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domenica 8 maggio 2022

SCOPERTE STELLARI

di DANILO CARUSO

Di recente per quanto concerne le mie ricerche e riflessioni su civiltà extraterrestri sono venuto a conoscenza delle idee dello scienziato John Brandenburg. Prima di riallacciarmi a lui è d’uopo una premessa1. E dico innanzitutto – come già chiarito in passato – che mai nei miei scritti ho vantato la pretesa dell’originalità. In alcuni casi mi è capitato di notare, in un secondo momento, che elaborazioni per me autonome avessero avuto i loro risultati già indicati da qualcun altro prima: ciò non è stato frustrante, anzi è stata – tutto sommato – una soddisfacente prova che avevo visto bene e che le mie capacità analitiche sono valide. Riguardo all’argomento di adesso ricapitolerò il mio pensiero (allora autonomo e inoltre distinto dalle ipotesi di Zecharia Sitchin il quale da tempo conoscevo). Sono partito coll’ipotizzare l’arrivo degli umani sulla Terra prendendo a modello le migrazioni e gli spostamenti sul pianeta: perché una simile cosa non doveva essere possibile su scala interplanetaria? Pertanto nella cesura “flora, fauna preistoriche” / “presenza umana e nuovo sistema naturale” ho visto una demarcazione così forte da farmi rifiutare il dogma evolutivo, da un lato, e da indurmi a credere che tutto l’apparato preistorico fosse stato rimosso con passaggi non naturali (anche deliberate intenzionali distruzioni/alterazioni ambientali). Dalle notizie su Marte di cui disponevo allora – le quali non erano gran che – credetti che la desolazione del pianeta rosso seguisse a un ecosistema uguale a quello terrestre umano (andato in rovina per cause non naturali). In quest’idea mi sosteneva l’approfondimento su Venere: è più vicino al Sole, però mantiene la sua atmosfera e possiede un ambiente di superficie paragonabile a un pianeta vittima di un inquinamento letale (là piove acido). Marte è più lontano dal Sole, tuttavia rimane in condizioni peggiori. Allora, secondo me, quanto era successo lì non doveva essere un prodotto non artificiale. Misi in campo l’ipotesi bellica interplanetaria e la già evocata distruzione ambientale a causa di eccessiva industrializzazione sregolata. Accanto a tutto ciò – altra autonoma idea, la quale non avevo rilevato da nessuna parte – mi convinsi che la fascia degli asteroidi del nostro complesso planetario solare fosse non un pianeta mancato bensì un pianeta distrutto per motivi bellici. Ipotizzo (ignoro se qualcun altro lo abbia fatto prima di me) che Plutone sia un pezzo di tale pianeta distrutto, un pezzo catapultato verso l’esterno e restato ancorato alla gravità solare. Ho notato che l’orbita di tutti gli altri pianeti (Plutone è stato declassato) sta sullo stesso piano, mentre quella di Plutone è inclinata sensibilmente (come se fosse un acquisto disomogeneo posteriore). Legai la distruzione del pianeta mancante alla catastrofe marziana. Nei periodi in cui io pensavo, e scrivevo poi, suddette cose, più o meno contemporaneamente John Brandenburg ha scoperto sulla superficie di Marte nel 2011-14 due teatri di eventi nucleari non naturali. Due punti precisi e ravvicinati dove i parametri fisici sono soltanto riconducibili a esplosioni nucleari di probabile origine bellica (simile discorso è stato basato da parte del fisico americano sopra una stringente analogia la quale non offre alternativa migliore). Durante l’azione di approfondimento dell’ipotesi brandenburghiana mi sono reso conto, grazie a nuove informazioni, che il mancante pianeta previsto dalla legge di Titius-Bode nell’orbita della fascia degli asteroidi non fosse stato un postulato astronomico solo ai miei occhi ma addirittura avesse ricevuto un nome: Fetonte. La denominazione non si mostra casuale poiché il mito greco dà di costui un racconto che ben si addice. Fetonte era figlio di Apollo. Il padre un giorno acconsentì alla di lui richiesta di condurre il carro solare. Tuttavia il figlio non ne fu pienamente capace e si schiantò sulla Terra devastando il Nord Africa. Zeus dunque lo uccise fulminandolo, e caduto in un fiume fu infine trasformato in un cigno. Il pianeta mancante ha dato adito a riflessioni circa le ragioni della sua scomparsa. È stato colpito e mandato in frantumi accidentalmente centrato da un corpo naturale vagante nello spazio? Negli anni ’60 lo scrittore sovietico e cultore di ufologia Kazantsev chiese a Niels Bohr se la fascia degli asteroidi attuale potesse essere un pianeta annientato dalla tecnologia nucleare, e il fisico danese rispose che era possibile. A me piace la tesi della causa (prossima o remota) intelligente. Dunque proseguirò l’analisi attraverso due romanzi russi di fantascienza. Un primo romanzo uscito nel 1960, “Sul decimo pianeta” di Anatoly Ivanovich Mitrofanov, narra di una missione spaziale diretta verso la fascia degli asteroidi. Nello spazio planetario a ridosso della Terra si trova la stazione satellitare sovietica Komsolia. I cosmonauti terraformano la Luna e scoprono su Marte presenze di una civiltà. Ricevuto un SOS proveniente da Cerere raggiungono il frammento di Fetonte abitato. La spedizione promossa dall’URSS e capeggiata da Komsomol Medvedev trova su Cerere i sopravvissuti della distruzione di Fetonte. Gli antichi e progrediti Fetontiani, cercando di bloccare pericolosi fenomeni di vulcanesimo provocati dalla vicinanza di Giove mediante l’uso di esplosioni atomiche, avevano mandato in pezzi il pianeta. I superstiti su Cerere, in pericolo di completa estinzione, poiché tale pianetino rischiava di essere colpito da asteroidi circolanti della fascia tra Marte e Giove, vengono dunque trasferiti sulla Terra. Non è da trascurare un dettaglio di questo romanzo fantascientifico (romanzo che si ricollega alla mia originaria idea che Atlantide potesse trovarsi sopra un altro pianeta: al di là delle colonne d’Ercole, in alto, al di là del cielo). L’uso di cariche termonucleari, il quale ha distrutto Fetonte, è stato con successo applicato nel corso dell’adeguamento lunare da parte dei Sovietici allorché il periodo di rotazione sul proprio asse del satellite naturale terrestre è stato portato a 24 ore. Il secondo romanzo di cui parlerò è “Fetonte” di Aleksandr Petrovich Kazantsev, uscito all’inizio degli anni ’70. Il testo, tripartito, consente di nuovo l’accostamento col mito platonico atlantideo. Nella prima sezione si tratta delle vicende sul pianeta precedenti la sua distruzione. Due potenze mondiali, due razze (i faccia-lunga e i testa-tonda), si contendono il dominio. La civiltà fetontiana dispone della forza nucleare. Un forte incremento demografico induce i faccia-lunga a emigrare parzialmente su Marte e sulla Terra (pianeti abitabili). Nello schieramento dei testa-tonda alcuni pensano di sbarazzarsi dei rivali grazie alle armi nucleari al fine di recuperare zone di occupazione popolare. A causa di un complotto scoppia il conflitto bellico. Un gruppo misto (lunghi e tondi) ripara sulla Terra. La guerra nucleare devasta Fetonte e dalle loro basi orbitanti marziane Fobos e Deimos i testa-tonda colpiscono i nemici sul suolo di Marte. I Fetontiani sulla terra vedono in cielo il disastro nucleare cancellare il loro pianeta d’origine. Le donne dei testa-tonda di Fobos e Deimos optano alfine a beneficio di una pacifica esistenza sul futuro pianeta rosso. Sulla Terra e su Marte proseguono dunque delle discendenze miste. Detta storia raccontata viene collocata un milione di anni fa. La seconda sezione dell’opera letteraria kazantseviana ricomincia la narrazione da 13.000 anni or sono. Il matriarcato marziano decide di riprendere un contatto colla Terra e invia una spedizione. I Terrestri scambiano per divinità gli arrivati e poi vengono salvati dall’impatto di una Luna ancora vagante, e non ancorata in modo satellitare stabilmente e senza pericolo a seguire, grazie a loro. È ipotesi dello scienziato sovietico Felix Yurievich Ziegel – accolta da Kazantsev – che la Luna, Fetonte e Marte corressero in principio lungo la medesima orbita planetaria (quella della fascia degli asteroidi): mi chiedo però, sulla base della legge di Titius-Bode, cosa ci fosse nell’orbita (libera?) pro Marte (Plutone?). La terza sezione del romanzo salta ai secoli futuri XXI e XXII. In quest’epoca si scopre tutta la verità, e che i Sumeri hanno radici culturali nelle quali vennero a mettere mano i (post-Fetontiani) Marziani. Il matriarcato di Marte però giudicò inopportuno, infruttuoso, difficile, il mantenimento di quel contatto con una civiltà molto primitiva. E la cosa fu sospesa in vista di un avvenire più consono. Nel finale del testo sono ora i Terrestri in virtù della loro tecnologia a restaurare l’ecosistema marziano abitabile. I Marziani, i quali sino allora, dalla distruzione della superficie di Marte, non avevano avuto più un suolo adatto alla vita possono tornarvi uscendo dalle città sotterranee ormai in decadenza avanzata. Nelle mie riflessioni ho giudicato possibile che i pianeti abitati da esseri umani nel nostro sistema solare possano essere stati anche quattro (quelli da Venere a Fetonte) e che eventi bellici promossi da una temibile e nefasta espansione capitalistica e industriale abbiano prodotto i danni ormai visibili. A proposito della matrice capitalistica nel disastro interplanetario voglio rammentare che ho rintracciato i semi di una simile vocazione nell’antica società sumerica, la quale riprodurrebbe la forma mentis di un passato cancellato2. Alcune cose intraviste sulla superficie marziana dei nostri giorni sembrano prodotti non naturali (ad esempio il celebre volto di pietra). Riguardo a Venere e a Fetonte non si può parlare di oggetti archeologici. Comunque, sulla Terra le cose strane non sono poche: le piramidi, le pietre di Nazca, et cetera. Vedere nella letteratura più antica memoria di qualcosa che sia potuto succedere su un diverso pianeta, a mio modestissimo avviso, non costituisce fantascienza. Senza dubbio ci vuole chirurgica precisione a ritrovare tali reperti conoscitivi, giacché non rappresenta una passeggiata in un testo, o presso qualsiasi testimonianza, scorporare la sovrastruttura mitologica dal possibile sostrato reale, e quindi localizzare questo.
 
