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03 giugno 2016

COMBATTENTI DI CASTRONOVO DI SICILIA

di DANILO CARUSO

DEORUM MANIUM 
IURA SANCTA SUNTO


Francesco Di Franza
La mia famiglia per ambo i rami, materno e paterno, ha origine in Castronovo di Sicilia, centro urbano antico quanto Roma. Il ramo Caruso, provenuto da Cammarata, si riallaccia al primo capostipite siciliano e a una lunga serie di personaggi di cui ho avuto modo di trattare (http://lercarafriddi-danilocaruso.blogspot.com/2012/03/caruso-di-sicilia.html). Del ramo Di Franza, meno noto nelle cronache della storia, non ho raccolto un uguale corredo di informazioni. Tuttavia posso far vanto di mio nonno Francesco e di suo padre Antonino, i quali combatterono tra le file dell’esercito italiano durante le due guerre mondiali. Antonino Di Franza (1891-1984) fu durante la Grande guerra sul fronte italo-austriaco, e nel 1973 gli venne conferito dalla Repubblica italiana il titolo di “Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto” «per riconosciuti meriti combattentistici». A differenza del mio bisnonno, che ebbi la ventura di conoscere, a proposito della partecipazione all’ultimo conflitto mondiale di mio nonno Francesco Di Franza (1924-2001) ho appreso direttamente da lui molte più cose. Egli si arruolò nel ’42 nella regia marina e fu inviato nella piazzaforte di Messina, dove sparava da una batteria antiaerea alle fortezze volanti degli Angloamericani. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 fu deportato in un campo di concentramento degli Alleati in provincia di Catania da dove poi fece ritorno a Castronovo di Sicilia non senza difficoltà. Nel ’43, ignorando che fosse stato proclamato l’armistizio di Cassibile, continuò a tenere attiva la sua batteria contro gli aerei degli ex nemici. Nel corso della prigionia, a causa di una ferita a una gamba, rischiò la prospettiva di un’amputazione. Tutte le restrizione di quel periodo sofferto lo indussero, una volta, spinto dalla sete, mentre era trasportato con altri commilitoni, a scendere dal camion e correre in direzione di un fiume a bere nonostante il richiamo di un soldato nero armato di fucile. Chiunque abbia conosciuto mio nonno sa che egli è stato una persona di grandissima saggezza e di altissimo rigore morale, ligio al servizio della famiglia. Ciò dimostra a chi è lontano dall’esperienza bellica e della sua diretta testimonianza come diverse potessero essere state le cose in Italia nel passato, di cui il benessere dei decenni scorsi ha ostacolato la conoscenza. Senza conoscere i tempi antichi non c’è futuro: le nuove generazioni, ammaestrate a essere figli del benessere, rischiano di non avere quella maturità e quel senso del “limite” le cui assenze sono motivo di decadenza della società nei momenti di crisi.

medaglie di Antonino Di Franza

l’atto di nomina a “Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto” di Antonino Di Franza

