per compenetrazione di Maria (ci sono qua ben due ascientifici dogmi nella gestazione della Madonna estranei a Is 7,14, dove si puntualizza invece, alla luce dell’analisi semantica, che la madre di questo annunziato bambino non sarà né avanti negli anni né a un figlio aggiuntivo). Però Tertulliano e il Cristianesimo hanno usato una incipiente violenza cristiana contro il popolo giudaico a cominciare dal “Tanak”. L’autore latino era al corrente della giusta traduzione, tuttavia o per ignoranza o per nevrotica faccia tosta si rivolge così ai Giudei: «Mentiri audetis, quasi non virginem sed iuvenculam concepturam et parituram scriptura contineat». Lui sta spiegando agli Ebrei che costoro erano deficienti, che non si tratta in Is 7,14 di una iuvencula, bensì della «Virgo Mater». Una cosa del genere merita unicamente un aggettivo qualificativo: orwelliano. Che un simile accanimento sia passato dalla violenza intellettuale cristiana alla violenza materiale cristiana a danno dei giudei non mi stupisce. Il Cristianesimo preteodosiano non aveva un braccio armato di arma, ma quello armato di stilo era veramente una simbolica funesta prefigurazione. Tertulliano nella sua distorsione in questa circostanza poteva appoggiarsi sulla “Septuaginta” traducente «ha-almah» con «ἡ παρθένος». Questo sostantivo greco sfuma e rimuove il concetto ebraico insito in “almah” di “maturità sessuale”, il quale assieme alla sua radice ritorna nel corrispettivo maschile ebraico “elem” (giovinetto non più bambino). “Παρθένος” mette l’accento sulla purezza, castità della fanciulla, non sul suo essere in grado di procreare. “Almah” indica una ragazza giudaica sessualmente maturata. “Παρθένος” indica invece in greco antico una ragazza considerata esclusivamente nel suo stato di incontaminatezza sessuale. tale termine contribuisce, indebitamente, a proiettare su “almah” di Is 7,14 un significato teologico che l’ebraico non possiede. La partenogenesi di Maria madre di Gesù e il di lei parto per compenetrazione costituiscono invenzioni teologiche sessuofobiche cristiane. Il termine greco antico che i Settanta avrebbero dovuto correttamente adoperare nel volgere “almah” è “νεᾶνις”. “Νεανίας” rappresenta l’equivalente di “elem”. Tutto ciò dimostra l’exemplum di un rimodellamento del Giudaismo in vista dell’incontro filosofico con lo stoicismo, un rimodellamento già incominciato nella prima metà dell’Ellenismo. Non per niente questa traduzione alessandrina del “Tanak” non piacque all’Ebraismo ortodosso. Tertulliano nell’“Adversus Iudaeos” intende a modo suo e cristiano convalidare l’illogica tesi storica e teologica della “scadenza” del Giudaismo. Accusa apertamente gli Ebrei di essere rimasti ormai nell’errore. Gli imputa duritia cor per il fatto di inridere e respuere le interpretazioni veterotestamentarie dei cristiani, i quali hanno parlato adversus Iudaeos, ci dice Tertulliano, affinché questi non «in dubium deducant vel negent quae scripta proferimus». La (vuota) presunzione di superiorità tertullianea si mostra totalitaria: le cose che dicono i cristiani sarebbero «paria scripturis divinis». Tertulliano rimprovera a Israele di essersi allontanato dalla via della fides. E qua gioca un’altra carta propagandistica antisemitica a cui il “Tanak” prestò il fianco: le critiche dei profeti al popolo giudaico a proposito della sua infedeltà nei riguardi del proprio Dio. Si tratta di un espediente, nella parte conclusiva dell’“Adversus Iudaeos”, molto sinistro. Giacché Tertulliano afferma che la rovina d’Israele è stata profetizzata, e che si è avverata quando gli Ebrei hanno respinto e rinnegato il Messia cristiano, il quale tolsero di mezzo («interfecerunt») come fosse stato (ai suoi occhi) un delitto di lesa maestà: «ob impietatem». Il Tertulliano avvocato conosceva benissimo l’accezione giuridica della parola “impietas”, e v’è ragionevole motivo di ritenere che il suo utilizzo sia specifico nel quadro di una personale visione sociopolitica teocratica non ancora infiltratasi nelle stanze del potere statale romano. La Dei Gratia ha abbandonato, in questo schema tertullianeo e cristiano, la Domus Israelis, la quale è stata sostituita dal Templum spiritale