 
NOTE
 
Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa.
 
Per ulteriori approfondimenti:
 
 
Si veda questo mio studio:

mercoledì 6 aprile 2022

ATTACCO ALL’INCONSCIO COLLETTIVO

di DANILO CARUSO
 
In miei testi precedenti ho avuto modo di illustrare lo sviluppo della mia teoria degenerativa della storia umana su questo pianeta1. Ho definito la costruzione una fenomenologia del potenziale futuro, nella quale mi sono avvalso di figurazioni letterarie. Sino a questo momento vi sono cinque segmenti. I primi due riguardano le sex doll (inorganiche e organiche), il terzo il Brave New World, il quarto il sadismo, il quinto il wellsiano mondo di Eloi e Morlock. Suddetto asse ha tematizzato in primis aspetti della sessualità legati al contesto generale. Adesso voglio integrare il mio modello con l’argomento dell’interfacciamento neurale, argomento che pongo accanto e assieme ai miei due primi gradini. Prima di inoltrarmi nella spiegazione colgo l’occasione per allargare altresì il campo di definizione del mio schema. Esso è frutto di una psicostoria, tuttavia debbo precisare le differenze metodologiche con quella di Hari Seldon. Io non mi poggio su criteri matematici, bensì su ragionamenti più schiettamente filosofici e psicanalitici. Circa il secondo ambito sono junghiano, mentre per quanto concerne il primo seguo il razionalismo e (in senso lato) l’idealismo (le mie simpatie vanno in primis a Platone e Kant, poi seguono Hegel, Berkeley e Aristotele). Chiarita la guisa in cui costruisco la mia psicostoria, posso passare avanti e indicare qual è l’anello che congiunge le mie due colonne al di sotto del cosmo huxleyano nel mio terzo livello. Si tratta di un romanzo uscito nel 1996, intitolato “Bambole”, opera di Lorenzo Bartoli (1966-2014) che usò lo pseudonimo di Akira Mishima. Anticipo qui pure che amplierò la trattazione in aggiunta a suddetto lavoro letterario cyberpunk avvalendomi di una serie televisiva uscita nel 2019, la quale è stata creata dai contenuti distopici di un altro romanzo pubblicato nel 2018, “The Feed” (scritto da Nick Clark Windo). Ma procediamo con ordine. Come visto ho ipotizzato che la scienza ventura introdurrà sex doll animate e autonome. Il testo di Bartoli, ambientato nel 2058-59 in Giappone non solo mette in scena tale lato ma altresì parla di un interfacciamento neurale primordiale, il quale poi vedremo estremizzato in “The Feed”. A proposito delle cosiddette bambole siamo di fronte a un tipo quasi completamento organico a metà strada fra le originarie calderiane (Titania) e quelle bacigalupiane (Emiko): Bartoli parla di parti organiche cellulari e di parti biomeccaniche. Simile è il modello più avanzato là, seguito a una tipologia del tutto sintetica. Nel dettaglio va ricordato che le più moderne sex doll bartoliane squirtano una droga che crea dipendenza sessuale nei partner. Tali bambole non sono soggette a degrado corporeo dopo il decesso, diversamente da Emiko il cui cadavere sarebbe potuto andare a finire nel compostaggio per la produzione di metano. L’argomento di tangenza inerente alle sex doll mi pare qua toccato a sufficienza, e possiamo convergere in toto sulla seconda colonna della mia psicostoria, colonna la quale – come già chiarito – copre la lunghezza indifferenziata dei miei due primi gradi. Non sono nella condizione di dividere la trattazione in due blocchi consecutivi rispettivamente paralleli a quei due testé menzionati. L’interfacciamento neurale disegnato da Bartoli deve avvalersi di un supporto informatico materiale esterno al corpo umano. Con la tecnologia più progredita un cavo può collegare il navigatore al sistema virtuale di internet, una sorta di mondo riflesso immateriale, il quale però può cagionare pure danni mortali al cervello in base a ciò che si fa. Esiste anche una realtà virtuale fruibile con caschi indossati sulla testa meno invasivi. Simile produzione di virtualità informatica trova un suo uso a beneficio del cybersex. Tale tema che ci ricorda e ci riporta la sostanza dell’asse della sessualità nella mia fenomenologia non è secondario appunto nel romanzo di Bartoli. Siamo davanti a un aspetto che, con i suoi dettagli, calza alla perfezione nell’offrirmi la zona di tangenza sopra detta. Infatti compare tra l’altro l’uso di un impianto corporale (alla base del cervello) per il deposito e il consumo di droga allucinogena. Dal cybersex allo schizosex si manifesta una gamma di preludio al Brave New World. Preludio ulteriore di “Bambole” in direzione di “The Feed” è invece la possibilità di telefonare in maniera diretta nella testa di altri. Il testo bartoliano, d’altro canto, consente l’uso di protesi a vantaggio degli umani molto avanzate le quali ne aumentano le capacità di resistenza. Fallisce in “Bambole” quanto sarà efficace in “The Feed”, ossia un interfacciamento totale del cervello con la dotazione di una extramemoria di conservazione di dati. Gli utenti bartoliani possono collegarsi alla rete ed entrarvi soltanto sub specie di avatar. In relazione al quarto mio gradino psicostorico il romanzo offre oltre spunti di sadismo. Precorrimenti che altrove ho rilevato parimenti negli altri lavori letterari della prima colonna al primo e al secondo livello del mio schema. L’ultima cosa che voglio evidenziare di “Bambole” è un’applicazione meccanica sul cervello umano atta a causare amnesia. Fra parentesi: tutta la questione dell’interfacciamento neurale ha a che fare con l’introduzione di roba metallica nell’organismo. A breve riprenderò questa materia generale della seconda colonna psicostorica. Ora mi soffermerò su quel dettaglio di amnesia indotta ad hoc. Di certo lì, per ricordi particolari l’agire in tal modo ad personam possiede una sua logica coerente. Però pensiamo per un attimo alla situazione di quella parte delle persone le quali non nutrono una consapevolezza adeguata della storia universale passata. Che cosa hanno di differente rispetto a Leo Kaminsky? Non molto. Tutto sommato anche i secondi sono degli spaesati a cui, mediante le opportune tecniche (violente o no) si può far credere ciò che conviene. Proiettare immagini nel vuoto si rivela facile. Sul telo bianco la narrazione riportata rimane inalterata. Questo si mostra il dilemma che ritroveremo in “The Feed”. La mente che non ha ricercato da sé, che non ha imparato con obiettività attraverso un serio percorso di apprendimento intellettuale, cosa farà al cospetto delle avversità derivate da quel vuoto? Non incoraggiare i più a vedere al di là del proprio naso appare più apprezzabile in contesti di manipolazione massa. Eccoci giunti all’opera letteraria di Windo, di cui ho visto la trasposizione televisiva. Qui viene presentata una società dove la tecnologia di internet ha fatto un prodigioso salto in avanti. Al posto di apparecchiature esterne e separate rispetto al corpo umano, quali ad esempio gli smartphone o i computer, che fungono da tramite a beneficio della connessione alla rete globale, il modem e l’interfaccia informatica si trovano impiantati sul cervello. Si può attingere direttamente alla conoscenza generica, il che ha reso superfluo il tradizionale studio, dove si imparava immagazzinando contenuti nella memoria naturale. Adesso invece è possibile non solo ricercare subito ciò che non si sa o interessa, ma anche archiviare le personali esperienze con la prospettiva di una condivisione con altri. I personali vissuti convertiti in formato informatico possono essere oggetto di comune sharing. Accanto a tutto ciò viene altresì offerta l’opportunità di scollegarsi dall’impianto generale, dove ognuno è “da acceso” contattabile sul momento da chi lo cercasse. È infatti consentito interagire mentalmente a distanza. Il problema teorico, il quale si materializzerà nel testo di “The Feed”, proviene dall’assenza di questo sistema cerebrale di interconnessione nei confronti degli assuefatti. Il vuoto lasciato rappresenta una tragedia. Un’umanità abituata a quella prassi di conoscenza e a quel metodo di relazionarsi mediante sharing mentale si troverebbe in enorme disagio a fare passi indietro tecnologici. E questo è lo scenario successivo del romanzo di Windo: il mondo dopo il crollo del Feed, la cui mancanza lascia, a causa dell’amnesia da Feed, tutti spaesati e impreparati ad affrontare le difficoltà di una sopraggiunta impossibilità comunicativa a scapito del passato dove si possedevano sine dubio dei lati apprezzabili (non c’è infatti niente di male nei social allorché rendano vicine persone serie e oneste, e in internet quando metta a disposizione informazioni corrette e conoscenze vere altrimenti non con facilità recuperabili, il tutto a vantaggio della forma naturale della persona). Tragedia nella tragedia quella di chi per impostazione genetica – un tema del quale si è vista la presenza nell’altra colonna del mio modello fenomenologico – era nato già con un Feed incorporato, a differenza di quelli di una prima fase sopra cui era stato impiantato grazie a prassi chirurgica. Questi nuovi individui geneticamente modificati, non hanno idea alcuna diretta di cosa sia la normalità nell’operare mentale. Il problema che porterà al crollo del Feed emerge dall’interno del circuito globale di internet per via di qualcosa di supplementare imprevisto e oscuro che vi si insinua. Gli utenti possono creare dei backup della loro coscienza. Così accade, nella serie televisiva, che i backup di defunti tornino alla realtà di un corpo umano impadronendosi del cervello di qualcuno rimpiazzandone la coscienza originaria durante il sonno dei malcapitati. Il romanzo prosegue con una ulteriore narrazione dai contorni post apocalittici. Simili ultimi dettagli mi danno l’occasione di continuare la trattazione dell’argomento in tono consono riallacciandomi altresì a cose da me già dette a proposito della ginoide Hadaly2. I posseduti di Windo si rivelano occasionali assassini, il che li rende temibili e ne fa dei bersagli designati. Parte una caccia alle streghe in un mondo crollato sopra la sua globalizzazione neurale, caccia il cui ideale “Malleus” dice di vigilare coloro che dormono allo scopo di intravedere segni di possessione. Tra amnesie, paranoie e nevrosi, quanto c’era di una plurale civiltà organizzata scompare in balia dell’anarchia generalizzata. L’aspetto su cui mi voglio soffermare – come anticipavo testé – è di natura psicanalitica. Nel momento in cui parlai della ginoide del romanzo di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam conclusi che l’opera del letterario Edison rappresentava un atto di hybris nei riguardi dell’Inconscio assoluto junghiano. Non era lecito trasferire il complesso dell’Io di Any Sowana in una ginoide meccanica, e l’Inconscio impersonale là ha attuato una sua giustizia riparatrice/riordinatrice sopprimendo Hadaly e il suo modello originale umano (Alicia Clary). Alla stessa maniera non si dà ammissibile il creare dei backup informatici di coscienza individuale (con relativa memoria) giacché questo è lavoro dell’Inconscio collettivo. Tutte le esperienze personali, tutti i vissuti, tutte le emozioni, tutti i pensieri umani vengono rilevati ed elaborati dall’Inconscio impersonale junghiano: c’è già un Feed metafisico. Sfidarlo, cercando di sostituirlo, costituisce perciò atto di hybris. Lo abbiamo visto ne “L’Ève future”, dove un complesso dell’Io è stato artificialmente trasferito dall’immaterialità dentro un corpo meccanico. E lo vediamo, in modo diverso, in “The Feed” dove dei backup di coscienza artificiali si impadroniscono di corpi umani. Qui avviene il contrario del caso di Hadaly. Esiste una memoria potenziale naturale la quale rimane distinta dal backup informatico, quindi questo costituisce una clonazione di quella. Il primo avversario del Feed, all’alba della Civiltà occidentale, è Platone. Egli valorizza l’apprendimento mnemonico: la conoscenza deve stare soprattutto in guisa naturale nelle nostre teste, prima che all’interno di supporti accidentali (materiali o meno). Notiamo che il filosofo ateniese aveva visto bene il pericolo a tenere vuote e a depotenziare le menti: il baratro in cui precipita la gente di “The Feed” è il medesimo indicato dal discepolo di Socrate. L’ammonimento di Platone rimane inascoltato dal creatore inglese del Feed pure riguardo alla problematica che ne causerà la caduta. Quei backup di coscienza di defunti non rappresentano le anime dei morti. Il filosofo ateniese nel “Fedro” si parla di un sistema di metempsicosi: se c’è un’anima naturale metafisica, il backup per che cosa sta? Ecco come in ogni caso la situazione stoni con l’Inconscio collettivo. Ci sono già un complesso dell’Io e una memoria potenziale già gestiti da una rete metafisica. Sovrapporvi una rete globale di internet costituisce hybris. La quale viene punita. Il sistema sociale nel romanzo cade davanti alle sue gravissime pecche. E quei backup, i quali non avrebbero mai potuto trovare integrazione nell’Inconscio assoluto, risultano rigettati nella realtà fenomenica corporea; e quasi fossero diavoli dall’inferno tornano nella veste di assassini.
 