04 agosto 2013

FRA VITALE LINO DA CASTRONOVO DI SICILIA

di DANILO CARUSO 

Il primo nucleo di frati francescani che si impiantò in Sicilia nel 1533 lo fece a Castronovo, dove costruì un convento collegato alla già esistente chiesa di san Nicola da Bari, sita nell’omonima contrada a un paio di chilometri dal paese.
La sede odierna dei cappuccini (che annette la chiesetta di santa Maria la Bagnara) è del 1625, ed è sorta dopo l’abbandono dell’originaria perché posta fuori dell’abitato con conseguenti disagi.
Nel periodo intermedio dal 1578 ci fu la costruzione di un altro convento, la cui struttura nel 1868 è divenuta sede di rappresentanza del Comune.
Fra Vitale, al secolo Francesco Lino (figlio di Vitale e Petronilla), di famiglia contadina, venne al mondo il 13 settembre 1868 a Castronovo (fu battezzato da Don Domenico Nocera).
Durante la fanciullezza, prima e dopo il lavoro, e oltre, nel tempo disponibile, era solito appartarsi in preghiera presso qualche edificio sacro.
A diciotto anni entrò come studente nel convento francescano di Palermo con l’appoggio dell’arciprete Traina.
Sul terminare del 1891 l’arcivescovo di Palermo, Cardinale Celesia, lo riteneva predisposto per l’ordinazione sacerdotale, ma con l’assunzione dell’abito cappuccino nel giorno dell’Immacolata (8 dicembre 1891) iniziò per lui il periodo da novizio a Caccamo (dove rimarrà fino al 1906): alla fine del 1892 prese i voti semplici e alla fine del 1895 fece la professione di adesione alla regola.
Sino al 1914, anno in cui fu trasferito stabilmente a Castronovo, stette in vari conventi per diversi periodi (Salemi, Caccamo, Sutera, Castronovo).
Nel convento del paese natio fu custode della dispensa e questuante, viene inoltre ricordato molto incline alla pia pratica della preghiera.
Sin d’allora s’impegnò affinché quella sede venisse restaurata: la sua iniziativa di sensibilizzazione permise di concludere quest’opera nel 1932.
Nel 1951 si recò a Roma con altri confratelli in occasione della canonizzazione del francescano sant’Ignazio di Laconi (1701-81).
La figura di fra Vitale era avvolta da un alone di santità grazie alla sua capacità di operare prodigiosamente e di inserirsi nelle vicissitudini umane e darvi una soluzione: utilizzava come “farmaco” la “pulisicchia”, ossia dei santini (della Madonna o di san Francesco d’Assisi), al cui dono per il soggetto bisognoso accompagnava delle preghiere.
In seguito a questa lodevole attività si guadagnò una fama di taumaturgo; in diversi casi intervenne con successo in favore di chi aveva problemi vari: con la salute personale, con la campagna, con le bestie, etc.
Un cugino di fra Vitale – Luigi Lino – andò a risiedere a Lercara nel periodo anni ’20 / anni ’50 in via Maria Santissima di Costantinopoli; costui qui aprì una bottega per il commercio tessile, passata poi a uno dei quattro figli, Vitale, che era sarto.
Anche per questo motivo fra Vitale si recava sovente a Lercara per la questua.
Era nei suoi desideri l’erezione qui di un convento – che purtroppo non sorse mai – di frati francescani, unito alla chiesa intitolata a santa Rosalia.
Soleva pure ogni tanto prendere parte alle manifestazioni religiose di Lercara.
Si spense il 13 febbraio 1960 a Palermo nel cui convento si trovava.
La salma fu tumulata a Palermo nel cimitero dei cappuccini, nel 1986 fu traslata in quello di Castronovo, e infine nel 1998 vi è stata la traslazione nei locali del convento.

IL SERVO DI DIO PIETRO DI VITALE

di DANILO CARUSO 

Pietro Di Vitale, sesto di otto fratelli – di cui due morti prima della sua nascita – venne al mondo il 14 dicembre 1916 a Castronovo di Sicilia, da Vitale e Anna Scimeca, in una modesta famiglia di contadini ma di solide tradizioni cristiane.
Venne battezzato il 21 dicembre e ricevette l’unzione crismale il 2 maggio 1921.
Entrò nella scuola elementare, sostenuto da una particolare intelligenza, nell’anno scolastico 1922-23.
Di profonda buona indole sin dall’infanzia in quegli anni fece il chierichetto alla Chiesa Madre della Santissima Trinità con uno zelo che era presago della sua vocazione sacerdotale (uno zio e una zia materni erano entrati in convento).
