Nella giurisprudenza italiana in virtù della legge 248 del 18 agosto 2000 anche i testi pubblicati su internet godono della tutela del diritto d’autore già stabilito dalla precedente legge 633 del 22 aprile 1941. La loro riproduzione integrale o parziale è pertanto libera in presenza di scopi culturali e al di là di contesti di lucro, da questo lecito uso fuori del consenso dello scrittore si devono necessariamente poter evincere i seguenti dati: il link del testo, il titolo, l’autore e la data di pubblicazione; il link della homepage del suo contenitore web. Copiare non rispettando queste elementari norme rappresenta un illecito.

giovedì 22 luglio 2021

LA GENESI DELL’UMANESIMO ITALIANO

di DANILO CARUSO
 
Il cosiddetto Umanesimo italiano, periodo della civiltà culturale post-medievale, ha avuto inizio con la coniazione del Fiorino, moneta creata in Firenze nel 1252. Tutta la cultura umanistica mirò a fornire una giustificazione all’attività umana legata al denaro e agli affari. Non c’entra nessun interesse culturale genuino. Se si celebrò allora l’attivismo, assieme alle sue cause e ai suoi effetti, ciò accadde principalmente nello spirito capitalistico introdotto dal Fiorino. Il quale seguito a breve dal Ducato veneziano, altra moneta pregiata, costituì con questo la valuta più accreditata per molto tempo. L’Umanesimo seguendo il copione della hegeliana nottola di Minerva, intervenne a fornire la copertura ideologica nei confronti di una dinamica già sorta. La nascita del sistema bancario alla fine del Medioevo non era compatibile con l’illiberale totalitarismo cattolico. L’istituto rappresentato dalla banca non può svilupparsi entro margini ristretti, dove gli incentivi ai consumi mondani siano condannati. La condanna dell’edonismo, a tutti i livelli, sostenuta dal Cattolicesimo cozzava contro gli interessi di banchieri e imprenditori. Il mettere al centro dell’attenzione l’essere umano nelle sue sfaccettature, in primis nella volontà attivistica (una ante litteram e sui generis teorizzazione del wille zur macht nietzschiano1), mirava a legittimare gli spazi guadagnati dalla borghesia a scapito della Chiesa (tale dialettica culminerà nella scissione luterana). Gli intellettuali umanisti italiani costituiscono effetti, epigoni, rispetto a una causa precedente in ogni senso. Per dirla in termini marxiani: l’Umanesimo italiano è fenomeno “sovrastrutturale”. La città di Firenze a partire dalla fine del Medioevo è centrale in tutta la faccenda: da un lato sostanziale a causa del Fiorino, dall’altro formale grazie alla nuova proposta socioculturale messa su carta da autori legati in vario modo al Comune fiorentino. A suo tempo Dante aveva visto il movimento emancipatore capitalistico e lo aveva osteggiato2. Lo Stilnovismo in Italia, assieme alla Scuola siciliana, rappresentò lo spartiacque fra ideologia cattolica restrittiva e smarcamento dal controllo3. Guido Guinizelli si presenta come un umanista, nel senso nobile del termine, nel momento in cui restituisce dignità alla figura femminile e alle dinamiche libidiche. Questo non opera Dante, per cadere nell’integralismo cattolico della “Commedia”4. Successore dantesco appare Francesco Petrarca. Costui ama la lingua degli angeli più del volgare: il primato va dato alla Cristianità quale sistema sociopolitico europeo, e non alle realtà inferiori con lingua propria. La sua riscoperta dell’antichità possiede una mira reazionaria: riportare alla mentalità patristica. Egli scimmiotta Agostino d’Ippona5, respinge una mentalità scientifica moderna, arriva a dire che la letteratura sia superiore alla medicina (il che costituisce assurdità inaccettabile, assurdità che era omogenea al sistema culturale della Chiesa medievale, dove le Sacre Scritture prevalevano sopra e impedivano il progresso scientifico). Simile dialettica fra Rinascimento scientifico-filosofico e chiuso spirito di conservazione integralistica avrà i suoi due casi eclatanti esemplari nelle vicende di Giordano Bruno e di Galileo Galilei. Il Petrarca rifiuta una moderna