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giovedì 22 luglio 2021

LA GENESI DELL’UMANESIMO ITALIANO

di DANILO CARUSO
 
Il cosiddetto Umanesimo italiano, periodo della civiltà culturale post-medievale, ha avuto inizio con la coniazione del Fiorino, moneta creata in Firenze nel 1252. Tutta la cultura umanistica mirò a fornire una giustificazione all’attività umana legata al denaro e agli affari. Non c’entra nessun interesse culturale genuino. Se si celebrò allora l’attivismo, assieme alle sue cause e ai suoi effetti, ciò accadde principalmente nello spirito capitalistico introdotto dal Fiorino. Il quale seguito a breve dal Ducato veneziano, altra moneta pregiata, costituì con questo la valuta più accreditata per molto tempo. L’Umanesimo seguendo il copione della hegeliana nottola di Minerva, intervenne a fornire la copertura ideologica nei confronti di una dinamica già sorta. La nascita del sistema bancario alla fine del Medioevo non era compatibile con l’illiberale totalitarismo cattolico. L’istituto rappresentato dalla banca non può svilupparsi entro margini ristretti, dove gli incentivi ai consumi mondani siano condannati. La condanna dell’edonismo, a tutti i livelli, sostenuta dal Cattolicesimo cozzava contro gli interessi di banchieri e imprenditori. Il mettere al centro dell’attenzione l’essere umano nelle sue sfaccettature, in primis nella volontà attivistica (una ante litteram e sui generis teorizzazione del wille zur macht nietzschiano1), mirava a legittimare gli spazi guadagnati dalla borghesia a scapito della Chiesa (tale dialettica culminerà nella scissione luterana). Gli intellettuali umanisti italiani costituiscono effetti, epigoni, rispetto a una causa precedente in ogni senso. Per dirla in termini marxiani: l’Umanesimo italiano è fenomeno “sovrastrutturale”. La città di Firenze a partire dalla fine del Medioevo è centrale in tutta la faccenda: da un lato sostanziale a causa del Fiorino, dall’altro formale grazie alla nuova proposta socioculturale messa su carta da autori legati in vario modo al Comune fiorentino. A suo tempo Dante aveva visto il movimento emancipatore capitalistico e lo aveva osteggiato2. Lo Stilnovismo in Italia, assieme alla Scuola siciliana, rappresentò lo spartiacque fra ideologia cattolica restrittiva e smarcamento dal controllo3. Guido Guinizelli si presenta come un umanista, nel senso nobile del termine, nel momento in cui restituisce dignità alla figura femminile e alle dinamiche libidiche. Questo non opera Dante, per cadere nell’integralismo cattolico della “Commedia”4. Successore dantesco appare Francesco Petrarca. Costui ama la lingua degli angeli più del volgare: il primato va dato alla Cristianità quale sistema sociopolitico europeo, e non alle realtà inferiori con lingua propria. La sua riscoperta dell’antichità possiede una mira reazionaria: riportare alla mentalità patristica. Egli scimmiotta Agostino d’Ippona5, respinge una mentalità scientifica moderna, arriva a dire che la letteratura sia superiore alla medicina (il che costituisce assurdità inaccettabile, assurdità che era omogenea al sistema culturale della Chiesa medievale, dove le Sacre Scritture prevalevano sopra e impedivano il progresso scientifico). Simile dialettica fra Rinascimento scientifico-filosofico e chiuso spirito di conservazione integralistica avrà i suoi due casi eclatanti esemplari nelle vicende di Giordano Bruno e di Galileo Galilei. Il Petrarca rifiuta una moderna metodologia di indagine razionalistica, in contrasto con la filosofia in genere, non solo con i razionalisti medievali. Non accetta l’interesse scientifico verso la Natura da parte di chi alla sua epoca si mostrava più avanti (si veda la scienza araba) legandosi a un pensiero di matrice