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27 gennaio 2025

IL “DE PROVIDENTIA” DI SENECA E IL CRISTIANESIMO

di DANILO CARUSO

Il “De providentia” di Lucio Anneo Seneca1 (4 a.C. – 65 d.C.) è una monografia scritta l’anno precedente la morte dell’autore, rappresenta ormai un’opera del periodo di caduta in disgrazia finale del filosofo stoico presso il suo ex allievo Nerone. Sebbene sia facile immaginare che risenta degli umori personali di quel clima, d’altro canto non possiamo omettere un carattere standard per una simile redazione la quale riflette a prescindere contenuti strutturali di impronta riconducibile allo stoicismo romano. La filosofia della Stoà, più in generale, compare nella trattazione del saggio senechiano in forma inequivocabile, sicché, semmai, l’atmosfera vissuta da Seneca fu di sprone a mettere per iscritto pensieri già nella sostanza avita stoici. E quanto appena detto si rivela veritiero nel momento in cui si notano nel testo in esame le analogie con l’ottica cristiano-patristica. Non è il maestro di Nerone a mostrare simpatie verso la nuova religione. I fatti hanno voluto che due filoni di pensiero semitico (uno filosofico iniziato con Zenone di Cizio e l’altro più schiettamente religioso legato al Giudaismo) s’incontrassero in maniera fertile (ma secondo me negativa, alla luce di quello che sarà il Cristianesimo per parecchi secoli2) proprio attorno all’epoca di Seneca. La comunanza di matrice semitica delle due suddette emanazioni, mediante l’esperienza dell’Ebraismo alessandrino3, fece sì che queste venissero fuse alla volta di una nuova teologia, con l’obiettivo di costruire una religione-per-tutti (cattolica). Non dobbiamo pensare che Seneca avesse delle propensioni in tal senso. Io credo che lui sia rimasto uno stoico integro, e che spunti di questa etica siano confluiti nella Patristica con altri mattoni filosofico-teologici. I Padri della Chiesa erano grecoromani in un sistema educativo ancora classico-pagano e non cristiano-medievale. Non poco dal pensiero antico è transitato nella nuova religio4. E tra ciò possiamo rilevare l’impianto concettuale del “De providentia”, trattato stoico, ma che pare scritto con la testa di un novello teorico del Cristianesimo. Ho constatato come, al di là delle righe personali stoiche e romane, tale opera sia, per così dire, ante litteram, patristica. Ovviamente non dobbiamo vederla al modo weiliano di prefigurazioni, bensì nella guisa poco sopra chiarita. Analizzando il “De providentia” rileveremo elementi di etica stoica riversatisi nella religione di Cristo con un nuovo abito, però al di sotto del quale puntualizzata una provenienza filosofica. Nell’Ebraismo paralleli atteggiamenti in generale esistevano dietro altra forma. La radice semitica consentì di legarli alla luce di nuova teologica spiegazione, impastata di filosofia perlopiù stoica e tradizione religiosa soprattutto giudaica. Il Cristianesimo è rimasto un culto solare neoatonista5 (con radici altresì egizie dunque). Comunque, vediamo meglio i perni concettuali del “De providentia” sulla via analitica prefigurata. Il problema centrale di questo scritto senecano si mostra uno di quelli nevralgici nella teologia cristiana, vale a dire la tematica del male nel mondo, soprattutto a danno di persone incolpevoli, nel momento in cui l’universo viene considerato il prodotto di una divinità rappresentante altresì un principio di giustizia e di equità. Tale è il porsi del filosofo stoico all’inizio della sua riflessione, la quale, al pari della visione cristiana, riconosce una “providentia” divina universale. Seneca rifiuta un’origine casuale del cosmo, sostenuta d’altro canto dall’atomismo democriteo. Pertanto il tema del perché avvenimenti negativi colpiscano chi non se li merita in un’ottica di premiazioni/punizioni da parte della divinità rende l’argomento del “De providentia” di non facile, snella, lineare soluzione. Se stoici e cristiani giudicano esistente una regia provvidenziale all’interno del contesto del reale, v’era d’altro lato un versante di pensiero epicureo e aristotelico propenso a giudicare la divinità (per vari motivi) disinteressata delle sorti umane e della contingenza6. Lo sforzo di Seneca nel cercare di dare una risposta alla sua problematica stoica, ereditata poi dal Cristianesimo, si abbandona ad argomentazioni non molto razionali. Queste ritorneranno tali e quali nella nuova religio. La divinità, a dire del filosofo stoico, metterebbe-alla-prova e corroborerebbe i migliori attraverso esperienze traumatiche, dolorose, tragiche. Mi chiedo, personalmente, se simile agire non sia da considerarsi più sadico che appropriato e giusto. Resta dunque a Seneca un iter impegnativo nel suo impegno a convincere il lettore circa la bontà della “providentia”. La difficoltà di aggrapparsi a una prima risposta paradossale, emozionale e fideistica lo induce a teorizzare nella funzione di miglior approccio al male, laddove possibile, una reazione attivistica. Cioè: quanto non va bene dovrebbe essere corretto dall’agire umano mosso da quello sprone. Un tale primato dell’attivismo non sarà vivo nell’etica cattolica, lo ritroveremo nel Cristianesimo protestante (poi ben esaminato da Weber). Seneca delinea un modello analogo al tipo delle Giobbe veterotestamentario (amor fati). A questo momento passivo dell’esperienza del male rimarrà legato il Cattolicesimo. Il Protestantesimo si ricollegherà al momento attivo della visione stoico-senecana: non basta e non si deve stare a guardare nell’accettazione del corso provvidenziale, si può verificare la possibilità di una vita migliore. Il saggio stoico deve cercare il segno della sua predilezione divina «laboris appetens iusti», sopportare al pari di Giobbe le avversità estranee, inammissibili in quanto tali rispetto alla sua forma mentis, la quale lo vuole invece coraggioso, temerario di fronte alla situazione di pericolo. Compare qui il principio regolatore che produrrà la figura del martire cristiano, è il principio di una mentalità semitica: sacrificarsi, se richiesto e necessario, per la causa ideale. Da ciò Sansone, la pazienza di Giobbe e dello stoico, i suicidi politici fra i Romani tradizionalisti. Di questi ultimi Seneca elogia lo harakiri di Catone, il quale non ritroveremo per caso in un ruolo di primo piano nel purgatorio dantesco7. La vocazione al martirio accomuna lo stoicismo romano e il Cristianesimo delle origini. Seneca nel “De providentia” affronta il tema panlogistico collegato alla divinità (tutto ciò che è reale è stato predeterminato da questa) e alla di essa “providentia”, postulando che l’interesse e il benessere dell’insieme globale e generale prevalgono su segmenti parziali. Un altro modo per dire che bisogna rassegnarsi alla “volontà-divina”. Argomenti del genere hanno avuto vita lunga, e sempre per mezzo di un solco di pensiero semitico incarnatosi in diversi posti. Agostino d’Ippona col suo rifiuto del pelagianesimo che conduce sino alla predestinazione luterana e protestante, l’Ebraismo idealistico di Spinoza che porta fino a Hegel8. Oggigiorno anche la gente semplice esprime delle volte non molto entusiastiche rassegnazioni alla volontà-di-Dio. In parole povere il “De providentia” di Seneca ha attraversato i secoli e le società cristianizzate in virtù di quei suoi contenuti, i quali lo hanno reso un manifesto ideologicamente indifferenziato sulla Provvidenza divina e sull’argomento del male nel mondo, un manifesto ricalcato nelle sue linee, nelle sue idee, nei suoi spunti dai pensatori cristiani. A onor del vero debbo però sottolineare che la teologia del Cristianesimo ha estremizzato la posizione stoico-senecana. Seneca fa notare gli effetti collaterali di un regime di incontrollato benessere, laddove incosciente nei di esso eccessi. Egli pone dei richiami, condivisibili, di carattere esistenzialistico, i quali possono offrire delle analogie di forma con equivalenti trattazioni della Patristica. Qui, però, gli inviti senechiani inneggianti all’equilibrio, alla reazione attivistica in guisa intelligente, vengono stravolti da un preciso indirizzo religioso (nevrotico) il quale sposta l’azione mirando all’affermazione di un’ideologia fideistica discutibile dove la maggiore lucidità mentale (stoica) cede il passo alla nevrosi. L’antiedonismo etico di Seneca resta in bilico nel “De providentia”, pronto a cadere sul lato sbagliato (cristiano). V’è un inquietante passaggio che sarà ripreso e riproposto dai Cristiani in direzione della patologia anoressica nel contesto del disprezzo della corporeità: «Lenior ieunio mors est». L’ideale del digiuno cristiano, così come proposto da alcuni, è stato fra le cose peggiori della nuova religio (ieunium=salus9), L’obiettivo di ricercate forme di denutrizione (conducenti all’anoressia) finalizzate a mortificare il “corpo”, luogo del peccato, ha causato vittime. Si pensi, ad esempio, alle “sante anoressiche”. Lo spirito di fondo dello stoicismo senecano è diverso, e mantiene un margine di “ragionevolezza” proposto in previsione di affrontare e contrastare le avversità: «Patiamur: non est saevitia; certamen est». Il Cristianesimo cattolico ha invece messo al primo posto una sorta di masochistico compiacimento della “saevitia”, mettendo da parte il “certamen”. L’orizzonte di quest’ultimo, tipicamente semitico-veterotestamentario (pensiamo alla caparbietà di un Giacobbe) verrà riscoperto dal protestantesimo, il quale con le sue vocazioni volontaristiche e attivistiche cercherà di dare un senso meno tragico all’inderogabilità panlogistica della predestinazione alla salvezza eterna. Il “De providentia” ritorna sempre in qualsiasi forma cristiana: in una parte più e meno altrove. La discriminante sta nel grado di rassegnazione alla realtà dei fatti antistanti. Seneca eleva le esperienze negative, nel quadro del proprio stoicismo, a fase pedagogica. E non ha tutti i torti a sostenere ciò. Esistono eventi che possono insegnare qualcosa, e a tutti. Possono insegnare l’attenzione, la serietà, l’equilibrio, l’onestà, la giustizia, l’impegno alla ricerca scientifica nella cura delle malattie. I cristiani delle origini non hanno colto lo sprone verso un umanesimo sociale, bensì in direzione di pensieri religiosi chiusi, nevrotici e dannosi. Il fatto che le malattie, per esempio, venissero considerate un prodotto di una incontestabile volontà-di-Dio ha provocato la conseguenza di scoraggiare la ricerca medica, valutata, in quanto in contrasto con il decreto divino, qualcosa di demoniaco. Donne esperte di cure naturali finirono così per essere considerate streghe al servizio del Diavolo. E simile cosa costituisce nevrosi. A dispetto degli altrui deragliamenti v’è nel “De providentia” di Seneca un brevissimo passaggio, ma che si mostra come una perla nell’ostrica: «[...] cursus [...] omnium conditor et rector scripsit [...] fata». Il carico concettuale di queste pochissime parole si manifesta enorme al nostro sguardo, poiché ci indica quell’asse di pensiero semitico unente Giudaismo e stoicismo. Il “cursus” di cui il filosofo parla è il Logos, il progetto tetico del reale concretizzantesi negli avvenimenti. Egli ci dice inoltre che esso è “fondatore” e “reggitore”, ossia “causa efficiente” e “guida, signore”. Tali sono gli attributi della divinità stoica10. Simili aspetti ci lanciano da Roma ad Alessandria d’Egitto presso la più o meno contemporanea filosofia filoniana, la quale riprendendo concetti dell’Antico Testamento teorizzava le due potenze del Dio ebraico: quella produttiva (in quanto causa realizzatrice) e quella reggitrice (mantenitrice dell’esistenza). Nella prospettiva della prima potenza la divinità è Θεός (=Eloiym), nella prospettiva della seconda è Κύριός (=Yahwèh). Filone Alessandrino, ancora Giudeo, teorizza il Logos nella funzione di “cosmo noetico divino”. Tutti questi dettagli oltre a proiettarci verso la teologia trinitaria ci conducono alla volta del Vangelo non sinottico di Giovanni11, e ancor prima in direzione del parallelo senecano a proposito del piccolo segmento testuale sottolineato. Seneca e il filosofo ebreo citato sono idealmente sovrapponibili in relazione alla tangenza evidenziata in virtù della parentela mentale semitica, dato che i loro separati e distinti pensieri originavano da una antica matrice comune. Un exemplum del genere mostra un percorso di incontro non difficoltoso. Il Giudaismo alessandrino avvicinò il vecchio mondo ebraico alla filosofia greca, poi il resto all’interno dello spazio della pax romana venne da sé. Il Cristianesimo delle origini costituiva una teologia giudaica 2.0 con la pretesa di avere la prerogativa di esclusività religiosa erga omnes12. Il progetto fu sfruttato in modo fallimentare nella ricerca di cementare e rinforzare l’Impero romano, il quale proprio a causa delle infiltrazioni ideologiche e pratiche cristiane si indebolì (non ultima la decrescita demografica incentivata da una morale sessuofobica). Seneca non mostra contenuti cristiani, semmai il contrario. Ho chiarito la cosa spiegando altresì la maniera in cui la nuova religio ha rielaborato in peggio visioni precedenti del cosmo grecoromano. Faccio notare, partendo sempre dal “De providentia”, che la morte per lo stoico non è da temere. Alla stessa guisa in cui i mali addestrano il ben disposto ad accogliere il corso della vita, quella rappresenta una liberazione dell’individuo dalla prigione esistenziale. Simile concezione stoica e senechiana, verrà portata all’estremo nella visione cristiana, nella quale la possibilità del martirio costituirà l’evoluzione verso più radicale patologia del suicidio stoico, già di per sé via di orientamento malata. La seguente parte di questa mia analisi proseguirà la parabola dell’argomentazione sulla providentia senecana collegando questa a una tematica ancora di attinenza cristiana e inerente alla letteratura italiana. Si tratta della questione manzoniana relativa alla Provvidenza cattolica ne “I promessi sposi”. Ho già puntualizzato come la providentia (Logos) degli stoici si sia configurata dentro il Cattolicesimo. Voglio adesso far osservare la maniera in cui quella concezione abbia attraversato i secoli e sia giunta vicina e prossima a noi. La concezione cattolica del Manzoni nel contesto del suo notissimo romanzo evocato prevede la “messa alla prova” (tentatio) di Lucia e Renzo, i quali “provvidenzialmente alla fine riescono a coronare il loro progetto matrimoniale (previsto dal “cursus”). La problematica manzoniana recupera controversi aspetti di quella senechiana. In primis: perché bisognerebbe essere messi in difficoltà se prediletti? Chi ti vuol bene ti educa e ti consiglia in forme positive, e anche se impegnative e faticose, pur sempre non traumatiche. Mandare disgrazie non è amorevole. Questa coppia di nubendi manzoniana percorre un iter travagliato, a mio modestissimo avviso incompatibile col sincero favore divino. Esso poi per giunta al fine di consentire lo svolgimento dell’unione matrimoniale fra Renzo e Lucia si avvale di un’epidemia di peste, molto luttuosa, allo scopo di rimuovere l’ostacolo rappresentato da don Rodrigo. Un omicidio provvidenziale a beneficio di prediletti credenti cattolici, nel quadro di un più esteso disegno che miete vittime. La providentia da Seneca a Manzoni non smette di far discutere di sé, dei suoi metodi, della sua presunta obiettiva e calibrata azione. Il testo manzoniano citato mostra ulteriormente la sopravvivenza delle antiche radici stoiche della Provvidenza cristiana, e cattolica, laddove essa si sia esplicitata con le inclinazioni ripetute dal Manzoni alla rassegnazione alla volontà-di-Dio senza reagire alle avversità secondo la guisa attivistica protestante. L’insuccesso di Renzo con Azzeccagarbugli e il fallito matrimonio ex abrupto presso don Abbondio rappresentano una bocciatura nei confronti delle aspirazioni a reagire con efficacia alle traversie: fa e sfa tutto la Divina Provvidenza, secondo il Manzoni e il suo Cattolicesimo; l’essere umano deve stare ad aspettare passivamente. Lo Stoicismo di Seneca resta tuttavia più dalla parte dei protestanti.


NOTE

Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Novità e ripresentazione”


1 Al filosofo maestro di Nerone ho in passato rivolto la mia attenzione riguardo al De brevitate vitae, vedasi lo studio intitolato Il severo monito di Seneca nel mio saggio Critica letteraria (2017).

https://danilocaruso.blogspot.com/2016/12/il-severo-monito-di-seneca.html

A proposito dell’argomento qui analizzato trovo utile suggerire quale lettura preliminare un’altra mia analisi: Dall’inno stoico a Zeus di Cleante alla fondazione del Cristianesimo collocata all’interno della mia pubblicazione Prospettive rinnovate (2023).

https://danilocaruso.blogspot.com/2023/08/dallinno-stoico-zeus-di-cleante-alla.html

 

2 Chi volesse approfondire un tale punto di vista ha a disposizione opere di altri autori che la pensano similmente. Oltre ai miei scritti, colgo l’occasione di segnalare il significativo frutto del lavoro di Karlheinz Deschner, pubblicato in più volumi nel tempo, dal titolo Storia criminale del Cristianesimo (Ariele, tomi I-X: 2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006, 2007, 2010, 2013).


3 In merito a questo tema suggerisco di leggere dentro la mia monografia Ermeneutica religiosa weiliana (2013) il segmento intitolato La “Lettre a un religeux”.

https://www.academia.edu/6280171/Ermeneutica_religiosa_weiliana

 

4 Vedasi nel mio saggio Percorsi critici (2020) la parte recante il titolo I protopatristici Aristofane e Giovenale.

https://danilocaruso.blogspot.com/2020/08/i-protopatristici-aristofane-e-giovenale.html

 

5 Nella pubblicazione di nota 3 si vedano (riguardo al Giudaismo): Il Dio del Tanak non è solo, Radici egizie.

https://danilocaruso.blogspot.com/2014/09/il-dio-del-tanak-non-e-solo.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2014/09/radici-egizie-nella-cosmogonia-ebraica.html

 

6 In vista di approfondimenti paralleli consiglio la lettura di un mio lavoro: Riflessioni sopra il “De rerum natura lucreziano”, nella mia opera Analisi letterarie e filosofiche (2023).

https://danilocaruso.blogspot.com/2023/07/riflessioni-sopra-il-de-rerum-natura.html

 

7 Dell’Uticense ho parlato nella mia monografia Parricidio dantesco (2021) a pag. 9.

https://www.academia.edu/47754422/Parricidio_dantesco

 

8 Al teologo d’Ippona e al filosofo giudeo ho dedicato due lavori analitici: Nevrosi e irrazionalismo in Agostino d’Ippona e Il nevrotico e distopico idealismo di Spinoza, nelle mie monografie Teologia analitica (2020) e Distopie occidentali (2023).

https://danilocaruso.blogspot.com/2020/07/nevrosi-e-irrazionalismo-in-agostino.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2023/05/il-nevrotico-e-distopico-idealismo-di.html

 

9 A tal riguardo indico una via di approfondimento mediante un mio scritto: Misantropia del Cristianesimo nella mia opera Studi illuministi (2024).

https://danilocaruso.blogspot.com/2024/07/misantropia-del-cristianesimo.html

 

10 V. nota 3.

 

11 Circa i legami sul Cristo-Logos e la filosofia della Stoà si veda nella mia pubblicazione Partita a scacchi (2022) la sezione intitolata Gesù stoico e dionisiaco.

https://danilocaruso.blogspot.com/2022/06/gesu-stoico-e-dionisiaco.html

 

12 Inerente a tale tema un libro dell’ottimo studioso ebreo Shlomo Sand: L’invenzione del popolo ebraico (Rizzoli, 2010). Ne condivido il contenuto, e, nella fattispecie della mia presente analisi, utile ricordare la conversione di gran parte delle genti giudaiche al Cristianesimo all’origine della nuova religione, la quale iniziò a diffondersi proprio dalle aree di maggiore radice semitica: il Nord Africa (punico-egizio) e l’Asia Minore mediterranea (attorno all’asse palestinocipriota). La religio di Gesù Cristo nacque, a mio vedere, come passo avanti filosofico del vecchio Giudaismo; e niente di strano che precedenti Giudei, convertiti all’Ebraismo e loro discendenti passassero al grado cristiano (Giudaismo 2.0). La nuova religiosità sviluppò un particolare feroce sentimento di avversione e di rigetto verso la forma ebraica originaria e canonica. L’antisemitismo (o antigiudaismo, per meglio dire) che ne venne fuori è stato e rimane un gravissimo atteggiamento di discriminazione e pure di violenza, il quale non possiamo trascurare nella sua genesi e nelle sue dinamiche. Ne ho parlato nei miei scritti di indagine e riflessione, puntualizzando ogni volta una indelebile, profonda, sentita condanna di simile forma di ingiustificato odio (si veda ad esempio il mio scritto Le radici cristiane dell’antisemitismo dentro la mia opera Studi illuministi del 2024
https://danilocaruso.blogspot.com/2024/07/le-radici-cristiane-dellantisemitismo.html). Io considero già Olocausto quanto patito dai Giudei perseguitati nelle società cristianizzate nei lunghi secoli precedenti il ’900. La mia posizione di serietà scientifica e di obiettività mi porta altresì a rammentare che non possiamo gettare nel cestino quanto eminenti ed eccellenti ricercatori e scrittori ebrei hanno fatto notare in relazione alle ombre nella storia del popolo giudaico (le quali ovviamente non si riversano indistintamente sopra tutti gli Ebrei). Come a proposito del Cristianesimo pure qui viene richiesta allo studioso imparzialità storiografica, la quale non può minimamente definirsi “antigiudaismo”, ma responsabilità metodologica e analitica. Voglio ricordare al riguardo alcune opere, sempre di autori ebrei, in aggiunta a quella di Sand, mediante le quali la visione storica può apparire meno ideologizzata e idealizzata. Il libro di quest’ultimo si riaggancia a quello di Raphael Patai e Jennifer Patai Wing intitolato “The myth of the jewish race” (Scribner, 1975): non ci sarebbe stata continuità cronologica nel popolo (di culto) giudaico secondo una linea biologica salda e predominante bensì sarebbero avvenuti diversi episodi, nelle epoche, grazie alle conversioni di estranei, di inglobamento di soggetti esterni. Il popolo ebraico sin dall’Antichità costituisce allora nella sua estensione un insieme eterogeneo, un’entità cementata dalla religiosità, e non da caratteri etnici di natura biologica al suo interno radicalmente peculiari. Il delicato argomento va a toccare il sensibile tema del Sionismo, in rapporto a cui voglio rammentare i lavori di due storici e di una giornalista: Vivere con la spada – Il terrorismo sacro di Israele (Zambon, 2014) di Livia Rokach; La pulizia etnica della Palestina (Fazi, 2008) di Ilan Pappé; The iron wall – Zionist revisionism from Jabotinsky to Shamir (Zed Books, 1984), Zionism in the age of the dictators (Croom Helm Ltd, 1983), 51 documents – Zionist collaboration with the nazis (Barricade Books, 2002) di Lenni Brenner. Io giudico la “Bibbia” un testo mitologico avente alcuni tratti storici, e imperniato sopra un Dio solare neoatonista. Reputo, sulla base della pertinente archeologia antica egizia, in aggiunta ai contenuti di nota 5, che la città di Akhetaton (nei paraggi di Amarna), la cui edificazione è stata voluta da Akhenaton per dare una sede di culto alla sua enoteistica religiosità nei confronti del Sole, sia stata messa in piedi, usando mattoni di fango, proprio da quel gruppo di genti che diverrà il biblico embrione del popolo ebraico, emigrato poi verso l’Oriente. L’analogia biblica riguardo a simile modalità costruttiva cui questo fu sottoposto nella terra dei faraoni ci fa intuire una credibile rielaborazione nell’architettura statica dei fatti; ma l’architettura dinamica sembra trasparire, a mio modestissimo valutare. Il restauratore religioso Tutankhamon, come precedentemente ipotizzato da altri, dovrebbe essere il faraone persecutore dei Giudei in Egitto, i quali però, al di là delle righe veterotestamentarie, secondo me, non sarebbero nient’altro che semiti egizi fedeli di Aton (raggruppati ad Akhetaton) scappati, resi fuggitivi, e guidati dal biblico Mosè alla volta della Palestina in cerca di miglior sorte (in relazione suggerisco l’interessante lettura di un mio esame sul teocratico modello sociopolitico mosaico, una analisi presente nella mia monografia del 2020 Teologia analitica e intitolata Aristotele e il pericoloso regno di Dio
https://danilocaruso.blogspot.com/2020/05/aristotele-e-il-pericoloso-regno-di-dio_18.html). L’esigenza poggiata sulla “Bibbia”, a seguito di un diritto divino, di uno Stato della Chiesa cattolica o di uno Stato d’Israele, a mio semplice e razionalista modo di valutare, non pare raccogliere solide fondamenta. Non si può facilmente basare una simile pretesa ancorandosi a un piano mitologico. Abbiamo preso atto che alcuni ricercatori ebrei dimostrano essere la loro Nazione “popolo in senso lato” e che una parte di questo si è attivata in favore del Sionismo con modalità anche discutibili. Le ombre della storia di una frazione delle genti giudaiche riguardano pure il più lontano passato e i tempi più recenti. Pensiamo a Pasque di sangue (Il Mulino, 1a ed. 2007, 2a ed. 2008) di Ariel Toaff e a L’industria dell’Olocausto (Rizzoli, 2002) di Norman Gary Finkelstein. Apprezzo per la loro onestà intellettuale tutti questi eccellenti intellettuali ebrei che ho menzionato, una onestà intellettuale la quale ci chiede di essere precisi e completi nel nostro dire. Condanno l’antigiudaismo in maniera chiara e consapevole, come ho più volte spiegato nei miei scritti, ma non possiamo rifiutare la Storia, che è quella che è nei dati di fatto. Dobbiamo conoscere e analizzare pure le ombre, di chiunque. Con serietà scientifica e obiettività è lecito parlarne, nella guisa indicata dagli autori evocati. Quantunque non reputi razionale la base mitologica nella richiesta di esistenza di uno Stato d’Israele, tuttavia non penso di rifiutare in assoluto la possibilità di un piccolo Stato giudaico, per via del plurisecolare antisemitismo, cui mi pare giusto rispondere con un risanamento proporzionato ai fatti reali (però ovunque mai a scapito di residenti pregressi): ritengo che non necessariamente Israele dovrebbe essere sorto in Palestina, e che se comparso qui non dovrebbe configurarsi, come sottolineato non solo da ponderate personalità ebree, nella veste di Stato degli invasori. I Palestinesi hanno naturale diritto a un loro separato autonomo Stato. Questi peraltro sembrano essere i discendenti degli antichi abitanti giudei convertitisi all’Islamismo (nessuna massiva giudaica dispersione in era cristiana dalla Palestina, nella spiegazione di Sand): immaginiamo a che sorta di paradossi la Storia ci metta di fronte. Io credo che una ragionevole ed equilibrata circoscrizione dei due Stati sia oggigiorno la più saggia conclusione dell’annosa questione israelopalestinese, una questione causa di tragedie e di lutti.

15 agosto 2023

DALL’INNO STOICO A ZEUS DI CLEANTE ALLA FONDAZIONE DEL CRISTIANESIMO

di DANILO CARUSO
 
In un mio passato lavoro mi sono occupato del lato stoico della figura letteraria e mitologica del Gesù evangelico1. Qua proseguo l’esame dei rapporti concettuali intercorrenti fra stoicismo e nuova religione cristiana. Come già visto nell’altra mia analisi, e ben noto prima di me a studiosi attenti e molto meno alla stragrande maggioranza della gente, la filosofia stoica ha fornito molto materiale all’erigendo Cristianesimo. Sebbene questo fenomeno culturale sia stato evidente sotto il naso di menti acute, non ho trovato niente che andasse al di là del semplice accenno nei termini di una approfondita indagine filosofica e teologica. Ci sono intellettuali che mi hanno preceduto i quali sono consapevoli che la religione cristiana sia una invenzione umana, però di tale costruzione non hanno prodotto al pubblico l’esame genetico delle idee puntuale. Non mi sono mai imbattuto in indagini paragonabili alle mie nelle quali grazie all’uso di strumenti adeguati alla filosofia e alle religioni dell’antichità ho smontato nel tempo, sempre meglio, la tradizione giudaicocristiana nelle sue contestuali culturali, ideologiche, filosofiche componenti di base. Non ho avuto la ventura di incontrare una simile intenzione di destrutturazione sino agli elementi di pensiero ultimi. Ci sono dei lavori storici pertinenti, tuttavia la storia dei fatti non è stata accompagnata da una storiografia di ampio raggio. Naturalmente non sono il primo a scoprire alcune cose che scrivo, ma non le ho trovate ben spiegate e chiarite prima di me. Perciò non poche cose in relazione a me sono state nuove scoperte, e come frutto di mie riflessioni e ricerche autonome poi pubblico i risultati d’analisi. Nello studiare i testi biblici e le due religioni collegate non è stato facile accantonare il tradizionale senso fideistico cristiano che la società occidentale inculca in huxleyano modo (mi riferisco ai metodi di trattamento formativo mentale del Brave New World2). Riuscitoci da solo per puro spirito filosofico grazie alle mie indagini, continuo ad analizzare gli argomenti di cui ho fatto menzione, e nelle mie particolari personali modalità. Come ho anticipato in questo scritto parlerò della maternità stoica del Cristianesimo e anche della paternità ebraica. C’è nel Nuovo Testamento un brano degli “Atti degli apostoli” molto rilevante nella determinazione dei legami fra stoicismo e Giudaismo in relazione alla nascita del Cristianesimo. Paolo di Tarso si trova all’Aeropago e rivolge agli astanti che lo ascoltano un discorso di nitida matrice stoica. Egli, dopo aver introdotto un ancora demiurgico Dio giudaicocristiano (più avanti destinato dalla teologia cattolica a essere invece protagonista di una creazione ex nihilo3), dipinge costui con tratti monistici e panteistici di tonalità hegeliane e spinoziane4, pur volendosi mantenere nell’orizzonte personalistico del divino. E non sorprende che in simile contorsionismo teologico, volto a valorizzare la radice stoica, Paolo appunto si esprima quale profondo simpatizzante dello stoicismo. Afferma infatti, all’Areopago, che ogni essere vivente opera dentro Dio e che da lui ha sostegno ontologico. E addirittura l’apostolo va a citare proprio un pertinente verso dell’inno a Zeus di Cleante di Asso (304-233 a.C.) dove si asserisce che gli uomini sono il frutto di una discendenza divina. Paolo condanna altresì, tra l’altro, le rappresentazioni artistiche del divino. Anche nei Vangeli compaiono tracce esplicite di panteismo stoico riformulato nella direzione dell’inglobante ubiquità divina. Il filosofo Cleante citato, di cui esaminerò detto inno, fu di modeste origini, ebbe uno spirito sensibile alla sfera della religione e fu di orientamento filosofico panteista. Fu il primo a subentrare nel ruolo di scolarca stoico a Zenone di Cizio, e diede allo stoicismo un’inclinazione investigativa e riflessiva ritenuta preliminare e faro rispetto ai contenuti della prassi. Lo stoicismo nel tempo spostò via via la sua visione panteistica greca verso un assetto teistico nella speculazione romano-latina. In detto testo di Cleante l’autore definisce Zeus αθάνατος. E dal momento in cui la sua posizione è spinoziana non c’è da stupirsi che egli non metta una frattura nichilistica al corso divino (identificato col corso della realtà). La nota di contrasto emerge allorché si evidenzia la mortalità degli Dei (Elohiym) biblici, a cominciare dal “numero uno”5. Il Vecchio Testamento non possiede la categoria teologico-filosofica dell’“eternità”, la mortalità inerisce pure alla divinità, e in luogo dell’immortalità personale, di garantita eterna vita, si offre la prospettiva di “lunghissimo tempo”. La teologia cristiana poi prenderà spunti esterni al Giudaismo e renderà il Dio biblico un soggetto teologico con attributi ontologici parmenidei. Il filosofo greco di Asso poi definisce Zeus πολυώνυμος. Sebbene tale definizione possa apparire scontata in un contesto stoico panteista che risente dei modi orientali teologici di vedere nel molteplice dispiegamento delle divinità una manifestazione di facciata di un divino alla sua base e nella sua sostanza unitario, si rivela per me molto interessante se la collego a un mio studio precedente sul concetto veterotestamentario di “Elohiym”6. Là avevo spiegato che il termine, la cui forma invariabile riaguardo al numero non ci precisa da sola la quantità (“il Dio / gli Dei”, in generale “il Divino”), a mio avviso nel contesto biblico giudaico finì per assorbire la possibilità del pluralismo a vantaggio di una singolarità semantica privilegiata in quel sistema religioso. Il Dio ebraico in posizione di supremazia enoteistica diviene cioè lo Elohiym per eccellenza, il “numero uno” come recita Dt 6,4 nella mia corretta e approfondita traduzione dall’ebraico. Nella linea di vicinanza semitica fra Ebraismo e stoicismo (fondato da Zenone di Cizio) sono in grado di rilevare un’altra pertinente cosa grazie all’uso di Cleante, primo successore del fondatore della scuola filosofica stoica, dell’aggettivo πολυώνυμος. I Giudei maturarono il divieto di pronunziare il nome del loro Dio. Penso che se la parola Elohiym si spostò nella teologia ebraica dal plurale di partenza a una forma singolare di maggiore e migliore copertura semantica, anche il Dio d’Israele è definibile strutturalmente nel suo concetto costitutivo globale e finale (inglobante soprattutto elementi egizi e sumeri7) “dai-molti-nomi”. Lo stoicismo non ha guadagnato ancora con Cleante una dimensione di persona al divino unico e si mantiene sopra un piano panteistico spinoziano rispetto al Giudaismo, ma entrambi i sistemi possiedono analogie originarie nel meccanismo di una semantica unificatrice del “divino”. Lo stoicismo è stato molto più saldo a proposito dell’unicità esclusiva, però non della personalità; il pensiero ebraico ha operato invece sul costruire un Dio persona ben preciso, ma lasciandogli degli Elohiym avversari (comunque non alla sua altezza). Sarà il definitivo matrimonio culturale stoico-giudaico a generare nella teologia cristiana il Dio personale unico contrastato solamente da un’altra singola personalità malefica (Satana). Riguardo al discorso che stavo facendo poc’anzi sul Dio d’Israele dai-molti-nomi e sul divieto di pronunziarne il nome ho l’impressione che il fagocitamento semantico da parte di “elohiym” possa aver prodotto un risultato semantico di ribaltamento. Vale a dire che il Dio dai-molti-nomi è divenuto alla fine una divinità senza-nome: qualità di “elohiym” dall’enoteismo veterotestamentario potenzialmente vocato al monoteismo personalistico cristiano, raggiunto dopo l’incontro conciliante con la filosofia stoica. Cleante definisce altresì Zeus παγκρατὲς, cioè onnipotente. Pnsiamo all’incipit del cantico di Francesco d’Assisi: «Altissimu, onnipotente, bon Signore / tue so’ le laude la gloria e l’honore et onne benedictione. / Ad te solo, Altissimo, se konfano». L’altezza lirica, anche in generale, è analoga a quella del filosofo greco antico, però i toni sono differenti: più cupi e irrigiditi in Francesco, dove il recinto appare prigione mentale animata da gaiezza inquadrata dai vincoli di un Dio onnivoro, mentre in Cleante, quantunque si stigmatizzi parimenti la devianza, si mostrano una forma religiosa e una sostanza filosofica non oppresse da una teologia oscurantista. Il Dio cattolico francescano monopolizza tutte le celebrazioni e le attenzioni, lo Zeus dell’autore greco invece si offre alla richiesta di interlocuzione umana, non manifesta pretesa: da un lato notiamo un negativo divino incalzare, dall’altro uno spazio di gioiosità più libera. Il Cristianesimo ha recintato il Paganesimo, ha buttato via lo spirito religioso liberale e cordiale, e tenuto dentro le cose peggiori. Nonostante stoici ed epicurei fossero come cani e gatti non sono finiti all’uso della violenza, la quale invece sarà introdotta in relazione a questioni teologiche e filosofiche nella cultura e nella società occidentali proprio dal Cristianesimo, i cui scontri interni e rivolti in direzione dell’esterno, ispirati o mascherati da motivazioni nevrotiche o di interesse, di richiamo propagandistico religioso cristiano sono stati fra le pagine più orrende della Storia universale8. Non trascuriamo quindi che lo Zeus di Cleante non si è trasformato nel Paganesimo in un persecutore. Oggigiorno quasi tutti giudicano erroneamente la religiosità greca antica come se fosse stata un fattore di deficienza, senza peraltro rendersi conto che il Cristianesimo è sorto grazie all’incontro di stoicismo ed Ebraismo, tra cultura pagana e cultura ebraica. Molti ignorano o trascurano che il Paganesimo greco era in grado di far sospendere pro tempore le guerre in Grecia durante significativi eventi religiosi. Si pensi ad esempio alle olimpiadi, una serie di competizioni sportive in onore degli Dei. Il Cristianesimo non ha posseduto simile potere, anzi ha promosso le guerre e l’odio: pensiamo alle crociate e all’antisemitismo, ad esempio. A me pare che il Paganesimo greco fosse socialmente migliore e, mi si consenta di dire, superiore al Cristianesimo. Gli antichi Greci pagani, nonostante di cultura perlopiù misogina, non perseguitarono, torturando e uccidendo, le streghe. Non ebbero affatto omofobia di uguale effetto. Rispettarono con profondo senso di riguardo il sacerdozio religioso femminile, mentre ancora questo resta tabù a tutt’oggi nel Cattolicesimo romano. Lo Zeus di Cleante mira alla conciliazione, il Gesù evangelico ci prospetta invece in alcune sue note parole divisione e contrasto. A mio modestissimo avviso gli Dei greci non erano né falsi né bugiardi, e l’Occidente sarebbe cresciuto meglio se la massa fosse rimasta con loro. È vero che lo Zeus mitologico comune fu un clamoroso donnaiolo; ma meglio tenersi lui che il Dio cristiano il quale si rivelò, nell’opera plurisecolare di suoi psicopatici pericolosissimi credenti e seguaci, persecutore, sadico torturatore e uccisore di streghe, omosessuali, Giudei, non cristiani in generale, eretici e intellettuali dissidenti. Se simili crimini contro l’umanità sono stati compiuti è perché i loro responsabili psicopatici intesero rispettare una volontà in quella direzione di un Dio immaginario, inventato dal Cristianesimo, un Dio-nevrosi molto nefasto. La Patristica, misogina, omofoba, antisemita, intollerante, elaborò una teologia neopagana monoteistica radicale troppo deviata alla volta dell’Ombra junghiana. Quando l’albero dà i suoi frutti, tutto dipende dai semi che sono stati piantati. E io ritengo che veramente il Medioevo, iniziato con l’Editto di Costantino, sia stato il periodo dell’Oscurantismo9, poi via via sempre più scemato riguardo al dominino politico-religioso cristiano nell’Occidente. I Greci antichi non concepivano le “eresie religiose” e presso di loro la filosofia fu sempre molto libera. Uccisero Socrate per motivi politici, ma non ebbero mai un caso Giordano Bruno né un caso Ipazia d’Alessandria. L’ultima strega nell’Occidente cristiano fu uccisa a fine ’700 in Svizzera alla vigilia della Rivoluzione francese, cioè quattordici secoli dopo l’Editto di Teodosio. Ai nostri giorni il vecchio modello culturale del Cristianesimo risulta sostituito in linea di massima da un altro più adeguato al rispetto delle diversità, alla tolleranza delle ideologie differenti, a uno spirito di carità semplice e incruento. Dall’epoca della ottocentesca postunitaria scomparsa dello Stato pontificio, di Don Bosco e della “Rerum novarum” il Cattolicesimo romano avviò una fase 2.0 e dopo il novecentesco post-bellico Concilio ecumenico vaticano ha avviato una ulteriore fase 3.0. Nonostante tutti gli ammodernamenti dottrinari e liturgici la Chiesa cattolica contemporanea è stata colpita dallo scandalo della pedofilia. Tornando all’analisi testuale dell’inno di Cleante, proseguo il mio esame dicendo che il filosofo di Asso aggiunge una nuova definizione di Zeus: φύσεως ἀρχηγός, originatore della Natura. Non creatore ex nihilo: in Cleante immanente e panteistica spinoziana causa sui et Naturare, nella “Genesi” il Dio ebraico uscito fuori dall’arché acqueo assieme alla materia è sempre demiurgo e non creatore ex nihilo. L’autore greco afferma che Zeus governa ogni cosa per mezzo del νόμος. Quello di “legge” rappresenta un concetto nevralgico sia nello stoicismo che nell’Ebraismo. Qui esprime nella Torah l’indiscutibile volontà normativa divina del Dio personale: la Legge sta fra Dio e gli uomini con la sua direzione univoca e inderogabile. La stessa cosa succede per gli stoici originari: il loro sommo panteistico riferimento divino impone una legge, la quale si traduce non in un diretto testo di norme a cui guardare, bensì passa attraverso la Natura (da cui il “vivi secondo Natura” stoico). La Natura costituisce questa legge per lo stoicismo e rappresenta la carta normativa a cui guardare: essa è una Torah naturale da cui trarre i principi e da cui rifuggire l’inottemperanza. Il filosofo stoico di Asso e la “genesi” biblica concordano formalmente su cosa sia l’essere umano: θεοῦ μίμημα. Il testo ebraico ci parla esplicitamente di somiglianza divina quando Dio dice a principio del suo atto artigianale di produzione dell’umano androginico: «Produciamo [naaseh] adam per mezzo della nostra immagine [be-tsalme-nu] a nostra somiglianza [ki-dmute-nu]»10. In passato ho spiegato più volte Gv 1,9 riallacciandomi alla corretta traduzione weiliana e alla mitologia dionisiaca11. Il fatto che ogni uomo che nasca porti con sé una scintilla divina fu condiviso prima dell’affermazione del Vangelo non sinottico di Giovanni dagli stoici, e pure in seguito a loro influenza l’idea finì in quel prologo evangelico. Il Vecchio testamento, comunque, a sua volta ci aveva già spiegato che Dio aveva soffiato per mezzo della sua ruach la nefesh, cioè attraverso la sua facoltà determinatrice e attualizzante la forma attiva animata dell’ente umano. Tali due dettagli (ruach e nefesh) diventeranno nella teologia cristiana lo Spirito Santo e l’anima individuale immortale. In un suo punto l’inno a Zeus di Cleante introduce direttamente nel testo il concetto chiave di Logos quale strumento di “in-formazione” del reale. Per dirla con Hegel esso costituisce il momento tetico, progettuale, il quale in atto sarà retto ontologicamente dallo Pneuma stoico. Il Logos nel pensiero stoico-eracliteo non rappresenta qualcosa di derivato da un principio primo. Ho notato simile coabitazione ab aeterno nel prologo del Vangelo non sinottico di Giovanni12. Filone di Alessandria con le sue idee teologiche sul Logos preneotestamentario edificò un fondamentale ponte tra stoicismo ed Ebraismo alla volta della loro fusione nell’esperienza cristiana. Gli stoici chiamavano “pneuma” il fattore reggitore degli enti animati e dell’intera realtà: ragione seminale. Questo “spirito” proveniente dal sommo unitario soggetto divino tutto inglobante, viene immaginato come soffio-di-fuoco e sarà la base teologica dello Spiritus Sanctus cristiano, la cui raffigurazione rimarrà infatti collegata alla “fiamma” (pensiamo alla Pentecoste o alla Trinità alla fine del “Paradiso” dantesco: «Ne la profonda e chiara sussistenza / de l’alto lume parvermi tre giri / di tre colori e d’una contenenza; / e l’un da l’altro come iri da iri / parea reflesso, e ’l terzo parea foco / che quinci e quindi igualmente si spiri»). L’ascendenza concettuale è così evidente che il Cristianesimo delle origini puntualizzerà che lo Spirito Santo è Dominus et vivificans. Non è stato Domina, secondo l’auspicio gnostico, per via della misoginia patristica. La Santissima Trinità cattolica dunque è stata concepita integralmente al maschile. Lo pneuma stoico, il cui concetto è presente nell’inno di Cleante a Zeus, rappresenta il Dio reggitore; il logos rappresenta il Dio produttore/creatore. Simile potere ontologico bipolare della divinità stoica unica e dello Zeus del filosofo di Asso, schema (Zeus, Logos, Pneuma) che si evolverà nella formazione cattolica del dogma trinitario divino, lo ritroviamo nell’episodio del dubbioso Tommaso davanti al Cristo risorto, allorché lo appellerà: «Signore di me e Dio di me». Vale a dire: “reggitore-della-mia-esistenza” e “causa-della-mia-esistenza”. Gesù ha assunto chiare connotazioni teologiche stoiche connesse in fusione con formali analoghi schemi forniti dalla teologia di Filone di Alessandria13. L’agire di Zeus, descritto nell’inno di Cleante, in quanto sostanza spinoziana, contempla una razionalità hegeliana ante litteram et sui generis, la quale nel filosofo di Asso ci riconduce a una radice eraclitea. Cleante al di là del momento tetico-logico ci mostra una contrapposizione nel reale fra ciò che rispetta e segue il Logos e ciò che nella sua possibilità di libertà possa sfuggirgli. È questo filosofo stoico nel suo inno a costruire l’agostiniana spiegazione sulla presenza del Male nel Mondo. Non è il divino che contempla nella sua produzione della realtà l’esistenza dell’iniquità. Come riecheggerà Agostino d’Ippona, Dio non è causa prossima del Male, bensì causa remota indiretta (origine) poiché sono le creature umane a operare secondo spirito malvagio di propria iniziativa (più o meno influenzata da fattori prossimi negativi). L’obiettivo di stoicismo e Cristianesimo rimane quello di ricondurre gli uomini all’osservanza della Legge divina, espressa grazie al Logos (il quale è attualizzato nella Natura per gli stoici, nella Torah per i Giudei, nel Verbo incarnato neotestamentario per i cristiani; ma in ogni caso come dice Cleante la Legge rimane per tutti θεοῦ κοινὸς νόμος). La dialettica stoica in Cleante che in Hegel sarà ab ovo “razionale” fra “negativo razionale” (momento del divenire seguente il tetico-logico) e “positivo razionale” è sorta sotto altro spirito speculativo e sotto altra dinamica. La divinità stoica postula logicamente e attua positivamente la sua legislazione ontologica: qui dal tetico-logico passiamo al “positivo razionale”; “negativo razionale” è un difetto di osservanza del Logos (un difetto più che altro pratico umano); qua non ci sono ancora le necessità hegeliana e spinoziana a “razionalizzare” tutto e persino il male. Il filosofo greco di Asso ci dice che Zeus riesce a riprendere tuttavia i fili del reale sfuggiti nel “negativo” e così a risanare la frattura tra negativo arazionale (si badi bene: non “razionale”) e Logos col suo “positivo razionale” (il quale sarebbe il complesso delle “ragioni seminali” immesse nella materia naturale). Cleante inquadra la cosa sopra un tavolo morale, e l’opposizione che ne viene fuori riguarda l’agire umano. Simile dialettica generale (tetico-positivo-negativo-positivo-tetico di apocatastasi) delinea il corso universale dato dagli stoici al Cosmo, dove dopo una finale conflagrazione universale ricomincia il ciclico ritmo descritto, improntato al suo interno da “fatalismo logico” (il quale costituisce la più profonda radice della “predestinazione luterana”, radice passante attraverso il pensiero teologico di Agostino d’Ippona). Suddetta stoica sequenza ciclica cosmica mostra avere un’ascendenza analogica induista: “creazione-conservazione-distruzione” da parte della Trimurti. Lo Zeus di Cleante è pure a suo modo di apparenza trinitaria, ma nei canali speculativi teologici ripresi da Filone di Alessandria: la trinità induista si evolve in quella stoica (Zeus, Logos, Pneuma), e questa infine si evolverà in quella cristiana (Padre, Figlio, Spirito Santo). La fase della distruzione rigenerativa è stato via via isolato e separato dalla concezione più schietta del divino. Riprendiamo lo schema della dialettica cosmica stoica: tetico-positivo-negativo-positivo-tetico di apocatastasi. Riesaminiamolo alla luce di Giudaismo e Cristianesimo. Il Dio Veterotestamentario (tetico) produce l’Universo (positivo), però l’uomo simboleggiato da Adamo ed Eva devia in relazione all’ordine divino dato (negativo). Qui le strade speculative di stoicismo, Ebraismo e Cristianesimo si separano. Il razionalismo panteistico stoico non era a vocazione nazionalistica bensì cosmopolitica e guardava all’umanità nel suo insieme indistinto. I Giudei in possesso di tradizionale forte spirito etnico, dettato dalla loro religione, hanno vissuto profondamente il “negativo stoico” delle vicende connesse alla sorte del loro antico stato nazionale. Il loro ritorno del “positivo” proviene dalla venuta del Messia liberatore con il ripristino di un terreno Regno di Dio (i cui sudditi sarebbero gli Ebrei). Il Cristianesimo rielaborò gli schemi visti stoico e giudaico. Mantenne il Dio personale ebraico strutturandolo teologicamente secondo canoni desunti da Filone di Alessandria e dallo stoicismo. Qua Dio, dietro suggestione induista, finirà per creare ex nihilo l’Universo (tetico e positivo). La concezione stoica ciclica del tempo fu abbandonata sulla scia lineare giudaica. Dopo il “peccato originale” di Adamo ed Eva (negativo) i cristiani posero una figura di Messia stoicizzante (positivo). Ciò costituisce un incontro a metà strada fra Ebraismo e stoicismo: non ci sono più un popolo nel senso etnico eletto di Dio e il bisogno di un parallelo Stato nazionale, adesso il popolo di Dio viene rappresentato dai battezzati (in virtù del nuovo sacramento che recupera il “positivo”) e viene inquadrato nella Chiesa (una santa cattolica apostolica), la quale ha preso il posto dello Stato nazione giudeo. Ritorna nel Nuovo Testamento in maniera aperta il concetto stoico di apocatastasi nella forma di “ultima restaurazione messianica del Cosmo” (ci si riferisce a una fase postapocalittica): ciò costituisce il tetico di apocatastasi a cui non v’è altro seguito nella teologia cristiana. Alle origini del Cristianesimo l’idea stoica di Cleante, espressa nel suo inno, di un emendante riassorbimento integrale del lato negativo della realtà, senza dunque procedere a soppressione (ma a conversione), era ancora sentita e qualche pensatore cristiano immaginò che anche Satana potesse essere recuperato alla fine dei tempi. La Chiesa, poi, poco dopo, qualificò eretica una simile visione. Cleante nel suo inno a Zeus non apprezza i piaceri legati alla corporeità, la scriteriata vocazione all’arricchimento e gli amanti della notorietà. Nel Cristianesimo patristico la sessuofobia fu radicale dopo la concezione neotestamentaria paolina un po’ più moderata. Il Giudaismo non era sessuofobico, bensì legato al vincolo procreativo del congresso carnale: l’Antico Testamento, a dispetto di Paolo di Tarso, celebra l’atto quale ripristino dell’unità androginica14. Il Cristianesimo non colse questo contenuto veterotestamentario e inventò un mito nuovo estraneo al testo ebraico, fondato sulla famosa costola di Adamo. Il divieto cristiano di accumulare ricchezze è un esplicito precetto evangelico. La conclusione dell’inno di Cleante propone uno spinoziano itinerarim mentis in Deum: l’auspicio è che gli uomini possano essere beneficiari di un’illuminazione divina, se non riescono da soli a conformarsi alla Legge-Logos, e cogliere in ogni caso il senso ontologico del Cosmo mediato dal Logos. A chiusura della mia analisi voglio far presente altre due cose. La prima è che la filosofa Simone Weil colse perfettamente il legame ideologico che univa l’inno a Zeus di Cleante di Asso alla fondazione del Cristianesimo, però la prospettiva fideistica di costei, che ha ribaltato di 180° lo sviluppo storico nel di lei pensiero filosofico-religioso, non le ha consentito di farsi convinta (correttamente) che le corrispondenze de facto marciavano in direzione confutatoria piuttosto che di conferma di fede15. L’ultima cosa che voglio dire a proposito delle analogie riguarda il Dio biblico e Zeus. Il primo nasce teologicamente quale riproposizione di Aton, quindi raffigura una divinità solare16. L’etimologia del nome del secondo riporta al sostrato indoeuropeo dove il concetto della radice è: “luce-del-giorno-proveniente-dal-cielo”. Pertanto Zeus e il Dio giudaicocristiano si pongono sulla stessa linea concettuale, nella quale hanno altresì in comune il kabôd biblico. Esso (volto comunemente con “gloria di Dio”) costituisce per la divinità “numero uno” veterotestamentaria la manifestazione della propria potenza uranico-solare. Uguale prerogativa di kabôd appartiene a Zeus dietro una facciata statica simbolica differente: il suo potere uranico-solare si rende manifesto attraverso il fulmine. Rappresentazioni di simboli diversi, ma unità concettuale dinamica in comune. Cleante nel suo inno menziona il fulmine di Zeus: κεραυνός, il quale è là nel testo greco qualificato a doppio taglio, infocato, imperituro. L’antico Testamento racconta che Dio mostra il suo kabôd grazie a una nuvola (elemento uranico) dal cui interno si manifesta un fuoco (elemento solare). Con medesimo fuoco (aysh) partito dal cielo, ci narra il testo ebraico, in una particolare mitologica circostanza, la divinità “numero uno” distrugge Sodoma e Gomorra coi suoi abitanti. I Settanta volgeranno il segmento che ci interessa con: «πῦρ παρὰ Κυρίου ἐκ τοῦ οὐρανοῦ».



NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Prospettive rinnovate”
 
1 Allo scopo di riallacciarsi a questa mia precedente trattazione indico dove trovarla: Gesù stoico e dionisiaco nella mia pubblicazione intitolata Partita a scacchi (2022).
 
2 Al noto romanzo di Aldous Huxley ho destinato una mia monografia: Il capitalismo impazzito Di Aldous Huxley (2015).
 
3 Per approfondimenti suggerisco di leggere dei miei studi: Radici egizie nella cosmogonia ebraica dentro la mia monografia Ermeneutica religiosa weiliana (2013) e Radici sumere di ebraismo e capitalismo all’interno dell’altra mia opera Note di critica (2017).
 
4 Al fine di approfondire il concetto relativo all’aggettivo “spinoziano” segnalo una mia analisi contenuta nel mio saggio Distopie occidentali (2023): Il nevrotico e distopico idealismo di Spinoza.
 
5 Si veda in direzione dell’approfondimento nella mia monografia già menzionata Ermeneutica religiosa weiliana (2013) dentro alla sezione recante il titolo Radici egizie parimenti già citata nella nota 3.
 
6 Nel mio saggio ricordato nella nota precedente nel segmento Il Dio del Tanak non è solo.
 
7 Vedasi nota 3.
 
8 Si può rilevare d’altro canto quale fosse l’atteggiamento epicureo leggendo un mio studio destinato a Lucrezio: Riflessioni sopra il “De rerum natura” lucreziano, contenuto nella mia pubblicazione Analisi letterarie e filosofiche (2023).
 
9 A chi volesse meglio conoscere il mio punto di vista consiglio di leggere: due mie monografie in particolare, Teologia analitica (2020) e Parricidio dantesco (2021); il mio scritto intitolato Guido Guinizelli e la nascita della sistematica caccia alle streghe presente nel mio saggio Radici occidentali (2021); e infine una terza mia monografia che ha trattazione tangente al tema e intitolata Il Medioevo futuro di George Orwell.
 
10 Alla volta dell’approfondimento segnalo una mia analisi: Antropogonia e androginia nel Simposio e nella Genesi nella mia pubblicazione Considerazioni letterarie (2014).
 
11 Si veda il mio lavoro citato nella nota 1 e nella mia opera Ermeneutica religiosa weiliana (2013) la sezione intitolata La “lettre a un religieux”.
[seconda parte di questo testo su internet]
 
12 A proposito di ciò si veda il mio scritto di nota 1.
 
13 Riguardo a tale argomento vedasi dentro la mia monografia Ermeneutica religiosa weiliana (2013) la parte recante il titolo La “lettre a un religieux”.
[seconda parte di questo testo su internet]
 
14 Si veda nota 10.
 
15 Per approfondire consiglio la lettura di una mia analisi: Cristianesimo e verità in Simone Weil nel mio saggio Note umanistiche (2020).
 
16 Per un approfondimento vedasi nota 6.

09 giugno 2022

GESÙ STOICO E DIONISIACO

di DANILO CARUSO

Le mie ricerche e i miei approfondimenti sui testi biblici mi hanno consentito negli anni, attraverso analisi non alla portata di tutti, di conquistare personalmente quelle conoscenze sull'autentica natura di contenuti che ho via via esaminato. Ciò non vuol dire che altri non sapessero quanto ho fatto emergere, ma di spiegazioni simili alle mie non ne ho incontrate. Tant'è che diverse scoperte ai miei occhi sono risultate novità assolute. Cosicché, proseguendo pressoché da solo nel deserto degli approfondimenti, ho continuato nella mia “ermeneutica contestuale” a recuperare i mattoni concettuali di quelle costruzioni letterarie bibliche che mi sono parse bisognose di procedure analitiche non ideologizzate al fine di impiantare in quella desertificazione personale i moventi culturali e concettuali che sfuggono ai più poiché non interessati di storia della filosofia, delle religioni e delle mitologie coeve alla redazione dei libri della “Bibbia”. Quanto ho praticato nel corso dei miei articolati lavori d'analisi, spinto inoltre dal fatto di non aver trovato in precedenza filosofica soddisfazione concettuale, è stato armarmi di buona volontà scientifica e scavare allo scopo di portare alla luce il background di pensiero dell'epoca soggiacente. Quindi ho capito che l'Ebraismo e il Cristianesimo non sono altro che costruzioni religiose umane non avulse dalle meccaniche storiche dei tempi in cui si sono sviluppati. Recuperate quelle dimensioni mediante fatiche intellettuali personali ho dunque presentato i miei risultati. Nel complesso, di esami approfonditi sulla mia scia ermeneutica non ne ho trovati. È possibile che in Italia o all'estero abbiano pubblicato larghi lavori di ermeneutica contestuale applicata ai testi biblici, però non mi è giunta notizia né tanto meno la sostanza di ciò a cui possa pormi alla fine accanto. Parlando dei miei studi, sono pervenuto a conclusioni definitive sulla cosmogonia esposta in “Genesi”1.In seguito a questa ottima base ho rivisto il prologo del “Vangelo di Giovanni”, di cui avevo parlato nel mio saggio del 2013 “Ermeneutica religiosa weiliana”. Allora dissi cose interessanti alle quali ne aggiungo di nuove adesso, e alle integrazioni accompagno degli emendamenti alla traduzione. Addietro mi adeguai all'analisi logica comunemente proposta con la canonica voltura, pur sempre cogliendo la natura concettuale del Logos giovanneo. A quel tempo mi fermai al versante culturale egizio-alessandrino mediato dall'Ebraismo filoniano. In altro saggio ricordai – e ciò era risaputo – la clonazione di Osiride e Iside nelle figure di Gesù e della Madonna2. Nella presente analisi recupererò un versante neotestamentario al quale ancora non avevo messo mano: quello culturale greco. Al pari dell'altro mitologico egizio non costituisce una mia scoperta la presenza di analogie fra Gesù e Dioniso. Ho voluto approfondire con migliore ampiezza non trovata simile aspetto, e altresì giacché c'entrava il prologo di Giovanni, a mio modo di vedere, ho avuto l'occasione nella rivisitazione del suddetto brano, alla luce della chiara conoscenza della cosmogonia ebraica, di scoprire tutta una serie di puntuali presenze concettuali stoiche. Affronterò i temi prospettati in dettaglio e con ordine. Pertanto mi pare il caso di riportare le molle che hanno fatto scattare la nuova indagine. Leggendo sopra il teatro greco e Dioniso mi sono documentato meglio sul suo mito (si vedrà meglio avanti). Lui viene ucciso e mangiato da Titani, Zeus incenerisce gli assassini e dalle loro ceneri, contaminate dal consumo precedente delle carni di Dioniso, si svilupperà una fuliggine da cui trarrà origine l'umanità. Gli uomini quindi nascono a priori con un elemento dionisiaco positivo da quel che resta della negativa materia titanica. Dov'è nei vangeli riportato tale concetto? Nel prologo di Giovanni. Ma qui bisogna fare molta attenzione: Gv 1,9 di solito viene pure secondo me mal tradotto, come ebbi modo di rammentare grazie alla lezione weiliana. Il participio presente “veniente” (erkómenon) è da riferirsi ad ánthropon e non a fos. È all'accusativo, non al nominativo: “la luce che illumina ciascun uomo che nasce (veniente al mondo)”, non “la luce che illumina ogni uomo era veniente nel mondo”. Dirò del lato dionisio del personaggio di Gesù dopo aver ripercorso tutto il prologo giovanneo alla luce di tutti i miei nuovi elementi: la citata perfetta visione cosmogonica ebraica e la rilevazione di presenze concettuali stoiche. Sia dunque lampante la guisa in cui è stato edificato il Gesù letterario neotestamentario. Dentro a tale personaggio si trova mitologia egizia, mitologia greca, filosofia greca. Se vuoi costruire una religione universale (ossia cattolica) devi preparare la macedonia giusta. E simile macedonia concettuale, dalla precisa architettura dinamica, doveva sposarsi con lo stoicismo grecoromano (filosofia-manifesto dell'attivismo piuttosto laico dello Stato romano). Il caso volle che Ebraismo e stoicismo fossero fratelli, figli di una semitica nevrosi attivistica risalente ai Sumeri3. La cosmogonia e la cosmologia stoiche sono formalmente identiche alla cosmogonia e alla pertinente teologia ebraiche veterotestamentarie. Il Cristianesimo costituisce per mezzo del momento neotestamentario le nozze romane tra i due fratelli. E l'incesto partorì il mostro torturatore e uccisore di streghe, omosessuali, Giudei, eretici, non cattolici. Ma questa è un'altra storia rispetto alla materia qui presa in considerazione. Qua voglio, tra l'altro, farvi notare gli elementi stoici del prologo di Giovanni a fianco dell'infiltrazione dionisiaca di 1,9. Spiegherò altresì le menzionate analogie fra stoicismo e Giudaismo, le quali offriranno migliore comprensione di ciò che dico. È questo il momento di indicare la “molla stoica” che mi ha condotto a smontare il prologo del Vangelo non sinottico ancor meglio del passato. È stata la preposizione “pros” di 1,1. Pros+accusativo rende un complemento di moto a luogo, l'idea di “... in direzione di...”. Vale a dire che là c'è scritto che “il Logos stava in direzione del Dio”. Dalla constatazione di un movimento ho rivisto pure “en archè”. I traduttori lo volgono quale un complemento di tempo determinato, ma a me è risultato che “en” sia preposizione temporale per il “tempo continuato”, non per quello “determinato”: nel corso di, durante. Oltre a ciò ho pensato che l'archè nella cultura greca è il “principio” nel senso di “causa”. Non possiedo perciò validi motivi per affidarmi al complemento di tempo determinato. Traduco allora con un complemento di stato in luogo, e più precisamente di moto entro luogo circoscritto: “dentro l'elemento primordiale”. La coppia di dettagli evidenziati mi ha spalancato le porte di una nuova visione, e sinceramente più congeniale, più contestuale delle trinitarie posteriori elucubrazioni teologiche. Mi sono ricordato del mio profondo studio su Genesi 1,1 e ho riportato quei risultati al riguardo del prologo giovanneo. Siamo in un contesto culturale di impronta ancestrale semitica sia nell'Ebraismo che nello stoicismo del I-II sec. d.C. Dunque la cosmogonia e la cosmologia giovannee non possono e non devono entrare in contrasto inconciliabile. Chi mirava a creare la religione universale (=cattolica) partendo dal Giudaismo sapeva che la filosofia di Stato stoica era geneticamente compatibile in funzione di quello che si è rivelato un funesto matrimonio, la cui prima vittima è stata l'Impero romano, caduto da lì a breve a causa di un calo demografico cui diede una bella mano la sessuofobia cristiana. Ma torniamo all'assetto cosmologico dell'incipit del Vangelo non sinottico al fine di inquadrarlo nel dettaglio culturale semitico. L'elemento primordiale dentro cui si trovava il Logos (1,1) è l'acqua-disordine-tenebre di Gn 1,1 (né “bereshit” là svolge il ruolo di avverbio di tempo bensì di soggetto, né qui “archè” sta in un complemento di tempo ma di luogo). Come in apertura di “Genesi” vien fuori la divinità (elohiym), nel prologo di Giovanni si trova il theòs. Il Dio stoico è fuoco, quello ebraico è il Sole. Vale a dire lo stesso soggetto concettuale visto, interpretato e sviluppato in due diverse maniere, una filosofica e una religiosa. Il movimento del venir-fuori-dal-disordine-acqueo da parte dell'elemento igneo è suggerito dal movimento proprio del Logos “in direzione del Dio”. In origine “dentro l'archè” si passò dal disordine all'ordine. Il discorso di “Genesi” rispecchia tale cliché. Mentre qua causa efficiente e causa formale rimangono indistinte, Giovanni introduce la distinzione maturata nella riflessione stoica. La struttura della realtà ha avuto un esplicito progetto, il quale la regolamenta e la tiene in piedi: si chiama “Logos”. Il movimento di questa causa formale, di cui tuttavia esiste l'equivalente veterotestamentario nella figura della Sapienza divina tirata fuori dall'abisso a opera di Dio, può intendersi quale momento logico, concettuale, al modo hegeliano dell'Idea che si volta all'attuazione. Hegel possiede radici religiose e filosofiche non casuali, non dimentichiamo che il suo ispiratore generale, Spinoza, era Giudeo. L'immanentismo stoico ha caratteri protohegeliani, i quali tuttavia non si possono allargare al prologo giovanneo. Ho parlato di isolato movimento logico. Il Cristianesimo si svilupperà sulla base delle comunanze tra stoicismo e religione ebraica. E, a quanto la storia ha mostrato, sulla base dei peggiori contenuti (misoginia, omofobia, intolleranza) predisposti a sadica esaltazione nevrotica. Nel pensiero cristiano lo spirito filosofico greco è morto, dopo essere stato imprigionato e soppresso. Dicevo dell’incontro giovanneo fra Theos e Logos. Il Vangelo non sinottico rappresenta la chiave di volta della costruenda architettura teologica stoico-cristiana. Perché mettere qualcosa nel canone evangelico che non si tiene in linea con i primi tre, qualcosa appunto di “non sinottico”? Semplice, poiché gli altri vangeli non offrono una simile prospettiva filosofica. Il testo di Giovanni costituisce una sorta di anello nuziale fra Ebraismo alessandrino e stoicismo romano. Togliendo il “non sinottico” la teologia cristiana non può celebrare l’abbraccio col potere politico dominante di matrice stoica. Il prologo di Giovanni recupera gli elementi centrali della vecchia cosmogonia giudaica veterotestamentaria e l’arricchisce in immagini e concetti. In aggiunta a quanto detto in questa sede, oltre che a quello esposto nel mio saggio “Ermeneutica religiosa weiliana” (contenuti che non ripeterò ora), va rilevata la radicalizzazione luce/tenebra, ordine/disordine. Ciò che viene definito come “bene” è un porre sotto il dominio dell’ordine, della luce, scacciando le tenebre provenienti dall’acqueo disordine. Tale nevrotica impostazione svela corollari: il maschile-fuoco impersona il positivo, il femminile-acqueo il negativo. Da assurde dicotomie del genere è emersa la misoginia cristiana, e si tratta di roba strutturale di quella teologia, non di errori di un Cristianesimo mal interpretato e mal attuato4. Bruciare le streghe equivale a sanificare il mondo. Ho anticipato sopra l’infiltrazione dionisia ad hoc nel prologo. Il quale assieme al pensiero cosmologico stoico è allusivo, nella seconda metà del brano, di passione-morte-resurrezione di Dioniso. Più avanti delineerò i tratti dionisiaci evangelici del non sinottico, giacché tale Vangelo mirava a far presa nell’ambito di credenza, a suo tempo nutrita, orfico-dionisia. Adesso debbo puntualizzare il dettaglio di un’altra infiltrazione filosofica. Il prologo parla di “figlio-unico del Padre” allorché il Logos si è incarnato. Si tratta di derivazioni dal “Timeo” di Platone, il quale chiama “padre” una causa efficiente, “figlio” il prodotto, “madre” la causa materiale. La paternità divina su Gesù non prende le mosse dalla biologia normale. Il Theòs diventa Padre nel momento in cui delibera l’incarnazione del Logos, e nell’accezione platonica (la quale di conseguenza squalifica il “femminle”; che Gesù sia alquanto, per noi, maleducato nel rispondere alla madre Maria alle nozze di Cana, dove compie un dionisiaco miracolo, non è un caso: le ha proprio detto che essendo una donna non era in grado di esprimere un giudizio accettabile!). Le eresie trinitarie e cristologiche sono poi in seguito sorte poiché il prologo di Giovanni è soltanto allusivo delle dinamiche stoiche, non le disegna nitidamente. Infatti sono io il primo a non capire se qui Theòs e Logos fossero in origne sostanzialmente separati, o se fossero uniti e il movimento di cui sopra detto fosse figurato passaggio dal Logos-potenza al Theòs-atto produttivo. Allorché Giovanni afferma che “una divinità Figlio” ha reso visibile in qualche modo un Dio invisibile, si parla sempre in termini platonici non chiarificatori. Il fatto che asserisca che il Logos si trovi “nell’insenatura del Padre”, nel kólpos (cavità marina), mi suggerisce di aver letto bene “arché” di 1,1, però ciò non rende comprensibile la struttura gerarchica e la relazione tra i due con estrema chiarezza. Saranno appunto i teologi a dire tutto e il contrario di tutto, dove probabilmente la via di comprensione più sensata, e concettualmente accettabile, è quella derivante da una genuina lettura stoica. La quale andrebbe più verso l’immanentismo panteistico stoico, che hanno decisamente rifiutato di percorrere a vantaggio di invenzioni teologiche in lotta inter se (la guerra dell’aria fritta!). Per quanto concerne il sistema filosofico stoico possiamo dire quanto segue, rilevando le analogie del caso. Zenone di Cizio, il caposcuola, di origine e di mentalità semitiche, attribuisce la corporeità a Dio. Il che non è estraneo al “Tanak” dove la divinità giudaca passeggia e combatte in guerra (è evidente che gli attribuivano un corpo). E al pari degli Ebrei il Dio zenoniano è il “numero uno”5 cosmico, meglio definito quale ragione universale e attività originaria: il Dio che produce il cosmo ordinato e lo sostiene nella di esso esistenza (in virtù dell’ordine dato). Il “mio Signore e mio Dio” di Tommaso è espressione stoico-filoniana, richiamante l’ebraismo alessandrino (di ciò parlai nella mia monografia sopra rammentata), espressione la quale si riallaccia non a caso allo stoicismo. Gli intrecci giovannei mostrano le sfaccettature di un progetto teologico-religioso la cui sintesi doveva coprire tutti i principali lati culturali, ideologici, mitologici dell’Impero romano di quell’era. Potremmo altresì definirla un’operazione di “adescamento universale” in relazione al suo scopo emergente. Il nuovo contenitore cattolico proviene da un disegno di natura distopica e totalitaria e non per niente monoteistico (per la precisione, il giudaismo è enoteistico). Il Dio-Sole ebraico, di derivazione atonista6, ha il suo equivalente filosofico nel Dio-fuoco zenoniano di derivazione eraclitea. La congenialità semitica spinse Zenone di Cizio a simpatizzare per Eraclito. Il fuoco rappresenta il principio attivo, la causa determinante, la ragionevolezza ordinatrice (Logos). Il Dio veterotestamentario si manifesta attraverso la potenza solare, è de facto egli il Sole, è fattore che determina e ordina dopo essere uscito dall’acqua-oscurità-disordine la materia cosmica. A lui si contrappone la Natura, l’Universo. Gli stoici rispetto agli Ebrei svilupparono la dimensione panteistica, e proprio in virtù del Logos, al quid divino di progettuale che si riporta nelle cose (sarebbe la metessi platonica trasfusa nelle stoiche “ragioni seminali”). Lo stoicismo ha portato nel Cristianesimo l’idea di Logos, a sua volta poi diversamente sviluppata. Senza Zenone di Cizio non ci sarebbe stato nessun Verbo di Dio incarnato. Il Logos stoico è 1) fondamento veritativo-logico, 2) progetto e causa determinante della realtà, 3) traduttore di norme comportamentali. Detto con parole di Gesù: 3) la via, 1), la verità, 2) la vita. Ritengo opportuno dire a proposito del punto 3) che l’etica del dovere semitica (dell’ubbidienza al Dio di riferimento, al Logos) nei Giudei si codificò nella Torah, negli stoici in un’etica più laica, però pur sempre nevrotizzante, in quanto costruzione razionalistica estremistica. Il razionalismo stoico costituisce l’espressione di un maschilismo7, di cui la tradizione giudaicocristiana rappresenta la manifestazione socioreligiosa. L’attivismo degli stoici e quello degli Ebrei sono fratelli gemeli, poi cresciuti in case diverse. Il Logos di Zenone è un momento intermedio nella cosmogonia giudaica fra il Dio “numero uno”, principio determinante, e la materia disordinata alla volta di cui si dirige il soffio divino (ruach), il veicolo di determinazione attuante. Simile dimensione di intermediazione sarà introdotta nell’Ebraismo alessandrino da Filone, da cui il recupero del ponte concettuale cristiano-stoico. È una sorta di giro attorno alle stesse cose per poi saldarle nell’esaltazione messianica del Verbo incarnato, il Mediatore tra Dio e gli uomini. La nuova religione universale (cattolica) nasce da salse concettuali semitiche e si lega alla parallela (più moderata) misoginia grecoromana8, portando però odio e ostilità verso gli eccessi che la Storia plurisecolare ci ha mostrato. Tengo a far notare che l’imperativo comportamentale (nevrotico) che porta Abramo a ubbidire a Dio quando costui gli comanda di sacrificargli il figlio Isacco è lo stesso, nella forma (nevrotizzante), che agli stoici comandava il suicidio (o altro di esagerato): che in un caso sia dovere-religioso e nell’altro dovere-politico non fa differenza, sempre di dovere semitico si tratta (correlato a forme attivistiche: la provvidenziale elezione storica dei Romani, l’elezione divina d’Israele; il Cristianesimo puntò sui primi, a cui diede un abbraccio mortale accelerando la crisi sociale imperiale in direzione della catastrofe la quale spalancò le porte all’oscurantismo medievale). Quando Simone Weil afferma che la Chiesa cattolica è stata la madre di tutti i totalitarismi moderni, e quando io porto alla luce simile verità nel testo orwelliano di “1984”9, non siamo usciti fuori del seminato, bensì abbiamo ben rilevato il meccanismo mentale semitico “dovere-ubbidienza”, declinabile in vari modi. Il poliedro semitico del cristianesimo nelle sue facce stoiche ci mostra illuminanti contenuti i quali ci fanno ben comprendere che la religione di Gesù è una invenzione a tavolino, e che lo stesso evangelico Messia risulta un quasi totale personaggio letterario, il quale, contaminato di non poche ascendenze contemporanee, rimane distinto dal presunto Gesù storico (l’attivista politico-religioso radicale). Il suo essere Verbo divino incarnato, Figlio-Logos, originario medium produttivo cosmico, costituisce una serie di idee precedenti lui e consolidate a posteriori sopra di lui. La persona storica di Gesù fu accidentale. Più che altro la sua morte (storicamente vera o falsa) si prestò al di lui inserimento nella nuova teologia universale ebraico-stoico-romana. Questa andò a riprendere motivi filosofici, religiosi, mitologici omogenei al progetto di una religione unificatrice per tutto l’Impero romano. Cosicché ad esempio ritroviamo il Zenone che afferma il Logos presente nella nostra anima in Gv 1,9. Ritroviamo altresì la dicotomia ontologica stoica agire/patire nell’idea di Passione di Gesù Cristo (la quale, come meglio vedremo, riprende evidenti tratti dionisiaci). Per “patire” Dio doveva incarnarsi in un Figlio corporeo giacché la sola materia-corpo rappresenta la parte passiva della realtà. Dio sta all’opposto. Un’idea rilevante degli stoici, che ci ricollega alla cosmogonia ebraica, è quella per cui il principio supremo, visto nella veste di divinità-logica, si serva nell’atto determinante-reggente di uno pneuma, di un soffio-caldo: vale a dire, tradotto in termini veterotestamentari, della ruach (lo spirito, soffio animante). Il trinitario Spirito Santo “che è Signore e dà la vita” esce da suddette cose (gli gnostici pensavano lo Spirito santo al femminile). E dobbiamo inoltre dire che la Trinità cristiana ha il suo modello stoico nella triade dell’inno di Cleante: Zeus, Logos e Pneuma; cioè la prototrinità pagana già predisposta a beneficio del neopagano distopico Cristianesimo. Nel momento in cui parlo di distopia totalitaria non esagero, non costituisce ovviamente una mia scoperta (da studioso ho indagato per bene vari segmenti nei miei lavori), né tanto meno dico non per tutti delle novità. L’ideale di libertà autentica (esagerato d’altro canto nel nevrotico attivismo protestante liberista) dentro lo stoicismo e il Cristianesimo ha subito forti restrizioni: gli stoici insegnavano che l’uomo sapiente e coscienzioso si sarebbe dovuto adeguare “liberamente”, idest spontaneamente, al Fato, al destino (il prodotto della razionalità del Logos il quale ha già hegelianamente preordinato i corsi storici). Ebbene, non troverete nessuno più stoico di Giobbe, il precursore dei praticanti l’etica stoica. Giobbe si adegua spontaneamente, “stoicamente”, alla volontà divina, ossia alle deliberazioni del Dio-Logos. Alla fine verrà premiato in virtù della sua attivistica caparbietà di condotta, ma nel frattempo una vera libertà umana, un’autonomia morale kantiana, è stata cancellata alla radice. Nel Cristianesimo esiste una sola Verità di cui hanno nella storia pagato il prezzo non poche persone all’interno di un regime sociale illiberale durato secoli. La tradizione giudaicocristiana ha proposto di sacrificare la propria libertà a vantaggio di contenuti nevrotici (si vedano ad esempio Erasmo da Rotterdam e Tommaso Moro10). Arrivati a questo punto possiamo rivolgere lo sguardo al panorama religioso-mitologico greco, il quale avevo rammentato in apertura di disamina. Sarà possibile dunque vedere quanto di mitologia greca si è infiltrato nella tetrade evangelica, soprattutto nel non sinottico, inerente a temi orfico-dionisiaci. Diciamo che l’orfismo rappresenta il lievito del formantesi Cristianesimo. Dalla di quello esaltata inquietudine spuntano le radici popolari cristiane. Al di là di quell’ingenuo slancio, tuttavia non torbido nell’orfismo, non si sarebbe sviluppata una dimensione fideistica di massa. Il Cristianesimo è intervenuto su un terreno fertile: questa è stata la sua astuzia costruttiva, questa è stata la sua fortuna nell’allargarsi presso la credulità dei più. Ritroviamo idee orfiche basilari poi centrali nella visione cristiana. Una è l’idea di passione, del martirio, i quali purificano (si pensi al “battesimo di sangue”), facendo recuperare l’elemento divino dionisio (illustrato più sopra) in sé. L’orfismo assume una dicotomia corpo/spirito analoga a quella stoica: da simili contenuti le concezioni cristiane sessuofobiche e di disprezzo generale della corporeità (le cosiddete “sante anoressiche” costituiscono tristi exempla di tali principi, già nevrotici, elevati a più distruttiva nevrosi). Quel che conta è il divino nell’uomo, al punto tale che gli orfici sono i teorici della successiva dicotomia cristiana anima/corpo: sono loro a dire che esiste un’anima immortale. E l’orfismo è esistito quantomeno dal VI sec. a.C. L’esistenza umana nella mentalità orfica servirebbe a pagare le colpe all’interno di uno schema metempsicotico. I Cristiani sostituirono alla rincarnazione punitiva il temibilissimo inferno. La visione degli orfici raffigura concettualmente Zeus nei tre moment di causa originaria, causa strumentale e causa finale in relazione alla realtà, realtà la quale assorbe in maniera panica (una tangenza stoica, non sviluppata in direzione panteistica da parte del Cristianesimo, il quale si limitò a postulare soltanto l’ubiquità di Dio). La teogonia orfica culminava con le vicende dei Titani uccisori di Dioniso, una sequenza che distaccava dalla tradizione veicolata da Esiodo. E giunti a Dioniso dobbiamo allora approfondire i legami fra di lui e il Gesù evangelico. Nel momento in cui ho focalizzato meglio tali aspetti ho ottenuto una più nitida e più definita cornice sull’origine del Cristianesimo, al quale ho dedicato la mia attenzione da una vita essendo nato in una società cristianizzata da secoli. Cominciamo col dire che Dioniso nacque in una grotta e il suo destino era quello di succedere a Zeus nella signoria cosmica. Il piccolo, a detta del mito, venne al mondo con delle corna. Gesù Bambino non le ha, però ha il bue cornuto del presepio. Il toro è un animale correlato all’immaginario dionisio: il bue cornuto del presepio suggerisce l’evidente inconsapevole prosecuzione di un topos neopagano. E lo fa assieme all’asinello, a sua volta associato a Dioniso e all’uccisore di Osiride (Seth/Tifone). Allorché nacque il Cristianesimo, in ambito culturale pagano si diceva che i fedeli adorassero una divinità teriomorfa dalla testa di asino. Ho visto su un libro la foto di un’antica rappresentazione di ciò, e la mia ipotesi è che non si trattasse di una presa in giro volta al disprezzo da parte dei Romani, ma che invece i primi Cristiani tendessero a rendere più percepibile il sostrato della nuova religione, in particolar modo il sostrato orfico-dionisiaco. Cioè quello a livello popolare di maggior diffusione, il quale costituì la base del successo presso la massa ingenua disposta alla credulità nei confronti di un’abile costruzione propagandistica. Venne tenuta, non a lungo, in epoca medievale, ogni primo dell’anno una “festa degli stolti” nella quale veniva ricordato l’asino dell’entrata a Gerusalemme di cui Gesù si servì: in questo contesto festoso nel momento in cui si pregava la preghiera era chiusa da un raglio in luogo del consueto canonico “amen”. Sia Dioniso che Gesù appena venuti al mondo ricevono l’omaggio di altri intervenuti all’evento. Suddetto Dio grecopagano nella cultura cretese, la quale non era di radice aria, si manifesta come Dio bambino che è destinato alla morte (nel mito muore giovanissimo). I Cretesi avevano stabilito dove fosse stato il suo sepolcro isolano. Dioniso, figlio di una donna comune, viene elevato al rango divino tempo dopo la nascita. Nelle sue vicende non manca un’ascensione finale in cielo (ennesima tangenza con Gesù). Nell’orfismo Dioniso rappresenta colui che è nato tre volte: nel grembo materno, nella coscia di Zeus in funzione di incubatrice (dopo che la madre morì precocemente prima di partorirlo correttamente), nella resurrezione post mortem. Gesù mostra un percorso parallelo: alla coscia di Zeus sostituisce il battesimo con la discesa dello Spirito Santo. Non sempre la madre di Dioniso è stata identificata dal mito con una donna semplice: Persefone poteva comparire sua madre. Da ciò la familiarità di detto Dio con l’elemento infero. Ade marito di Persefone era pure chiamato Zeus sotteraneo, perciò tale appellativo si riflesse sul figlio Dioniso (Gesù scese agli inferi). Dioniso e Gesù hanno familiarità con l’elemento acqueo-marino: entrambi hanno a che fare con la navigazione e le imbarcazioni. Se Gesù seda una tempesta stando sopra una barca, Dioniso ha una sua epifania sempre su un’imbarcazione. La mitologia dionisiaca intravede in questo un Zeus-figlio complementare di un Zeus-padre, e lo fa in un’ottica unitaria padre-figlio. In particolare il padre si indirizza al pubblico maschile, il figlio a quello femminile (il Gesù evangelico ha avuto contatti con varie donne). Nella prima parte della mia analisi ho parlato del mito orfico riguardante l’uccisione di Dioniso ora possiamo riprenderlo allo scopo di ricollegarlo meglio a Gesù. I Titani fecero a pezzi il corpo del Dio greco al fine di mangiarlo, un corpo che la mitologia greca trasfigura nell’immagine di un agnello/capretto. I Titani ne consumarono e furono poi inceneriti da Zeus, con la conseguente antropogonia già rammentata sopra. Ritornati a Gv 1,9 siamo nelle condizioni di poter ulteriormente chiarire i passaggi evangelici riguardanti l’ultima cena e l’istituzione della liturgia eucaristica. Essa possiede un’origine dionisiaca. La scena di Gesù che comanda di prendere e mangiare del pane rappresentante il proprio corpo ricalca in guisa dinamica, non statica, il mito di Dioniso e la passione pagana dionisia trapiantatasi assieme al corredo dell’immagine del vino nel nuovo culto cristiano (il vino inerisce a uno dei due momenti del rito cristiano menzionato). Gesù e Dioniso sono Agnus Dei. Il consumo della carne, simbolico o meno, nella liturgia eucaristica e nel rito dionisiaco serve a garantire il contatto col divino. Dioniso è legato alla vite, ai tralci, all’uva. Tant’è che gli orfici lo chiamavano pure Eno (=vino). È consequenziale che nel consumo simbolico di carne divina del rito cristiano ci si accompagni altresì al consumo di vino. Si tratta delle due facce della medaglia dionisia. Che il Vangelo non sinottico si apra col miracolo di Cana non è casuale. Il vino e la coppa di vino dionisiaci indicano l’esigenza di uno stadio mentale esaltato, eccitato, una follia, una militanza obbediente e irrazionalistica, la quale ritorna nell’epistolario paolino: i folli per Cristo. La follia erasmiana costituisce una moderna teorizzazione di quell’ideale cristiano di fanatismo. L’antica festa ateniese delle Antesterie dedicata al culto dionisiaco è servita da modello per elaborare il Triduo pasquale cristiano. Si svolgevano a fine dell’inverno nel corso di Antesterione (mese lunare corrispondente a un periodo tra febbraio e marzo) e avevano la durata di tre giorni. I Greci pensavano che in quel terzo giorno i defunti potessero tornare pro tempore in mezzo ai viventi. Le analogie sono evidenti. Dioniso rappresenta un Dio che risorge al pari di Gesù. L’iconografia cristiana e quella dionisia rappresentano entrambi con la barba. Il tema della “maschera” fa parte del corredo immaginifico di Dioniso, e “maschere” saranno nella teologia cristiana di lingua greca le “personae” trinitarie. Ulteriormente dionisia si mostra di nuovo una particolare devozione, quella al Sacro Cuore di Gesù. Il cuore di Dioniso non fu né mangiato né incenerito bensì recuperato da Atena. Kerényi fa notare che la radice κραδ- è etimologicamente ambigua giacché indica sia il concetto di “cuore” che quello di “albero-di-fico”, e di tale legno era il fallo divino collocato all’interno di ceste, a loro volta poste sul capo durante le processioni dionisiache. Qua si chiude un altro cerchio. Gesù nei vangeli sinottici maledice un fico sterile: non è un episodio privo di profondo significato. Nel Vangelo di Giovanni sostiene di essere la vite e che altri fungano da tralci. Tutte queste immagini hanno provenienza dionisia. Costituiscono un portato orfico. Altresì, il tema del membrum virile si riallaccia alla sponda egizio-osiridea. Già in passato vidi collegati Osiride e Gesù in simile dettaglio che ritroviamo nel culto dionisio. Si rileva così alla fine accanto alla stratificazione egizia una stratificazione greca pertinente: il perizoma di Gesù crocifisso nasconde motivi osiridei e dionisiaci. Il membrum virile di Osiride ucciso ricompare nella stella cometa dei magi (i quali nient’altro sarebbero che maghi), riguardo a Dioniso si tratta di un simbolo adottato – come detto – nella celebrazione della divinità (il perizoma di Gesù parrebbe una sorta di evocativo “tabernacolo” ad hoc). Nella figura evangelica di Gesù compaiono diverse stratificazioni, le quali soltanto un buon analista, un ottimo medico legale dell’ermeneutica letteraria, può dissotterrare. A distanza di molti secoli pochissimi sono in grado di percepire il neopaganesimo del Cristianesimo, e di avere la sensazione di entrare in un tempio pagano mettendo piede in una chiesa (a me ormai capita così). Un’attenzione molto particolare e un pregresso studio molto approfondito (che io ho condotto anni fa11) merita il discorso neotestamentario di “Gesù come nuovo Adamo”. Se non si capisce che cosa era l’Adamo veterotestamentario, non si comprenderà mai quest’altra sottile analogia con Dioniso. L’Adamo originario è un androgino, poi diviso in due, da cui Adamo ed Eva sessualmente differenziati. Anche Dioniso era androgino o quantomeno effeminato. L’orfismo riguardo all’argomento del nuovo Adamo offriva l’aggancio con Fanete (=colui-che-brilla), mostruosa creatura primigenia ermafrodita, altresì denominata Dioniso. Comprendiamo benissimo, arrivati alla fine, che il Gesù costruito quasi due millenni fa non sia più genuinamente riproponibile a società dove orfismo e stoicismo non esistono più quali fenomeni socioculturali in atto. Sono rimasti però forme attivistiche cristiano-protestanti e il diffuso ingenuo desiderio della massa di affidarsi a qualcosa di rassicurante. Il Cristianesimo cattolico di oggi possiede un volto ufficiale diverso da quello della sua naturale sostanza storica, la quale è finita gradualmente nell’ombra al cospetto della gente in seguito all’emancipazione illuministica. Sicché misoginia, omofobia, intolleranza sono state sfumate per diventare pressoché non più visibili. È il Messia evangelico a definire “cani e porci” coloro che non si uniformano a lui. La parola κύων in greco antico costituisce un termine fortemente spregiativo se riferito a persone, e in particolar modo era destinato alle donne. Infatti, a mio avviso, il “τοῖς κυσίν” al Vangelo di Matteo 7,6 è al femminile e non al maschile. Risulta molto probabile per me che Gesù abbia usato un’espressione generale utilizzando i due generi distinti: “alle cagne e ai porci” copre meglio l’estensione semantica di riferimento con superiore qualità retorica. In verità anche “τῶν χοίρων” potrebbe essere tecnicamente al femminile, però tutta l’idea così suonerebbe ferocemente misogina, parlando di “cagne e troie”. Adotto la traduzione di mezzo: cagne e porci. Infine è di nuovo il Redentore a sostenere di non aver portato quiete e tranquillità bensì disordine e divisione di matrice religiosa (Mt 10, 34-39)12.


NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Partita a scacchi”
https://www.academia.edu/88052996/Partita_a_scacchi
 
1 Si vedano i seguenti miei lavori: 1) Sul biblico “Cantico dei cantici” e su Gn 1,1 nel mio saggio Radici occidentali (2021); 2) nella mia opera Teologia analitica (2020) la parte intitolata L’acqua e il Dio biblico; 3) Radici sumere di Ebraismo e capitalismo all’interno della mia pubblicazione Note di critica (2017); 4) e anche per vari argomenti qui trattati la mia monografia Ermeneutica religiosa weiliana (2013).
 
http://danilocaruso.blogspot.com/2021/08/sul-biblico-cantico-dei-cantici-e-su-gn.html
 
http://danilocaruso.blogspot.com/2020/03/lacqua-e-il-dio-biblico.html
 
http://danilocaruso.blogspot.com/2017/11/radici-sumere-di-ebraismo-e-capitalismo.html
 
https://www.academia.edu/6280171/Ermeneutica_religiosa_weiliana

2 In Note di studio (2016): Iside e Osiride, Cristo e la Madonna. Nel suddetto saggio si trovano altre sezioni rilevanti in relazione all’argomento affrontato nell’analisi generale: L’origine del male; Novità contraddittorie del messaggio evangelico; Il centurione romano: uno stratagemma mediatico. Un altro mio scritto pertinente, a parte, è L’origine ideologica del Cristianesimo, dentro la mia opera Considerazioni critiche (2014).
 
http://danilocaruso.blogspot.com/2014/10/lorigine-ideologica-del-cristianesimo.html

3 Per approfondimenti si veda il terzo lavoro indicato nella nota 1.

4 A tal riguardo suggerisco la lettura di alcuni miei saggi: quello indicato nel punto 2) di nota 1 e di altri due recanti i titoli L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017) e Parricidio dantesco (2021).
 
https://www.academia.edu/43625458/Teologia_analitica
 
https://www.academia.edu/47754422/Parricidio_dantesco
 
https://www.academia.edu/33666516/L_apologia_dell_irragionevole_di_Robert_Hugh_Benson

5 Su questo dettaglio un approfondimento a pag. 13 della monografia indicata al punto 4) della nota 1.

6 Allo scopo di approfondire suggerisco di leggere la sezione Radici egizie del mio saggio menzionato al punto 4) di nota 1, là già sottintesa.
 
http://danilocaruso.blogspot.com/2014/09/radici-egizie-nella-cosmogonia-ebraica.html

7 Al fine di un approfondimento indico il segmento intitolato La nascita della filosofia nella mia pubblicazione Percorsi critici (2020).
 
http://danilocaruso.blogspot.com/2020/07/la-nascita-della-filosofia.html

8 A tal proposito consiglio di leggere il mio studio I protopatristici Aristofane e Giovenale contenuto nel saggio ricordato nella nota precedente.
 
http://danilocaruso.blogspot.com/2020/08/i-protopatristici-aristofane-e-giovenale.html

9 Si legga il mio saggio Il Medioevo futuro di George Orwell (2015).
 
https://www.academia.edu/11340638/Il_Medioevo_futuro_di_George_Orwell

10 In mie pubblicazioni: dentro la mia monografia Letture critiche (2019), Il machiavellico disegno della “follia” erasmiana; all’interno del saggio al punto 2) della nota 1, Cristianesimo razionale e nazional-socialismo in Thomas More.
 
http://danilocaruso.blogspot.com/2018/08/il-machiavellico-disegno-della-follia_29.html
 
http://danilocaruso.blogspot.com/2020/07/cristianesimo-razionale-e-nazional.html

11 Antropogonia e androginia nel Simposio e nella Genesi, nella mia opera Considerazioni letterarie (2014).
 

12 Si veda meglio nel mio studio intitolato Un inquietante brano neotestamentario: evangelismo armato e ambiguo nudismo, contenuto all’interno del mio saggio indicato nel punto 1 di nota 1.
 
https://danilocaruso.blogspot.com/2020/07/un-inquietante-brano-neotestamentario.html