metodologia di indagine razionalistica, in contrasto con la filosofia in genere, non solo con i razionalisti medievali. Non accetta l’interesse scientifico verso la Natura da parte di chi alla sua epoca si mostrava più avanti (si veda la scienza araba) legandosi a un pensiero di matrice più religiosa che umanistica (qualunque sia il significato che vogliamo dare all’aggettivo). Francesco Petrarca raffigura un medievale integrale, la sua ricerca degli antichi scrittori possiede sfondo reazionario (una cosa che si nota altresì in Leopardi6); il suo porre l’accento sull’individualità personale e la propria simpatia nei confronti di sant’Agostino lo avvicinano al nevrotico Kierkegaard7, non allo status di “umanista” con cui viene celebrato. La Laura del primo rappresenta alla fin fine un’agostiniana bambola in funzione di esempio misogino: la donna costituisce più causa di turbamento agli occhi di un uomo che di benessere. Siamo agli antipodi di Guinizelli e su una posizione kierkegaardiana: il teologo di Copenaghen era pure filopatristico, e non rappresenta fantascienza critica voler condurre un confronto fra gli effetti (disorientanti) prodotti nei rispettivi casi da Regina Olsen e Laura. Quest’ultima viene definita in apertura del canzoniere petrarchesco un errore di gioventù: «mio primo giovenile errore». Tutto ciò che si poteva nutrire a carico di tale Laura in termini di trasporto erotico da parte del Petrarca viene seccamente condannato: «del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto, / e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente che quanto piace al mondo è breve sogno». Nei “Rerum vulgarium fragmenta” l’autore parla di uno scampato pericolo analogo a quello dantesco al cospetto di Paolo e Francesca nell’inferno8. Il Petrarca, al pari di Dante, trasforma lo Stil Novo in distopia mediante una dialettica “Laura stilnovistica guinizelliana / Cattolicesimo patristico agostiniano”. La morte di lei, sulla falsariga di quella di Beatrice, evoca auspici inconsci, soddisfazioni raggiunte nell’ottenimento di una liberazione dalla ianua Diaboli, in relazione a un femminicidio: queste donne sono irraggiungibili, ergo devono morire. Poi diventano bambole letterarie. In travagli nevrotici del genere si scopre una legittimazione della caccia alle streghe. Sembra che la Laura petrarchiana (conosciuta dal poeta sposata avente 16/17 anni) sia stata un’antenata di Donatien Alphonse François de Sade9 in quanto moglie del marchese Ugo de Sade, morta a 37/38 anni a causa della peste. Un filone della critica letteraria vorrebbe che ella sia nel canzoniere petrarchesco un simbolo raffigurante la Poesia. Se Beatrice era diventata la Teologia, niente di strano che questa divenga imago dell’ambizione artistica mondana del Petrarca contrapposta a un ideale più ristretto di religiosa impronta classico-ascetica. Comunque le letterature che egli condanna rimangono sempre quelle occitana e stilnovistica, vale a dire quelle della “donna angelicata” e della libido positiva. La Firenze del Fiorino mi rievoca per certi versi la Ionia presocratica con la sua voglia di liberarsi dal mito e di approcciarsi alla physis in guisa non religiosa. Ovviamente i due contesti storici sono molto diversi giacché distanti nello spazio e nel tempo, ma nel loro fondo giace una volontà di superare i limiti precedenti che non garantivano solidità all’espansione socioeconomica. Il messaggio umanistico nel contrapporsi alla tradizione scolastico-aristotelica si configurò all’inizio quale antirazionalistico, sulle posizioni petrarchiane. Cosicché nell’intellettuale fiorentino Coluccio Salutati troviamo un personaggio dai due volti: esaltatore dell’attivismo umano su un fronte, disprezzatore del progresso scientifico dall’altro. La cosa tuttavia non appaia strana poiché l’irrazionalismo è proprio del fenomeno capitalistico10, e il suo comportamento non segue una logica di buon senso ma guarda soprattutto alla logica del profitto. La scientificità avrà la sua rivincita funzionale nel tempo, notandone