 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Letteratura e psicostoria”
 
1 Al fine di approfondire indico miei testi:
 
1) Sex doll prima del Brave New World:
 
2) Tra Primavera Bobinski e la sadista Justine:
 
3) La monografia Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015):
 
4) All’interno del mio saggio Filosofie sadiche (2021), La tanatolatria di de Sade:
 
5) La terribile distopia di H. G. Wells dentro la mia pubblicazione intitolata Critica letteraria (2017):
 
2 Per approfondimenti, Una distopica ginoide contro la mantide religiosa:

lunedì 21 marzo 2022

TRA PRIMAVERA BOBINSKI E LA SADISTA JUSTINE

di DANILO CARUSO
 
Un romanzo dello scrittore americano contemporaneo Paolo Bacigalupi, “The windup girl” (edito nel 2009), ha prospettato considerevoli elementi a beneficio della mia filosofia della storia e nei confronti di quella particolare fenomenologia del tempo venturo che ipotizzo (senza postulare tuttavia la “necessità” del decorso distopico). Giacché questo modello di distopia storica si va ampliando nei dettagli a mano a mano che trovo spunti interessanti, non si trova consegnato in una singola mia pubblicazione. Ogniqualvolta rintracciato uno schema letterario consono, ed elaborato la sua adeguata inserzione nel mio impianto della possibile storia futura, ne ho dato notizia. Anche perché tali miei scritti – in singulis – costituiscono in sé autonomi lavori di critica letteraria. Se poi il discorso si amplia mediante una collocazione all’interno di una più larga riflessione filosofica, quest’altro resta un discorso in itinere. Simile cornice non è da me definita una volta per tutte. Come ho già detto i gradini della mia fenomenologia possono aumentare. Erano quattro e adesso diventano cinque
1. Fra i primi due ne ho posto uno nuovo, operazione di cui qua illustrerò la sostanza. Tra il mondo delle sex doll di Richard Calder e lo huxleyano Brave New World sta in maniera di continuità organica lo scenario dipinto da Bacigalupi, scenario che possiede altresì il pregio di precorrere elementi sadici (al pari del calderiano “Dead girls”) specifici del mio quarto – al momento – livello (nel quale si colloca de Sade). Vediamo di allacciare tutti i fili della rinnovata mia intelaiatura. E partiamo da Emiko, attorno a cui ruotano le vicende del romanzo bacigalupiano. Costei è una sorta di sex doll, di produzione giapponese, ma è di natura organica essendo il risultato di un progetto di ingegneria genetica (questi modelli sono sterili poiché non hanno ovaie, sono programmati per l’obbedienza con forse l’inserimento di materiale genetico proveniente dai cani). Notiamo il passaggio, dal mio primo grado fenomenologico al nuovo secondo, da sex doll inorganiche a più naturali esemplari organici: la scienza distopica farebbe un salto di qualità. E tutto ciò proietterebbe alla volta della edonistica ectogenesi del Brave New World. Osserviamo il modo in cui il meccanismo di consequenzialità fili perfettamente liscio nello sviluppo delle tematiche. Emiko, assieme alla precedente Primavera Bobinski, reca seco aspetti sadisti. Sesso e violenza sadica sono collegati alle bambole calderiane, e sesso e violenza sadica sono connessi a Emiko. Ella viene infatti costretta a tenere pornospettacoli, da un canto, e a correre il rischio di essere uccisa e gettata nel compostaggio per il metano in quanto windup girl, dall’altro. Il romanzo di Bacigalupi si svolge in una Tailandia del XXII secolo dove le ginoidi abbisognano di permessi di soggiorno (che Emiko non possiede più). Le performance sadomaso delle due sex doll Kannika ed Emiko, con la prima sadica deliberatamente e la seconda masochista costretta (allo scopo di assecondare il divertimento del pubblico), fanno emergere concetti sadiani. Troviamo esemplificati i “tre templi femminili”: 1) Kannika pratica penetrazione vaginale sopra Emiko con un dildo; 2) la prima penetra la seconda μετὰ τῆς πυγῆς (volendo usare parole di Aristofane); 3) la sadica Kannika spiega agli spettatori che nella bocca di Emiko può entrare qualsiasi cosa. Più in generale sono nella condizione di creare un asse che dalla calderiana Primavera Bobinski giunge alla sadista Justine passando per Emiko. Le peripezie di costei si possono accostare a quelle del personaggio di de Sade, e quindi suddetto asse si può prolungare sino alla wellsiana Weena (davanti alla quale incombono i cannibali Morlock). Dal testo bacigalupiano apprendiamo che Emiko subisce abusi quasi ogni giorno, e che il proprietario del locale presso cui viene obbligata a esibirsi è tanto bramoso di denaro quanto di quei sadici spettacoli. Arrivato a questo punto posso introdurre, e postulare, altri lati degenerativi nel mio modello storico relativi al secondo grado. “The windup girl” – e lo abbiamo già intravisto – affronta la materia delle manipolazioni genetiche in modo onnicomprensivo. L’era della globalizzazione economica è terminata già da tempo, spazzata via da una gravissima crisi energetica planetaria. Questa riporta l’umanità per un verso indietro di secoli: tornano imbarcazioni a vela, dirigibili, biciclette, risciò; il trasporto risente enormemente della mancanza di fonti di energia.
 

