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domenica 8 gennaio 2023

TEMPO, STORIA E VERITÀ

di DANILO CARUSO
 
Uno degli argomenti che ha attirato la mia attenzione nel campo scientifico è quello dei “fantascientifici” viaggi nel tempo. Sulla base della fisica einsteiniana risulta teoricamente possibile fare un salto nel futuro, partendo da un determinato momento e arrivando attraverso un “viaggio” a una meta temporale posta in avanti. Riflettendo sulla natura del tempo però sono approdato alla conclusione che uno scorrere oggettivo temporale non esiste: il tempo misura spostamenti, cambiamenti, però chi osserva non si sposta mai da se stesso, perciò il misuratore che rileva la variazione cade in contraddizione col contenitore in cui crede di essere. Il tempo è un modo mentale di ordinare esperienze fenomeniche. Mi verrebbe da dire, con Schopenhauer, che spazio e tempo siano categorie soggettive consustanziali al fenomenico, ma non vorrei accantonare l’estetica trascendentale kantiana. In ogni caso spazio e tempo sono categorie soggettive non inerenti alle cose. Infatti sulla base della teoria della relatività di Einstein viaggiando a velocità notevolissima all’interno di tale veicolo si avrebe un rallentamento dell’invecchiamento, il quale veicolo è paragonabile a un freezer temporale trattandosi di un finto viaggio nel tempo, il quale produce una sorta di “congelamento” mirante a mantenere la coerenza, cioè l’ordine delle Idee platoniche (alla base della struttura fisica, fenomenica dell’Universo). Constatata l’impossibilità del viaggio nel tempo futuro nella guisa fantascientifica, poiché il tempo non esiste, mi sono posto il tema speculare del passato. In modo fenomenico potremmo andare molto più in là. Però, cosa vorrebbe dire viaggiare nel passato, sulla base di quanto ho già chiarito? Significa fare un viaggio nell’Inconscio collettivo junghiano, al di fuori dello spazio e del tempo fenomenici. All’interno dell’Inconscio impersonale non vale il principio di causa-effetto, in questo “passato” v’è solo “sincronicità” extrafenomenica la quale garantisce che io non entri in conflitto col me precedente e con lo schema di coerenza fenomenica (per l’appunto abbandonato). Andare-indietro-nel-tempo equivale a tuffarsi nell’Inconscio assoluto, anche a rischio di annegarci. Qui è registrata tutta la storia universale delle coscienze singole, e come in una rivisitazione scenica allestita ad hoc potremmo piombare nella virtualità sui generis riproposta di qualsiasi evento. La Verità è pertanto ontologicamente univoca. Non è l’uomo storicizzato a essere misura di tutte le cose nelle varie epoche, esistono dei diritti naturali universali. Un regime distopico grazie a una modalità da caverna platonica potrebbe tuttavia velarla e impedirne la conoscenza obiettiva. È questo il pericolo in seguito a una possibile distopia. La storia passata ha offerto esempi di sistemi totalitari. Il rischio futuro proviene da una forma di relativismo manipolatorio delle masse generante alla fine, nella maniera più perfetta e raffinata, l’assorbimento della contraddizione intellettuale di cui parlava Marcuse. Un meccanismo totalitario neo-orwelliano potrebbe prendere atto che la verità di qualcosa non si può nascondere e che la conseguenza di ciò sarebbe controproducente nei confronti di un goebbelsiano inganno delle masse. Quando infatti si scopre la verità occultata si resta contrariati a causa dell’essere stati ingannati. Evita nel “Mi mensaje” dice che bisogna essere “fanatici” nella difesa della giustizia sociale. Non è che sta parlando una donna estremista per motivi ideologici a monte: lei era veramente arrabbiata contro un iniquo sistema oligarchico. Al cospetto di potenziali ingannatori la costituzione di un fronte “molto convinto” avverso non sarebbe facile da combattere. Quindi sarebbe machiavellicamente meglio agire in modo diverso rispetto alla repressione aperta della verità. Tu non devi sotterrare la verità con sistemi repressivi, giacché prima o poi tornerà sempre a galla davanti ai più, devi far in modo di declassare il pensare la verità a qualcosa di remoto, assurdo. Cioè devi diluire la verità in un oceano di sciocchezze in maniera che essa stessa assuma in questo quadro generale una connotazione superficiale analoga. Dunque se tu induci a pensare la gente che determinate possibilità del reale siano possibilità irreali e assurde hai fatto di meglio di un regime totalitario