A causa della disagiata situazione economica della sua famiglia nel 1926 dovette interrompere la frequenza della scuola, ma in campagna dove badava alle mucche portava con sé i libri su cui studiava.
L’ambiente castronovese, oltre al clima familiare, con la presenza dei cappuccini fu di ulteriore stimolo alla maturazione spirituale del servo di Dio: nella sua breve esistenza ebbe contatti tra gli altri con fra Vitale Lino (1868-1960) morto in fama di santità.
Nel 1930 Pietro Di Vitale manifestò alla zia suora il proprio desiderio di aderire alla vita religiosa, e con il di lei sostegno e l’aiuto economico di amici per pagare la retta del seminario vi entrò l’anno successivo, dopo che l’arciprete di Castronovo Calogero Reina lo aiutò a completare gli studi elementari e lo avviò per quelli seminarili.
In quel periodo si iscrisse all’Azione cattolica castronovese (che frequentò nei suoi ritorni in paese suscitando apprezzamento) e divenne pure terziario francescano.
Entrato in seminario (l’otto dicembre 1931 aveva vestito nella rituale cerimonia la veste talare) ottenne per concorso una borsa di studio: costante obiettivo fu l’adeguamento della sua persona al progetto di santificazione che Dio ha in serbo per ogni uomo, perseguito con semplicità e vigore.
Sempre zelante nella sua condotta e ottimo conoscitore del latino ottenne, con altri seminaristi, in premio la possibilità di recarsi a Roma nell’Anno santo straordinario del 1933.
Fu dedito allo studio, nel suo diario personale scriveva: «Il Signore mi ha dato una intelligenza aperta e una volontà energica, un giorno di questi doni dovrò rendergli strettissimo conto; perciò bisogna che ne faccia buon uso col farmi santo e dotto per la sua gloria».
Ben presto divenne oggetto dell’ammirazione dei superiori e del rispetto degli altri compagni.
Verso la fine del 1933 passò dal seminario minore a quello maggiore.
Di ritorno per le non molto lunghe vacanze si prestava a Castronovo a opere di carità per i più bisognosi e di sensibilizzazione del prossimo ai valori della fede con particolare predilezione per i fanciulli in uno spirito di letizia francescana durato anche quando la malattia non gli permise più di allontanarsi da casa.
Ebbe una intensa devozione verso il Santissimo Sacramento e la Madonna: si tramanda che durante le sue estasi di preghiera nella sacrestia della Matrice di Castronovo si sollevasse da terra.
Nel 1934 si presentarono sintomi di malattia allo stomaco, che lo condurrà alla morte, e che lo costrinse nel tempo a ritornare diverse volte a casa per soggiorni di riposo più protratti.
Nel ’37 il servo di Dio Pietro Di Vitale ebbe temporaneamente, tramite Padre Giuseppe Germanà, un guanto di san Pio da Pietralcina, a cui era stata rivolta richiesta di intercessione in favore del suo recupero.
In questi anni al seminario venne preposto in infermeria come aiutante al fine di esentarlo da tutti gli obblighi cui, a causa della malattia, era impedito di attendere.
Molto debilitato finì per fare definitivo ritorno a Castronovo, recandosi a Palermo qualche volta per delle visite mediche.
Morì nella propria abitazione il 29 gennaio 1940, le sue ultime parole, rivolto alla madre, furono: «Mamma, viva Gesù e Maria!».
Il giorno seguente il suo corpo non manifestava i segni del rigor mortis, e i medici verificarono, ma invano, di un possibile caso di apparente decesso.
L’omaggio alla salma della gente castronovese fu così grande che questa fu trasportata nella chiesa di san Sebastiano.
Le esequie furono celebrate il 30 nella chiesa di san Francesco d’Assisi, per l’indisponibilità della matrice, alla presenza di molte delegazioni (tra cui quella del seminario).
Si racconta che quel giorno e in quella circostanza fossero caduti petali dal cielo.
Le spoglie vennero deposte in un loculo offerto dall’Opera castronovese dopolavoro tra quelli del gruppo riservato ai propri iscritti.
Il resti mortali del servo di Dio furono riesumati il 9 maggio 1986 e traslati il 14 dicembre nella Chiesa Madre della Santissima Trinità (dopo un passaggio nella sepoltura gentilizia dei Tramontana).
La causa di beatificazione di Pietro Di Vitale è stata aperta il 6 marzo 1987: nel 1997 si è chiuso il processo diocesano col passaggio alla seconda fase in Vaticano alla Congregazione per le cause dei santi.