Apparecchiature, nella nostra epoca alimentate da costante approvvigionamento elettrico, sono ora azionate a manovella o a pedale (quali ad esempio radio e computer). Fra le varie cose il romanzo parla altresì di una specie di batteria creata sfruttando le alghe. Al cospetto di tale sfondo risalta il tema degli organismi geneticamente alterati. Le modificazioni genetiche si sono rese necessarie in ambito agricolo a causa di epidemie che provocavano danni irreparabili alle piante e anche contagi mortali agli esseri umani. Volontari attacchi biologici hanno obbligato la ricerca scientifica a intervenire a protezione. Esistono delle grandi imprese internazionali di produzione agricola coinvolte in questa faccenda. Nel testo di Bacigalupi la Tailandia è depositaria di una nascosta banca di semi la quale le consente di sopravvivere. Le manipolazioni genetiche sugli animali hanno condotto a nuove specie di cui sfruttare la forza lavoro, da utilizzare sulle tavole di consumo alimentare, e alla dannosa stravaganza di carrolliani gatti difficili da eliminare. La scienza genetica applicata agli antropomorfi ha prodotto accanto alle assistenti sex doll pure dei combattenti da impiegarsi in contesti bellici e dei braccianti muniti di dieci mani. Tutti questi soggetti, denominati New People, godono dell’immunità oncologica e ai contagi che infestano letalmente il mondo di Emiko. La quale però nella sua veste di sex doll rimane suscettibile di eccessivo surriscaldamento (dopo prolungato rapido movimento), a causa del pregio della sua pelle liscia, in seguito a scarsezza di pori (pertanto necessita di acqua e ghiaccio, e di un ambiente fresco).
 

Qui mi pare il caso di rammentare che gli scienziati del Brave New World hanno fatto sì che tutti da adulti avessero un corpo da trentenni sino ai sessant’anni. In “The windup girl” uno scienziato occidentale collabora segretamente col governo thailandese nei progetti di genetica alimentare, e delle sue parole rivolte a Emiko precorrono a livello teorico tale meta huxleyana allorché dice che sia preferibile e più facile modificare geneticamente l’essere umano (in prospettiva antipatologica) piuttosto che curarlo in seguito. Suddette analogie legano ancor meglio i due miei livelli storici evolutivi. E altresì le forme di condizionamento pedagogico del Brave New World trovano un antenato concettuale nel sistema formativo cui fa riferimento Emiko. Seppur differenti le procedure il principio resta lo stesso: fare in modo che i sottoposti mantengano l’impronta comportamentale assegnata, adeguandosi a un ruolo impartito. C’è un piccolo brano del romanzo bacigalupiano il quale mi è parso notevole in virtù dei suoi contenuti psicanalitici, laddove Mizumi-sensei (l’educatrice di Emiko) illustra la psiche di una windup girl. Ci sarebbe una faccia animale della medaglia codificata dalla trama genetica, una metà diabolica, e un’altra faccia opposta nella polarità qualitativa. Volendo tradurre in termini concettuali quel riferimento del testo al giapponese In-Yo (analogo al cinese Yin-Yaang) indico due coppie: la junghiana Io/Ombra e la freudiana Ego/Es. Avviandomi alla conclusione del presente esame non posso fare a meno di rilevare alcune altre cose al riguardo di Emiko. Ho chiarito che lei si incanala sul versante delle vittime, però non dobbiamo trascurare il fatto che uccida – e in modo alquanto sadico – gli ultimi suoi sadici spettatori (in primis il capo del governo tailandese). Ciò relaziona, parzialmente e momentaneamente, Emiko alla sadista Juliette, benché si tratti di vendetta/giustizia compensativa. In quella Tailandia l’ambiente che pesa addosso alla prima si mostra molto oppressivo e il romanzo di Bacigalupi non manca, al pari di quello calderiano evocato, di una esplicita forma di reazione inquisitoriale religiosa: la Chiesa (cristiana) grahamita la quale rifiuta la presenza di New People (da annientare) e il commercio agricolo generalizzato (attraverso un formale pretesto moralistico anticapitalistico). Non soltanto la parte finale della narrazione mi ha fatto intravedere nella Tailandia bacigalupiana un’allegoria dell’Argentina peronista2 con la sua resistenza all’invadenza del capitalismo angloamericano. Il generale Pracha, importante ministro per la tutela sociosanitaria, rappresenterebbe Juan Domingo Perón; Kanya (funzionaria di polizia di suddetto ministero, similmente al seguente personaggio) rappresenterebbe Evita; in Jaidee potremmo vedere una sorta di Che Guevara (accanto al peronismo, ben inteso). La guerra civile tailandese la quale ha come epicentro Bangkok (città già scenario nel calderiano “Dead girls”) mi rammenta i fatti storici collegati all’arresto di Perón e alla sua successiva elezione popolare alla presidenza argentina con la sconfitta del fronte capitalistico straniero, il quale in “The windup girl” ha preteso, altrettanto infruttuosamente, di potersi accaparrare della banca dei semi tailandese. Alla fine del romanzo di Bacigalupo quello scienziato occidentale che collaborava coi Tailandesi promette a Emiko di poter creare windup girls prolifiche, correggendo il DNA di lei. Ci avviamo così in direzione del Brave New World.
 
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Letteratura e psicostoria”
 
1 Per approfondimenti si vedano miei lavori precedenti:
 
1) Sex doll prima del Brave New World (il quale sarà inserito nella stessa pubblicazione a stampa di questo scritto):
 
2) Il saggio Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015):
 
3) Dentro la monografia Filosofie sadiche (2021), La tanatolatria di de Sade:
 
4) La terribile distopia di H. G. Wells all’interno dell’opera Critica letteraria (2017):
 
2 A chi vorrà approfondire indico un mio elaborato pertinente contenuto nel mio saggio La morte delle ideologie (2011) intitolato Il giustizialismo peronista:

sabato 5 marzo 2022

UNA DISTOPICA GINOIDE CONTRO LA MANTIDE RELIGIOSA

di DANILO CARUSO
 
Durante gli anni ’80 dell’Ottocento francese fece la sua comparsa un avveniristico romanzo, opera di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam (1838-1889), intitolato “L’Ève future”. Di tale testo propongo una analisi critica junghiana, esaminando in generale il contenuto sotto la duplice luce della dicotomia “spirito del tempo / spirito del profondo”. Premetto che l’uno non falsifica l’altro. Mi riferisco in particolare ai contenuti misogini, tesi nella narrazione a essere generalizzati. I modi cogitandi di quell’epoca non si possono ribaltare, tuttavia – e parlo da femminista – la lettura secondo lo spirito del profondo ci consente una circoscrizione estensiva di un archetipo femminile negativo: quello della “mantide religiosa”. Non tutte le donne sono vuote fascinatrici ipocrite: ne esistono, alcune; senza con ciò voler fare affermazione misogina (il principio vale specularmente anche per gli uomini: l’essere inaffidabili e non meritevoli di fiducia non ha sesso). Leggo la critica dell’autore del romanzo in maniera intensiva, archetipica: non tutte le donne sono causa di rovinosa e/o mortale prospettiva per il partner. Accanto a uomini ingenui che cadono in balia di mantidi religiose, ci sono parallelamente donne ingenue raggirate da kierkegaardiani seduttori1. Teniamo ben presente a 360° la realtà. Gran parte della mia opera di studioso e di critico è volta a difesa dai pregiudizi antifemministi, funesti nella storia. “Eva futura” fra i vari ricchi spunti che offre allo sguardo mirato delinea simile archetipo, non positivo, femminile. E da persona di studio obiettivo e obiettiva, mi prefiggo di indicarne i contenuti junghiani, vari, emergenti all’analisi. Non parlerò dunque della “donna” con l’assurda generica ottica filopatristica, bensì del puntuale profilo archetipico che lo scrittore francese ha voluto tematizzare (non trascurando che è stato unilaterale nella polarizzazione e di manica larga nel mettere in cattiva luce il gentil sesso senza fare esplicite distinzioni). Chiarito qual è il mio approccio al testo – a scanso di equivoci involontariamente possibili a causa di procedure analitiche prive di condizionamenti – possiamo intraprendere l’esame testuale che ci riserverà la sua coerenza. La storia parte da un giovane nobile inglese il quale è rimasto fulminato da una coetanea scozzese, un’attrice che (in senso figurato) si mostra la clonazione di Paolina Borghese (ricordata nella forma della celeberrima statua di Canova). Niente di strano che una tale immagine (quella dell’attrice) gli rimanga in mente (imprinting).

Paolina Borghese, sorella di Napoleone Bonaparte, nella celeberrima scultura di Antonio Canova (il quale l’ha rappresentata nella foggia di una Venere), e in un dipinto dell’epoca di Robert Lefèvre (nell’immagine, particolari).
 
La vicenda del romanzo prende le mosse dal fatto che egli resta enormemente deluso dal profilo intellettuale e caratteriale di costei: amorfa e insignificante, banale e superficiale. Nel momento in cui si gioca nella scelta di una compagnia sessuale all’uovo di Pasqua è chiaro che dentro il cioccolato ci può essere qualsiasi sorpresa diversa da quella auspicata. La maggioranza delle coppie si costituisce in ossequio a una tensione libidica freudiana, in relazione alla quale si rischia che il partner abbia lo statuto di animale da compagnia. Lord Celian Ewald intuisce la cosa in ritardo, da persona di una qualche maturità spirituale superiore alla media. Dopo aver sbattuto contro la mediocrità di Alicia Clary cade vittima di uno psicodramma: come accettare la bellezza (virtù per i Greci antichi) che non si accomuna ad altre eccellenze (aretài) personali? Sopra simile amletico dilemma ruota la di lui vicenda nel romanzo. Al di là di essa appare il caso di dire che il quesito in sé non è valido: rappresenta un topos fantasioso, forse patologico, che chi abbia un aspetto piacevole possieda altresì positive qualità spirituali. Adler ci spiega come l’indole delinquenziale possa insorgere nei brutti repressi e nei belli viziati. Lord Ewald avrebbe dovuto selezionare meglio, cum grano salis: ti piace l’uovo di Pasqua, non ti piace la sorpresa, adesso te la tieni. Quanto lui cercava si trova oltre un piano libidico freudiano: questo io attribuisco alla “fase naturale” junghiana. Egli è tipo da “fase culturale”, con interessi spirituali non meramente fondati sulla fisiologia: «L’amour où nul sentiment, nulle intelligence ne se mêle à la sensation me semble offensant envers moi-même». A salvarlo da un romantico e wertheriano suicidio interviene un insolito Thomas Edison, nella veste di transumanista apprendista stregone. Si cimenterà infatti costui nella declinazione di tutti gli aspetti della “mantide religiosa” e nel proporre la necessità di rimpiazzare una figura femminile reale (colorata con tutti i tratti misogini dalla Patristica a Erasmo da Rotterdam2) mediante una ginoide. Villiers de L’Isle-Adam è il primo autore letterario a utilizzare il termine “androide”. Io preferisco parlare nel nostro caso di “ginoide” (termine usato da Richard Calder3), ma lui dice in francese: «Andréide». Che la misoginia del testo sia totalmente estensiva e unidirezionale lo smentiscono alcuni passi qua e là. Ad esempio quello in cui si sostiene che il tradimento amoroso a danno maschile sia una responsabilità integrale da addebitarsi a chi abbia nutrito l’incapacità di prendersi adeguata cura della partner (in realtà non è così lineare, possono trovarsi bravi uomini ai quali non si può muovere un appunto). Lord Celian dal canto suo riconosce la sua leggerezza idealistica, la quale calza male con la realtà, e sottolinea – junghianamente – come l’intuizione sia una facoltà particolarmente sviluppata nelle donne. La signorina Alicia Clary, da lui ritenuta «médiocre avant tout», riceve aggiuntive imputazioni di «rachitisme intellectuel», «hypocrisie des coeurs faibles et secs», «transsudation d’animalité». Non accettando un fuorviante mind-body conflict in ella costui si rimette nelle mani dello scienziato transumanista (letterario) Edison il quale gli promette una ginoide identica ad Alicia Clary in corpore, però dalle capacità mentali molto più ampie: «Cette sotte [stolta, sciocca, goffa] éblouissante [abbagliante] sera non plus une femme, mais un ange [angelo]; non plus une maîtresse, mais une amante; non plus la Réalité, mais l’IDÉAL». Ripeto che i giudizi severi a carico della signorina Clary sono fuori luogo: è mediocre, non ti piace più (l’uovo di Pasqua), la lasci. Nessuna donna – nessuno in assoluto – è obbligato a eccellere sul piano intellettuale. Non tutti sono α di Brave New World. Le perplessità di Lord Celian non sono poche né irrilevanti. Si presenta appunto spontanea la difficoltà ad accettare l’idea di amare (erotaèin) una ginoide inorganica. Ma lo scienziato americano inizia una lunga e articolata opera di persuasione asserendo che sarà la versione umana a rivestirsi al paragone terminale dei panni della bambola. Gli spiega grazie a un linguaggio figurato non poi così tanto il modo in cui costui abbia proiettato la di lui “anima junghiana” su Alicia Clary, producendo una serie di aspettative quindi deluse. Il delirio dell’apprendista stregone scientifico si rivela totale (il che in seguito si capirà meglio): «Je représente la Science avec la toute-puissance de ses mirages». Espone dei pregiudizi misogini a scapito delle donne reali e a pro della sua ginoide: al pari di Kierkegaard sostiene la vuotezza di coscienza femminile giacché una donna porrebbe il proprio baricentro nell’esteriorità e sarebbe perciò incapace di nutrire un sentimento di autentica amicizia verso chiunque. Come se non bastasse ciò aggiunge una scrematura razzista al fatto che l’innamoramento sia un fenomeno biochimico senza gran che di ideale. Seppur con spirito fortemente misogino Edison critica il livello freudiano della sessualità. Lo fa tuttavia in maniera unilaterale lasciando ai paralleli uomini il ne nos inducas in tentationem. Si mostra vero che su quel piano l’imprinting sia fonte di una nevrosi temporanea sui generis, però lo è per tutti i soggetti affetti: uomini e donne, non c’è differenza. Non esistono streghe incantatrici e malcapitati, come pretenderebbe la tradizione giudaicocristiana. Un’altra cosa che Edison dice, condita di storture antifemministe, è che il primato appartenga alla filìa rispetto all’eros. Il ragionamento ripulito non fa una grinza e ha la sua radice nel “Simposio” platonico4. L’amore romantico non esiste, o se esiste in quanto tale – forma erotica passionale – si rivela un disturbo mentale. Werther5 e Ortis si uccidono, Lord Ewald vorrebbe farlo. Non esiste niente di buono o di idealistico in una Ragione bendata. Il nobile l’inglese del romanzo francese in qualche guisa arriva a comprenderlo. In fin dei conti svanito l’effetto dell’imprinting paragonabile a una droga, insorgerebbe una noia se non ci fosse un piacere costante di filìa accanto al partner. Naturalmente il regime erotico del congresso carnale non viene abolito, tuttavia se poi qualcuno dei due cerca qualcun altro quella persona non era matura bensì pesantamente zavorrata nella palude freudiana. A chi il partner sta bene (animale da compagnia: livello libidico freudiano) non sarà necessario cercare altrove (al pari del caso di un sodalizio più elevato di filìa ricordato da Schopenhauer: piano libidico junghiano). Dunque l’eros funziona veramente se sottospecie di filìa. Il congresso carnale segue un impulso analogo a quello della fame: ora, per mangiare un piatto di pasta alla carbonara, basta che piaccia. Un partner comunque non si può trattare alla stregua di un piatto di cucina. E non è un caso che l’apprendista stregone Edison stia proponendo di sostituire un essere umano vero con una ginoide inorganica. Lo scienziato americano sino a metà romanzo ha preso di mira la signorina Alicia Clary con molteplici e vari stringenti spunti misogini, tuttavia mai potendole imputare la colpa di essere una mantide religiosa. Lei non ha adescato Lord Celian, è stato lui a esserne fulminato dalla bellezza esteriore per poi scoprire che la donna fosse intellettualmente mediocre. Ella non ha nessuna responsabilità: è stata scelta con leggerezza, senza approfondirne la conoscenza caratteriale. Qui utile chiarire che in genere “mediocrità” non riguarda una questione inerente a un titolo di studio o a qualcosa di simile, né una specifica attribuzione sessuale. Esistono persone vacanti, insignificanti tecnici della cose che hanno studiato, incapaci di autonomia intellettuale, di fronte ai quali tutte quelle di acume e interessi vivi non hanno niente da invidiare. La signorina Clary si rivela mediocre? Poniti come nel “Pigmalione” di George Bernard Shaw, in una guisa di educatore platonico: giusto mezzo aristotelico e archetipico fra la ginoide e la mantide. Ovviamente non si tratta di creare un nuovo essere per mezzo dalla nostra immagine e a nostra somiglianza (questa sarebbe una violenza). Non dimentichiamo il Platone del “Liside”: destinatario di filìa è un polo che possiede cose in comune, ma in aggiunta altre non in comune (il che offre prospettiva di arricchimento spirituale). Non si dà né lecito né possibile il clonare sostanzialmente in toto la nostra “anima junghiana” secondo l’ambizione dell’apprendista stregone Edison. La signorina Clary rimane refrattaria? Non ti piace? La lasci, non c’è bisogno di suicidarsi: il mondo è pieno di donne. L’orizzonte edisoniano appare distopico, e indica finalmente l’archetipo della mantide religiosa nel personaggio della signorina Evelyn Habal. Costei è sì una premeditata adescatrice la quale ha condotto alla rovina personale, familiare ed economica, e infine al suicidio un amico (Edward Anderson) dello scienziato americano. La torbida descrizione di questa qui e della faccenda è abbastanza intensa. Voglio sintetizzare quell’esposizione narrativa dicendo che Edison descrive costei nella qualità di una dantesca «femmina balba»6 puntualizzando che il campo di simili donne è quello «de la pure animalité». Tale amico sarebbe rimasto vittima di una “strega”, esperta delle arti cosmetiche e dell’inganno. Superfluo dire che esistano donne simili, alcune, tuttavia non si può generalizzare (spirito del profondo e spirito del tempo). Come già detto all’inizio ci sono pure alcuni uomini del genere: opportuno, sebbene il fenomeno negativo non sia largamente diffuso, stare attenti. La tragica piaga odierna dei femminicidi svela un sostrato di malefico pensiero in contenuti quali quelli edisoniani (lo scienziato ad esempio resuscita la misoginia di Tertulliano ancora a fine ’800). Occorre possedere intelligenza e abilità tali da non cadere o liberarsi davanti a manipolatori di coppia. Edison accenna, con i suoi paraocchi antifemministi, a tali amori malati, nei cui confronti ribadisce la soluzione della sua ginoide programmata ad hoc. L’apprendista stregone americano evoca a suo sostegno la metafisica della sessualità di Schopenhauer: la coppia si costituisce nell’illusione dei partner di conoscersi inter se, mentre ciò di cui si alimentano proviene da una proiezione di un modello desiderato, destinato a frammentarsi alla lunga nella delusione di una mancata correlazione. Alla caducità e alle imperfezioni di una creatura reale lo scienziato sostituisce la sua creazione inorganica. Egli la chiama Hadaly, termine iraniano il quale vuol dire “ideale”. Ritiene che una produzione seriale possa contribuire a rimuovere la maschile ipocrisia nei casi di tradimento di coppia allorché si abbia qualcosa di ideale, incorruttibile e perfetto nella forma più desiderata. Lord Ewald si convince di simile transumanistica mira e in relazione alla signorina Alicia Clary si esprime così: «Je vous l’avoue en toute sincérité, je crois avoir commis un acte d’abaissement presque indélébile en possédant cette femme». Edison, tra sé e sé, continua a delirare e a concepire la somiglianza tra costei e Paolina Borghese quale una sorta di “malattia mortale” (volendo usare un’espressione kierkegaardiana). Evidente che uno degli spunti critici offerti dal testo di Villiers de L’Isle-Adam sia la dialettica uomo/macchina, organico/inorganico, e provenga da un’era dove informatica e biologia non avevano posto un connubio biotecnologico. Una siffatta problematica emergerà in modo prepotente e inquietante nel finale della narrazione con un’impronta junghiana. Infatti prima che Hadaly assuma la foggia corporea di Alicia Clary, la prima, velata, avrà occasione di dialogare con Lord Celian, e a costui spiegherà (non in termini psicanalitici) ante litteram l’esistenza dell’Inconscio collettivo: «La più certa di tutte le realtà, – quella, tu lo sai bene in cui noi siamo persi e di cui l’inevitabile sostanza, in noi, è soltanto ideale (parlo dell’Infinito), – non è solo razionale. Ne abbiamo un barlume così debole, al contrario, che nessuna ragione, sebbene constatando questa incondizionata necessità, non saprebbe immaginare l’idea diversamente che grazie a un presentimento, una vertigine, – o in un desiderio». Esprimerà una posizione filosofica fenomenistica schopenhaueriana: «Questo uomo ha consapevolezza, dentro e attorno a lui, innanzitutto della realtà di un altro spazio inesprimibile e di cui lo spazio apparente, dove siamo chiusi, è solamente la figura». E inoltre, altra cosa molto rilevante, accennerà, sempre in guisa figurata, al processo di individuazione junghiano: «Questo vivente etere è un’illimitata e libera regione dove, per poco che si attardi, il viaggiatore privilegiato sente come proiettarsi, sull’intimo del suo essere temporale, l’ombra anticipata e foriera dell’essere che diventa. Un’affinità si stabilisce dunque, allora, fra la sua anima e gli esseri, ancora futuri per lui, di questi occulti universi contigui a quello dei sensi; e il cammino di relazione dove la corrente si realizza dentro questo doppio mondo non è altro che questo dominio dello Spirito, che la Ragione, – esultando e ridendo nelle sue pesanti catene per la prima ora trionfale – chiama, con uno sdegno vuoto, L’IMMAGINARIO». Dopo queste parole si è aperto allo sguardo dell’analisi un più grande portone psicanalitico. Il percorso di Lord Ewald è quello di una alchemica rinascita o risurrezione (concetti suggeriti dal testo medesimo). Tali solenni e inquietanti parole di Hadaly, le quali nel romanzo si comprenderanno meglio dopo, mi hanno colpito da subito poiché evocative dell’Inconscio assoluto e di Schopenhauer: «Io sono, nei tuoi confronti, l’inviata di queste regioni senza limiti di cui l’Uomo non può intravedere le pallide frontiere che tra certi sogni e certi sonni. Là, i tempi si confondono; lo spazio non c’è più! Le ultime illusioni dell’istinto spariscono». Queste altre seguenti illuminano il ruolo dell’apprendista stregone Edison di cui si dirà ancor meglio secondo l’ordine narrativo del romanzo più avanti: «Mi suscitavo nel pensiero di chi mi creava, così che credendo d’agire solamente da sé mi ubbidiva pure oscuramente. Così, suggerendo me, attraverso di lui, dentro il mondo sensibile, mi sono impadronita di tutti gli oggetti che mi sono sembrati meglio appropriati al disegno di incantarti». Nel suo slancio scientifico lo scienziato americano è andato al di là del bene e del male assumendo il rango di un Dio, parafrasando delle parola di Hadaly e cucendole a lui sopra. Costei si definisce altresì un contenitore archetipico femminile, portatrice di una celeste tensione amorosa. Ed elogia – come farà Jung – il potere benefico della solitudine. Lord Celian alla fine si converte del tutto all’idea di stare con la ginoide: «C’est, positivement, la vivante qui est le fantôme». Il romanzo prima di concludersi ci mostra la pietra filosofale, e Edison svela la maniera in cui ha animato Hadaly. Fra le di lui mani era finita la moglie, andata in rovina e malata psichica, di quel suo amico di cui sopra. Nel tentativo di aiutarla in relazione alle sue crisi di incoscienza e facendo uso dell’elettromagnetismo suscita in lei la comparsa di una seconda remota provenuta personalità, il complesso di un nuovo Io: Any Sowana. In parole povere questa è Hadaly, la cui coscienza è stata infusa nella ginoide. Sowana sfruttando Lady Anderson nella funzione di medium spinge l’apprendista stregone americano a costruire una ginoide dove ella possa incarnarsi. Edison segue la richiesta e cogliendo l’occasione offertagli dal caso passionale del nobile inglese dà a Hadaly le sembianze di Alicia Clary. La ginoide e Lord Ewald sono così destinati a convivere in Inghilterra. Nel corso di simili ultime rivelazioni lo scienziato illustra altri interessanti aspetti. Parla della possibilità di un sistema globale di interconnessione neurale all’interno del quale Sowana si è mossa durante un episodio del romanzo, rimbalzando da soggetto a soggetto come se gli individui fossero antenne di ripetizione e il comune Inconscio assoluto fosse una sorta di rete intersoggettiva dentro cui navigare. L’apprendista stregone aggiunge: «Non plus seulement le fluide nerveux d’un être vivant, mais la simple vertu de certaines substances se transmettent à “distance” dans l’organisme humain, sans ingestion, suggestion ni induction. […] Pourquoi ne supposerais-je pas la possibilité d’un fluide nouveau, mixte, synthèse de l’électrique et du nerveux». Edison in qualche modo ha trasferito una coscienza reale in una ginoide inorganica e inquadra il procedimento in un’ottica scientifica con l’auspicio di poterlo sfruttare. La somma morale della narrazione si concentra nel rapido e breve finale del testo esaminato di Villiers de L’Isle-Adam. Lord Ewald si è imbarcato con Hadaly conservata all’interno di una cassa, a sua volta custodita nel vano di deposito della nave. Questa su cui viaggiava tornando in Europa pure la signorina Alicia Clary va in fiamme e bisogna abbandonarla in mare. Nella disgrazia muore Alicia e la ginoide va distrutta per sempre (nel frattempo era inoltre morta Lady Anderson presso Edison). Morale: mai sfidare l’Inconscio collettivo (come direbbe Jung).

Hadaly

 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Letteratura e psicostoria”
https://www.academia.edu/75613515/Letteratura_e_psicostoria
 
1 A proposito di Kierkegaard e del mio punto di vista in merito indico un mio studio contenuto nel mio saggio Filosofie sadiche (2021) dal titolo L’irrazionalismo nevrotico di Kierkegaard, il quale potrà servire allo scopo di approfondire il mio pensiero riguardo alla materia qui trattata.
https://danilocaruso.blogspot.com/2020/12/lirrazionalismo-nevrotico-di-kierkegaard.html
 
2 Nei miei lavori ho lungamente analizzato simili temi. Ne indico uno per la sua esemplarità in relazione: Il machiavellico disegno della “follia” erasmiana, il quale si trova dentro la mia pubblicazione Letture critiche (2019).
https://danilocaruso.blogspot.com/2018/08/il-machiavellico-disegno-della-follia_29.html
 
3 Al romanzo calderiano Dead girls ho dedicato uno scritto:
https://danilocaruso.blogspot.com/2022/03/sex-doll-prima-del-brave-new-world_51.html
 
4 Interessante al riguardo un mio studio intitolato Eros e la libido junghiana nel “Simposio” nella mia opera Note di critica (2017).
https://danilocaruso.blogspot.com/2017/09/diotima-non-deve-morire.html
 
5 Al romanzo goethiano ho dedicato in passato un esame: Considerazioni sul Werther goethiano, nel mio saggio Considerazioni letterarie (2014).
https://danilocaruso.blogspot.com/2013/07/considerazioni-sul-werther-goethiano.html
 
6 Sulla «femmina balba» si veda alle pagg. 10-12 della mia monografia Parricidio dantesco (2021).
https://www.academia.edu/47754422/Parricidio_dantesco

