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23 giugno 2025

I PROFILI SADISTI DI LUCIA E GELTRUDE MANZONIANE NEL “FERMO E LUCIA”

di DANILO CARUSO


Il n’y a de délicieux au monde
 que les jouissances despotiques; 
il faut violenter l’objet que l’on désire.

D. A. F. de Sade, “La nouvelle Justine”


Il “Fermo e Lucia” di Alessandro Manzoni (1785-1873) è un romanzo che costituisce il primo stadio (1823) da cui si evolverà la versione ufficiale de “I promessi sposi” (1827), poi di nuovo rivista sotto il profilo linguistico a beneficio della lingua italiana toscaneggiante (1840). Il manoscritto del 1821-23 fu integralmente pubblicato nel 1916 a cura di Giuseppe Lesca dalla Società anonima editrice Francesco Perrella a Napoli. Da tale edizione provengono i pochi brani citati. A me della prima originaria opera qua interessano solo gli aspetti concettuali in quanto la mia analisi predilige i dettagli che più si prestano alla lettura psicanalitica e ideologica. Nel primo tomo del “Fermo e Lucia” si avverte subito un’aria misogina giacché l’autore definisce Lucia Zarella «donnicciuola» e «di una modesta bellezza», lei e la madre «due donnicciuole», definisce inoltre la donna in generale «persona di quel sesso terribile». Io giudico riguardo a «modesta bellezza» che il Manzoni abbia voluto dire proprio che Lucia non fosse molto attraente, e non che fosse dotata di un «ornamento [...] quotidiano» di bellezza disadorna. Lui la sta descrivendo mentre ella indossa l’abito nuziale, e mi pare che abbia affermato che senza di quello (e tutto il correlato matrimoniale) non fosse gran che sotto il profilo estetico. Nelle maniere retoriche della lingua italiana l’aggettivo preposto al sostantivo assolve a un compito assoluto di descrizione (la bellezza di Lucia è modesta), quello posposto circoscrive, differenzia crea un’opposizione di unità (sarebbe stata “la bellezza modesta di Lucia” antitetica alla “bellezza immodesta”: Lucia sarebbe stata bella, ma semplice). L’aggettivo preposto si comporta come un moltiplicatore: rende positivo o negativo in assoluto, in astratto, il moltiplicando senza andare a fare paragoni, confronti. Nel merito strettamente semantico dell’aggettivo usato dal Manzoni va ricordato che questo deriva dal latino “modestus”, a sua volta proveniente dalla radice di “modus” (misura, moderazione, maniera). In italiano “modesto” allorché non funge da predicato di persone, bensì di qualità, possiede il comune significato di “mediocre”. Il Manzoni avrebbe detto di Lucia parafrasando: di una mediocre bellezza. Rimane ovvio che non si può escludere una predicazione aggettivale sopra qualità astratte o fisiche espresse in un sostantivo cui si voglia attribuire “l’esercizio della modestia (traslata coscienza della personale limitata altezza)”. Però se volessimo parlare di un’intelligenza che fa professione di modestia pare meglio dire: un’intelligenza modesta. E non dire: una modesta intelligenza. Perché nell’ultimo caso l’impressione, con l’aggettivo preposto sembra tutta concentrata sulla “mediocrità assoluta in sé”, senza procedere a distinzioni puntuali. Est modus in rebus, ma nel caso di Lucia non est modus in beauty. Costei si mostra una ragazza molto legata alla religione cattolica, ha assorbito il nevrotizzante indottrinamento di base. Agisce e parla consapevole, rassegnata, contenta (?) di stare in serie B nel mondo cristianizzato. Il Manzoni apprezza simile modestia (virtù) e proclama: «Noi amiamo Lucia come cosa rara non dirò nel suo sesso, ma nella specie». Il che si rivela una rinnovata perla di antifemminismo. Ci ha detto che non sembra attraente, ha definito le donne terribili, l’ha chiamata (assieme alla madre) donnicciuola. Quest’ultimo termine è spregiativo: indica in senso lato soggetti volti al pettegolezzo e/o imbelli. Ecco cosa sono le donne agli occhi dell’autore de “I promessi sposi”. Il secondo tomo del “Fermo e Lucia si apre con un ragionamento manzoniano preciso. L’autore disapprova le descrizioni vive e particolareggiate degli amori nelle narrazioni giacché potrebbero stimolare la fantasia e l’interesse non appropriati di uomini di Chiesa. Le disapprova in generale ritenendole fuori luogo nel contesto di una morale comune la quale in queste passaggi letterari vuole attenta alla censura di contenuti apertamente sentimentali ed erotici. Fin qui niente di strano nelle postulazioni di uno scrittore cattolico (di qualsiasi epoca). La stranezza emerge quando incomincia a parlare della Monaca di Monza presso il cui monastero è andata a finire la povera Lucia. Abbiamo già capito che il non essere attraente di costei si addica alle pie donne cattoliche. Mostrarsi donne attraenti costituisce un problema davanti alla dottrina cristiana, in aggiunta alla già più semplice questione di rappresentare porte dell’inferno. Un cappuccino ha accompagnato Lucia e la madre dalla Monaca di Monza e gli ha chiesto di stare nel tragitto a distanza di sicurezza da lui, preoccupato che «si vedesse il padre guardiano con una bella giovane [subito correggendosi;...] con donne per la via». Lucia non si è convertita in bella di colpo, è diventata porta del Diavolo tosto associata alla madre nel «sesso terribile». Nella mente di questo cappuccino l’aggettivo «bella» rimanda al piano semantico di “pericolosa”, non possiede una valenza estetica bensì etica. Simile meccanismo di significanza viene avvalorato dalla condotta narrativa manzoniana che si spende meglio a fondo nella descrizione dell’aspetto della Monaca di Monza. Cito, tralasciando il resto un piccolissimo brano il quale trasuda misoginia: «L’aspetto della Signora, d’una bellezza sbattuta, sfiorita alquanto, e direi quasi un po’ conturbata, ma singolare, poteva mostrare venticinque anni». Il Manzoni ci racconta il cammino di monacazione della Signora costretta dal padre, un Marchese (una eco sadiana?), a seguire un destino religioso. Nella narrazione della giovinezza di lei, contravvenendo in maniera plateale al principio della censura enunciato poco prima, addirittura ci presenta, in guisa che sinceramente disorienta, una Lolita: «A misura ch’ella si avanzava nella puerizia, le sue forme si svolgevano in modo che prometteva una avvenenza non comune agli anni della giovanezza». C’è anche alla vigilia della presa definitiva dei voti il tentativo da parte di costei, dipinta orgogliosa e passionale dal Manzoni, di un approccio amoroso verso un paggio di casa. Meno male che lo scrittore milanese si prefiggeva di non suscitare pensieri inopportuni. Nella dicotomia esistente tra Lucia e la Monaca di Monza l’autore del “Fermo e Lucia” riprende quella sadiana fra Justine e Juliette. Tuttavia inverte alla luce della sua gabbia mentale religiosa l’esito in rapporto al successo. La storia della monacazione di Geltrude costituisce una vicenda di violenza psichica perpetrata dal padre a scapito della figlia: uno scenario sadico celato dietro gli interessi patrimoniali familiari. L’andare-dentro-una-struttura-religiosa accomuna Lucia, Geltrude, Justine. Con la seconda che, facendo da contraltare alla prima, rammenta Juliette. Geltrude è entrata in monastero malvolentieri, forzata, violentata nell’animo. Chi è vittima di abusi porta seco un trauma che può trasformare questa in un soggetto abusatore. Così è accaduto alla Monaca di Monza, di cui il Manzoni ci informa che fosse cosciente di una sua superiore avvenenza rispetto alle altre che la circondavano. Il cruccio di tale privilegio estetico inutile in un luogo di isolamento religioso femminile ha contribuito a inasprirne lo spirito. Perciò, divenuta docente delle fanciulle ospitate per ricevere una formazione educativa, si accanisce sulla loro naturale spontanea giovialità, volendo (a sua volta) praticare una sadica azione. Ma questo tiaso di Geltrude non viene unicamente a vivere nell’oppressione psicologica, e può rovesciarsi, in un meccanismo governato dal bipolarismo, in uno spazio di discussione salottiero dove lei s’immerge e nuota nei discorsi riversati. Simile oscillazione di comportamento di Geltrude appare di evidente natura patologica, e derivante da un mancato equilibrio interiore pregiudicato abbondantemente prima durante la sua vita familiare, la quale contribuì a imprimere in lei la potenza di una psiche tirannica che avrebbe sotterrato quella dell’indifesa e debole fanciulla sconfitta dalle circostanze. Una psiche tirannica venuta fuori in monastero e legittimata dalle sue prerogative di classe sociale alta. Il Manzoni ha affermato di non voler turbare nessuno, però con la Signora ha aperto un romanzo psicologico molto profondo, molto lontano dalle sue declamate direttive. Il convento, il monastero, quali luoghi di trasgressione sono topoi sadiani: la Geltrude manzoniana non vi risulta estranea. Diviene ella infatti l’amante di Egidio, farabutto donnaiolo, abitante attiguo al monastero della Signora. Costei ha accanto a sé due suore al suo servizio, le quali saranno inglobate nel sistema della tresca. Una di loro prima di aderire a suddetto circuito aveva esternato suoi sospetti in merito a carico della Monaca di Monza all’orecchio di una compagna, la quale, sebbene poi rassicurata con la scusa di un presunto errore di valutazione da parte della servitrice, ebbe l’ardire di mal reagire all’incostante tirannica Geltrude minacciando di rivelare quei sospetti all’autorità religiosa. La serva della Signora, secondo il piano convenuto dai quattro con a guida Egidio, uccide la suora che rappresentava un pericolo per loro, e il cadavere dal monastero viene trasportato e seppellito nella confinante proprietà di e da Egidio. La storia di questi scellerati organizzatori di un assassinio, con occultamento del corpo, tinge di tinte oscure e forti questa sezione del romanzo, il quale predilige il dilungarsi in ricche descrizioni dei caratteri negativi. La caccia a Lucia e il suo rapimento, prima fallito dai bravi del nobile spagnolo, poi riuscito sotto l’egida del Conte del Sagrato, cui l’altro si è rivolto ad hoc, a me ricorda un po’ quegli inseguimenti di sadico svago messi in atto in “The sound of his horn” di Sarban1. La povera Lucia in simili momenti del romanzo pare proprio una di quelle vittime travestite da animali alle quali viene data la caccia quasi fossero volpi. Il sadismo velato e soft del “Fermo e Lucia” convive con la misoginia. È lampante la guisa in cui Lucia e Geltrude (Justine e Juliette) vengano indicate quali cause di mali. Le donne sia che si sposino, sia che si facciano monache, sono, in tale quadro manzoniano, possibile origine di sviamento per gli uomini. Fermo vuol unirsi in matrimonio a Lucia, però costei muove l’interesse di Don Rodrigo. Qualcosa di analogo accade col personaggio di Geltrude. Se la Signora non avesse avuto un amante, Lucia sarebbe rimasta nel di lei monastero poiché Egidio, amico del Conte del Sagrato, da questo messo in azione alla volta del rapimento della ragazza, non avrebbe potuto persuadere la Monaca di Monza a farla uscire dalla struttura con l’obiettivo di catturarla. Come si vede le donne sono ianua Diaboli. Le uniche buone sul serio devono navigare nel medesimo canale della Zarella. Il Manzoni ci dice che Lucia mena sempre seco il rosario, e che, prigioniera, calandosi nei panni di una martire cristiana la quale non ha voluto cedere al suo pagano amoroso pretendente, ha rivolto voto alla Madonna di castità purché questa la faccia uscire salva da quella circostanza. Tale si rivela la donna comune ideale del Cattolicesimo manzoniano: colei che rinunzia alla contaminazione sessuale. E, al pari di una rivestita di santità, Lucia riuscirà a mettere in crisi l’animo del suo carceriere, il quale attraverso di ella prenderà miracolosa coscienza delle sue scelleratezze: percorso surreale, acrobatico, alquanto fantastico. Vedo nella giovane promessa sposa il simbolo dell’“anima junghiana” dello scrittore milanese. Il trattamento riservato alla nubenda nei frangenti del rapimento, della prigionia e della liberazione, sotto un profilo psicanalitico dinamico mi ha rievocato l’eutanasia di Mabel Brand in “Lord of the world”. Là, ho spiegato, nel mio pertinente saggio bensoniano2, essere costei il simbolo dell’“anima junghiana” di Monsignor Robert Hugh Benson. Questa in punto di morte riceve la grazia dell’illuminazione divina, e di una conseguente conversione in extremis vitae. Io ho meglio chiarito che si maschera invece il complesso nevrotico il quale assediava l’Io dell’autore inglese. Parallelamente qua col Manzoni notiamo un imbrigliamento psichico della parte di contraltare sessuale, ma senza che si persegua un cammino estremo e irrimediabile. Al Manzoni le donne interessavano, a Benson no: il primo ha potuto frequentarle e sposarsi due volte, il secondo era congelato dentro un voto di castità. Pertanto a differenza di Mabel, Lucia sopravvive. Però lo fa imprigionata nel binario nevrotico manzoniano. Quel voto di castità della sposa promessa sta per un tentativo di “suicidio bensoniano” (mi riferisco alla vicenda della moglie di Oliver Brand, non sto parlando di azione dell’autore inglese). Lucia, anima junghiana manzoniana, si pone sotto scacco (nevrotico) in attesa che un agente nevrotico eviti il matto in maniera inequivocabile: Manzoni non vuol perdere la donna a fine sessuale, Benson non poteva e dunque ha eliminato Mabel. Il voto di castità di Lucia, sentitasi in pericolo, si mostra il frutto di una mente masochista oppressa da un dominante sadico. Fermo, che il Manzoni ha definito «minchione», ritrova in conclusione colei, la sua promessa sposa, la quale io ho ritenuto masochista. Ella oppone alla rinnovata prospettiva nuziale di lui il proprio voto di castità rivolto alla Madonna, di cui sopra. Sarà Padre Cristoforo a scioglierlo e a restituire ai due sposi promessi la strada del matrimonio. Uno sguardo ingenuo direbbe: tutto a posto. Per me, no. Il frate ha compiuto un atto gravemente dissacratorio nel cancellare un impegno (positivo) di peso superiore nei confronti della Vergine, un impegno seguito il quale aveva rimosso quello nei riguardi di Fermo. Il voto di castità di Lucia correlato a ottenimento di miracolo non può essere sciolto senza sacrilegio. V’è più di un motivo teologico per dire che Padre Cristoforo abbia compiuto un atto sacrilego paragonabile alla celebrazione eucaristica tenuta da Padre Jérôme sopra πυγή di Justine. Posso aggiungere, a proposito della maniera in cui il cappuccino ha liberato la masochista Lucia dal suo voto di castità, che così operando l’ha riconsegnata alla sua dimensione di porta del Diavolo. Voglio riportare la chiusura del manoscritto del “Fermo e Lucia”, dove la masochista protagonista ci spiega “le sventure della sua virtù” (culminante, schiacciante analogia Justine/Lucia): «Fermo pigliava sovente piacere a contare le sue avventure, e aggiungeva sempre: “d’allora in poi ho imparato a non mischiarmi a quei che gridano in piazza, a non fare la tal cosa, a guardarmi dalla tal altra”. Lucia però non si trovava appagata di questa morale: le pareva confusamente che qualche cosa le mancasse. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarvi ad ogni volta, ella disse un giorno a Fermo: “Ed io, che debbo io avere imparato? io non sono andata a cercare i guaj, e i guai sono venuti a cercarmi. Quando tu non volessi dire”, aggiunse ella soavemente sorridendo, “che il mio sproposito sia stato quello di volerti bene e di promettermi a te”. Fermo quella volta rimase impacciato, e Lucia pensandovi ancor meglio conchiuse che le scappate attirano bensì ordinariamente de’ guai: ma che la condotta la più cauta, la più innocente non assicura da quelli; e che quando essi vengono, o per colpa, o senza colpa, la fiducia in Dio gli raddolcisce, e gli rende utili per una vita migliore. Questa conclusione benché trovata da una donnicciuola ci è sembrata così opportuna che abbiamo pensato di proporla come il costrutto morale di tutti gli avvenimenti che abbiamo narrati, e di terminare con essa la nostra storia». Notiamo che sino alla conclusione la bassa opinione patristica sulle donne non abbandoni il Manzoni. Ma poi guardando il destino della sua Lucia (anima junghiana) non posso in extremis sottolineare altra analogia sadiana: le donne servono soprattutto per scopi sessuali, ecco perché Lucia non è finita col farsi suora (o restare nubile).


NOTE

Questo scritto è un estratto del mio saggio intitolato “Sadismo e oscurantismo religioso in Alessandro Manzoni”
 
1 Una mia analisi di questo romanzo, Il nazisadismo di Sarban fra spirito del tempo e spirito del profondo, nella mia pubblicazione Studi illuministi (2024).
https://danilocaruso.blogspot.com/2024/07/il-nazisadismo-di-sarban-fra-spirito.html
 
2 L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson, uscito nel 2017.
https://www.academia.edu/33666516/L_apologia_dell_irragionevole_di_Robert_Hugh_Benson

14 febbraio 2025

TEOLOGIA TRANSUMANISTICA E TRANSGENDERISTA

di DANILO CARUSO
 
Talvolta mi è capitato qua e là di ascoltare o leggere dei richiami fondati sulla dottrina cristiana messa in contrapposizione alle ideologie e alle teorie transumanistiche e transgenderiste. Dopo anni di studio e analisi dell’universo giudaicocristiano ruotante attorno alla “Bibbia” non ho più molta difficoltà a cogliere al volo delle per me stonature di cui i sostenitori religiosi giudico non si rendano conto giacché rimasti, a quanto mi sembra, ancorati a un asciutto piano catechistico. Io ho esaminato negli originali ebraici e greci brani biblici cui alle volte qualcuno si appella. Un exemplum che mi pare clamoroso deriva dall’anteposizione operata dai fautori della fede (ritenuta da loro qualcosa di solido) della credenza che il Dio biblico abbia creato esclusivamente due generi sessuali (il maschile e il femminile). Non è così. Nel relativo testo in lingua ebraica si può leggere (e quindi tradurre in maniera migliore) che quando Dio produsse gli esseri umani li fece androgini e non maschio e femmina separati. In un secondo tempo tagliò l’androgino Adamo isolandone la “fiancata” femminile in Eva1. La “Bibbia” racconta, più in breve, il parallelo ragionamento platonico nel “Simposio”2. Come se questo non bastasse già a introdurre un orizzonte teologico transgenerista nella Sacra Scrittura postulante tre generi, il canonico evangelico Gesù Cristo fa l’apologia degli evirati di loro iniziativa a religioso scopo salvifico3. Mentre in quest’ultima circostanza il genere sessuale maschile patisce nel quadro teologico la sua cancellazione in seguito a motivazione generante una specie di privilegiato, in ottica paradisiaca, genere 0, il Messia in un Vangelo apocrifo proclama che le donne non entreranno in cielo a meno che non siano trasformate in maschi. La materia transumanistica/transgenderista si mostra, come vedremo meglio, religiosa. Tant’è che io reputo possibile la derivazione di posizioni moderne dall’humus della religione, una base di cui forse s’è smarrita consapevolezza. Le avveniristiche tendenze del GNR (genetica, nanotecnologia, robotica) disvelano una sorta di tensione fideistico-scientifica, dove non è la scienza da sé a elevarsi a religione, bensì il contrario: la scienza viene invasa da ideali religiosi (in primis quello supremo dell’immortalità). Il discorso biblico inerente ai generi sessuali umani torna ancora attuale nelle mie sottolineature laddove in ebraico si afferma che l’uomo e la donna nel congresso carnale diverranno non una sola carne, ma la carne primigenia, ossia quell’androgino che poco sopra rammentavo4. Perciò nella “Bibbia” in un modo o nell’altro, il “maschile” e il “femminile” sembrano transitori, appesi tra estremi i quali non ne indicano affatto una dimensione di eccellenza ontologica. Tutt’altro. Noè maledisse il figlio che lo vide nudo, cioè difettoso, in quanto non più essere integro androgino. L’androginia, vale a dire il ricongiungimento dei due distinti generi, è l’ideale antropologico perduto nel Vecchio Testamento. L’asessualità (la cancellazione di una puntualizzazione di identità sessuale) costituisce la meta neotestamentaria (disprezzato il genere femminile, un po’ meno quello maschile; ritengo che Gesù abbia detto di non dare le cose sante alle cagne; molto probabilmente quel dativo in greco, «τοῖς κυσίν», è femminile5). In generale nei due Testamenti notiamo proprio una propensione transgenerista (verso l’androgino; o il genere 0, che sarebbe quello degli angeli), un tendere verso un piano trans (il quale viene riproposto nella modernità in forme più legate alla specificità individuale e non proiettate alla volta di una riparazione ideale superiore). Stando al mio punto di vista razionalista spiritualista, superficialmente si vorrebbe criticare da parte di alcuni (in ogni caso valentissimi intellettuali), in negativo, un’ideologia odierna facendo perno sulle Sacre Scritture cristiane. Un altro aspetto che a me sembra contraddittorio in pectoribus di tali critici riguarda la figura di Gesù Cristo. Il Messia è nato, nella spiegazione della teologia dogmatica, per via di concepimento dovuto allo Spirito Santo, nel contesto di una partenogenesi, venendo al mondo grazie a compenetrazione mariana. A me, nella mia modesta semplicità, con tutto il rispetto che i credenti meritano, che riconosco e che tributo sinceramente, una simile cosa si mostra apparire una situazione transumanistica. E lo dico proprio nel merito della mia analisi, scevro da intenzioni diverse che non siano quelle di esprimermi sempre in modo scientifico, obiettivo e circostanziato. Tale è il mio leale rispetto nei confronti di chi parla appoggiandosi a qualsiasi contenuto cristiano (rivolgendolo a qualunque altro argomento) che colgo l’occasione di prolungare il mio ragionamento spiegando come la figura del Messia evangelico sia da connettere e confrontare con meccanismi mitologici, anche Egizi, da quel che vedo tutti perlopiù ignorati da molti. Nei miei studi ho preso in esame le radici stoiche e mitologiche greche nella costruzione dell’immagine esteriore letteraria di Gesù, ho in parte rilevato alcuni aspetti derivanti dai miti provenienti dall’Antico Egitto. La circostanza mi è propizia al fine di spendermi nell’illustrare nuovi dettagli analitici, rispetto ai miei precedenti espositivi, in merito alla nascita e alla resurrezione di Cristo6. Un’argomentazione che rivelerà la guisa in cui la sorgente creatrice di mattoni religiosi sia fantasiosa e come simili temi mitici possano collocarsi all’esterno di scienza e rigore conoscitivo più avanzati. Non addebito una colpa, un motivo di demerito, a chi nell’Antichità egizia formulò ipotesi, credenze fantastiche, cercando di capire il mondo. Quella era la gittata massima della Ragione di allora. I miti ci indicano limiti razionali, e se dentro di questi ci sono elementi fantastici, fantascientifici, transumanistici, dobbiamo prenderli per quello che sono e capirli nella loro sostanza. Se la nascita del Messia cristiano assomiglia a quella transumanistica tipica del Brave New World huxleyano, reputo non si possa non prenderne atto, e perciò deduco in generale, alla luce anche di quanto già detto, che contrapporre la religione al transumanesimo e al transgenderismo non rappresenta, a mio avviso, un’operazione intellettuale molto appropriata7. Il fantasioso della mitologia potrebbe essersi convertito nella mira della scienza che ha indossato l’abito del transumanesimo. Se guardiamo bene talune teologiche affermazioni dogmatiche e certi aspetti biblici, scopriremo che al di sotto di essi sta un sostrato di architettura dinamica invalidante la pretesa origine divina di una rivelazione di fede. Intendo perciò proseguire nell’exemplum, al fine di riscontro, cui sopra avevo fatto cenno: nascita e resurrezione di Gesù al di là delle loro apparenze transumanistiche cristiane (le quali rimangono nel loro significato simbolico, proiettato sul Brave New World e sopra una scienza che punta all’immortalità: un desiderio espresso dentro un cerchio religioso si è trasferito, secondo me, alle ricerche medica e tecnologica animanti il transumanesimo). Nella religione egizia antica l’arco vitale, caratterizzato dai suoi estremi di genesi e di morte, entro i quali si svolgeva una lotta per la vita (uno scontro esistenziale fra ordine sostenitore e disordine distruttore), riceveva una significativa trasposizione figurata nelle immagini della sequenza solare giornaliera visibile dalla terra. Il sorgere e il tramontare erano trasposti nella veste simbolica dei due estremi menzionati. Il Sole assumeva il primo posto nel culto religioso, in quanto icona della divinità reggitrice della Natura. Il mito di Osiride rielaborava il ciclo vita-morte attraverso uno schema proseguente nella ripresa dialettica per mezzo di una risurrezione, una ricomposizione del cadavere smembrato osiriaco. Questo Dio solare torna dunque a vivere, sconfiggendo la morte e il di essa disordine. Capire cosa fa il Sole dunque (puntualizzato pure in Ra) è nevralgico allo scopo di comprendere il pensiero egizio. Partiamo dal tramonto, allorché il Sole scompare alla vista umana. In quella mitologia antica entrava nel Duat, il quale sarebbe un contenitore posto nel cielo, una scatola invasa dalle tenebrose acque primordiali da cui si è separata la illuminata realtà naturale. Il Sole quotidianamente entra ed esce dal Duat, dove combatte il disordine proprio dell’acqua in quanto archè, per dare radiante appoggio durante il giorno alla vita. In simile cosmologia il cielo viene immaginato come una volta separante le acque di sopra dal mondo sottostante; sopra si sta al buio, sotto grazie all’azione solare v’è luce, calore, e quindi una Natura vivente e ordinata. Al di là dell’analogia cosmogonica con la biblica origine del cosmo8, mi preme far notare in questa sede il legame con la figura di Gesù Cristo. Il cielo per gli antichi egizi era una manifestazione della Dea Nut, i cui connotati di gestante notturna del Sole sono passati alla Madonna cristiana, non per niente definita “Regina del cielo” (titolo di quella Dea uranica e di Iside). Nut al tramonto ingoiava il Sole e lo partoriva all’alba: concepimento per virtù dello Spirito Santo (entrato dall’orecchio della Vergine Maria, nel parere di Anselmo d’Aosta) del Logos incarnato e sua nascita per compenetrazione. La nascita del Messia simboleggia il sorgere del Sole, la venuta di un principio ontologico portatore di ordine (Logos = via, verità, vita). La sua morte e la sua resurrezione sono ancora legate al ciclo del Duat (il quale era pure il luogo ospitante le anime dei dipartiti), giacché questo oltre a essere concepito come una specie di celeste contenitore era altresì ubicato da altra visione religiosa egizia in un luogo sotterraneo: gli inferi in cui discese il Messia defunto, risorgendo alla fine («descendit ad inferos, [...] resurrexit a mortuis»). Il quadro si chiude con l’individuazione di tutti gli elementi essenziali dell’architettura dinamica fondante trasferiti in quella statica dell’elaborazione cristiana. Ho già in passato fatto osservare che il perizoma del Cristo nei crocifissi alluda nella mia interpretazione all’assenza osiriaca del membrum virile, assorto a corpo celeste luminoso: la stella cometa a guida dei magi (=maghi) annunziante la nascita di un re (del Mondo). La progressione del Sole nel Duat ci mostra un Osiride che muore al tramonto e che risorge all’alba nel figlio Horus. La risurrezione del Messia evangelico vuole riproporre simili contenuti mitici. D’altro canto non dobbiamo dimenticare in rapporto alla cosmogonia veterotestamentaria la presenza nel Duat di Apep, il serpente simbolo delle tenebre e del disordine, con cui il Sole si misura ogni notte nel suo compito di sostegno all’ordine naturale. In più, tornando al recinto neotestamentario, voglio ricordare ancora una volta il mio stupore quando, parecchio tempo fa, nelle mie ricerche mi imbattei in una foto di Iside seduta con Horus tra le braccia sulle gambe percependoli all’impatto visivo come un gruppo scultoreo mariano: la differenza rispetto alla dimensione estetica originaria era stata impercettibile (non tutte quelle antiche sculture si prestano comunque a quest’inganno ottico: mi è capitato solo una, tuttavia molto significativa, volta). Mi riaggancio adesso al tema transumanistico, e faccio notare che in materia di nascita il Duat (grembo di Nut) celeste è simile a una incubatrice huxleyana e che la vocazione a superare la morte, espressa dagli Egizi con la tecnica della mummificazione si mostra sui generis transumanistica. Del resto la massima offerta del Cristianesimo ai suoi fedeli rimane l’immortalità. Il transumanesimo, a mio modesto valutare, esprime desideri dettati dalla sfera religiosa, e nel nostro caso quella prossima è la cristiana (rielaborante dunque aspirazioni e impalcature concettuali pregresse). Abbiamo visto un Jesus Christ superstar, non mi stupirei di vedere proposto un Jesus Christ cyberpunk. Trasferire la coscienza in un androide asessuato, poiché non ci sarebbe più bisogno di riproduzione biologica organica, costituisce un’idea esplicita dove l’essere umano sarebbe eterno: sarebbe ossia come un angelo in paradiso, con il superamento dei generi sessuali. Osserviamo il modo in cui la scienza assomiglia alla religione assumendone i sogni. Il Brave New World di Aldous Huxley costituisce un sistema che ho inserito assieme al GNR nella mia distopica ipotizzata cronistoria del tempo futuro9. Naturalmente non contesto i benefici della ricerca scientifica nel momento in cui essa migliora l’esistenza, a cominciare dai disabili e dagli ammalati. L’interfacciamento neurale, ad esempio, in sé e per sé, non è giudicabile buono o cattivo. Però se degenerasse al livello di “The feed” (romanzo di Nick Clark Windo) riterrei di trovarci davanti a cosa non buona, mentre utilissimo rimarrebbe a vantaggio di chi avesse difficoltà. Qualcosa di più definito stimo di dover qua in breve aggiungere a proposito dei generi sessuali quando si discute di transgenderismo. Sto argomentando da cisgender eterosessuale esclusivo, e per me la categoria LGBT non rappresenta un problema sociale. Il Cristianesimo ha perseguitato, torturato e ucciso queste persone per secoli e nei modi più sadici, finché l’Occidente ha voltato pagina sul piano repressivo cancellando la previsione di reato a loro danno. Questi soggetti nella mia visione filosofico-giuridica non rientrerebbero in quanto tali nella sfera pubblica: l’orientamento e l’identità sessuali costituiscono a mio modo di vedere un fatto “privato”, a meno che non emerga un reato penale (violenza, pedofilia, etc.). Parimenti qualsiasi forma di educazione scolastica mirante alla “maturazione personale” di un orientamento omosessuale/transgender dovrebbe essere scartata; lecito a scuola fare “spiegazione”. L’orientamento e l’identità sessuali di un soggetto minore resterebbero materia sotto il controllo di chi ne detiene la potestà genitoriale o la tutela; i genitori e il tutore sarebbero i responsabili della cura di figli minori e di minori in tutela (entro i limiti della legalità costituita). Lo Stato potrebbe fornire strutture assistenziali distinte e separate dalla scuola accompagnandosi alla famiglia o al tutore ufficiale. Considero omosessuali e transgender persone normali: ciascuno sia lasciato libero nella sua individualità, senza ricevere condizionamenti pro o contro, ma ricevendo invece, se opportuna, adeguata assistenza. Ripeto che, secondo me, l’omosessualità è una prova dell’esistenza dell’anima, giacché dimostrerebbe la traccia di un’impronta fisiologica sessuale pregressa10. Se il transgender scopre qualcosa del genere, a sua insaputa, e vuol cambiare la sua identità sessuale, in ogni caso, trattasi di affari “privati”. Alla scuola rimarrebbe, sempre nell’orizzonte del mio pensiero, il compito di illustrare la “famiglia biologica” quale unica produttrice di figli, dacché il modello fisiologico è quello: dato di fatto naturale, universale, esclusivo. Dove c’è impotentia ad filios a causa di un accoppiamento omosessuale non si dovrebbe intervenire in maniera surrogata o comunque alternativa: la Natura dà i figli solo alle coppie formate da un uomo e una donna, e chiede che questi crescano in una famiglia biologica11. Per quanto riguarda il resto, tutti i maggiorenni potrebbero aggregarsi nel modo in cui vogliono, nel rispetto della Legge. Una coppia omosessuale è lecita, e sulla base del legame affettivo le si potrebbero riconoscere dei pertinenti diritti riconosciuti già alla coppia etero. Secoli di persecuzioni degli appartenenti alla categoria LGBT rivendicano una pacificazione sociale. Demonizzare il transgenerismo e non studiarlo senza pregiudizi appaiono a me difetti ideologici ereditati da mentalità religiosa cristiana, difetti che osservo nel novero cattolico; mentre sul versante protestante, in quest’altra parte dell’Occidente, quel che io noto più saliente si mostra il fatto che antiche suggestioni potrebbero essere state riprese, rielaborate e ricalibrate in direzione di riproposizioni in versione GNR.
 
 
NOTE
 
 
1 A dimostrazione segnalo un mio studio: Antropogonia e androginia nel Simposio e nella Genesi, dentro la mia pubblicazione Considerazioni letterarie (2014).
Nel 1978 Papa Luciani dichiarò che Dio è Padre e Madre (Papa Bergoglio ha poi lontanamente riecheggiato qualcosa del genere). L’affermazione di Giovanni Paolo I ci induce a sovrapporre il concetto di androginia sul Dio biblico, il che spinge in un secondo ulteriore momento – ricordo che secondo me l’Ebraismo è sorto dall’Atonismo – a riscoprire gli aspetti androginici di Aton (definito dagli atonisti “madre e padre dell’umanità”), aspetti riflessi in rappresentazioni di Akhenaton dove il faraone riformatore religioso appare con fattezze femminilizzate creanti l’immagine dell’androgino. Non trascuriamo in ultimo che il Dio veterotestamentario produsse l’Adamo originario androgino a somiglianza della divinità.
 
2 In direzione di ulteriore approfondimento altro mio scritto: Eros e la libido junghiana nel “Simposio”, all’interno del mio saggio Note di critica (2017).
 
3 Ne ho parlato a pag. 10 della mia opera Studi illuministi (2024).
 
4 V. nota 1.
 
5 V. a pag 19 della mia pubblicazione Partita a scacchi (2022).
 
6 Rammento due miei lavori di analisi: Gesù stoico e dionisiaco nel saggio indicato nella nota precedente; Iside e Osiride, Cristo e la Madonna nell’altra mia opera intitolata Note di studio (2016).
https://danilocaruso.blogspot.com/2022/06/gesu-stoico-e-dionisiaco.html
 
7 Ho destinato una mia monografia al celeberrimo romanzo di Aldous Huxley, testo dove chiarisco quel sistema sociale distopico essere nato da una degenerazione concettuale del capitalismo attivistico protestante: Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015).
 
8 Mi sono dilungato nelle analisi miranti a decifrare i significati concettuali del brano ebraico veterotestamentario dedicato alla cosmogonia. Le indico (tutte in mie pubblicazioni): Radici egizie in Ermeneutica religiosa weiliana (2013), Radici sumere di Ebraismo e capitalismo in Note di critica (2017). L’acqua e il Dio biblico in Teologia analitica (2020), Sul biblico “Cantico dei cantici” e su Gn 1,1 in Radici occidentali (2021).

https://danilocaruso.blogspot.com/2014/09/radici-egizie-nella-cosmogonia-ebraica.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2017/11/radici-sumere-di-ebraismo-e-capitalismo.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2020/03/lacqua-e-il-dio-biblico.html

 
9 Articolata questa esposizione di filosofia della storia ventura, i cui segmenti si trovano analizzati in differenti mie pubblicazioni. Qui sotto la tavola sinottica. Appresso l’elenco non soltanto delle mie singole trattazioni delle “figure”. Questi miei scritti nascono come analisi autonome (letterarie, filosofiche) le quali parallelamente si prestano a spiegare l’intreccio storico-distopico ipotizzato e illustrato da me in una cornice contenente una sua interna logica evolutiva d’insieme. Tutti i testi suddetti compaiono dentro miei saggi (l’ordine è cronologico di pubblicazione).


1) Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (saggio del 2015);
 
2) La terribile distopia di H. G. Wells in Critica letteraria (2017);
 
3) La tanatolatria di de Sade in Filosofie sadiche (2021);
 
4) Una distopica ginoide contro la mantide religiosa, Sex doll prima del Brave New World, Tra Primavera Bobinski e la sadista Justine, Attacco all’inconscio collettivo in Letteratura e psicostoria (2022);
 
5) Induismo e Occidente in Partita a scacchi (2022);
 
6) La distopia della sciocchezza dei fratelli Strugatzky in Distopie occidentali (2023);
 
7) Intelligenza artificiale e stupidità naturale in Ritorno critico (2024).
 
10 Junghiano in fatto di psicanalisi, a suo tempo sviluppai simile idea percorrendo un iter di stampo logico-deduttivo, tant’è che vi riconosco venature platoniche. Nel periodo di redazione di questa presente analisi ho avuto, nel corso dei miei poliedrici studi, il piacere di rintracciare un libro scritto dallo psichiatra Ian Stevenson, eminente studioso del fenomeno della rincarnazione, pubblicato in Italia nel 1991 da “Edizioni Mediterranee”: “Bambini che ricordano altre vite / una conferma della reincarnazione”. L’ho letto con interesse e ho notato che la mia semplice e modesta idea era già stata meglio e più articolatamente esposta prima in passato. Ho sempre puntualizzato, in generale, nei miei discorsi, di non fare professione di originalità. L’eccellente intellettuale americano, autore di varie monografie, è comunque giunto alla medesima conclusione per via induttiva empirico-investigativa. Io avevo a disposizione solo contenuti di pensiero approdanti genericamente alla realtà concreta, mentre lui è partito da un considerevole concreto numero di casi analizzati pervenendo a un’astrazione concettuale dimostrativa. A prescindere da tali impostazioni metodologiche, le quali mi è parso utile esplicitare, a sostegno della mia posizione a favore della teoria reincarnazionistica e del suo coinvolgimento nel tema inerente a omosessuali e transgender voglio riportare pochissimi piccolissimi brani, in conformità al diritto di citazione, estratti dal detto lungo apprezzabile testo di Stevenson (tradotto in italiano da Mara Grillini e Eduardo Hess). Premetto che lo scrittore e uomo di scienza americano ha, nel merito discusso di metempsicosi da soggetto con differente sesso, mostrato diversi exempla e ragionamenti chiarificatori.
 
estratto 1
Uno dei più interessanti ed importanti tipi di comportamento insolito manifestato da un soggetto è quello che si verifica nei bambini che ricordano la vita di una persona appartenente all’opposto sesso. (Trattasi di quei casi che precedentemente ho denominato casi di cambiamento di sesso). La maggior parte di questi soggetti rivela (a vari gradi) modi di vestire, di parlare, di giocare ed altri comportamenti che si adattano alle tendenze del sesso opposto.
[...]
Durante il corso delle mie ricerche ho avuto modo di notare che, fra i soggetti appartenenti a casi che presentano un cambiamento di sesso da una vita all’altra, la disforia sessuale è un fenomeno molto comune. Ciò mi permette di dire che, probabilmente, la condizione di molte altre persone afflitte da tale problema (o anche da omosessualità), possa derivare da vite precedenti in qualità di membri del sesso opposto. Come ho detto all’inizio di questo capitolo, ciò può avvenire anche quando la persona in questione non presenta alcuna reminiscenza di una vita precedente.
 
estratto 2
Perseverando nella sua convinzione di essere stata un ragazzo, Erin desiderava vestirsi in modo maschile ed impegnarsi in attività consone a questa condizione. Appena crebbe a tal punto da notare le differenze di abbigliamento fra i ragazzi e le ragazze, insistette nel volersi vestire con abiti maschili. [...] Quando sua madre si ostinava affinché indossasse un vestito da donna Erin si sentiva umiliata, avrebbe di gran lunga preferito dei jeans o dei pantaloni larghi. [...] Voleva anche che i capelli le rimanessero corti e permise che le crescessero solo all’età di nove anni. Erin non mostrava alcun interesse per bambole dalle fattezze umane [..]. [...] Le piaceva nuotare, scalare gli alberi e pescare. Espresse poi un forte desiderio di imparare il baseball e di diventare un «lupetto» degli Scout. Quando venne a sapere che poiché era una ragazza non poteva aspirare a diventare un «lupetto» degli Scout, arrossì dalla rabbia. La Sig.ra Jackson mi scrisse che a volte Erin sospirando diceva: «Avrei desiderato essere un ragazzo. Perché mai non avrei potuto essere un ragazzo?».
[...]
Ampan Petcherat, il soggetto di un altro caso di cambiamento di sesso, quand’era una bambina rivelava dei comportamenti tipicamente maschili che poi perse del tutto durante l’adolescenza. Il differente corso dello sviluppo di questi soggetti potrebbe essere dovuto alle diverse età che avevano le loro precedenti personalità all’epoca in cui morirono. Jagdish Chandra e Ampan Petcherat ricordavano la vita di due bambini che, probabilmente, non vissero così a lungo da consolidare i tratti ed i comportamenti tipici di un Bramino e di un uomo, laddove invece ciò può essere accaduto per ciò che riguarda le precedenti personalità adulte che figurano nei casi di Jasbir Singh, Ma Tíng Aung Myo, Paulo Lorenz e Rani Saxena.
[...]
Una persona che, ad esempio, si sia incarnata per sei volte in un corpo maschile prima di rinascere in uno femminile, potrebbe avere maggiori difficoltà ad adattarsi a vivere come una donna di quanto non accadrebbe se, soltanto nella vita precedente, fosse stata un uomo.
 
11 Ne avevo già parlato, spiegando a fondo il mio punto di vista laico, nella mia opera Note umanistiche (2020): Ragionamento sopra le adozioni gay. E come avevo là affermato, se una legge dello Stato democratico desse il diritto ad avere figli alle coppie omosessuali, per me non sarebbe un problema. Le mie idee in merito costituiscono una mia visione filosofico-giuridica razionalista la quale potrebbe essere superata dai fatti. Al Parlamento la facoltà di legiferare, a tutti il diritto di esprimere lecite, sensate, argomentate riflessioni nel rispetto di posizioni alternative (art. 21 della Costituzione italiana).

27 gennaio 2025

IL “DE PROVIDENTIA” DI SENECA E IL CRISTIANESIMO

di DANILO CARUSO

Il “De providentia” di Lucio Anneo Seneca1 (4 a.C. – 65 d.C.) è una monografia scritta l’anno precedente la morte dell’autore, rappresenta ormai un’opera del periodo di caduta in disgrazia finale del filosofo stoico presso il suo ex allievo Nerone. Sebbene sia facile immaginare che risenta degli umori personali di quel clima, d’altro canto non possiamo omettere un carattere standard per una simile redazione la quale riflette a prescindere contenuti strutturali di impronta riconducibile allo stoicismo romano. La filosofia della Stoà, più in generale, compare nella trattazione del saggio senechiano in forma inequivocabile, sicché, semmai, l’atmosfera vissuta da Seneca fu di sprone a mettere per iscritto pensieri già nella sostanza avita stoici. E quanto appena detto si rivela veritiero nel momento in cui si notano nel testo in esame le analogie con l’ottica cristiano-patristica. Non è il maestro di Nerone a mostrare simpatie verso la nuova religione. I fatti hanno voluto che due filoni di pensiero semitico (uno filosofico iniziato con Zenone di Cizio e l’altro più schiettamente religioso legato al Giudaismo) s’incontrassero in maniera fertile (ma secondo me negativa, alla luce di quello che sarà il Cristianesimo per parecchi secoli2) proprio attorno all’epoca di Seneca. La comunanza di matrice semitica delle due suddette emanazioni, mediante l’esperienza dell’Ebraismo alessandrino3, fece sì che queste venissero fuse alla volta di una nuova teologia, con l’obiettivo di costruire una religione-per-tutti (cattolica). Non dobbiamo pensare che Seneca avesse delle propensioni in tal senso. Io credo che lui sia rimasto uno stoico integro, e che spunti di questa etica siano confluiti nella Patristica con altri mattoni filosofico-teologici. I Padri della Chiesa erano grecoromani in un sistema educativo ancora classico-pagano e non cristiano-medievale. Non poco dal pensiero antico è transitato nella nuova religio4. E tra ciò possiamo rilevare l’impianto concettuale del “De providentia”, trattato stoico, ma che pare scritto con la testa di un novello teorico del Cristianesimo. Ho constatato come, al di là delle righe personali stoiche e romane, tale opera sia, per così dire, ante litteram, patristica. Ovviamente non dobbiamo vederla al modo weiliano di prefigurazioni, bensì nella guisa poco sopra chiarita. Analizzando il “De providentia” rileveremo elementi di etica stoica riversatisi nella religione di Cristo con un nuovo abito, però al di sotto del quale puntualizzata una provenienza filosofica. Nell’Ebraismo paralleli atteggiamenti in generale esistevano dietro altra forma. La radice semitica consentì di legarli alla luce di nuova teologica spiegazione, impastata di filosofia perlopiù stoica e tradizione religiosa soprattutto giudaica. Il Cristianesimo è rimasto un culto solare neoatonista5 (con radici altresì egizie dunque). Comunque, vediamo meglio i perni concettuali del “De providentia” sulla via analitica prefigurata. Il problema centrale di questo scritto senecano si mostra uno di quelli nevralgici nella teologia cristiana, vale a dire la tematica del male nel mondo, soprattutto a danno di persone incolpevoli, nel momento in cui l’universo viene considerato il prodotto di una divinità rappresentante altresì un principio di giustizia e di equità. Tale è il porsi del filosofo stoico all’inizio della sua riflessione, la quale, al pari della visione cristiana, riconosce una “providentia” divina universale. Seneca rifiuta un’origine casuale del cosmo, sostenuta d’altro canto dall’atomismo democriteo. Pertanto il tema del perché avvenimenti negativi colpiscano chi non se li merita in un’ottica di premiazioni/punizioni da parte della divinità rende l’argomento del “De providentia” di non facile, snella, lineare soluzione. Se stoici e cristiani giudicano esistente una regia provvidenziale all’interno del contesto del reale, v’era d’altro lato un versante di pensiero epicureo e aristotelico propenso a giudicare la divinità (per vari motivi) disinteressata delle sorti umane e della contingenza6. Lo sforzo di Seneca nel cercare di dare una risposta alla sua problematica stoica, ereditata poi dal Cristianesimo, si abbandona ad argomentazioni non molto razionali. Queste ritorneranno tali e quali nella nuova religio. La divinità, a dire del filosofo stoico, metterebbe-alla-prova e corroborerebbe i migliori attraverso esperienze traumatiche, dolorose, tragiche. Mi chiedo, personalmente, se simile agire non sia da considerarsi più sadico che appropriato e giusto. Resta dunque a Seneca un iter impegnativo nel suo impegno a convincere il lettore circa la bontà della “providentia”. La difficoltà di aggrapparsi a una prima risposta paradossale, emozionale e fideistica lo induce a teorizzare nella funzione di miglior approccio al male, laddove possibile, una reazione attivistica. Cioè: quanto non va bene dovrebbe essere corretto dall’agire umano mosso da quello sprone. Un tale primato dell’attivismo non sarà vivo nell’etica cattolica, lo ritroveremo nel Cristianesimo protestante (poi ben esaminato da Weber). Seneca delinea un modello analogo al tipo delle Giobbe veterotestamentario (amor fati). A questo momento passivo dell’esperienza del male rimarrà legato il Cattolicesimo. Il Protestantesimo si ricollegherà al momento attivo della visione stoico-senecana: non basta e non si deve stare a guardare nell’accettazione del corso provvidenziale, si può verificare la possibilità di una vita migliore. Il saggio stoico deve cercare il segno della sua predilezione divina «laboris appetens iusti», sopportare al pari di Giobbe le avversità estranee, inammissibili in quanto tali rispetto alla sua forma mentis, la quale lo vuole invece coraggioso, temerario di fronte alla situazione di pericolo. Compare qui il principio regolatore che produrrà la figura del martire cristiano, è il principio di una mentalità semitica: sacrificarsi, se richiesto e necessario, per la causa ideale. Da ciò Sansone, la pazienza di Giobbe e dello stoico, i suicidi politici fra i Romani tradizionalisti. Di questi ultimi Seneca elogia lo harakiri di Catone, il quale non ritroveremo per caso in un ruolo di primo piano nel purgatorio dantesco7. La vocazione al martirio accomuna lo stoicismo romano e il Cristianesimo delle origini. Seneca nel “De providentia” affronta il tema panlogistico collegato alla divinità (tutto ciò che è reale è stato predeterminato da questa) e alla di essa “providentia”, postulando che l’interesse e il benessere dell’insieme globale e generale prevalgono su segmenti parziali. Un altro modo per dire che bisogna rassegnarsi alla “volontà-divina”. Argomenti del genere hanno avuto vita lunga, e sempre per mezzo di un solco di pensiero semitico incarnatosi in diversi posti. Agostino d’Ippona col suo rifiuto del pelagianesimo che conduce sino alla predestinazione luterana e protestante, l’Ebraismo idealistico di Spinoza che porta fino a Hegel8. Oggigiorno anche la gente semplice esprime delle volte non molto entusiastiche rassegnazioni alla volontà-di-Dio. In parole povere il “De providentia” di Seneca ha attraversato i secoli e le società cristianizzate in virtù di quei suoi contenuti, i quali lo hanno reso un manifesto ideologicamente indifferenziato sulla Provvidenza divina e sull’argomento del male nel mondo, un manifesto ricalcato nelle sue linee, nelle sue idee, nei suoi spunti dai pensatori cristiani. A onor del vero debbo però sottolineare che la teologia del Cristianesimo ha estremizzato la posizione stoico-senecana. Seneca fa notare gli effetti collaterali di un regime di incontrollato benessere, laddove incosciente nei di esso eccessi. Egli pone dei richiami, condivisibili, di carattere esistenzialistico, i quali possono offrire delle analogie di forma con equivalenti trattazioni della Patristica. Qui, però, gli inviti senechiani inneggianti all’equilibrio, alla reazione attivistica in guisa intelligente, vengono stravolti da un preciso indirizzo religioso (nevrotico) il quale sposta l’azione mirando all’affermazione di un’ideologia fideistica discutibile dove la maggiore lucidità mentale (stoica) cede il passo alla nevrosi. L’antiedonismo etico di Seneca resta in bilico nel “De providentia”, pronto a cadere sul lato sbagliato (cristiano). V’è un inquietante passaggio che sarà ripreso e riproposto dai Cristiani in direzione della patologia anoressica nel contesto del disprezzo della corporeità: «Lenior ieunio mors est». L’ideale del digiuno cristiano, così come proposto da alcuni, è stato fra le cose peggiori della nuova religio (ieunium=salus9), L’obiettivo di ricercate forme di denutrizione (conducenti all’anoressia) finalizzate a mortificare il “corpo”, luogo del peccato, ha causato vittime. Si pensi, ad esempio, alle “sante anoressiche”. Lo spirito di fondo dello stoicismo senecano è diverso, e mantiene un margine di “ragionevolezza” proposto in previsione di affrontare e contrastare le avversità: «Patiamur: non est saevitia; certamen est». Il Cristianesimo cattolico ha invece messo al primo posto una sorta di masochistico compiacimento della “saevitia”, mettendo da parte il “certamen”. L’orizzonte di quest’ultimo, tipicamente semitico-veterotestamentario (pensiamo alla caparbietà di un Giacobbe) verrà riscoperto dal protestantesimo, il quale con le sue vocazioni volontaristiche e attivistiche cercherà di dare un senso meno tragico all’inderogabilità panlogistica della predestinazione alla salvezza eterna. Il “De providentia” ritorna sempre in qualsiasi forma cristiana: in una parte più e meno altrove. La discriminante sta nel grado di rassegnazione alla realtà dei fatti antistanti. Seneca eleva le esperienze negative, nel quadro del proprio stoicismo, a fase pedagogica. E non ha tutti i torti a sostenere ciò. Esistono eventi che possono insegnare qualcosa, e a tutti. Possono insegnare l’attenzione, la serietà, l’equilibrio, l’onestà, la giustizia, l’impegno alla ricerca scientifica nella cura delle malattie. I cristiani delle origini non hanno colto lo sprone verso un umanesimo sociale, bensì in direzione di pensieri religiosi chiusi, nevrotici e dannosi. Il fatto che le malattie, per esempio, venissero considerate un prodotto di una incontestabile volontà-di-Dio ha provocato la conseguenza di scoraggiare la ricerca medica, valutata, in quanto in contrasto con il decreto divino, qualcosa di demoniaco. Donne esperte di cure naturali finirono così per essere considerate streghe al servizio del Diavolo. E simile cosa costituisce nevrosi. A dispetto degli altrui deragliamenti v’è nel “De providentia” di Seneca un brevissimo passaggio, ma che si mostra come una perla nell’ostrica: «[...] cursus [...] omnium conditor et rector scripsit [...] fata». Il carico concettuale di queste pochissime parole si manifesta enorme al nostro sguardo, poiché ci indica quell’asse di pensiero semitico unente Giudaismo e stoicismo. Il “cursus” di cui il filosofo parla è il Logos, il progetto tetico del reale concretizzantesi negli avvenimenti. Egli ci dice inoltre che esso è “fondatore” e “reggitore”, ossia “causa efficiente” e “guida, signore”. Tali sono gli attributi della divinità stoica10. Simili aspetti ci lanciano da Roma ad Alessandria d’Egitto presso la più o meno contemporanea filosofia filoniana, la quale riprendendo concetti dell’Antico Testamento teorizzava le due potenze del Dio ebraico: quella produttiva (in quanto causa realizzatrice) e quella reggitrice (mantenitrice dell’esistenza). Nella prospettiva della prima potenza la divinità è Θεός (=Eloiym), nella prospettiva della seconda è Κύριός (=Yahwèh). Filone Alessandrino, ancora Giudeo, teorizza il Logos nella funzione di “cosmo noetico divino”. Tutti questi dettagli oltre a proiettarci verso la teologia trinitaria ci conducono alla volta del Vangelo non sinottico di Giovanni11, e ancor prima in direzione del parallelo senecano a proposito del piccolo segmento testuale sottolineato. Seneca e il filosofo ebreo citato sono idealmente sovrapponibili in relazione alla tangenza evidenziata in virtù della parentela mentale semitica, dato che i loro separati e distinti pensieri originavano da una antica matrice comune. Un exemplum del genere mostra un percorso di incontro non difficoltoso. Il Giudaismo alessandrino avvicinò il vecchio mondo ebraico alla filosofia greca, poi il resto all’interno dello spazio della pax romana venne da sé. Il Cristianesimo delle origini costituiva una teologia giudaica 2.0 con la pretesa di avere la prerogativa di esclusività religiosa erga omnes12. Il progetto fu sfruttato in modo fallimentare nella ricerca di cementare e rinforzare l’Impero romano, il quale proprio a causa delle infiltrazioni ideologiche e pratiche cristiane si indebolì (non ultima la decrescita demografica incentivata da una morale sessuofobica). Seneca non mostra contenuti cristiani, semmai il contrario. Ho chiarito la cosa spiegando altresì la maniera in cui la nuova religio ha rielaborato in peggio visioni precedenti del cosmo grecoromano. Faccio notare, partendo sempre dal “De providentia”, che la morte per lo stoico non è da temere. Alla stessa guisa in cui i mali addestrano il ben disposto ad accogliere il corso della vita, quella rappresenta una liberazione dell’individuo dalla prigione esistenziale. Simile concezione stoica e senechiana, verrà portata all’estremo nella visione cristiana, nella quale la possibilità del martirio costituirà l’evoluzione verso più radicale patologia del suicidio stoico, già di per sé via di orientamento malata. La seguente parte di questa mia analisi proseguirà la parabola dell’argomentazione sulla providentia senecana collegando questa a una tematica ancora di attinenza cristiana e inerente alla letteratura italiana. Si tratta della questione manzoniana relativa alla Provvidenza cattolica ne “I promessi sposi”. Ho già puntualizzato come la providentia (Logos) degli stoici si sia configurata dentro il Cattolicesimo. Voglio adesso far osservare la maniera in cui quella concezione abbia attraversato i secoli e sia giunta vicina e prossima a noi. La concezione cattolica del Manzoni nel contesto del suo notissimo romanzo evocato prevede la “messa alla prova” (tentatio) di Lucia e Renzo, i quali “provvidenzialmente alla fine riescono a coronare il loro progetto matrimoniale (previsto dal “cursus”). La problematica manzoniana recupera controversi aspetti di quella senechiana. In primis: perché bisognerebbe essere messi in difficoltà se prediletti? Chi ti vuol bene ti educa e ti consiglia in forme positive, e anche se impegnative e faticose, pur sempre non traumatiche. Mandare disgrazie non è amorevole. Questa coppia di nubendi manzoniana percorre un iter travagliato, a mio modestissimo avviso incompatibile col sincero favore divino. Esso poi per giunta al fine di consentire lo svolgimento dell’unione matrimoniale fra Renzo e Lucia si avvale di un’epidemia di peste, molto luttuosa, allo scopo di rimuovere l’ostacolo rappresentato da don Rodrigo. Un omicidio provvidenziale a beneficio di prediletti credenti cattolici, nel quadro di un più esteso disegno che miete vittime. La providentia da Seneca a Manzoni non smette di far discutere di sé, dei suoi metodi, della sua presunta obiettiva e calibrata azione. Il testo manzoniano citato mostra ulteriormente la sopravvivenza delle antiche radici stoiche della Provvidenza cristiana, e cattolica, laddove essa si sia esplicitata con le inclinazioni ripetute dal Manzoni alla rassegnazione alla volontà-di-Dio senza reagire alle avversità secondo la guisa attivistica protestante. L’insuccesso di Renzo con Azzeccagarbugli e il fallito matrimonio ex abrupto presso don Abbondio rappresentano una bocciatura nei confronti delle aspirazioni a reagire con efficacia alle traversie: fa e sfa tutto la Divina Provvidenza, secondo il Manzoni e il suo Cattolicesimo; l’essere umano deve stare ad aspettare passivamente. Lo Stoicismo di Seneca resta tuttavia più dalla parte dei protestanti.


NOTE

Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Novità e ripresentazione”


1 Al filosofo maestro di Nerone ho in passato rivolto la mia attenzione riguardo al De brevitate vitae, vedasi lo studio intitolato Il severo monito di Seneca nel mio saggio Critica letteraria (2017).

https://danilocaruso.blogspot.com/2016/12/il-severo-monito-di-seneca.html

A proposito dell’argomento qui analizzato trovo utile suggerire quale lettura preliminare un’altra mia analisi: Dall’inno stoico a Zeus di Cleante alla fondazione del Cristianesimo collocata all’interno della mia pubblicazione Prospettive rinnovate (2023).

https://danilocaruso.blogspot.com/2023/08/dallinno-stoico-zeus-di-cleante-alla.html

 

2 Chi volesse approfondire un tale punto di vista ha a disposizione opere di altri autori che la pensano similmente. Oltre ai miei scritti, colgo l’occasione di segnalare il significativo frutto del lavoro di Karlheinz Deschner, pubblicato in più volumi nel tempo, dal titolo Storia criminale del Cristianesimo (Ariele, tomi I-X: 2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006, 2007, 2010, 2013).


3 In merito a questo tema suggerisco di leggere dentro la mia monografia Ermeneutica religiosa weiliana (2013) il segmento intitolato La “Lettre a un religeux”.

https://www.academia.edu/6280171/Ermeneutica_religiosa_weiliana

 

4 Vedasi nel mio saggio Percorsi critici (2020) la parte recante il titolo I protopatristici Aristofane e Giovenale.

https://danilocaruso.blogspot.com/2020/08/i-protopatristici-aristofane-e-giovenale.html

 

5 Nella pubblicazione di nota 3 si vedano (riguardo al Giudaismo): Il Dio del Tanak non è solo, Radici egizie.

https://danilocaruso.blogspot.com/2014/09/il-dio-del-tanak-non-e-solo.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2014/09/radici-egizie-nella-cosmogonia-ebraica.html

 

6 In vista di approfondimenti paralleli consiglio la lettura di un mio lavoro: Riflessioni sopra il “De rerum natura lucreziano”, nella mia opera Analisi letterarie e filosofiche (2023).

https://danilocaruso.blogspot.com/2023/07/riflessioni-sopra-il-de-rerum-natura.html

 

7 Dell’Uticense ho parlato nella mia monografia Parricidio dantesco (2021) a pag. 9.

https://www.academia.edu/47754422/Parricidio_dantesco

 

8 Al teologo d’Ippona e al filosofo giudeo ho dedicato due lavori analitici: Nevrosi e irrazionalismo in Agostino d’Ippona e Il nevrotico e distopico idealismo di Spinoza, nelle mie monografie Teologia analitica (2020) e Distopie occidentali (2023).

https://danilocaruso.blogspot.com/2020/07/nevrosi-e-irrazionalismo-in-agostino.html

https://danilocaruso.blogspot.com/2023/05/il-nevrotico-e-distopico-idealismo-di.html

 

9 A tal riguardo indico una via di approfondimento mediante un mio scritto: Misantropia del Cristianesimo nella mia opera Studi illuministi (2024).

https://danilocaruso.blogspot.com/2024/07/misantropia-del-cristianesimo.html

 

10 V. nota 3.

 

11 Circa i legami sul Cristo-Logos e la filosofia della Stoà si veda nella mia pubblicazione Partita a scacchi (2022) la sezione intitolata Gesù stoico e dionisiaco.

https://danilocaruso.blogspot.com/2022/06/gesu-stoico-e-dionisiaco.html

 

12 Inerente a tale tema un libro dell’ottimo studioso ebreo Shlomo Sand: L’invenzione del popolo ebraico (Rizzoli, 2010). Ne condivido il contenuto, e, nella fattispecie della mia presente analisi, utile ricordare la conversione di gran parte delle genti giudaiche al Cristianesimo all’origine della nuova religione, la quale iniziò a diffondersi proprio dalle aree di maggiore radice semitica: il Nord Africa (punico-egizio) e l’Asia Minore mediterranea (attorno all’asse palestinocipriota). La religio di Gesù Cristo nacque, a mio vedere, come passo avanti filosofico del vecchio Giudaismo; e niente di strano che precedenti Giudei, convertiti all’Ebraismo e loro discendenti passassero al grado cristiano (Giudaismo 2.0). La nuova religiosità sviluppò un particolare feroce sentimento di avversione e di rigetto verso la forma ebraica originaria e canonica. L’antisemitismo (o antigiudaismo, per meglio dire) che ne venne fuori è stato e rimane un gravissimo atteggiamento di discriminazione e pure di violenza, il quale non possiamo trascurare nella sua genesi e nelle sue dinamiche. Ne ho parlato nei miei scritti di indagine e riflessione, puntualizzando ogni volta una indelebile, profonda, sentita condanna di simile forma di ingiustificato odio (si veda ad esempio il mio scritto Le radici cristiane dell’antisemitismo dentro la mia opera Studi illuministi del 2024
https://danilocaruso.blogspot.com/2024/07/le-radici-cristiane-dellantisemitismo.html). Io considero già Olocausto quanto patito dai Giudei perseguitati nelle società cristianizzate nei lunghi secoli precedenti il ’900. La mia posizione di serietà scientifica e di obiettività mi porta altresì a rammentare che non possiamo gettare nel cestino quanto eminenti ed eccellenti ricercatori e scrittori ebrei hanno fatto notare in relazione alle ombre nella storia del popolo giudaico (le quali ovviamente non si riversano indistintamente sopra tutti gli Ebrei). Come a proposito del Cristianesimo pure qui viene richiesta allo studioso imparzialità storiografica, la quale non può minimamente definirsi “antigiudaismo”, ma responsabilità metodologica e analitica. Voglio ricordare al riguardo alcune opere, sempre di autori ebrei, in aggiunta a quella di Sand, mediante le quali la visione storica può apparire meno ideologizzata e idealizzata. Il libro di quest’ultimo si riaggancia a quello di Raphael Patai e Jennifer Patai Wing intitolato “The myth of the jewish race” (Scribner, 1975): non ci sarebbe stata continuità cronologica nel popolo (di culto) giudaico secondo una linea biologica salda e predominante bensì sarebbero avvenuti diversi episodi, nelle epoche, grazie alle conversioni di estranei, di inglobamento di soggetti esterni. Il popolo ebraico sin dall’Antichità costituisce allora nella sua estensione un insieme eterogeneo, un’entità cementata dalla religiosità, e non da caratteri etnici di natura biologica al suo interno radicalmente peculiari. Il delicato argomento va a toccare il sensibile tema del Sionismo, in rapporto a cui voglio rammentare i lavori di due storici e di una giornalista: Vivere con la spada – Il terrorismo sacro di Israele (Zambon, 2014) di Livia Rokach; La pulizia etnica della Palestina (Fazi, 2008) di Ilan Pappé; The iron wall – Zionist revisionism from Jabotinsky to Shamir (Zed Books, 1984), Zionism in the age of the dictators (Croom Helm Ltd, 1983), 51 documents – Zionist collaboration with the nazis (Barricade Books, 2002) di Lenni Brenner. Io giudico la “Bibbia” un testo mitologico avente alcuni tratti storici, e imperniato sopra un Dio solare neoatonista. Reputo, sulla base della pertinente archeologia antica egizia, in aggiunta ai contenuti di nota 5, che la città di Akhetaton (nei paraggi di Amarna), la cui edificazione è stata voluta da Akhenaton per dare una sede di culto alla sua enoteistica religiosità nei confronti del Sole, sia stata messa in piedi, usando mattoni di fango, proprio da quel gruppo di genti che diverrà il biblico embrione del popolo ebraico, emigrato poi verso l’Oriente. L’analogia biblica riguardo a simile modalità costruttiva cui questo fu sottoposto nella terra dei faraoni ci fa intuire una credibile rielaborazione nell’architettura statica dei fatti; ma l’architettura dinamica sembra trasparire, a mio modestissimo valutare. Il restauratore religioso Tutankhamon, come precedentemente ipotizzato da altri, dovrebbe essere il faraone persecutore dei Giudei in Egitto, i quali però, al di là delle righe veterotestamentarie, secondo me, non sarebbero nient’altro che semiti egizi fedeli di Aton (raggruppati ad Akhetaton) scappati, resi fuggitivi, e guidati dal biblico Mosè alla volta della Palestina in cerca di miglior sorte (in relazione suggerisco l’interessante lettura di un mio esame sul teocratico modello sociopolitico mosaico, una analisi presente nella mia monografia del 2020 Teologia analitica e intitolata Aristotele e il pericoloso regno di Dio
https://danilocaruso.blogspot.com/2020/05/aristotele-e-il-pericoloso-regno-di-dio_18.html). L’esigenza poggiata sulla “Bibbia”, a seguito di un diritto divino, di uno Stato della Chiesa cattolica o di uno Stato d’Israele, a mio semplice e razionalista modo di valutare, non pare raccogliere solide fondamenta. Non si può facilmente basare una simile pretesa ancorandosi a un piano mitologico. Abbiamo preso atto che alcuni ricercatori ebrei dimostrano essere la loro Nazione “popolo in senso lato” e che una parte di questo si è attivata in favore del Sionismo con modalità anche discutibili. Le ombre della storia di una frazione delle genti giudaiche riguardano pure il più lontano passato e i tempi più recenti. Pensiamo a Pasque di sangue (Il Mulino, 1a ed. 2007, 2a ed. 2008) di Ariel Toaff e a L’industria dell’Olocausto (Rizzoli, 2002) di Norman Gary Finkelstein. Apprezzo per la loro onestà intellettuale tutti questi eccellenti intellettuali ebrei che ho menzionato, una onestà intellettuale la quale ci chiede di essere precisi e completi nel nostro dire. Condanno l’antigiudaismo in maniera chiara e consapevole, come ho più volte spiegato nei miei scritti, ma non possiamo rifiutare la Storia, che è quella che è nei dati di fatto. Dobbiamo conoscere e analizzare pure le ombre, di chiunque. Con serietà scientifica e obiettività è lecito parlarne, nella guisa indicata dagli autori evocati. Quantunque non reputi razionale la base mitologica nella richiesta di esistenza di uno Stato d’Israele, tuttavia non penso di rifiutare in assoluto la possibilità di un piccolo Stato giudaico, per via del plurisecolare antisemitismo, cui mi pare giusto rispondere con un risanamento proporzionato ai fatti reali (però ovunque mai a scapito di residenti pregressi): ritengo che non necessariamente Israele dovrebbe essere sorto in Palestina, e che se comparso qui non dovrebbe configurarsi, come sottolineato non solo da ponderate personalità ebree, nella veste di Stato degli invasori. I Palestinesi hanno naturale diritto a un loro separato autonomo Stato. Questi peraltro sembrano essere i discendenti degli antichi abitanti giudei convertitisi all’Islamismo (nessuna massiva giudaica dispersione in era cristiana dalla Palestina, nella spiegazione di Sand): immaginiamo a che sorta di paradossi la Storia ci metta di fronte. Io credo che una ragionevole ed equilibrata circoscrizione dei due Stati sia oggigiorno la più saggia conclusione dell’annosa questione israelopalestinese, una questione causa di tragedie e di lutti.

13 agosto 2024

IL BOTTICELLI E LA SINDROME PSICOSOMATICA DELL’ARTE MEDIEVALE

di DANILO CARUSO
 
Nelle mie ricerche e nei miei studi sulla storia e sulla teologia cristiane, poiché prima di essere qualcuno che spiega qualcosa (senza pretesa di novità) sono uno che indaga e approfondisce, mi sono concentrato soprattutto sulla linea di pensiero dell’oggetto esaminato. Non abbandonando simile modalità voglio analizzare gli effetti dell’affermazione del Cristianesimo sul mondo dell’arte figurativa. Esporrò dunque il mio punto di vista critico, il quale non mira a ripercorrere ogni angolo dell’arte medievale (periodo manualistico qua preso in considerazione), bensì tende a esprimere una valutazione generale, presentando degli exempla. Nel mio dire mi soffermerò solo su qualche opera in particolare al fine di rendere tangibile il segno della mia riflessione la quale offro come un metro generale da applicare. Ho già chiarito che parlerò di Medioevo. Questo nella mia ottica possiede un blocco storico massiccio il quale va dall’Editto di Costantino alla coniazione del fiorino. È l’arco temporale di pura altissima potenza dell’ideologia religiosa cristiana, la quale condusse, in virtù dei suoi contenuti sessuofobici e misantropici, alla caduta dell’Impero romano nell’Europa occidentale. Dopo la coniazione del fiorino, evento simbolico di una rinascita umana e sociale, la Storia europea, per me, visse una dicotomia diacronica, essendo attraversata da realtà viventi come la Chiesa in un regime culturale di impronta medievale (molto a lungo), e da realtà come i ceti imprenditoriali animati da una vis attivistica e liberale esistente, a latere, in aree definite umanistico-rinascimentali. Nel bene e nel male, dalla coniazione del fiorino alla Rivoluzione francese, sono stati i gruppi umani impegnati nella produzione dei mezzi di sussistenza, e non solo, a conquistare sempre più larghe libertà. Ed è un merito ascrivibile sia ai capitani d’impresa, sia all’esercito dei lavoratori: le due facce della medaglia di una dimensione attivistica1, la quale nel Medioevo post-millenaristico determinò una rinascita alla vita davanti al deprimente patologico schema cristiano, disprezzante tutto quanto fosse connesso alla corporeità umana anche in termini di dinamismo. La constatazione del fallimento delle aspettative millenaristiche diede la prova alle menti più aperte del valore fantastico della costruzione cristiana. E dal momento che non a tutti piacque annegare nel masochismo il vitalismo batté un colpo di coda e sorsero interessi d’impresa, ma a mio avviso, quali puri moventi esistenziali positivi. Non mi pare giudicabile sano il fatto che l’Arte abbia fatto da megafono alle devianze misogine, misantropiche, antisemitiche, nevrotiche della Patristica2. Nel Basso Medioevo qualcosa è cambiato dentro la Cristianità cattolica (gli ortodossi orientali si sono staccati da Roma nel 1054). Fra XI e XIII sec. vi è una rinascita grazie all’attivismo artigianale, indice della comparsa di un embrione imprenditoriale moderno, testimoniante una rivendicazione della dignità del lavoro umano al cospetto di un malato totalizzante spiritualismo cristiano. Rappresenta esigenza dei ceti motivati da quell’attivismo che la bruttezza del contenuto lasci uno spazio al bello formale recuperato dalla lezione antica romana. È qui che io rilevo il conflitto psicosomatico dell’arte basso-medievale, evocato nel titolo. Da un lato l’estetica cristiana alto-medievale richiedeva brutalità semiotica e un rifiuto dell’ideale di bellezza greco del corpo (il teatro del peccato), dall’altro i risorti post-millenaristi, rinati a nuova vita mondana, insensibili al fascino della “pazzia del Cristianesimo” messo nell’arte e altrove, pretendono il ritorno di un “bello” canonico, seppur formale, spesso ancora imprigionato nel totalitarismo religioso. Possiamo rilevare un significativo arco dello scontro, secondo me molto simbolico, il quale va dalla fiorentina “Maddalena” di fine del ’200 del cosiddetto Maestro della Maddalena a la “Nascita di Venere” (1485) del Botticelli (il quale, Fiorentino, avrà probabilmente visto la prima opera nel suo iter artistico). Dal primo dipinto (misogino) al secondo l’Arte ha recuperato, dove possibile, con efficacia una sua autonomia dal contagio cristiano. La Civiltà umanistico-rinascimentale proseguirà la vocazione emancipatrice dalla religione cristiana, mentre la Chiesa vivrà al suo interno un prolungato Medioevo. Nell’epoca basso-medievale possiamo notare le tracce evidenti di una dialettica ad alta tensione. Tornando meglio sulla “Maddalena” di cui sopra, in materia di misoginia e di contrasto tra bello formale e oscurantismo dottrinale dentro l’arte sacra alto-medievale, possiamo rilevare alcune cose. Sebbene l’ignoto autore abbia cercato di presentare una sorta di yeti, la figura femminile non appare brutta (semmai abbruttita, tuttavia in guisa non tanto efficace, dall’abito di lunghissimi capelli). V’è una censura del corpo femminile, ma vengono fuori graziosamente piedi, avambracci, mani e volto. Questo ha occhi verdi e guancette rosse (simbolo di vergogna, le quali però danno una vitalità imprevista), sopracciglia curate scendenti lungo un naso modello per la chirurgia estetica. Se le guance sembrano beneficiare di un tocco cosmetico, anche le labbra le imitano. I lunghi capelli possiedono una tonalità di castano alla moda di moderne tinture, e le orecchie fanno capolino in giocoso modo. Solo quell’aria imbronciata e il contorno fumettistico salvano l’intento monitorio deprimente assieme a quel proclama scritto tenuto in mano, ammonente i peccatori a non allontanarsi da Dio. Maria Maddalena è stata comunemente in origine ritenuta essere una prostituta. Tale tradizione anima il tono del dipinto e gli dà il senso teologico: censurare il corpo femminile e la libido a vantaggio di misoginia e sessuofobia cristiane. Non reputo che l’effetto sia stato conseguito al 100%. Il conflitto psicosomatico dell’arte basso-medievale produce una dialettica di sprone nel fruitore, nonostante possa essere qualcosa vissuto in modo traumatico a causa della cappa religiosa avvolgente le menti. E che siffatta tensione abbia poi portato alla Venere del Botticelli significa che un quid dialettico esisteva dopo l’oscurantismo totale e postapocalittico (nel senso cinematografico e letterario moderno, perché il Cristianesimo secondo me ha simboleggiato una catastrofe atomica nell’Occidente durante l’Alto Medioevo). Se accostiamo la figura botticelliana di Venere a quella di questa Maddalena troviamo delle analogie di postura: la divinità pagana appare più leggiadra e più sciolta, la santa cristiana si mostra più irrigidita; non facciamoci ingannare da difformità dinamiche.


C’è la stessa donna in due situazioni diverse: la prigionia (nevrotica, misogina, sessuofobica), la liberazione (la nascita di Afrodite, al di là delle righe la “rinascita” della Maddalena). Lunghissimi capelli in entrambe attorno al corpo, ma la Venere ha rimosso la precedente censura. Questa ha ripreso a vivere. L’inclinazione di gambe e piedi (estremità somiglianti nelle due donne) supera la catatonia di contrizione spirituale precedente. Avambraccio destro sempre con mano verso l’alto, però ora poggiante sui seni. La Maddalena tiene il proclama religioso all’altezza di muliebria genitalia (una sorta di segnale di divieto), la figura mitologica del Botticelli vi tiene i capelli scendenti della lunga chioma. Il divieto sessuofobico è sparito, la luce spenta dei capelli castani della Maddalena si tramuta in un biondo più vivo. I capelli di Afrodite svolazzano, al contrario di quelli della Maddalena, i quali la impacchettano dalla testa fin quasi ai piedi, e più che un pacco rigido sembrano una bara di legno (dove morire spiritualmente, risorgere in seguito con Cristo, e così via). I due volti sembrano appartenere alla stessa donna: inclinato, leggermente ruotato, vivo, quello botticelliano; in stile di fototessera, burocratica immagine, si presenta il viso della Maddalena (tuttavia con pregi sopra delineati). Bocca, naso, occhi, sopracciglia identici e differenziati dal dinamismo. In Botticelli ritroviamo una “Rinascita della Maddalena”, che in un primo livello iconografico rimane pur sempre una “Nascita di Venere”. Quanto appena illustrato costituisce un concreto esempio di quello che io chiamo “conflitto psicosomatico nell’arte medievale”, peraltro con una “soluzione catartica dichiaratamente umanistico-rinascimentale. Un altro exemplum molto vistoso del contrasto psicosomatico dell’arte medievale, che ho teorizzato, emerge dal prospetto del Duomo di Orvieto dove si trova un bassorilievo della “Creazione di Eva”, opera di Lorenzo Maitani (1275-1330). È impressionante il gusto naturalistico antico, il disegno classico dei corpi. Al di là di Adamo ed Eva nudi, la leggerezza della veste di Dio ne fa intravedere le forme di tutto il lato della schiena, dalla testa ai piedi: sembra una divinità pagana greca resa cristiana dal simbolismo. Eva, ritagliata con estrema finezza, assomiglia alla Venere del Botticelli con cui ha in comune canoni estetici femminili mondani non religiosi di quelle epoche. Pare proprio una adult doll. Tuttavia interviene la deep theology a normalizzare ogni cosa, a vanificare la prima impressione. A dispetto di tutto le forme classiche restano, ed entrano in conflitto col disegno ideologico-semiotico del Cristianesimo. Rappresenta questo bassorilievo una testimonianza molto viva di ciò che sostengo: una patologica dialettica vissuta dal Medioevo nell’interno di sue espressioni. Da un punto di vista teologico può avere un senso, e concedere una legittimità, il dire che quello è il corpo di Eva precedente il peccato originale (da cui il lasciapassare all’intera immagine), però il classicismo “spinto” della circostanza lascia l’indice di altro: quella non è Eva, quella è una Venere inconscia; e Adamo potrebbe, a ragion veduta, essere interpretato quale un Marte. Andiamo ad accostare detto bassorilievo con “Venere e Marte” (1482 ca) di Botticelli.


Io penso che pure qui si possa parlare di “soluzione catartica” dopo il precedente, già visto, della “Maddalena”. L’Arte si rivela sovrastrutturale fenomenologia, nell’accezione junghiana, segnalatrice della condizione della Civiltà nel Medioevo. Il Gotico ha fatto della raffinatezza rappresentativa una sua cifra grazie alla ricercatezza manierata e iperbolica. Il lusso e l’apparire contrassegnano i segni di nuovi tempi volti a un clima protocapitalistico moderno. Il Gotico non dipinge più tante madonne antiedoniste, dipinge fashion models sub specie Mater Dei, madonne per caso3.
 
 
NOTE
 
Questo testo è un estratto del mio saggio intitolato “Sindrome dell'arte medievale”

1 Sopra questa materia un mio scritto: La genesi dell’Umanesimo italiano nel mio saggio Radici occidentali (2021).
 
2 Riguardo a tali temi diverse le mie analisi. Per un approfondimento consiglio di iniziare dalla mia pubblicazione intitolata Studi illuministi (2024), e di seguire le ulteriori indicazioni delle note a ritroso nel tempo.
Colgo l’occasione inoltre di segnalare un altro interessante testo al fine, anche generale, di approfondire: Vicari di Cristo [Vicars of Christ (1988 eng.)] (1990 ita.) di Peter de Rosa. Non mancano in Italia meritevoli lavori sulla storia della Chiesa. Ne voglio ricordare un paio volendo offrire un trittico il cui arco, non solo, storico coperto sia esauriente al meglio: I segreti del Vaticano (2010) di Corrado Augias, L’oro del Vaticano (2010) di Claudio Rendina. Come afferma Platone, chi è in grado di cogliere l’“intero” può raggiungere la capacità di conoscere, ed essere cioè filosofo, se non conoscitore quanto meno abilitato alla conoscenza.
 
3 Clamoroso, giudico, il caso, in periodo umanistico, della quattrocentesca Madonna del latte in trono col Bambino di Jean Fouquet, oggetto di una mia analisi: La Madonna “pneumatica” e Lenina Crowne, nella mia opera recante il titolo Note di studio (2016).