più religiosa che umanistica (qualunque sia il significato che vogliamo dare all’aggettivo). Francesco Petrarca raffigura un medievale integrale, la sua ricerca degli antichi scrittori possiede sfondo reazionario (una cosa che si nota altresì in Leopardi6); il suo porre l’accento sull’individualità personale e la propria simpatia nei confronti di sant’Agostino lo avvicinano al nevrotico Kierkegaard7, non allo status di “umanista” con cui viene celebrato. La Laura del primo rappresenta alla fin fine un’agostiniana bambola in funzione di esempio misogino: la donna costituisce più causa di turbamento agli occhi di un uomo che di benessere. Siamo agli antipodi di Guinizelli e su una posizione kierkegaardiana: il teologo di Copenaghen era pure filopatristico, e non rappresenta fantascienza critica voler condurre un confronto fra gli effetti (disorientanti) prodotti nei rispettivi casi da Regina Olsen e Laura. Quest’ultima viene definita in apertura del canzoniere petrarchesco un errore di gioventù: «mio primo giovenile errore». Tutto ciò che si poteva nutrire a carico di tale Laura in termini di trasporto erotico da parte del Petrarca viene seccamente condannato: «del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto, / e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente che quanto piace al mondo è breve sogno». Nei “Rerum vulgarium fragmenta” l’autore parla di uno scampato pericolo analogo a quello dantesco al cospetto di Paolo e Francesca nell’inferno8. Il Petrarca, al pari di Dante, trasforma lo Stil Novo in distopia mediante una dialettica “Laura stilnovistica guinizelliana / Cattolicesimo patristico agostiniano”. La morte di lei, sulla falsariga di quella di Beatrice, evoca auspici inconsci, soddisfazioni raggiunte nell’ottenimento di una liberazione dalla ianua Diaboli, in relazione a un femminicidio: queste donne sono irraggiungibili, ergo devono morire. Poi diventano bambole letterarie. In travagli nevrotici del genere si scopre una legittimazione della caccia alle streghe. Sembra che la Laura petrarchiana (conosciuta dal poeta sposata avente 16/17 anni) sia stata un’antenata di Donatien Alphonse François de Sade9 in quanto moglie del marchese Ugo de Sade, morta a 37/38 anni a causa della peste. Un filone della critica letteraria vorrebbe che ella sia nel canzoniere petrarchesco un simbolo raffigurante la Poesia. Se Beatrice era diventata la Teologia, niente di strano che questa divenga imago dell’ambizione artistica mondana del Petrarca contrapposta a un ideale più ristretto di religiosa impronta classico-ascetica. Comunque le letterature che egli condanna rimangono sempre quelle occitana e stilnovistica, vale a dire quelle della “donna angelicata” e della libido positiva. La Firenze del Fiorino mi rievoca per certi versi la Ionia presocratica con la sua voglia di liberarsi dal mito e di approcciarsi alla physis in guisa non religiosa. Ovviamente i due contesti storici sono molto diversi giacché distanti nello spazio e nel tempo, ma nel loro fondo giace una volontà di superare i limiti precedenti che non garantivano solidità all’espansione socioeconomica. Il messaggio umanistico nel contrapporsi alla tradizione scolastico-aristotelica si configurò all’inizio quale antirazionalistico, sulle posizioni petrarchiane. Cosicché nell’intellettuale fiorentino Coluccio Salutati troviamo un personaggio dai due volti: esaltatore dell’attivismo umano su un fronte, disprezzatore del progresso scientifico dall’altro. La cosa tuttavia non appaia strana poiché l’irrazionalismo è proprio del fenomeno capitalistico10, e il suo comportamento non segue una logica di buon senso ma guarda soprattutto alla logica del profitto. La scientificità avrà la sua rivincita funzionale nel