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19 luglio 2024

UN INQUIETANTE SILENZIO DI MONSIGNOR BENSON

di DANILO CARUSO
 
“The dawn of all”, romanzo utopico nella visione del suo autore, il cattolico inglese Monsignor Robert Hugh Benson (1871-1914), distopico al mio sguardo critico, descrive un mondo immaginario il quale non giudico auspicabile per la Civiltà umana1. Mi sembra allarmante l’ambizione di un totalitarismo religioso e cattolico. Il romanzo, pubblicato nel 1911, non ha fatto cenno alcuno della delicata problematica razzista antigiudaica (avita cristiana e moderna laicizzata): un deprecabile fenomeno sempre da disapprovare e respingere sia nella sua forma pseudospiritualista che in quella pseudobiologica. Gli Ebrei non esistono più nel 1973 narrativo di questo romanzo bensoniano? È stato forse ammesso, mediante un’indicibile liceità (distopica), il cancellarli dalla faccia della Terra? Non lo sappiamo con certezza, tuttavia la loro assenza fornisce un inquietante indizio. Il non menzionarli esprime tacito antisemitismo in relazione al misterioso vuoto esistente nel ’73? Monsignor Benson ha sognato un mondo senza Giudei? Qualcuno potrebbe dire: non ci sono più perché si sono tutti convertiti al Cattolicesimo. Qualcun altro potrebbe invece ipotizzare: non ci sono più poiché sono stati sterminati i refrattari alle conversioni, valutati pericolosissimi destabilizzatori dell’ordine costituito cattolico; e, ormai scomparsi, non vale la pena nemmeno parlare di quegli per l’autore inglese forse innominabili deicidi… A difesa della possibilità di questa seconda ipotesi voglio rammentare l’atteggiamento di Pio XII nel corso della Shoah, un atteggiamento che fu appunto di silenzio. Nella realtà stava per consumarsi la “soluzione finale” con la Chiesa muta al riguardo. Era al corrente dello svolgimento dell’Olocausto o no? Agì così per convenienza o per mancanza d’informazioni? Interessante, sull’argomento, ritengo una puntata di “Atlantide”, programma de La7, condotto da Andrea Purgatori (1953-2023), intitolata “Hitler, il Papa e il segreto inconfessabile”. Quanto possiamo notare, in ogni caso, è una linea di silenzio che va da Monsignor Benson a Papa Pacelli. E, siccome, nel caso storico di Pio XII, sappiamo che c’è stato in concreto uno sterminio ebraico, ipotizzo di riflesso, davanti al silenzio bensoniano, una analoga possibilità letteraria. Nelle mie ricerche ho rintracciato un articolo de “La Civiltà Cattolica”, uscito sul quaderno 1736 del 21 ottobre 1922, il quale mi è sembrato significativo e utile a quanto sto ragionando ora. Si intitola: “La rivoluzione mondiale e gli ebrei” (pagg. 111-121, vol. 4 – 1922). Premetto prima di riportarne un estratto la motivazione di ciò. Questo testo si pone a metà strada cronologica fra Monsignor Benson e Papa Pacelli, e costituisce pertanto due cose: un elemento di raccordo tematico ideologico, e un indice di quale fosse il grado di antisemitismo praticato nella prima metà del ’900. Nei miei scritti ho parlato dell’antigiudaismo più volte, con particolare riferimento al Cristianesimo2. Adesso l’occasione è propizia per condurre un nuovo approfondimento. Il mio obiettivo non è dimostrare che in “The dawn of all” si sia consumata una Shoah, dacché non si mostra possibile per via dell’assenza di prove concrete. Dunque, in ossequio al principio giuridico stabilente la presunzione di non colpevolezza all’inizio di un giudizio, concludo che non essendo visibile con nitidezza nullum crimen, non si dà nulla poena. Tuttavia il quesito iniziale rimane: che fine hanno fatto gli Ebrei nel romanzo bensoniano? La loro scomparsa rappresenta un dato di fatto. Accolgo, pro bono pacis, valida l’ipotesi della conversione spontanea di massa, producente la loro incruenta cancellazione. Ho già notato l’idea di “”rimozione” sin da Tertulliano. La ragione risulta facile a capirsi: il Giudaismo costituisce la prova di falsità teologica del Cristianesimo, nel senso proprio logico della contrarietà, dove vero e falso si escludono a vicenda. Quindi l’uno falsifica l’altro, e quello a trovarsi in maggior disagio e imbarazzo è proprio il nuovo credo cristiano. Non stupisce allora che Benson elimini gli Ebrei. La pietra d’inciampo proviene dalla modalità ignota. L’articolo sopra citato, di cui a breve l’estratto, ci dà un indizio di come la (assurda) problematica antisemita non poteva essere estranea alla testa dello scrittore inglese. Le preoccupazioni antisocialiste e antigiudaiche nella Chiesa esistono all’epoca bensoniana, e “La Civiltà Cattolica” ne fornisce testimonianza. Reputo suddetto articolo interessante, oltre che come elemento di collegamento nella maniera spiegata, anche per i suoi contenuti in relazione a “The dawn of all”: da un lato la preoccupazione marxista, dall’altro le accuse di totalitarismo rivolte all’URSS. Accuse che però, io rilevo, sono parallelamente indirizzabili alla teocrazia di Monsignor Benson. Notiamo, ancora una volta, come gli schemi vengano orientati in funzione di tornaconto. Un articolo, insomma, ricco di spunti, di cui segue l’estratto.
 
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Il mondo è malato. Non siamo noi a dirlo: oggi lo ripetono anche i moralisti da strapazzo […]. […] La Turba […] pare divertirsi in una ridda tragica di tumulti e di scioperi, aspettando di proclamar domani la repubblica comu­nista […]. […] Chi guida questo movimento di rivoluzione universale che capovolge la società umana da un confine all’altro del mondo? Voci sinistre si levano da più parti ad accusare da sinagoga. Il lupo è, sempre lupo: le colpe antiche accreditano i sospetti nuovi e rinciprigniscono una piaga rammarginata ma non mai guarita. Una mano profana ha tratto pure alla luce dei segreti che portano la marca del ghetto. Documenti o falsificazioni? Sarà difficile, come sempre, poter diradare le tenebre in cui si avvolge gelosamente Israele. Il velo del tempio, che Jahve aveva squarciato, i figli di Giuda l’hanno ricucito a fil doppio; ma quello che esso vuol ricoprire non è, più l’arca santa del Signore: è la cassa forte delle sue usure e del suo egoismo. In ogni modo alla sua tenacità nel nascondere noi opponiamo il diritto di frugare e trarre alla luce del sole quello che ci riguarda, quello che tocca il bene pubblico del popolo cristiano, a cui far danno per i talmudisti è precetto di legge e merito di religione. […] La Russia è oggi il campo di battaglia sul quale si disputa l’impero del mondo di domani. […] Si salvino gli infelici, ma si mettano in ferri, si traggano al tribunale, inesorabile, della giustizia i mestatori, i capibanda che per attuare le loro pazze utopie, desertano il paese e assassinano la nazione. […] Il maggior numero, a quello che si dice, dei compo­nenti il corpo dirigente la repubblica comunista in Russia non è di indigeni russi, ma di intrusi «ebrei », i quali però si dànno premura di occultare quasi sempre il nome di origine sotto la maschera di uno pseudonimo di colore slavo. […] La popolazione totale della repubblica russa non conta certa­mente meno di novanta milioni di nazionali di fronte a forse quattro milioni di ebrei che fino a ieri brulicavano nel pattume del ghetto, fatti segno al disprezzo comune. Eppure questa infima minoranza oggi ha invaso tutte le vie del potere e impone la sua dittatura alla nazione. E quale dittatura! […] Secondo la Costituzione della Repubblica «sovietista-socialista-federativa russa» del 19 luglio 1918 […] «la Repubblica, guidata dal solo interesse delle classi operaie, può privare dei loro diritti gli indi­vidui o i gruppi di persone che ne usassero a danno della stessa repubblica socialista[»]. È la legge del sospetto comune a tutti i governi violenti per far man bassa dei loro avversari. […] Insomma dal complesso di questi ragguagli risulta chiaro e manifesto un fatto: questa genìa che fino a ieri giaceva nei vicoli ciechi, nei più bassi fondi della vita russa, di botto si è scossa e si è impossessata del trono: ieri non era nulla; oggi è tutto ed è dappertutto, e secondo l’istinto delle razze decadute si affretta a sfogare la rabbia del suo trionfo nella paura che duri poco. Come spiegare questo strano rovesciamento di cose, questa irruzione calcolata, sapiente che s’impadronisce a colpo sicuro di tutti gli organi della macchina sociale, così da potersi dire che in Russia – esempio unico – alla nazione slava è imposto il giogo di un’altra nazione, l’ebrea? […] La repubblica ebrea comunista è l’attuazione di una dottrina: sono i dogmi del vangelo di Marx e di Engels posti a fondamento di un programma sociale: è la teoria comunista messa in esperimento, e noi intendiamo facilmente come nessuno poteva essere più adatto interprete del pensiero di quei pretesi legislatori d’Israele o più esperti esecutori dei loro insegnamenti che gli uomini della stessa razza e delle stesse tendenze. Solo il pervertimento di una fantasia semita era capace di capovolgere tutte le tradizioni dell’umanità e creare una società il cui statuto fondamentale è «l’abolizione di ogni proprietà: la ricchezza non deve appartenere agli individui o a una classe di cittadini, ma alla comunità». Il buon senso della stirpe ariana non avrebbe mai inventato un codice in cui al principio di un’autorità sociale sottentrasse un ufficio centrale di statistica […]. Dei grandi principii di libertà di stampa, di associazione o di parola, neppur parlarne: sono diritti che si rivendicano sotto il regime borghese per poter preparare la rivoluzione; ma a rivoluzione fatta, in governo comunista, che si può pretender di meglio? I malcontenti sono nemici dello Stato e vanno repressi severamente. Perciò la repubblica si è circondata di armi e di armati, ha imposto la coscrizione, e non parendole troppo salda e sicura la fede delle schiere paesane, non esitò un momento a rinnegare tutto il vecchio antimilitarismo venduto ai gonzi e assoldare un esercito di cinesi, lettoni, ungheresi, vecchi prigionieri, profughi, vagabondi d’ogni colore, ai quali prendere servizio era il più sicuro mezzo di trovar da mangiare dove si moriva di fame. Tale non era davvero il caso dei seguaci della sinagoga, e non li vediamo infatti far mostra di sè nel campo mil­itare. L’ebreo non ama la milizia poichè non ha una patria: e quando dovette essere soldato, la rivoluzione lo fece traditore e assassino. […]
 