id est Ecclesia dominica. La linea di pensiero antigiudaica tertullianea si è rivelata durevole, seguita e osservata ampiamente nella storia della Chiesa sino a metà Novecento. La liturgia per la celebrazione del Venerdì Santo cattolico contemplò sino all’era riformatrice di Papa Roncalli un brano molto discutibile, la cui origine risaliva al VI secolo. Il messale tridentino che lo girò alla modernità lo mantenne invariato sino alle modifiche del 1962. Esso recita: «Oremus et pro perfidis Judaeis ut Deus et Dominus noster auferat velamen de cordibus eorum; ut et ipsi agnoscant Jesum Christum, Dominum nostrum. Omnipotens sempiterne Deus, qui etiam judaicam perfidiam a tua misericordia non repellis: exaudi preces nostras, quas pro illius populi obcaecatione deferimus; ut, agnita veritatis tuae luce, quae Christus est, a suis tenebris eruantur». Il celebrente chiede ai fedeli di pregare per i perfidi Judaei il cui cuore è rimasto velato; la preghiera chiede che la misericordia divina, così grande da non tenere in conto la judaica perfidia, possa far sì che l’accecato popolo ebraico, di cui i cristiani si stanno preoccupando, escano dalle tenebre in seguito al riconoscimento della luminosa divina missione di Gesù Cristo. Pietre di scandalo agli sguardi più sensibili appariranno, oltre al riferimento alla volontaria cecità di Israele davanti alla luce del Messia a causa della ebraica mancata apertura di fede verso le profezie veterotestamentarie, le espressioni “perfidi Judaei” e “perfidia judaica”. Queste possiedono la loro diretta radice di significato nel pensiero religioso antisemitico di Tertulliano, il quale tuttavia non si esprime letteralmente ancora così. Che cosa vogliono dire l’aggettivo “perfidus” e il sostantivo “perfidia” in quel testo basso medievale? Denotano dei concetti che l’autore dell’“Adversus Iudaeos” ha esposto in questo suo non apprezzabile scritto: gli Ebrei sono traditori-della-fede (perfidi), sono colpevoli di tradimento (perfidia). “Perfidus” e “perfidia” sono parole latine derivate dall’unione di per e fides. Per (prefisso) indica qui l’idea di deviazione (come nel caso di periurus). Fides (dalla cui radice la parte del tema) è fede (fiducia), e nel nostro contesto cristiano l’accezione è religiosa. Tertulliano ce l’ha detto chiaro e tondo: «A […] fide Israel excidit [è uscito perdendosi]». Egli non adopera i termini che sto esaminando, ma ne formula i concetti, i significati, su cui la Patristica a lui posteriore del IV secolo imporrà quelle parole, “perfidi” e “perfidia”, a denotare quella qualità e quella sostanza di marca teologica testé spiegate. Nei Padri della Chiesa eresia, apostasia, devianza dottrinale appunto, erano denotati col termine “perfidia”, il quale assunse ulteriormente in quest’ambito teologico il valore semantico di ostinazione (nell’errore, nella devianza riguardo alla fede). Sino all’epoca di Pio XII si intendeva pregare per i traditori Giudei, responsabili del giudaico tradimento. Lo schietto significato, teologico, di quelle espressioni è questo. Al di là di questa valenza delle parole “perfidus” (in senso lato, chi-devia-dall’affidamento) e “perfidia” (parimenti in generale, l’azione-di-deviazione-dall’affidamento) nel loro contesto d’uso cristiano denotante gli Ebrei, il loro uso popolare (a forza di sentirseli ripetere negli insegnamenti e nella liturgia) spinse “perfidus” e “perfidia”, accanto al loro binario semantico teologico, a spostarsi in direzione di una laicizzazione, di una naturalizzazione. La massa occidentale bombardata tra l’altro da propaganda religiosa antigiudaica finì col pensare che questi Ebrei (ingiustamente bersagliati), “perfidi”, fossero malvagi per Natura, ossia creature fisiologicamente inaffidabili e nocive. Dalla degradazione teologica è sorto l’antisemitismo nella forma del razzismo biologico tragicamente culminato nel nazismo. L’antisemitismo possiede ormai due facce, però la moneta è una sola, e l’ha coniata il Cristianesimo all’epoca della sua nascita. La parallela folle idea di un antisemitismo biologico fu formulata nella cattolicissima Spagna del Cinquecento allorché il tradizionale ceto sociale dominante cristiano ebbe