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10 agosto 2022

L’INDIVIDUALISTICO E AUTODISTRUTTIVO ATTIVISMO DI MARTIN EDEN

di DANILO CARUSO
 
“Martin Eden” è un romanzo di Jack London (1876-1916) pubblicato nel 1909, un anno dopo “The iron heel” (altro romanzo londoniano cui ho dedicato la metà di un mio saggio1). “Martin Eden” rappresenta un’opera contenente diversi spunti autobiografici. La vita di Jack London è stata alquanto sregolata, il che sta alla base della sua prematura scomparsa. In questo testo egli castiga a livello ideologico cose che praticò. Quest’opera sta sullo stesso piano del suo socialismo e de “Il tallone di ferro”. È da notare che come si suicidò Martin Eden così il medesimo London pose più o meno indirettamente fine alla propria vita provocandone a causa di sregolatezza il termine precoce. “Martin Eden” costituisce una sorta di avvertimento che il suo autore non ha saputo cogliere, nonostante si sia sforzato di indicare i chiari pericoli di quel percorso esistenziale. Il messaggio dell’Inconscio collettivo nell’archetipo (negativo) di Martin Eden (l’attivista irrazionale e non molto riflessivo, più impetuoso che altro) non è stato colto appieno dallo scrittore californiano. Il quale ha lasciato tale romanzo sempre a mo’ di monito, ma altresì quale emendamento della sua condotta pratica, nonché nella veste di velata profezia della sua morte. L’ombra di “The iron heel” si risente in “Martin Eden”. Anche se vagamente, dacché la storia narrata è diversa, si notano certe analogie situazionali fra i protagonisti maschili principali di tale due testi. In entrambe le opere sono presentati quali volti a ricercare confronto e affermazione al cospetto della borghesia. In “Martin Eden” però rispetto all’altro precedente romanzo la cosa assume una prospettiva più tragica. L’individualismo portato avanti da questo personaggio possiede una radice protestante, rappresenta il classico attivismo della società americana delineato da Max Weber. Nella creazione di questo protagonista letterario Jack London inserisce degli assi cartesiani chiari e precisi: Herbert Spencer e Friedrich Nietzsche. Il richiamo che a costoro rivolge Martin Eden nell’esporre il suo orizzonte di pensiero è molto eloquente. Lo scrittore americano ha intuito delle verità analitiche filosofiche e le mette in scena attraverso il suo personaggio nella narrazione. Costui rappresenta un simbolo del generale attivismo weberiano, che London vuole in qualche maniera condannare in ossequio al suo socialismo. “Martin Eden” costituisce una sorta di compagno de “Il tallone di ferro, rappresenta in primis un romanzo politico dove si castiga l’attivismo borghese, mentre il precedente – sebbene apertamente distopico – celebrava il socialismo (alla fine trionfante). Si tratta di un’accoppiata di romanzi legati cronologicamente e idealmente. Allorché parlai di “The iron heel” dissi che a mio avviso là c’era il tocco di una mano femminile sparso in aggiunta nel testo londoniano. La stessa impressione ho avuto altresì in “Martin Eden” in qualche passaggio, dove mi è parso di leggere alcuni brani i quali potessero essere il prodotto di un intelletto femminile. In entrambi i casi credo si possa indicare la “mano fantasma” di Charmian, moglie di Jack London. Completata questa introduzione possiamo addentrarci meglio nel telaio narrativo del romanzo e rilevare altri più approfonditi contenuti. Un primo aspetto del mio esame che tengo a riprendere subito è inerente all’attivismo di Martin Eden. Egli compare all’inizio un giovane incolto, di bassa provenienza popolare, un marinaio giramondo, che accidentalmente conosce Ruth Morse di famiglia borghese: «Lui era profondamente sensibile, irrimediabilmente impacciato». I due si innamorano. Da simile stilnovistica scintilla scatta la marcia di innalzamento intellettuale di Martin. Inizia a studiare, sostenuto da Ruth, e matura il desiderio di diventare uno scrittore. La fidanzata vorrebbe invece che lui investisse le sue abilità in qualche professione borghese più convenzionale e più stabile. Martin dal canto suo si ostina, fra alti e bassi, tra momenti di estremo disagio e di piccole gratificazioni (prima di giungere al conclamato successo), a perseguire il suo obiettivo di affermarsi nella società come scrittore. Ho già ricordato sopra che London ha connotato il suo protagonista facendogli professare una fede spenceriana e nietzschiana. Tale connotazione ideologica si ricollega direttamente all’attivismo formale protestante weberiano. Spencer è un apologeta del capitalismo industriale, odia la presenza statale, apprezza la massima libertà individuale. Figura chiaramente quale ideologo nel solco dello spirito attivistico alla radice della società americana. A proposito della connessione di Martin Eden con Nietzsche posso aggiungere qualche parola di migliore approfondimento. In una mia analisi passata2 ho evidenziato i motivi per cui la filosofia nietzschiana scaturisca del tutto da elementi luterani rielaborati in una veste biologicizzante. Il volontarismo di Lutero (fratello gemello dell’attivismo calvinista) ritorna nella “volontà di potenza” di Martin come manifestazione appunto attivistica omogenea all’attivismo weberiano: a monte di tutto esiste un nevrotico schema mirante in modo irrazionale all’affermazione di sé quale segno di una elezione (in senso lato). Nel personaggio londoniano ritroviamo simile nevrosi. Non vediamo in lui riflessione e buonsenso. Egli percorre tutto il “cursus honorum” attivistico. Lo vediamo sfacchinare qua e là ciecamente.

 
Tutte le parti del romanzo che in tal senso possono apparire digressive, sono invece strutturalmente – in relazione all’ideale edeniano – agiografiche. Jack London mostra nella sua interezza e nella sua nitidezza quale dovrebbe/potrebbe essere il cammino di ogni Americano ortodosso (ortodosso, ovviamente, in relazione all’ideologia sociale dominante capitalistica). Il fatto che di ciò l’autore californiano non faccia apprezzamento, bensì condanna, si rileva dal fallimento esistenziale finale di Martin (nonostante sia approdato al successo) e dal suo suicidio. L’estremo gesto possiede un quid di romantico, a ulteriore dimostrazione che di culto della ragionevolezza nella mente del protagonista londoniano non ce ne fosse. Si suicida in maniera irrazionale come un qualsiasi Werther3, prigioniero del recinto nevrotico anziché aprirsi a nuove salvifiche soluzioni. Adesso è giunto il momento di esaminare questo rapporto sentimentale fra Ruth e Martin, dopo aver dipinto lo sfondo in cui si cala. Questa relazione, la quale si era costruita con l’ambiziosa meta di innalzarsi a matrimonio, costituisce il secondo asse portante del romanzo accanto al primo su descritto. Quantunque la coppia si fosse formata in modo spontaneo e senza ostacoli da parte della famiglia di lei, Martin e Ruth a lungo andare vengono a trovarsi su piani psichici differenti. Lei appartiene a quella categoria la quale altrove4 ho definito “tipi freudiani”. Vale a dire: la sua consapevolezza della libido è bassa, si mantiene a un grado di coscienza animale (lo Es freudiano). E si contrappone a lui il quale nutre una vocazione da “tipo junghiano”. Cioè di colui che potrebbe rielaborare la libido freudiana in vista di una nuova fase (la “fase culturale” junghiana) in cui questa non sia solo potenza animale: «Lui era ribelle, selvaggio, e in guise segrete la di lei vanità fu toccata dal fatto che egli era venuto così dolcemente alla sua mano. Allo stesso modo lei fu agitata dall’impulso comune di addomesticare la cosa selvatica. Era un impulso inconscio, e più lontano dai suoi pensieri che il suo desiderio era riplasmare l’argilla di lui in una somiglianza dell’immagine di suo padre, la quale l’immagine lei credeva essere la migliore al mondo. Non c’era là altro modo, al di fuori della sua inesperienza, per lei di sapere che il contatto cosmico che lei prendeva con lui era quella la più universale delle cose, amore, il quale con uguale potere trascinava uomini e donne attraverso il mondo, cervi costretti a uccidersi reciprocamente nella stagione degli accoppiamenti, e guidava anche irresistibilmente gli elementi a unirsi». Lucrezio e Schopenhauer traspariscono in tale brano. Martin Eden rimane in bilico sino alla autodistruttiva fine. Gode di talento e intelligenza tali da permettergli di smarcarsi dal giogo nevrotico, ma non sfrutta l’occasione, e getta tutto alle ortiche. In ciò Ruth gli dà una mano determinante. Ella non apprezza l’homo bensì il vir: non per niente è un tipo freudiano. Non dispone delle capacità intellettuale di Martin, e tutto sommato l’ostacola. Alla lunga gli mette i bastoni fra le ruote, sino al punto, delusa da lui, di rompere il fidanzamento. Ciò non vuol dire che Ruth sia disprezzabile. E colei che gramscianamente apprezza la conoscenza del latino: «I giocatori di calcio devono allenarsi prima del grande incontro. E ciò è quanto la lingua latina fa per colui che pensa. Allena». Non ha tutti i torti a chiedere un marito con una posizione salda. I livelli libidico e sociale cui appartiene glielo chiedono. Il mondo è strutturato perlopiù di mediocrità, e chi ci nasce quasi sempre non se ne libera. Ruth rappresenta una di costoro, incontra il talentuoso Martin, e dal canto suo non ne trae uno spunto di reciproca crescita spirituale junghiana. Fallisce il destino di una coppia il quale poteva essere più brillante e che però soccombe sotto la pressione ideologica dominante circostante. La madre di Ruth parlandole di Martin lo disprezza e privilegia il primato canonico dell’attivismo weberiano dove la felicità poggia le sue basi nella proprietà e nel denaro (il diritto alla felicità nella società americana indica queste due vie): «Lui non ha un posto nel mondo. Egli non ha né posizione né salario. Lui non è pragmatico. Amandoti, lui dovrebbe, nel nome del senso comune, apprestarsi a fare qualcosa che gli darebbe il diritto di sposarsi, invece di tergiversare attorno a quelle sue storie e a sogni infantili. Martin Eden, io ho paura, non crescerà mai. Lui non si sobbarca la responsabilità e il lavoro di un uomo nel mondo come tuo padre faceva, o come tutti i nostri amici, Mr. Butler per esempio. Martin Eden, io ho paura, non sarà mai uno ben remunerato [money-earner]. E questo mondo è strutturato in modo tale che il denaro è necessario alla felicità. Oh, no, non queste gonfie fortune, ma abbastanza soldi da permettere comuni conforto e decenza». In “Martin Eden” è venuto a mancare l’apporto di Ruth: «Quanto era grande e forte in lui, lei lo aveva smarrito, o, peggio ancora, mal interpretato. Quest’uomo, la cui argilla era così duttile che lui poteva vivere in qualsiasi numero di nicchie di colombaia dell’esistenza umana, lei giudicava testardo e più ostinato perché ella non poteva plasmarlo per vivere nella di lei nicchia, la quale era solamente l’unica che ella conosceva. Lei non poteva seguire i voli della sua mente, e quando il suo cervello andava oltre lei, lei lo riteneva eccentrico. Nessun altro cervello era mai andato oltre lei. Lei poteva sempre seguire suo padre e madre, i suoi fratelli e Olney; perché, quando ella non poteva seguire Martin, lei credeva il difetto in lui. Era la vecchia tragedia dell’‘insularità che tenta di servire come mentore all’universale». Non c’è stato il salto di entrambi alla volta di una “fase culturale” junghiana.