del passato. Non si alimenta così un fronte nemico carico di risentimento nel momento del disvelamento veritativo. Come poter indurre la gente ad assecondare il potenziale neototalitarismo? Mediante i canali mediatici. Passando attraverso i luoghi di una “finzione” espositiva. Allorché tu collochi le possibilità della realtà, in particolare quelle sensibili e critiche, in quegli ambiti, e disconnesse da un concreto aggancio col reale pregresso, porti la massa a pensare a quelle cose come roba di “fantasia”, e in automatico da scartare allo scopo di interpretare il reale. Se quella è fantasia, non puoi istintivamente accostarla al reale: sfruttare questo fondo di residua coerenza logica sarebbe machiavellicamente scaltro. Pertanto la gente scarterebbe per istinto quelle chiavi di lettura: chi addurrebbe una declassata descrizione di presunta fantasia al fine di interpretare la realtà verrebbe deriso. Laddove si procedesse con metodi da Santa Inquisizione (censura, repressione, demonizzazione dell’avversario) si produrrebbero nell’era di internet frange di “fanatici” della verità, quelli che in ogni modo legale e lecito manifesterebbero il dissenso. Scenari da “1984” e “Il tallone di ferro” genererebbero un contrasto forte difficile alla lunga da assorbire senza alta tensione sociale. Sarebbero totalitarismi rimasti legati a un modello antiquato e inadeguato. La gente, in generale, rimane urtata, se contrariata da un aperto disprezzo: molti capirebbero nel momento in cui aprissero gli occhi che altri starebbero calpestando i loro diritti naturali, e che addirittura a loro si potrebbero rivolgere parole che nessun intelligente direbbe (maggiormente se volesse portare avanti una repressione sociale: non vai ad urtare la sensibilità e l’intelligenza della massa). I media non dovrebbero censurare i contrari. Quando lo facessero qualche crepa si aprirebbe sbagliando strategia mediatica in maniera grossolana. Allorché qualcuno disprezza una categoria perbene e si appella a un principio di autorità, al di fuori del fornire spiegazioni (quelle sì strumento di convincimento) comprensibili, contribuirebbe a sminuire la credibilità e l’apprezzamento di un apparato mediatico totalitario. Non avrebbero avuto la subdola profondità: si sarebbero accaniti sulla repressione della verità con spirito nazista. Una repressione dal volto soft è preferibile a un modello dal volto hard che rischierebbe di crollare. I furbi non ti impedirebbero di pensare i contenuti del reale, però te li farebbero pensare nella regione intellettuale del fantastico, dell’assurdo, e perciò non li vai a trasporre spontaneamente sul piano concreto come modello di lettura. Gli antiquati punterebbero sul dogmatismo e mirerebbero a mutilare del tutto la possibilità di pensare a qualcosa di “differente” dalla verità ufficiale/rivelata. Vi rendete perfettamente conto che tra il modello soft e quello hard quest’ultimo sia quello più antipatico. Poiché, mentre il primo avrebbe contribuito a creare la piattezza di pensiero nei cittadini difficilmente capaci di sollevarsi dall’unidimensionalità e quindi organici al sistema in guisa non pericolosa, il secondo allorché si trovasse davanti gli oppositori avrebbe di fronte “fanatici” (termine da intendersi nell’accezione positiva, come sopra spiegato). O’Brien chiariva a Winston che chi controlla il passato controlla il futuro, e chi controlla il presente controlla il passato. Il principio non cambierebbe, muterebbe solo la sostanza del controllo: da hard a soft (da Oceania a Brave New World). Dalla “banalità del male” si passerebbe alla “sciocchezza della verità”: il relativismo sofistico combattuto da Platone. La mia filosofia della storia ventura ha prospettato simili scenari1. Ciò che cementa i due livelli di argomentazione in questo scritto affrontati è il romanzo wellsiano “The time machine”. In tale distopia ritroviamo il senso del viaggio nel tempo in funzione tragico-catartica (qui nel futuro). Io nella mia prima parte qua di discorso ho parlato pure di viaggio nel passato. L’analisi storica obiettiva, l’ermeneutica contestuale, l’esame psicanalitico del passato sono fondamentali per la crescita della Civiltà umana. L’ignoranza genera masse controllabili con facilità e le nevrosi generano mostri.




 
NOTE
 
Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.
 
1 Suggerisco di seguire a ritroso il filo conduttore, attraverso il rimando delle note, iniziante qui: