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24 agosto 2025

SADISMO E DISTOPIA IN “SQUID GAME”

di DANILO CARUSO

“Squid game” è stata una distopica serie TV distribuita in tre stagioni tra il 2021 e il ’25. Il suo contenuto è apparso interessante alle mie riflessioni critiche sulle utopie negative, alle quali ho dedicato diversi miei lavori. In particolar modo il connotato sadico messo in scena ha trovato tangenze con miei pregressi studi pubblicati. La serie, ambientata in Corea del Sud, descrive lo svolgimento di una periodica sorta di olimpiade (o campionato, che dir si voglia) cruenta, i cui partecipanti presi fra la gente comune molto indebitata vengono di gioco in gioco (sono sei in un ciclo) se perdenti eliminati fisicamente. In virtù di queste uccisioni degli eliminati il montepremi in denaro cresce. La cosa ne sprona molti a continuare nelle competizioni, pur potendo chiedere una votazione collegiale dei partecipanti in vita al fine di deliberare una fine anticipata, con divisione del montepremi maturato in maniera equa fra tutti loro (in ciò v’è allusione al meccanismo rousseauiano della “volontà generale”). Simile sadica organizzazione è stata messa in piedi da un miliardario annoiato, desideroso di novità emozionanti, in collaborazione con altri suoi pari (nella serie sono chiamati i VIP). Elementi che nutrono la cornice sadica sono: la scelta di numerose persone in difficoltà economica (propense, grazie alla prospettiva di un ricco premio, a inserirsi nel meccanismo competitivo letale), e i giochi di confronto (i quali sono presi da quelli più noti e diffusi fra i bambini coreani). Tutto questo insieme mi è parso alimentare nei VIP un sadismo puro. Perciò ho voluto costruire una analisi pertinente che mettesse in evidenza migliore gli inquietanti e disturbanti aspetti sadici di “Squid game”. Voglio iniziare dagli spettatori sadici, i VIP, i quali riflettono bene, seppur non agendo direttamente sugli abusati concorrenti, l’ideale negativo sadiano. Sono uomini, ma compare nel secondo campionato pure una donna. La serie offre un esempio di “tirannia privata” attuata dai sadici VIP. In aggiunta, i giochi competitivi sadici rivolti ai concorrenti assumono il ruolo di tecniche di abuso, e gli allestimenti scenici di svolgimento e i sistemi meccanici prendono il luogo di spazi, tecniche e macchine sadiane di tortura e violenza. Tali gare di “Squid game” rivelano un connotato molto sadico. Questi abusati in competizione per un premio in denaro presentano analogie con casi letterari sadiani dove le vittime in mano ai sadici mirano alla sopravvivenza e a sfuggire a una punizione superiore: così accade nella serie televisiva dove al di là del sadico sprone di una vincita pecuniaria, ciascun concorrente ha il basilare obiettivo di evitare l’eliminazione fisica applicata ai perdenti. Simile dinamica orizzontale fra gli abusati innesca un aspro confronto inter se, una sadica generale gara darwiniana, la quale restituisce molto di psicologia sadista, a livello di dinamica verticale, in direzione dei VIP fruitori dello spectaculum (v’è una dimensione di scopofilia). I concorrenti in “Squid game” sono di genere misto, uomini e donne, il che vivacizza lo svolgimento non solo delle prove. All’interno di un siffatto contesto nella serie TV, e nella diversa varia pluralistica casistica sadiana, viene meno il principio di solidarietà. In “Squid game” possiamo notare l’esempio femminile di concorrente che usa la propria sessualità in funzione manipolatrice verso un altro partecipante maschio, in maniera alla lunga infruttuosa. Questo, da parte di una donna, costituisce un dettaglio molto sadiano e si riaggancia ad aspetti emancipativi sadici e femminili. Alla fine sarà proprio costei a causare durante un gioco le morti di lei e di questo suo partner inaffidabile poiché più preso dall’impellenza dell’autoconservazione. Comunque la serie televisiva testimonia una migliore resistenza dello spirito di solidarietà in alcuni concorrenti rispetto alla disgregazione in de Sade, dove la possibilità di azione dell’abusatore non lascia margine alcuno. La scopofilia dei VIP, non invasiva al 100%, lascia un piccolo spazio dove si inserisce, in modo più o meno fruttuoso, il protagonista Seong Gi-hun. “Squid game” ha riproposto lo hobbesiano “bellum omnium contra omnes”, ossia una condizione oggetto di apologia sadiana. De Sade sostiene che quello stadio di partenza sia il più autentico dell’essere umano, e che perciò non vada smarrito a causa di una sovrastruttura sociale di contenimento e di limitazione (lo Stato, il Leviatano): chiunque dev’essere lasciato libero nella propria area di “tirannia privata”. Lo scrittore francese, che nella critica sovrastrutturale ricalca Rousseau (però in guisa più che altro formale), ritrova i suoi auspicati principi sadisti in azione in “Squid game”: i concorrenti sono liberi di uccidersi sia nei giochi che fuori di essi. Ciò rappresenta un trionfo del sadismo: la competizione sadica ha comportato la perdita dell’“umanità” nei partecipanti abusati, essi sono regrediti al “cattivo selvaggio”, allo “homo homini lupus”. In tale dinamica la scopofilia dei VIP può tramutarsi in invasiva se consideriamo la forma in cui l’abusato competitore nella sua lotta possa fungere da surrogato di abusatore. Una simile cosa alimenta tutte le dinamiche di coinvolgimento orizzontale e verticale. I VIP sadici hanno letteralmente isolato le vittime dacché queste cruente competizioni si svolgono su un’isola, la quale appunto assurge a metafora dello stato psicologico verso cui l’abusatore classico di de Sade imprigiona le proprie vittime. La fattispecie competitiva di queste, a causa dell’attore sadico primordiale e principale, fa sì che loro subiscano una reificazione trasformandosi in pezzi di scacchiera davanti a costui: pezzi isolati in conflitto, i quali hanno abbandonato in modo disumanizzante la prospettiva della solidarietà, e che se sconfitti possono essere messi fuori. Vediamo infatti nella serie TV come la reificazione dei concorrenti sia simboleggiata da un pezzo mosso sopra un modello in scala di un dato gioco, pezzo che viene estromesso con significativo sgraziato e brutale gesto se il partecipante risulta eliminato. L’allegoria traspone un fondo sadico centrale permeante l’intera narrazione della serie, modellata sui più puri canoni del pensiero di de Sade. Abbiamo potuto vedere i due casi, del miliardario fondatore del campionato sadico Oh Il-nam e del Front Man, i quali si sono finti amici, sodali delle proprie vittime in maniera ipocrita e dissimulatrice inserendosi fra di questi e partecipando alle sadiche competizioni. Nel corpus letterario sadiano vi sono sadici che si approssimano ad altri soggetti a scopo manipolatorio. Ciò accade con i due poco fa menzionati personaggi di “Squid game “ a scapito della sincera indole di Gi-hun, il quale tiene la parte di una sadiana Justine, e il quale alla fine morirà al pari di costei. Gi-hun nella logica della sadica olimpiade si suicida per salvare una neonata venuta alla luce durante una serie di giochi (la madre era morta e il Front Man aveva a quella assegnato il posto di partecipazione rimasto vuoto). Non si sa se nello spin-off Gi-hun possa resuscitare: alla fine della serie madre viene dato per morto. Comunque, quanto possiamo rilevare è che il premio della virtù in entrambe le circostanze comparate risulti essere un esito distruttivo. Nonostante tutto il protagonista della serie testimonia con un gesto estremo la sua fede kantiana: l’umanità come fine in sé, e non come strumento della violenza. Gi-hun proclama ai VIP che i concorrenti abusati non sono animali: in tali parole Kant sfida de Sade. La mia analisi comparata mette in evidenza la struttura sadista di “Squid game”. Simile sadico campionato si rivela in generale in sé mezzo di tortura psicologica volta a creare disagio e tensione nei singoli concorrenti. La “gara sadica” tra vittime, aperta e organizzata, mirante alla sopravvivenza appare un tema innovativo proposto dalla serie rispetto al corpus letterario sadiano. Fra l’universo di de Sade e quello di “Squid game” c’è l’apparente differenza che qualcuno nel secondo disponga di una concreta possibilità di uscita dal circolo sadico: però a un enorme costo mentale. Il trauma provocato dalla prima olimpiade sadica cui ha partecipato Gi-hun lo ha segnato in modo indelebile, al punto di radicarlo nella volontà di voler annientare quel sistema. Il che lo ha riportato dentro in un’altra olimpiade a conclusione della quale perirà: o il trauma mantiene il suo peso nella persona che non ha dismesso dignità e umanità, o l’esperienza traumatica viene rimossa in maniera disumanizzante. Gi-hun (Justine) ha respinto la seconda, però ha finito col provocare, in guisa involontaria e indiretta la propria distruzione. Il Front Man è stato un vincitore pregresso il quale ha messo da parte quel sadico vissuto, ma nella sua circostanza è passato da vittima ad abusatore. In parole povere non c’è differenza profonda fra il cosmo sadiano e “Squid game”. Nel sadico campionato della serie televisiva lo spirito sportivo olimpico è stato sovvertito: non è più importante il partecipare, bensì il vincere a qualsiasi prezzo. La sostanziale analogia di fondo tra l’olimpiade distopica di “Squid game” e il sadismo vissuto dalle vittime nei romanzi di de Sade è un ridursi dell’abuso a una “gara personale di sopravvivenza” procrastinante la sofferenza nell’ambito di una simbolica dialettica Justine/Juliette. V’è un inciso nella narrazione della serie televisiva il quale potrebbe sembrare in dissonanza con la linea ideale sadista: l’episodio della rivolta contro i carcerieri e i VIP capeggiata da Gi-hun. Essa fallisce repressa nella violenza; già ciò la fa rientrare nei ranghi. Tuttavia questa è allegoria di qualcosa di sadiano evidente: la resistenza espressa dal personaggio di Justine rappresenta una forma di ribellione alla forma sadista. I personaggi di Gi-hun e Justine mostrano diverse tangenze, come già notato. Delle altre cose di “Squid game” manifestanti conformità col cosmo letterario di de Sade voglio dare aggiuntiva segnalazione. Cominciamo col confronto avvenuto fra il malato moribondo miliardario Oh Il-nam, creatore dell’olimpiade sadica, e il disorientato Gi-hun durante l’intermezzo tra i due campionati cui questo ha preso parte: esso ci richiama alla memoria la sadiana opera teatrale “Dialogue entre un prêtre et un moribond”. Proseguiamo. Il sadico prelievo di organi, a scopo di trapianto, dai concorrenti eliminati, morti o quasi morti (l’organo risulta in questa circostanza più fresco), curato da alcuni carcerieri guardie, rammenta con enorme disturbante efficacia la reductio ad rem dell’abusato, ma d’altro canto letterario ci ricorda altresì episodi di asportazione dalle vittime di sadici nei testi di de Sade. In tale parallelismo presenza e assenza di una finalità medica risultano dettagli irrilevanti; qua la cosa da sottolineare rimane la reificazione del corpo umano, il che appare connotato sadista cardine. Una nuova indicazione riguarda la vicenda di Kim Jun-hee, la giocatrice n. 222 della seconda olimpiade sadica cui partecipa Gi-hun. Ella è una donna incinta, di cui ho già dato un cenno più sopra, la quale partorisce nel corso delle competizioni. La macchina sadista in “Squid game” non si è minimamente presa cura di lei lasciandola nell’agone. Lei verrà estromessa, e della neonata (sostitutiva concorrente n. 222) si occuperà Gi-hun (come già detto). Vediamo tangenze sadiste che ci conducono a “Les 120 journées de Sodome”. In questo testo sadiano compare la storia di una donna incinta. I sadici abusatori qui, al fine di acquisire il nascituro al parco delle proprie vittime, non nuocciono al percorso di gravidanza. Nel confronto con “Squid game” si nota un iter invertito. Qua parrebbe che il Front Man alla fine del campionato interessato abbia una iniziativa compassionevole nei confronti della neonata (la vincitrice concorrente n. 222) giacché la prende e la lascia in buone mani con in dote il ricco premio. Simile gesto a me non sembra un ritorno d’umanità del Front Man: è stato lui a decidere la sostituzione della deceduta madre con la figlia, è stato sempre lui a non muovere un dito durante la gestazione a rischio in quell’ambiente. L’inversione dei percorsi sadisti che ho testé sottolineato non ci restituisce in questo caso un valore differente rispetto al parallelo tratto da “Les 120 journées de Sodome”. Il Front Man ha operato d’ufficio con la neonata, così come non compassionevole bensì animata da altro pensiero, era stata la forma tutelare concessa alla gestazione della vittima di “Les 120 journées de Sodome”. Notiamo infatti che entrambi i neonati entrano nella macchina sadista con identica procedura. La bambina di “Squid game” ha perso la madre nell’olimpiade sadica, e ciò rappresenta alla lunga un trauma del cui genere di effetti ho parlato. Il Front Man ha inteso mettere in salvo una Justine o una Juliette, nulla di più. Il circuito sadista si rivela coerente, a dispetto di un parallelismo invertito il quale non muta un ordine di valori, bensì registra soltanto differenti fasi cronologiche. Un’altra cosa che posso dire a proposito di “Squid game” è che le vittime messe in competizione inter se maturano una dimensione di conflitto psicologico. Nella serie TV ciò appare visibilissimo: la partita fra di loro non si gioca unicamente nei confini di confronto prescritto, ma coinvolge una sfera più ampia dove il sadico esercita la sua “tirannia privata” grazie alla diminuzione dell’empatia. Costui ha frantumato il legame umano in singoli oggetti in attrito. Di fronte a simile fenomeno la solidarietà in “Squid game” si mostra quasi sempre occasionale e strumentale, non più un fondante valore umano. Nella serie televisiva c’è un concorrente che custodisce un contenitore a forma di Crocifisso contenente pasticche di droga. L’immagine tradotta sembra dire: la religione è l’oppio del popolo (Marx). Un’affermazione la quale condivido. Salvo solo le religioni che possiedono un carattere speculativo filosofico (come ad esempio l’Induismo), e considero tutte le altre favole per adulti (in effetti, secondo me, il QI di questi se misurato mostrerebbe che molti tanto maturi non sono e che mantengono tratti di ingenuità, parallela alla semplicità dei bambini, ingenuità la quale può tramutarsi in nevrosi). Non solo marxiana può essere l’interpretazione di questo dettaglio della serie televisiva, la quale tira in ballo l’argomento religioso. In quelle pasticche di droga conservate all'interno di quel significativo contenitore possiamo vedere il “soma” huxleyano così come io l’ho interpretato nella mia monografia dedicata a “Brave New World”1. Ovviamente in “Squid game” il tono distopico è di aperta impronta tragica. Vorrei infine presentare un segmento di riflessione junghiana. L’interpretazione dell’olimpiade sadica di questa serie televisiva attraverso il simbolo/allegoria del labirinto (di prove) ci richiama alla memoria il noto mito del Minotauro, di Arianna e Teseo. “Squid game” sovverte il canonico mitologico esito liberatorio. Teseo/Gi-hun non uccide il Minotauro (Leviatano sadista), ne rimane vittima nel distopico salvataggio di Arianna, la neonata di cui inizia a prendersi cura dal gioco della fune nella serie TV (la corda qui simboleggia l’inversione del valore del “filo di Arianna” nei confronti di Teseo: non più un mezzo di salvazione, bensì sadico strumento di abuso). Il mito filtrato dall’Ombra junghiana, la quale domina il sadismo, si converte nella labirintica distopia di “Squid game”: il “filo di Arianna” condurrà Gi-hun alla sua autodistruzione, al martirio celebrante il valore della dignità umana. Oltre a paragonare il campionato sadico di “Squid game” con una struttura labirintica articolantesi in settori che presentano a chi viene costretto ad attraversarla prove molto pericolose, occorre ricordare che il labirinto inteso come occasione più ristretta e singola costituisce l’ostacolo da superare nei confronti dei concorrenti abusati durante una delle fasi di gioco sadico.



NOTE

Questo scritto è un estratto del mio saggio intitolato “De Sade et quid ‘Squid game’ docet

1 Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015), pag. 9: il “soma” quale surrogato dell’“ostia consacrata”.

DE SADE TRA FILOSOFIA E RELIGIONE

di DANILO CARUSO

Nei romanzi sadiani possiamo rilevare una tendenza di massima la quale vede il sadismo esercitato perlopiù da soggetti maschili a scapito di quelli femminili. Il potere della vis legittima ciò in una gamma che va dalla violenza fisica a quella psicologica. Tuttavia nel corpus letterario sadiano non sono solo gli uomini gli attori sadici, ci sono pure delle donne. Queste si collocano in una zona intermedia nel cosmo sadista fra canonici abusatori e vittime. L’esercizio di tale sadismo femminile viene contraddistinto rispetto a quello dominante maschile (più completo nella sua epifania) da una prassi psicologica di ripiego a causa di un mancato pieno possesso della vis maschile. Simile dinamica potrebbe evocare un femminismo sui generis in virtù di questa sua vocazione intellettuale in direzione di un lato interiore, psichico, più dialettico. Simile serie B sadista potrebbe rappresentare una sorta di rivalsa dell’intero genere. Richiamando la dialettica hegeliana “signore (abusatore maschio) – servo (donna abusata)” notiamo che il servo hegeliano, sconfitto nella vittima femminile statica, ha compiuto un salto dialettico grazie a cui alcune figure femminili sadiane si sono poste a metà tra l’abusatore classico, l’uomo, il quale può disporre in toto della vis, e le donne fragili, incapaci di reagire sul piano della forza: alle donne sadiane è rimasta appunto la carta psicologica. Loro si rivelano una conseguenza diretta della dialettica di base “servo (vittima sadiana) – padrone (attore sadico)”: prendono coscienza di fronte all’abusatore maschio e si appropriano del “diritto alla violenza”. L’usufruire agito di questo, nelle sue peculiarità femminili, le libera, giacché “libertà” e “violenza” nel sadismo si rivelano due facce della stessa medaglia ideologica. Qui la condizione dell’“essere-libero” non ammette limiti di contenimento di una deriva attivistica cruenta e traumatica, dispiegantesi a danno dei più deboli. In ogni caso sadico resta alla pratica della violenza in qualsiasi guisa un primato di “fine in sé”. De Sade ha proprio ribaltato la concezione kantiana contemplante l’umanità un “fine in sé”. Il riguardo nei confronti di questa cede il passo, in una rotazione a 180°, a un suo degrado strumentale dove si mostra l’“atto violento” ad assurgere quale faro, meta ideale. Risulta questo nel sadismo l’“obiettivo naturale”: “razionale”, se è lecita l’iperbole in orizzonte sadista, su cui moltissime aberrazioni vengono legittimate in maniera per me (seguace di tutt’altra logica) molto irrazionale. De Sade abbatte il freudiano “principio di realtà”, aprendo l’essere umano a possibilità di azione (violenta e immorale) la quale non condivido e respingo nettamente. Nel suddetto disturbante meccanismo hegeliano ricordato il signore-abusatore estremizza la sua condizione come descritta da Hegel: non mira più a un riconoscimento di sé come dominante senza sopprimere l’esistenza del servo, in de Sade il padrone-abusatore annichilisce mediante la violenza lo statuto umano del servo-vittima. Il primo non mantiene più davanti un suo simile sottomesso, bensì uno “strumento-per-la-violenza”. Dalla consapevolezza di questa radicale reificazione distruttiva alcune donne sadiane hanno tratto lo spunto in direzione del salto dialettico, assurgendo a dominatrici (manipolatrici, protagoniste ora di un sé attivo nella libertà della violenza, al cospetto di attori sadici maschi manipolati, e vittime incapaci di uscire dallo status servile, strumentale di vittima sadiana). Nei suoi romanzi de Sade cita alcuni filosofi a sostegno del suo sistema di aberrante pensiero. Ne distorce a proprio uso e consumo alcune idee con tecnica sofistica. Ce n’è uno però la cui presenza mi ha colpito in particolar modo: si tratta di Spinoza. Una tra protagonisti sadiani lo rammenta. In passato ho analizzato la filosofia di questo filosofo-teologo giudeo mettendone in luce le ombre1. Il recupero di Spinoza da parte di de Sade all’interno del suo perimetro mentale lo porta sì su una posizione estremistica, tuttavia non valuto questa possibilità disomogenea alle basi spinoziane. Altri filosofi menzionati dallo scrittore francese vengono di per sé inquadrati in sistemi di pensiero chiari rispetto a cui si coglie subito la forzatura concettuale sadista. Con ciò non voglio dire che il teologo ebreo inserito sia un teorico del sadismo. Costui in virtù delle sue fondamenta lascia la porta aperta a de Sade, contrariamente agli altri. Quest’ultimo approfitta, entra, e sviluppa il pensiero spinoziano in una direzione omogenea. Spinoza rimane pensatore molto condizionato dalla sua matrice religiosa ebraica, ambisce a una grande riunificazione stoicizzante fra Giudaismo e Cristianesimo all’insegna del suo monismo panteistico. Il sadismo viene fuori nel momento in cui andiamo a individuare aspetti ad hoc dalla tradizione giudeocristiana (storia reale e “Bibbia”). Ne tratterò meglio, in modo descrittivo, nell’ultima parte della mia analisi. Oltre a questi casi di forte impatto significativo, data la loro precedenza, producenti tangenze, esiste la questione più in dettaglio filosofica. Nella pubblicazione del poliedrico intellettuale Pierre Klossowski intitolata “Sade, prossimo mio / preceduto da ‘Il filosofo scellerato’” (Sugar, 1970) si trovano formulate riflessioni critiche a sostegno della mia impostazione spinoziana nell’approccio analitico nei riguardi di de Sade. Klossowski, al pari di me, vede la radice proveniente da Spinoza nell’idea sadista di Natura, tenendo chiaro pure che il sadismo resta incorniciato nel razionalismo materialistico illuminista. Preciso io che il sadiano determinismo (meccanicistico) della “materia”, pensata nel contesto filosofico e scientifico dell’Illuminismo, si rivela, su un piano sovrannaturale (attiguo al sensibile immediato), speculare al determinismo della Substantia spinoziana: è possibile notare nel sistema sadista, a dispetto del conclamato materialismo, una linea parallela alla res extensa, nella res cogitans, una linea su cui speculare. Klossowski fa notare la maniera in cui il determinismo sadiano rispetto a quello convenzionale illuminista assuma però forme d’espressione sadica nel suo manifestarsi. Egli sottolinea il fatto che il rapporto fra il singolo umano – “modo” spinoziano – e la rielaborazione sadiana del concetto di “divinità suprema” si intorbidisca. Questo intellettuale contemporaneo ci ricorda come il Dio agostiniano “origine del male” non sia lontano da de Sade, il quale postula il primato dell’azione violenta. L’Ente supremo sadiano (che io considero un Deus sive Natura spinoziano) menzionato da de Sade ne “La nouvelle Justine” si mostra un campione ontologico per malvagità: questo rappresenta un riferimento molto interessante ribadito da Klossowski, uno spunto il quale porterò sino alle sue estreme conseguenze. Io, in passato, ho evidenziato in altre mie analisi l’ambiguità morale di un Dio cristiano di foggia manzoniana. Sopra un altro versante di ragionamenti, ne “La nouvelle Justine” de Sade parla con tono spinoziano-hegeliano distopico riconoscendo che l’universo e i singoli risultano un’impronta di un principio primordiale (tetico e progettuale) che si stampa sui suoi prodotti: malvagia la causa di tutto, malvagi i suoi effetti (a cominciare dagli individui umani; tra l’altro Spinoza – rammento io – afferma che l’effetto esige una causa omogenea). De Sade degrada Dio a Natura materialistica, sino a diluirlo in essa, ma il Deus sive Natura spinoziano sopravvive nel materialismo illuministico sadiano. Da simile spiraglio prendo le mosse. Klossowski definisce il sistema sadista “Stoicismo ateo”. La menzione dello stoicismo a proprio vantaggio è di origine sadiana. E io so, per averlo approfondito, come il pensiero della Stoà si intrecci con Ebraismo e Cristianesimo2, proiettandosi in sede sadista alla volta di aspetti che vedremo più avanti. Qui, a proposito della pubblicazione di Klossowski, posso apprezzare che costui abbia colto l’“attivismo” nella “sostanza materiale” costituente la realtà secondo le descrizioni sadiane. Sarò poi io a proporre una connessione concettuale di più ampio raggio. Per il momento notiamo una Substantia attiva, ciclica, all’infinito, connotata da predeterminazione sovrannaturale. Klossowski è chiaro su questi attributi e sul fatto che nella misura in cui Sade parli di una possibilità di un Dio questo debba essere ricondotto a categorie sadiche. Stiamo comunque parlando sempre in termini di Deus sive Natura giacché viene esclusa un’idea di creazione nell’accezione cristiana. La Natura sadiana appare malvagia e distruttiva, e il sadico si mostra un instrumentum Dei sive Naturae. C’è una molto bella nota in questa pubblicazione che ho ripreso a mio supporto in cui si rammenta con dettaglio puntuale che Spinoza sostenga nella Substantia l’assenza di una teleologia e del diritto naturale tradotto nel diritto positivo. Mi pare che il quadro cui darò seguito abbia una solida base al di là del mio pensiero analitico personale. Klossowski non lo dice esplicitamente, ma nell’attività/attivismo della “Sostanza naturale / Natura sadiana” osserva qualcosa di idealistico in senso hegeliano. Simile taglio esegetico di de Sade, da parte di questo intellettuale contemporaneo, comporta che il criterio dialettico adombrato si noti meglio allorché egli presenta la figura dell’abusato, in parole sempre non evidentissime, quale negativo-razionale da rimuovere: la reificazione della vittima appare chiara. A ella è da applicare un passaggio di distruzione (il quale io leggo appunto come negativo-razionale hegeliano) nell’ottica di una violenza quale fine in sé. Klossowski finora ha fornito preziosissimi spunti in parallelo a me, che da adesso riprendo il timone per segnare le distanze da altre sue riflessioni in relazione alle quali non mi trovo in sintonia. Questo intellettuale nella sua analisi ha inteso ridurre a nihil entrambi i componenti della dicotomia sadista abusatore/vittima. Non la vedo così. Svilupperò questo concetto di Logos stoicizzante sadista legato a suddetta dicotomia in pieni termini di dialettica hegeliana. L’annichilimento dell’umanità dell’abusato, per me, non comporta uno speculare svuotamento dell’altro polo il quale dovrebbe giustificare il di questo disumanizzante abito mentale. L’attore di violenza, nella mia impostazione di studio, rimane “soggetto pieno” (con i connotati che verrò a dire). Klossowski, a mio modestissimo avviso, sbaglia altresì ad affermare che l’abusatore sadico abbia una coscienza della sofferenza percepita dalla vittima nella di questa coscienza. In tal modo l’attore sadico dovrebbe restituire al paziente uno sprone canonico mettendo in moto una generale dialettica emancipativa di ritorno (il seguito della dialettica hegeliana “signore-violentatore / servo-vittima”). Ciò non accade di rito nel cosmo sadista. Alcune donne fanno eccezione perché hanno trovato la non comune abilità/vocazione a uscire dalla reificazione ontologica: volendo, potremmo parlare di “predestinazione logica”. Klossowski cita Hegel per accostarlo a de Sade, ma in una guisa che giudico parziale, riduttiva, e sebbene illuminata e illuminante da un lato, dall’altro sostanzialmente deviante. Egli ha intuito una giusta direzione analitica (merito) paragonando la Natura sadiana a quella hegeliana (intesa quale “drammatizzato procedere dell’Assoluto”), però poi ha intrapreso la via di un binario morto (demerito) incanalando la sua potentissima intuizione nell’alveo di paragone con lo Gnosticismo. Non è con l’eresia cristiana e la teologia di un “malvagio Dio demiurgico” (il quale porta seco un inappropriato e fuorviante concetto di “caduta” presso de Sade) che bisogna ragionare sopra la Substantia sadiana. Questa è originaria, ed è quella che è; e si può accostare alla versione canonica del Dio biblico. Io ho scremato, semplificato (rasoio di Ockham), e preferito un cammino il quale mi è parso più rigoroso e più ricco. Non esiste nel cosmo di de Sade un concetto di “purezza decaduta”: Klossowski non ha compreso che l’intenzione sadica del Deus sive Natura sadista si rivela originaria e che non ha alle spalle un contraltare di bontà e positività. Avere introdotto nell’analisi questo, non aver sviluppato l’intuizione hegeliana in forma migliore (restata praticamente sterile) sono stati errori di questo acutissimo intellettuale contemporaneo. Il Dio-Sostanza spinoziano risulta “anarchico” in senso ontologico, agisce secondo necessità, però in completa libertà metafisica. Il tipo sadico dei testi di de Sade imita questa divinità, ambisce alla sua condizione libertaria (libertina) di anarchia. Il settecentesco scrittore francese reclama a beneficio di ogni singolo essere umano l’attribuzione dei poteri incondizionati dello Stato hobbesiano (il Leviatano), questo nel pensiero di Hobbes sorto in seguito a delega di ogni persona della propria arbitraria capacità sovrana d’azione nella primordiale fase del “bellum omnium contra omnes”. De Sade sposta la sovranità statale e le sue facoltà decisionali, normative e di arbitrato, nuovamente ad personam: il potere assoluto, sia esso inteso come attributo di un sommo ente pubblico o di una pervasiva idealistica sostanza spinoziana, va, in tale ottica sadista, assegnato all’individuo. C’è, come già ricordato, un personaggio sadiano che ricorda a suo vantaggio il razionalismo di Spinoza, e di conseguenza implicita il fatto che l’individuo umano sia una determinazione mondana (“modo finito”) del Deus sive Natura: costei, nella discutibile vocazione sadista, non fa altro che rispettare le ambigue evidenziate basi del filosofo ebreo. Ribadisco che Spinoza non fa apologia di sadismo, però il suo Dio-Sostanza non si mostra così immacolato da non poter essere agevolmente manipolato da de Sade. L’attivismo caratterizza la Sostanza spinoziana (Spinoza preferì fare l’ottico e non il professore in virtù di questo). Ciò si sposta nel sistema sadista, e si apre alla violenza (di cui ho parlato). De Sade sembra un estremista spinoziano, e in quanto tale legittima meglio l’inerenza della mia critica hegeliana su di lui. Non trascuriamo, tra l’altro, che il “determinismo sostanzialistico spinoziano” conduce alla “razionalità-del-reale” di Hegel (un problema filosofico che mette capo ad argomenti come la discussa “Provvidenza manzoniana”). Tengo sempre a sottolineare che, accanto a questi rilievi di natura metafisica in funzione critica, de Sade incornicia il suo sistema in un contorno materialistico atomistico epicureo-illuminista, il quale però come abbiamo osservato non fa di questo fuori-di-sé “naturale”, rispetto a un tetico-logico “spinoziano”, un momento esclusivo e totalizzante. De Sade sembra parecchio idealista (filohegeliano ante litteram) distopico3: la Natura sadiana (intesa come Idea, il tetico-logico; diversamente come pulsione attivistica primordiale, la libido4), costituente l’Uno-in-tutti, persegue la sua realizzazione grazie alla massima libertà alla volta della violenza sgretolante qualsiasi freno morale o legale. Rileviamo inoltre un attivismo puntualizzato nei singoli personaggi sadici che rammenta la nietzschiana “volontà di potenza” andata al di là del bene e del male a scapito dei più deboli, di coloro i quali si erano rifugiati nelle aree di sicurezza tradizionali (morale, religione e diritto positivo). Nella filosofia di de Sade simile autonomo spazio d’azione personale, sottratto al controllo pubblico statale, costituisce una “tirannia privata”. Qui l’Io, naturalmente nello specifico quello capace di imporsi, si mostra un sovrano incondizionato, legittimato all’uso di qualsiasi forma di violenza e abuso, un “machiavellico principe” in salsa sadista. Le spiegazioni sadiane materialistiche possiedono sì la loro pertinenza, non vorrei ridurle ad artificio sofistico. Avendo impostato una analisi la quale fa una lettura “metafisica” del sistema sadista, preferisco quantomeno ascrivere il materialismo sadiano alla categoria critica interpretativa di “illustrazione fenomenica”, idest di chiarimento di come funziona la Natura in quanto fuori-di-sé hegeliano, senza che tutti i richiami da Lucrezio ai filosofi illuministi in merito perdano così valore concettuale, e senza però d’altro lato perdere l’approccio metafisico spinoziano-hegeliano. Vedo dialettica in de Sade: l’oltremorale della violenza rappresenta qualcosa di tetico, un obiettivo da raggiungere; esiste una teleologia della distruzione, della sofferenza, del dolore; osserviamo un “non-darsi-della-permanenza-positiva-dell’essere” che assurge a divoratore libidico della realtà. L’irrazionalismo si fa logica dominante: è un Assoluto hegeliano distopico, impazzito. Nel sadismo non c’è limite a niente, ma anche questa affermazione si manifesta pur sempre una partenza tetica, logico-progettuale: il campo che va da Spinoza ai materialisti ci presenta il distopico idealismo assoluto sadiano, con retrogusto presocratico-eracliteo (la cui dimensione dà meglio, con incisività, la cifra della mia introspezione sadista). Esso non permette all’essere umano emancipazione, anzi lo violenta, lo reifica attraverso l’abusatore sadico il quale infierisce sugli abusati. Qui la dialettica regredisce a una forma soggetto-oggetto, “attore sadico – vittima reificata”. Colgo pertanto in tale sistema di pensiero (da cui prendo ovviamente le distanze) la realizzazione dell’abuso quale conseguimento dialettico, quale compimento della meta nell’ottica di una, non solo sadista, razionalità-del-reale. Nell’originaria dialettica servo-padrone i due contendenti, in un modo o nell’altro marciavano poi avanti in direzione di una crescita positiva. Nella dialettica sadica l’abusato smette di essere un pari umano in relazione all’attore della violenza, il quale pensa sé come unico polo soggettivo legittimo davanti a un polo oggettivo (la vittima) strumento dell’incondizionato sadista piacere della violenza. Nell’idealismo sadiano l’atto sadico si svela “razionale”e non intollerabile irragionevole aberrante arbitrio. L’abuso concretizzatosi viene concepito come un momento di sintesi (il quale prescinde dalle vittime) dove il tetico-sadico proposito dell’abusatore transita sopra il (e a danno del) fuori-di-sé (abusato in competizione o meno) verso un positivo-sadico razionale. In un orizzonte completamente diverso da quello idealistico di Hegel, naufragata una trasposizione sistemica positiva della dialettica servo-padrone, si riesce a conservare la formula generale triadica della dialettica hegeliana. Nel sistema filosofico sadiano non importa il riconoscimento del servo-abusato ridotto a oggetto non più umano; la sintesi dialettica ventura avviene tra l’intenzione tetica di violenza da parte del sadico e il suo fine realizzato sopra l’oggetto-vittima che patisce sofferenza e dolore in virtù del suo atto violento. Quello che era il servo hegeliano, in de Sade l’abusato, diviene uno strumento per raggiungere il “positivo-sadico razionale”. La sofferenza e il dolore inflitti a questo consentono di superare l’alterità, l’opposizione di simile oggetto mostrantesi quale “negativo razionale sadico”. Il sistema sadista prospetta una tetica esigenza di violenza che l’abusatore deve compiere allo scopo di realizzare un progetto che ad avviso di de Sade è universale: la violenza quale “fine in sé” rende autentica e viva la “Sostanza spinoziana” (Deus sive Natura), la quale è connotata da attivismo, transitante nei suoi accidenti umani. Nel pensiero sadiano il gesto ideale è l’atto violento, questo connota la persona realizzante la propria natura secondo le radici tetiche, specialmente nello spazio della “tirannia privata”. Tutte le altre, imbelli, deboli, legate a modelli etici diversi, al cospetto dell’Assoluto sadista subiscono il destino della reificazione. A ben guardare il Dio biblico, non si può dire che egli disdegni l’uso della forza e della violenza in modo diretto e mediante i suoi rappresentanti: il sincretico Spinoza non mi dà l’impressione di essere spunto retorico in bocca a de Sade. La presenza di violenza e violenti nella “Bibbia” si rivela significativa, non mi stupirei se avesse influenzato la creazione sadiana. Caino ammazza il fratello e Dio lo protegge; la moglie di Lot trasgredisce in maniera irrilevante una divina proibizione e tale divinità protagonista la trasforma in una statua di sale (reificazione del corpo della donna); la regina Gezabele viene fatta a pezzi, quasi fosse passata dalle mani del medico sadico Rodin, e Dio non dice niente al riguardo; Dio stermina l’intera umanità, con eccezione di Noè e dei suoi, per mezzo di un diluvio universale (sadica cancellazione di ogni rispetto umanitario a vantaggio di un non caritatevole atto di morte violenta e globale: genocidio). Tanto per fare qualche esempio. Pare che la protagonista divinità biblica, dagli exempla veterotestamentari al sacrificio di Cristo, abbia una certa predilezione ad attuare i suoi programmi attraverso dinamiche cruente. Il che non è estraneo a quanto ho sin qui messo in evidenza nel sadismo. Sostenere che il Dio biblico sia sadico, e che la cosa abbia avuto una naturale prosecuzione nelle persecuzioni religiose cristiane, le quali si sono avvalse di sadici metodi di tortura e di condanna capitale, non rappresenta a mio giudizio un’affermazione iperbolica5. Di tutto questo mondo cristiano vediamo nei romanzi di Sade una aberrante, inquietante, disturbante trasposizione. Mi chiedo: questo scrittore francese ha messo in scena gli scheletri nell’armadio della civiltà cristiana? Nella mia valutazione di studioso già espressa e argomentata in alcuni miei lavori intellettuali, sadismo e Cristianesimo sono imparentati6. Abbiamo visto che la normale dialettica servo-padrone intercorrente tra due soggetti umani nei romanzi sadiani viene meno dacché la struttura qua diventa “soggetto umano – oggetto umano” (reificazione di un polo dialettico). Ho rilevato la presenza di simile meccanismo nella “Bibbia” e nell’azione storica successiva del Cristianesimo. L’esempio principe proviene dalla caccia alle streghe: le donne divengono particolare porta del Diavolo, e se sono considerate “ianua” in generale diventano “oggetto”; l’oggetto dell’assalto sadico indicato nella suddetta dialettica sadiana violentatore-vittima. Le donne abusate dai sadici nei romanzi di de Sade e le streghe vittime torturate dai persecutori religiosi cristiani stanno sullo stesso piano. La sofferenza e il dolore sono gli strumenti liturgici di una tanatolatria sadiana7, la quale concepisce l’abuso quale il momento del “negativo razionale hegeliano”, l’abusatore nella qualità di liberatore di se stesso attraverso la violenza, e la vittima come un momento del fuori-di-sé. L’annichilimento dell’umanità (reificazione, morte spirituale), la morte fisica liberano in simile perversa e patologica versione l’abusato. Nell’annientamento finale di questo in senso lato i due poli dialettici abusatore/abusato conseguono la Totalità monistica della Sostanza spinoziana, uno scioglimento nel Tutto dimostrante una sua interna logica sadica (da rifiutare categoricamente, puntualizzo) piegata verso l’Ombra junghiana. L’obiettivo dell’Assoluto sadiano (Deus sive Natura) è l’autorealizzazione del sadico la quale assorbe il negativo razionale dell’oggetto abusato: negare l’umanità di questo allo scopo di imporre (wille zur macht8) la signoria sadica costituisce il cuore di una dialettica dove la vittima perde la sua autonomia a vantaggio di una condizione strumentale. Qui il “signore-abusatore” si configura quale “padrone assoluto” (colui-che-libera-sé-mediante-l’abuso). Al fine di rafforzare alcuni aspetti di analisi lasciati aperti, mi concentrerò da ora a proseguire la dimostrazione della validità del mio impianto evidenziando le comunanze che collegano e mettono sullo stesso piano la religiosità biblica (mitologia e storia reale) e il sadismo mediante Spinoza. Al pensatore ebreo do il posto di chiave di volta nell’arco concettuale sadista: il monismo immanentistico razionalista protohegeliano formulato nel sistema spinoziano si presta quale ottima lente d’ingrandimento sul sadismo. E appunto consente di rimarcare cose cui non si presta molta attenzione se il taglio analitico non guida in direzione di strade poco calcate, ma fertili dal canto speculativo. Il Dio biblico principale rappresenta un patrono degli eserciti di Israele, e i loro componenti compaiono quali attori di violenza. Compaiono nel testo della “Bibbia” atti violenti e di uccisione in relazione ai quali tale divinità tutelare non formula sanzione o addirittura ne costituisce la causa (prossima in qualità di esecutore, remota in veste di mandante). Pensiamo al profeta Elia che con altri suoi compagni sfida e massacra poi i sacerdoti di Baal. Dio ha sterminato l’intera umanità con il diluvio universale senza guardare in faccia nessuno (bambini, donne, anziani, ammalati, disabili): neanche de Sade è giunto a tanto nelle sue aberrazioni. Oltre al genocidio mondiale nei libri biblici compaiono fatti che non sono meno disturbanti di quelli, sì più abbondanti, leggibili nei romanzi sadiani. Dio uccide la moglie di Lot tramutandola in un simulacro di sale, e poi, più in là, Anania e la moglie Saffira perché questi non hanno consegnato a Pietro e agli apostoli la cifra piena della vendita di un loro podere (la divinità neotestamentaria non ha apprezzato l’ipocrita somma decurtata). Proseguo con femminicidi in cui Dio non interviene. Un levita offre la sua concubina a un gruppo di violentatori, i quali la stuprano sino ad ammazzarla; lui la fa a pezzi (medesima sorte della regina Gezabele, mangiata dopo dai cani) da inviare come oggetti campioni. L’usurpatrice del regno di Giuda Atalia viene uccisa per volontà del sacerdote Ioiada. Ieu, unto re di Israele, ordina la morte della regina Gezabele facendola buttare giù da una finestra (il cadavere, oggetto di vilipendio, viene fatto a pezzi). Dio rammenta l’uccisione della Madianita Cozbi, appartenente a etnia nemica di Israele, e sollecita il ricorso alla violenza omicida contro i Madianiti. In aggiunta a tali exempla, i quali farebbero la loro figura nel corpus letterario di de Sade, voglio rammentare due casi biblici di violenza senza uccisione in cui Dio al pari di sopra non interviene a sanzionare l’illiceità dell’atto: Ammon stupra la sorellastra Tamar (figlia di Davide). Nuovo caso di incesto, il quale rappresenta una parafilia sadista, era stato quello delle figlie di Lot. Pure qui Dio resta estraneo, come per il cannibalismo (altra devianza sadista) in Samaria a causa di carestia. Tutte queste cose che ho elencato dalla “Bibbia” sono imparentate con il cosmo sadiano, e simile parentela nel suo costituire una gamma di reati nella giurisprudenza intercetta in molteplice e varia maniera il “Codice penale”. Però, di solito, gli esempi sadiani inquietano parecchio; se, raramente, evidenziati quelli biblici, si cerca con acrobazie sofistiche di dare una cittadinanza teologica a, per me inaccettabile, esercizio di violenza e pratica di devianza. Spinoza recava seco un’impronta valorizzante il fondo religioso ebreaico da cui lui emergeva. Lo faceva a modo suo, ma non aveva rigettato né il Dio biblico né il suo testo sacro. C’è un ponte, anche largo, fra spinozismo e sadismo: de Sade lo ha fatto diventare d’acciaio, a ben guardare, amplificando in forma letteraria la disturbante materia in guisa iperbolica. La “Bibbia” rappresenta una silloge distopica misogina e omofobica, in essa la riduzione in schiavitù costituisce materia la quale non viene condannata. Spinoza afferma che donne e schiavi devono stare sottoposti al potere maschile signorile. Cosa impedisce l’estensione sadica di una simile idea a fronte delle basi religiose spinoziane? De Sade ha attraversato un porta aperta. I bersagli prediletti dei sadici dell’autore francese sono le donne cui infliggere dolore e sofferenza. Il Dio biblico punisce Eva, in seguito al cosiddetto “peccato originale”, con il dolore e la sofferenza del parto. Non mi sembra che né lui né i suoi fedeli, alla luce delle cose messe in vetrina, siano estranei alla dimensione sadica nell’attuare i loro propositi. Con piacere si avvalgono della violenza, organica al loro modus operandi; causano dolore, sofferenza, morte, prescindendo da una vera etica. Il Dio biblico il quale infligge le piaghe agli Egiziani non lo fa di mala voglia, bensì con gusto (sadico) nel mostrare la sua vis. Stessa cosa dicasi per gli uomini combattenti massacratori al suo servizio (exemplum patologico significativo, il masochista kamikaze Sansone). Se vogliamo infine essere molto attenti e precisi (requisiti di uno studioso serio e obiettivo), dobbiamo dire, riallacciandoci a miei ragionamenti d’apertura qui, che la figura di Giuditta (la quale uccide e decapita Oloferne), a mio modestissimo giudizio, rappresenta una sorta di veterotestamentaria ortodossa Juliette. Quella non ortodossa è la neotestamentaria Salomè, causa di morte del masochista fanatico Giovanni il battista. Uno che risulta motivo della sua uccisione per via di un credo religioso estremistico, ai miei occhi rappresenta un masochista. Il campionario di tangenze sadico-bibliche non mi pare trascurabile. Io ritengo che il corpus biblico non contenga un’etica (nel senso aristotelico o kantiano), ma esponga una “pragmatica” del potere e della manipolazione, anche psicologica, individuale e di massa. Simile ultimo aspetto ha connotato, dal mio punto di vista storiografico, per secoli il Cristianesimo, e la Chiesa (nel pensiero di Simone Weil il sommo exemplum di totalitarismo, mater et magistra nella Storia di tutti i suoi omologhi epigoni). Mio compito ora quello di individuare, in brevissima sintesi, le comunanze tra testi sadiani e Inquisizione cattolica. A tal riguardo la dicotomia “inquisitore/libertino” disvela una rosa in comune circa macchine e tecniche di tortura focalizzata sui seguenti aspetti: sospensione/stiramento del corpo, frattura/rottura delle ossa, immobilizzazioni dolorose, torture con fuoco o strumenti arroventati o meno, percussioni, strangolamenti, isolamenti, denutrizioni e privamenti protratti, torture penetrative, torture con liquidi. Tale varietà trova il Dio biblico significativamente presente in un paio di riferimenti: annega l’umanità con l’acqua (diluvio universale), distrugge col fuoco uranico Sodoma e Gomorra (omofobia). Il suo inferno, che tormenta con fiamme le anime dei dannati, si segnala pure per spirito sadico. Nella mia monografia dantesca ho spiegato le prime due cantiche della “Divina Commedia” quali scenari di un “teatro del sadismo”9. Il corpus letterario di de Sade gode di basi non sospettate e di altri epigoni italiani non sospettati: Leopardi e Manzoni10. Rimane una mia intenzione, in questo mio lavoro d’esame e di riflessione, richiamare l’attenzione sull’attivismo umano idealizzato nella “Bibbia”. Questo, la “volontà di potenza” del popolo giudaico (Nietzsche)11, si è evoluto nell’Occidente, soprattutto protestante, in attivismo capitalistico weberiano. La Substantia spinoziana predilige l’attività lavorativa manifatturiera (Marx mediante Hegel lo ha compreso chiaramente12). De Sade dell’attivismo del Deus sive Natura spinoziano ha sviluppato il perverso lato libidico13. Al giorno d’oggi, distopico obiettivo della Substantia resta l’anarcocapitalismo.Riflettendo sul possibile sviluppo della Storia futura ho inserito il sadismo come gradino nella mia psicostoria14. A proposito di essa, mi sembra il caso di rilevare ed evidenziare alcuni dettagli huxleyani presenti in quel pamphlet sadiano intitolato “Français, encore un effort si vous voulez être républicains” inserito ne “La philosophie dans le boudoir”. Il Brave New World costituisce il quarto gradino della mia fenomenologia distopica ventura e precede il sadismo, al cui interno appunto c’è qualcosa di questo mondo utopico-negativo di Huxley. De Sade postula la liceità e l’istituzione di un regime sessuale di promiscuità dacché il singolo legame esclusivo rappresenterebbe un impedimento alla pretesa altrui: una simile forma di impossessamento a tempo indeterminato viene giudicata una lesione del disegno della Natura la quale offrirebbe tutte le donne a tutti pro tempore. Il quadro di principio si mostra analogo a quello del Brave New World, dove la distopia celebra un edonismo discutibile, però soft e non traumatico, hard, come nell’universo sadiano. De Sade propone l’istituzione di una prostituzione obbligatoria, la quale in sostanza ritroveremo in “Noi” di Zamjatin15, testo meno soft di quello huxleyano. Comunque nella hegeliana utopia negativa dello scrittore russo, non sono ammessi eccessi sadici i quali l’autore del corpus sadiano invece legittima nelle argomentazioni del suo pamphlet. De Sade, qui, tra l’altro, postula un autoritario primato maschile, e rivendica uno “spazio privato legalizzato” per l’esercizio del sadismo (in modo tale da non farlo concretizzare in contrasto con le pubbliche istituzioni). Nella mia cronologia distopica ho collegato i due gradini del sadismo e del Brave New World per mezzo di due simboli: i personaggi di Lenina Crowne e Juliette. La seconda costituisce una evoluzione della prima sotto il profilo psicologico: circa il sadismo, peggiora; riguardo alla qualità intellettuale, migliora. L’antieroina sadiana, in “Juliette” (edizione del 1801), così si esprime in compagnia del re di Napoli e di Sicilia Ferdinando di Borbone: «La frivolezza non è il mio vizio; non dico lo stesso del libertinaggio... lo tengo estremamente caro; ma le plaisir de foutre non mi rende cieca al punto di non poter discutere degli interessi dei diversi popoli della terra; la fiaccola delle passioni accesa contemporaneamente nelle anime forti, quella di Minerva e quella di Venere; alla luce di quest’ultima, je fouts come tua cognata [la regina Maria Antonietta]; ai raggi della prima, penso e parlo come Hobbes e Montesquieu». Completo le mie argomentazioni sulle analogie correlando sadismo, Chiesa e anarcocapitalismo. Quest’ultimo, nella mia visione critica, concerne una sorta di teoria di “tirannia privata sadiana”: in passato già parlai dello sfruttamento della manodopera in seno al capitalismo quale una forma di stuprum/prostituzione (abuso/vendita del corpo del salariato). Il procedimento di evidenziazione accennato comporta la rilevazione di una delicata problematica di cui a volte si sente e si legge nella cronaca mediatica: l’inammissibile abuso di soggetti minori. La “Bibbia”, dal canto suo, parla di sacrificio a Dio dei primogeniti anche umani; ma c’è pure a latere quell’episodio in cui dei ragazzini presero in giro, per via della sua calvizie, il profeta Eliseo, il quale li maledisse in nome della di lui divinità, cosicché due orse sbranarono quarantadue di quegli irriguardosi (immeritevoli di simile esagerata punizione). Se pensiamo che Sinesio di Cirene (amico e allievo di Ipazia d’Alessandria, trucidata da sadici cristiani) aveva risposto al problema della propria calvizie con ironia nel “Φαλάκρας εγκώμιον”, ci rendiamo conto, altresì in virtù di altro, che un illuminato autentico senso di “civiltà umana” latita nel testo biblico. Il 29 gennaio 1975 Michel Foucault tenne una lezione al Collège de France, durante il suo corso annuale (1974-75), nella quale affrontò il tema del “mostro morale” nella Storia e nella Letteratura. Il testo di quelle lezioni è stato poi pubblicato dall’editore Gallimard Le Suil (“Les anormaux”, 1999). Di questa menzionata da me riporto un piccolissimo estratto (tradotto) riguardante de Sade, avvalendomi del diritto di citazione previsto nella giurisprudenza francese allo “Article L122-5, 3° du Code de la propriété intellectuelle”, un brano grazie al quale si coglie meglio il rapporto esistente fra potere e forma di abuso testé richiamata.

L’autodistruzione della natura, che è un tema fondamentale in Sade, questa autodistruzione in una sorta di mostruosità scatenata, si realizza solo grazie alla presenza di un certo numero di individui che detengono un superpotere. Il superpotere del principe, del signore, del ministro, del denaro, o il superpotere del ribelle. Non v'è nessun mostro in Sade che sia politicamente neutrale e mediocre: o proviene dalla feccia del popolo e ha drizzato la schiena contro la società costituita, oppure è un principe, un ministro, un signore che detiene sopra tutti i poteri sociali un superpotere senza legge.

Non sia fuori luogo ricordare che Foucault in detta sua lezione rammentò la “mostruosità libertina” della regina Maria Antonietta, propagandata fra le masse dai contestatori della monarchia assoluta francese: nel brano sadiano di sopra, Juliette fa eco a questa campagna mediatica cui de Sade si prestò essendo dalla parte dei rivoluzionari. La mancanza di sostanziale originalità di tale insano di mente intellettuale francese appare anche più ampia. Il sadismo non si mostra un’invenzione di de Sade: questo molto colto, psicopatico, capacissimo scrittore francese assume soltanto il ruolo di profeta/filosofo del sadismo. Egli è una nottola di Minerva la quale vola sul far di una sera che non vedrà mai un’alba, imprigionata nella junghiana nigredo. Disinnescare la patologia sadica grazie al possibile disvelamento dei suoi profondi meccanismi è stato il fine della mia modesta analisi. Solo la Filosofia può salvare il mondo, però una Filosofia sana, la quale non subisca il fascino dell’Ombra junghiana. Solo la Filosofia può trovare l’elemento di regresso da Hyde a Jekyll. Ho selezionato un brano da “La nouvelle Justine” (edizione del 1797) per gridare che gli esseri umani non possono e non devono cedere alla fascinosa sirena sadiana (non puoi, quindi non devi). De Sade sostiene principi ideali i quali si collocano fuori della Civiltà umana: non è possibile giustificarli, tollerarli, accettarli, elogiarli. Essi guidano alla volta di atti immorali, reati e apologia di reato. L’imperium di una iusta lex rappresenta l’espressione del Logos, il quale accomuna e lega i suoi partecipanti. Chi delinque con disonestà e senza dignità, rubando, violentando, uccidendo, pone sé nella veste di soggetto ostile alla Società. L’ordine costituito non sarà perfetto al millimetro (si può sempre migliorare e perfezionare con il sincero impegno e la profonda riflessione giuridici), tuttavia chi ha dichiarato guerra all’Insieme sociale (difeso dal “Pubblico ministero” nei Tribunali dello Stato) rimane un nemico da neutralizzare in forme civili e umane. Chi insegna e/o pratica quanto affermato nel seguente brano costituisce un "cattivo maestro".

Il movimento è l’essenza del mondo; eppure non può esserci movimento senza distruzione; quindi la distruzione è necessaria alle leggi della natura; quindi chi distrugge di più, essendo colui che impone il maggior movimento alla materia, è allo stesso tempo colui che meglio serve le leggi della natura. Questa madre di tutti gli uomini ha dato a tutti un eguale diritto a tutte le cose. È permesso, nell’ordine naturale, a ognuno di fare ciò che gli aggrada contro chiunque, e ciascuno può possedere, usare e godere indiscriminatamente di ciò che ritiene buono [peut posséder, se servir et jouir indistinctement de tout ce qu’il trouve bon]. L’utilità è la regola della legge [L’utilité est la règle de droit]. Basta che un uomo desideri una cosa, per accertarne la necessità per lui, e, dal momento che questa cosa gli è necessaria, o semplicemente gradita, è giusta [du moment que cette chose lui est nécessaire, ou simplement agréable, elle est just].



NOTE
 
Questo scritto è un estratto del mio saggio intitolato “De Sade et quid ‘Squid game’ docet
https://drive.google.com/file/d/1w1eiLrLPYAHrutkGQ-D5CvwmY06lXRKo/view
https://www.academia.edu/143597543/De_Sade_et_quid_Squid_game_docet
 
1 Si veda nella mia monografia Distopie occidentali (2023) il segmento Il nevrotico e distopico idealismo di Spinoza.
https://danilocaruso.blogspot.com/2023/05/il-nevrotico-e-distopico-idealismo-di.html
 
2 Segnalo il mio scritto intitolato Dall’inno stoico a Zeus di Cleante alla fondazione del Cristianesimo contenuto nella mia opera Prospettive rinnovate (2023).
https://danilocaruso.blogspot.com/2023/08/dallinno-stoico-zeus-di-cleante-alla.html
 
3 Affinché il quadro da me offerto non appaia assurdo a uno sguardo superficiale, rammento che prima di me e riguardo ad altro eminente materialiste, Karl Marx, il filosofo Costanzo Preve ha sostenuto la presenza di una forma idealistica hegeliana pura nel sistema marxiano. Evidentemente l’asse Spinoza-Hegel sembra coprire un campo ideologico omogeneo più esteso del previsto.
 
4 In un altro mio precedente lavoro di analisi rivolto al pensiero sadista ho impostato l’esame dal punto di vista dell’osservazione psicanalitica relegando l’autore francese sul lettino: La tanatolatria di de Sade, nella mia pubblicazione Filosofie sadiche (2021). In tale studio ho parlato del ruolo della libido nel cosmo sadiano. Rinvio alla sua lettura al fine di recuperare quella visione complementare che non esclude la presente strutturata in diversa guisa. Qua de Sade è stato pesato su una differente bilancia, di stampo filosofico. Quest’altro metro non cancella il primo, armato di mezzi presi dalla psicanalisi di Freud e dalla psicologia analitica di Jung. Il metro filosofico toglie de Sade dal lettino, poiché lui è stato un filosofo. Gli restituisce in qualche modo una parità nel confronto con me: non è più la “mia” lettura psicanalitica a bloccarlo, è la “sua” costruzione filosofica sadista a farsi avanti da sé. Come in Spinoza alzare un braccio e pensare di alzare quel braccio costituiscono la medesima cosa nella Substantia, così leggere le mie due analisi su de Sade significa leggere lo stesso soggetto da complementari utili angolazioni.
https://danilocaruso.blogspot.com/2021/01/la-tanatolatria-di-de-sade.html
 
5 Accanto ai miei pertinenti lavori, suggerisco di andare a vedere Storia criminale del Cristianesimo (Ariele, tomi I-X: 2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006, 2007, 2010, 2013) di Karlheinz Deschner.
 
6 Ne ho parlato in alcuni miei saggi: Teologia analitica (2020), nella parte recante il titolo Cristianesimo razionale e nazional-socialismo in Thomas More; Filosofie sadiche (2021), nella sezione intitolata L’irrazionalismo nevrotico di Kierkegaard; Oscurantismo e irrazionalismo del Cristianesimo in Tertulliano (2023); Studi illuministi (2024).

https://danilocaruso.blogspot.com/2020/07/cristianesimo-razionale-e-nazional.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2020/12/lirrazionalismo-nevrotico-di-kierkegaard.html

https://www.academia.edu/106504462/Oscurantismo_e_irrazionalismo_del_Cristianesimo_in_Tertulliano

https://www.academia.edu/122120564/Studi_illuministi
 
7 Vedi nota 4.
 
8 In direzione di un approfondimento il mio studio anche nietzschiano indicato nella nota 10.
 
9 Parricidio dantesco (2021).
https://www.academia.edu/47754422/Parricidio_dantesco
 
10 A proposito di sadismo in questi due autori, due miei studi: Leopardi e Nietzsche: i profeti del male?, nel saggio indicato in nota 3; la monografia Sadismo e oscurantismo religioso in Alessandro Manzoni (2025).

https://danilocaruso.blogspot.com/2021/02/leopardi-e-nietzsche-i-profeti-del-male.html

https://www.academia.edu/130097555/Sadismo_e_oscurantismo_religioso_in_Alessandro_Manzoni
 
11 Si veda la nota 8.
 
12 Per approfondire consiglio di leggere nella mia opera Critica dell’irrazionalismo occidentale (2016) recante il titolo Il gioco capitalista degli Elohiym falsi e bugiardi.
https://danilocaruso.blogspot.com/2016/10/il-gioco-capitalista-degli-elohiym.html
 
13 Vedi nota 4.
 
14 In calce il quadro sinottico e appresso l’elenco dei miei specifici scritti inerenti alla mia filosofia della distopica storia ventura (psicostoria). Ciascun testo in merito è presente all’interno di miei saggi (la sequenza è cronologica in relazione alla pubblicazione). Tali miei lavori sorgono come analisi autonome che parallelamente si offrono a illustrare l’intreccio ipotizzato in una cornice dotata di una interiore logica.
 
1) Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (saggio del 2015);
https://www.academia.edu/14615660/Il_capitalismo_impazzito_di_Aldous_Huxley
 
2) La terribile distopia di H. G. Wells, in Critica letteraria (2017);
https://danilocaruso.blogspot.com/2016/11/la-terribile-distopia-di-h-g-wells.html
 
3) La tanatolatria di de Sade, in Filosofie sadiche (2021);
https://danilocaruso.blogspot.com/2021/01/la-tanatolatria-di-de-sade.html
 
4) Una distopica ginoide contro la mantide religiosa, Sex doll prima del Brave New World, Tra Primavera Bobinski e la sadista Justine, Attacco all’inconscio collettivo, in Letteratura e psicostoria (2022);
https://www.academia.edu/75613515/Letteratura_e_psicostoria
 
5) Induismo e Occidente, in Partita a scacchi (2022);
https://danilocaruso.blogspot.com/2022/10/induismo-e-occidente.html
 
6) La distopia della sciocchezza dei fratelli Strugatzky, in Distopie occidentali (2023);
https://danilocaruso.blogspot.com/2023/05/la-distopia-della-sciocchezza-dei.html
 
7) Intelligenza artificiale e stupidità naturale, in Ritorno critico (2024).
https://danilocaruso.blogspot.com/2024/05/intelligenza-artificiale-e-stupidita.html
 
8) Teologia transumanistica e transgenderista, in Novità e ripresentazione (2025).
https://danilocaruso.blogspot.com/2025/02/teologia-transumanistica-e.html



 
15 A questo romanzo distopico ho dedicato una mia monografia: L’antipanlogismo di Evgenij Zamjatin (2015).
https://www.academia.edu/13469501/L_antipanlogismo_di_Evgenij_Zamjatin

04 marzo 2025

OMBRE DISTOPICHE E LUCI DI REALTÀ NEL “MANIFESTO SCUM”

di DANILO CARUSO

La mia lettura del “Manifesto SCUM” (1967) di Valerie Solanas (1936-1988), discussa intellettuale femminista americana, ha prospettato l’occasione di rilevare aspetti di pensiero prossimi ai miei, e di poter dunque formulare considerazioni critiche in tal direzione, al fine di evidenziare meglio e con precisione tangenze e differenze. L’autrice di questo testo analizzato è una sostenitrice del femminismo, come me. Questo non vuol dire però che io mi allinei in maniera automatica, senza esprimere, allorché reputi giusto, obiezioni, alla posizione di ciascuna pensatrice femminista. Sebbene giudichi di enorme spessore alcune spiegazioni del “Manifesto SCUM”, non posso di certo condividere l’aspirazione al genocidio degli uomini espresso proprio nell’incipit, dove si auspica una gilmaniana herland in salsa transumanistica. Bocciata con fermezza l’innaturale ambizione di soppressione del sesso maschile, posso cominciare a indicare contenuti dello scritto in esame i quali mi sono più che vicini nel momento in cui si scartano come una caramella buttando via quel rivestimento protettivo così astioso ed estremista. Una cosa che ho notato subito proviene dal ribaltamento della cristiana valutazione patristico-scolastica a proposito della donna. Tommaso d’Aquino dice nella “Summa theologiae”: «Quod sexus masculinus est nobilior quam femineus, ideo humanam naturam in masculino sexu assumpsit [filius Dei]»1. Valerie Solanas nega la superiorità del sexus masculinus, e afferma: «Essere maschio equivale a essere difettoso, emotivamente limitato; la mascolinità è affetta da deficit e i maschi sono emotivi zoppi». Io sono junghiano e comprendo che ciò possa essere possibile, diffuso, anche se non accetto la sottolineatura della scrittrice americana in funzione di rilevamento ontologico. Lei ci fa notare dei gravissimi difetti degli uomini, ma non significa che questi siano strutturali. Per me sono indotti dal sistema sociale e familiare di crescita e formazione. Agli occhi di Valerie Solanas indubbiamente simile concorso c’è, però più come ritorno di un riflesso naturale. Io voglio credere che la Natura dia a ciascun essere umano alla nascita capacità di base uguali, poi magari non sviluppate a causa di un motivo o di un altro. Che siano di più i maschi a perdere la retta via, potrei dirlo pure io vedendo l’andamento del mondo. La guerra a me sembra un prodotto quasi del tutto maschile. Comunque riprendiamo il filo del “Manifesto SCUM” perché vorrei fare osservare il modo in cui sin da subito Valerie Solanas si è mostrata vicinissima alle mie idee psicanalitiche2. Io in passato ho diviso, sotto un profilo categoriale, gli esseri umani in due tipi in relazione al grado di maturità libidica. Ho denominato il primo gruppo i “freudiani”, poiché costoro agiscono sulla spinta pulsionale più animale, dove le pulsioni elementari e basilari sono fari spettrali arginati dal “principio di realtà”: per comprendere le problematiche di costoro basta la concezione psicanalitica della libido di Freud. Tuttavia i “freudiani” non sono gli unici tipi umani, ve ne sono di più maturi. Questi io chiamo “junghiani”, e a loro bisogna applicare la psicologia analitica di Jung. Non che questa non valga pure per gli altri su menzionati, però ogni tipologia umana – nella mia visione – possiede quel livello di evoluzione spirituale, libidica, il quale pone ogni individuo (uomo e donna) su uno scalino più in alto o più in basso a seconda del suo essere in atto. A mio avviso l’autrice del “Manifesto SCUM” ha colto la presenza nella maggioranza degli uomini di una libido freudiana, e ha generalizzato in assoluto, in direzione estremistica. Non aver colto la possibilità di tipi “junghiani” maschili, secondo me, è stato un errore nevralgico di Valerie Solanas: esistono, sebbene in minoranza, uomini non del tutto presi dalle pulsioni freudiane, i quali hanno raggiunto un orizzonte libidico logico-creativo. Allo scopo di rendere meglio l’idea di opposizione tra “freudiani” e “junghiani” richiamo la dicotomia frommiana “avere/essere”. La pensatrice americana ha ragione a dire che gli uomini “freudiani” non sono razionali e sono sudditi delle pulsioni libidiche primordiali. Non le si può muovere nessun appunto in merito a ciò. Persino quando li definisce – nel migliore dei casi – «una noia totale». Me ne sono accorto – con grande rammarico – pure io. Se l’amicizia, come dice Cicerone, risulta una sorta di solidarietà di specie, passare tempo coi “freudiani”, connotati dal diffuso attributo della chiusura mentale (non è affatto una questione di acculturazione), si rivela fra le più sgradevoli perdite di tempo3. Tra me e me pensavo, a proposito della mia dicotomia tipologica libidica, parafrasando un po’ Aristotele, un po’ Orwell, che gli esseri umani sono animali razionali, tuttavia alcuni sono più animali degli altri. La mia elegante ironia intellettuale viene superata dalla crudezza di Valerie Solanas. Davanti a lei gli uomini, concettualmente equivalenti alla mia più lucida categoria dei “freudiani”, si mostrano essere qualcosa di intermedio «tra la creatura umana e la scimmia». Se da un lato non posso e non voglio sostenere lo sterminio fisico di simili persone, in seguito a ovvie ragioni umanitarie, dall’altro non mi è possibile replicare che l’autrice del “Manifesto SCUM” abbia asserito qualcosa senza né capo né coda. Io rispetto l’umanità nei miei simili, in qualunque grado libidico. L’impegno di una coscienza filosofica dev’essere quello di spronare gli altri a crescere, non di abbattere i diversi. Il mondo si rivela vario; mi sembra il caso di dargli un ordine più sano, più giusto, più buono. E fra le cose che non vanno v’è un maschilismo più o meno femminicida, un maschilismo il quale a mio modo di valutare si è tramandato sin a oggi all’interno della società occidentale, silenziosamente, grazie alla sedimentazione inconscia della misoginia cristiana4. Quanto ho appena detto pare non essere poi neanche un mistero per Valerie Solanas, la quale, forse in maniera inconsapevole, polemizza con Kierkegaard5. Al cospetto del teologo danese gli uomini hanno il loro baricentro mentale dentro la propria persona, mentre le donne lo proiettano sull’esterno. Per la mentalità kierkegaardiana la prima cosa si rivela un pregio, la seconda un deficit. L’autrice del “Manifesto SCUM” ripropone il quadro del Danese, ma ne ribalta i valori: l’egocentrismo maschile si mostra il difetto, la proiezione (agapica) femminile il merito. Personalmente non sento di dover difendere la convinzione del pensatore religioso protestante. Allorché Valerie Solanas sostiene, da un punto di vista biologico, che «il maschio è una femmina incompleta» sovverte una lunga linea temporale misogina che attraversa punti quali Aristotele (il campione filosofico del Cattolicesimo) e Freud (teorizzatore del femminile “complesso di castrazione”). La pensatrice americana inverte i ruoli tramandati e sostiene che «definire animale un uomo vuol dire adularlo; lui è una macchina, un walking dildo. [...] Le donne, in altre parole, non hanno penis envy; gli uomini hanno pussy envy». A seguire fa rilevare alcuni aspetti meritevoli di un consono approfondimento. Ricorda che gli uomini (i “freudiani”) sono kierkegaardiani seduttori in pectore, e che tale vocazione sia l’espressione di una inconscia voglia transgenderista. La manchevolezza ontologica del femminile posseduta dal maschio lo spingerebbe a erigere un firewall: «Scopare [«screwing», variante di “fucking”] rappresenta, in relazione a un uomo, una difesa contro il suo desiderio di essere una femmina». Valerie Solanas ha altresì chiarito che l’uomo nel suo essere deficitario cerca comunque di imitare le donne nella di queste proiezione interpersonale esteriore dove abitano i più nobili valori contrapposti all’egoismo. Le donne sarebbero peraltro vittime dell’effetto di ritorno di suddetto colpo di mano, il quale rovescerebbe su di queste la negatività di condotte maschili riadattate in un misogino immaginario al femminile. In simili osservazioni dell’autrice c’è un fondo di verità, il quale io miro a ispezionare con una lente di ingrandimento junghiana. Valerie Solanas ha affermato che all’uomo manca la dimensione femminile. Secondo me ella ha avuto una forte intuizione junghiana, solo che si è fermata alla superficie della questione non oltrepassando lo stretto schema biologico naturale. Io vedo questa carenza negli uomini “freudiani” nella veste di mancato collegamento da parte dell’Io con la controparte psichica junghiana dell’“anima”. Ecco l’origine di tutti gli squilibri maschili evidenziati dall’autrice del “Manifesto SCUM”: il blocco del “processo di individuazione”. Nel caso contrario viene fuori un’armonia interiore. Il che, quantunque non la cosa comune, testimonia la guisa in cui la scrittrice americana sbaglia a generalizzare il suo anatema a scapito di ogni uomo. Lei ha ampi tratti di ragione, però esistono imprecisioni estensive e intensive non trascurabili, le quali sono foriere di un estremismo non condivisibile. La mia analisi non si prefigge di ripercorrere punto per punto le enunciazioni del “Manifesto SCUM”, bensì di indicare ombre e luci in rapporto ai miei interessi di studio e al mio pensiero. Così, ad esempio, trovo molto degno di nota il richiamo di Valerie Solanas a una liberazione del tempo umano dal lavoro produttivo e industriale attraverso l’uso di tecnologie sostitutive della massa dei lavoratori6. Una cosa di cui ella però non ignora le conseguenze immediate: gli uomini (i “freudiani” puntualizzo io) piomberebbero prigionieri della loro aridità interiore, improduttiva e sterile, da cui distrazione era il compito professionale, lavorativo, in precedenza svolto. Questo deserto dello spirito ingabbiato dal potere della retribuzione pecuniaria e dalla sottrazione di tempo libero causerebbe una catastrofe mentale in simili vuoti individui (incapaci da sé di una elevazione “junghiana”). Aggiungo io quello che per me farebbe la libido freudiana non sottoposta alla servitù del lavoro. E per renderlo evidente ricordo l’esperimento condotto dall’etologo John Calhoun, denominato UNIVERSO 25, dove gruppi di topi messi nelle migliori condizioni di sopravvivenza culminano dopo fasi degenerative in un destino di estinzione7. In parole povere i “freudiani” possiedono una natura autodistruttiva, e Valerie Solanas lo ha capito. A beneficio delle donne chiede la soppressione del modello sociale fondato sul lavoro retribuito, giacché l’uguaglianza di trattamento all’interno di questo protrarrebbe la condizione del disagio femminile (ossia degli “junghiani” capaci di gestire al meglio il loro tempo libero). Inoltre la scrittrice sottolinea come i soldi siano uno strumento maschilistico di potere. Anch’io ho parlato, in generale, anni addietro della facoltà del denaro di tramutare in una specie di divinità il capitalista in quanto i soldi sono certificati di tempo condensato nel senso che consentono di ottenere ciò che si vuole in maniera più rapida quanti più se ne hanno in luogo di dover lavorare a lungo al fine di ottenerli in previsione di una determinata acquisizione8. La vita espropriata del lavoratore così dura un giorno, mentre chi ha accumulato denaro potrebbe vivere, nel paragone, mille anni di libertà. Valerie Solanas ha chiara questa situazione, perciò non accetta la par condicio lavorativa fra i sessi, dacché aggiunge schiavitù a schiavitù. Nel “Manifesto SCUM” il rilevamento che la “famiglia borghese”, di stampo maschilista, abbia ridotto l’essenza femminile alla sua funzione materna contesta qualcosa di ormai accertato che i nuovi tempi hanno criticato in vario modo: l’uomo eterosessuale borghese donnaiolo e padre di famiglia era un’icona antiLGBT. Oggigiorno quell’appiattimento di matrice veteroreligiosa cristiana è stato cancellato di parecchio. L’ortodossia borghese stessa si è aperta verso qualcosa ancora di non ben definito. Non è priva di sale la seguente affermazione di Valerie Solanas: «Non v’è ragione perché una società composta di esseri razionali in grado di empatizzare inter se, completi e privi di un naturale motivo di competere, dovrebbe avere un governo, leggi o leader». Non sono mai stato simpatizzante di aspirazioni anarchiche, però, d’altro canto, non me la sento di scartare l’ipotesi in virtù di cui una società senza “freudiani”, composta di soli “junghiani” individuati, possa sopravvivere con una rete organizzativa ridottissima, funzionale al soddisfacimento dei bisogni naturali e non alla repressione di crimini. Potrebbe, per me, darsi che la disonestà, la brama, l’invidia, la violenza, siano tendenzialmente e soprattutto “freudiane”. Uno stato razionale di Natura non dovrebbe avere, altresì, nevrosi di alcun tipo, poiché ognuno vivrebbe in armonia, libero e soddisfatto, con tutto il resto. Il “Manifesto SCUM” prospetta qualcosa del genere, che superi le sovrastrutture maschilistiche di potere e di pensiero. Abbiamo visto che la dicotomia radicale del testo analizzato risulta essere “maschile/femminile”. Ho detto che la considero valida se sviluppata in direzione archetipica junghiana, operazione non compiuta da Valerie Solanas, cui riconosco grandi capacità di analisi accanto a questi da me considerati limiti non da poco. Quella coppia oppositiva “maschile/femminile” in tal modo può concettualmente riversarsi nella mia dicotomia “freudiani/junghiani”. Alla luce di quanto ribadito si potrà leggere questi brani del “Manifesto SCUM”, interpretandoli mediante la chiave di lettura del mio pensiero allo scopo di capire la guisa in cui essi dicano delle verità eclatanti, inossidabili, cristalline: «L’amore non è dipendenza o sesso, ma amicizia, e perciò, l’amore non può esistere tra due maschi, tra un maschio e una femmina o tra due femmine, uno o ambo di chi è un irragionevole, insicuro, fa il mezzano al maschio; come la conversazione, l’amore può esistere soltanto tra due soggetti femminili sicuri, autonomi, indipendenti, dacché l’amicizia è basata sopra il rispetto, non sul disprezzo. [...] L’amore non può fiorire dentro una società fondata sui soldi e sul lavoro senza motivo: esso richiede completa libertà economica così come personale, tempo a disposizione e l’opportunità di impegnarsi in attività intensamente coinvolgenti, emotivamente soddisfacenti le quali, nel momento in cui condivise con quelli che ti rispettano, conducono all’amicizia profonda. La nostra “società” non fornisce in pratica nessuna opportunità di impegnarsi in tali attività». L’errore di Valerie Solanas – ripeto – è stato quello di rimanere impantanata sopra una superficie fisiologica dei sessi: non tutti gli uomini sono da buttare, non tutte le donne sono esenti da pecche. Se ci sono nel mondo elementi umani negativi non si deve però affatto procedere alla loro soppressione, come suggerito dalla pensatrice americana. Bisogna correggere e educare meglio, mirando a conseguire la scomparsa di discriminazioni e reati, non la disintegrazione dei loro artefici. Al di là di questi limiti concettuali, molto distorcenti secondo me nell’obiettivo di ottenere la più nitida comprensione, il “Manifesto SCUM”, nella mia emendante lettura filojunghiana, continua a proporre contenuti e osservazioni molto significativi e profondi. I “maschi (Solanas) / freudiani (Caruso)” sono «insipid [insipidi, sciocchi, insulsi]»; chi appartiene a questa categoria «non avendo niente in interiore non ha niente da dire». Si rivela osservabile che, come rimarca la pensatrice americana, certe pseudoculture e pseudoacculturazioni producano amorfi pupazzi e figuri, i quali sono vuoti ripetitori di un’ortodossia ideologica la quale piega una massa di soggetti acritici ad assorbire e rispecchiare la sua vulgata. Sono d’accordo con Valerie Solanas sul fatto che Arte e Cultura debbano configurarsi quali divertimenti e non come strumenti manipolatori. E non trascuriamo che ciò è un’affermazione perfettamente junghiana: la libido non è solo pulsione sessuale o pulsione di soddisfacimento di altri fisiologici bisogni. La stessa violenza, ci dice il “Manifesto SCUM”, si mostra ingiustificata e ingiustificabile da parte dell’essere umano perché rappresenta un risvolto di frustrazione, una manifestazione libidica inaccettabile in un soggetto razionale che non sia regredito all’animalità pervadente. L’esercizio della sessualità, dal canto suo, non costituisce il top offerto dalla libido: è tipico del regno animale non umano, ma nessuna bestia ha mai scritto un libro o creato un’opera d’arte. Nei maschi (freudiani) Valerie Solanas sostiene, in maniera corretta, che ci sia un’opinione bestiale predominante, e infatti parla del «maschio il cui ego consiste nel suo cock» (nulla di più esatto – credo – si potrebbe dire dei freudiani uomini). Non che si debba abbandonare naturalmente il congresso carnale, tuttavia la più elevata manifestazione libidica si rintraccia nella creatività intellettuale. I “freudiani” vivono soltanto la parte bassa della libido; la dimensione animale direbbe l’autrice del “Manifesto SCUM”, in un travaglio interno il quale sul serio opera sacrifici e fatica alla volta di tenere in piedi il “principio di realtà”. Da qui nevrosi, violenza, etc. Gli “junghiani” (le donne in Solanas) patiscono la dittatura dei primi, una tirannia della maggioranza (Alexis de Tocqueville, John Stuart Mill). Il congresso carnale assume un compito essenziale nella riproduzione della specie umana e nella costruzione della famiglia (la quale, assieme allo Stato, costituisce ai miei occhi una società naturale), eppure, al di là di ciò, nella considerazione biologica, in sé non rappresenta qualcosa di molto spirituale; da un punto di vista umano, differente da una valutazione formulata all’interno di un’area che raccoglie tutto il resto del genere animale naturale, esso rimane in generale un’apprezzabile attività ricreativa. Il “Manifesto SCUM” evidenzia una gerarchia libidica di stampo junghiano, però smarrendosi in herland: mi sono preso l’incarico di tirarlo fuori da simile selva correggendone i ritenuti distorsivi sbagli concettuali di fondo (sempre ovviamente operando dalla mia ottica). In ogni caso non posso far a meno di dare ragione ancora una volta a Valerie Solanas quando rammenta il modello maschile dell’infido cagnolino delle donne, testimoniante l’insensatezza logica di chi vive la dimensione libidica maschile in maniera parziale. L’ultimo segmento presentato nel “Manifesto SCUM” espone un progetto distopico già in precedenza proclamato: cancellare il genere maschile dalla faccia della Terra. Esso costituisce un proposito irrazionale, innaturale, non avallabile. Se Valerie Solanas ha esposto altre idee, le quali in qualche modo sono riuscito a salvare, qua debbo esternare la mia netta contrarietà, ma non in quanto uomo eterosessuale cisgender, ma in quanto ζῷον λόγον ἔχων. Non posso per niente simpatizzare a favore di una involuzione in direzione della distopia quantunque femminista. Nel momento in cui qualsiasi buon motivo perde la bussola del Logos e si spinge a reclamare le sue ragioni patrocinando l’uso della violenza, di pratiche discriminatorie, di forme totalitarie, non è ammissibile accodarsi ai sostenitori di catastrofi. Simile aggressivo estremismo è da bocciare e stigmatizzare. Valerie Solanas, purtroppo, lo ha perseguito in concreto in un per fortuna tentato, in quanto fallito, omicidio plurimo: Andy Warhol e Mario Amaya feriti da colpi di pistola nel 1968 riuscirono a salvarsi. Quell’atto lesivo sembra essere stato animato da misandria e paranoia. Allorché si toccano simili punte di deviazione dal lecito uso della volontà ogni rivendicazione legittima si macchia in maniera indelebile. Non possiamo omettere di rilevare diversi tratti distopici nel “Manifesto SCUM”. Se in un Vangelo apocrifo il Messia dichiarò che in Cielo non sarebbero entrate le donne se non trasformate in uomini, Valerie Solanas afferma il contrario in relazione alla fase di transizione verso herland: alla volta di un orizzonte transumanistico i maschi dovrebbero assumere una integrale vocazione transgender. La pensatrice americana inoltre prospetta, nel contesto dell’eliminazione del genere maschile, di far proseguire l’esclusiva specie umana femminile con inseminazioni mirate delle donne: qualcosa in stile Brave New World9. Simili distopici auspici non possono che farmi esprimere una netta disapprovazione di tali desideri. Il “Manifesto SCUM” nella mia visione critica, rappresenta il nodo che unisce due fili provenienti da “Herland” di Charlotte Perkins Gilman e “The power” di Naomi Alderman10. Si tratta di due romanzi, per me entrambi distopici, i quali, in virtù da parte del primo dell’essere stato concepito quale una utopia, stanno fra di loro come una sorta di tesi e antitesi, momento hegeliano che trova una sua sintesi nel “Manifesto SCUM”. La distopia di Naomi Alderman disinnesca questo femminismo deviato, eversivo, violento. Valerie Solanas ha studiato psicologia, e ha avuto fortissime intuizioni le quali, purtroppo, secondo la mia impostazione analitica, ha spinto in una direzione sbagliata. Se ripartiamo dalla sua stazione e non abbandoniamo il binario della Ratio, giudico che quel pensiero possa esprimere un prodotto meritevole di scientifica attenzione e non di esclusiva censura. Le traversie esistenziali di Valerie Solanas hanno avuto un indubbio peso, e a esse addebito il demerito di aver alimentato l’estremismo della pensatrice americana.

 
NOTE
 
 
1 Nella mia monografia Teologia analitica (2020) si trova un segmento intitolato L’irrazionale misoginia tomista che consiglio di leggere a chi vuol approfondire.
 
2 Riguardo a esse indico, sulla strada dell’approfondimento, un mio testo: Le implicazioni filosofico-politiche del mio schema psicanalitico, nella mia opera Storia e pensiero (2023).
 
3 Piuttosto senechiana la mia valutazione. Pertanto colgo l’occasione di segnalare un pertinente mio studio a chi volesse andare oltre: Il severo monito di Seneca, nella mia pubblicazione Critica letteraria (2017).
 
4 Indico, in rapporto al tema, una mia analisi, la quale riporta nelle note ulteriori rimandi ad altri miei scritti in merito. Detto studio è una sezione della mia monografia Oscurantismo e irrazionalismo del Cristianesimo in Tertulliano (2023), una parte dedicata al De cultu feminarum (pagg. 8-17).
 
5 Del pensiero kierkegaardiano ho discusso in un esame critico all’interno del quale ho pure trattato della mia dicotomia “freudiani/junghiani”. Si trova nel mio saggio Filosofie sadiche (2021) e reca il titolo L’irrazionalismo nevrotico di Kierkegaard.
 
6 Questo tema è stato toccato da un romanzo utopico americano il quale è stato oggetto di una mia analisi. Non reputo fuori luogo indicarla a chi volesse condurre approfondimenti tematici: La libertaria critica al capitalismo selvaggio di Robert Anson Heinlein, nella mia pubblicazione intitolata Distopie occidentali (2023).
 
7 UNIVERSO 25 è stato un esperimento significativo rivelante un’affinità con la mia filosofia della distopica storia futura, in particolar modo presso gli ultimi tre gradini temporali (“Brave New World”, “sadismo” e “mondo di Eloi e Morlock”) dove alcuni aspetti dell’esperienza registrata dall’americano Calhoun si mostrano confacenti: disgregazione degli schemi relazionali canonici, pansessualità, violenza, cannibalismo. Per chi volesse saperne di più sulla mia psicostoria riporto il prospetto sinottico e l’elenco dei miei pertinenti scritti.
 

 
1) Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (saggio del 2015);
 
2) La terribile distopia di H. G. Wells in Critica letteraria (2017);
 
3) La tanatolatria di de Sade in Filosofie sadiche (2021);
 
4) Una distopica ginoide contro la mantide religiosa, Sex doll prima del Brave New World, Tra Primavera Bobinski e la sadista Justine, Attacco all’inconscio collettivo in Letteratura e psicostoria (2022);
 
5) Induismo e Occidente in Partita a scacchi (2022);
 
6) La distopia della sciocchezza dei fratelli Strugatzky in Distopie occidentali (2023);
 
7) Intelligenza artificiale e stupidità naturale in Ritorno critico (2024).
 
8 Per approfondire il discorso suggerisco la lettura dentro la mia opera Critica dell’irrazionalismo occidentale (2016) della parte recante il titolo Il gioco capitalista degli Elohiym falsi e bugiardi.
 
9 Al celeberrimo romanzo huxleyano ho dedicato una monografia: Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015).
 
10 Tali testi sono stati materie di miei studi. Ne sono scaturiti due scritti: Il femminismo distopico di “Herland” e La complessa distopia di Naomi Alderman, rispettivamente nelle mie opere Letteratura e psicostoria (2022) e Prospettive rinnovate (2023).

https://danilocaruso.blogspot.com/2022/01/il-femminismo-distopico-di-herland.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2023/08/la-complessa-distopia-di-naomi-alderman.html