SEX DOLL PRIMA DEL BRAVE NEW WORLD

di DANILO CARUSO
 
Ho trovato molto interessante il romanzo “Dead girls” di Richard Calder, edito nel 1992, poiché mi ha offerto notevoli spunti riguardo alla mia teoria degenerativa della storia che ho nel tempo esposto in alcuni miei scritti. Doveroso fare un riassunto, e quindi rinviare al fine di migliori approfondimenti ai miei specifici studi che ricorderò. Prendendo come figurazioni ipotetiche del futuro dei modelli provenienti da particolari romanzi e autori sono giunto a costruire una sorta di fenomenologia distopica del tempo a venire. Chiarisco: non è postulato che “debba” andare così. Affermo che proseguendo in un determinato modo “potrebbe” finire così. Il romanzo calderiano ha disegnato un mondo, ambientato nella seconda metà del XXI secolo, il quale mi ha fornito un quarto modello rispetto ai tre che avevo individuato in precedenza. Non escludo che a tali quattro tappe possa aggiungerne altre nel momento in cui, nella mia attività di studioso, faccia altre illuminanti rilevazioni letterarie. Puntualizzato ciò, ora spiegherò in breve simile ipotetico distopico avvenire. Io parto dalla considerazione che la Civiltà occidentale in seguito all’avvento del Cristianesimo sia caduta in balia di un irrazionalismo nevrotico
1, un cui aspetto è poi sfociato nell’attivismo capitalistico weberiano. Alla nevrosi suddetta, nel passato, avevo legato in ordine sequenziale lo huxleyano Brave New World2, il sadismo3, la società di Weena del wellsiano time traveller4. Il testo qui analizzato di Richard Calder, il quale è uno scrittore contemporaneo, si va a inserire nella mia fenomenologia prima del Brave New World. Gli elementi che mi hanno spinto a compiere simile operazione sono vari e rappresentano aspetti poi più intensamente messi in scena in tappe successive. Vediamo di conoscere il mondo di “Dead girls” e quali siano le radici riguardo al dopo. In questo romanzo l’umanità convive con gli androidi, da alcuni decenni sono stati introdotti esemplari soprattutto femminili. Uno scienziato inglese ne è stato l’ideatore, e la loro destinazione privilegiata è quella sessuale. Qua una grande tangenza tematica con l’universo huxleyano del romanzo pertinente ricordato. Il nostro pianeta si riempie di ginoidi, le quali però portano un problema molto grave. Queste infatti veicolano approcciandosi a loro nell’organismo dei partner umani maschili microscopici agenti biotecnologici i quali vanno a modificare il DNA delle figlie venture di costoro avute oltre con compagne umane. Dette figlie nascono normali, e dopo, nell’età della pubertà, inizia un processo di conversione radicale biomolecolare che le trasformerà in ginoidi di sostanza inorganica. Questo virus bioinformatico sconvolge la società mondiale, a partire da quella inglese dove si cerca di applicare un contenimento epidemico. Quale reazione politica e sanitaria si forma lo Human Front (avente come simbolo il caduceo), organizzazione la quale ha preso il potere instaurando una specie di sadica inquisizione di sanità pubblica. Le adolescenti infatti che subiscono la metamorfosi organica alla volta della ginoide vengono sottoposte a t.s.o. e vengono infine impalate. Questo lato del romanzo calderiano anticipa contenuti sadici della terza tappa storica della mia fenomenologia nella maniera in cui si configura al momento. Nel mio studio sadiano ho spiegato la maniera in cui la coppia Justine/Juliette funga da raccordo concettuale: la prima in direzione di Weena, la seconda da Lenina Crowne. Un ulteriore dettaglio di “Dead girls” mi ha prospettato il modo di riagganciarmi pure al quarto mio gradino storico wellsiano. Dette ginoidi di Calder, definite comunemente nel romanzo “bambole” oltre che “ragazze morte”, e nei cui confronti il colore verde possiede un tono predominante (in aggiunta alla colorazione degli occhi sono obbligate a mostrare un contrassegno distintivo a forma di stella della stessa tinta), iniziano a essere prese di mira non appena comincia la mutazione, vale a dire intorno ai 12 anni.
 
 
Costoro, verso le quali lo Stato inglese guidato dallo HF si è indirizzato alla scientifica (?) eliminazione, ricevono una qualificazione analoga – mutatis mutandis – alle streghe classiche: porte del Diavolo spalancate in favore della deriva sessuale. Un aspetto saliente proviene dal fatto che queste ragazzine-ginoidi siano minorenni e base di una ninfofilia elevata a motivo di scontro ideologico e materiale: da un lato chi ideò in origine ginoidi con foggia adolescenziale, e dall’altro i post-epidemici inquisitori sanitari e politici. Le ragazzine soggette a metamorfosi appaiono vicine alla Lolita di Nabokov nell’immaginario collettivo, al quale sono indicate nella veste di capro espiatorio in una psicopatica prassi persecutoria della dittatura sanitaria. Ho affrontato il tema della ninfofilia nella mia analisi su “The time machine”, mostrando il modo in cui il passato fosse stato più flessibile circa l’età del consenso: la scandalosa Lolita novecentesca, nel Medioevo – per fare un esempio – sarebbe stata più che normale. Ovviamente qui non parlo da un punto di vista giuridico attuale: la maggiore età va rispettata a prescindere dall’età del consenso. Quanto noto nel testo calderiano in rapporto a ciò è che questo letterario mondo del XXI secolo abbia tangenza a proposito dell’argomento sessuale in questione con la quarta mia tappa storica wellsiana alla guisa emergente da quest’altro romanzo. Simile sorta di ninfofilia del mio primo gradino fenomenologico prelude a una più ampia liberalizzazione sessuale del secondo huxleyano. Se il sistema normativo immaginato da Calder nel secolo della sua narrazione ha consentito di produrre ginoidi che avessero sui 13 anni costituisce cosa di cui posso solo prendere atto. Hic et nunc la ninfofilia rappresenta reato, come ricordai in guisa più approfondita e articolata trattando di Weena. Dopo aver illustrato i contenuti inerenti alla mia filosofia della storia possiamo vedere lo sviluppo del racconto in “Dead girls”. Protagonisti del testo sono due adolescenti: un ragazzo e una ragazzina-ginoide scappati dall’inquisitorio regime sanitario inglese verso il sud-est asiatico. Ignatz Zwakh e Primavera Bobinski nel corso delle vicende riusciranno a scoprire l’origine e la causa della diffusione di quel virus ginoide. Gli Occidentali ne lamentarono una provenienza dall’est asiatico. Qui dove si producevano sex doll di concorrenza a buon mercato di fronte ai prodotti di lusso europei, non ebbero invece tutti i torti a pensare invece un’origine occidentale. Infatti quel virus, benché non fosse sorto nelle bambole assieme a un movente direttamente nocivo, mostrava la sua radice nell’opera dell’ideatore delle prime ginoidi. Queste sono state involontariamente create con un quid sfuggito alla consapevolezza del dottor Toxicophilus, lo scienziato inglese il quale ideò Titania (nella romanzo l’unica sopravvissuta della prima generazione di “ragazze morte”, assorta a regina di tutte le ginoidi perseguitate future). È stata costei, collaborando con gli USA, ad agevolare la diffusione virale nel mondo. Agli Americani, i quali avevano perduto la loro centralità sul pianeta a vantaggio di un’Europa rafforzatasi a danno dell’URSS, interessava che il virus si diffondesse in modo da danneggiare i propri rivali internazionali. A proposito della mia ipotetica fenomenologia storica mi pare il caso di esplicitare che la collocazione temporale possibile sia indeterminata. Calder ad esempio parla di XXI secolo, ma io non sto proponendo l’universo delle sex doll nello stesso periodo. Ho solo ripreso il modello, il quando non lo so: potrebbe essere anche secoli più in là; altresì dicasi per altre tappe (potrebbero attualizzarsi prima o dopo della loro epoca d’ambientazione letteraria). Sopra la tanatolatria sadiana, di cui ho discusso altrove, un brano di “Dead girls” è illuminante e chiarisce il lato ninfofilico del testo. Le ginoidi hanno incarnato i lati oscuri della recente psiche umana venendo infine tratteggiate con i contorni di aberranti ninfomani. Il loro esser-ci si disvela dunque strutturalmente un essere-per-la-morte in funzione catartica in relazione alla contraddizione virale. La missione di Titania appare questa: far morire le bambole, riflettendo in tal guisa la decadente tanatolatria europea veicolata inconsciamente dal dottor Toxicophilus. Pertanto Primavera perirà uccisa da agenti patogeni prodotti contro le ginoidi entrati nel suo organismo. Il cerchio tanatolatrico si è chiuso. Sesso, violenza, morte. L’umanità più evoluta attraversa l’angoscia esistenziale della prenatale e successiva mortale reificazione dell’individuo umano proiettando, inconsapevolmente (?), questo contorto e oscuro cosmo psichico nella creazione di ginoidi, dove la temutissima reificazione si prolunga in una nemetrice ipostasi distruttiva e autodistruttiva. Rammento che io distinguo due livelli libidici potenziali nell’individuo: uno basso che chiamo “freudiano” (pulsionale animale, in qualche modo imbrigliato da strutture esteriori denominate Super ego, correlato alla “fase naturale” spiegata da Jung) e uno più alto che definisco “junghiano” (spirituale, il quale si addice alla possibile successiva “fase culturale” di chi ci perviene)5. Per inciso: si tratta di un impianto che ricorda la biga platonica. Pertanto, dopo aver reso lecita la coesistenza dei sistemi psicanalitici di Freud e Jung, posso concludere che la suddetta nemesi sia opera dell’Inconscio collettivo, mentre che i dettagli descritti ineriscano allo studio freudiano sulle pulsioni di morte (come appunto visto: distruzione e autodistruzione).
 
