Nella giurisprudenza italiana in virtù della legge 248 del 18 agosto 2000 anche i testi pubblicati su internet godono della tutela del diritto d’autore già stabilito dalla precedente legge 633 del 22 aprile 1941. La loro riproduzione integrale o parziale è pertanto libera in presenza di scopi culturali e al di là di contesti di lucro, da questo lecito uso fuori del consenso dello scrittore si devono necessariamente poter evincere i seguenti dati: il link del testo, il titolo, l’autore e la data di pubblicazione; il link della homepage del suo contenitore web. Copiare non rispettando queste elementari norme rappresenta un illecito.

mercoledì 7 luglio 2021

GUIDO GUINIZELLI E LA NASCITA DELLA SISTEMATICA CACCIA ALLE STREGHE

di DANILO CARUSO
  
La critica letteraria che ha visto nel fenomeno stilnovistico guinizelliano un esperimento di mediazione fra topoi erotici trasgressivi occitani e morale rigoristica cattolica medievale non ha colto a mio modestissimo sentire la sottigliezza dell’elaborazione di Guido Guinizelli, ghibellino bolognese vissuto nel XIII secolo. La letteratura provenzale cortese che riabilitava la figura femminile in maniera positiva, ponendola come meta ideale in una dialettica di sensualità, si era fermata al livello libidico freudiano. Ciò ovviamente urtava la sensibilità religiosa misogina del Cattolicesimo, il quale ebbe molto da temere dal Sud francese che cercò in vari ambiti di ottenere autonomia culturale dal controllo cristiano. Da un lato i femministi catari, dall’altro la letteratura occitana ribaltante la concezione patristica della donna, costrinsero il Papato a fare un salto di qualità nella repressione del dissenso e del progresso. L’Inquisizione nata al termine del XII sec. allo scopo di contenere con efficacia concreta il dilagare eretico raggiungerà in seguito il popolo femminile in quanto tale. Il passaggio alla violenza materiale cattolica generalizzata quale strumento pubblico giuridico possiede da un canto quale causa remota un sistema ideologico viziato da crepe patologiche1, d’altro canto quale causa prossima l’esigenza di impedire l’esistenza e il radicarsi di un’alternativa rispetto a un totalitarismo socioreligioso. Ci si chiede talvolta perché la Chiesa abbia a un certo punto della sua storia ingigantito lo spauracchio immaginario delle streghe proseguendo la feroce misoginia patristica con un’opera sistematica di disumane tortura e uccisione. La mia risposta è che il pretesto criminale esteriore sia derivato dopo mutamenti socioculturali volti a conquistare indipendenza da un ethos politico e spirituale totalitario e illiberale. Da ciò vengono fuori il catarismo e la letteratura cortese, ad esempio. Il mondo europeo avrebbe già goduto di una pluralità espressiva se non fosse stato a causa del Cristianesimo. L’Impero romano pagano aveva i propri limiti naturalmente, ma non perseguitava né streghe né omosessuali, né tanto meno imponeva una religione. La misoginia grecoromana rimaneva su piani non così letali se paragonata all’evoluzione di quella cattolica, la quale è giunta a prendere con metodo calcolato le donne con l’obiettivo di sottoporle a sadiche torture ed esecuzioni. Ritengo che una simile prassi sviluppatasi dalla fine dell’Alto Medioevo (accanto a tutte le parallele persecuzioni) non abbia una collocazione genetica temporale accidentale: la società europea si avviava a uscire dall’oscurantismo assolutistico mediante l’azione di ceti imprenditoriali desiderosi di affermazione economica, di libertà, di edonismo, di minore nevrosi misogina (la quale non alberga per Natura in menti sane2). Lo scontro fra (proto-)liberalcapitalismo (filofemminista) e Chiesa totalitaristica misogina produsse un’irrazionalistica e ampia reazione del Cattolicesimo al cospetto di eresie e cultura non antifemminista. Da questa premessa acquisiamo il metro di lettura della produzione di Guido Guinizelli. Egli (morto sui quarant’anni; sposato, con un figlio) si forma e agisce, sino all’esilio dei ghibellini, in un Comune difficile per la fazione guelfa. La Bologna di metà ’200 aveva infatti abolito schiavitù e servitù legata all’agricoltura (norma detta del “Paradisum voluptatis”): in parole povere avevano anticipato di sei secoli gli Stati Uniti nelle motivazioni. La poetica guinizelliana non deve esprimere allora contenuti guelfi di vicinanza papale. Infatti a leggere con cura adeguata gli scritti del Bolognese possiamo concludere che agli occhi del clero romano quelle cose sapevano di bestemmia, e non di accomodante mediazione pro morale cristiana. Tale è il caso di Guinizelli, caso che ora chiarirò meglio. Per iniziare basta dire che un cattolico integralista come il Dante della maturità colloca il poeta ghibellino tra i lussuriosi del purgatorio: è evidente il fatto che questo Guinizelli non guardava le donne come si guarda una statua della Madonna. Perciò i suoi testi devono esprimere qualcosa che sia non il prodotto di una retorica conciliante. Ripeto che, secondo me, lo Stilnovismo guinizelliano doveva suonare a guisa di bestemmia presso l’orecchio cattolico osservante e conoscitore della teologia. Tant’è vero ciò che un principio cardine risuona sulla bocca di Francesca da Rimini nell’“Inferno” dantesco: «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende», calco del guinizelliano «Al cor gentil rempaira sempre amore». Se un’anima dannata pronunzia simile cosa vuol dire che essa è sbagliata e deviante (Francesca sta spiegando il motivo per cui si trova all’inferno). Dante e la Chiesa condannano la sessualità in sé, il padre dello Stil Novo no. Le analogie non terminano qui poiché il citato verso dantesco prosegue così: «prese costui de la bella persona / che mi fu tolta». La controparte guinizelliana è: «Foco d’amore in gentil cor s’aprende». L’aspetto esteriore femminile costituisce il movente (il che non rappresenta una novità, la maggioranza degli approcci parte dall’aver visto). Una dimensione che mi pare trascurata nell’esame critico dello Stilnovismo di Guinizelli, al di là della rilevazione delle radici provenzali e siciliane, è quella platonizzante del Bolognese. Non so se possa essere scaturita in lui da una meditazione sul “Simposio” o essersi maturata da sé: fatto sta che lo scrittore mi appare filoplatonico3. Egli possiede senza dubbio un’idea grecizzante: la bellezza è virtù, la “donna angelicata” stilnovistica esprime siffatto ideale. Chi vede aristotelismo nel Bolognese non coglie che questo serve all’artificio poetico, alla forma; mentre la sostanza è platonica il corpo della donna non è più ianua Diaboli bensì ianua Dei: questo configura un sovvertimento della Patristica, rappresenta eresia, costituisce bestemmia. Guido Guinizelli non può piacere ai cattolici tradizionalisti di ogni tempo, la sua “donna angelicata” non è la bambola teologica dantesca della “Commedia”4. Lo scrittore bolognese sostiene che la donna sia un polo di interrelazione physei positivo, la dottrina cristiano-patristica sino a Tommaso d’Aquino5 (e oltre) ha insegnato il contrario. Non bisogna comunque pensare che tutta la faccenda sia in Guinizelli generalizzata, giacché tutto orbita all’interno del perimetro della “gentilezza”. Cos’è tale qualità indispensabile? È un grado di libido junghiana conducente a raffinatezza intellettuale, una nobiltà la quale si acquisisce grazie all’intelligenza. L’Amore nella poetica guinizelliana è quello dell’Afrodite urania, non quello parecchio ctonio dei cortesi occitani che col congresso carnale consuma la sua parabola senza ulteriore prosecuzione ideale. Se, in entrambi gli ambiti letterari malvagi e non virtuosi vengono esclusi da un’esperienza libidica qualificata, soltanto la donna platonizzata del poeta bolognese offre l’innalzamento al «gran mare del Bello». Simile (rivoluzionaria per quel contesto medievale) impostazione concettuale rispecchia il “processo di individuazione” fatto emergere da Jung nella psicologia analitica. È possibile affermare che la “donna angelicata” sia simbolo dell’“anima” junghiana (parte interiore psichica personale sessualmente opposta), ma non voglio togliere alla donna concreta e reale la propria funzione. Quindi concludo che il simbolo abbia suddetti due estremi tra i quali oscillare. La proposta individuante ante litteram del Guinizelli è stata poi rigettata dal secondo Dante, e, con tutto il resto di posizioni filofemministe, respinta, nel modo già chiarito, dalla Chiesa. Sant’Oddone di Cluny (vissuto tra IX e X sec.) definì la donna “un sacco di merda”: cosa c’è da pensare allorché il Bolognese paragona la prima a una causa finale motrice qual è Dio? Lampante la portata contestatrice, di cui lui stesso era il primo a essere consapevole se conclude il suo noto componimento programmatico così:

[…] Deo mi dirà: «Che presomisti?»,
sïando l’alma mia a lui davanti.
«Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti:
ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno,
per cui cessa onne fraude».
Dir Li porò: «Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo, s’in lei posi amanza.»

Guinizelli aveva chiara la reazione ideologica al suo pensiero, non si aspettava forse la plurisecolare stagione della grande caccia alle streghe in risposta a tutti i progressisti. In un sonetto egli arriva a dire della «donna» (termine opposto allo spregiativo “femmina”, usato ad esempio da Dante con la «femmina balba») che intende «laudare»: «null’om pò mal pensar fin che la vede». Agli occhi della Chiesa appare tutto il contrario, perciò il corpo femminile dev’essere coperto e sfumato: costituisce suggestione e istigazione verso il peccato. Guinizelli ci vede il tempio della libido junghiana. È molto moderno, capisce che la compressione libidica crea disagio: «[la mia donna] Passa per via adorna, e sì gentile / ch’abassa orgoglio a cui dona salute». Non mi pare esagerato accostare il “lussurioso” – a detta di Dante – Guido Guinizelli attraverso alcuni dettagli al Marcuse di “Eros e civiltà” (1955). Uno spirito contestatore degno degli anni ’60 del ’900 muove il Bolognese, diverse le analogie. In aggiunta alla generica evidenziazione di una ricerca di maggiore libertà da vincoli nevrotici (dal rigetto della maschilistica misoginia da parte del Guinizelli il ’900 italiano culminerà con leggi pro aborto e divorzio) posso far notare come a) altri versi di lui abbiano una tangenza sostanziale dentro b) una canzone cantata nel dopoguerra da Little Tony al Festival della canzone italiana di Sanremo nel 1970 (“La spada nel cuore”, testo letterale di Mogol).

a1)

Lo vostro bel saluto e ’l gentil sguardo
che fate quando v’encontro, m’ancide:
Amor […] per mezzo lo cor me lanciò un dardo
ched oltre ’n parte lo taglia e divide […].

b1)

Era uno sguardo d'amore.
La spada è nel cuore e ci resterà. 
Sei bella, in questo momento più bella.

a2)

Lo vostro bel saluto e ’l gentil sguardo
che fate quando v’encontro, m’ancide […].

b2)

Era uno sguardo d’amore la spada è nel cuore.
Mi sento morire morire per te.

Chi sa ben analizzare la storia può indicare in entrambi i contesti cronologici testé evocati nell’accostamento una forma che si ripete spesso nella storia, ossia la dicotomia “conservatori (reazionari) / progressisti (liberaldemocratici). Un ultimo aspetto che voglio toccare nella trattazione inerisce alla misteriosa setta dei cosiddetti Fedeli d’Amore, una non certificata associazione segreta di intellettuali medievali i quali sarebbero stati malvisti dalla Chiesa per via delle loro ampie vedute interculturali. Quanto ho sostenuto sopra dà l’opportunità di allargare l’orbita della mia analisi. Se suddetti Fedeli d’Amore sono esistiti nella realtà mi sembra con alta probabilità possibile il fatto che Guido Guinizelli ne facesse parte. Il mio rilevamento in lui di contenuti platonizzanti e grecizzanti troverebbe una ratio più sostanziosa poiché sarebbe stato inserito in un circuito di idee che si poteva alimentare di simili materie (ovviamente ci sarebbe stato per simpatia ideologica). Questa affiliazione protomassonica (degli stilnovisti anche posteriori) in relazione a lui e al suo rinvenuto taglio junghiano mi permette di porlo in quel campo “alchemico” studiato da Jung. L’alchimia poetica d’Amore rappresenterebbe dunque a maggior ragione nella poetica guinizelliana l’orizzonte psicanalitico mediante una vocazione intellettuale la quale si esprimeva – non si sa con quanta coscienza di ciò – in simboli e in allegorie. Esiste un verso del Guinizelli che potrebbe alludere ai Fedeli d’Amore nel quale riferendosi alla “donna angelicata” dice: «fa ’l de nostra fé se non la crede». La “nostra fede”, a mio avviso, potrebbe essere l’adesione ideologica alla setta; ho dubbi che qui il Bolognese stia parlando del Cattolicesimo.

 



NOTE

Questo testo sarà inserito in un prossimo saggio critico a stampa. 

1 Suggerisco di intraprendere un primo approfondimento da qui:

http://lettere-filosofia.blogspot.com/2020/07/nevrosi-e-irrazionalismo-in-agostino.html

2 A chi volesse proseguire spaziando consiglio un mio studio in materia:

http://lettere-filosofia.blogspot.com/2020/12/lirrazionalismo-nevrotico-di-kierkegaard.html

3 Per capire meglio il seguito delle mie parole, fondamentale la lettura di questo mio lavoro:

https://lettere-filosofia.blogspot.com/2017/09/diotima-non-deve-morire.html

4 Rinvio a un mio saggio:

https://www.academia.edu/47754422/Parricidio_dantesco

5 Al fine di approfondire:

http://lettere-filosofia.blogspot.com/2020/06/lirrazionale-misoginia-tomista.html