SAN VITALE DA CASTRONOVO DI SICILIA

di DANILO CARUSO

San Vitale venne al mondo a Kars-nubu (una Castronovo di Sicilia di epoca islamica) nei primi anni del 900: padre Sergio de Mennita, madre Crisonica.
La sua famiglia era di origine bizantina, ricca e di alto lignaggio.
Fu battezzato nell’allora chiesa madre di Maria Santissima dell’Udienza e educato nella fede da precettori ecclesiastici di rito greco: in quell’ambiente isolano, al tempo della dominazione araba, i Cristiani usufruivano di una certa autonomia negli affari religiosi.
Maturò però in lui, non interessato agli studi, un’inclinazione spirituale che lo portò intorno al 950 a mettere da parte tutto ciò che era benessere e a ritirarsi nel monastero dei monaci basiliani – intitolato a san Filippo – ad Agira (in provincia di Enna): qui indossò la veste religiosa.
Vi rimase cinque anni dedicandosi quotidianamente con eccellente impegno alle pie pratiche religiose e lavorative.
Dopo questo quinquennio con una delegazione di confratelli si recò pellegrino a Roma presso i luoghi sacri.
Durante il viaggio, all’altezza di Terracina (in Campania), un serpente velenoso lo morse, ma riuscì a salvarsi miracolosamente facendo un segno di croce sulla ferita.
Dopo il pellegrinaggio, sulla via di casa, scelse di non rientrare in convento, e di fermarsi come eremita in Calabria su un’altura in località di Santa Severina: questa esperienza di ascesi durò due anni.
Nei successivi dodici anni stette in un imprecisato cenobio siciliano, che seguiva la regola basiliana, a perfezionare l’esercizio delle sue virtù.
Terminata quest’altra fase del suo percorso sentì il richiamo dei territori incontaminati calabresi che si offrivano alla vita degli anacoreti.
Trovò quindi sede su un fianco del monte Lipirachi.
In queste zone conobbe l’abate del convento di Locri, come lui proteso al distacco dalla mondanità attraverso la preghiera e il rigore (san Vitale gli ebbe a rivolgere fecondi ammaestramenti).
Andò successivamente a risiedere in un luogo solitario nella regione di Capo Spulico che dà sul mare, la quale per il suo isolamento si prestava a dare ospitalità peraltro a criminali.
Qui san Vitale riportò un clima di pace e di cordialità, e i residenti in quelle terre a Roseto vollero erigere riconoscenti una chiesa dedicandola a san Basilio.
Di questo periodo si tramanda anche il miracolo in cui egli pregò in favore dei raccolti minacciati da un’inondazione, la quale così invece alla fine diede frutti benefici.
In quegli anni cambiò più volte luogo d’eremitaggio (monte Rapparo, Sant’Angelo d’Asprono, monte San Giuliano).
Tornò dunque, temprato nello spirito, in alcuni cenobi, anche se per poco tempo, poiché la sua vocazione lo spingeva ad ascoltare il Signore nella quiete della solitudine.
Si stabilì perciò in un antro nelle vicinanze di Armento (in Basilicata) dove divenne proverbiale la sua familiarità con gli animali; una piccola composizione popolare  castronovese così recitava: «SANTU VITALI / FEDDA DI PANI / E DI LU RIESTU / NNI DUNA A LI CANI».
In diverse circostanze si rivolse, con esito positivo, a Dio chiedendogli di porre rimedio a bisogni più o meno gravi.
Gli eventi miracolosi legati alla sua vita proseguirono quando il governatore della provincia bizantina di Bari lo fece convocare, data la sua fama, per conoscerlo.
Con due religiosi che lo accompagnarono si recò da costui: lo confessò, e si adoperò pure durante quel soggiorno affinché un violentissimo temporale non arrecasse danni.
Lasciata Bari si mise all’opera per rimediare alla distruzione, attuata dai Musulmani, del monastero e della chiesa dei santi Adriano e Natalia: questo punto divenne un grande riferimento per i fedeli che nell’azione di san Vitale vedevano l’impronta della santità.
Verso la fine del secolo questo convento fu preso di mira dagli invasori islamici per essere depredato.
I confratelli di san Vitale temendo il peggio si misero in salvo fuggendo, lui rimase ad affrontarli: quando uno dei musulmani stava per ucciderlo questo fu colpito da un fulmine che gli fece cadere la scimitarra e si accasciò vittima di un’improvvisa sofferenza.
San Vitale fece sì che il suo attentatore guarisse, e che altresì, ammonendoli, gli aggressori si ritirassero da quelle terre.
Chi gli si rivolgeva con animo sincero era sempre ben accolto e raccomandato all’assistenza della grazia divina (come, per esempio, un uomo che ottenne di avere figli), e in particolar modo chi era caduto nell’errore aveva l’occasione di emendarsi e di liberarsi dalla sua punizione (come, in un altro esempio, la mentitrice che aveva pronunciato a sproposito il nome di Dio).
San Vitale applicò appieno la norma evangelica dell’amore universale, specialmente nei confronti dei peccatori per il fatto che considerava più importante il momento del recupero che quello della penitenza in sé e per sé.
Negli ultimi anni della sua esistenza terrena diede vita a due monasteri lucani: quello di Torri (con l’aiuto del nipote, il beato Elia, di origine castronovese pure lui, e che contemporaneamente allo zio si era fatto monaco ritirandosi allora nel cenobio basiliano a pochi chilometri da Castronovo in contrada Melia) e quello di Rapolla (monasteri che furono le ultime due sue dimore).
L’abitato di Castronovo di Sant’Andrea, in provincia di Potenza, vicino ad Armento, deve a san Vitale la sua fondazione, e la sua denominazione, essendo egli memore della città natia (la specificazione “di Sant’Andrea” fu aggiunta secoli dopo).
Si spense il 9 marzo 994, dopo aver indicato il nuovo abate: la sua salma fu tumulata inizialmente nella chiesa del convento in cui morì, nel 1024 fu traslata in quella di un altro cenobio (a Guardia Perticara, il cui abate era il nipote Elia), da qui fu spostata a Torri (per proteggerla dagli assalti dei Musulmani) e poi ad Armento (per volontà del feudatario di quel territorio che la fece collocare a latere di quella di san Luca di Demenna), entrambi furono posti poi a Tricarico (in provincia di Matera) nella cattedrale.
Un trittico quattrocentesco con questi due santi e in mezzo la Vergine si trova nel duomo di Armento.
In ultimo i resti di san Vitale ritornarono ad Armento, dove sono custoditi dentro una teca recante la scritta “SANCTI VITALIS RELIQUIAE” (in questo paese nell’anno della sua morte fu eretto un convento di monaci basiliani).
Una sua prima biografia, opera redatta da un monaco basiliano suo contemporaneo, in greco antico su pergamene andate perse, venne ritrovata nel monastero di Armento: questo testo fu, un secolo dopo la scomparsa del santo, tradotto in latino: la versione in tale lingua è l’unica rimasta.
In Sicilia la notizia che avessero un concittadino elevato all’onore degli altari giunse ai Castronovesi da Armento con notevole ritardo nel 1660/70, tuttavia non tardarono a dedicargli una chiesa (già aperta nel 1671), a ottenere qualche reliquia e a eleggerlo loro patrono al posto di san Giorgio (6 settembre 1704).
Successivamente, dal ’700, si tramanda in Castronovo che san Vitale venuto in sogno a un lavoratore del legno e al proprietario di un certo olivo avesse chiesto di realizzargli un simulacro: l’opera, di Antonino Giordano, è custodita nella chiesa del santo.
San Vitale è patrono di Armento (PZ) e di Castronovo di Sicilia, paesi gemellati; viene festeggiato in entrambi il 9 marzo, e in più a Castronovo a inizio del mese di agosto.
In passato l’otto marzo i Castronovesi festeggiavano pure il beato Elia nipote di san Vitale.