motivo di temere l’ascesa del nuovo ceto provenuto dalle recenti non libere conversioni di Ebrei e islamici rimasti sul suolo iberico. Venne concessa la possibilità a enti richiedenti di poter attuare delle discriminazioni sulla semplice base dell’origine etnica. Fu sostenuto che i Giudei fossero geneticamente malvagi, allora si parlava di sangue e di trasmissione di caratteri spirituali. La natura dell’Ebreo rimaneva, secondo questi altri psicopatici teorici, costantemente tendente al male. E poiché era chiaro che ciò sostenendo, si minava il potere salvifico del sacramento battesimale per chiunque, ne venne fuori un confronto teologico aspro fra protonazisti e tradizionalisti antigiudaici aperti alle conversioni. Infatti los estatutos de limpieza de sangre non divennero uno strumento universale dello Stato spagnolo, ma vennero adoperati con non indifferente diffusione laddove si teneva a escludere il paventato pericolo di un contagio soprattutto giudaico delle istituzioni a rischio di cadere in balia di impuri per Natura nuovi cristiani convertiti. Questa patente di sanità socioreligiosa, che certificava la presenza di sangue incontaminato proveniente da lunghe genealogie di cattolici, tranquillizzava alcuni e gli dava la sicurezza che il virus ebraico non gli avrebbe tolto di mano il timone nella società. Los estatutos de limpieza de sangre furono abrogati in Spagna verso la fine dell’Ottocento, e divennero prima nel periodo dell’auge coloniale un criterio razziale generale ossessivo nell’America latina, dove l’ideologia suprematista bianca incalzava nevroticamente i discendenti dei coloni. In Europa i Giudei colpiti dagli effetti de los estatutos de limpieza erano costretti a indossare il sambenito, lontano antenato dei mortificanti contrassegni sull’abbigliamento pretesi dai nazisti sopra le categorie umane da questi ritenute nocive alla società. L’Inquisizione spagnola trovò congeniale tale nuovo razzismo biologico e si accanì sui “falsi convertiti” (per convenienza). I gesuiti invece rimasero fedeli allo schema antiebraico tertullianeo scevro di aperti razziali richiami pseudobiologici. Per i fautori di simile lasciapassare sociale, che apriva le porte di importanti stanze, il popolo ebreo era stato traditore della fede giacché il tradimento era nel suo sangue, i caratteri morali si ereditavano a prescindere dal battesimo, e i Giudei in quanto tali sarebbero dovuti essere estromessi dai centri dirigenziali ed emarginati; nel frattempo Ebrei convertiti furono condannati a morte (marranos). Se rammentiamo pure i quemadores dell’Inquisizione spagnola, possiamo completare il quadro delle analogie naziste. El estatuto de limpieza de sangre appare il precursore della certificazione di appartenenza alla razza ariana previsto dai tragici regimi razzisti novecenteschi. Si tratta sempre di antisemitismo, la faccia della medaglia costituisce un dettaglio, il bersaglio additato è sempre quello inventato dal Cristianesimo originario: gli Ebrei traditori e malvagi. L’antisemitismo in tutte le sue forme si rivela un prodotto o un derivato della religione cristiana. L’antigiudaismo tertullianeo ha attraversato i secoli. “Adversus Iudaeos” è il titolo di un’opera di Agostino d’Ippona24. Nell’inferno dantesco la sezione più profonda viene riservata ai peggiori traditori: si chiama Giudecca, con esplicito richiamo ai pregiudizi cattolici antisemiti, là stanno i Giudei traditori25. Dall’antisemita Lutero in poi l’antigiudaismo cristiano fu liberato da una cappa istituzionale rigida e poté, malauguratamente, in maggiore libertà evolversi alla volta della sua forma pseudoscientifica non religiosa. L’Ottocento in Germania contribuì a creare, in negativo, il mito (nero) della purezza tedesca e l’ideologia pangermanica. Fichte sostiene un inquietante primato storico e spirituale del popolo tedesco nei confronti del resto dell’umanità. Egli, suggestionato da un lato dalla dottrina veterotestamentaria di un popolo (in senso etnico) divinamente eletto e dall’altro dalle filosofie del linguaggio di Herder e del “Cratilo” platonico, afferma che i Germanici mitteleuropei siano rimasti un gruppo storicamente non contaminato per parecchi