tempo, notandone l’utilità ai fini del capitalismo: un mondo sconosciuto, mantenuto insicuro campo di attività non giova; è preferibile mantenersi dentro un perimetro di gioco dove la scienza mantenga un arbitraggio sicuro a favore, magari fornendo tecnologie a risvolto commerciale (pensiamo ad esempio all’introduzione della stampa tipografica). La Chiesa non ebbe simpatia nei riguardi del progresso scientifico perché questo metteva in crisi a beneficio della libertà il dominio culturale e politico della prima: un modello negativo nella sua configurazione formalmente analogo a quello non così tragico della Ionia presocratica (là lo sviluppo filosofico in direzione da subito fisiologica non comportò persecuzioni di matrice religiosa, fu un’attività molto più agevole). Il pericolo rappresentato dall’interesse scientifico coltivato nel Rinascimento agli occhi dei cattolici integralisti provocherà l’estrema reazione ecclesiastica: le ricordate vicende di Bruno e Galilei segnano un punto critico nella storia in seguito al quale l’Europa ha avuto l’obiettivo di mettere all’angolo il pesante avito condizionamento religioso. La marcia di liberazione capitalistica era incominciata con l’Umanesimo fiorentino. Notiamo che il fine è quello di ammorbidire e ribaltare l’antiedonismo cattolico, di dare dignità all’attività speculativa economica. In tal senso una triade di umanisti legati allo spirito fiorentino si mostra molto rilevante nella comprensione della fenomenologia esaminata: 1) Leonardo Bruni, 2) Poggio Bracciolini, 3) Leon Battista Alberti.
1) Il primo possiede idee benthamiane. Rivaluta la dimensione del piacere nell’agire umano, rilegge in chiave attivistica l’etica aristotelica dove l’obiettivo contemplativo della migliore vita umana diventa attività di pensiero che si afferma nella realtà a produrre, e producendo fa conseguire virtù e felicità. Tale argomento del conseguimento di una condizione felice mi rammenta la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti nella quale si menziona un “diritto alla felicità” quale lecita possibilità sottintesa della proprietà privata. Intesa alla maniera di Max Weber nei contesti capitalistici, essa viene presa in considerazione teorica, anche se non in quanto tale, nella cultura umanistica attraverso il tema della Fortuna (già presente in Dante con connotazione agostiniano-protestante). È l’antenata della “mano invisibile” di Adam Smith, la quale Fortuna sviluppandosi sulle basi dell’antipelagianesimo di Agostino d’Ippona giungerà in campo protestante strutturandosi come “predestinazione” alla felicità terrena e celeste, nel primo caso col premio della ricchezza. Leon Battista Alberti affermò il primato dell’azione umana, nella modalità “virtuosa”, sulla Fortuna: il Caso può essere battuto grazie all’impegno qualificato (la sostanza da conseguire è la medesima messa in luce nell’analisi weberiana del Calvinismo: il successo dell’impresa, il contorno ideologico laico o religioso alla fine si mostra un dettaglio di facciata).
2) Il secondo autore ricordato sopra, Poggio Bracciolini, ha sottolineato il valore positivo (nell’ottica capitalistica) assunto dai soldi e dalla ricchezza all’interno del sistema sociale, i quali danno luogo all’estetica artistica nelle varie forme in cui si rende concreta.