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Tengo a sottolineare che quando uscì l’articolo (il quale ho estratto dal “vol. 4” senza togliere gli stampati errori di ortografia) non esisteva ancora il governo Mussolini né quello Hitler, e che le legislazioni razziali tedesche e italiane furono varate negli anni ’30. Quantunque il 1973 bensoniano del romanzo analizzato non dia segni di provvedimenti del genere, quel mondo immaginato esprime un’ideologia de facto suprematista bianca europea, dal momento che chi ha all’occhio la carta geopolitica planetaria di alba del ’900, apportate le variazioni narrative bensoniane, si renderà conto che quasi tutto l’Orbe cade in mano a Inglesi, Francesi e Spagnoli. Monsignor Benson non considera il colonialismo un problema da rimuovere, ha anzi rimesso gli Italiani sotto un dominio altrui. È stato una personalità complessa, talentuosa, benché reazionaria e nevrotica (secondo il mio metro d’esame critico). La sua altezza intellettuale gli merita la mia formale stima, e al contempo un sostanziale disaccordo ideologico. Spero che lui non abbia mai pensato a un genocidio ebraico, circostanza nella quale la mia ammirazione verso il romanziere creatore di Mabel Brand crollerebbe irrimediabilmente.



NOTE
 
Questo testo è un estratto del mio saggio intitolato “Da Robert Hugh Benson a George Orwell”
 
1 Questo scritto, come indicato in calce, costituisce un estratto del mio secondo saggio dedicato a Monsignor Benson. La prima mia monografia è: L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017).
 
2 Allo scopo di un approfondimento suggerisco un mio studio (indicante ulteriori vie) Le radici cristiane dell’antisemitismo nella mia pubblicazione Studi illuministi (2024).

04 giugno 2024

LA RADICE BENSONIANA DI “1984” DI ORWELL

di DANILO CARUSO
 
In passato ho dedicato una mia monografia al romanzo di Robert Hugh Benson (1871-1914) intitolato “Lord of the world” (1907), un’opera che valuto molto apprezzabile: ebbi, nel mio lavoro critico1, modo di spiegare il mio approccio considerante utopia ciò che per il comunque distinto scrittore ecclesiastico cattolico inglese rappresentava una prospettiva distopica. Qui analizzerò un altro romanzo bensoniano il quale a quello citato è legato lungo il canale creativo dell’autore inglese. Si tratta di “The dawn of all” (1911), un successivo testo stavolta costruito nella forma utopica, secondo l’intenzione creatrice e l’ottica di pensiero appartenenti a Monsignor Benson. Mi è d’uopo premettere che l’insieme concettuale bensoniano al mio sguardo assume segno opposto: vale a dire che se quel mondo auspicato da lui, al suo cospetto, possiede cornice utopica, al mio rappresenta una distopia. L’autore inglese valuta la religione un aspetto dell’esistenza umana il quale non può essere giudicato uno tra, accanto a, gli altri, bensì l’aspetto di fondo sopra cui ciascun altro si proietta. La religione, per lui, possiede una qualità regolante generale: qualsiasi cosa deve essere misurata con quella, dal momento che essa sarebbe la cosa più importante nella vita. Benson non concepisce nessun altro sistema educativo se non quello cattolico inglobante tutto. Egli fa la sua scelta generale: «O la Chiesa cattolica o nulla». Ciò lo spinge in una rigida (nevrotica) posizione di chiusura. La Rivelazione divina costituisce il fulcro del mondo, la scienza rappresenta una sua ancella, la quale deve adeguarsi e limitarsi di fronte alla prima. Il sogno bensoniano – confessato da lui medesimo – è un ritorno al Medioevo europeo cattolico allargato all’intero pianeta. L’aspirazione a tale reazionaria formula teocratica mi concede l’occasione di rievocare ad hoc un’altra mia monografia dedicata all’orwelliano capolavoro “1984”, pubblicazione la mia dove ho spiegato la totalitaria Oceania sulla base dell’acuta valutazione di Simone Weil per cui la Chiesa cattolica è stata la madre e il modello storico di totalitarismi a essa posteriori2. In “The dawn of all” possiamo contemplare il Medioevo venturo bensoniano, il quale riecheggia i contenuti del Cattolicesimo medievale e rinascimentale totalitario evidenziato nella testé menzionata mia opera di studio. La Chiesa bensoniana del 1973 deve fare i conti con marxisti e laburisti. La storia postilluministica ha obbligato a misurarsi con movimenti e cambiamenti culturali nuovi nati proprio in una maggiore libertà dalla pervasività condizionatrice e inglobante nel suo seno cristiana. Nell’“utopia” dell’autore inglese il socialismo viene sconfitto, al pari di tutti gli altri terribili avversari. Tuttavia gli si riconoscono dei meriti ideali, mal messi in pratica (nel futuro narrativo), quali l’attenzione all’insieme sociale e l’anticapitalismo. Lo Stato socialista immaginato da Benson possiede la pecca di trascurare l’individuo in quanto tale e le minoranze a vantaggio della maggioranza. Valorizza per lo scrittore inglese in modo appropriato il sentimento dell’obbedienza, e nutre un astratto ideale di amore universale uguale a quello del Cristianesimo. Benson rifiuta comunque i metodi di attuazione del socialismo e i suoi divergenti postulati teorici. Nel mio saggio sopra ricordato su “1984” ho accostato in merito a quell’analisi francescani e marxisti. Voglio rammentare simile cosa per via dell’analogia formale con i ragionamenti dell’autore inglese. Monsignor Benson in “The dawn of all” ha, a mio avviso, davvero immaginato l’anticamera prossima di Oceania nella guisa in cui l’ho inquadrata io nella mia monografia orwelliana. Lo scrittore inglese nella sua “utopia” pensa ancora di poter condannare eretici tramite l’Inquisizione, affidando la somministrazione della pena, secondo il vecchio stile, all’esecutore pubblico. Il suo Cattolicesimo dovrebbe persino correggere le inclinazioni giudicate degenerate dell’arte moderna realistica in direzione di un valutato migliore ideale simbolismo cattolico di radice medievale. Un siffatto discorso, mi fa pensare ai ragionamenti nazisti durante il Terzo Reich a proposito dell’arte non gradita. L’esperienza storica di regime statale, negli anni successivi alla pubblicazione di “The dawn of all”, che mi sembra più vicina all’“utopia” bensoniana mi appare quella franchista, la quale definì se stessa una “democrazia organica e cattolica”. Benson si rivela un estimatore delle rappresentanze organiche all’interno dell’istituzione parlamentare. La cattolicissima Spagna del generale Franco ebbe le Cortes, si dice mutuate dal corporativismo fascista (in Italia durante il regime mussoliniano ci fu la Camera dei fasci e delle corporazioni). Ma a me sembra che il franchismo fosse di formazione mentale più bensoniana e cattolico-medievale che altro. Lo scrittore inglese si mostra avversario della rappresentanza popolare indifferenziata, il corporativismo a suo giudizio garantirebbe equità rappresentativa. La scuola e la famiglia formano i cittadini. Ciò è chiaro anche a Benson. Egli vorrebbe infatti tutto il sistema educativo in mano cattolica. Le sue descrizioni di questo “utopico” 1973, in cui l’intellighenzia risulta composta di religiosi cattolici, sanno, obiettivamente, di Brave New World cattolico3. V’è appunto una categoria α dove si trova «il sacerdote di Dio quale Suo rappresentante e agente sulla terra», e quindi a scendere gli altri (monarchi e familiari, nobili, etc.). Se leggiamo con la dovuta attenzione le riflessioni politiche bensoniane ci rendiamo conto di quale sia la natura del Cattolicesimo ancora a inizio del Novecento: un progetto politico-religioso (elaborato nell’Antichità) e non una dottrina religiosa morale. Il fine del Cristianesimo cattolico – e l’autore inglese ce lo indica senza girarci attorno – si rivela quello di invadere e assorbire lo spazio pubblico della politica, allo scopo di creare un sinolo purtroppo illiberale e inaccettabile. L’“utopia” di “The dawn of all” costituisce de facto una terribile e preoccupante distopia, quella che io ho altrove esaminato e descritto nel mio saggio intitolato “Il Medioevo futuro di George Orwell”. La pericolosità del sogno (o dell’incubo) reazionario bensoniano si può cogliere nelle sue definizioni dei termini-concetti 1) Chiesa, 2) Papa, 3) sacerdote.
1) «Il Regno di Cristo […] una Società Sovranazionale cui le nazioni della terra guardavano in funzione di guida».
2) «Il Signore di tutti [i potenti]», «il Padre di Principi e Re».
3) «Il sacerdote di Dio quale Suo rappresentante e agente sulla terra» (inoltre: «è il prete che manda avanti ogni cosa»).
Monsignor Benson celebra siffatto suo inquietante 1973 così: «Un’autorevole Chiesa sovranazionale, con sanzioni soprannaturali, pareva assunta come assioma di pensiero, non soltanto da questi cattolici, ma da tutto il mondo, del pari cristiano e non cristiano». L’Oceania cattolica è confezionata. A detta dello scrittore inglese una cosa del genere sarebbe un «regno delle fate [fairyland]» dove Roma diviene «the City of God». Abbiamo davanti un mondo preoccupato dello «spettro [phantom] del pensiero indipendente»4 e condannato a vivere nell’inquietudine dacché «sino al momento in cui c'è Peccato nel mondo, così lungamente deve esserci Penitenza». Monsignor Benson reputa lecita e ammissibile «una stretta delle misure repressive contro gli infedeli [the infidels] ovunque ». Il suo “utopico” 1973 consente la possibilità di pena capitale a danno degli eretici. Interessante nel testo l’espressione del contrasto dialettico interno fra fides et ratio. L’autore inglese si rende conto che una mentalità ordinaria (e aggiungerei io, più sana) si troverebbe a disagio di fronte a una teocrazia globalista (che fa del Papa un arbitro internazionale) la cui prassi persegue modalità non così schiettamente amorevoli. In un primo tempo ci dice che ciò apparirebbe in conflitto con l’insegnamento cristiano evangelico, e ciò dunque esige una soluzione di conciliazione tra fides et ratio nel momento in cui l’ultima pone tale dilemmi. La sua risposta alla quaestio si mostra sconcertante, giacché lega suddetti due poli alla luce di una nevrosi religiosa (la quale era la sua). Prende atto nella sua argomentazione che «per qualche abominevole artificio, sembrava ciò, questi individui erano forzati non soltanto nelle questioni esteriori a conformarsi alla Società la quale avevano contribuito a costituire, ma anche interiormente; effettivamente erano stati tiranneggiati nelle loro coscienze e nei loro giudizi, e amavano le loro catene. […] Gli uomini non vivevano più le lo proprie vite libere e indipendenti». Perché allora questo mondo illiberale? Perché è conforme alle esigenze di una fides la quale lo scrittore inglese giudica superiore alla ratio, a qualsiasi ragionamento, a qualsiasi diversa sensibilità. La nevrosi bensoniana, che avevo già indicato nel mio pregresso saggio, opera la saldatura di fede e ragione, subordinando questa al condizionamento, alla tirannia patologica della prima. In virtù di un tal motivo, il quale sottomette la ragionevolezza, rende in maniera categorica legittime azioni illecite: «I socialisti dovevano essere “repressi” [were to be “repressed”». E chi aveva nutrito dubbi della ratio doveva senza eccezione tacere poiché «l’eretico doveva essere processato [tried] nell’interesse della sua vita [for his life]». Non si può contestare «questa Chiesa che […] aveva alla fine posato le sue mani sopra lo scettro […]; questa Chiesa che, dopo duemila anni di sofferenza, aveva in ultimo messo i suoi nemici sotto i propri piedi, “represso” l'infedele e ucciso l'eretico [had at last put her enemies under her feet – “repressed” the infidel and killed the heretic». Il calcolo nevrotico bensoniano ci pone nel romanzo davanti ad assurdità che non possono essere accolte a cuor leggero. V’è un religioso condannato a morte, qui, dall’Inquisizione per questioni eminentemente di aria fritta ecclesiastica e teologica, il quale è più deviato dell’apparato che gli ha inflitto la pena. Costui, reputandosi più cattolico osservante in omnibus di chi non ha scrupoli a mandarlo a morte, accoglie la pena con serenità giacché questa sarebbe essenziale al sistema (il ritenuto errore va sempre e comunque rimosso e punito, a suo dire). Come fosse Diotima con Socrate, munito di spirito masochista, spiega a Monsignor Masterman, protagonista del romanzo, che è il suo interlocutore a farsi condizionare dall’emotività e che la pena capitale va accolta (con spirito di follia cristiana, parente in questa circostanza della vocazione al suicidio stoico). Benson mette a tacere la flebile voce del buonsenso che sussurra, e ci dice che il Cristianesimo cattolico non subisce un obbligo morale di intervenire in questa richiesta di morte, perché, tutto sommato, va bene così, in quanto la pena capitale non risulta in conflitto con gli insegnamenti cristiani (è stato infatti Papa Francesco soltanto nel 2018 a rimuovere l’affermazione di liceità della pena di morte dal Catechismo ufficiale della Chiesa). Si rende evidente a tutti che il nodo del problema è, sia nella realtà storica che nella finzione letteraria bensoniana, derivante dalle sentenze ecclesiastiche e non dagli atti pubblici. Per qual motivo Benson non propone di abolire l’Inquisizione? Al posto di dare la colpa al potere pubblico subordinato alla religione… Le lamentele di Monsignor Masterman sono sacrosante, sembra che stia parlando Winston Smith: «Cosa ne è della scienza e della scoperta sotto un sistema come questo? Cosa ne è della libertà – del diritto di pensare con la propria testa». Purtroppo non c’è niente da fare in questo Brave New World cattolico andato al di là della sana Ragione. La nevrosi domina senza scampo questo 1973 privo di moderazione effettiva e adeguata: «Appena un Paese è con convinzione cattolico – appena, vale a dire, la sua civiltà si appoggia sopra il Cattolicesimo e null'altro, quel Paese ha un perfetto diritto di proteggersi usando la pena di morte contro quelli minaccianti la sua stessa esistenza quale comunità civilizzata [As soon as a country is convincedly Catholic – as soon, that is to say, as her civilization rests upon Catholicism and nothing else, that country has a perfect right to protect herself by the death penalty against those who menace her very existence as a civilized community]». Lo Stato teocratico bensoniano appare un sadico Regno della Morte, con Tribunali di Morte, con una religione tanatolatrica; dove, per giunta, compare un esaltato masochista suicida. Un cerchio dell’orrore si chiude. Nel finale del mio saggio su “1984” ho illustrato la guisa in cui nel vecchio Cristianesimo sia valso un principio orwelliano per cui L’AMORE È ODIO. L’autore inglese conferma appieno: odio verso gli altri diversi e verso sé stessi, al punto di uccidere e uccidersi, in un delirio religioso irrazionale, il quale connota le istanze ultime della posizione bensoniana. Il romanzo esaminato tocca una punta di grottesco allorché giunge a compimento la sentenza capitale. Questa è stata emessa da un ente religioso che l’ha trasmessa al Vaticano per la ratifica che avviene, l’esecutore pubblico ne prende atto contestualmente a una successiva richiesta papale di annullamento, questa viene rifiutata e l’imputato va a morte. Un iter tragico degenerato nel grottesco: cattolica la condanna, cattolica la ratifica, cattolica la richiesta posteriore di deroga. Come si può scaricare la responsabilità di un’esecuzione capitale nella maniera in cui pretende Benson sulla sfera pubblica, assolvendo quella religiosa, si mostra sul serio un mistero della fede. Tutto parte dalla Chiesa mandante di omicidio, la quale si attorciglia in un assurdo contrasto di azioni, e poi la colpa appartiene a qualcun altro… Basterebbe sopprimere il tribunale per gli eretici, o, quanto meno, non emettere più condanne a morte… Tuttavia simile elementare e semplice riflessione non può mettere radici con facilità nella teocrazia bensoniana, la quale, da quanto osservato, non può separarsi dall’Inquisizione. In siffatto “utopico” 1973 Cristo rappresenta allo sguardo dell’autore inglese «uno ai cui piedi tutto il mondo strisciava [crept] in silenzio, il quale parlava ordinariamente e normalmente attraverso il Suo Vicario sulla terra […]; al cui modello tutto dev’essere conformato». Compaiono non pochi elementi in “The dawn of all” i quali offrono spunti di tangenza orwelliana in direzione di “1984”: non ultimo un simile Gesù in veste e funzione di Big Brother. Quanto aggiungerò di seguito in questa lista di analogie fra Oceania e la teocrazia bensoniana mi ha convinto alla fine a formulare l’aperta ipotesi che George Orwell nell’ideazione del suo celeberrimo citato romanzo abbia preso le mosse e l’ispirazione proprio dal testo di Monsignor Benson che sto qui analizzando. Nell’“utopico” mondo bensoniano l’Irlanda si è tramutata in un principato monastico, sede di strutture ospedaliere destinate al trattamento di giudicati malati psichici. Secondo il mio punto di vista, la “cella” del sanatorio religioso dove Monsignor Masterman viene ospitato costituisce il modello della orwelliana “camera 101” e il religioso che si prende cura di lui rappresenta il modello di O’Brien, allorché quest’ultimo interroga e tortura Winston, in relazione a cui ho già sottolineato le somiglianze col personaggio bensoniano di Masterman riguardo ai dubbi sul sistema di potere dominante. Tali due protagonisti possiedono la medesima impronta mentale, entrambi sono da correggere e ricollocare sul binario (distopico) stabilito dall’organismo controllore e dirigente. Un amletico dilemma logora Monsignor Masterman, indeciso se scegliere la spinta liberale della sua anima oppure se «accettare questa tremenda rivendicazione di autorità di controllare pure i pensieri del cuore», «sottomettersi a questo Cristo coronato e fornito di scettro» giacché «ciò voleva dire sollievo e sanità di mente». Il protagonista bensoniano «iniziò a essere dubbioso di quale fosse la cosa più alta, pure di quale fosse la direzione tollerabile – affondare la sua individualità, alzare le mani e affogare, o sostenere quell'individualità in forma aperta e provocante, e subirne le conseguenze». Sia Winston che lui vivono un conflitto interiore e uno col sistema al governo della società nei quali i parallelismi non mi sembrano accidentali. Il doublethink orwelliano compare nella mente di Monsignor Masterman, il quale aveva «l’impressione che non c'era più alcuna scappatoia dal Cristianesimo, il quale aveva dominato il mondo e che era odioso e tirannico nella sua intima essenza. Egli ammise che la logica era contro di lui, che una società per intero cristiana doveva proteggere se stessa, che non vedeva nessuna maniera di evitare le conseguenze che aveva visto; e tuttora che tutto il suo intero senso morale si rivoltava contro gli argomenti della sua intelligenza. […] Risultava mancante, diceva, esattamente quanto era più caratteristico del Cristianesimo, precisamente ciò che lo faceva diventare divino – una pazienza celeste e la buona disposizione a soffrire. La croce era stata lasciata cadere dalla Chiesa, diceva, e portata sulle spalle dal mondo [The sense that there was no longer any escape from Christianity, that it had dominated the world, and that it was hateful and tyrannical in its very essence. He confessed that logic was against him, that a wholly Christian society must protect itself, that he saw no way of evading the consequences that he had witnessed; and yet that his entire moral sense revolted against the arguments of his head. (…) There was wanting, he said, exactly that which was most characteristic of Christianity, exactly that which made it divine – a heavenly patience and readiness to suffer. The cross had been dropped by the Church, he said, and shouldered by the world]». In questo brano possiamo rilevare il modo in cui una ratio nevrotizzante spinge alla volta dell’accettazione di tesi in conflitto con antitesi valide: ciò che non è bene e ciò che non è vero possono in guisa irrazionale essere validati e divenire pertanto verità e bontà. Basta solo formulare nevrotici ragionamenti, assurdi, poggianti su patologici postulati. Mi pare di ascoltare O’Brien (che Orwell definisce «inquisitore» contornato da un’“aura sacerdotale” mentre infieriva su Winston5) quando il curatore religioso ribadisce a Monsignor Masterman che farsi prendere dalle emozioni non è roba da “uomini”. Il processo di riallineamento ha sortito i suoi effetti su quest’ultimo: «il suo soggiorno a Thurles, acquietando il suo sistema nervoso, rese possibile per lui la scelta di seguire la sua ragione [reason] anziché i suoi sentimenti [feelings]», consentendogli (in modo orwelliano) di compiere «il dovere alla cui direzione la sua ragione indicava». Il sogno teocratico cattolico mi sembra solidamente faccia approdare Benson al doublethink orwelliano. L’ultima parte del romanzo fuga le mie residuali esitazioni di rito in un simile giudizio. A mio avviso “The dawn of all” presta molto del suo mondo totalitario alla creazione di Oceania. A sostegno di questa mia tesi invito a leggere la mia citata monografia “Il Medioevo futuro di George Orwell” al fine di recuperare tutti i ponti tra la sponda bensoniana e quella orwelliana. L’autore inglese più remoto dei due rammenta con forza che «è compito della Chiesa guidare il mondo [it is the function of the Church to guide the world]», tuttavia nel contesto di una pervasività orwelliana Monsignor Benson proclama che la Chiesa lascia liberi: il che costituisce un argomento in perfetto stile oceaniano, dove un tema può convivere assieme all’affermazione del suo contrario a dispetto del principio di non contraddizione. Ecco rilevato il doublethink orwelliano in più tratti del romanzo bensoniano, e non momentanee accidentalità dell’incartarsi logico normale. Benson opera dunque un salto al di là del pensiero razionale filosofico, entra in un universo di elaborazione dogmatico, in modo strutturale illogico e contraddittorio, masochista e kafkiano. Qua 2+2 può fare 3, 4 o 5 a seconda delle esigenze. Quindi, nonostante la Chiesa qui entri pure nel midollo di ciascuno a condizionarne l’esistenza, la Chiesa lascia la libertà all’umanità: la sfera spirituale religiosa assorbe quella mondana laica e la plasma, ma la società rimane autonoma nel suo cammino terreno. Sentenze ecclesiastiche causano morte, però la responsabilità viene attribuita all’esecutore pubblico. Tutti questi ragionamenti, contorti davanti a una mente equilibrata, rappresentano esempi di puro doublethink. Il segmento finale del romanzo ricapitola i punti ideologici bensoniani cattolici disseminati nell’arco dell’intera narrazione. La “favola” si chiude col trionfo del Cattolicesimo, un trionfo però avvolto da un’atmosfera orwelliana, la quale avvolge tutto il testo. Simile cornice distopica, la quale adesso approfondirò ulteriormente, reputo possa essere stata una fonte di ispirazione non solo nei confronti di “1984”. In “The dawn of all” compare il concetto di una terra d’esilio, di qualcosa che è molto simile nella forma alla “riserva” huxleyana di “Brave New World”. Non mi stupirei che da una tale giudecca socialista in Massachusetts Aldous Huxley possa a sua volta aver tratto suggestione creativa: tanto ampio si rivela il mare distopico bensoniano dell’opera in esame. L’alto tenore orwelliano della conclusione di “The dawn of all” torna con accresciuto vigore allorché è il Papa in persona a recarsi dai rivoltosi anticlericali, ottenendo il rientro della situazione all’ordine (cattolico). Il Papa è andato a offrire la possibilità ai socialisti di accettare il primato del globalismo cattolico in forma incruenta. Se costoro non accetteranno la proposta sarà adoperato un sistema armato a loro danno. Le parole di Sua Santità disorientano davanti all’accettazione dell’uso della forza6. Quelle altre sue le quali vengono poco dopo a me ricordano O’Brien torturatore di Winston. Il Papa spiega che potrebbero tranquillamente uccidere lui e qualche monarca di turno, ma che ciò risulterebbe inefficace dacché «la religione cristiana sta ormai governando questo mondo». Non importano le persone, sostituibili, quel che conta è la salda tenuta dell’organismo dominante: e qua c’è O’Brien7. La teocrazia bensoniana inoltre sottintende i ministeri della verità e dell’amore di “1984”: formazione mentale del singolo e mantenimento (altresì violento) dell’ordine costituiscono temi, come abbiamo ben visto, molto cari a Monsignor Benson, uno disvelatosi teorico del doublethink. Di essi, nella chiusa del testo bensoniano analizzato (contemplante questo Papa Deus ex machina conciliante Big Brother) possiamo apprezzare la ciliegina sulla torta. In precedenza abbiamo potuto vedere le considerazioni di Benson a proposito di pena di morte, di giustizia secolare pubblica di casi religiosi sanzionati dall’Inquisizione cattolica, e delle teoriche difficoltà della Chiesa nell’intromettersi nella gestione statale. Alla fine del romanzo si afferma che il Santo Padre rappresenta uno in relazione a cui «nessuna nazione d’Europa poteva varare una legge a riguardo della quale egli non detenesse un diritto di veto; nessun monarca rivendicava di tenere la sua corona all’infuori delle mani di quest’uomo. E l'Oriente – persino l'Oriente pagano – aveva in ultimo imparato che il Vicario di Cristo era l’Amico della Pace e del Progresso». Quindi in quell’oceano cattolico avrebbe potuto abolire la punizione capitale; e non l’ha fatto prima, ma adesso. Sconfitti i socialisti si presenta in conclusione come uno che «aveva abolito la pena di morte per le idee sovversive della società o della fede, sostituendo al suo posto la deportazione verso le nuove colonie americane». Allora si poteva abrogare il sistema della pena di morte, in qualsiasi momento; ma, d’altro canto, e Benson ce lo ha illustrato con sottigliezza concettuale, non si poteva abolire. L’incoerenza mostra la presenza del doublethink, infatti monsignor Masterman al termine recupera la sua “sanità (cattolica)” giacché possessore di una «intelligenza che si era allontanata dalla logica meramente ragionata [brain which shrank from merely argued logic]». Ogni lacerante dubbio del protagonista finisce cestinato, tutti i grilli parlanti della Ragione sono stati schiacciati a vantaggio di un patologico orizzonte pascaliano. V’è nel romanzo un piccolissimo brano il quale raffigura una parafrasi di Pascal: «[Monsignor Masterman] aveva constatato che l’intelligenza e l’immaginazione non costituiscono tutto; che l’uomo ha pure un cuore; e che questo ha le sue esigenze non meno inesorabili di quelle dell’intelletto [he had found that the head and the imagination are not all; that man has a heart as well; and that this has its demands no less inexorable that those of intellect]». Monsignor Benson ha recuperato le pascaliane “ragioni del cuore”, ossia una grave forma psicopatologica8. Curioso notare, agli occhi di chi non pratica il doublethink, come, nel criticare i socialisti, Monsignor Benson reclami «un uomo con sentimenti, emozioni e una sua propria individualità [a man with feelings and emotions and an individuality of his own]», cioè con attributi che altrove erano stati visti di mal occhio (autonomia morale e comportarsi da donna). Ma egli ha caricato ormai questi termini (sentimento, emozione, individualità) di una valenza religiosa pascaliana rielaborante pure il campo semantico delle parole nella logica del doublethink (siamo al cospetto di un embrionale velato incipiente abbozzo di newspeak orwelliano).
 
 
NOTE
 
Questo testo è un estratto del mio saggio intitolato “Da Robert Hugh Benson a George Orwell”
 
1 L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017).
 
2 Il Medioevo futuro di George Orwell (2015).
 
3 Ho scritto un saggio sul noto romanzo huxleyano: Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015).
 
4 «Ein Gespenst geht um in Europa – das Gespenst des Kommunismus», Manifest der Kommunistischen Partei (Karl Marx – Friedrich Engels).
 
5 Vedasi a pag. 17 della mia monografia orwelliana, al terzo capoverso.
 
6 Per approfondire l’argomento indico un mio studio: Un inquietante brano neotestamentario: evangelismo armato e ambiguo nudismo nella mia pubblicazione Radici occidentali (2021).
 
7 Si veda nel mio saggio orwelliano menzionato a pag.19.
 
8 Al fine di un approfondimento di tale mio personale giudizio critico invito a leggere un mio lavoro: Pascal e le ragioni del cuore contenuto nella mia opera Letture critiche (2019).

27 giugno 2017

LO STRANO CASO DI MABEL BRAND E DI MONSIGNOR BENSON

di DANILO CARUSO

Era una creatura veramente leggiadra;
alta e snella, aveva gli occhi grigi,
severi ed ardenti, salde e rosse labbra
ed un bel portamento in tutta la persona.

Robert Hugh Benson, “Lord of the World”


Accade di rado che leggendo un romanzo distopico chi ha in mano il libro abbia simpatia verso quella parte presentata dal suo autore come “negativa”. Siffatto il caso della mia lettura di “Lord of the World” di Robert Hugh Benson (1871-1914). Egli fu figlio di un Arcivescovo di Canterbury morto nel 1896. Ebbe tre fratelli e due sorelle, un fratello e una sorella morirono precocemente. Quelli rimasti furono degni del suo valore intellettuale. Tutti rimasero single: il disturbo bipolare (a causa di tare paterne) e tendenze omosessuali comparivano fra di loro. La madre già da sposata teneva una relazione con la figlia dell’Arcivescovo di Canterbury precedente il di lei marito. Sacerdote anglicano dal 1895, alla fine del 1903 passò al Cattolicesimo e nel 1904 ricevette il sacramento del sacerdozio. Nel 1911 divenne cameriere segreto di san Pio X e quindi Monsignore. Separando il fatto che Benson sia stato sospettato di aver intrattenuto un legame omoerotico col connazionale scrittore e artista Frederick Rolfe (1860-1913; un omosessuale cattolico il quale esternava una sua vocazione al sacerdozio e che aveva esaltato il martirio maschile), cercherò di spiegare, per quanto concerne il caso dell’autore di “Lord of the World” il mio modesto assenso all’ipotesi di anomalie psichiche (puntualizzo che non considero l’omosessualità una patologia sotto nessun profilo1: perciò parlerò di altro in termini analitici in merito). Il racconto, pubblicato nel 1907, parla del mondo come sarebbe nel XXI secolo. Una prima traduzione in italiano del testo (voltura di Corrado Raspini) venne pubblicata nel 1920 da Vallecchi Editore (edizione da cui sono tratti i brani riportati). In “Lord of the World” la Massoneria ha prevalso in Occidente, in maniera democratica, nella direzione politica dei popoli, portando una maggiore giustizia sociale. Sono rimasto alquanto turbato dal fatto che, a inizio del ’900, un uomo dalle capacità intellettuali così raffinate, quale Monsignor Benson, abbia mostrato adesione a una reazione anti-illuministica i cui contenuti ideali sono descritti da lui nel romanzo. Egli è misogino. Il suo alter ego narrativo è Padre (futuro cardinale) Percy Franklin,. Robert Hugh Benson si mostra fautore della monarchia assoluta, nonché di una teocrazia papale. Parla contro la democrazia e sostiene il primato della stupidità di contro a studi seri. Un evento parecchio sconcertante in “Lord of the World” è l’attentato contro un deputato comunista, Oliver Brand (un altro protagonista del racconto). Si tratta della narrazione di un gesto ispirato da nevrosi religiosa a opera di un cattolico durante una manifestazione pubblica. Oliver rimane ferito, e non riporterà conseguenze. Un sinistro alone accompagna poi le parole del Papa che istituisce il “Nuovo Ordine del Cristo Crocifisso”, sembra di leggervi una postulazione dei principi del terrorismo religioso. L’ultima parte dell’allocuzione papale contiene un messaggio oscuro il quale verte sopra «il desiderio del martirio ed il proponimento di riceverlo». Se sommiamo lo spirito di questo discorso all’attentato di matrice religiosa menzionato, in cui lo sparatore («un cattolico» il quale «aveva premeditato il colpo; tant’è vero la sua rivoltella fu trovata carica») è stato ucciso dalla folla (martirizzato), non possiamo che restare sgomenti di fronte all’ambiguità di simili idee le quali non di rado abbiamo visto, attraverso l’informazione dei media, presenti nella propaganda terroristica religiosa di richiamo islamico. Simili impianti concettuali hanno una radice ebraica comune che si esemplifica all’interno del Tanak in un modello ideologico intollerante nei confronti di culti o forme sociali differenti, e soprattutto, per quanto ora ci interessa, nella figura letteraria del kamikaze Sansone. Se il Regno di Dio assomiglia alla Roma papalina mostratasi a Padre Franklin al suo arrivo dall’Inghilterra, c’è da guardarsi. L’Urbe appare una via di mezzo fra una discarica di rifiuti e una colossale fogna a cielo aperto. Con tutto il rispetto nei riguardi di uno scrittore dalle eccellenti qualità, mi domando come Robert Hugh Benson possa essere riproposto quale esempio apologetico. A me non pare accettabile una giustificazione che si rifugia nella circoscrizione di limiti e difetti nel contesto di una determinata epoca. Dio non ha una verità che si storicizza (relativismo), non ammazza, tortura in maniera orrenda streghe, Ebrei, omosessuali, eretici, per secoli, e poi cambia idea. Monsignor Benson parla del raggiungimento nel XXI secolo di una pacificazione mondiale, però questa non gli va bene. Ampia si rivela la gamma di disapprovazione bensoniana in “Lord of the World”. Benson contrappone la madre di Oliver Brand alla moglie. Una viene conformata allo stereotipo misogino dell’anziana (e innocua) donna con il rosario in mano. L’altra, Mabel, è una giovane di mentalità aperta. Ella rappresenta agli occhi del suo creatore il “negativo”. Io l’ho trovata una donna amabilissima, una delle varie ragioni che mi fanno apprezzare “Lord of the World”, sebbene non secondo i propositi dell’autore. Costui ha indicato i piani alternativi in modo così nitido, in una molto bella cornice narrativa, a tal punto che basta considerare utopia la sua distopia per incontrarci, anche se su fronti opposti. Egli mette sulla bocca di Mabel ragionamenti agli antipodi della sua fede (la quale, modestamente, definirei, secondo una prospettiva psicanalitica, “nevrosi ossessiva”). Alla suocera malata ella rivolge parole sensatissime. Nella parte centrale del romanzo l’autore affronta il tema di una forma di religiosità pubblica e collettiva istituita dallo Stato. In virtù del modo in cui si esprime viene spontaneo pensare alle considerazioni hegeliane in merito, dove la liturgia viene vista come un collante sociale e uno strumento pedagogico. Questi aspetti iniziano a emergere allorché l’apostata ex Padre Francis, prima di illustrare lo svolgimento di un nuovo rito sostiene che «il mondo non avrebbe potuto vivere senza un culto». A proposito di Hegel è qui il caso di sottolineare che Benson oltre a ciò inserisce nel suo racconto due precisi concetti hegeliani: “lo Spirito del mondo”, e “il signore del mondo” (che dà il titolo al libro). L’hegelismo di Francis si palesa bene in quel passaggio dove ricorda «lo Spirito del Mondo, il quale ci insegna che l’individuo non è nulla, e che lui è tutto». Il “Weltgeist” è varie volte citato nel romanzo, in modo generico, però con questo riferimento all’idealismo di Hegel. Infatti il filosofo tedesco spiega qualcosa che nel romanzo già abbiamo udito da Mabel. All’interno della singola coscienza degli esseri umani si manifesta “lo Spirito del mondo”, il quale costituisce il loro contenitore metafisico che li supporta. Esso è l’immagine dell’Assoluto, il quale è Dio: perciò ogni individuo viene raggiunto attraverso il “Weltgeist” dal divino. Molto hegeliane, e molto junghiane, altre parole di Mabel in questo colloquio a tre con il marito. «“Eh! Caro Signore, –  ricominciò Francis – il culto implica un senso del mistero, […] il piano fondamentale è magnifico, e, soprattutto, verace nel suo profondo significato. […] Un omaggio offerto alla vita nei suoi quattro aspetti. La Maternità, corrispondente al Natale della leggenda cristiana, è la festa della famiglia, dell’amore, della fedeltà... Poi viene la Vita stessa con i suoi fremiti giovanili a Primavera; la Solidarietà, nel cuore dell’Estate, esprime abbondanza, prosperità, ricchezza..., e corrisponde al Corpus Domini cattolico; infine la Paternità, che significa procreazione, difesa, padronanza... quando l’inverno si avvicina.” […] Mabel ad un tratto congiunse le mani, e disse con voce sommessa: “Io penso che questo è bello, e nel medesimo tempo, vero!”. Francis le rivolse gli occhi bruni infiammati. “Ah! Proprio così, Madama!... qui non ha luogo la cosiddetta fede, ma la visione di fatti, sui quali non può cader dubbio. E l’incenso palesa la vita come unica divinità, ed insieme il suo mistero”. “Di che materia sono fatte le statue?” – domandò Oliviero. “Una statua di pietra, per ora è impossibile; sarà provvisoriamente di argilla […].” Mabel osservò ancora con femminile gravità [with a soft gravity: un sottile ossimoro misogino]: “È proprio quello di cui sentivamo bisogno! È così difficile chiarire i nostri principi senza incorporarli in qualche cosa... Un’espressione ci vuole!... […] Non voglio dire […] che alcuni non possano vivere senza di questo, ma molti, certo, non possono. L’Ideale non si può esprimere se non mediante immagini concrete che servano come di veicolo alle aspirazioni umane...”». Nell’ultima affermazione di Mabel emerge una triplice funzione dell’arte: 1) mezzo di espressione dell’Assoluto (Hegel); 2) manifestazione simbolica di contenuti archetipici dell’inconscio collettivo (Jung); 3) sprone all’attuazione, nel reale fenomenico, di principi ideali, similmente all’ingresso delle idee artistiche (Simone Weil). Mabel è fantastica, rappresenta il più bel personaggio di “Lord of the World”. Il titolo dell’opera richiama una figura hegeliana della “Fenomenologia dello Spirito”. Ciò si rivela operato da Monsignor Benson, nell’ambito creativo della sua distopia, con la mira di polarizzare il termine dell’antagonista. Ripercorrendo la sezione pertinente dell’opera hegeliana citata, osserviamo come lo scrittore inglese proietti il cono antiutopico sullo «Spirito del Mondo», il quale assume una direzione appunto in un, a suo parere, nefasto “signore del mondo”. Costui è Julian Felsenburgh, l’emergente politico americano, primo artefice nel successo nei dialoghi internazionali miranti a evitare la guerra con la potenza orientale, divenuto a metà del romanzo Presidente dell’Europa. Adesso è il momento di chiarire la maniera in cui la figura hegeliana assuma nel racconto una coloritura cacoutopica. Hegel, nella “Fenomenologia dello Spirito”, ha appena spiegato l’importanza di essere cittadino-di-uno-Stato, stato che è per lui un Dio-in-terra. Il “signore del mondo” hegeliano, a guisa di un vampiro, ha assorbito la positività degli individui divenendo totalità rappresentativa della pluralità di singoli svuotati, i quali mantengono un valore solo se posti in relazione inter se. Questo insieme di interrelazioni si oppone al “signore del mondo” in modo disordinato. Tale irrequietezza è a sua volta assunta da quest’ultimo nel suo essere un condensato astraente di quello. Da ciò scaturisce un rapporto che può essere violento nei confronti dei cittadini (o sudditi) poiché la coscienza non assume una forma tutelante più ampia. Il “signore del mondo” si vede quale non plus ultra che può reprimere il disordine. Quest’ultimo opera nella dimensione del “privato”, fuori dello Stato. Al di là di questo ci può essere l’irrazionale. Giunti a questo punto capiamo che la discriminante, non soltanto nell’ambito del testo bensoniano, è l’uso della ragione. Benson è affetto da nevrosi, la quale gli impedisce di accogliere la visione di un mondo libero ed equilibrato. Il recente culto in “Lord of the World” porta con sé norme repressive razionali. Hanno l’obiettivo di far comprendere e educare, non di convertire a forza a vantaggio di formulazioni teologiche assurde. Se Mabel è paragonabile a Diotima, Benson è un Socrate sordo: non ascolta la sua “anima” junghiana (Mabel). Il personaggio della moglie di Oliver Brand è una proiezione letteraria della componente psichica sessuale complementare dell’Io bensoniano. L’“anima” fa parlare l’inconscio assoluto, il quale prospetta salutari equilibri archetipici. Ma lo scrittore inglese rimane vittima di un negativo complesso a tonalità affettiva (Iesus Christus), pregiudicante l’intera sua armonia psichica per via dello schiacciamento dell’Ego sull’asse (dove si trova la facoltà intuitiva) dell’irrazionalità (donde l’antipatia hegeliana e il conseguente richiamo dell’“anima”)2. Se la libido non viene maltrattata, non diviene carica energetica negativa di nevrosi. Mabel costituisce, in senso lato, il “sogno proibito” dello scrittore inglese. Sarà per questo che ha cercato di ucciderle il marito Oliver? Come al solito, in casi quale il nostro, ciò che ha l’abito del “femminile” diviene “porta del diavolo (diaboli ianua; Tertulliano)”. Nella nostra circostanza letteraria il “femminile” in aggiunta al ruolo della sessualità ricopre quello della “razionalità”. Tanto è l’eccesso nevrotico bensoniano che la sua anima junghiana si fa portavoce di un profondo e ampio messaggio di richiamo tramite la consorte di Oliver. Quando Benson in un significativo tratto del racconto illustra le tappe del processo meditativo, della riflessione interiore di Mabel, recatasi in un santuario, ripropone in una superba estrema sintesi il cammino della “Fenomenologia dello Spirito” hegeliana. Questo brano, confermante l’indubitabile grandezza del personaggio di Mabel, contiene altresì un ulteriore spunto weiliano nella sua parte iniziale, laddove si riecheggia il concetto espresso dalla corretta traduzione di Gv 1,9: Simone Weil ha fatto osservare che il Vangelo non sinottico dice, in detto passaggio, che ciascun essere umano dalla nascita porta dentro di sé un’illuminazione divina riflesso del Logos3. La seconda metà di “Lord of the World” prosegue tutte le premesse. Le ambigue indicazioni provenute ai fedeli dalla Chiesa assumono, volenti o nolenti, anche la veste di istigazione al fanatismo, alla violenza e al terrorismo. Non mi voglio spingere a sostenere che la consapevolezza di istigare sia deliberata e si traduca in una subliminale intenzione di comunicazione sottostante alla superficie semantica, tuttavia è indubbio che ci sono aree d’“ombra” nei discorsi papali, finestre aperte a possibilità di azioni irrazionali. Dopo aver riscaldato gli animi non ci si può nascondere dietro un dito; chi semina vento, raccoglie tempesta. La violenza attira una risposta violenta. Non dimentichiamo che un fallito attentato terroristico ha già avuto luogo prima delle istituzioni del “Nuovo Ordine del Cristo Crocifisso” e della novità in materia di culto pubblico. È il modo in cui viene creato il primo ad aggravare la situazione: la crociata contro lo Stato allarma i cittadini. Ancora le parole del Papa e quello che succede a Roma lasciano perplessi sulla bontà di direttive non chiare nel loro senso ultimo. Arresti di fanatici, atti di violenza e di uccisione da parte di un volgo imbestialito segnano questa fase. L’assenza di razionalità, le tentazioni dell’“ombra” junghiana colpiscono altresì una fetta della massa. E ciò non è un bene. Il rimedio a questo è l’hegeliano “signore del mondo”: Julian Felsenburgh. Di fronte a un popolo siffatto non v’è alternativa. La razionalità, la forza dell’ordine passano attraverso gli uomini, non calano esteriormente dal cielo. Se la sociologia e la psicologia raccomandano i buoni risultati in effetti prodotti dall’azione di Felsenburgh, pro bono pacis è un’esigenza storica adottare un “signore del mondo” tratteggiato da Hegel. Il disordine sociale, la morte non paiono preferibili. È chiaro che in un ambiente sociale progredito il “signore del mondo” non debba essere «Dominus et Deus noster – proprio come Domiziano», ma, ad esempio, come il Presidente nella V Repubblica francese, istituzione di uno Stato libero e laico nella patria dell’Illuminismo. Migliore si mostra il popolo, migliore sarà l’aspetto del “signore del mondo”; al cospetto di un saggio non c’è necessità di un mikado. Però se saggezza e conoscenza (filosofia) non impregnano la massa, accade quello che leggiamo in “Lord of the World”. I cittadini impauriti, con iniziativa irrazionale, fuori dello Stato, “privata”, fanno giustizia da sé, secondo modelli barbarici da respingere. Nel racconto questi effetti hanno una causa remota nel cui perimetro matura il peggio: la pianificazione di azioni terroristiche. Il 31 dicembre il Cardinale Franklin viene portato a conoscenza da un informatore occasionale che a Londra «i Cattolici hanno ordito una congiura con l’intenzione di far saltare, domani, l’Abbazia per mezzo di esplosivi». I progetti terroristici sono scoperti e sventati ancor prima della segnalazione di cui ha parlato nel racconto il Cardinale, e la reazione popolare è furiosa e incivile, nuove uccisioni di cattolici turbano la quiete e reclamano un freno. Di nuovo il manifestarsi dell’inaccettabile. La giustizia deve amministrarsi nelle aule di tribunali ispirati al diritto naturale. Un ragionamento particolare merita il bombardamento di Roma, quello che appare l’attacco militare a uno Stato istigatore del terrorismo di matrice religiosa. Anche qua debbo ammettere che il modo adottato nella risoluzione della questione non è il più bello. Mabel rimane sconvolta da quell’insieme di accadimenti svoltisi l’ultimo dell’anno. L’amorevole vicinanza del marito allontana in lei l’idea del suicidio e la persuade a un metro di giudizio più comprensivo in relazione a fatti spiacevoli e tragici. 30.000 vittime, fra cui il Papa e i cardinali, a Roma, cancellata come Cartagine. Questo evento letterario, da non imitare, colpirebbe la suscettibilità di molti, i quali, molto probabilmente, rimarrebbero indifferenti allo sgancio reale delle bombe atomiche sul Giappone nel 1945. Il che ci fa comprendere l’utilità della diffusione della conoscenza storica obiettiva su larga scala, al fine di creare negli esseri umani una sensibilità adeguata alla loro appartenenza all’umanità. Ci può essere strada prima di giungere a una extrema ratio. Poi è il caso di ricordare che il Dio biblico non sia molto evangelico nel momento in cui distrugge Sodoma e Gomorra, o quando eliminava i nemici d’Israele. Il che non vuol naturalmente rappresentare legittimazione dell’uso della violenza: un male non ne giustifica il compimento di un altro. Lecita è la “legittima difesa” dell’ordine costituito. Mabel passa attraverso simili e sofferte riflessioni. Grazie a lei comprendiamo parecchio di “Lord of the World”, tra cui il significato archetipico del “signore del mondo”. Julian Felsenburgh è rappresentazione di una “personalità mana” junghiana, dell’archetipo dell’uomo potente, il quale Jung definisce altresì “signore degli uomini e degli spiriti”, “amico di Dio”. Si tratta di un archetipo maschile di valore comunitario. In “Lord of the World” Monsignor Benson ha trasferito il mana da Gesù Cristo a Felsenburgh. Costui è perciò una figura che si rivela sovrumana, potente, quasi divina. Da ciò scaturiscono i termini in cui la descrive. Non sono arbitrari, esagerati: possiedono un puntuale significato psicologico di ascendenza junghiana nei riguardi di una massa considerabile primitiva. Ecco qui pure il “signore del mondo” hegeliano comparire in Felsenburgh visto dall’angolatura del “razionale” idealistico che diventa “maschile” archetipico in psicologia analitica. Un soggetto ritenuto primitivo si sottomette al portatore del mana. Quest’ultimo può pure recitare una parte sacerdotale, la qual cosa in realtà vediamo fare, fra l’altro, a Felsenburgh nel racconto bensoniano. Salvare dal disordine è una sua prerogativa. Jung rammenta che il consorzio umano è composto di unità bisognose di questa figura della “personalità mana” poiché l’umanità non si è evoluta dallo stadio di infantilismo: necessita di un simbolo rappresentante la forza dell’ordine nella società. Questo è Julian Felsenburgh, con i suoi connotati da semidio richiesti dal volgo. Mabel coglie suddetti aspetti delineati di un archetipo che l’inconscio impersonale sintetizza nella speranza che non vada verso la nevrosi (Iesus Christus), dove gli elementi di sintesi e di equilibrio si disgregano nella formazione di un complesso (cattivo maestro, archetipo negativo) il quale trascina l’Io alla volta dell’“ombra” junghiana e dell’irrazionalità. Una falsa verità può imporsi all’Ego, nella forma nevrotica della Parola di Dio, potenziale motore di violenza interiore ed esteriore. Tale gamma va dal masochismo al sadismo: non vedo altre spiegazioni all’autopunizione o al piacere malato di torturare, uccidere streghe, Ebrei, omosessuali, eretici, in nome di Gesù Cristo e della Parola di Dio. Questo è un regno della patologia psichica messo all’angolo dalla storia, dove rimane dormente. I crimini contro l’umanità di cui si è reso responsabile richiederebbero un “processo di Norimberga” più che il subitaneo bombardamento di Roma del romanzo. Ma Benson non può approvare l’idea di un giudizio razionale, storico e penale emanato da una corte umana – giudizio che lo metterebbe sotto scacco – e preferisce il martirio dei suoi. Neanche dopo può smascherarli, spiegando la ragione sostanziale di quella fine. Non gli resta che aggrapparsi alla nevrosi. Tutto ciò non vuol dire che ogni sentimento di fede sia nevrotico. Jung ha spiegato che l’umanità ha bisogno di favole, miti, religioni, dove i simboli archetipici entrano in scena. È importante per la salute mentale non seguire una favola malata, una favola nera, dove l’“ombra” junghiana dischiude la porta del peggio, dell’insensato, del negativo. Il racconto bensoniano continua con la segreta elezione a Sommo Pontefice del Cardinale Franklin (nel romanzo di Frederick Rolfe “Adriano VII”, del 1904, si trova l’elezione al soglio pontificio di un ignorato intellettuale inglese e riformatore). In “Lord of the World” la Chiesa è ormai un’organizzazione clandestina, simile alla Carboneria. Il testo però introduce un clima storico già vissuto: il Cristianesimo in epoca romana intorno al II sec. d.C. Intanto l’ascesa di Felsenburgh si completa: costui diviene Presidente del Mondo. Questo atteggiamento radicale conduce monsignor Benson a riprendere il modello apocalittico dello scontro finale (Armageddon). L’impianto distopico si avvia al suo ribaltamento attraverso l’ideale dell’Apocalisse. La radicalizzazione parallela dei campi narrativi attuata dallo scrittore inglese è repentina e poco gradita. E mi riferisco all’identificazione di teismo e Cristianesimo, relegante tra gli avversari un simmetrico totalitario ateismo. Abbiamo visto che l’hegelismo non permetteva ciò, mentre adesso la struttura ideologica antagonista è marxista. La moderazione, l’equilibrio precedenti sono scomparsi. Non condivido questa svolta letteraria, ma ne comprendo i motivi. Nel racconto un provvedimento ha stabilito che «tutti saranno interrogati se credano o no in Dio, e messi a morte se confesseranno di credere». Ripeto che l’equiparazione tra teismo e Cristianesimo è illecita: il primo ha estensione semantica superiore rispetto al secondo. Già qui notiamo il modo in cui tutto comincia a contorcersi. Rappresenta un passo verso l’Apocalisse, il più o meno figurato recinto di violento confronto tra reali razionalità e irrazionalità. Ma è lo scrittore inglese a contaminare con irrazionalità l’adozione di un provvedimento statale, così alterando pure la realtà storica romana dove ha preteso di ripararsi: la persecuzione dei Cristiani è lecita in quanto pericolosi sovversivi dell’ordine pubblico per mezzo di idee o atti (diritto penale), è illecito condannare a morte qualcuno prendendo a pretesto la semplice esclusiva base del teismo (inerente alla sfera del “privato”). L’autore ha spinto il racconto verso opposti eccessi radicali. Il che costituisce la dinamica di disgregazione di un archetipo, o l’inverso della sua elaborazione di sintesi mediatrice. Non stupisce dunque il disorientamento di Mabel di fronte agli ultimi sviluppi del romanzo. Questi sono introdotti dall’autore del libro al fine di creare delle particolari condizioni. Una è quella già vista in direzione dell’Apocalisse; l’altra è meno tangibile all’osservatore superficiale, ma non per questo non chiara. Essa, la medesima in un rapporto puntualizzato, indurrà Mabel al suicidio in un centro per l’eutanasia. Sottolineando che siamo in un ambito letterario, direi che è Monsignor Benson a uccidere la protagonista: egli vuole sbarazzarsi del continuo appello della sua anima junghiana. La norma cristianofoba agisce nel racconto al pari della peste manzoniana, è anch’essa assurda e illogica: allo scopo di eliminare un personaggio sgradito succede una catastrofe collettiva la quale ne provocherà la scomparsa. Lo scrittore inglese segue l’exemplum narrativo del cattolico Manzoni. In relazione alla morte di Mabel parlerei di simbolico femminicidio. Per quanto concerne la sospetta omosessualità di Robert Hugh Benson, sarei cauto senza prove concrete. In “Lord of the World” è indubbio ci sia qualche eco rolfiana, tuttavia non vedrei niente di più di una semplice simpatia intellettuale. La vicenda letteraria di Mabel testimonia un sentimento misogino, in cui però il teorico termine d’interesse sessuale rimane la donna. Il tentato omicidio del marito Oliver sarebbe parte di un meccanismo psicologico (inconscio?) dove la forma dell’eterosessualità non viene modificata. La coppia di coniugi rimane in piedi, perciò bisogna colpire lei. E al secondo tentativo l’Io bensoniano ci riesce. Abramo sacrifica il proprio figlio al suo Dio. L’Ego di Benson, presidiato dal complesso nevrotico (Gesù Cristo), impedisce l’allargamento del personale orizzonte psichico. La descrizione del trapasso di Mabel raffigura questa costellazione. Mabel vede un Io bensoniano che si è liberato di lei, e comprende chi l’ha uccisa e perché, mentre il complesso nevrotico alla fine si interpone. Monsignor Benson nella realtà non si è liberato dell’anima junghiana: il suo Ego si è illuso di farlo nel romanzo, consegnandosi nei fatti a un pericolosissimo complesso (Iesus Christus). La morte di Mabel non rappresenta un martirio cristiano, è bensì un suicidio (indotto) stoico. Le tangenze formali tra i due tipi non sono casuali: hanno una ragione nella comune, a Cristianesimo e Stoicismo, antica radice semitica. La lettera di addio di Mabel si rivela eloquente sotto molteplici profili. Ella non rinnega il razionalismo, non abbraccia la fede cristiana, non tradisce il marito. La sua morte letteraria appare forzata nel contesto narrativo del turbine finale. Mabel nel suo commiato coglie un paio di nevralgiche dicotomie della psicologia analitica (“sentimento/ragione”, “femminile/maschile”) di cui Benson dimostra di non capire il significato profondo4 poiché lima le parole della moglie di Oliver con la di lui misoginia. Lo scrittore inglese non ha la lucidità di dare un opportuno seguito all’estremo input della sua anima junghiana. È rimasto chiuso e appiattito a una dimensione nevrotica. La chiusura del romanzo dipinge l’Apocalisse, il confronto terminale tra distopia e utopia secondo lo scrittore inglese. Qui si trova il vertice pratico dell’intolleranza a una disomogenea signoria politica che non sia riflesso della tradizione monoteistica giudaicocristiana con le sue norme e i suoi dogmi. Monsignor Benson ricalca alla lettera Joseph de Maistre, il cui pensiero si misura in “Lord of the World” con Hegel e con Marx: la partita finale (Apocalisse) si gioca tra Medioevo e Illuminismo.


NOTE

Questo scritto è un estratto del mio saggio “L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson (2017)” dove si trova una disamina più articolata su “Lord of the World”

1 Si veda nel mio saggio intitolato “Mitopoiesi junghiana in Clive Staples Lewis (2017)” nella nota 10.

2 Ho delineato tale formazione nevrotica e la sua dinamica psicologica nella mia monografia menzionata nella nota 1.

3 A tal proposito si veda alle pagg. 3-4 nella mia monografia “Ermeneutica religiosa weiliana (2013)”.

4 Questo è argomento nella mia opera ricordata nella nota 1.