secoli da fattori esterni. Il fondatore dell’idealismo moderno identifica nella lingua nazionale l’elemento discriminante, scartando in ciò il peso del sangue e del territorio. L’uso della lingua dei Tedeschi, secondo Fichte, non è stato troncato e innestato dal latino (come ad esempio nel caso dei Galli). Tale privilegio di continuità concederebbe al popolo germanico migliore e maggiore vicinanza all’origine linguistica umana, e in un’ottica platonica la prossimità a quanto ci sia di più autentico nella realtà. Fichte proclama i Tedeschi portavoce dell’Assoluto, attraverso di loro passerebbe la palingenesi dell’umanità, rimasta zavorrata in materiali interessi individuali. È il popolo, in quanto entità spirituale, il vero motore mondano della vita. L’individuo vive in esso e non per sé. E al popolo germanico spetterebbe il compito di correggere tutte le altre genti sparse nel mondo. Ebrei compresi, cui Fichte rivolge la sua particolare antipatia in “Contributi per rettificare i giudizi del pubblico sulla Rivoluzione francese”. Qui egli afferma che, ovunque siano nel continente europeo, costoro costituiscono un corpus misantropico dentro ogni società statale. Li etichetta quali mercanti pericolosi per il prossimo nella loro brama di acquisizione, astiosi con gli altri popoli in cui vedono i figli di coloro che li dispersero nel mondo, fanatici adoratori di un Dio in comune con la Cristianità che loro pretendono di tenere in esclusiva. Il filosofo tedesco esterna la sua preoccupazione che la piovra giudaica, uno Stato dentro lo Stato dice lui, possa mandare in rovina l’ordine delle società cristiane europee. Perciò, a suo sconcertante avviso, non va dato assolutamente spazio ai rappresentanti del popolo ebraico sparsi nei vari consorzi sociali, perché i Giudei userebbero il loro potere per sopraffare gli altri. Fichte è sgradevolmente chiaro: a questa gente non va concessa la cittadinanza dello Stato in cui vivono (sic!). Si tratta in tale suo parlare di pregiudizi accolti con irresponsabile tranquillità e promossi da un filosofo in luogo di una analisi da parte di costui obiettiva che ne rintracci le cause storiche e ideologiche. Il filosofo tedesco appare inoltre contraddittorio e ipocrita nel suo dire qua. Non vuol passare per intollerante e condanna tutte le forme di persecuzione religiosa, e al contempo lamenta che ci sia un’eccessiva inaccettabile tolleranza verso i Giudei, a cui vorrebbe mozzare il capo per sostituirlo con una testa non giudaica, se non anche trasferirli in massa in Palestina (come ebbe a suggerire Lutero a suo tempo). Fichte riporta un topos antisemita luterano ricordando che gli Ebrei sarebbero soggetti ingannevoli, cioè malvagi e perfidi, e si vanta, pur disprezzandoli manifestamente, di averne protetto qualcuno a suo rischio (sic!). Il fondatore dell’idealismo moderno sottolinea l’importanza che rivestono per lui la religione e la figura di Gesù Cristo, delle quali indubbiamente risente il condizionamento. A conclusione di questa sua specifica non condivisibile parte di opera in cui ha affrontato simili temi (in guisa così sgraziata e priva di riflessione autentica) il filosofo tedesco sfida il suo lettore, dopo essersi dichiarato non avvelenato nell’animo, a confutarlo coi fatti. Ebbene, caro Fichte, la Storia ha dimostrato infausto tutto il tuo ragionamento, alla luce, non soltanto, dei tragici fatti relativi all’Olocausto. Senza così sinistre sponde l’antigiudaismo sarebbe rimbalzato di meno in avanti nella Storia. Fichte nel suo porre l’accento della primazia tedesca sulla lingua compie una valorizzazione di Lutero e della Riforma protestante poiché il popolo germanico è stato liberato dalla “Bibbia” in latino e ne ha avuta in mano una in tedesco. Nella visione fichtiana tale passaggio rappresenta un motivo di vanto. Più avanti quando Nietzsche opererà una voltura concettuale del Cristianesimo luterano in una filosofia laica e pseudobiologica26 recupererà altresì due categorie che si rivelano significative: l’antisemitismo luterano (e cristiano-tertullianeo in genere) e la componente dionisiaca presente nella figura evangelica del Messia27. Fichte ha reso i tedeschi il nuovo