3) Il terzo umanista della superiore triade, Leon Battista Alberti, prosegue la scia teorica capitalistica fiorentina. Nacque nel 1404 (forse a Genova). La sua famiglia esiliata da Firenze nel 1337 era impegnata in attività imprenditoriali nel commercio. Egli continuò a celebrare l’attivismo umano considerandolo nella forma collettiva, perciò tematizzò l’importanza dell’architettura urbana. Nell’assetto urbanistico, a suo avviso, deve riflettersi l’ordine naturale, il quale è anche ideale di virtù. La trattazione di questo umanista rivela due segmenti di analisi che meritano di essere ben evidenziati. a) L’Alberti possiede un quid di massonico nel momento in cui fa dell’uomo un imitatore del Grande Architetto dell’Universo che nella Natura pone il proprio edificio di ordine. La “città albertina” è ante litteram massonica (pensiamo al progetto della capitale americana Washington). b) L’edilizia, sul piano più materiale, è sempre stata un’attività saliente nelle società a vocazione espansiva capitalistica. L’Alberti coglie alla perfezione il suo ruolo nella prospettiva di arricchimento e di circolo della moneta (rammentiamo il New Deal rooseveltiano).
Il letterato che può considerarsi sul serio primo umanista è il Giovanni Boccaccio del “Decameron”, il Boccaccio bancario (quello dell’età più matura si involvette sul sistema cattolico poiché perse la sua posizione lavorativa moderna, e pertanto si adeguò giocoforza sulle posizioni reazionarie e misogine del “Corbaccio”). Il capitalismo fiorentino trovò un’ottima spalla nel romano Lorenzo Valla, che studiò da ragazzo forse pure a Firenze. Il noto autore del “De falso credita et ementita Constantini donatione” si riaggancia infatti alle posizioni filoedonistiche del Bruni, comunque su base epicurea rimanendo nel confine cattolico, almeno in apparenza. Il salto da un Valla paolino esaltatore di una forma attivistica nei canali delle virtù teologali (fede, speranza, carità) a scapito del razionalismo verso lo huxleyano Brave New World non è molto distante: il binario è quello accennato11. Del Valla, che si guadagnò l’attenzione dell’Inquisizione, è da ricordare anche l’idea di una Chiesa che abbandonasse l’agone politico: il che è stato l’ideale liberal-massonico di sempre. La tendenza a sbarazzarsi dell’invadenza ecclesiastica condusse gli umanisti di natura capitalistica a contrapporre Platone all’Aristotele cattolico-tomistico12. Una Accademia neoplatonica fiorentina venne fondata nel 1462 grazie a Cosimo de’ Medici dietro la suggestione del pensiero di Giorgio Gemisto (Pletone) fautore di un radicale ritorno a Platone e di una religione platonizzata depurata dal Cristianesimo. Dell’Accademia di Firenze tra gli altri fecero parte Leon Battista Alberti, Marsilio Ficino e Lorenzo il Magnifico. Quest’ultimo fu avversato dal Savonarola, estremista religioso che diede luogo a un fiorentino regno della follia, parente ideologico tutto sommato dell’integralismo cattolico. Una cosa importante che mi preme ricordare a proposito del Ficino è il fatto che James Hillman lo abbia indicato quale precursore dei contenuti della psicologia neojunghiana archetipica. Tengo a questo dettaglio per via del collegamento che altrove ho fatto fra il Guinizelli e il “processo di individuazione” di Jung. In quella mia analisi legai lo stilnovista bolognese a Platone, e far notare come Hillman veda spunti contenutistici di natura psicologica archetipica in Ficino, altro autore più apertamente legato al platonismo, serve a rafforzare l’impostazione che ho dato a quest’altro mio esame. In particolare Hillman dal canto suo rileva in Ficino un precursore psicanalitico per via della centralità assunta in questo dalla concretezza psichica dell’anima, la quale diventa l’immediato punto di partenza nell’interagire e nel conoscere il Mondo: tutto il resto (memoria, facoltà razionali) è in essa contenuto e posteriore; i livelli simbolici della psiche sono di pertinenza dell’anima (dalla loro origine giungono poi alla Ragione). A conclusione della presente analisi, in funzione di prosecuzione e approfondimento voglio segnalare un mio precedente studio dedicato alla “Madonna del latte” di Jean Fouquet13.
 