 
Il romanzo londoniano in questione costituisce una distopia psicologica. Ruth è quella che «mentre consapevole che la povertà era tutt’altro che dilettevole, lei aveva un confortevole sentimento borghese che la povertà era salutare, che era un incitamento acuto il quale esortava su al successo tutti gli uomini che non erano stati degradati e sgobboni senza speranza». Anche ella fa professione di maltusianismo e attivismo capitalistico. Rimane prigioniera mentale del suo mondo borghese, con i di lei pregi e difetti della di lei ingenuità. Prima della rottura del fidanzamento Martin fa la conoscenza del benestante Brissenden, un intellettuale sui generis, il quale lo metterà in contatto con altri intellettuali economicamente disagiati, la cui scoperta sorprenderà in positivo Martin dato il loro valore di pensiero. Brissenden lo spronerà a confrontare il peso intellettuale di Ruth con altri parametri più validi e obiettivi. Egli la definirà: «Quella pallida, raggrinzita, cosa femminile [that pale, shrivelled, female thing]». Brissenden inviterà Martin a volgersi verso lidi più maturi. Però «lui l’amava al punto che lui non la capiva completamente, e lei non poteva capirlo perché lui era così grande che lui si era ingigantito oltre il suo orizzonte». Una coppia evidentemente mal saldata dal destino e destinata al fallimento per via di carenza razionalistica. Egli, alla vigilia del suicidio, dirà a lei, essendo stato cercato da ella dopo il successo editoriale allo scopo di rimettersi insieme, le parole della disillusione: «Ho paura di essere un commerciante accorto, che guarda attentamente dentro i piatti della bilancia, che cerca di pesare il tuo amore e scoprire di quale genere di cosa esso è». Non si rimetteranno più insieme. Da un lato perché ella era rimasta sempre la stessa borghese, dall’altro perché l’animo di Martin guardava senza interesse a Lizzie Connolly, una donna del popolo innamorata di lui. Martin Eden al posto di voltare pagina, di iniziare una nuova vita più serena, porta alle estreme conseguenze il proprio individualistico attivismo. Perde interesse al mondo e alla vita, e decide di annegarsi in mare.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Partita a scacchi”
https://www.academia.edu/88052996/Partita_a_scacchi
 
1 Socialismo e finzione letteraria in Aleksandr Bogdanov e Jack London (2017).
 
2 All’interno del mio saggio Filosofie sadiche (2021) la parte recante il titolo Leopardi e Nietzsche: i profeti del male?.
 
3 Al riguardo indico uno scritto della mia pubblicazione Considerazioni letterarie (2014): Considerazioni sul Werther goethiano.
 