l’utilità ai fini del capitalismo: un mondo sconosciuto, mantenuto insicuro campo di attività non giova; è preferibile mantenersi dentro un perimetro di gioco dove la scienza mantenga un arbitraggio sicuro a favore, magari fornendo tecnologie a risvolto commerciale (pensiamo ad esempio all’introduzione della stampa tipografica). La Chiesa non ebbe simpatia nei riguardi del progresso scientifico perché questo metteva in crisi a beneficio della libertà il dominio culturale e politico della prima: un modello negativo nella sua configurazione formalmente analogo a quello non così tragico della Ionia presocratica (là lo sviluppo filosofico in direzione da subito fisiologica non comportò persecuzioni di matrice religiosa, fu un’attività molto più agevole). Il pericolo rappresentato dall’interesse scientifico coltivato nel Rinascimento agli occhi dei cattolici integralisti provocherà l’estrema reazione ecclesiastica: le ricordate vicende di Bruno e Galilei segnano un punto critico nella storia in seguito al quale l’Europa ha avuto l’obiettivo di mettere all’angolo il pesante avito condizionamento religioso. La marcia di liberazione capitalistica era incominciata con l’Umanesimo fiorentino. Notiamo che il fine è quello di ammorbidire e ribaltare l’antiedonismo cattolico, di dare dignità all’attività speculativa economica. In tal senso una triade di umanisti legati allo spirito fiorentino si mostra molto rilevante nella comprensione della fenomenologia esaminata: 1) Leonardo Bruni, 2) Poggio Bracciolini, 3) Leon Battista Alberti.
1) Il primo possiede idee benthamiane. Rivaluta la dimensione del piacere nell’agire umano, rilegge in chiave attivistica l’etica aristotelica dove l’obiettivo contemplativo della migliore vita umana diventa attività di pensiero che si afferma nella realtà a produrre, e producendo fa conseguire virtù e felicità. Tale argomento del conseguimento di una condizione felice mi rammenta la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti nella quale si menziona un “diritto alla felicità” quale lecita possibilità sottintesa della proprietà privata. Intesa alla maniera di Max Weber nei contesti capitalistici, essa viene presa in considerazione teorica, anche se non in quanto tale, nella cultura umanistica attraverso il tema della Fortuna (già presente in Dante con connotazione agostiniano-protestante). È l’antenata della “mano invisibile” di Adam Smith, la quale Fortuna sviluppandosi sulle basi dell’antipelagianesimo di Agostino d’Ippona giungerà in campo protestante strutturandosi come “predestinazione” alla felicità terrena e celeste, nel primo caso col premio della ricchezza. Leon Battista Alberti affermò il primato dell’azione umana, nella modalità “virtuosa”, sulla Fortuna: il Caso può essere battuto grazie all’impegno qualificato (la sostanza da conseguire è la medesima messa in luce nell’analisi weberiana del Calvinismo: il successo dell’impresa, il contorno ideologico laico o religioso alla fine si mostra un dettaglio di facciata).
2) Il secondo autore ricordato sopra, Poggio Bracciolini, ha sottolineato il valore positivo (nell’ottica capitalistica) assunto dai soldi e dalla ricchezza all’interno del sistema sociale, i quali danno luogo all’estetica artistica nelle varie forme in cui si rende concreta.
3) Il terzo umanista della superiore triade, Leon Battista Alberti, prosegue la scia teorica capitalistica fiorentina. Nacque nel 1404 (forse a Genova). La sua famiglia esiliata da Firenze nel 1337 era impegnata in attività imprenditoriali nel commercio. Egli continuò a celebrare l’attivismo umano considerandolo nella forma collettiva, perciò tematizzò l’importanza dell’architettura urbana. Nell’assetto urbanistico, a suo avviso, deve riflettersi l’ordine naturale, il quale è anche ideale di virtù. La trattazione di questo umanista rivela due segmenti di analisi che meritano di essere ben evidenziati. a) L’Alberti possiede un quid di massonico nel momento in cui fa dell’uomo un imitatore del Grande Architetto dell’Universo che nella Natura pone il proprio edificio di ordine. La “città albertina” è ante litteram massonica (pensiamo al progetto della capitale americana Washington). b) L’edilizia, sul piano più materiale, è sempre stata un’attività saliente nelle società a vocazione espansiva capitalistica. L’Alberti coglie alla perfezione il suo ruolo nella prospettiva di arricchimento e di circolo della moneta (rammentiamo il New Deal rooseveltiano).