popolo eletto, e ciò si è venuto a contrapporre alle parallele vecchie pretese di Ebraismo e Cristianesimo. Il razzismo nietzschiano, di marca pseudobiologica, celebrante gli ariani, nel suo rigetto delle religioni, ha individuato nell’Ebraismo il suo contrapposto principale in senso etnico. Quest’aspetto del pensiero di Nietzsche, a mio avviso, nei generali recupero e rielaborazione di mattoni luterani, dimostra che pure l’antisemitismo nel quadro nietzschiano non sia nient’altro che un congeniale ritorno (in quella non condivisibile ottica ovviamente), dell’antigiudaismo canonico cristiano però liberato della faccia religiosa della medaglia di cui ho detto. Il razzismo di Gobineau, dal mio punto di vista, rappresentò un supporto esterno, accidentale, non necessario alla sfera tedesca ottocentesca e novecentesca, la quale possedeva già da sé una qualificata, purtroppo, cremeria filosofica di discriminatori (Kant, Fichte, Schelling, Hegel, Schopenhauer, Marx, Nietzsche, Weininger, Heidegger). Da Nietzsche in poi il feroce antisemitismo di Lutero (il quale fu a danno dei perfidi Giudei un istigatore all’emarginazione sociale, agli espropri, ai lavori forzati, alla violenza) rivive soltanto nelle forme degenerate del rovescio della medaglia antisemita cristiana, il lato de los estatutos de limpieza de sangre, i quali ritroveremo separati da una cornice teologica e inseriti in uno schema razzistico pseudobiologico nella deprecabile esperienza nazista. Fu Fichte stesso a creare le condizioni del passaggio dell’antisemitismo luterano, durante l’incrocio di questo con idee romantiche tedesche accostabili alle di costui di sopra, alla volta di una di esso incisiva ripresa in ambito sociopolitico. “Lingua+Lutero+antigiudaismo”, un trinomio di spunti ideologici torbidi; al punto tale che il primato linguistico ha lasciato il passo in era positivistica a un fattore principe, quello del sangue, de la limpieza de sangre. Un altro dettaglio da non trascurare a proposito di Nietzsche e Tertulliano è che l’esaltazione del “dionisiaco” del primo a scapito dell’“apollineo” non fa altro che riproporre il modello tertullianeo irrazionalista il quale rifiuta la filosofia e il pensiero razionalizzanti per privilegiare pulsioni di “dionisiaco (cristiano)” vitalismo cieco e scriteriato. Non si rivela peregrino che nei “Discorsi alla nazione tedesca” Fichte dica che chi appartiene al popolo eletto tedesco, diretto luminoso raggio della vita universale la quale marcia sempre in atto, debba mostrare disponibilità all’estremo sacrificio per il bene del popolo. Sembra un discorso alquanto pazzesco che sa di martirio cristiano, allora permeato di irrazionale slancio suicida dionisiaco, che ritroveremo nell’ideologia filofichtiana e nietzschiana nazista (dulce et decorum est pro patria mori). Dentro il nazismo sono finite molte ombre del passato, e tutte risalenti alle origini del cristianesimo. È possibile ricostruire, come si vede, i percorsi e trovare cause prossime e cause remote in un ponderato obiettivo esame. La linea di pensiero dell’antisemitismo tedesco è questa: Tertulliano-Agostino d’Ippona-Lutero-Fichte-Nietzsche-Hitler. L’antisemitismo luterano laicizzandosi fu filtrato e assorbito dalla suddetta apologia delle genti tedesche, la quale trovò il suo perfetto interprete (potremmo definirlo in negativo senso lato un “profeta”) in Nietzsche. L’idea che è venuta fuori da questo processo è quella di una Germania salvatrice dell’Umanità dalla piovra ebraica: idea molto malsana che infiniti addusse lutti. Nietzsche non è un precursore del nazismo, furono i nazisti a essere prosecutori nietzschiani. Di questa sciagurata ideologia di esaltazione germanica antisemitica Nietzsche rappresentò una specie di profeta veterotestamentario, mentre, proseguendo il paragone, il messia neotestamentario fu Adolf Hitler e il “Mein kampf” risultò essere una sorta di vangelo. Pio XI, pur potendo far cancellare i due discussi termini “perfidi” e “perfidia” dalla liturgia cattolica, preferì accontentare l’ala antigiudaica della Chiesa e lasciare il di essa razzismo spiritualista a danno degli Ebrei intatto. Cercò soltanto, senza successo perché morì, di