03 ottobre 2012

IL PONTE VECCHIO SUL FIUME PLATANI

di DANILO CARUSO

Il ponte sul Platani in territorio di Castronovo di Sicilia denominato “ponte vecchio” fu costruito nel XVI secolo dal comune per evitare che nel periodo invernale ci fossero difficoltà a oltrepassarlo, che ostacolassero il trasporto di merci e il passaggio di viaggiatori: il guado del fiume avveniva dapprima all’altezza della Chiesa di san Pietro (sempre nella circoscrizione di Castronovo; vicino alla PA-AG).
Essendo rappresentanti dell’amministrazione civica il barone Antonio Gialongo e Giovanni Antonio Giordano l’incarico di erezione venne dato al costruttore Mariano de Tardo (proveniente da Caltabellotta) con un atto rogato il 26 aprile 1555 presso il notaio Filippo Lombardo.
Il ponte, costruito con pietre squadrate, fu fruibile nel 1570: il costo delle pietre era stato di 19 tarì alla canna (= m 2,5 circa).
Un rivestimento di calce fu applicato al ponte nell’estate del 1590: l’amministrazione di Castronovo nel 1589 tramite il barone Bernardo Bascone ne aveva ordinate 224 tonnellate a un venditore napoletano di nome Nicolò Rizzo.
Alla fine l’opera venne a costare 7800 onze (1 onza = 30 tarì), una somma – nel paragone temporale – quasi pari a quella richiesta per la realizzazione del palazzo comunale a Lercara Friddi a inizio ’900.
L’arcata del ponte, al di sotto della quale scorre il Platani, è a tutto sesto, mentre la struttura del passaggio è a schiena d’asino.







 

02 aprile 2011

LA REGINA BIANCA A CASTRONOVO DI SICILIA

di DANILO CARUSO

Quando Martino I re di Sicilia morì in Sardegna nel 1409, nel tentativo di sedare le ribellioni contro gli Aragonesi, ne prese posto, sino alla morte avvenuta l’anno successivo, il padre, Martino il Vecchio re d’Aragona.
Il Regno di Sicilia da decenni addietro era tormentato dagli scontri feudali.
In quei frangenti la personalità di rilievo impostasi a condizionare la monarchia era quella di Bernardo Cabrera, gran giustiziere del regno ed ex comandante dell’esercito aragonese giunto in Sicilia nel 1392.
Era stato proprio costui a prelevare Bianca, figlia di re Carlo III, dalla Navarra per condurla nell’Isola come moglie di Martino I il Giovane (a cui l’anno precedente era morta l’altra moglie Maria).
La regina Bianca era stata delegata dai due Martini per l’esercizio del governo isolano, ma alla morte di Martino il Vecchio sorsero nuovamente aspri scontri.
Infatti l’anziano Cabrera, cui nell’interregno spettava il governo, ambiva al trono e pensava di sposare la regina vedova (che le cronache tramandano fosse molto bella e dotata di talento politico).
La regina nel 1411 si era rifugiata presso il barone Matteo Moncada nel castello di Castronovo di Sicilia (che risale all’undicesimo secolo) sul Colle San Vitale: da lì aveva promesso l’amnistia ai ribelli se avessero sospeso le loro azioni e avessero riconosciuto la sua autorità. Quando Cabrera la incontrò in un convento catanese e le manifestò le sue intenzioni fu immediatamente scacciato da lei che esclamò: «Ah, vecchio depravato!».
La regina quindi si rifugiò a Siracusa, Cabrera cinse d’assedio la città, ma lei riuscì comunque a scappare grazie ai suoi partigiani che la preferivano come reggente.
Diretta a Palermo, dove avrebbe atteso dall’Aragona i nuovi consiglieri di governo, sostò una seconda volta a Castronovo. I partigiani di Cabrera a Palermo, dove l’aspettavano, erano stati allontanati con le armi prima che la regina la raggiungesse.
Tuttavia il vecchio spagnolo tentò un ultimo colpo di mano notturno cercando di catturare Bianca dopo aver simulato una ritirata: non ci riuscì per poco, la regina avvisata scappò direttamente in camicia da notte su una nave diretta a Catania.
E Cabrera trovando il letto vuoto e tiepido ci rimase moltissimo male. Si tramanda che avesse detto: «Ho perso la pernice, ma mi è rimasto il nido!», e che in preda ad uno sconvolgimento mentale dopo essersi tolto i vestiti si gettasse sul letto rotolandovisi ed annusandolo come i cani da caccia.
Alla fine il ribelle Bernardo Cabrera fu preso prigioniero e tra l’altro sospeso nudo dentro una rete per due giorni al muro di un castello dove tutti potessero vederlo.