4 Si veda nel saggio indicato nella nota 2 la sezione intitolata L’irrazionalismo nevrotico di Kierkegaard.

02 novembre 2021

GUERRA BIOLOGICA SINOFOBICA IN JACK LONDON E PANDEMIA SPAGNOLA NEL CORSO DELLA GRANDE GUERRA

di DANILO CARUSO
 
Nel 1910 fu pubblicato il racconto londoniano “The unparalleled invasion”1. Tale “incomparabile invasione” ha come bersaglio la Cina, si svolge in un immaginario 1976 e viene condotta dalle potenze occidentali con a capo gli USA mediante un attacco biologico. La narrazione di London prende l’avvio dalla situazione mondiale a inizio del ’900 e via via si sviluppa in modo immaginario in relazione alla crescita della Cina. L’autore californiano prospetta un Impero cinese che, dopo essersi emancipato dalla sudditanza politica nei confronti del Giappone e aver assimilato la tecnologia industriale dell’Occidente, nell’arco del secolo, grazie alla sua filosofia di vita e alla notevolissima espansione demografica, assurge in modo pacifico al grado di prima forza produttrice e commerciale del pianeta. Il racconto trae suggestione da aspetti di politica reale americana maturati a partire dalla seconda metà dell’Ottocento quando iniziò l’emigrazione di massa cinese in direzione della sponda occidentale degli USA. Tra le preoccupazioni che emersero in breve tempo in seno all’opinione americana: la diffusione della prostituzione femminile e la suggestione del concubinato al cospetto del regime matrimoniale monogamico; la manodopera offerta a costi bassi; nonché la paura che i Cinesi portassero contagi dai quali fossero immuni. L’immigrazione cinese alla volta degli Stati Uniti sebbene avesse offerto manovalanza conveniente finì per allarmare i ceti dirigenti al punto di far emanare norme razziali con lo scopo di frenare l’ingresso nel Paese. Nel 1852 lo Stato della California emanò una legge che tassava mensilmente i lavoratori di provenienza estera. E il 26 aprile 1862 proseguì con un’altra legge che disincentivava l’afflusso migratorio verso lo Stato californiano. Per rendere meno competitiva la prestazione d’opera da parte dei Cinesi fu a loro imposta una tassa mensile attraverso una legge federale (lo “Anti-coolie act” del 19 febbraio 1862). Il federale “Naturalization act” del 1870 consentì ai provenienti dall’Africa di ricevere la cittadinanza statunitense ed escluse gli immigrati giunti dall’Asia, nonostante il Trattato di Burlingame di due anni prima avesse previsto liberi flussi emigratori verso gli USA. Tra parentesi: il precedente “Naturalization act” del 1790 aveva impedito che i non bianchi potessero essere naturalizzati. Nel 1873 la contea di San Francisco adottò un provvedimento che obbligava i carcerati al taglio dei capelli corti (“Pigtail ordinance”), il che colpiva volutamente in primis in funzione anti-immigratoria le treccine allora tradizionali dei Cinesi lunghe dietro la schiena. Era possibile derogare all’ordinanza sanitaria, comunque sospesa dal sindaco dell’epoca per via dei suoi contenuti xenofobici, in tre modi: rimanendo in carcere più a lungo del dovuto; assoggettandosi a una multa; prestando un servizio supplementare alla pena all’interno della prigione. Nei confronti di un Cinese di quei tempi il fatto di tornare in Patria, dopo aver accumulato risparmi all’estero, senza treccina rappresentava una cosa gravissima poiché quella coda di capelli costituiva il simbolo del rispetto nei riguardi della monarchia imperiale. L’ordinanza sanitaria di San Francisco fu presa a modello dallo Stato della California per emanare il 3 aprile 1876 una legge analoga, la quale fu a sua volta dichiarata incostituzionale dalla Corte suprema degli Stati Uniti perché discriminava in materia di omogenea tutela da offrirsi a tutte le persone presenti sul territorio della federazione (XIV emendamento della Costituzione degli USA). Del 3 marzo 1875 era tuttavia una legge federale (“Page act”) varata su proposta di un deputato californiano a scapito dell’immigrazione di donne asiatiche entrate nel territorio statunitense contro la volontà delle suddette e grazie all’intervento di sfruttatori (questi sanzionabili con carcerazione e multa). Si guardava al circuito della prostituzione e si istituirono controlli sugli ingressi delle donne cinesi, i quali furono incisivamente limitati (nel 1882 a fronte di quasi 40.000 arrivi di Cinesi c’erano fra di loro poco più di un centinaio di donne). Intorno al 1880 c’erano circa 100.000 Cinesi negli Usa concentrati soprattutto in California. Questo Stato nel 1879 escluse dalla partecipazione lavorativa i Cinesi presso le s.p.a. e il pubblico impiego. Nel 1882 un primo progetto di legge federale avanzato da un senatore californiano volto a fermare l’immigrazione cinese per un ventennio negli Stati Uniti fu respinto grazie al veto presidenziale poiché in contrasto con un accordo USA-Cina del 1880 il quale non chiudeva radicalmente le porte all’emigrazione. Nonostante ciò riproposto con durata decennale divenne legge. Emanato il 6 maggio 1882 il “Chinese exclusion act” stabiliva l’impossibilità di naturalizzazione nei riguardi dei Cinesi residenti negli USA e la proibizione dell’immigrazione al di fuori di particolari casi. Questa legge che in origine comportava un’interdizione decennale fu rinnovata nel ’92 e venne fissata con durata indefinita nel 1902. Fecero eccezione alla norma generale i soggetti di nazionalità cinese appartenenti alle seguenti categorie: viaggiatori occasionali temporanei, docenti/studenti, commercianti, appartenenti a corpo diplomatico. Nel 1889 la Corte suprema degli Stati Uniti decretò la regolarità del “Chinese exclusion act”. La percezione negli ambienti sindacali all’epoca di Jack London era che i capitalisti si servissero della manodopera cinese al fine di mantenere bassi i livelli salariali. In seguito al “Chinese exclusion act” la presenza cinese negli USA calò in un quarantennio da poco più di 100.000 a circa 60.000. La politica sinofobica americana spinse i Cinesi residenti negli Stati uniti ad aggregarsi in comunità solidali chiuse (China town) a scopo autoprotettivo. Queste aggregazioni furono in alcuni casi oggetto di violente aggressioni razziste che provocarono vittime. Possiamo ricordare i casi di Rock Springs nel 1885 e di Hells Canyon nel 1887. Il “Chinese exclusion act” fu soppresso il 17 dicembre 1943 a causa di una convenienza pratica, giacché i Cinesi erano dalla parte americana nel corso del secondo conflitto mondiale contro i Nipponici (le cui mire imperialistiche sono evocate da London in “The unparalleled invasion”). Nel 1948 il divieto californiano di matrimoni misti interrazziali fu sanzionato dalla Corte suprema degli Stati Uniti. Simili proibizioni sulla falsariga californiana furono sanzionate in toto nell’ambito federale nel 1967. Il Congresso espresse il suo rincrescimento per il “Chinese exclusion act” nel 2011-12 con due distinti pronunziamenti di Senato e Camera. Lo Stato della California ha fatto qualcosa di analogo nel 2014. Chiusa la rivisitazione storica e ritornando al filo della narrazione londoniana di “The unparalleled invasion” è da dirsi che qui lo scrittore californiano dipinge i Cinesi nel loro slancio espansivo globale quali pacifici, non inclini di propria iniziativa all’opzione bellica, ma solo concentrati sui contenuti commerciali. È dagli USA che viene fuori l’arma biologica di fronte all’inefficacia di un tentativo francese di invasione con gli strumenti militari di allora. La Cina al limite badava soltanto a una guerra difensiva. Fu negli Stati Uniti che Jacobus Laningdale, «uno scienziato del tutto poco noto, un professore di servizio nei laboratori dello Health Office di New York» ideò in segreto di provocare uno sterminio biologico nella enorme popolazione avversaria: «iI 19 settembre 1975 arrivò in Washington […], […] procedette diritto alla Casa Bianca, poiché già aveva ottenuto un’udienza dal Presidente. Restò in privato con il Presidente Moyer per tre ore. Quello che intercorse tra di loro non fu appreso dal resto del mondo per lungo tempo». L’epicentro di diffusione scelto per attuare l’indotta epidemia fu Pechino e lo strumento un attacco biologico condotto dall’aviazione. Piccoli dispositivi veicolanti contagio nel racconto sono presso i Cinesi causa oltre che di morte e di decimazione irrimediabile anche di disordini autodistruttivi. Il provocato genocidio cinese non ostacolò più una facile occupazione territoriale e la ricolonizzazione della Cina con genti occidentali. Jack London chiude la sua fantastoria così fra i vincitori: «I rappresentanti delle nazioni del mondo […] s’impegnarono solennemente a mai usare inter se i metodi di guerra biologica che avevano adottato nell’invadere la Cina». Nella realtà concreta di non molti anni dopo dal racconto londoniano si verificarono nello stesso spazio e nello stesso tempo: un’epidemia globale influenzale (denominata “spagnola”) e un conflitto bellico mondiale (il primo, la Grande guerra). Data l’impostazione della presente analisi storico-letteraria evocherò della storia reale nuovamente solo gli aspetti rilevanti per la tematica esaminata, evitando dispersive integrazioni di fondo. La prima cosa da dire è che al principio del 1918 la guerra mondiale nell’Europa centrale nella linea di confronto che andava da La Manica all’Adriatico era impantanata nello stallo cruento delle trincee. A marzo di quell’anno i Tedeschi progettarono di sfondare a ovest verso la Francia. Il piano che sembrava destinato al successo fallì per via della diffusione tra i soldati di un’improvvisa patologia influenzale. I Tedeschi non sfondarono, ma anche dalla parte opposta si accusò il colpo epidemico, compensato nel giugno del 1918 dall’arrivo del corpo militare americano intervenuto a sostegno dell’Intesa. Una seconda cosa da ricordare è che, mentre le normali influenze si manifestano nel periodo invernale, la “spagnola” ebbe un’incisiva comparsa estiva nel suddetto contesto di guerra. Gli Americani accusarono gli avversari tedeschi di aver usato un’arma biologica. Le ipotesi degli studiosi sul luogo di provenienza del virus sono formalmente divise e distinte. Prime avvisaglie di “spagnola” sono segnalate a metà degli anni Dieci negli USA presso la zona di un campo militare destinato all’addestramento, zona in cui poi venne certificata nel marzo del ’18. Nel continente europeo il centro di diffusione viene identificato a Ètaples, nel nord della Francia, e nei relativi insediamenti di soldati: il veicolo di trasmissione si circoscrive ai maiali. La catena di trasmissione virale all’uomo ipotizzata dagli scienziati a ritroso dai maiali porterebbe alle anatre e prim’ancora a uccelli selvatici. Nel mistero delle cause del virus in questione si pensa che esso abbia compiuto una mutazione pericolosa per gli umani nei maiali. Il genoma è stato sequenziato negli anni ’90, però la genesi è restata avvolta dall’impossibilità di trovare certezze. Un’ulteriore ipotesi mirante a localizzare un punto di origine virale parla della Cina del nord: nel novembre del ’17 fu accertata là dalla sanità cinese la diffusione della “spagnola”. Tale epidemia, assunta rapidamente a pandemia, incominciò la sua notorietà mediatica in Spagna (da ciò la denominazione), dove si manifestò nel corso della seconda metà dell’inverno all’inizio del ’18. In Italia fu certificata per la prima volta nel comune veneto di Sozzano a settembre. Nel frattempo, per quanto concerne il conflitto bellico mondiale, giunsero sul continente europeo a sostegno dell’Intesa i contingenti di soldati degli Stati Uniti a giugno. In questo mese gli Austriaci provarono a sfondare il fronte italiano sul Piave, però infruttuosamente. La “spagnola” nel settembre del ’18 colpì l’Alta Italia durante la sua seconda ondata generale (partita a luglio), la quale fu connotata da un considerevole numero di morti e da una veloce diffusione nelle zone di guerra. Non si è ben capito il passaggio all’aggressività superiore dalla prima alla seconda ondata. Una variazione virale? Il concorso parallelo aggiuntivo di polmoniti batteriche? Quel che si sa chiaramente è che l’epidemia provocò nel complesso mezzo miliardo di contagi e cento milioni di decessi su una popolazione globale di circa due miliardi di esseri umani. I morti furono dunque intorno al 5% e i contagiati al 25%. L’aspettativa di vita media in seguito alla “spagnola” subì un calo di più di un decennio. I soggetti più sensibili al fenomeno epidemico furono le donne incinte, i ventenni e i trentenni. Si pensa che il sistema immunitario dei giovani in questione producesse cascate citochiniche difensive sproporzionatamente grandi a differenza delle rimanenti fasce d’età. Nel cuore dell’autunno del ’18 intanto l’alleanza occidentale Intesa-USA rigettò indietro il tentativo di vittoriosa avanzata austro-tedesco vincendo la Prima guerra mondiale, fra i vincitori l’Italia. Da novembre di quell’anno i contagiati furono sempre di meno, consentendo il transito alla terza più nettamente leggera ondata, scemata al principio del 1919. La storia politico-militare dal canto suo a gennaio del ’19 contemplò la parigina conferenza di pace dove gli USA del presidente Wilson giocarono un ruolo di primissimo piano. Dell’epidemia spagnola degno di nota rammentare il fatto che il nonno paterno di Donald Trump, Frederic, vi sia rimasto vittima. Nel corso della pandemia gli scienziati di allora non riuscirono a inquadrare l’agente patogeno, si credeva trattarsi di un batterio; negli anni ’30 fu stabilito fosse un virus influenzale. La pandemia “spagnola” colpì a tal punto la sensibilità comune da rimanere nel tempo a venire un argomento storico
quasi tabù.
 

NOTE

Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Radici occidentali”
 
1 A Jack London (1876-1916) ho dedicato metà di un mio saggio:

01 agosto 2017

LA MANO FANTASMA DI CHARMIAN, UN SOCIALISMO IMPETUOSO E JACK LONDON

di DANILO CARUSO

Di sicuro dev’esserci un inferno, poiché in nessun
 posto minore potrebbe essere possibile per voi
ricevere la punizione adeguata ai vostri crimini.
Finché voi esistete, c’è un bisogno vitale del
fuoco infernale nel Cosmo.

Credetemi, nel momento in cui arrivo a gettare
bombe, farò danni. Ci sarà di più che fumo
nei miei petardi.

Jack London, “The Iron Heel”


Il Californiano Jack London (1876-1916) è stato uno dei più prolifici autori della letteratura mondiale. Sua madre era una spiritista e insegnava musica; non si sa con esattezza chi fosse il di lui padre: quello presumibile, un astrologo di origine irlandese, la abbandonò durante la gravidanza, e lei si sposò con un altro uomo nell’anno di nascita dello scrittore, il quale da lui prese il cognome. Quando Jack scoprì per caso nel 1897 la verità sulla sua venuta al mondo, e che la madre allora aveva cercato di suicidarsi in seguito alla richiesta d’aborto del partner, rintracciò il presunto genitore il quale se ne lavò le mani adducendo una sua impotentia coeundi e che le affermazioni a di lui carico fossero calunniose. Quest’episodio e le sue inevitabili conseguenze sull’animo del giovane scossero la vita futura dello scrittore per parecchio tempo, divisa tra impegno intellettuale e ricerca di un orizzonte pratico. Abbandonati gli studi regolari, fu un autodidatta. Non disponendo di risorse economiche ampie sino all’affermazione letteraria, si diede da fare con enorme spirito di sacrificio in vari ambiti (anche illeciti). Ebbe una vita abbastanza priva di buon senso e moderazione, il che non giovò alla sua salute. “The Iron Heel” di Jack London, romanzo distopico pubblicato nel 1908, è un testo dove l’autore non ricerca comuni vie di affabulazione salottiera. Si presenta roccioso e tenace, forte e cosciente della verità in esso contenuta. Colpisce chi è abituato a un clima mediatico soft, urta senza dubbio i perbenisti di qualsiasi schieramento, lascia indifferenti gli sprovveduti lettori i quali lo scalano sprovvisti dell’opportuno equipaggiamento mentale. La veemenza londoniana rischia di rimanere mal compresa se non ci caliamo nel contesto storico i cui effetti negativi e le cui cause sono evidenziati e denunziati all’occhio della giustizia sociale. Il capitalismo angloamericano ottocentesco non è stato una bestia gentile. Questo famelico vampiro dalla Rivoluzione industriale di fine ’700 proseguiva lo sfruttamento umano ai tempi del libro di London. Egli può sembrare aspro nel sostenere le sue idee marxiste, ma la sua asperità nel romanzo offre un percorso che non è oggigiorno per tutti. Si può leggere il racconto dalla prima all’ultima pagina, tuttavia capirlo a fondo è altra cosa. Se non ci rendiamo conto della lotta, non solo ideologica, tra il capitalismo americano e il socialismo londoniano, non avremo compreso molto. L’autore californiano si mostra, se così vogliamo dire, “feroce” perché il suo avversario è spietato. “The Iron Heel” ha la superficie di un ludo letterario gladiatorio distopico: questa maschera costituisce parte della verità sostanziale di un più denso narrato, il quale la sfrutta a mo’ di cavallo di Troia presso i lettori (ecco una considerevole abilità). Quindi vedremo che il confronto tra socialisti e capitalisti negli USA veste i panni di una dialettica durissima e reale: al di fuori di questa realtà il testo può apparire all’ingenuo osservatore esagerata fantasia rivoluzionaria, quando tale atteggiamento trova invece comprensione (e forse anche giustificazione) nella vampiresca vocazione messa in pratica dal capitalismo. Rimane scontato che davanti alla ragione non si possa teorizzare una gratuita azione violenta, però il marxismo di London assume spunti di legittima difesa da un assalitore che non desiste. Pertanto il suo impeto di giustizia non sorge da folli elucubrazioni interiori, bensì dall’osservazione dei fatti, i quali sono, come affermerà il protagonista del romanzo (Ernest Everhard), il fondo obiettivo da prendere a riferimento nelle valutazioni e nella conoscenza. Personalmente non condivido la condanna londoniana della metafisica (e per giunta apprezzo il pensiero filosofico di George Berkeley, da lui criticato), ma non mi sento di non offrirgli la mia comprensione nei confronti di quelli che a me paiono limiti intellettuali (poiché io sono di indirizzo spiritualista). Il fatto che «Berkeley manteneva l’invariabile condotta di attraversare le porte invece dei muri» non è «prova che la metafisica di Berkeley non andava bene»: si può replicare che in genere gli uomini hanno l’obbligo ontologico di rispettare le leggi di Natura. È corretto dire che i fatti costituiscono la verità delle cose (verum et factum convertuntur), però che questi siano circoscrivibili a un ambito materialistico secondo me è falso: ci sono eventi metafisici, ad esempio le emozioni, le idee nella nostra mente, che non credo prodotti di una distillazione biochimica (la quale sarebbe una facciata fisiologica e non il movente). Un altro punto filosofico in cui divergo da London viene offerto da quel brano dove egli dichiara il marxismo estraneo a Rousseau: non è così. Lo stato di Natura rousseauiano ritorna in Marx nella definitiva “fase comunista” della storia, dopo la “dittatura del proletariato” (“fase socialista”). Restituiamo comunque la parola a Jack London e al suo interessantissimo racconto il quale, allorquando registra, esamina, e giudica i fatti sociali, è inoppugnabile. Messa da parte la sua repulsione metafisica, non possiamo misconoscere la sincerità della sua ansia di giustizia. La crudezza di Ernest al cospetto di un alto religioso ricorda alcuni toni evangelici nel momento in cui attacca lo storico connubio “Cristianesimo / potere politico-economico” (un’alleanza che ha tenuto ai margini e sfruttato gli altri): «L’uomo ordinario è egoista. […] Egli non dovrebbe essere così, ma continuerà a esserlo sino a quando vive in un sistema sociale che è fondato sopra l’etica del maiale [pig-ethics]. […] La pig-ethics […] è l’essenza del sistema capitalistico. E quello è ciò grazie a cui la sua chiesa sta in piedi, ciò che voi avete intenzione di proclamare tutte le volte che andate sul pulpito. La pig-ethics! Non esiste altro nome per essa. […] Il proletariato è cresciuto al di fuori della Chiesa e senza la Chiesa. […] E non scordate che, ogniqualvolta un ecclesiastico protesta, egli subisce l’emarginazione [si veda ad esempio il caso di Don Milani, in aggiunta a quello letterario del vescovo Morehouse, cui queste parole sono rivolte; n.d.r.]». Il machiavellismo vaticano non ha consentito nei secoli input di reale miglioramento della società, come del resto ha fatto il Cristianesimo in generale. Nel ’900 gli ortodossi in Russia sono stati meno fortunati dei protestanti in America, dove per altro verso la schiavitù dei neri negli ambienti religiosi aveva trovato teorici ben disposti a recuperare basi bibliche e teologiche (London ricorda ciò, e in effetti nella Bibbia non c’è un rigetto dell’istituto schiavistico). Primaria voce narrante di “The Iron Heel” è Avis Cunningham, figlia di un borghese progressista, un professore universitario, il quale ha introdotto nella sua casa di Berkeley e negli ambienti alti dell’area di San Francisco l’autodidatta proletario Ernest (un intellettuale marxista che «aveva una padronanza enciclopedica del campo conoscitivo»), alter ego di Jack London. Quest’impostazione narrativa non mi ha lasciato indifferente. Il pretesto, proiettato nel futuro, di un manoscritto femminile (vergato nel 1932), scoperto e pubblicato nel XXVII sec. (con una breve premessa e note di commento di tal Anthony Meredith), manoscritto il quale racconta la storia distopica, ha già di per sé il pregio di una posizione femminista, non misogina (quindi lontana dalla tradizione giudaicocristiana). Questa prospettiva espositiva è ben riuscita perché concede a Avis una profondità del personaggio la quale, in veste di junghiano, ritengo testimonianza del pregio del romanzo. Il testo di Avis inizia il suo racconto nel (futuro) 1912: la protagonista, allora ventiquattrenne, è una giovane donna di cui London elogia le «woman’s intuitons» e la quale constata che «la forza virile era un’irresistibile attrazione nei confronti delle donne». Ci sono gli elementi nel racconto per concepire l’avvicinamento tra Avis ed Ernest (che finiranno per sposarsi) in termini junghiani. Un Io femminile si avvicina al proprio “animus”, perciò ha luogo un’alchemica sizigia anima/animus. Ernest si presenta nei panni di difensore della razionalità contro l’irrazionalità nevrotica capitalistica: «I socialisti erano rivoluzionari […] i quali lottavano al fine di sovvertire l’irrazionale società del presente e fuori di essa costruire la razionale società del futuro». A dire la verità, vedo nella costruzione di suddetta cornice muliebre del quadro narrativo, e nella stessa sostanza del personaggio di Avis, una mano di donna. Ho un fortissimo sospetto che il testo originario del romanzo londoniano sia stato quanto meno ben limato dalla seconda moglie dello scrittore americano. Alcune acutezze femminili inerenti alla figura della voce narrante ufficiale, a mio parere, hanno provenienza dalla psiche di una donna. Il meccanismo junghiano su rilevato (anima/animus, Avis/Ernest) non penso venisse in toto dal sacco di London. Si tratta di una farina mista, molto raffinata. Sono propenso a ritenere che, nella redazione di “The Iron Heel”, l’autore avesse trovato una Diotima nella consorte. Charmian Kittredge (1871-1956; una persona molto emancipata in campo sessuale), sua seconda sposa (dopo una di lui separazione) dal 1905, possedeva i requisiti di studio utili a compiere ciò che suppongo. Ciò non significa sminuire Jack London: tutti possiamo imparare da tutti, e poi in comunione spirituale di beni – eccettuato il metodo abusivo di Walter Keane – è ammissibile un siffatto reciproco sostegno fra coniugi. Se Charmian ha scelto di restare di sua volontà defilata in tale eventualità di collaborazione, va rispettata la sua posizione. Ma lo sguardo critico non può ignorare qualcosa che a me sembra più che un dubbio nel processo di gestazione della distopia. Rinvengo infatti nel testo tratti di un bipolarismo maschile/femminile, e la cosa, in rapporto all’idea di un redattore unico, mi pare strana sotto il profilo psicologico (si veda in particolare l’elevata concentrazione di “femminilità” nella seconda metà del cap. XI e nel cap. XIX). Questo fenomeno è di certo involontario, dato che il romanzo ha natura sociopolitica. Modelli introspettivi biforcati, molto profondi, non si addicono a uno scrittore materialista il quale si identifica appunto in Ernest. Jack London è costui; Avis, secondo il mio avviso, è Charmian, la quale potrebbe/dovrebbe essere la fonte diretta di regia della prima. Il complesso di annotazioni di approfondimento di Anthony Meredith non esprime una personalità forte, egli è un fantasma dell’utopia e non assume una rilevanza caratteriale: è descrittivo, critico sì, ma piuttosto distaccato (come esige del resto la costruzione testuale di “The Iron Heel”); dunque possiamo immaginarlo come una colla di pesce narrativa. A ulteriore sostegno della mia ipotesi posso ricordare che l’autore californiano non era estraneo a ricevere una mano d’aiuto da parte delle donne a lui vicine. La prima moglie Elisabeth Maddern (1876-1948), da cui ebbe due figli, era un supporto nella materiale redazione su carta dei testi londoniani. Testimonianza invece di una collaborazione attiva, durante il primo matrimonio, si ha invece nell’esplicita circostanza di un romanzo epistolare scritto assieme a un amante (la socialista Anna Strunsky): “The Kempton-Wace letters”. Al di fuori di Charmian, nella circostanza di “The Iron Heel”, non intravedo altra donna disponibile a essere l’apportatrice di un contributo sostanziale, e non vale la pena andare lontano in operazioni così delicate (peraltro il secondo matrimonio di Jack London fu per lui più felice rispetto al precedente). Nella realtà dei coniugi London e nel romanzo trova sede un circuito di reciprocità il quale abbraccia il concreto e la finzione. Un altro grado di elementi ad appoggio della mia idea che Charmian London avesse messo qualcosa di sé nella creazione della distopia proviene da alcune precise accuse di plagio nei confronti dello scrittore americano, una delle quali riguarda proprio “The Iron Heel”, e per la precisione il cap. VII (ricalcante “The bishop of London and public morality” di Frank Harris). Tutto questo prova che Jack in qualche modo si arrangiasse, percorrendo vie non del tutto limpide nel corso della scrittura dei suoi libri. E di ciò non faccio una colpa, un demerito, un limite, come ho già puntualizzato. In effetti la produzione letteraria londoniana, pari a circa 20 milioni di battute, è molto considerevole in relazione a uno scrittore morto quarantenne; avrebbe una media annua non inferiore al milione, mentre una media più normale si aggirerebbe intorno a 300.000 battute. Il che fa riflettere sui suoi possibili metodi. Ma non ci sarebbe da scandalizzarsi. London era uno scrittore autentico; quanti oggi, maldestri da non saper nemmeno copiare, scrivono senza conoscere bene la grammatica della lingua in cui si esprimono, o pensando che redigere uno scritto equivalga a riempire le pagine di parole (magari di pensierini fluttuanti nell’anarchia). Pertanto la cosa opportuna da fare, secondo il mio punto di vista critico, è comprendere i fenomeni della scrittura londoniana, e proseguire l’analisi della distopia tenendo presente il metro di lettura che ho assunto e chiarito. Nel romanzo Avis, approfondendo la vicenda di un uomo licenziato dopo aver perso un braccio lavorando come prestatore d’opera in una s.p.a. cui partecipa la sua famiglia, scopre a poco a poco, dando prosecuzione a una primordiale sollecitazione di Ernest, lo squallore dei sepolcri imbiancati del capitalismo. Scarsissime, pressoché nulle, sono le tutele nei riguardi degli operai, giacché le imprese grazie ad abili avvocati e al personale dipendente adeguatosi ai diktat del profitto, superano indenni le cause giudiziarie per incidenti sul lavoro: nessun riconoscimento assicurativo viene dunque concesso a chi subisce un danno inabilitante, in nome della difesa dell’accumulazione del capitale. Media asserviti garantiscono il silenzio sulle scomode fastidiose verità. Un aspirante giornalista dice a Avis, a proposito del gravissimo infortunio oggetto della di lei ricerca, e sul quale ella avrebbe voluto si pubblicasse la verità a vantaggio di quell’uomo: «Noi siamo organici ai gruppi di interesse […]. Se lei pagasse le quote degli annunzi, non potrebbe far giungere qualche argomento simile dentro il giornale». Su tutte le ingiustizie, a scapito di soggetti rimasti disoccupati e invalidi, si erge il delirio della grande ipocrisia ideologica liberista da parte dei capitalisti. Riguardo a costoro ribadirà Ernest a Avis: «Quando loro vogliono fare una cosa […] devono attendere sino a che là nei loro cervelli germogli, in un modo o nell’altro, un concetto […] stante il quale la cosa è corretta […], ignari del fatto che un lato debole della mente umana è che il volere [the wish, la voluntas schopenhaueriana; n.d.r.] è genitore nei confronti del pensiero. […] Loro vedono persino la loro maniera di agire male in un’ottica in virtù della quale possa venire il giusto [qui c’è parecchio del metro comportamentale del Dio veterotestamentario; n.d.r.]. […] Loro si eleggono arbitri dei fatti di milioni di affamati e di tutti gli altri milioni dati in aggiunta». I capitalisti si sentono al pari di Elohiym, e la nevrosi weberiana ne condiziona la psiche1. Jack London coglie detto contorto intreccio di religione cristiana (non solo protestante) ed economia capitalistica, tuttavia il suo deficit materialistico non gli offre l’opportunità di maturare una visione avanzata della dicotomia marxiana struttura/sovrastruttura. Il volontarismo nevrotico, l’ambizione di salvezza dalla morte e di eterna beatitudine, rappresentano una costellazione ossessiva posta sotto la struttura socioeconomica, dentro la persona. È dall’universo psichico che l’apparato strutturale trae origine, ritornando in forme simboliche e allegoriche nella religiosità sovrastrutturale: in contesti capitalistici la religione cristiana non è un optional, rappresenta la punta dell’iceberg. Il capitalista prende molto dall’immagine del Dio veterotestamentario. Il capitalismo estremo configura oggettivamente le basi di uno scontro sociale il quale può degenerare nella violenza a causa della mancanza di equilibrio e moderazione. La dicotomia sfruttati/sfruttatori genera rivoluzionari, e la storia lo dimostra. Questo tema crea il motivo della tensione emersa nel romanzo durante l’iniziale episodio di confronto ideologico svoltosi al club degli amanti-della-scienza (filomati). Il duello verbale intrapreso da Ernest costituisce lo specchio di una situazione reale dominata da vampiri pronti all’uso radicale della forza pur di proteggere e mantenere le loro posizioni di predominio e potere. London dipinge i suoi avversari con i caratteri che li distinguono: «egoismo […], assenza di vita intellettuale […],[…] stupidità della classe dominante[…],[…] volgarmente materiali […],[…] senza una reale moralità […]». Quasi tutta la gamma borghese si identifica in questo DNA. In quel dibattito, come prima, nel romanzo, Ernest mette i capitalisti alle strette. Tra l’altro sottolinea il modo in cui al moderno progresso scientifico e tecnico si è accompagnato, in maniera inversamente proporzionale, il regresso delle classi sociali basse coinvolgendo ancor meglio nella barbarie del lavoro salariato i piccoli, strappati a una corretta crescita. L’autore della distopia in precedenza aveva rammentato altresì che gli speculatori non si fossero fatti scrupoli, dagli albori del regime capitalista nella società occidentale, a utilizzare manodopera muliebre non osservando criterio alcuno di riguardo (in omaggio a quella “mano invisibile” la quale ha impoverito i più e arricchito un’oligarchia): l’intervento della legislazione statale in queste materie è giunto ovunque in ritardo, similmente alla dottrina sociale della Chiesa. Vale a dire quando non si poteva fare a meno di porre un argine alla degenerazione che avrebbe caricato di risentimento e di velleità sovvertitrici gli spiriti rivoluzionari esasperati da ingiustizie ai limiti dei crimini contro l’umanità. Andando avanti nel testo London non trascura di indicare la vocazione irrazionalistica del capitalismo anche nella dinamica fra i detentori della ricchezza, poiché «il gioco degli affari è di fare profitti a scapito di altri, e prevenire gli altri dal fare profitti a vostro svantaggio». Nel momento in cui imprenditori di livello inferiore sono sopraffatti da grandi gruppi affaristici, emerge l’ipocrisia di rivendicazioni difensive di fronte alle sconfitte in campo economico (relativismo pragmatico). La riflessione londoniana conduce in direzione di spunti critici di pertinenza aristotelica, riferiti al concetto di “politeia”. Non sempre ne viene colto il significato in maniera nitida. Si parla di Aristotele come del teorico di una società fondata sulla classe media, il che non rende alla perfezione la sua idea. La “politeia” aristotelica esprime in primis degli indicatori negativi: gli eccessi che debbono essere evitati (la sua interiorità costituisce materia successiva). Una società ben funzionante dev’essere equilibrata, non deve contenere il disagio diffuso (presso il proletariato) e una ricchezza estrema (in possesso di pochi). Jack London nel suo marxismo è involontariamente aristotelico nella sua denunzia messa in bocca a Ernest. La “politeia” londoniana è, a suo modo, lo Stato socialista. Il sistema sociale degli USA giace nelle mani dei gran sacerdoti del Dio denaro: «Professionisti e artisti sono oggi servi feudali in ogni cosa tranne che nel nome, mentre gli uomini politici sono dei paggi. […] Professori, predicatori e direttori di giornale mantengono i loro lavori tramite il servire la Plutocrazia, e il loro servizio consiste nella diffusione solo di idee le quali sono o innocue o apologetiche nei riguardi della Plutocrazia. Tutte le volte che diffondono idee minaccianti la Plutocrazia, costoro perdono il loro lavoro, nel qual caso, se questi non hanno provveduto per il giorno piovoso, discendono nel proletariato e o periscono o divengono agitatori popolari. […] Sono la stampa, il pulpito e l’Università che plasmano [mould; lo stesso termine usato come sostantivo vuol dire “terriccio”: ecco che ritorna il riflesso dell’Elohiym dell’Antico Testamento; n.d.r.] l’opinione pubblica, fissano il passo del pensiero della nazione. Per quanto riguarda gli artisti, loro fanno semplicemente i ruffiani verso i gusti un po’ meno che ignobili della Plutocrazia». Sino alla prima metà di “The Iron Heel” la facciata politica è quella della democrazia borghese, corredata di tutti i suoi difetti, i quali si possono leggere in dettaglio nel racconto. Ernest, nelle sue varie circostanze di esposizione del punto di vista socialista, ha proseguito ciò che de facto si rivela una propaganda marxista (il romanzo londoniano in relazione a simile aspetto rivela un obiettivo di formazione politica inserentesi in quella cornice femminile rappresentata da Avis). Jack London parla del plusvalore marxiano e dell’essenza espansiva del capitale, preconizza il crollo mondiale dell’economia capitalistica allorché questa non troverà ormai mercati a beneficio della sua indefinita produzione. Ma compie un errore di valutazione, il quale ha radice marxiana. Un assetto globale privo di spazi commerciali efficienti indurrà i gruppi capitalistici superiori ad aggirare la globalizzazione auspicata da Marx. Difatti è possibile distruggere porzioni di spazio altrui in maniera tale che queste divengano aree d’investimento. E la cosa è fattibile persino ottenendo una previsione di doppio profitto: nel momento distruttivo (producendo e vendendo materiale bellico), e nel momento costruttivo (fornendo quel che occorre ai progetti di ricostruzione). Ci accorgiamo dunque che la dialettica storica di Marx non corre così lineare, anzi assume moti retrogradi. Far maturare ad arte contesti bellici e di devastazione spalanca le porte a buoni affari. Il capitalismo è irrazionale, però i capitalisti più forti, nelle situazioni estreme, davanti alla loro brama, sono in grado di elaborare soluzioni funzionali. Siffatta malsana intelligenza, del resto, indica comunque un’espressione di irrazionalità. Chi promuove conflitti a scopi di guadagno vaga nell’oscurità dell’“ombra” junghiana. Suddetta organicità di capitalismo e guerre, nella coltivazione del profitto, è nota a London, e invero ne parla anticipando il principio totalitario orwelliano (in “1984”) in base a cui war is peace. Tuttavia lo scrittore californiano compie lo sbaglio su menzionato di non vedere al di là della dogmatica teleologia storica marxiana: la fluidità progressiva di questa non è così scontata fuori dell’ortodossia ideologica. La storia novecentesca ha addirittura mostrato regimi comunisti estintisi in favore del ritorno al capitalismo. Io non confido nello spirito di intraprendenza popolare che reagisce eroicamente davanti alle ingiustizie, la penso come La Boétie2. Quegli insiemi oggi amorfi, nelle società capitalistiche, chiamati popoli, esprimono un valore medio spirituale basso. Non vedo in qual modo si potrebbe dar torto ai teorici delle aristocrazie del pensiero alla guida dello Stato. Tutto passa dall’educazione scolastica: la presenza di molti ignoranti nelle materie sociali e politiche vanifica la democrazia trasformandola in feudalesimo. Ernest Everhard rappresenta un exemplum pedagogico: ha imparato a comprendere il mondo che lo circonda e sa vedere lontano. Jack London era eccessivamente fiducioso sulle capacità delle masse di raggiungere la fratellanza tra i popoli e il benessere diffuso a beneficio di tutti. Ciò non vuol dire che fosse ingenuo, tant’è che la seconda metà del romanzo mette in scena la repressione interna negli USA accompagnata dal dubbio costante su quale sarà il comportamento dei lazzari nell’ora della rivoluzione proletaria. L’intuito londoniano scruta nell’orizzonte futuro romanzesco statunitense una crisi economica nel 1912, e una propensione al conflitto bellico con la Germania dovuta a quella dialettica di produzione e spazi commerciali capitalistici sopra approfondita. La solidarietà proletaria internazionale grazie a scioperi nazionali di Tedeschi e Statunitensi impedisce alla guerra di protrarsi avanti. Questa è indubbiamente una pagina esemplare nel racconto londoniano, purtroppo le due guerre mondiali insegneranno che il disordine della ragione è poco imparentato col buon senso a qualsiasi livello sociale e ovunque (persino l’URSS staliniana adotterà connotazioni patriottiche nella guerra alla Germania nazista, accantonando l’ideale di trasversalità internazionale dei proletari). In questo svolgersi di vicende, siamo ancora nel 1912 (anno d’apertura di “The Iron Heel”), abbiamo assistito all’emarginazione di persone nocive a un iniquo sistema. Nella realtà storica degli USA misure di tutela economica nei confronti dei lavoratori (pensioni, indennità per malattia o disoccupazione), garantite da un ente pubblico (“Social security”, in pratica un equivalente dell’INPS), furono introdotte nel ’35 all’epoca della grande crisi degli anni ’30 durante la presidenza del democratico Roosevelt. Il “Social security act” nasconde dentro di sé una motivazione poco nobile: impedire la contrazione dell’insieme dei consumatori e dei consumi cagionata da inedia e povertà a danno della produzione capitalistica e dei profitti, viceversa poteva essere adottato prima. Appunto, il progetto di epoca rooseveltiana mirante alla creazione di una sanità dove fosse presente anche lo Stato fu affondato dagli interessi lobbistici: qualcosa del genere, ma a tutela di un novero non totale dei cittadini degli USA, arrivò soltanto nel 1965 con i democratici. Il diritto a un vitalizio durante l’anzianità dei prestatori d’opera proletari viene rivendicato nella distopia londoniana da Avis. Questo muliebre dettaglio narrativo mi fa ricordare l’opera sociale e filantropica promossa da Eva Perón in Argentina, e in particolare quel proclama sui diritti degli anziani il cui contenuto è stato assunto in maniera ufficiale dall’ONU nel 19913. Quando Avis ci esterna questo suo pensiero ha incontrato lungo la strada il vescovo Morehouse perseguitato per aver aperto gli occhi, grazie a Ernest, su un’ingiusta ipocrita società. Le di lui parole a ella disorienterebbero chiunque: «Ho venduto […] Tutti i miei possedimenti. […] Non conoscevo che cosa significasse mezzo milione di dollari finché non mi sono reso conto di quante patate e pane e burro e carne potrebbero comprare. E poi ho compreso qualcos’altro. Mi sono reso conto che tutte quelle patate e quel pane e burro e carne erano miei, e che io non avevo lavorato per produrli. Allora mi fu chiaro che qualcun altro aveva lavorato e prodotto essi e ne era stato derubato. E quando io scesi tra i poveri trovai quelli che erano stati vittime del furto e che avevano fame ed erano infelici poiché erano stati derubati [Jack London ha, oltre al Vangelo, rammentato – velata – la dottrina marxiana sulla proprietà borghese; n.d.r.]». Capita di rado sentire (e vedere) qualcosa di simile da parte di qualche benestante e prestigioso dirigente ecclesiastico. Il padre di Avis, dal canto suo, è stato privato, attraverso pretesti inventati, delle sue proprietà e del suo rango sociale, a causa della sua scarsa simpatia plutocratica, ed è finito ad abitare con la figlia e il genero Ernest in un povero quartiere di San Francisco. In mezzo a questo non agevole contesto, un nutrito manipolo di deputati socialisti, fra cui lo sposo di Avis, viene eletto alla Camera dei rappresentanti al termine del ’12. Jack London impone all’organizzazione suprema del capitalismo statunitense un’imago simbolica: «the Iron Heel». Il Tallone di Ferro, nel portare avanti il consolidamento della sua egemonia, causa una stagione di scontri sociali interni molto violenti, di cui a farne le spese sono gli avversari (borghesi della middle class, proletari, socialisti). Dice Avis: «L’oligarchia con mano di ferro e tallone di ferro sopraffaceva milioni che si agitavano come il mare, fuori della confusione portava ordine, fuori del gran caos batteva il ferro delle proprie fondamenta e della struttura». The Iron Heel speculava altresì a proprio vantaggio su una situazione politica estera instabile, segnata da lotte di emancipazione sociale nazionali. Altre puntuali parole di Avis schiariscono le idee sul livello di irrazionalità dilagante a inizio del ’13 londoniano: «Mentre tutto il mondo era lacerato dal conflitto, noi degli Stati Uniti non eravamo calmi e pacifici. […] Un risveglio religioso prendeva campo. Un ramo dei Seventh Day Adventists saltò alla volta di un improvviso risalto, proclamando la fine del mondo. […] La gente, il che era frutto della sua infelicità, e della sua delusione in tutte le cose terrene, era matura e impaziente per un cielo dove i tiranni industriali entrassero non più dei cammelli passati attraverso la cruna di un ago. […] Si era agli ultimi giorni proclamavano, il principio della fine del mondo. I quattro venti erano stati sciolti. Dio aveva sollecitato la nazione alla lotta. Fu un tempo di visioni e miracoli, mentre profeti e profetesse erano numerosi. La gente smise di lavorare a centinaia di migliaia e sparì sulle montagne, là per aspettare l’arrivo imminente di Dio e l’ascesa dei 144.000 in cielo. Ma nel frattempo Dio non venne, e loro soffrirono la fame fino alla morte in gran numero. Nella loro disperazione saccheggiarono le fattorie per il cibo […]. Eserciti di squadroni di cavalleria furono schierati, e i fanatici furono ammassati indietro con l’argomento della baionetta verso le loro mansioni nelle città. Lì loro esplosero sempre tra ricorrenti resse e rivolte. I loro leader furono giustiziati per sedizione o imprigionati in manicomi. Quelli che furono giustiziati accolsero la morte con la contentezza dei martiri. Fu un’epoca di pazzia. L’inquietudine era diffusa». Il contrario della “politeia” aristotelica ha preso un robusto corpo. Il conflitto socialismo/capitalismo negli USA, nell’ultimo quarto del romanzo, si evolve in una lotta armata di rivoluzionari sovversivi contro uno Stato dittatoriale. Passando dall’arresto dei parlamentari e di molti esponenti socialisti, fra i quali Avis ed Everhard, London avvia l’esposizione di una teoria di resistenza cruenta. I due protagonisti, divenuti latitanti, rimangono al centro di quell’organizzazione antirepressiva guidata dai marxisti. La situazione è ormai degenerata, e l’autore del romanzo però non si rende conto che l’intelligenza reale di un Tallone di Ferro non spingerebbe mai le tensioni sino alle estreme conseguenze di un conflitto campale. Il miglior modo di corroborare un sistema capitalistico oppressivo consiste nel mantenere istituzioni democratiche in funzione di specchietto per le allodole, tanto poi il potere della corruzione conduce la nave sulla rotta gradita all’oligarchia economica. Un clima rivoluzionario è storicamente un effetto collaterale nei Paesi di non elevata industrializzazione. Le società del capitalismo avanzato assimilano gli impetuosi spiriti dei cambiamenti, come in una sorta di mitridatismo, depotenziandoli. Viene lasciata una democratica soglia di libertà con cui impiccarsi. Se London fosse giunto a leggere Marcuse – ma anche prima – si sarebbe reso conto che lo scenario di “The Iron Heel” è molto remoto. Il vero Tallone di Ferro cerca di accomodare l’assetto sociale e politico posto a garanzia dei suoi interessi. Gli eccessi repressivi, di cui exempla l’episodio del generale Beccaris a Milano nel 1898 e quelli descritti nella distopia londoniana, sono degli errori controproducenti. Nell’ombra si disgrega meglio l’opposizione ideologica. Se questa diviene pratica, armata e violenta, allora il campo avverso è chiamato a una risposta omogenea, e qui le cose per i capitalisti si complicano. Uno Ernest, il quale è l’incrocio tra Che Guevara e Michael Collins (indipendentista irlandese), nei fatti non sarebbe mai emerso dalla struttura sociale degli USA. Il suo teatro operativo si può più avvicinare a Cuba e all’Irlanda che non a uno sfondo statunitense. “The Iron Heel” potrebbe essere ambientato nell’Argentina dell’ultima dittatura, giacché egli parla di desaparecidos e di resistenza delle sinistre (in tal ultima circostanza, peronisti montoneros e marxisti). Di certo si può obiettare che il romanzo abbia una costruzione di fantasia. Però io non ritengo che Jack London avesse immaginato un pericolo illiberale senza ritenerlo possibile, anzi è dato pensare il contrario in osservanza alla sua ortodossia marxista: se la borghesia si sentirà minacciata dal movimento storico di cambio della classe dominante, a di lui avviso, reagirà, e lo farà nella maniera, sempre a di lui giudizio, più efficace. London ha sbagliato qua. Quel poco avveduto Tallone di Ferro da lui descritto userebbe quei metodi brutali laddove i mezzi mediatici e gli espedienti politici democratici non avessero effetto sulla popolazione, e questo non è il caso degli USA. Infatti i bolscevichi in Russia hanno avuto successo, paradossalmente e a dispetto della filosofia della storia marxiana, grazie alla qualità medievale dei loro avversari. Dal 1917 in poi lo stupore di Jack London sarebbe stato nei confronti degli eventi storici molto forte, sebbene prevedesse il successo del marxismo negli USA lontanissimo (e per la verità rinviato mediante una via opposta al corso reale dei fatti). Il romanzo londoniano, dopo la scomparsa dell’autore, nella sua veste distopica è risultato distante dalla realtà statunitense, e quindi là innocuo; ma più suggestivo e più pericoloso in quei luoghi del mondo dove le oligarchie plutocratiche avessero recitato il ruolo del Tallone di Ferro oppressivo e violento. In linea di principio occorre sostenere con fermezza che l’uso della forza non è il modo ottimale per risolvere i problemi sociali, e che essa debba essere una extrema ratio nella legittima difesa della dignità umana davanti ad abusi intollerabili che non abbiano trovato una pacifica rimozione. In “The Iron Heel” la violenza esposta nella parte finale è eccessiva, non si può liquidarla quale prodotto letterario poiché attiene a precisi riferimenti concreti e non a una isolata dimensione narrativa. Quelle cose descritte sono successe, anche se non negli USA, diverse volte nel ’900, e ciò deve servire da insegnamento: comprendere non significa giustificare, c’è da far tesoro del “negativo” a difesa di una crescita dell’umanità in direzione di una convivenza senza sperequazioni fra tutti gli individui. Nella finzione distopica londoniana un primo tentativo rivoluzionario fallirà alla fine del 1917 (nella realtà andrà meglio in Russia). Ernest Everhard sarà catturato e giustiziato nel ’32 alla vigilia di un altro moto per il cui successo egli aveva speso moltissime energie; il quale tuttavia al pari del primo non avrà esito positivo, e in seguito a cui – dice il commentatore letterario Anthony Meredith – Avis fu probabilmente uccisa. La dimensione temporale di commento di Meredith è collocata nel XXVII sec., il quarto dalla caduta del Tallone di Ferro (durato tre secoli) e dall’affermazione del socialismo: London immaginava una gestazione lunga. A conclusione della mia analisi voglio esprimere alcune ulteriori considerazioni critiche utili a illuminare la profondità della materia londoniana elaborata nella distopia. Avis, il cui manoscritto è posteriore alla morte del marito, definisce Ernest un’aquila in “The Iron Heel” tre volte. La prima volta, subito, nel cap. I (intitolato proprio “My eagle”) si esprime con parole il cui tono ricorda un brano del prologo de “La razón de mi vida (1951)” di Eva Perón (1919-1952). Avis: «Quando non penso al futuro, penso al passato non più esistente – alla mia Aquila, che batte con ali instancabili il vuoto, che spicca il volo verso quel che era sempre il suo sole, l’ardente ideale della libertà umana. Non posso stare nell’ozio e attendere il grande evento che è un suo frutto, benché egli non sia qui a vedere. Lui consacrò tutti gli anni della sua età virile a ciò, e per esso diede la sua vita. Ciò è un suo prodotto. Lo ha fatto lui. E così accade che, in questo ansioso tempo di attesa, scriverò di mio marito. C’è molta luce che io soltanto fra tutte le persone viventi posso proiettare sopra la sua figura, e un così nobile personaggio che non può essere celebrato avanti troppo luminosamente. La sua era una grande anima, e, quando il mio amore cresce nell’altruismo, il mio supremo dispiacere è che egli non sia qua a vedere l’alba del domani». Evita: «Io non ero né sono niente che un umile donna… un passero in un immenso stormo di passeri… Ed egli era ed è il condor gigante che vola alto e sicuro tra le cime e vicino a Dio. Se non fosse per lui che discese fino a me e mi insegnò a volare in un altro modo, io non avrei saputo mai quello che è un condor né avrei potuto contemplare mai le meravigliose magnifiche immensità del mio popolo. Perciò né la mia vita né il mio cuore mi appartengono e niente di tutto quello che sono o possiedo è mio. Tutto quello che sono, tutto quello che ho, tutto quello che penso e tutto quello che sento è di Perón. Ma io non mi dimentico né mi dimenticherò mai che fui passero né che continuo a esserlo. Se volo più in alto è grazie a lui. Se cammino tra le cime, è grazie a lui. Se a volte tocco quasi il cielo con le mie ali, è grazie a lui. Se vedo a elevato costo quello che è il mio popolo e lo amo e sento il suo affetto carezzando il mio nome, è soltanto grazie a lui. Perciò gli dedico, interamente, questo canto che, come quello dei passeri, non ha nessuna bellezza, ma è umile e sincero, e ha tutto l’amore del mio cuore». Avendo ricordato Eva Perón, non reputo superfluo sottolineare varie tangenze di pensiero e di spirito tra il suo “Mi mensaje (1987)” e “The Iron Heel”; ricordando però che il primo libro è peronista, mentre il secondo è marxista, e che tra giustizialismo e comunismo esistono precise differenze ideologiche contemplanti un migliore equilibrio nel primo, a differenza del secondo, durante il momento riservato all’azione politica4. Delle cose dette da Evita nel “Mi mensaje” mi piace ricordare l’attacco «a las jerarquías clericales» colpevoli di «haber abandonado a los pobres, a los humildes, a los descamisados, a los enfermos, y haber preferido en cambio la gloria y los honores de la oligarquía» e di aver fatto un uso oppressivo della religione cattolica, quando all’opposto – non solo a di lei parere – l’emancipazione popolare avrebbe avuto necessità di una “teologia della liberazione” (che la Chiesa ha in passato respinta, preferendo la conservazione di un indirizzo più conciliante con gli antimarxisti in generale ovunque, e gli antiperonisti in particolare in Argentina). La vicinanza tra gli stati d’animo e degli episodi di Avis Everhard ed Eva Perón, rispettivamente in “The Iron Heel” e ne la “La razón de mi vida”, in occasione della comune di Chicago e nel contesto dell’arresto del generale Perón nel ’45, colpiscono il lettore attento che ha avuto la ventura di leggere entrambi questi libri. Avis: «Una strana cosa mi accadde. Una trasformazione venne su di me. Il timore della morte, per me e per gli altri, mi lasciò. Ero in strano modo eccitata, un altro essere in un’altra vita. Non m’importava niente. La Causa per questa volta era persa, ma la Causa rimaneva qui per il domani, la medesima Causa, sempre viva sempre ardente. […] La morte non significava niente, la vita non significava niente. […] A vantaggio della mia mente ero balzata alla volta di una fredda stellare altitudine e avevo afferrata una calma trasvalutazione dei valori [transvalutation of values: un esplicito concetto nietzschiano; n.d.r.]. […] Ero sopraffatta dalla moltitudine. Il limitato spazio veniva riempito con grida, urla e imprecazioni. Colpi d’aria stavano cadendo su di me. Delle mani stavano lacerando e strappando la mia carne e i vestiti. Sentivo che ero in procinto di essere squartata. Ero sul punto di essere schiacciata, soffocata. Qualche forte mano prese le mie spalle nel folto della mischia. Tra il dolore e l’oppressione persi i sensi. […] Così ricevetti il mio battesimo rosso [red baptism: un’allusione al battesimo di sangue nella Chiesa; n.d.r.] in quella carneficina di Chicago. Prima di ciò, la morte per me era stata una cosa teorica, però sempre in seguito essa è stata un semplice fatto che non importa, essa è così facile». Evita: «Da quando Perón andò via fino a che il popolo lo riconquistò per esso – e per me! – i miei giorni furono giornate di dolore e di febbre. Mi misi in giro cercando gli amici che potevano fare ancora qualcosa per lui. Fui così, di porta in porta. In quel penoso incessante camminare sentivo ardere nel mio cuore la fiamma del suo incendio che bruciava la mia assoluta piccolezza. Non mi sentii – lo dico veramente – tanto piccola, tanto poca cosa come in quegli otto giorni memorabili. Camminai per tutti i quartieri della gran città. Da allora conosco tutto il campionario di cuori che battono sotto il cielo della mia Patria. A mano a mano che continuavo a discendere dai quartieri orgogliosi e ricchi ai poveri e umili le porte si andavano aprendo generosamente, con più cordialità. In principio conobbi unicamente cuori freddi, calcolatori, “prudenti” cuori di uomini comuni incapaci di pensare o di fare niente di straordinario, cuori il cui contatto mi diede nausee, schifo e vergogna. Questa fu la cosa peggiore del mio calvario attraverso la gran città! La vigliaccheria degli uomini che poterono fare qualcosa e non lo fecero, lavandosi le mani come Pilato, mi fece male più dei barbari pugni che mi diedero quando un gruppo di codardi mi denunciò gridando: “Quella è Evita!”. Questi colpi, invece, mi fecero bene. A ciascun colpo mi pareva di morire e tuttavia a ognuno mi sentivo rinascere. Qualcosa di rude però al medesimo tempo ineffabile fu quel battesimo di dolore che mi purificò di tutto il dubbio e di tutta la vigliaccheria. Forse non gli avevo detto “… per quanto lontani è necessario andare nel sacrificio non smetterò di stare al suo fianco, fino a svenire”? Da quel giorno penso che non dev’essere molto difficile morire per una causa che si ama. O semplicemente: morire per amore».


NOTE

Questo scritto è un estratto del mio saggio “Socialismo e finzione letteraria in Aleksandr Bogdanov e Jack London (2017)”

1 In riferimento a tale complesso di tematiche invito a leggere nella mia opera “Critica dell’irrazionalismo occidentale (2016)” la parte recante il titolo “Il gioco capitalista degli Elohiym falsi e bugiardi”.

2 Invito a leggere il mio studio intitolato “La Boétie: ipocrisia borghese o marxismo-leninismo?” all’interno di “Danilo Caruso, Critica letteraria (2017)”.

3 Il Decálogo de la ancianidad (1948) di Evita, inserito nella Costituzione argentina del ’49, contempla: diritto all’assistenza, alla casa, all’alimentazione, al vestito, alla cura della salute fisica e morale, allo svago, al lavoro, alla tranquillità, al rispetto. Per approfondire si veda il mio saggio “La morte delle ideologie (2011)” nella sezione dal titolo “La Fondazione ‘Eva Perón’”.

4 Per approfondimenti si veda nella mia monografia “La morte delle ideologie (2011)” la sezione intitolata “Il giustizialismo peronista”.