attaccare il razzismo biologico nazista. Papa Ratti vide il bicchiere mezzo vuoto a differenza del suo successore. La Germania nazista sedicente grande salvatrice dell’Umanità dalla piovra giudaica grazie alla sua dottrina razzistica biologica costituiva una seria avversaria della Chiesa, sedicente grande salvatrice dell’Umanità dalla piovra giudaica grazie alla sua dottrina razzistica spiritualistica. Se la Chiesa non apprezzava il razzismo biologico antisemita nazista in quanto non spiritualista, ebbe un giudizio più morbido su quello italiano emerso disgraziatamente alla ribalta alla fine degli anni ’30, a proposito del quale anzi a tratti in alcuni suoi quotati rappresentanti espresse particolare simpatia. Pio XI aveva disposto un’enciclica dove si attaccava il nazismo e la sua ideologia razzistica antigiudaica. La sua morte nel ’39 fermò l’imminente pubblicazione, e Papa Pacelli subentratogli la sospese del tutto ritenendola inopportuna. Dal punto di vista tertullianeo di quest’ultimo il bicchiere era mezzo pieno: alla Chiesa, tutto sommato, gli effetti di privazione delle libertà a scapito dei Giudei negli anni Trenta e Quaranta risultavano graditi in ossequio al proprio tradizionale antiebraismo cristiano, poiché i traditori della fede avevano guadagnato le loro punizione divina e rovina storica (a prescindere dalla strumentalità contingente). Pio XII è stato sconcertante nella sua assente esternazione pubblica di una protesta contro le legislazioni razziali e le persecuzioni antisemitiche della prima metà del ’900. Lo storico statunitense di origine ebraica Daniel Goldhagen ci rammenta due significativi episodi circa l’acquiescenza ecclesiastica alle leggi antisemite laddove emanate. Nell’estate del ’41 l’ambasciatore della Repubblica di Vichy presso il Vaticano chiese alla sede pontificia un parere di conformità sulla legislazione antigiudaica varata dal suo Stato fantoccio nazista francese. La risposta fu così positiva ed entusiasmante (i Giudei, a detta del suo interlocutore ecclesiastico, meritavano l’emarginazione affinché non nuocessero agli altri) che la collaborazionista Repubblica di Vichy rese ufficialmente nota l’approvazione: da Roma non pervenne nessuna smentita. Dalla sede pontificia, addirittura, motivata da visibile quasi integrale approvazione nei confronti di quelle aberranti norme, pervenne nel ’43 al governo presieduto dal generale Badoglio la sollecitazione a mantenere attive tutte le limitazioni a carico degli Ebrei, apprezzate dalla Chiesa, previste dalle giustamente abrogande leggi razziali fasciste dopo l’armistizio, con l’esclusione dei Giudei aderenti al Cattolicesimo. A fungere da portavoce il gesuita Padre Pietro Tacchi Venturi (un amico di Mussolini) presso l’allora ministro per gli affari interni. La deprecabile legislazione discriminatoria e razzista emanata dal fascismo nel periodo 1937-38 fu abrogata dallo Stato italiano a partire dal ’44 attraverso numerosi provvedimenti, però durante la guerra era proseguita infaustamente nei territori della RSI. Con il Concilio Vaticano II (1962-65) la Chiesa ha cambiato di 180° la sua pregressa posizione tertullianea riguardo al Giudaismo.
 
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NOTE
 
20 Sul pensiero nietzschiano esiste un mio lavoro analitico dentro al mio saggio di nota 10, intitolato Leopardi e Nietzsche: i profeti del male?.
 
21 In vista di un approfondimento si veda nella mia opera Prospettive rinnovate (2023) il mio studio Dall’inno stoico a Zeus di Cleante alla fondazione del Cristianesimo.
 
22 Vedansi: la mia analisi indicata nella nota 1, e l’altra recante il titolo Iside e Osiride, Cristo e la Madonna all’interno della mia pubblicazione Note di studio (2016).
[2.3 di questo testo]
 
23 Approfondimenti possibili mediante miei lavori in miei saggi: Radici egizie in Ermeneutica religiosa weiliana (2013); L’acqua e il dio biblico in Teologia analitica (2020); lo studio menzionato nella nota 7.
 
24 Riguardo a un approfondimento su questo testo agostiniano si veda l’indicazione di nota 9.
 
25 Vedasi nota 12.
 
26 Si veda la nota 20.
 
27 Al fine di approfondire si veda il mio studio segnalato nella nota 1.