I RESTI DEL CASTELLO DI CASTRONOVO


È possibile vedere le immagini a schermo intero cliccando nel riquadro del video in basso a destra (FULL SCREEN), per uscire premere ESC sulla tastiera in alto a sinistra.

01 aprile 2011

GIUSEPPE PICONE

DA CASTRONOVO DI SICILIA AL SUCCESSO IN USA

di DANILO CARUSO

Giuseppe Picone è stato uno dei figli più illustri della terra di Castronovo. Nacque a Castronovo di Sicilia il 7 novembre 1918 da Giusto e da Rosaria Passavanti (la quale era cugina del mio bisnonno Giuseppe Caruso, entrambi erano figli di due fratelli Passavanti: Giuseppe e Concetta). Fu il terzogenito tra cinque fratelli (Vincenzo, Maria, Marianna, Antonio). Ebbe sin dalla prima fanciullezza un carattere vivace e volitivo. Si accompagnava spesso al nonno Passavanti (persona istruita: era stato in seminario sino ai 23 anni). Il padre era stato un dipendente della ferrovia; dopo l’affermazione del fascismo in Italia turbato dai disordini e dagli scioperi che avevano caratterizzato il primo dopoguerra era partito per gli USA in cerca di un nuovo lavoro, ma a Jersey City – nel New Jersey, dove era andato – non ottenne un posto fisso. Nel frattempo il resto della famiglia, rimasto a Castronovo, si era trasferito in casa dei nonni materni. Per indirizzare le giovanili energie di Giuseppe – dato che le disponibilità finanziarie della famiglia non gli avrebbero consentito di proseguire oltre la scuola dell’obbligo – nel 1927 la madre lo avviò all’apprendimento presso la locale sartoria di Gattuso e Drago. Inizialmente svolse mansioni di supporto secondario all’attività, il che non lo entusiasmò. Ma l’intuito di un assistente lo introdusse, ancorché piccolo, alle tecniche del mestiere. Seguito dai dirigenti e gratificato dai primi buoni esiti, prese a cuore quell’attività e decise di mettere cura nell’imparare l’arte di sarto. All’età di 11 anni confezionava pantaloni e a quella di 14 giacche. Nonostante le ripercussioni sociali della crisi del ’29 Giusto Picone decise di farsi raggiungere in America dalla famiglia: nel 1930 giunse il figlio Vincenzo, nel 1934 giunsero la moglie e la figlia Maria. La restante parte della famiglia restò a Castronovo dove viveva in casa della nonna Marianna (nel 1930 era scomparso il nonno Passavanti). L’impresa Gattuso e Drago aprì nel 1932 a Villalba una filiale in cui Giuseppe Picone si trasferì a lavorare, ma questa finì col chiudere e anche i due dirigenti finirono col separarsi: Picone rimase con Gattuso. Nel 1934 – in seguito alla partenza della madre – si trapiantò a Palermo dietro la promessa di un’assunzione in un laboratorio dove migliorare la sua arte, come era stato suo desiderio. Ma arrivato l’impiego era già stato ricoperto da un altro. Ospite comunque di una cugina della nonna fu invitato a rimanere un mese a Palermo. La sua intraprendenza e il suo interesse lo portarono a trovare un’occupazione presso un’altra sartoria nella quale rimase quasi un anno. Intanto era venuto il suo momento di raggiungere i familiari che si trovavano negli Stati Uniti. Nel periodo di disbrigo delle pratiche burocratiche per poter partire (ci volle ben un anno) nel 1935-36 prestò la sua attività, fattovi ritorno, a Castronovo, nella sua originaria sartoria (prima in paese, poi a Palazzo Adriano). Successivamente fu al servizio di un altro sarto castronovese che lo retribuiva meglio. Lasciò l’Italia nel 1936: il 7 settembre abbandonò Castronovo, e in due giorni passando da Palermo a Napoli in nave si diresse a New York dove arrivò dopo sei giorni di viaggio. Riunitosi con i familiari a Jersey City, trascorso un brevissimo periodo di ambientamento e sostenuto dalla presenza e dall’aiuto di altri emigrati siciliani trovò un lavoro in una fabbrica di jeans collocata nelle vicinanze. La sua aspirazione non era quella di operare in un determinato punto di una catena di fabbricazione seriale, ma di esercitare appieno la sua arte creativa nella fattura completa di un capo di abbigliamento: gli si prospettò quindi la possibilità di cambiare andando presso un laboratorio di sarti a Manhattan. A New York già lavorava la madre come sarta, in famiglia solo il padre non aveva più trovato un impiego: la sorella Maria era operaia in un cappellificio, il fratello Vincenzo barbiere. Giuseppe Picone oltre a svolgere la sua attività si impegnò ad apprendere la lingua inglese frequentando