 
NOTE
 
Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.
 
1 Chi desiderasse ampliare può leggere un mio studio:
 
2 Per approfondire indico un mio saggio:
 
3 Chiarisco meglio qui:
 
4 Si veda nota 2.
 
5 Un approfondimento sul pensiero agostiniano qua:
 
6 Vedasi nota 1.
 
7 Leggendo questo testo si comprenderà meglio:
 
8 Si veda nota 2.
 
9 Chi avesse voglia di una analisi sadiana troverà qui un mio lavoro:
 
10 Ho affrontato l’argomento in un mia monografia:
 
11 Il senso del ragionamento apparirà più nitido mediante questa lettura:
 
12 Riguardo a questo dettaglio indico un mio studio:
 

mercoledì 7 luglio 2021

GUIDO GUINIZELLI E LA NASCITA DELLA SISTEMATICA CACCIA ALLE STREGHE

di DANILO CARUSO
  
La critica letteraria che ha visto nel fenomeno stilnovistico guinizelliano un esperimento di mediazione fra topoi erotici trasgressivi occitani e morale rigoristica cattolica medievale non ha colto a mio modestissimo sentire la sottigliezza dell’elaborazione di Guido Guinizelli, ghibellino bolognese vissuto nel XIII secolo. La letteratura provenzale cortese che riabilitava la figura femminile in maniera positiva, ponendola come meta ideale in una dialettica di sensualità, si era fermata al livello libidico freudiano. Ciò ovviamente urtava la sensibilità religiosa misogina del Cattolicesimo, il quale ebbe molto da temere dal Sud francese che cercò in vari ambiti di ottenere autonomia culturale dal controllo cristiano. Da un lato i femministi catari, dall’altro la letteratura occitana ribaltante la concezione patristica della donna, costrinsero il Papato a fare un salto di qualità nella repressione del dissenso e del progresso. L’Inquisizione nata al termine del XII sec. allo scopo di contenere con efficacia concreta il dilagare eretico raggiungerà in seguito il popolo femminile in quanto tale. Il passaggio alla violenza materiale cattolica generalizzata quale strumento pubblico giuridico possiede da un canto quale causa remota un sistema ideologico viziato da crepe patologiche1, d’altro canto quale causa prossima l’esigenza di impedire l’esistenza e il radicarsi di un’alternativa rispetto a un totalitarismo socioreligioso. Ci si chiede talvolta perché la Chiesa abbia a un certo punto della sua storia ingigantito lo spauracchio immaginario delle streghe proseguendo la feroce misoginia patristica con un’opera sistematica di disumane tortura e uccisione. La mia risposta è che il pretesto criminale esteriore sia derivato dopo mutamenti socioculturali volti a conquistare indipendenza da un ethos politico e spirituale totalitario e illiberale. Da ciò vengono fuori il catarismo e la letteratura cortese, ad esempio. Il mondo europeo avrebbe già goduto di una pluralità espressiva se non fosse stato a causa del Cristianesimo. L’Impero romano pagano aveva i propri limiti naturalmente, ma non perseguitava né streghe né omosessuali, né tanto meno imponeva una religione. La misoginia grecoromana rimaneva su piani non così letali se paragonata all’evoluzione di quella cattolica, la quale è giunta a prendere con metodo calcolato le donne con l’obiettivo di sottoporle a sadiche torture ed esecuzioni. Ritengo che una simile prassi sviluppatasi dalla fine dell’Alto Medioevo (accanto a tutte le parallele persecuzioni) non abbia una collocazione genetica temporale accidentale: la società europea si avviava a uscire dall’oscurantismo assolutistico mediante l’azione di ceti imprenditoriali desiderosi di affermazione economica, di libertà, di edonismo, di minore nevrosi misogina (la quale non alberga per Natura in menti sane2). Lo scontro fra (proto-)liberalcapitalismo (filofemminista) e Chiesa totalitaristica misogina produsse un’irrazionalistica e ampia reazione del Cattolicesimo al cospetto di eresie e cultura non antifemminista. Da questa premessa acquisiamo il metro di lettura della produzione di Guido Guinizelli. Egli (morto sui quarant’anni; sposato, con un figlio) si forma e agisce, sino all’esilio dei ghibellini, in un Comune difficile per la fazione guelfa. La Bologna di metà ’200 aveva infatti abolito schiavitù e servitù legata all’agricoltura (norma detta del “Paradisum voluptatis”): in parole povere avevano anticipato di sei secoli gli Stati Uniti nelle motivazioni. La poetica guinizelliana non deve esprimere allora contenuti guelfi di vicinanza papale. Infatti a leggere con cura adeguata gli scritti del Bolognese possiamo concludere che agli occhi del clero romano quelle cose sapevano di bestemmia, e non di accomodante mediazione pro morale cristiana. Tale è il caso di Guinizelli, caso che ora chiarirò meglio. Per iniziare basta dire che un cattolico integralista come il Dante della maturità colloca il poeta ghibellino tra i lussuriosi del purgatorio: è evidente il fatto che questo Guinizelli non guardava le donne come si guarda una statua della Madonna. Perciò i suoi testi devono esprimere qualcosa che sia non il prodotto di una retorica conciliante. Ripeto che, secondo me, lo Stilnovismo guinizelliano doveva suonare a guisa di bestemmia presso l’orecchio cattolico osservante e conoscitore della teologia. Tant’è vero ciò che un principio cardine risuona sulla bocca di Francesca da Rimini nell’“Inferno” dantesco: «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende», calco del guinizelliano «Al cor gentil rempaira sempre amore». Se un’anima dannata pronunzia simile cosa vuol dire che essa è sbagliata e deviante (Francesca sta spiegando il motivo per cui si trova all’inferno). Dante e la Chiesa condannano la sessualità in sé, il padre dello Stil Novo no. Le analogie non terminano qui poiché il citato verso dantesco prosegue così: «prese costui de la bella persona / che mi fu tolta». La controparte guinizelliana è: «Foco d’amore in gentil cor s’aprende». L’aspetto esteriore femminile costituisce il movente (il che non rappresenta una novità, la maggioranza degli approcci parte dall’aver visto). Una dimensione che mi pare trascurata nell’esame critico dello Stilnovismo di Guinizelli, al di là della rilevazione delle radici provenzali e siciliane, è quella platonizzante del Bolognese. Non so se possa essere scaturita in lui da una meditazione sul “Simposio” o essersi maturata da sé: fatto sta che lo scrittore mi appare filoplatonico3. Egli possiede senza dubbio un’idea grecizzante: la bellezza è virtù, la “donna angelicata” stilnovistica esprime siffatto ideale. Chi vede aristotelismo nel Bolognese non coglie che questo serve all’artificio poetico, alla forma; mentre la sostanza è platonica il corpo della donna non è più ianua Diaboli bensì ianua Dei: questo configura un sovvertimento della Patristica, rappresenta eresia, costituisce bestemmia. Guido Guinizelli non può piacere ai cattolici tradizionalisti di ogni tempo, la sua “donna angelicata” non è la bambola teologica dantesca della “Commedia”4. Lo scrittore bolognese sostiene che la donna sia un polo di interrelazione physei positivo, la dottrina cristiano-patristica sino a Tommaso d’Aquino5 (e oltre) ha insegnato il contrario. Non bisogna comunque pensare che tutta la faccenda sia in Guinizelli generalizzata, giacché tutto orbita all’interno del perimetro della “gentilezza”. Cos’è tale qualità indispensabile? È un grado di libido junghiana conducente a raffinatezza intellettuale, una nobiltà la quale si acquisisce grazie all’intelligenza. L’Amore nella poetica guinizelliana è quello dell’Afrodite urania, non quello parecchio ctonio dei cortesi occitani che col congresso carnale consuma la sua parabola senza ulteriore prosecuzione ideale. Se, in entrambi gli ambiti letterari malvagi e non virtuosi vengono esclusi da un’esperienza libidica qualificata, soltanto la donna platonizzata del poeta bolognese offre l’innalzamento al «gran mare del Bello». Simile (rivoluzionaria per quel contesto medievale) impostazione concettuale rispecchia il “processo di individuazione” fatto emergere da Jung nella psicologia analitica. È possibile affermare che la “donna angelicata” sia simbolo dell’“anima” junghiana (parte interiore psichica personale sessualmente opposta), ma non voglio togliere alla donna concreta e reale la propria funzione. Quindi concludo che il simbolo abbia suddetti due estremi tra i quali oscillare. La proposta individuante ante litteram del Guinizelli è stata poi rigettata dal secondo Dante, e, con tutto il resto di posizioni filofemministe, respinta, nel modo già chiarito, dalla Chiesa. Sant’Oddone di Cluny (vissuto tra IX e X sec.) definì la donna “un sacco di merda”: cosa c’è da pensare allorché il Bolognese paragona la prima a una causa finale motrice qual è Dio? Lampante la portata contestatrice, di cui lui stesso era il primo a essere consapevole se conclude il suo noto componimento programmatico così:

[…] Deo mi dirà: «Che presomisti?»,
sïando l’alma mia a lui davanti.
«Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti:
ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno,
per cui cessa onne fraude».
Dir Li porò: «Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo, s’in lei posi amanza.»

Guinizelli aveva chiara la reazione ideologica al suo pensiero, non si aspettava forse la plurisecolare stagione della grande caccia alle streghe in risposta a tutti i progressisti. In un sonetto egli arriva a dire della «donna» (termine opposto allo spregiativo “femmina”, usato ad esempio da Dante con la «femmina balba») che intende «laudare»: «null’om pò mal pensar fin che la vede». Agli occhi della Chiesa appare tutto il contrario, perciò il corpo femminile dev’essere coperto e sfumato: costituisce suggestione e istigazione verso il peccato. Guinizelli ci vede il tempio della libido junghiana. È molto moderno, capisce che la compressione libidica crea disagio: «[la mia donna] Passa per via adorna, e sì gentile / ch’abassa orgoglio a cui dona salute». Non mi pare esagerato accostare il “lussurioso” – a detta di Dante – Guido Guinizelli attraverso alcuni dettagli al Marcuse di “Eros e civiltà” (1955). Uno spirito contestatore degno degli anni ’60 del ’900 muove il Bolognese, diverse le analogie. In aggiunta alla generica evidenziazione di una ricerca di maggiore libertà da vincoli nevrotici (dal rigetto della maschilistica misoginia da parte del Guinizelli il ’900 italiano culminerà con leggi pro aborto e divorzio) posso far notare come a) altri versi di lui abbiano una tangenza sostanziale dentro b) una canzone cantata nel dopoguerra da Little Tony al Festival della canzone italiana di Sanremo nel 1970 (“La spada nel cuore”, testo letterale di Mogol).

a1)

Lo vostro bel saluto e ’l gentil sguardo
che fate quando v’encontro, m’ancide:
Amor […] per mezzo lo cor me lanciò un dardo
ched oltre ’n parte lo taglia e divide […].

b1)

Era uno sguardo d'amore.
La spada è nel cuore e ci resterà. 
Sei bella, in questo momento più bella.

a2)

Lo vostro bel saluto e ’l gentil sguardo
che fate quando v’encontro, m’ancide […].

b2)

Era uno sguardo d’amore la spada è nel cuore.
Mi sento morire morire per te.

Chi sa ben analizzare la storia può indicare in entrambi i contesti cronologici testé evocati nell’accostamento una forma che si ripete spesso nella storia, ossia la dicotomia “conservatori (reazionari) / progressisti (liberaldemocratici). Un ultimo aspetto che voglio toccare nella trattazione inerisce alla misteriosa setta dei cosiddetti Fedeli d’Amore, una non certificata associazione segreta di intellettuali medievali i quali sarebbero stati malvisti dalla Chiesa per via delle loro ampie vedute interculturali. Quanto ho sostenuto sopra dà l’opportunità di allargare l’orbita della mia analisi. Se suddetti Fedeli d’Amore sono esistiti nella realtà mi sembra con alta probabilità possibile il fatto che Guido Guinizelli ne facesse parte. Il mio rilevamento in lui di contenuti platonizzanti e grecizzanti troverebbe una ratio più sostanziosa poiché sarebbe stato inserito in un circuito di idee che si poteva alimentare di simili materie (ovviamente ci sarebbe stato per simpatia ideologica). Questa affiliazione protomassonica (degli stilnovisti anche posteriori) in relazione a lui e al suo rinvenuto taglio junghiano mi permette di porlo in quel campo “alchemico” studiato da Jung. L’alchimia poetica d’Amore rappresenterebbe dunque a maggior ragione nella poetica guinizelliana l’orizzonte psicanalitico mediante una vocazione intellettuale la quale si esprimeva – non si sa con quanta coscienza di ciò – in simboli e in allegorie. Esiste un verso del Guinizelli che potrebbe alludere ai Fedeli d’Amore nel quale riferendosi alla “donna angelicata” dice: «fa ’l de nostra fé se non la crede». La “nostra fede”, a mio avviso, potrebbe essere l’adesione ideologica alla setta; ho dubbi che qui il Bolognese stia parlando del Cattolicesimo.

 



NOTE

Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa. 

1 Suggerisco di intraprendere un primo approfondimento da qui:

http://lettere-filosofia.blogspot.com/2020/07/nevrosi-e-irrazionalismo-in-agostino.html

2 A chi volesse proseguire spaziando consiglio un mio studio in materia:

http://lettere-filosofia.blogspot.com/2020/12/lirrazionalismo-nevrotico-di-kierkegaard.html

3 Per capire meglio il seguito delle mie parole, fondamentale la lettura di questo mio lavoro:

https://lettere-filosofia.blogspot.com/2017/09/diotima-non-deve-morire.html

4 Rinvio a un mio saggio:

https://www.academia.edu/47754422/Parricidio_dantesco

5 Al fine di approfondire:

http://lettere-filosofia.blogspot.com/2020/06/lirrazionale-misoginia-tomista.html