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Letteratura e psicostoria”
 
1 Si legga la mia monografia Critica dell’irrazionalismo occidentale (2016).
 
2 Leggasi il mio saggio Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015).
 
3 Si veda nella mia opera Filosofie sadiche (2021) lo studio dal titolo La tanatolatria di de Sade.
 
4 Vedasi La terribile distopia di H. G. Wells dentro il mio saggio intitolato Critica letteraria (2017).
 
5 Per approfondire indico un mio scritto: L’irrazionalismo nevrotico di Kierkegaard. Il quale si trova nella mia monografia indicata nella nota 3.

giovedì 20 gennaio 2022

IL FEMMINISMO DISTOPICO DI “HERLAND”

di DANILO CARUSO
 
Dopo prolungata titubanza ho deciso di mettere per iscritto e rendere note le mie forti perplessità sul femminismo di Charlotte Perkins Gilman (1860-1935), scrittrice e attivista americana nel campo dei diritti delle donne. La mia ritrosia a disvelare il mio parere critico è derivata dal fatto che essendo pure io un sostenitore del femminismo, e non avendo simpatia per la tragica tradizione misogina giudaicocristiana (tanto per rendere l’idea: si pensi alla gamma che va dalla figlia di Iefte e dalla regina Gezabele a Ipazia di Alessandria e al “Malleus maleficarum”, e oltre) non volevo essere frainteso a vantaggio di una non voluta presa di posizione maschilista. Questa de facto non c’è, e chi leggerà senza pregiudiziali non ne vedrà nemmeno l’ombra. Perché – premetto a monte – il femminismo gilmaniano, pur nel suo formale porsi su un binario doveroso e giusto, mi pare strutturato con uno spirito estremistico che rovescia la avita misoginia di ascendenza religiosa in qualcosa di speculare, il quale anima le donne secondo una vocazione attivistica individualistica modellata sull’etica protestante. In parole povere la Perkins Gilman – a mio avviso – ha trasposto il canone weberiano (che era maschile) sopra l’universo femminile, equiparando un difetto mediante un sistema analogo e riflesso. Giacché nell’attivismo protestante si cela una matrice nevrotica1, non è difficile comprendere come nel femminismo di tale autrice statunitense si riproponga un criterio viziato ab ovo: applicare alle donne l’attivismo protestante non rappresenta una autentica rivendicazione di diritti naturali. Trasformando le donne in lavoratrici libere si allarga solo il mercato del lavoro con una conseguente diminuzione del costo della manodopera: non mi sembra una cosa tanto intelligente. Già badare a una casa rappresenta un lavoro socialmente rilevante, il quale in ambito matrimoniale meriterebbe un riconoscimento giuridico a fini retributivi. La Perkins Gilman invece proponeva di mandare le casalinghe a lavorare in massa fuori, così disgregando il complesso familiare: chi curerebbe la casa in tutti i suoi dettagli nella gestione di una famiglia? Ovviamente ciò non vuol dire che la popolazione femminile debba rimanere casalinga: anche gli uomini possono occuparsi della casa e le mogli lavorare fuori. Ma almeno una persona che se ne occupa ci vuole. I vestiti non si lavano da soli, i cibi non si cucinano da soli, gli eventuali figli non possono essere lasciati alla deriva. L’autrice americana invece ci propone un modello femminile proiettato sulla società esterna. Mi viene di pensare all’antifemminismo hegeliano. Per il filosofo tedesco, in relazione al nucleo familiare il “maschile” è centrifugo, il “femminile” è centripeto. La Perkins Gilman ci fa l’apologia al femminile di difetti maschili. E anche se formalmente rivendica diritti a beneficio delle donne non credo che la sostanza sia molto apprezzabile. Lasciare casa, famiglia, figli allo sbando allo scopo di coltivare le personali vocazioni, senza prendersi grande preoccupazione (come fece lei) dei primi non è un esempio da imitare. Un simile modello pedagogico non può offrire prospettive benefiche alla società. L’equilibrio costituisce fonte di benessere, in un regime di solidarietà e di collaborazione fra i generi. L’anarchia attivistica, maschile o femminile che sia, porta alla deriva e al malfunzionamento sociale. Oppure a una immaginaria realtà distopica quale quella del romanzo, risalente al 1915, citato nel titolo, il quale è variamente reso dai traduttori: “Terra di lei”, “La terra delle donne”. Tale testo, comunemente ritenuto un’utopia femminile, rappresenta per me una distopia. Proseguendo l’esposizione della mia critica farò presenti contenuti di quest’opera i quali obiettivamente sanno di realtà distopica. Viene descritta una società scoperta da tre giovani uomini in una nascosta parte del nostro pianeta, composta da sole donne dotate del privilegio (da due millenni) di spontanea partenogenesi (dai 25 anni). Ovviamente nascono solo e sempre femmine. In questo mondo siffatto «
everything was beauty, order, perfect cleanness». Non che una simile cosa dispiaccia. Il fatto è che la cornice panlogistica zamjatiniana2 creata dalla Perkins Gilman possiede uno sfondo distopico richiamante una radice nevrotica legata alla junghiana funzione caratteriale razionale (“il maschile” archetipico). La pensatrice statunitense ha – in senso lato junghiano – mascolinizzato il femminile, da cui l’autonomia biologica (assurda, perciò distopica) partenogenetica. Nel romanzo l’autrice critica la peculiarità femminile dei lunghi capelli, giudicandola un topos privo di senso.

Veronica Lake

Le donne di Herland sono di indole razionalizzante stoica. Ora, dopo aver puntualizzato che la razionalità non è prerogativa di genere (e che anzi la maggioranza dei maschi è mediamente più insensato delle donne: sennò non si sarebbero da sempre ammazzati a vicenda in guerre), si mostra corretto quanto dice uno dei protagonisti maschili, Terry: «These women aren’t WOMANLY [il maiuscolo è della Perkins Gilman, n.d.r.]». Nella gilmaniana Terra delle donne la libido è morta, e parlo da razionalista. Tuttavia, a dimostrazione della mia obiettività di giudizio, da junghiano, debbo dire che quel mondo dipinto non è umano. La maternità scaturente da partenogenesi assume molto di nevrotico protestante. Tutte le donne diventano come la Madonna della tomista “Summa theologiae”3. La maternità in Terradilei non ha niente di biologia naturale, e non basta a giustificarla quell’assetto sociale pacifico, collaborativo, produttivo. Avere un figlio non è una deroga, più o meno miracolosa, all’ordine di Natura. Un tale schema sistematico non è utopia, è distopia. Non si può sopprimere la componente libidica individuale, in nessun genere. E non ha senso perciò presentare modelli femminili (ma la cosa rimane valida universalmente) iperrazionalistici sulla falsariga dello Stato unico di Zamjatin. In Herland non esistono più famiglie particolari, bensì una sola grande famiglia collettiva: e qui si deve dire, obiettando, che Stato e nucleo familiare sono due cose differenti, aristotelicamente naturali e necessari nella loro specificità sociale. Non si possono normalmente affidare i figli a fini educativi all’esterno del perimetro familiare se non per quelle esigenze scolastiche superiori previste in ottica del bene individuale e generale. L’auspicio dell’autrice americana di liberare tempo con l’affidamento ad altri dei figli fuoriesce da un sano concetto di “famiglia (naturale biologica)”. Le donne di Terradilei traducono distopicamente l’attivismo protestante in un nevrotico sforzo razionalistico e in un costante agire nell’applicazione di ciò che pare consono. Nella distopia gilmaniana non esiste sessualità né tanto meno forma alcuna di congresso carnale. Se da un lato la cieca libido freudiana si rivela una energia animale, dall’altro non si può cancellarla dallo statuto naturale. Altrove ho chiarito la mia distinzione fra tipi umani freudiani (quelli prossimi all’animale) e junghiani (quelli che hanno acquisito una superiore maturità intellettuale)4. Non è lecito fare discriminazioni di genere, la discriminante deriva – in assenza di anomalie fisiologiche – dalla maturità psicointellettuale e dal quoziente intellettivo. Non è attraverso l’abolizione della libido che si costruiscono persone socialmente impeccabili, come nella Terra delle donne. Qui si giunge addirittura a postulare nelle parole di Ellador l’innaturalità di un consueto approccio sessuale allo scopo di avere figli: «It seems so against nature!». Si mostra lampante la maniera in cui lo pseudofemminismo della Perkins Gilman, nonostante possa avere validi spunti di rivendicazione, sia condizionato da radicale stortura la quale ha invaso diversi aspetti del pensiero della scrittrice statunitense. Ella infatti prospettava altresì il suprematismo bianco, la discriminazione sociale, la xenofobia. Simili dettagli accanto a tutte le altre pecche delineate non possono ornare un genuino manifesto femminista. La mia conclusione è che il femminismo gilmaniano sia uno pseudofemminismo capitalistico, ossia un modello non equilibrato ma edificato sopra esigenze e prospettive nevrotiche.
 
 
NOTE
 
Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Letteratura e psicostoria”
 
1 Per approfondimenti si veda il mio saggio Critica dell’irrazionalismo occidentale (2016).
 
2 Chi vorrà approfondire potrà trovare spunti critici in un mio lavoro del 2015: L’antipanlogismo di Evgenij Zamjatin.
 
3 A tal riguardo chiarimenti nella sezione della mia opera Teologia analitica (2020) dal titolo L’irrazionale misoginia tomista.
 
4 Approfondimenti possibili nella mia pubblicazione Filosofie sadiche (2021) alla sezione L’irrazionalismo nevrotico di Kierkegaard.