la sera un corso conclusosi positivamente nel giugno del 1937. L’anno successivo un compagno di sartoria lo convinse ad associarsi con lui per aprire un proprio esercizio a Manhattan. La società durò un anno, nel 1939 Picone si mise a lavorare da solo nella produzione di giacche all’interno di un laboratorio che forniva una clientela prestigiosa. Durante la seconda guerra mondiale fu arruolato nell’esercito americano. Svolse il suo servizio nella 151a unità di ospedale militare nella quale ottenne per la sua perizia il ruolo ufficiale di sarto. Nel 1942-45 fu con il suo reparto in Inghilterra e in Algeria. Suo fratello Antonio – rimasto in Italia – prestava servizio nell’esercito italiano: prima che i suoi compagni passassero dall’Africa in Sicilia chiese di essere rimpatriato poiché non voleva rimettere piede nella sua terra in circostanze di ostilità (l’altro fratello Vincenzo era in Pacifico sempre con gli Americani). Ritornato negli USA, fu poi congedato alla fine del 1945 dopo essere stato definitivamente riconosciuto cittadino statunitense. Si rimise quindi al lavoro con la volontà di migliorarsi ed emergere, e dopo un momento interlocutorio fu assunto nella migliore sartoria di New York (la Teppel’s Tailors) da un disegnatore stilistico che in precedenza lo aveva respinto. Da costui ebbe anche delle lezioni di taglio maschile. In poco tempo raggiunse la notorietà per l’abilità con cui confezionava capi e per la loro notevole qualità. Nel 1947 costituì una società con Anthony Massa e Nick Argentieri, accettando la proposta del primo (di cui ne aveva rifiutato alla fine della guerra una precedente) di aprire un opificio di pantaloni per uomo. Questa avventura, nonostante i disagi dovuti alla sua inesperienza in attività d’impresa, fu per lui un trampolino di lancio. Impiantarono la sede in New Jersey a West New York in uno stabile affittato. Gli altri due soci disponevano di soldi propri, Giuseppe Picone ricorse ad un prestito bancario. In seno alla nuova ditta MPA Tailors gli toccò il ruolo di tesoriere (presidente era Massa). Producevano pantaloni non di alto pregio (il che non gli piaceva molto) per un rifornitore, il quale in un secondo momento, poiché la MPA non era iscritta ad alcun sindacato, non poté più acquistare i suoi prodotti. La situazione – che già di per sé non era molto florida – sembrava precipitare. Consigliato e appoggiato da conoscenti e amici che ne apprezzavano il talento rilevò l’intera società (grazie pure all’aiuto economico del fratello Vincenzo) con la prospettiva di trovare sbocchi commerciali quando avesse presentato sul mercato dei pantaloni di ottima fattura. Da una realtà indebitata e avviata al fallimento Giuseppe Picone con le sue capacità creative e con spirito di abnegazione seppe dar vita a una creatura imprenditoriale gratificata da risultati accettabili. Successivamente infatti le cose cambiarono: il lavoro, che egli dirigeva e seguiva sempre con moltissima attenzione, era sufficiente e gli operai impiegati (tra cui anche donne) erano saliti a 25. Nel settembre del ’49 fece il grande salto: con Charles Evans, un affarista figlio di un dentista, formò una nuova società (in cui confluì la sua MPA) finalizzata alla creazione di abiti femminili di qualità a costi molto competitivi, cosa consentita dalle sue tecniche di confezione applicate nella MPA. Il padre di Charles Evans aveva conosciuto tempo prima Giuseppe Picone, e fiutando la possibilità di grandi profitti aveva spinto il figlio a proporgli questo progetto. Era così nata la Evan-Picone: a Picone spettò il compito di direttore generale e di designer, a Charles Evans quello di vicedirettore e di tesoriere. Per la Evan-Picone fu un’escalation di successi ed affermazioni: nel campo dell’abbigliamento femminile divenne la prima e insuperata nel rapporto costo / qualità. Giuseppe Picone originariamente disegnava i modelli di gonne e pantaloni, però quando si passò alla produzione di coordinati occorse un altro stilista. Centinaia di operai furono assunti e trattati meglio di qualsiasi altra impresa (tant’è che erano più riconoscenti a Picone che ai sindacati), e un nuovo grande stabilimento fu aperto nel 1955 a New York, dove già era sin dall’inizio la sala espositiva per la mostra delle collezioni d’abiti. Si ricordò pure della famiglia e fece assumere i due fratelli Vincenzo e Antonio. Charles Evans gli propose nel 1951 la nascita della prima impresa affiliata alla Evan-Picone, la Diva (una società in tre coll’altro fratello Robert Evans) produttrice di pantaloni femminili. Questa e le altre due successive – la Epic (per le camicie) del 1956 e la Dione del 1959 – ebbero ottimi consensi nelle vendite grazie al talento creativo di Giuseppe Picone e alle intuizioni commerciali di Charles Evans. In questa grande esperienza mantenne costantemente la sua umiltà e le sue abitudini: nel lavoro era senza sosta presente e vicino ai suoi dipendenti, che dai pochi della MPA erano giunti a quasi un migliaio. A Castronovo, dove tornò più volte, fece edificare una nuova scuola materna inaugurata nel 1960 (intitolandola alla madre, che ammalata di cancro scomparirà nel 1964), e nello stesso anno si completò altresì il restauro della Chiesa di san Vitale e della Matrice: il tutto a sue spese, come pegno di affetto nei confronti del suo paese. Nel 1962 dietro ripetute pressioni di Charles Evans la Evan-Picone venne venduta alla Revlon (industria leader nel settore dei profumi) il cui presidente voleva acquisirla a tutti i costi: la pagò 15.000.000 $, Picone rimase oltre che in società – come gli altri due fratelli Evans – direttore generale con poteri formalmente più o meno assoluti. Ma la nuova gestione sostanziale della Revlon non fu nelle sue strategie molto felice quando decise di fare perno più sul prestigio del nome che sul prodotto, con immenso dispiacere di Picone. Per contenere i costi di fronte a ridimensionati guadagni si ricorse a manodopera di Hong Kong, alla riduzione dei salari e al licenziamento di uomini di fiducia di Picone – che li avrebbe preferiti al loro posto – non colpevoli di quello stato di cose. Il contratto del 1962 legava Picone e gli Evans alla Revlon per cinque anni: i due fratelli lasciarono anzitempo (Robert nel 1965, Charles nel 1966). Nonostante in quegli anni la Evan-Picone vivacchiasse la Revlon la rivendette a Picone, che nel 1967 riprese il timone: tutto fu riordinato e si ritornò all’antico con successo (nel 1968 fu premiato dalla Sales and Marketing Executives International). Nel giugno del 1969 sposò un’attrice, Stefania Careddu: l’unione, da cui nacque Joseph Picone Junior, durò pochissimi anni. Pensando che l’amministrazione potesse andare avanti da sola, e fidandosi, si era distratto dedicandosi anche ad attività filantropiche (per esempio le proposte in favore dei giovani disoccupati – sempre portate avanti in futuro – per calare l’età di assunzione lavorativa al di sotto dei 18 anni; o il ballo di beneficenza del settembre 1967 in favore degli alluvionati di Venezia da lui promosso a Palazzo Rezzonico per raccogliere fondi: gli costò più di 20.000 $, ma parteciparono centinaia di ospiti illustri e famosi). Qualche tempo dopo scoprì che una non chiara gestione dei bilanci da parte dei suoi collaboratori lo aveva portato addirittura in uno stato di deficit. Procedette dunque con vigore a uno snellimento della macchinosa impalcatura amministrativa costruita durante il periodo della Revlon e inevitabilmente a dei licenziamenti; due società da poco aggregatesi furono cedute; e sino al 1971 si dovette nuovamente avvalere di manodopera di Hong Kong. La riduzione dei costi di fabbrica unitamente alle vecchie strategie di produzione rilanciò negli anni ’70 l’impresa sul mercato che ridiventò vincente. Cosicché nel 1973 fu stavolta lui stesso, preoccupato per eventuali future crisi, a vendere la Evan-Picone – rimanendovi tuttavia come presidente – alla Palm Beach (che operava nel settore degli abiti per uomo): diverse società furono affiliate, si riassunsero operai licenziati in passato, e un nuovo stabilimento con centinaia di posti fu creato nel 1977. Nel 1974 perse il padre. Con la sua indole di Siciliano onesto e sincero rifiutò nel 1981 addirittura la presidenza della Palm Beach. Nel 1983 lasciò la presidenza della Evan-Picone (rifiutando contemporaneamente la vicepresidenza a titolo onorifico della Palm Beach), e nel 1985 si ritirò completamente dal lavoro. Nel giugno 1986 si risposò con Fannie Stamatopoulou, e nell’aprile 1990 nacque la figlia Sarina Justine. Nella sua vita ricevette tantissime onorificenze e riconoscimenti internazionali. Si è spento il 24 giugno 2001 a New York.


La Scuola materna "Rosaria Picone" (Castronovo di Sicilia)