Il letterato che può considerarsi sul serio primo umanista è il Giovanni Boccaccio del “Decameron”, il Boccaccio bancario (quello dell’età più matura si involvette sul sistema cattolico poiché perse la sua posizione lavorativa moderna, e pertanto si adeguò giocoforza sulle posizioni reazionarie e misogine del “Corbaccio”). Il capitalismo fiorentino trovò un’ottima spalla nel romano Lorenzo Valla, che studiò da ragazzo forse pure a Firenze. Il noto autore del “De falso credita et ementita Constantini donatione” si riaggancia infatti alle posizioni filoedonistiche del Bruni, comunque su base epicurea rimanendo nel confine cattolico, almeno in apparenza. Il salto da un Valla paolino esaltatore di una forma attivistica nei canali delle virtù teologali (fede, speranza, carità) a scapito del razionalismo verso lo huxleyano Brave New World non è molto distante: il binario è quello accennato11. Del Valla, che si guadagnò l’attenzione dell’Inquisizione, è da ricordare anche l’idea di una Chiesa che abbandonasse l’agone politico: il che è stato l’ideale liberal-massonico di sempre. La tendenza a sbarazzarsi dell’invadenza ecclesiastica condusse gli umanisti di natura capitalistica a contrapporre Platone all’Aristotele cattolico-tomistico12. Una Accademia neoplatonica fiorentina venne fondata nel 1462 grazie a Cosimo de’ Medici dietro la suggestione del pensiero di Giorgio Gemisto (Pletone) fautore di un radicale ritorno a Platone e di una religione platonizzata depurata dal Cristianesimo. Dell’Accademia di Firenze tra gli altri fecero parte Leon Battista Alberti, Marsilio Ficino e Lorenzo il Magnifico. Quest’ultimo fu avversato dal Savonarola, estremista religioso che diede luogo a un fiorentino regno della follia, parente ideologico tutto sommato dell’integralismo cattolico. Una cosa importante che mi preme ricordare a proposito del Ficino è il fatto che James Hillman lo abbia indicato quale precursore dei contenuti della psicologia neojunghiana archetipica. Tengo a questo dettaglio per via del collegamento che altrove ho fatto fra il Guinizelli e il “processo di individuazione” di Jung. In quella mia analisi legai lo stilnovista bolognese a Platone, e far notare come Hillman veda spunti contenutistici di natura psicologica archetipica in Ficino, altro autore più apertamente legato al platonismo, serve a rafforzare l’impostazione che ho dato a quest’altro mio esame. In particolare Hillman dal canto suo rileva in Ficino un precursore psicanalitico per via della centralità assunta in questo dalla concretezza psichica dell’anima, la quale diventa l’immediato punto di partenza nell’interagire e nel conoscere il Mondo: tutto il resto (memoria, facoltà razionali) è in essa contenuto e posteriore; i livelli simbolici della psiche sono di pertinenza dell’anima (dalla loro origine giungono poi alla Ragione). A conclusione della presente analisi, in funzione di prosecuzione e approfondimento voglio segnalare un mio precedente studio dedicato alla “Madonna del latte” di Jean Fouquet13.
 
 
NOTE
 
Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.
 
1 Chi desiderasse ampliare può leggere un mio studio:
 
2 Per approfondire indico un mio saggio:
 
3 Chiarisco meglio qui:
 
4 Si veda nota 2.
 
5 Un approfondimento sul pensiero agostiniano qua:
 
6 Vedasi nota 1.
 
7 Leggendo questo testo si comprenderà meglio:
 
8 Si veda nota 2.
 
9 Chi avesse voglia di una analisi sadiana troverà qui un mio lavoro:
 
10 Ho affrontato l’argomento in un mia monografia:
 
11 Il senso del ragionamento apparirà più nitido mediante questa lettura:
 
12 Riguardo a questo dettaglio indico un mio studio: